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IL BISOGNO VERNACOLARE DEGLI ARBËREŞE Shëpja Katonë e Moticellje

IL BISOGNO VERNACOLARE DEGLI ARBËREŞE Shëpja Katonë e Moticellje

Posted on 25 settembre 2025 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi l’Olivetano Arbëreşe) – Tra le linee che definiscono lo spazio di un Katundë, il termine moenia può essere riferito alle mura che circoscrivono le singole abitazioni familiari, innalzate per delimitare spazio e fare casa.

Tuttavia, a differenza delle città chiuse o fortificate, il centro antico dei Katundë arbëreşë è sempre privo di vere moenia, cioè non possiede difese perimetrali condivise.

Questo riflette la natura aperta a contatto con l’agro diversamente, dalle città storiche, infatti qui l’architettura vernacolare dei Katundë arbëreşë, rivela, come una comunità diasporica sia riuscita a radicarsi in un territorio straniero, mantenendo vive la propria tradizione senza l’uso di moenia.

Gli Arbëreşë costruirono nel corso dei secoli il sistema abitativo senza architetti e il loro agire denota, non solo le esigenze materiali della vita quotidiana, ma anche una precisa visione del mondo, in cui il lavoro, la cura, l’apprendimento e l’allevare generi, erano attività integrate in un unico universo culturale.

Le abitazioni non erano mai soltanto case, in quanto luoghi produttivi, ambienti in cui la sfera domestica e quella economica che coabitavano armoniosamente, secondo il governo delle donne; le instancabili “Architetti Arbëreşë”.

Il cortile o spazio libero della casa, fungeva da fulcro delle attività quotidiane ed erano, qui che avevano origine e si svolgevano operazioni legate al vernacolare progetto del bisogno, come ad esempio: la prima spogliatura agricola, la selezione dei semi, ma anche lavori artigianali e ogni progetto di tutela per la conservazione e sostentamento utile alla specie.

L’interno della casa, pur semplice, era progettato e concepito in modo funzionale con baricentro il focolare che rappresentava il cuore simbolico e pratico della vita domestica.

Intorno ad esso si preparavano le cose da cuocere, si discuteva, si tramandavano racconti, saperi e tradizioni.

La casa è per gli Arbëreşë, il luogo dove vivevano, si confrontavano generazioni, in un continuo scambio per sostenere le sostanze primarie radici del germoglio culturale.

All’interno di questo volume abitativo del bisogno, trovava spazio anche la cura della salute con la sua dimensione specifica pur se, in assenza di strutture sanitarie, in quanto la comunità faceva affidamento su pratiche di conoscenze empiriche, con radice di esperienza e osservazione i condivisione con la natura.

Le piante officinali, coltivate negli orti di pertinenza della casa, erano utilizzate per la preparazione di tisane, decotti, impacchi e unguenti.

Alcuni spazi dell’ambiente casa, solitamente ben esposto al sole e riparati dai venti, era riservata alla convalescenza, alla cura dei più fragili e anziani.

La casa non era solo spazio domestico, ma anche il seme di una proto-industria, un luogo dove, ciclicamente, si attivavano catene produttive di prossimità.

In certi periodi dell’anno, la famiglia e la comunità si organizzavano per trasformare e conservare alimenti, come la passata di pomodoro, le conserve, o i salumi, garantendo così scorte per l’inverno. Queste attività, radicate nella tradizione, rappresentavano una forma primitiva ma efficace di economia domestica e cooperazione locale.

Accanto alla medicina naturale, la dimensione spirituale giocava un ruolo fondamentale, con piccoli angoli sacri, addobbati con luminarie votive ad olio, ed erano queste ad accompagnare la credenza come forma di conforto e di guarigione spirituale all’interno di questo spazio a misura della famiglia.

L’apprendimento, nella società era anch’esso parte integrante della quotidianità e, prima ancora dell’istituzione di scuole formali, la trasmissione del sapere avveniva per via orale, dentro le case, nelle chiese, nelle piazze.

I bambini imparavano a memoria preghiere in greco liturgico, canti tradizionali e racconti epici che narravano la storia dell’esodo arbëreşë.

La casa diventava così anche scuola, o un ambiente in cui si educava al rispetto della tradizione, alla conoscenza dei ruoli sociali, e al mantenimento della lingua con essenze specifiche contenute all’interno di quelle mura e della natura che la circondava.

In alcuni centri maggiori, specialmente in ambito ecclesiastico, esistevano spazi adibiti a scuola, spesso molto semplici, ma funzionali, ed era qui coglievano i rudimenti della lingua, della religione e della storia di camino penitente.

L’allevamento e l’agricoltura completavano il quadro di un’economia familiare autosufficiente, dove l’abitare accoglieva sin anche gli animali domestici, in modo da sfruttare il calore degli animali durante i mesi freddi.

Ogni cosa di questo circoscritto costruito dall’uomo e progettato dalle donne, accoglieva sin anche i depositi per gli attrezzi e le manzane per dell’acqua e il tutto costituiva un sistema integrato che univa la casa al paesaggio.

Il confine tra costruito e natura era sfumato e, ogni elemento era pensato per essere fondamentale alla sopravvivenza e la continuità della comunità.

Il paesaggio, modellato nei secoli da mani pazienti, parlava la lingua dell’adattamento e della cura, dove ogni campo coltivato, ogni recinto, ogni tetto in rappresentava una risposta concreta ai vincoli imposti dall’ambiente, ma anche un gesto di appartenenza culturale.

In questo senso, l’architettura vernacolare arbëreşe non si limitava a essere un insieme di tecniche costruttive o un’espressione estetica, ma sistema complesso, in cui ogni spazio riflette una funzione sociale, culturale e simbolica.

L’abitazione diventa il luogo in cui si manifesta la cultura materiale, ma anche il pensiero simbolico di un popolo in esilio, che ha saputo trasformare l’adattamento in forma di resistenza.

Le case delle donne arbëreshë che per rispetto portavano il cognome del marito al plurale, non nascevano mai per caso.

 Non erano solo strutture in pietra e legno, ma organismi viventi, concepiti in simbiosi con il paesaggio e la memoria.

Ogni casa prendeva forma in un luogo preciso, scelto non solo per necessità pratica, ma per risonanza interiore, una piega del terreno, una fenditura tra le rocce, un affaccio sul silenzio.

Erano anfratti che parlavano, e la donna che vi avrebbe vissuto li ascoltava prima ancora che il primo sasso fosse posato.

Il progettista era la madre ed era lei che decideva dove, come e perché una casa dovesse sorgere, in tutto non un architetto nel senso moderno, ma la sapienza del quotidiano, custode di saperi tramandati attraverso gesti, silenzi, e fatica.

La casa non era solo rifugio, ma proiezione del corpo e dell’anima, ogni apertura, era pensata in funzione dei cicli della vita, della luce del giorno, dei riti familiari.

L’angolo per la farina, la nicchia per le erbe, il punto esatto dove il sole colpiva il focolare al tramonto, tutto era previsto, e nulla era superfluo.

Quando la casa prendeva forma, era la donna a sostenerla, con il suo lavoro, la sua presenza, il suo respiro.

E nel tempo, era la casa a sostenere lei, offrendole rifugio, forza e continuità e così, nell’intreccio di pietra e di carne, nasceva un microcosmo in cui si custodivano identità, storie, e segreti, vero resta il dato che non si costruiva solo un’abitazione, ma un destino.

Le case delle donne arbëreşë erano piccole cattedrali del vissuto, silenziose ma vive e, crescevano radicate nella terra e nella volontà femminile, in un equilibrio antico tra natura, necessità e sogno

Gli spazi della casa, di ogni Katundë, del paesaggio, non sono mai neutri o fini a sé stessi, ma sono impregnati di memoria, di riti e di gesti quotidiani che raccontano una storia di resilienza e di coesione. L’organizzazione dell’ambiente costruito rivela così una profonda sapienza progettuale, frutto di secoli di esperienza condivisa, in cui il vivere, il lavorare, il guarire, l’imparare e l’allevare si intrecciano in un’unica trama culturale, silenziosa ma resistente.

Per eseguire questa missione, primaria e fondamentale focalizziamo l’indagine conoscitiva volgendo attenzione nei meriti e lo sviluppo, dei fenomeni acustici e rispecchiare l’evoluzione naturale del parlato e dell’ascolto all’interno degli elementi primari noti come shëpia in forma di Katonë, Kaulljeve e Motëicelliurë.

La filosofia del bisogno si concentra sulla ricreazione dell’esperienza sonora all’aperto riportata negli spazi interni, perché forma naturale ed essenziale per migliorare il benessere delle persone attraverso il suono della voce.

Gli arbereshe sono gli appassionati sostenitori dell’importanza dell’acustica per il benessere dell’apprendimento e, in ogni ambiente e situazione.

E l’insieme si traduce in soluzioni acustiche di alta qualità e, il suono ha un impatto significativo nella nostra vita quotidiana, e il supporto scientifico per migliorare gli ambienti dal punto di vista sonoro all’interno della casa senza dover travalicare il costruito di moenia.

Nasce così l’esigenza di un ambiente sonoro interno ideale per le persone, basato sull’esperienza del suono all’esterno.

Il senso uditivo è naturalmente adattato a un ambiente all’aperto senza riflessioni sonore da soffitti e pareti.

E replicare le qualità acustiche naturali negli ambienti interni, serve ad ottimizzare gli spazi secondo la percezione uditiva naturale, migliorando la chiarezza di voce, suoni e contenuti in ascolto.

Infatti se vi dovesse capitare di entrare o visitare una casa vernacolare quello che subito attrae è il soffitto, che da parete a parete è la chiave per ottenere una vasta superficie fonoassorbente, riducendo l’intensità del suono, abbreviando i tempi di riverbero e migliorando la chiarezza della voce e il comfort uditivo complessivo.

Sostenibilità non è soltanto una parola, è un movimento collettivo per difendere sin anche tutte le consuetudini riferite e, per questo richiede un impegno concreto.

Infatti le pareti di anno in anno assemblano strati di fumigine e calce che crea con il passare degli anni una pellicola fondamentale per riverberare con cautela il parlato.

Anche il solaio, così come veniva fatto, era un’opera o architettura del bisogno diretta dalle donne ed eseguita dagli uomini e, aveva due momenti cruciali in cui la struttura e tutti gli adempimenti più pesanti erano diretti dalle donne ed eseguiti dagli uomini mentre le rifiniture sostanziali all’uso e all’ascolto e, ogni solaio portava la firma non scritta di chi l’aveva pensato, assemblato, finito.

Le madri dicevano: “Se il solaio è buono, non senti nulla, ma se è mal fatto, ti entra nella testa come un tamburo.”

E non era solo un modo di dire, perché i rumori, i freddi, i vuoti non ben chiusi, diventavano col tempo piccole crepe nella convivenza.

Per questo la costruzione del solaio era sempre accompagnata da un’attenzione collettiva, quasi rituale e, nessuno lo faceva da solo, perché un lavoro di casa, ma anche di comunità.

Nei paesi dove le famiglie erano cresciute dentro le stesse mura, si poteva ancora sentire, a distanza di anni, il modo in cui erano stati costruiti i solai.

Alcuni erano elastici, leggermente cedevoli sotto il passo, mentre altri, sembravano assorbire tutto, anche le voci.

Le donne più anziane riconoscevano i materiali dal rumore secco che veniva da sotto. “Questo è o secco,” dicevano, “questo invece è terra cruda con calce. Qui hanno fatto bene.”

Non c’era solaio uguale all’altro, ma tutti seguivano quella logica stratificata che mescolava terra e tecnica, silenzio e resistenza.

Nessuno usava cemento, nessuno parlava di norme, ma piuttosto di tenuta, di isolamento, di pazienza nel fare le cose bene.

Il tempo era parte del materiale e, si doveva aspettare che ogni strato assestasse, che ogni laminato trovasse il suo equilibrio.

Col tempo, quando alcune case vennero rinnovate, i nuovi materiali cominciarono a sostituire i vecchi, solaio di legno fu coperto da gettate di calcestruzzo, le lamie quadrangolari scomparse sotto piastrelle industriali.

Ma nelle case dove ancora si poteva vedere un frammento di quel vecchio solaio, una trave viva, una mattonella consumata al centro, una fuga sottile colma di calce, si leggere ancora la storia.

Si sente il passo lento di chi, sopra, si muoveva piano per non disturbare chi viveva sotto, in tutto un passo che non era solo rispetto, ma parte stessa della struttura.

E oggi, quando quelle case vengono recuperate, spesso si scopre che i solai originali sono ancora là, nascosti sotto strati più recenti, ma ancora sani, ancora capaci.

Basta sollevare un angolo, ascoltare il legno, sentire l’odore della paglia pressata, ed è lì che l’architettura del bisogno diventa memoria solida, che regge non solo i piani superiori, ma tutto quello che nel tempo si è costruito sopra: vite, parole e silenzi.

In tutto l’assetto dell’architettura del bisogno presso gli arbëreshe, erano le donne a stabilire dove cominciava e dove finiva la cosa da fare. Con un bastone, una pietra, o semplicemente con il piede, tracciavano a terra un segno. Dicevano: “Qui ci vuole un muretto basso,” oppure “Qui lo spazio serve largo, per stendere, per stare seduti, per vedere chi entra.” Nessuno chiedeva perché. Gli uomini prendevano gli attrezzi, i materiali, e iniziavano. Non si trattava di obbedienza cieca, ma di fiducia in un sapere che veniva da lontano.

Il primo momento cruciale era sempre quello della costruzione grezza. I materiali si portavano a spalla, si sceglievano le pietre una per una. Le donne non toccavano quasi nulla con mano, ma erano sempre lì. Coordinavano i ritmi. Dicevano quando bastava scavare, quando bisognava alzare di un palmo, quando una pietra era troppo larga o troppo friabile. Le frasi erano brevi, decise. Ogni parola serviva. Gli uomini non si prendevano licenze: se una cosa non era chiara, si aspettava il cenno.

Durante la costruzione, le donne preparavano da mangiare e intanto osservavano. La posizione del sole, il vento, il modo in cui l’ombra cadeva dentro lo spazio nuovo. Le più anziane avevano occhio per tutto. Dicevano: “La pioggia batterà qui prima che altrove, fate in modo che scorra via.” E così si faceva. Non era solo una casa, era una creatura viva che doveva respirare, durare, proteggere.

Il secondo momento cominciava quando la struttura era finita. A quel punto gli uomini si fermavano, le donne prendevano il tempo per sé. Entravano nello spazio ancora grezzo, ancora sporco di terra e polvere, e ci camminavano dentro.

Lo percorrevano in silenzio e poi iniziava il lavoro di fino lee mani femminili che rifinivano gli spigoli, aggiustavano le altezze, riempivano i vuoti.

Le sedute venivano sistemate con piccoli panni sotto le gambe, gli angoli diventavano utili, i ripiani nascevano da nulla.

La cosa più importante era che lo spazio cominciasse a parlare. Non parlava con voce, ma con uso. Le donne ascoltavano col corpo: dove si inciampava, dove faceva freddo, dove mancava qualcosa. Sistemavano. Tutto doveva servire.

Niente doveva essere solo bello, ma tutto doveva avere un senso. Ogni oggetto aveva un posto, ogni gesto doveva poter compiersi senza spreco.

La casa, o la stanza, o il magazzino, diventava così un’estensione della donna che l’aveva pensata. Quando una giovane si sposava e veniva portata in casa nuova, le altre donne venivano con lei. Non era solo un rito: serviva a sistemare, a renderla abitabile, a darle il giusto orientamento. Senza quelle rifiniture, lo spazio restava muto. Con quelle mani, invece, si apriva e cominciava a vivere.

Le donne non firmavano nulla. Nessun nome restava inciso da nessuna parte. Ma ogni cosa fatta bene portava la traccia di chi l’aveva pensata. Bastava entrare in un cortile per capire se lì c’era passata una mano attenta. Bastava sedersi a un focolare per capire se lo spazio era stato finito da una donna che sapeva ascoltare.

 

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                             Napoli 2025-09-25

 

 

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"Katundë Arbëreşë tra Storia, Credenza, Parlato, Ascolto e Urbanistica "

“Katundë Arbëreşë tra Storia, Credenza, Parlato, Ascolto e Urbanistica “

Posted on 23 settembre 2025 by admin

Bimbaa2Atanasio PIZZI Architetto BASILE – Le popolazioni insediatasi nel meridione a seguito della diaspora balcanica, si riconoscono nello storico enunciato secondo cui: il sangue sparso si unisce nel ricordo; (gjàku i şëprishurë su ghàrrùa), il che sintetizza la misura delle innumerevoli gocce, dello stesso sangue, che trovarono dimora nell’ampolla, denominata: Regione Storica Diffusa e Sostenuta dagli Arbëreşë.

Tutto nasce dalla necessita di un popolo, stretto tra i flutti di un destino crudele e le fiamme della propria coscienza, decise di partire, non per fuggire, ma per custodire.

Custodire una verità antica, una morale non scritta che scorreva nelle vene come il sangue e che nessun decreto, nessun esercito, nessuna ideologia avrebbe potuto estirpare.

Da quella terra aspra e sacra che si affaccia sull’Adriatico dove le montagne parlano la lingua degli antenati e le acque portano ancora l’eco dei giuramenti fatti contro la luna, essi presero il mare, non per cercare fortuna, ma per restare fedeli e, continuare a essere ciò che erano, in casa loro.

Ogni passo di questo esodo fu un atto di resistenza silenziosa, perché non c’erano armi, né proclami, solo famiglie intere, madri e padri, anziani e bambini che si muovevano con la dignità di chi sa che la propria cultura vale più dell’oro, più della vita stessa.

Essi attraversarono terre sconosciute, valicarono confini invisibili tracciati dai potenti, e si insediarono in nuovi mondi portando con sé non solo il pane e la lingua, ma soprattutto l’anima.

Eppure, la storia ufficiale, quella scritta nei palazzi del potere e nei salotti degli accademici, ha spesso preferito ignorarli. O peggio, confinarli in note a piè di pagina, derubricandoli a fenomeno folclorico, o manipolandoli con ambiguità travestite da analisi.

E quanti oggi alla fine di un inutile carriera di lampi e tuoni che svelano la propria catastrofe, sono proni davanti ai nuovi dogmi del consenso, inventano itinerari di germoglio che questi uomini e donne non hanno mai rappresentato e, rappresentato: la morale di resistenza attraverso i secoli di una discendenza indoeuropea che non ha bisogno di certificati scritti o grafitati.

Ma questa è la loro storia che non chiede gloria e, noi siamo qui per raccontarla, delineando le direttrici fondanti degli insediamenti Arbëreşë, nati delle ondate migratorie ancora poco note e, limitato a nord dal potere romano e inseguiti da est dalla luna che non ha mai smesso si calare e, oggi si traveste di sole.

Essi non si sono fermati a ricostruire un’identità perduta, ma contribuito attivamente alla definizione delle dinamiche abitative, produttive e religiose dei territori in cui sono giunti, costituendo un laboratorio sociale e religioso per calmierare il confronto tra oriente e occidente.

Nelle regioni di Sicilia, Calabria, Basilicata, Campania, Puglia, Abruzzo e Molise, il Mezzogiorno intero, essi si sono strutturati mantenendo tratti linguistici, religiosi e organizzativi comuni, senza non poche difficoltà per interagirsi con il tessuto locale, secondo le arche strategiche prestabilite.

Queste macroaree si leggono ancora oggi non soltanto come ambiti geografici, ma come sistemi di resistenza e adattamento, nei quali e attraverso i quali, la memoria collettiva e le esigenze del quotidiano hanno modellato ogni cosa, ad uso di codici specifici secondo antiche consuetudini.

La topologia d’insediamento segue le logiche di difesa di iunctura familiare connesso tra centro antico e la natura circostante, secondo gli snodi e le tappe della credenza misura per fare anche una chiesa nuova.

Le architetture vernacolari, i sistemi di aggregazione familiare, i vichi, gli archi i vicoli ciechi e gli otri botanici, sono la forza strategica di una cultura della sopravvivenza e dell’autonomia che bandisce le murazioni del Borgo medioevale.

Qui la casa assume un valore rituale oltre che funzionale attraverso il parlato, l’ascolto della lingua e, rendeva solido il modello fatto di consuetudini solidali mai rinnegate.

I materiali impiegati, l’orientamento delle costruzioni, le modalità di aggregazione, evidenziano un sapere tecnico legato alla memoria collettiva che diviene credenza e ricordo di provenienza.

La chiesa non è solo religione ma anche un simbolo di uguaglianza dove generi e fratrie non si dispongono secondo le forme piramidali dei poteri forti, ma secondo il rispetto fraterno espresso dal governo delle donne arbëreşë.

La chiesa è fulcro insediativo diretto dal sole e, il sacro rende solidale l’uguaglianza civile, le feste, i battesimi, i matrimoni e i funerali sono riti comunitari che uniscono famiglie segnando spazio sacro e spazio abitato.

Il parallelismo ambientale qui ritrovato, mette a confronto le dinamiche e i patimenti del Meridione italiano, evidenziando affinità strutturali, nonostante la diversa matrice culturale.

Questa analogia consente di leggere l’insediamento non come corpo estraneo, ma come una delle tante risposte storiche alla questione dell’abitare il Sud collinare, che ancora oggi interroga la pianificazione, la conservazione e la valorizzazione dei piccoli più moderni incontaminati.

 Così come stupisce il percorso storico di integrazione secondo un progetto antico, di cui ancora oggi, pochi ne hanno saputo trarne i principi o i contenuti di radice, per poi avere i benefici di integrazione mediterranea tra popoli, oggi in affanno, pena e bisogno.

Nel cuore del Meridione, dove le strade si arrampicano lente tra faggi, castagni, gelseti e pietre antiche, esistono luoghi che sembrano resistere al tempo più per ostinazione che per caso.

Sono i piccoli centri montani arbëreşë, ovvero i Katundë, che restano abbarbicati alle alture del cuore mediterraneo peninsulare che sono più delle isole culturali, circondate dal bosco, in tutto centri antichi che non compaiono nelle mappe dei turisti, ma che custodiscono una memoria lunga e profonda, fatta di vento, di silenzi e di voci basse.

Questi centri, non sono semplicemente “aree interne” da sviluppare ma sono luoghi da sostenere con garbo, dove il tempo è segnato dalle campane della chiesa, mentre i frutti stesi al sole davanti casa sono pronti a fare  radici nuove, questo è il ciclico, dove il paesaggio non è sfondo ma risorsa primaria.

In esso si avverte una forma di verità ruvida, senza ornamenti, in tutto la verità di un meridione che ha vissuto ai margini, ma con una densità spirituale difficile da ritrovare altrove.

Camminare tra le vie e i vicoli articolati di questi centri antichi, anche in inverno, quando le nubi rasentano i tetti e le campane scandiscono le ore, ed è qui che si avverte sempre la presenza l’idea di quanti in casa sostengono questi luoghi, dove la modernità non è assente, ma si muove con passi incerti e rispettosi, a volte respinta e, avvolte è lei che ascolta stupita.

Le voci che in ogni casa chiusa, ogni anziano che osserva e ogni bimbo che piange, raccontano un legame profondo con la terra, con la fatica, con la memoria che rende speciali questi luoghi.

L’olivetano arbëreşë adottato da Partenope 

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GLI ARBËREŞË DEI LUOGHI DEL COSTUMI E L’OPEROSITÀ SMARRITA (pà garbë ne crie janë arbërishtë ka makja)

GLI ARBËREŞË DEI LUOGHI DEL COSTUMI E L’OPEROSITÀ SMARRITA (pà garbë ne crie janë arbërishtë ka makja)

Posted on 20 settembre 2025 by admin

XXXXXXXXXNapoli (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – In questa diplomatica rivelatrice, non tratteremo degli arbëreşë quale entità astratta o campanilistica, né della versione ufficiale e centralizzata che proviene dalla terra madre diffusa da quanti, si arrogano il diritto di definire “arbërishtë” ogni variante linguistica che sopravvive fuori dai confini della moderna Albania in pena di riconoscenza.

Al contrario, voglio raccontarvi di cose solidamente e intelligenti vissute con omogeneità sino alla fine del XIX secolo, trattando per questo della regione storica diffusa, concreta, vissuta e sostenuta dagli arbëreşë, non nei libri, ma nella vita quotidiana, nella fratellanza, nei gesti e nelle parole tramandate con garbo solidale.

Questa regione non ha confini politici né un centro geografico preciso, non è un’entità amministrativa ma, operosa e, non risponde ai parametri della nazione moderna oltre adriatico ad est, che ha seguito la deriva prevista da chi guidava gli arbëreşë quando vennero qui nell’ovest dell’adriatico.

Ma di quello che fu solido reale e vivo in tutti i Katundë sparsi dalla Sicilia al Molise, tutta l’Italia meridionale.

Essa è fatta di voci, memorie, riti, paesaggi solidi in forma di ambiente e affettivi, tutti custoditi per secoli, o meglio sino al XIX secolo, adattando e trasformando la propria eredità in qualcosa di profondamente radicato e locale, pure connesso a una storia ampia e solidale.

Parlare di questa regione storica diffusa, significa riconoscere la soggettività e l’autonomia culturale degli arbëreshë, senza ridurli a semplici “varianti o derivati dell’albanesità nazionale”.

Significa anche rifiutare l’appiattimento che arriva da est dove ancora si, impone un’antica etichetta linguistica a realtà profondamente diverse, appellando tutti come parlanti “arbërishtë”, ignorando i contesti, le specificità, le storie e i patimenti che queste genti dovettero affrontare e superare senza agio alcuno.

Qui, invece, tratteremo di una regione costruita dalla pratica viva degli arbëreshë e, non una nostalgia, non un arcipelago di folklore, ma un paesaggio storico attivo, resistente, lo stesso che è stato in grado di raccontarsi senza bisogno di deleghe della madre patria che arretrava nello scenario europeo condiviso.

Oggi si allestiscono musei del costume e si espongono, con orgoglio ma spesso senza riguardo, gli attrezzi che furono indispensabili alla vita contadina delle comunità arbëreshë.

Tuttavia, in questa operazione si finisce per svuotare questi oggetti del loro senso originario, in quanto in essi non è racchiuso semplicemente il lavoro manuale del singolo, ma l’operosità collettiva di un gruppo che costruiva case, coltivava la terra e praticava la pastorizia in forma cooperativa.

Non si tratta di reliquie di un passato folclorico, ma di testimonianze di un’organizzazione sociale concreta, fatta di alleanze, di patti, di convivenze profonde e tutte condivise, senza le quali niente avrebbe potuto essere raccolto.

Si espone il vestito nuziale come se fosse solo espressione estetica o simbolo arcaico di un matrimonio di un singolo genere, in tutto un emblema di preparazione di “un ratto matrimoniale o endogeno nel senso etnografico del termine”.

Ma si dimentica che quel matrimonio, in molti casi, era un patto condiviso, frutto di logiche comunitarie e territoriali, in cui il legame tra generi e famiglie rafforzava l’equilibrio di ogni Katundë.

Ogni oggetto, ogni tessuto, ogni arnese porta con sé relazioni tra generi, non semplici usi e musealizzarli senza comprenderli è, in fondo, un modo di tradire la loro funzione e, con essa, la vera storia della regione storica che gli arbëreshë hanno costruito e vissuto in fraterna condivisione.

Quando oggi prendiamo la parola seguendo il solco tracciato da figure umili ma luminose come Baffi, Bugliari, Giura, Scura e Torelli, non stiamo solo facendo memoria, ma stiamo riprendendo un itinerario solido, fondato sulla condivisione fraterna, sull’impegno collettivo, sulla fedeltà al proprio luogo colmo di identità.

Questi uomini non erano eroi isolati, ma interpreti di un agire e fare comune, essi camminavano insieme, portavano avanti battaglie culturali, linguistiche e sociali non per ambizione personale, ma per costruire un futuro condiviso da ogni figura che si sentiva arbëreşë.

Questa è una strada dissimile da quella percorsa da chi, nel buio delle proprie prospettive culturali o nella miopia di calcoli politici, ha tradito i propri simili, cedendo a facili compromessi in cambio di agio, denaro o visibilità campanilistica.

Questi ultimi non sono altro che figure distaccate dalla realtà vissuta dalla comunità intera e, oltremodo incapaci di sentire il respiro collettivo di una regione storica diffusa, che si sostiene solo grazie alla solidarietà, alla memoria e alla responsabilità reciproca.

Parlare oggi con la loro voce, quella dei Giura e degli altri, significa non lasciarsi sedurre dalla rappresentazione sterile del folklore o dall’individualismo mascherato da leadership.

Ma significa riconoscere che la vera forza degli arbëreshë non è mai venuta da un singolo, ma dalla coesione consapevole di una comunità che ha scelto di non perdersi, anche quando tutto intorno cambiava e loro si moltiplicavano e crescevano sotto il governo delle donne.

Oggi si tende a valorizzare le attività dei singoli, a celebrare personalità isolate, spesso scelte non per merito o visione, ma per comodità politica o convenienza economica.

Si preferiscono figure meno adatte, meno formate o, culturalmente ignare di ogni cosa, perché più facilmente gestibili per essere sottomessi agli interessi di poteri esterni.

Siano esse figure economiche, istituzioni o associate a fratrie locali, il processo che si propone, perde completamente di vista la progettazione di una pluralità di luogo, cioè di un territorio pensato come spazio condiviso, abitato da differenze che collaborano con individui in competizione.

Non si costruiscono percorsi collettivi, non si favorisce la cooperazione tra realtà locali, non si valorizzano le comunità nella loro complessità, ma si produce perentoriamente una narrazione semplificata, in cui pochi parlano per tutti, spesso senza alcun mandato comunitario, ma con l’appoggio di reti di potere invisibili e trasversali.

Così, ciò che dovrebbe essere bene comune, attraverso la lingua, la memoria, il paesaggio culturale, diventa strumento di potere privato, svuotato di senso e restituito sotto forma di rappresentazione sterile, buona solo per mostre, convegni autoreferenziali o progetti calati o trasmessi dalle antenne dall’alto.

Oggi assistiamo al paradosso di vedere progetti culturali, mostre, festival e “attività divulgative identitarie” ispirate e suggerite dalla moderna Albania.

La stessa Albania che, nel secondo dopoguerra, ci ha appellato come traditori, come figli illegittimi di una patria abbandonata, accusandoci di essere fuggiti nel momento del bisogno.

Siamo stati, per loro, una vergogna, un’anomalia da ignorare o ridicolizzare, eppure oggi, gli stessi che ci hanno negato la dignità storica, tornano alla carica per appropriarsi della nostra memoria, cercando di riplasmarla secondo la loro narrazione ufficiale.

Questo è un tentativo sottile ma violento che si traduce ne fare a noi ciò che gli Ottomani fecero a loro dalla epica battaglia dei merli, ovvero assorbire, omologare, spogliare l’identità di ogni autonomia.

Nel panorama identitario albanese contemporaneo si assiste a un progressivo irrigidimento del canone storico, operazione che non solo semplifica la complessità del passato, ma la riscrive secondo esigenze ideologiche del presente.

Simbolo eloquente di questa riscrittura è la figura di Giorgio Castriota Skanderbeg, ridotto spesso a un’icona folklorica, svuotata della sua reale densità politica e culturale.

Il suo eroismo, inizialmente inscritto in una rete di alleanze transnazionali e in una lotta pan-balcanica contro l’espansione ottomana, viene oggi incasellato in una narrazione esclusivamente nazionale e monocorde.

Emblematico è anche il trattamento riservato al suo legame con Vlad III di Valacchia, l’”Ungherese” Vlad, spesso relegato ai margini o trattato con sufficienza.

La fratellanza politica e simbolica tra i due condottieri, uniti dalla comune resistenza contro l’Impero Ottomano, viene ignorata o derubricata a dettaglio secondario, perché estranea alla retorica di un eroe puramente “albanese”, privo di contaminazioni.

Questa rimozione storica non è casuale e, si inserisce in un più ampio processo di purificazione del passato, dove tutto ciò che non rientra nel modello dell’”albanesità moderna”, spesso laicizzata ma ancora intrisa di nostalgia.

In questo contesto, appare significativa anche l’assenza degli albanologi contemporanei dai luoghi simbolo della memoria diasporica e transnazionale, come Napoli e in particolare il Maschio Angioino.

Qui, nella porta bronzea del castello, si conserva un’eredità materiale e simbolica che richiama direttamente la presenza albanese in Italia.

Eppure, quest’opera, in cui alcuni studiosi intravedono riferimenti alla nobiltà arbëreşe e alla memoria del Castriota, resta ignorata da chi dovrebbe interrogarsi sul destino europeo degli albanesi attorno e davanti ai Balcani.

Questo silenzio non è neutrale, ma è lo specchio di una storiografia che preferisce alimentarsi di un “ottomanesimo” identitario, dove l’Albania si riscopre figlia legittima del sultano, e non anche del papa, imperatore, del re o del principe valacco.

Una visione, questa, che finisce per essere una forma di autonegazione culturale, uno “schiaffo morale ed etico”, per usare parole forti ma necessarie, a quella parte di memoria storica che resiste ai riduzionismi.

La stessa lingua arbëreşe viene inglobata sotto la comoda etichetta di “arbërisht, forma dispregiativa plaudeste” privata di ogni forma di rispetto e, la sua autonomia, la sua lunga elaborazione in terra italica candidamente sostenuta dalla radice.

Questa pretesa egemonica, che si maschera da “fratellanza ritrovata”, è in realtà un’operazione politica e culturale ben precisa, che mira esclusivamente a svuotare la “regione storica diffusa e sostenuta degli arbëreshë” della sua forza autonoma, per trasformarla in un’appendice folklorica dell’albanesità di Stato.

Ma noi non siamo l’eco lontana di una patria perduta, perché restiamo solide figure di un territorio culturale vivo, con una storia propria, una lingua propria e un’eredità che non ha bisogno di essere omologata da chi ha preferito piegarsi e non patire, per poter esistere.

Purtroppo per loro e, per fortuna nostra, tra gli arbëreshë esistono ancora oggi figure alte, persone che hanno conservato non solo la memoria, ma anche la competenza profonda per leggere ogni gesto, ogni copricapo volgare, tessuto, canto o silenzio.

Queste figure Olivetane sono i custodi consapevoli, non nostalgici o passivi e, sanno distinguere ciò che vale da ciò che viene venduto come folklore o importato dalla terra parallela abbandonata, perché essi sanno riconoscere le vere radici da quelle inventate per assecondare mode o progetti esterni.

A quanti sanno conoscono e sono solidamente formati non fa paura questa nube fitta di ignoranza che continua a invadere la nostra “terra parallela ritrovata”, tradita più volte dai preposti che avrebbe dovuto proteggerla.

Non si contano le volte che fu proposto di modellarla a immagine e somiglianza di un’identità precostituita, ma noi conosciamo le vene vive di questa terra e, ne riconosciamo il respiro, ne leggiamo i segni, ne ascoltiamo le voci per impedirlo.

E finché ci saranno queste figure alte, silenziose, ma radicate nella regione storica, essa non potrà mai essere espropriata dai suoi principi antichi conservati ad ovest del fiume Adriatico.

I musei del costume, così come quelli delle arti, non possono continuare a esistere come esposizione di singoli abiti o di opere solitarie, se il loro stesso nome non riflette la voce profonda della terra che intendono rappresentare.

Quando si tratta di cultura arbëreşe, la lingua usata per designare questi luoghi ha un valore che va oltre la comunicazione o atto identitario.

Non basta raccogliere tessuti, ornamenti, ricami, strumenti, non basta etichettare le cose come “albanesi” per ricostruire una memoria viva.

L’arbëreşë non è una variante linguistica dell’albanese moderno, ma la sua radice sempre viva che si denota come una tempesta parallela che vive e si rigenera da sola, custodendo nei secoli un’identità autonoma, fondata sul dettaglio, sul gesto, sul silenzio che conserva e osserva atti.

È una cultura che non ha mai avuto lo sguardo della massa, ma ha sempre valorizzato il Katundë, inteso sia come ambito tradizionale, sia come un loco portatore di memoria.

Ogni costume è un microcosmo, ogni canto un lascito, ogni attrezzo, ogni ornamento un discorso inciso nel tempo e, in questa prospettiva, chiamare un museo “Muzeu della cultura albanese” invece che “Mëndià Arbëreşe” significa togliere radici, per uniformare ciò che per sua natura appartiene a noi tutti.

Il nome in arbëreşe non è nostalgia, ma verità, riconoscimento dell’alterità e della specificità, in tutto una forma di rispetto verso le comunità che, pur marginali, hanno custodito nei secoli una lingua, una memoria di sostanza ancora non compresa dalle categorie della contemporaneità.

Un museo, se vuole essere luogo vivo e non solo vetrina, deve parlare la lingua di chi ha generato i suoi contenuti e, in questo caso, l’unica lingua possibile è l’arbëreşe, la stessa parla ognuno di noi discendenti, della:

– Regione storica diffusa e sostenuta dagli Arbëreşë

Atanasio Architetto Pizzi                                                                                                                                                                                                               Napoli 2025-09-20

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E ANCHE QUESTA FAVOLA DIVENTA UN GIOCO Palljashmitj i bhërj britë trimaxitë

E ANCHE QUESTA FAVOLA DIVENTA UN GIOCO Palljashmitj i bhërj britë trimaxitë

Posted on 18 settembre 2025 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Nel corso della formazione, fin dai primi anni di vita, i bambini incontrano le fiabe come un primo ponte tra realtà e immaginazione, tra esperienza e simbolo.

Storie come Biancaneve, Pinocchio, Cappuccetto Rosso o Il gatto con gli stivali non sono semplici racconti, ma universi narrativi in cui ogni personaggio, ogni gesto, ogni dettaglio ha un ruolo insostituibile.

Tuttavia, col tempo, abbiamo spesso ridotto queste fiabe a icone individuali, mitizzando il protagonista, la bella addormentata, il burattino disobbediente, la bambina col mantello rosso e, oscurando l’insieme.

Ma una fiaba non è fatta per esaltare un solo personaggio, il suo fascino non vive nella figura eroica, ma nell’intreccio delle relazioni, nella coralità delle voci, nell’equilibrio di tutte le presenze che la compongono.

Isolare una figura e farne il centro assoluto del racconto non è solo una semplificazione: è una perdita di senso.

Ogni storia vive nella sua totalità, Biancaneve non esisterebbe senza la Regina, senza i nani, senza lo specchio; Pinocchio non ha senso senza Geppetto, il Grillo, la Fata, Mangiafuoco; Cappuccetto Rosso è solo una bambina qualunque se non c’è il lupo, la nonna, il bosco, il cacciatore.

Formare gli infanti attraverso le fiabe significa educare alla complessità dell’insieme, non all’idolatria del singolo e, significa mostrare che ogni personaggio ha un ruolo, ogni scelta una conseguenza, ogni voce un valore, sin anche quelle che sembrano minori.

Questa edito non vuole riscrivere le fiabe, né rovesciarle, ma vuole rileggerle come sistemi narrativi vivi, dove nessuno è protagonista assoluto e tutti concorrono al significato.

È un invito a guardare le storie con occhi più ampi, ad ascoltare anche chi sta sullo sfondo, a comprendere che la vera ricchezza non sta nella gloria individuale, ma nell’armonia dell’insieme e, solo così, la fiaba conserva il suo potere educativo, solo così, diventa davvero formazione o informazione.

Le fiabe classiche che attraversano la formazione infantile, come: Pinocchio, Cappuccetto Rosso o Il gatto, non sono racconti semplici, né mai nate per essere ridotte a mascotte scolastiche, a oggetti scenici o a temi da ricorrenza.

Sono epiche di formazione, narrazioni profonde e stratificate, che parlano simbolicamente di crescita, paura, desiderio, responsabilità, perdita e identità.

Eppure, troppo spesso, anche in ambiti educativi e istituzionali, si cede alla tentazione di semplificare il racconto, di “approvarlo” e proporlo solo attraverso elementi iconici e isolati: la casetta nel bosco, la mela avvelenata, il lupo cattivo, la giostra del paese, il naso lungo, la scarpetta smarrita.

Oggetti e simboli che, estrapolati dalla complessità narrativa che li genera, diventano feticci privi di forza formativa, perché una storia non si educa con una sola casa, non si cresce con un solo bosco, non si comprende il mondo attraverso una giostra.

Ogni fiaba è un organismo narrativo complesso, in cui ogni personaggio, anche il più silenzioso, contribuisce al senso, e in cui ogni ambientazione è parte di un percorso simbolico più ampio.

Ridurla a una “festa a tema” o a un “laboratorio sul personaggio” rischia di svuotarla della sua funzione originaria che, deve educare all’equilibrio tra immaginazione e realtà, tra giusto e ingiusto, tra sé e l’altro.

Non si può fare vera formazione infantile se si censura la complessità, non si può parlare di crescita senza attraversare l’intera storia, non si può approvare una fiaba spezzata, frammentata o trasformata in prodotto.

Solo restituendo l’interezza del racconto, solo ricomponendo il senso dell’insieme, possiamo rendere queste fiabe ancora vive, ancora capaci di formare, ancora degne di entrare nelle scuole, nei programmi, nelle istituzioni.

Perché non è con una mela, un bosco o una giostra che si cresce, giacché con il racconto intero, e con tutti coloro che la vissero che si fa formazione e si dà senso a quella determinata esperienza.

Questa riflessione nasce non da un intento polemico, ma da un’osservazione ineludibile, viste
le attività promosse da alte istituzioni nazionali, in accordo con gli apparati preposti all’informazione di massa, con il rischio di svuotare di senso ciò che dovrebbe costituire il cuore della trasmissione culturale.

Parliamo non della favola o del racconto popolare, simbolico, antico, ma parliamo della narrativa che, più di ogni altra, ha saputo educare all’ascolto, alla convivenza, alla paura e alla speranza, alla relazione con l’ignoto, alla gestione del desiderio e del limite.

Eppure, queste storie, patrimonio del Mediterraneo, voce millenaria di popoli migranti, di madri narratrici, di alfabeti orali e linguaggi del cuore, vengono oggi ridotte, spezzettate, svuotate.

E dalla favola resta solo la scenografia infantile di una recita scolastica, la figura stereotipata per un laboratorio, l’oggetto di consumo di una festa tematica.

Lasciando sfuggire in dato che proprio questa storia è stata, il modello più solido di accoglienza e di trasmissione simbolica dell’identità collettiva nel Mediterraneo.

Un modello che educa non separandolo ma unendo, non si semplificava, ma si stratificava, e la si rende narrazione unica e indivisibile.

Quando una favola viene spezzata, quando si isola un personaggio, si svuota il contesto, si rimuove la complessità, non resta nulla di quel modello originario che fa memoria.

E se proprio quel modello risagomato viene “approvato” dalle istituzioni, svuotato della sua coerenza, allora cade a terra ogni forma di culturale che mira a definirsi educativa o informazione.

Non si può parlare di accoglienza, se si esclude la voce del diverso nella fiaba, non si può parlare di identità, se si taglia il filo simbolico che collega il narratore all’ascoltatore, non si può fare cultura, se si manipola il racconto per adattarlo a contesti superficiali e privi di profondità educativa, specie se di un luogo minore.

La fiaba è un corpo intero, non un collage, in quatto organismo narrativo completo, con il suo respiro, le sue pause, i suoi rischi, le sue svolte.

Privarla di tutto questo significa non solo tradirla, ma tradire ciò che siamo stati e ciò che potremmo ancora essere.

Quando la fiaba cade, cade anche la possibilità di credere in un altro, in un futuro, in una parola che insegni, consoli e, con essa, si sgretola anche il senso della cultura come sistema vivo.

A breve, secondo quanto annunciato da fonti ufficiali, avrà inizio un’iniziativa promossa da un accordo tra lo Stato e il sistema Informativo pubblico, volto a raccontare e celebrare “una favola della nostra tradizione orale meridionale”.

Un progetto presentato come nazionale, educativo, storico e, nelle dichiarazioni iniziali, si promette di valorizzare “il patrimonio simbolico, culturale e popolare che unisce il nostro Paese”.

Eppure, alla prova dei fatti, di nazionale ha ben poco, perché le regioni realmente protagoniste di quella favola sette, tutte storicamente coinvolte in un modello culturale comune e stratificato con lo scorrere del tempo, di cui sono state escluse, tranne una.

Una sola regione chiamata a rappresentare l’intero racconto, una sola a parlare, mentre le altre restano in silenzio ad ascoltare un racconto minimale.

E per tutte le altre, una promessa vaga nel proprio immaginario: “Per ora basta così, il futuro sarà chiaro e coinvolgerà forse tutti.”

Ma una favola non si racconta a metà, una cultura non si costruisce per turni, un banchetto non è un vestito di mezza festa o mezzo lutto

La favola che si voleva celebrare parla di un tempo lontano in cui sette regioni del sud si incontravano, si scambiavano stoffe, parole, proverbi, sogni e, ogni anno, i Katundë a primavera si preparano alla memoria collettiva, le strade si riempivano di voci canti e balli, in costume e, raccontano storie, con le parole che passa di bocca in bocca come un semi da piantare.

Non c’era un re, non c’era un centro, ma equilibrio narrativo e culturale, fragile ma reale, in cui ogni terra portava qualcosa che nessun’altra poteva imitare.

Le discussioni erano accese, si parlava di chi aveva il grano migliore, il canto più antico, la danza più rotonda e, pur se nessuno pretendeva di avere tutto, è la pluralità a rendere quel racconto una favola vera.

Oggi, invece, si vuole raccontare quella stessa favola da una sola finestra, su un solo balcone, con una sola voce.
Si distribuiscono microfoni, telecamere e calamai, come se fossero premi, non strumenti di condivisione.
Si costruisce un evento che dimentica che il Mediterraneo è polifonico, che la tradizione non è una proprietà, ma un coro di esperti in canto di generi.

Così facendo, si spezza non solo la storia, ma anche il senso stesso della cultura e, si trasforma una narrazione collettiva in una favola mutilata, dove il banchetto non è più festa, ma spettacolo di un solo mescitore; i costumi diventano scenografie senza memoria di protocollo, e le discussioni vengono silenziate in nome dell’efficienza mediatica, che interrompe il discorso, per promozione indigena.

Una favola senza tutti i suoi narratori non è una favola, ma una rappresentazione vuota, utile solo a chi deve mostrarsi, non a chi vuole formare.

E intanto, le altre regioni aspettano, siedono fuori dalla sala, e sull’erba del giardino, con in dosso i loro pani, i loro racconti, i loro gesti e, nel contempo si domandano: “È davvero questo il modo di raccontare chi siamo noi arbëreşë?”

 

Atanasio Architetto Pizzi                                                                                     Napoli 2025-09-18

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IL SENSO STORICO OLIVETANO È PIÙ GENUINO DEL SCARLATTO LETTERATO (jatroj thë nghëruituratë ruenë me zëmer crjè e gàrbë)

IL SENSO STORICO OLIVETANO È PIÙ GENUINO DEL SCARLATTO LETTERATO (jatroj thë nghëruituratë ruenë me zëmer crjè e gàrbë)

Posted on 16 settembre 2025 by admin

tort6NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – In origine, prima che l’industria del costruire prendesse forma, i centri antichi primari si fondavano su risorse naturali, saperi tradizionali e intenti condivisi.

Le abitazioni cosi progettate venivano realizzate con materiali locali quali legno, pietra, terra cruda e canne, il tutto poi veniva innalzato, secondo tecniche tramandate oralmente e, l’architettura rifletteva i bisogni del territorio.

E anche i Katundë si svilupparono in armonia con la natura, privilegiando la sostenibilità e la connessione con l’ambiente naturale.

Di contro le Civitas, nasceva attorno a un’idea di ordine sociale e spazio pubblico, dove la costruzione rispondeva più a una visione collettiva e politica.

Tuttavia entrambi i sistemi erano basati su relazioni, rituali e funzioni quotidiane, molto prima che la costruzione diventasse il profitto dell’industria.

Ne corso della storia, l’essere umano ha sentito il bisogno di unirsi ad altri simili sin dalle ere più antiche, per costruire spazi comuni dove vivere, scambiare beni, difendersi e praticare riti.

Prima ancora che l’urbanistica diventasse una scienza o che l’edilizia fosse regolata da tecniche industriali, la nascita di centri abitati in forma di, paesi e città si fondava su un forte senso di cooperazione sociale e, proprio da questa unione che nacquero i primi centri, le cui radici germogliarono nei nostri attuali insediamenti urbani.

I primi esempi noti di organizzazione sociale, per la costruzione di centri urbani si trovano in Mesopotamia, tra il Tigri e l’Eufrate, qui le popolazioni sumere intorno al 3000 a.C., fondarono città-stato come Uruk, Ur e Lagash, che avevano al centro un tempio (ziggurat), simbolo dell’unione tra potere religioso, civile e produttivo.

L’intera comunità partecipava alla costruzione degli edifici, lavorando secondo un sistema di ruoli e doveri condivisi e, il modello metteva al centro gli elementi pulsanti della vita urbana.

Anche nell’Antico Egitto, la costruzione di centri abitati e monumenti come le piramidi o i complessi templari non sarebbe stata possibile senza un forte sistema sociale unificato.

Qui la società si organizzava in gruppi di lavoro collettivo, spesso legati al culto del faraone, considerato un dio vivente.

Le città nacquero così attorno ai templi, con quartieri funzionali e un sistema di gestione che coinvolgeva operai, artigiani, scribi e architetti e, non era solo religione, ma una vera rete sociale organizzata attorno all’idea di costruire per il bene comune.

Con l’arrivo della civiltà greca, la costruzione dei centri urbani prese un carattere più politico e comunitario e, ogni città (polis) era progettata attorno all’agorà, una piazza pubblica dove i cittadini si incontravano per discutere, commerciare e prendere decisioni collettive.

I greci furono tra i primi a unire l’idea di architettura urbana e partecipazione civica, sviluppando un senso di appartenenza e di identità collettiva.

Anche la divisione degli spazi (residenziali, religiosi, commerciali) era pensata per favorire la coesione e la collaborazione tra le persone, anche se qui una sorta di diversificazione sociale iniziava  germogliare attraverso il modello (Hora).

I Romani perfezionarono l’idea di città come spazio pubblico condiviso e, ogni nuova colonia seguiva uno schema preciso: foro centrale, cardo e decumano (le due vie principali), templi, terme, anfiteatri e acquedotti.

In definitiva la costruzione non era più solo frutto di iniziativa religiosa o spontanea, ma parte di un grande sistema organizzativo basato su leggi, manodopera specializzata e amministrazioni locali.

Roma riuscì a creare un modello urbano esportabile, dove ogni cittadino, anche se lontano dalla capitale, si sentiva parte di un unico ed esteso sistema comunitario.

Dopo la caduta dell’Impero Romano, durante il Medioevo, la costruzione dei centri storici si diresse attorno a castelli, monasteri e chiese.

Le comunità si raccoglievano per protezione e sostegno reciproco, costruendo mura, piazze, mercati e case con l’aiuto di corporazioni di mestieri e confraternite religiose, sulla base anche delle esperienze che i romani acquisirono quando iniziarono ad espandersi per accumunare potere.

Ancora una volta, fu la cooperazione sociale a rendere possibile la nascita e lo sviluppo dei piccoli centri antichi e, qui ogni elevato edilizio rappresentava, non solo una funzione pratica, ma anche un legame sociale tra le persone che lo avevano costruito.

La storia della costruzione dei centri storici è anche la storia dell’unione tra le persone, dalla Mesopotamia all’Europa medievale, ogni civiltà ha saputo creare città e paesi non solo con pietre e mattoni, ma soprattutto con idee condivise, collaborazione e spirito comunitario.

Prima ancora della tecnica, fu la coesione sociale a dare forma ai primi paesaggi urbani della storia.

Fin dall’antichità, l’uomo ha sentito l’esigenza di proteggere, organizzare e collegare gli spazi urbani.

La costruzione di mura attorno ai centri abitati e l’adozione di sistemi di iunctura urbana, ovvero quei dispositivi architettonici e urbanistici che mettono in relazione le diverse parti della città, hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo storico delle città e dei paesi.

“Murare” un centro abitato non significava solo costruire una barriera fisica per proteggersi da nemici esterni.

Le mura urbane avevano un forte valore simbolico e sociale: delimitavano lo spazio della città civile rispetto al mondo esterno, rappresentavano l’autonomia politica, la sicurezza collettiva, e in molti casi anche l’identità culturale di una comunità.

Le mura assunsero un ruolo centrale: Nelle città-stato greche, come Atene, dove la cinta muraria legava la polis al porto del Pireo, garantendo continuità commerciale e difensiva;

Nell’Impero Romano, le città erano spesso circondate da mura fortificate, ma anche collegate da strade consolari, vere arterie di comunicazione.

Nel Medioevo, quando le mura difensive assumevano un carattere più marcato: torri, bastioni, porte urbiche e cammini di ronda diventavano elementi fondamentali per la sopravvivenza dei borghi.

Le mura condizionavano la forma urbana: lo spazio interno era limitato e per questo densamente occupato, favorendo lo sviluppo verticale (case torri) e l’organizzazione compatta della città.

Anche i percorsi interni, vicoli, corti e passaggi, erano spesso legati alla logica difensiva.

Con il termine shiesciole (variante dialettale o storica usata in alcune zone italiane) si indicano spesso passaggi coperti, vicoli stretti, gallerie urbane o collegamenti tra edifici, tipici dei centri antichi medievali o rinascimentali e, queste strutture, spesso nate in modo spontaneo, avevano una funzione ben precisa, ovvero: proteggere dai venti, dalla pioggia o dal sole; collegare parti diverse della città in modo più diretto, offrire passaggi sicuri in caso di attacco, favorire l’intimità e la coesione tra famiglie o comunità ristrette.

Le shiesciole erano spesso costruite su proprietà comuni o condivise, il che rafforzava l’idea di collaborazione sociale e di complicità urbana.

In alcuni casi diventavano veri e propri elementi identitari del luogo, contribuendo a creare un tessuto urbano “labirintico”, ma funzionale alla vita comunitaria.

Un cambiamento decisivo nella storia della progettazione urbana si ha con Ippodamo di Mileto (V secolo a.C.), il primo urbanista teorico dell’antichità.

Il di cui sistema a griglia, detta sistema Ippodameo, introdusse una nuova logica ovvero: la città non doveva solo adattarsi al terreno o alla difesa, ma doveva essere ordinata, razionale e leggibile.

Il modello Ippodameo si basava su: Strade ortogonali che si incrociavano a 90°, formando isolati regolari; una divisione chiara tra spazi pubblici, privati e sacri; un’organizzazione funzionale dei quartieri, pensata per favorire la mobilità, la ventilazione e la distribuzione delle risorse.

Questo sistema fu adottato dai Greci, perfezionato dai Romani (nelle colonie e accampamenti militari), e ripreso in epoche successive fino al Rinascimento e all’Illuminismo.

Anche molte città moderne derivano ancora da principi Ippodameo, adattati a contesti diversi.

Il valore del sistema a griglia non era solo tecnico, ma sociale e, facilitava l’integrazione degli abitanti, migliorava la gestione dei beni comuni e dava alla città un’immagine di ordine condiviso.

La storia urbana mostra come la città sia sempre stata un equilibrio tra due forze opposte: da un lato, il bisogno di chiusura (mura, controllo degli accessi, percorsi protetti), dall’altro, la necessità di apertura e connessione (strade, piazze, passaggi coperti).

Le mura difendevano, ma delimitavano, i sistemi di iunctura come le shiesciole e le griglie ippodamee, ricucendo, collegando e ordinando il sistema sociale contenuto.

La forza di una città non stava solo nella sua capacità di proteggersi, ma anche nella sua abilità di connettere persone, spazi e funzioni in un organismo vivente, flessibile e coerente.

Murare un centro abitato, tracciare strade, costruire passaggi coperti o pianificare l’assetto urbano a griglia: ognuno di questi gesti non è mai stato solo architettonico, ma profondamente sociale e politico.

Le mura raccontano la paura e l’identità; i sistemi di connessione narrano la volontà di unione, scambio e coesistenza.

Insieme, hanno definito il volto delle città storiche, rendendole non solo insediamenti, ma spazi di vita condivisa.

La storia degli Arbëreshë è una storia di radici profonde e di rami che si allungano verso la luce, come alberi che non dimenticano mai la terra da cui sono nati, questo popolo non cercava solo rifugio, ma cercavano un luogo dove ricominciare, dove custodire la memoria e dove farla fiorire nuovamente il suo credo e le cose ereditate in millenni di ascolto.

Gli Arbëreshë, per la loro posizione lungo l’antica via che da Roma conduceva a Costantinopoli, accolsero per secoli i pellegrini penitenti diretti verso la nuova chiesa. Da questa esperienza di ascolto e accoglienza, hanno sviluppato una profonda sapienza relazionale, che si è riflessa nella forma e nella struttura storica dei katunde, ricostruiti nella regione storica meridionale, ad ovest del fiume adriatico sino allo jonio.

Fu con questa volontà, la volontà di vivere e di condividere, che gli Arbëreshë iniziarono a riedificare antichi centri abbandonati.

Non si trattava di semplici ricostruzioni architettoniche: ogni pietra posta, ogni sentiero tracciato, ogni casa sollevata era un atto di amore, un gesto di resistenza culturale e spirituale.

Quei centri tornavano a vivere non solo grazie al lavoro delle mani, ma anche per il soffio vitale delle storie, delle paure, delle gioie e delle memorie condivise dalle genti che li abitavano.

In ogni borgo riedificato si riversava un’eredità collettiva: il bagaglio umano e culturale di un popolo che non aveva mai smesso di raccontarsi, di tramandarsi, di vivere insieme.

Le parole si intrecciavano alle pietre, le tradizioni alle mura, le usanze ai paesaggi, così, i centri abitati tornavano a pulsare, diventando spazi vivi, aperti, comunitari.

Ciò che emerge chiaramente è il valore profondo di questi insediamenti, in quanto luoghi non solo abitati, ma vissuti.

Essi erano aperti, permeabili, sempre in dialogo con la natura circostante, che li rappresentava e, in un certo senso, li accoglieva, di giorno, le colline, i boschi, i venti sembravano avvolgere quei paesi come una madre fa con i propri figli e, li proteggeva, li nutriva, li faceva crescere, con i figli, che a loro volta, imparavano a conoscere il ritmo della terra, i suoi silenzi, le sue stagioni.

Gli Arbëreşë hanno saputo fare di ogni centro abitato un cuore pulsante, un luogo di rinascita, un nodo vitale in cui la storia si intreccia con il presente.

E questa tessitura denota, la forza della condivisione, in tutto una scelta umana e politica, una forma di resistenza, un modo per custodire e rinnovare la propria identità.

Oggi spetta a noi, cultori responsabili, il compito solenne di custodire ciò che resta dei Katundë, non semplici villaggi, ma frammenti vivi di un passato che ancora respira sotto le pietre, tra i muri a secco, nei silenzi dei cortili abbandonati e nei nomi di luoghi antichi che il vento porta via un poco alla volta.

In un’epoca dove la modernità avanza come una nebbia uniforme, impalpabile ma implacabile, è nostro dovere non lasciare che questa coltre grigia cancelli i colori dell’identità.

Perché la globalizzazione, quando è cieca e disattenta, non unisce, ma appiattisce, perché il suo abbraccio non è materno ma gelido e per questo scompaiono parole, riti, mestieri, forme di vita che non hanno prezzo sul mercato ma custodiscono ricchezze che nessuna economia sa misurare.

I Katundë, con le loro architetture modeste ma cariche di senso, con le loro piazze dove ogni pietra ha udito racconti, sofferenze, nascite e partenze, sono specchi del nostro passato e, spegnerli, lasciarli marcire nel silenzio, equivale a rinnegare una parte di noi.

Ogni tetto che crolla, ogni porta che resta chiusa per anni, è una perdita più grande di quanto si voglia ammettere, perché esso rappresenta un nodo tagliato nella rete della memoria.

Non è nostalgia quella che ci spinge, ma coscienza storica e culturale, la stessa che ci impone di non cedere al fascino effimero di un progresso che non si interroga su cosa lascia indietro.

Le “sfere economiche”, così le chiamano, disegnano confini invisibili con mappe fatte di interessi, ma non conoscono il valore di una canzone popolare sussurrata da una nonna al focolare, o la sacralità di un gesto antico compiuto durante una festa di paese.

Noi siamo i custodi, non per scelta, forse, ma per devozione, e la custodia non è un atto passivo, ma resistenza, ricerca, amore lo stesso che ci ostina a raccontare ancora, insegnare, tramandare e scegliere ogni giorno di non dimenticare.

Perché un giorno, forse non lontano, qualcuno cercherà tra le rovine quel che noi oggi possiamo ancora salvare.

Atanasio Pizzi Olivetano                                                                                    Napoli 2025-09-16

 

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CERCAVO INTELLETTUALI E HO TROVATO UNA MOLTITUDINE DI ANTIQUARI ARBËREŞË

CERCAVO INTELLETTUALI E HO TROVATO UNA MOLTITUDINE DI ANTIQUARI ARBËREŞË

Posted on 14 settembre 2025 by admin

Lapide in marmoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Un giovane erudito Recanatese, desideroso di rompere l’isolamento intellettuale e umano in cui si sentiva confinato nel suo paese natio, decise a un certo punto della sua vita di trasferirsi a Roma, con la speranza di entrare in contatto con un ambiente culturale vivace, popolato da studiosi, letterati e pensatori con cui potersi confrontare.

Le sue aspettative, però, furono presto deluse e, la Roma che trovò era ben diversa da quella che aveva immaginato.

Nei fatti qui invece di veri storici o intellettuali animati da una sincera passione per il sapere, si imbatté principalmente in antiquari e salotti accademici chiusi, dominati da un’arida erudizione e da una mentalità conservatrice.

Amareggiato da questa esperienza, e sentendosi ancora una volta incompreso e isolato, decise di lasciare la capitale e spostarsi a Napoli, città che, per la sua vitalità e il fermento culturale che vi si respirava, sembrava offrirgli un ambiente più stimolante e in sintonia con la sua visione del mondo.

Il paragone può forse sembrare ardito, ma una dinamica simile si è verificata anche nel percorso di chi compila questa diplomatica e, quando iniziò gli studi universitari a Napoli, immaginavo che tornare e frequentare gli ambienti accademici arbëreşë, sicuro che gli avrebbero offerto agio e accoglienza culturale, al suo senso di appartenenza, perché spazio fertile per il confronto e la crescita.

Invece, si trovò in una situazione sorprendentemente simile a quella vissuta giovane erudito su citato e,  anche lì, al posto del dialogo autentico o della ricerca condivisa, incontrò chiusura, formalismo, e un approccio più conservatore che realmente innovativo, denotando il dato che, l’ideale si scontrava con la realtà.

A un certo punto, termino il desiderio di dare peso a ciò che accadeva in quegli ambienti e, si aprirono nuovi scenari che contribuirono alla formazione di architetto, utilizzando strumenti e collaborando con eccellenze sparse sul campo partenopeo tra i più solidi e, in grado di alimentare la visione concreta e organica del mondo, rispetto ai comunemente accademici, che negli ambiti di non confronto locale si presentavano come intellettuali ma che, alla prova dei fatti, erano poco più che collezionisti di citazioni e nostalgie svuotate di significato.

Oggi, quando si apre un tema sulla storia e sulla cultura degli arbëreshë, senza timore alcuno e con sana consapevolezza per il fare concreto, con capacità di costruire, resistere e rinnovarsi nel tempo si fa ogni cosa.

Non è semplice mettere in luce le figure eccellenti, che con il loro impegno, hanno lasciato un segno, nella cultura, nell’arte, nella vita delle comunità, senza cedere al culto sterile della celebrità.

Chi scrive non si allinea con quanti si limitano a celebrare registi, commediografi o personaggi da palcoscenico, teatrale o televisivo, come se bastasse un’apparizione pubblica a legittimare uno spessore culturale per dimostrare di essere un solido cultore.

Né tantomeno serve il bisogno di fare la fila per prendere la parola o peggio, la confessione in chiese dove vale la metafora di un culto ormai svuotato, dove il gesto ha sostituito il senso, e la forma ha divorato il contenuto.

Durante il percorso formativo sostenuto a Napoli ai tempi della formazione, lo scrivente ha avuto la fortuna di incontrare figure di grande rilievo culturale, tutte capaci di accoglierlo con rispetto e interesse per il modo di pensare, di esprimermi e confrontarsi.

Tra queste, va citato il ricordo particolarmente vivo e affettuoso del compianto Aldo Di Biasio, uno dei più autorevoli meridionalisti del cosiddetto “decennio francese”.

Quando lo conobbi, mi invitò con sincera generosità a leggere le sue opere già edite, in particolare quelle dedicate alla storia della Scuola di Ponti e Strade, cuore tecnico e simbolico di una certa idea di progresso del Sud.

Io lo ringraziai con una punta d’ironia, parlandogli in lingua arbëreşë e, lui mi guardò stupito, e allora gli dissi: “I tuoi eroi, per diventare grandi, pensavano in questa lingua.”

A quel punto gli spiegai cosa fosse l’arbëreşë, non solo come lingua e identità, ma come chiave per leggere certi percorsi nascosti della nostra storia, secondo un pensiero poi tradotto in lingua antica.

Da quel momento nacque un legame profondo, una fratellanza culturale autentica, fondata sul rispetto reciproco, sulla memoria viva per la verità delle radici arbëreşë.

L’ episodio fondamentale della mia formazione, forse tra i più rivelatori, avvenne comunque nel 2005, lungo la via Forcella a Napoli, durante una conversazione con un docente universitario della scuola olivetana partenopea.

Al quale gli posi una domanda semplice ma pungente: «Perché Giura non è mai stato considerato vera eccellenze nella storia culturale arbëreşë?»

La sua risposta fu sconcertante, quanto purtroppo prevedibile: «Perché non hanno pubblicato nulla in scritto albanese».

A quel punto, replicai citando un fatto poco noto, ma significativo, svelando  ciò che Giura aveva fatto per Giacomo Leopardi, in accoglienza, la sera in cui giunse a Napoli e, la sua mediazione con l’ambiente partenopeo, decisivo nel rendere accessibili certi contesti intellettuali.

La reazione del docente fu eloquente, si fermò di colpo, quasi sorpreso, e da quel momento non volle più lasciarmi andare via, finché non gli ebbi illustrato con precisione i luoghi, gli aneddoti e le tracce culturali che conoscevo.

Rimase senza parole, colpito dal livello di dettaglio, dalla connessione tra fonti orali, documenti e osservazioni sul campo.

Da allora, ogni volta che ci incontravamo, mi chiedeva con un misto di curiosità e ammirazione: «Allora, cosa hai scoperto di nuovo, che i dipartimenti ancora oggi ignorano?»

Fu per me una conferma importante che attribuii al sapere, che non dipende esclusivamente dalla lingua in cui viene espresso o dalla sede in cui viene pubblicato, ma dalla profondità della visione, dalla connessione tra storia e territorio, e dalla volontà di far emergere ciò che spesso viene dimenticato o ignorato proprio da chi dovrebbe custodirlo.

Un altro incontro  significativo fu con Giuseppe Galasso, figura di primo piano della cultura meridionalista e della storiografia italiana e del meridione, con adempimenti epici e di tutela.

Mi rivolsi a lui con una domanda precisa, perché volevo conoscere come e chi, dalle università del Mezzogiorno, fece emergere il concetto di Gjitonia arbëreşë, e quale fosse stato il percorso intellettuale che aveva portato a riconoscere in quel termine un modello antropologico e sociale.

Galasso, con la sua consueta lucidità, mi spiegò da dove provenisse quell’interesse e chi fossero i protagonisti di quella riscoperta copiata a modo di compagni di banco.

Mi indicò alcuni studiosi che, indirizzati da lui si tuffarono nelle vicende abitative del dopo guerra, per risollevare il valore abitativo e sociale dei Sassi di Matera e, come avevano saputo cogliere le affinità tra le forme di vicinato tipiche di quei ambiti retrogradi e le strutture relazionali presenti nei paesi arbëreshë.

Fu lui a farmi i nomi, a raccontarmi di quel gruppo di ricercatori che, tra urbanistica, antropologia e storia sociale, aveva saputo leggere nelle pieghe del vicinato materano non solo una sopravvivenza del passato, ma una chiave per comprendere una cultura del vivere insieme, basata su solidarietà, ascolto, equilibrio tra spazio privato e collettivo.

E mi parlò anche dello psichiatra che per prima contribuì a formalizzare il concetto di “vicinato” come categoria relazionale, ponendo l’accento sulla sua valenza affettiva e terapeutica, oltre che urbanistica.

Quella conversazione con Galasso, intensa e piena di rimandi culturali, fu per me un momento di vera crescita, un tassello importante per comprendere quanto fosse profondo e interconnesso il patrimonio della mia comunità con le dinamiche più ampie della cultura meridionale e mediterranea.

Il mio sapere si è costruito nel tempo attraverso incontri autentici, colmi di aneddoti, di scambi con eccellenze e studiosi di alta formazione, figure che hanno lasciato un segno non solo per ciò che sapevano, ma per come sapevano condividerlo.

Ho avuto il privilegio di confrontarmi con uomini e donne di pensiero, capaci di superare i confini disciplinari, di vedere nella cultura non un recinto, ma un ponte.

Fu un incontro casuale eppure inevitabile, come se le vie della storia avessero deciso di farsi trovare proprio lì, nei vicoli dove Napoli cela il suo passato più profondo.

Il suo nome portava in sé il peso della stirpe e, al tempo stesso, una leggerezza disarmante, tipica di chi è cresciuto con la consapevolezza che la storia, per quanto ingombrante, è fatta per essere raccontata.

Una collaborazione che ha permesso di avventurami nei luoghi che hanno visto i passi di Giorgio Castriota e, soprattutto, quelli di sua moglie, Donica Arianiti, figura troppo spesso relegata ai margini dei racconti storici, ma centrale nella conservazione della memoria del condottiero albanese.

Fu proprio lei a vivere gli anni successivi alla morte del marito a Napoli, in una vita ritirata e devota, segnata dalla nostalgia e dalla volontà di mantenere vivo il ricordo dell’uomo e dell’eroe.

Abbiamo percorso le navate silenziose delle chiese dove si dice che Donica si ritirasse in preghiera, tra cui la Chiesa di San Giovanni Maggiore e Santa Chiara, e visitato gli antichi palazzi che un tempo ospitavano esuli e nobili balcanici.

Ogni pietra raccontava una storia, ogni eco sembrava portare un frammento di una lingua ormai dimenticata ma ancora presente nei gesti e nei suoni delle famiglie Balcane radicate in Campania.

Quel viaggio non è stato solo una ricognizione storica, ma un atto di restituzione e, Napoli, con la sua anima plurale, si è rivelata il teatro perfetto per riportare alla luce un’eredità che non appartiene solo a un popolo o a una famiglia, ma a tutti coloro che credono nella memoria come fondamento dell’identità.

Insieme al discendente di Castriota, abbiamo ricucito una mappa emotiva prima ancora che storica, fatta di luoghi, documenti, aneddoti tramandati oralmente, e soprattutto di silenzi, gli stessi che parlano più di mille parole.

La sua presenza accanto a noi non era solo simbolica, ma concreta, viva e nel vedere il discendente di Giorgio Castriota non si intravedeva solo una figura, ma una presenza da onorare con gesti semplici e con la determinazione di chi non vuole permettere all’oblio di vincere.

Questo capitolo della ricerca non solo ha rafforzato i legami tra Napoli e l’eredità Castriota, ma ha anche aperto nuove prospettive e progetti culturali, e una rinnovata attenzione verso il patrimonio condiviso tra Italia e Albania.

In fondo, camminare accanto al sangue di Scanderbeg ha significato camminare nella storia, ma anche nel presente.

E in quel presente, Napoli si è confermata ancora una volta crocevia di culture, custode di memorie e fertile terreno per nuove narrazioni.

Eppure, oggi, tutto questo “fare” frutto di studio, sudore, esperienza, ascolto, memoria e, fatica a trovare spazio di confronto.

La realtà con cui devpa confrontarmi è spesso segnata da un appiattimento culturale, dove l’essenza degli arbëreşë, interessa solo se ridotta a una dimensione monolingue e monotematica.

Se non si parla esclusivamente della lingua, e in modo canonico, allora tutto il resto viene scartato, ignorato, considerato secondario, specie se per opera di un architetto.

È ancora più sconfortante vedere che proprio chi è rimasto, o chi è tornato illuminato dal proprio “parere suo” nel luogo natìo, si fa spesso custode di questa chiusura, in tutto un’identità che si vuole pura, ma che è in realtà impoverita, irrigidita, lontana dallo spirito plurale e vivo che ha sempre caratterizzato la vera cultura arbëreshe.

Oggi, ancora una volta, mi ritrovo qui, affacciato su questo pulpito senza pubblico, non c’è applauso, non c’è fischio, non c’è voce ma solo i silenzi.

Quei silenzi densi, quasi solidi, che si appoggiano sulle pietre, sulle travi, sui volti delle statue mute, in tutto silenzi che raccontano più di mille discorsi che poi sono i silenzi della Storia.

È passata di qui, la Storia e, l’hanno calpestata scarponi e sandali, l’hanno sfiorata sguardi pieni di fede, rabbia, lotta.

Eppure, oggi, nessuno sembra accorgersene, come se fosse diventata trasparente o una reliquia troppo scomoda da ricordare, troppo viva per essere archiviata ma troppo morta per essere compresa.

ho provato a chiamare, ad aprire, a costruire ponti verso chi verrà, ho teso la mano e tutto il braccio alle nuove generazioni, ho sussurrato loro che qui c’era qualcosa di vero sin anche che questo luogo, queste parole, questi ideali non erano solo polvere, ma semi, tuttavia ogni tentativo s’è infranto su muri di diffidenza, d’orgoglio, di paura.

I sindacalisti d’un tempo, o quelli che si vestono da intellettuali oggi, chiudono ogni canale, perché anno paura, che tutto ciò che è stato fatto, con sacrificio, sudore, lotte, possa sciogliersi come neve al sole, appena esposto al giudizio libero di chi non deve nulla a nessuno, temono che la memoria diventi critica e, che la verità venga liberata dalle mani che la custodiscono.

Ma io continuo a scrivere anche se nessuno legge e anche se la polvere si accumula sulle parole, perché questo pulpito, vuoto com’è, resta un testimone e, non ha bisogno di applausi, ma solo di resistenza, di presenza, di voce chiara.

Un giorno, forse, passerà di qui qualcuno in cerca di senso e troverà le mie parole incise nell’aria, solo allora capiranno che il silenzio non era assenza, ma attesa.

 

Atanasio Pizzi Architetto                                                                                    Napoli 2025-09-14

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I LETTERATI ARBËREŞË ALLA RICERCA PERENNE DELL’ALFABETO CON LA “Z” PERDUTA

I LETTERATI ARBËREŞË ALLA RICERCA PERENNE DELL’ALFABETO CON LA “Z” PERDUTA

Posted on 14 settembre 2025 by admin

Zeta ArberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – C’è chi ha detto, con ironia e forse con un filo di disprezzo, che gli arbëreshë sono un popolo senza poesia, senza scrittura, ma pieni di voce, parola e canto.

Come se la scrittura fosse l’unico segno della civiltà, e la parola cantata non bastasse a fondare memoria, identità, esistenza e saggezza.

Ma gli arbëreshë, i discendenti degli esuli che migrarono dai Balcani e dalle terre sino ai confini Greci quando con il sorgere della luna apparvero le ombre ottomane, non hanno mai smesso di raccontarsi e fare memoria.

Lo hanno fatto attorno al fuoco, nei canti epici, nei riti liturgici in greco-bizantino e, nei proverbi, usando solo la voce, con il corpo e con il riverbero noto dei luoghi paralleli ritrovati.

Secondo le consuetudini di una cultura profondamente orale e, se la scrittura era assente, con molta probabilità non venne ritenuta necessaria o essenziale rispetto ad altre necessità.

Finché non inizio il cammino di cercare un alfabeto dove era stata smarrita la zeta che non dava conferma di un protocollo completo o noto alle intelligenze dell’epoca.

Non si può parlare di “alfabetizzazione” arbëreşë senza considerare la Chiesa, che per secoli ha cercato di formare generazioni di preti, poeti e studiosi.

Dai seminari di San Benedetto Ullano, San Demetrio Corone, e altri luoghi con capitale Napoli, uscivano giovani arbëreşë che conoscevano il latino, il greco, l’italiano… ma che volevano scrivere in arbëreşë, la lingua dei padri.

Ed ecco il paradosso: una lingua che nasce per essere detta, cercava ora di essere letta e, nel mentre codificano alfabeti, regole grammaticali, e fonemi, una voce ironica, forse dal fondo di un villaggio, forse dal margine della modernità, si fa sentire: “Un alfabeto che non avrà mai una z di fine”

L’ironia della “Z”, vera o apocrifa, assume un valore profondamente vero nel suo significato, in tutto è un rasoio, una critica sottile e tagliente.

La “Z di fine “ diventa simbolo di una lingua portata al suo estremo, chiusa in sé, priva di scopo pratico o reale, come a dire, cosa serve un alfabeto completo se la voce non o sente di essere padrona.

In molte lingue, la Z è la fine, il compimento, il sigillo, ma nella lingua degli arbëreşë, la fine non è scritta, perché cantata e, il canto non ha bisogno della Z, perché non ha bisogno di finire mai.

Il canto torna, si ripete e, riecheggia ogni volta che una nonna racconta una storia, che un giovane impara un proverbio, che un prete canta la liturgia in arbëreşë.

E allora l’alfabeto arbëreşë, senza una Z, sarà eternamente incompleto e consapevole di una lettera in grado si chiudere e confermare un parlato utile all’ascolto.

Gli arbëreşë non cercano la perfezione normativa, ma l’impronta culturale idonea all’ascolto e, un alfabeto senza meta, serve solo a chi crede che la meta sia la standardizzazione, l’omologazione e, la grammatica chiusa non ha senso.

Per gli arbëreshë, la scrittura è memoria che si fissa, ma non sostituisce la voce, in tutto è la cura del passato, non tradimento dell’oralità.

L’alfabeto arbëreshë non è nato per necessità linguistica, ma per sopravvivenza culturale, esso rappresenta l’esito di un popolo che ha scelto di non sparire, anche se i suoi suoni non si adattano facilmente a nessun sistema ortografico, anche se quella Z di fine, non è mai arrivata.

In buona sostanza, non serve l’ultima lettera per raccontare una storia di un popolo che non ha alcun titolo per dichiararsi termine.

Tra i nomi meno celebrati ma profondamente emblematici di questa curiosa vicenda, c’è quello di Pasquale Baffi, figura d’eccellenza della cultura arbëreshe, lui filologo, grecista, letterato, bibliotecario, lettore o interprete di ogni documento antico conoscitore del latino e delle lingue classiche, in tutto una figura che rappresentava ciò che di più raffinato poteva esprimere l’eredità intellettuale di una minoranza diasporica.

Eppure, proprio lui, che conosceva le strutture del sanscrito e comparava l’arbëreşë con le lingue indoeuropee, trovatosi davanti a un paradosso linguistico-tecnologico.

E siccome i caratteri di stampa di Gutenberg, giunti in Italia e divenuti standard nei torchi tipografici, non erano sufficienti a rendere graficamente i suoni della lingua arbëreşë, perché mancavano lettere, segni diacritici, soluzioni fonetiche.

Secondo Baffi, questo limite impediva al parlante di riconoscersi nella lettura ciò che veniva stampato e non rifletteva la musicalità, le nasalità, le aspirazioni e le combinazioni vocaliche dell’arbëreşë parlato.

Di conseguenza la scrittura, quindi, diventava una maschera, e non uno specchio, questa consapevolezza lo portò ad atteggiamenti molto cauti che nessuno ha mai concepito per diventare cauto come lo fu lui.

Infatti egli non rinnegò la scrittura, ma non cercò di forzarla in forme che non rispettassero la sostanza della lingua ereditata dal suo luogo natio.

Infatti la sua opera si concentrò sulla comparazione etimologica e filologica, lasciando alla parola orale, ancora una volta, il compito di portare e sostenere l’anima della lingua.

Pasquale Baffi, figura centrale dell’erudizione arbëreşë di fine Settecento, è l’unico arbëreşë che non seguì un percorso formativo lineare.

Infatti abbandonò il Collegio ancora adolescente, perché riteneva inadatti gli insegnati e, allontanatosi da quell’istituzione con atto di ribellione, nonostante fosse stata creata per la formazione culturale e religiosa dei giovani arbëreshë.

La scelta o forse la necessità di proseguire gli studi altrove, tra Salerno, Avellino e infine Napoli, segnò una rottura non solo biografica ma simbolica, una cesura rispetto a un progetto di formazione che, già allora, mostrava i suoi limiti strutturali e politici molto elevati.

Non si tratta oggi di mitizzare una breve permanenza al Corsini, né di attribuire a quella fase un peso eccessivo nel definire l’identità intellettuale di Baffi.

Al contrario, è proprio dalla sua distanza da quell’ambiente che si misura la sua originalità, la cultura che egli andò a formare fu, infatti, frutto di una tensione, tra le radici albanesi e l’attrazione per i grandi centri della cultura italiana ed europea del tempo.

Infatti tra il desiderio di preservare la lingua e la consapevolezza dell’emarginazione culturale subita dagli arbëreshë, anche nei momenti in cui sembrava aprirsi uno spazio per la scrittura e la codificazione.

Emblematico rimane, in questo senso, il caso di Monastir, quando si diede inizio alla formalizzazione dello scritto albanese e, in quel contesto, nonostante le premesse di apertura, gli Adrianensi non furono coinvolti né ascoltati anzi vennero pregati di rimanere a casa a cercare quella Zeta che mai nessuno ad oggi è stato in grado di ritrovare.

L’esclusione fu totale e nessuna accoglienza, nessuna parola, nessun ruolo fu assegnato agli studiosi ad ovest del fiume Adriatico.

E magari proprio lì come alcuni favolerei raccontano, vennero trascinati i bauli colmi di libri dalla madre patria e, chissà che proprio la Z ribelle non si sia stata trascinata in fondo al mare nostro.

Un episodio che rivela quanto la cultura arbëreşë fosse divisa, frammentata da logiche locali, da gerarchie ecclesiastiche e da interessi spesso lontani dalla reale salvaguardia di un parlato di una memoria comune.

A noi arbëreshë di oggi, eredi di questa storia interrotta, non resta che ripartire da dove altri si sono fermati. Il lavoro di Pasquale Baffi è una di queste linee spezzate: parte dei suoi scritti, stampati, si conservano oggi in Svezia, lontano dai luoghi che gli hanno dato origine.

 E chi si approprio dei suoi scritti, inconsapevole del valore di orientamento contenuto in esse, si ostino a stamparli dopo decenni, con i caratteri gutemberghiani incompleti senza la Zeta di fine e, chi conosce la lingua arbëreşë se oggi legge con attenzione quelle stampe, non può non rilevare quel rimprovero antico.

Una lontananza materiale che riflette una più profonda distanza culturale e, la sua opera resta, in larga parte, ancora da studiare, da integrare, da mettere in dialogo con le urgenze e le domande del presente.

Ma vi è un ostacolo ulteriore, forse più grave, ovvero l’inconsapevolezza, infatti è lecito domandarsi se i letterati odierni e, non solo quelli arbëreşë, abbiano piena coscienza della portata di questa eredità, di ciò che è stato lasciato in sospeso, di ciò che si potrebbe ancora ricucire.

Eppure, come ricorda un vecchio olivetano di Napoli, «la memoria, se non ha voce, marcisce» e quindi l’auspicio, allora, è che da queste pagine possa emergere non solo un omaggio al passato, ma un invito alla continuità a informarsi delle cose del passato per orientarsi a riflettere, parlare e cantare meglio.

Perché la cultura Arbëreşë, come ogni cultura minoritaria, non si salva con la nostalgia, ma con il lavoro ostinato e consapevole di chi sceglie di darle futuro e il futuro non lo si conquista da soli ma con larga e fraterna condivisione.

Nessun dipartimento moderno, nessun centro studi o commissione accademica ha avuto il coraggio, o l’umiltà, di volgere lo sguardo verso gli studi di Baffi, eseguiti a Napoli nel 1775, là dove l’alfabeto della nostra lingua aveva cominciato a tremare, a mostrare segni di vuoto, di omissione.

Si cercava la Zeta, non come ultima lettera, ma come elemento mancante, come suono negato, segno perduto, tessera invisibile nel mosaico della nostra identità ische contiene ad oggi solo una alfa e una beta iniziatica.

Eppure, invece di tornare a quel manoscritto dimenticato, polveroso ma vivo, si è scelto di affidarsi alle grafie c gli archivi rigidi e autoritari, dove le lettere erano più formule che parole, più dominio che espressione, in tutto immaginabile come una strada illuminata e con tanti vicoli dove si regala il cucinato.

Poi vennero le derivazioni spurie, le scritto-grafie germogliate senza seme, cresciute nei corridoi asettici del Collegio, dove si insegnava a scrivere senza dire, e si leggeva per non capire.

In quei luoghi, la lingua veniva forgiata con strumenti sordi al popolo, ciechi alla voce collettiva e, le tematiche adottate da queste istituzioni non erano solo inopportune: erano estranee, imposte, incapaci di parlare al cuore di un popolo che, nel suo silenzio, sapeva solo parlare, ma non leggere, e ancor meno scrivere.

L’Ottocento passò come un secolo di alfabeti incompleti, e fu allora che si moltiplicarono le grammatiche, i trattati, i vocabolari normativi, ma tutti ruotavano attorno a un vuoto mai colmato per essere terminato. La Zeta, o ciò che essa rappresentava, continuava a mancare e, non era questione di fonetica, ma di visione.

Una lettera può mancare anche quando è presente nell’ordine alfabetico, se non ha funzione, riconoscimento, respiro nel parlato e nello scritto della moltitudine.

Baffi lo aveva compreso e aveva annotato che tra le pieghe della parlata napoletana, nei vicoli e nei mercati, emergeva un suono che non trovava corrispondenza nello scritto.

Un passaggio, una cesura, un’interpunzione fonica che sfuggiva all’alfabeto ufficiale e, non era solo una lettera: era un simbolo di ciò che non si voleva registrare.

La voce del popolo, la lingua del corpo, l’incedere delle parole non normate non ricevevano nessuno ascoltò.
Troppo occupati a purificare la lingua, a renderla specchio dell’istituzione invece che dell’uomo.
E così la Zeta restò assente, presente solo come fine dell’ordine, mai come inizio di qualcosa di nuovo.

Oggi si compilano vocabolari al contrario, o manuali di consultazione, strumenti didattici, dizionari stampati con fondi pubblici o accademici, nei quali compare prima la parola arbëreşë, seguita dalla sua corrispondente grammatica italiana.

Un gesto che, a prima vista, potrebbe sembrare neutro, o peggio, inclusivo, ma è invece un errore gravissimo.

Perché a tutti è sfuggito il dato che l’arbereshe non è una lingua scritta, non lo è mai stata nel senso pieno, formale, codificato.

È una lingua parlata, memorizzata, trasmessa da bocca a orecchio, fragile come il soffio di chi l’ha conservata per generazioni senza poterla mai vedere su carta.

Ogni arbëreşë e questo è un dato storico, non un’opinione, non sapeva leggere né scrivere il proprio parlato.
In quanto essa è una lingua del cuore, della casa, del vicolo e, non è mai stata dell’aula, del banco mai del libro o documento dirsi voglia.

E allora ci si chiede: come può un individuo non alfabetizzato nella propria lingua madre orientarsi in un vocabolario che gli presenta, come primo riferimento, un llemë che non ha mai visto scritto, e per di più in una forma ortografica che varia.

Quello che doveva essere un ponte si è diventato labirinto e, il parlante, già spaesato, si ritrova a cercare il significato di una parola che conosce solo per suono, ma ora deve indovinare come venga scritta in albanese, secondo una norma che spesso non gli appartiene, perché è la lingua da cui dovette fuggire.
Diventa così un’impresa quasi impossibile anche trovare il più banale dei vocaboli e, l’italiano, lingua di scuola, di stato, di struttura, invece che fungere da orientamento, viene relegato in secondo piano, messo dopo, come se fosse marginale.

Questa è una inversione ideologica, più che linguistica, un tentativo goffo e spesso accademico di “nobilitare l’arbëreşë” non attraverso il rispetto della sua natura orale e viva, ma attraverso una falsa parità grafica e geografica.

Come se bastasse scriverla per renderla legittima, come se la scrittura valesse più della voce, ma la lingua arbëreşë non chiede di essere scritta per forza, chiede di essere capita, riconosciuta, salvata come è nella sua funzione originaria, parlata.

Ogni tentativo di tradurla nei termini rigidi della lessicografia moderna deve tenere conto di un fatto fondamentale, ovvero non si può alfabetizzare retroattivamente un popolo che non ha mai avuto una lingua scritta, e farlo partendo dalla parte sbagliata del vocabolario, non è una buona prospettiva illuminata.

Un altro dato fondamentale, sfuggito al dipartimento storico e linguistici per oltre un secolo e mezzo a quelli più moderni, ovvero: l’arbëreshe, più che una lingua scritta, è una lingua vissuta.

È un linguaggio parlato, tramandato oralmente, legato al gesto, al corpo, alla fatica quotidiana e alla stretta relazione con l’ambiente naturale.

È una lingua di sopravvivenza, che non ha mai avuto il lusso dell’astrazione o della decorazione letteraria, se non in rare eccezioni.

Per questo motivo, l’arbëreşë vive dell’essenziale: non costruisce castelli di parole, ma utensili, come i verbi del fare, le azioni primarie formano l’ossatura di questo idioma.

In queste parole si nasconde un’intera filosofia dell’adattamento, della conservazione, della necessità.

La lingua arbëreşë non racconta, mostra e, parla del corpo umano perché il corpo è strumento, è mezzo attraverso cui si lavora, si cura, si ama e si combatte.

Descrive la natura non per estetica, ma per necessità e, conoscere il vento, il tempo, le stagioni, il terreno, gli animali, era questione di vita o di morte.

Tutto il resto, i ghirigori, le esagerazioni letterarie, le favole inventate a tavolino, appartengono a una cultura del superfluo.

L’arbëreşë non si presta a questo: non perché non ne sia capace, ma perché non ne ha bisogno, perché essa è una lingua che resiste alla modernità proprio grazie alle sue radici profonde nella realtà concreta, nel quotidiano vissuto, nell’equilibrio tra l’uomo e il mondo che lo circonda.

Ed è qui che si cela il punto cieco degli studi accademici, quando si sono avviati nel bosco a cercare nella lingua arbëreşë, un’evoluzione simile a quella delle lingue ufficiali, senza capire che essa si è invece conservata proprio nella sua funzione più antica e originaria.

L’arbëreşë non cambia come cambiano le lingue di stato, mutate dalla politica, dalla burocrazia, dai media, ma si trasforma lentamente, rispettando i ritmi della terra, delle due stagioni ritmo e della voce umana.

Capire l’arbëreşë significa quindi rientrare nel corpo, riconnettersi con i gesti, con i mestieri, con l’oralità che plasma la memoria collettiva e in questo senso, ogni parola è una testimonianza, ogni verbo un’eredità, ogni frase un atto di resistenza.

Nel cuore dell’Ottocento, in un’Europa in fermento, attraversata da rivoluzioni, ideali nazionalisti e aneliti di unità, i fratelli Grimm si trovarono di fronte a una missione che andava ben oltre le fiabe. Jacob e Wilhelm, filologi e studiosi della lingua tedesca, erano mossi da una convinzione profonda: che dietro la molteplicità delle parlate germaniche, dietro i dialetti dispersi nei villaggi, tra le montagne e le pianure del Nord Europa, si celasse un’anima comune.

Un’essenza primitiva, un linguaggio originario che raccontava non solo la storia di un popolo, ma la sua natura più profonda.

Nel 1871, l’anno dell’unificazione della Germania, quell’ideale prese forma anche sul piano linguistico.

L’impresa dei Grimm era già iniziata da tempo, ma in quel momento storico acquistò un valore politico e culturale nuovo.

Non si trattava solo di raccogliere parole, né di uniformare la lingua per decreto, perché la vera sfida era scoprire ciò che univa, piuttosto che ciò che divideva.

Fu così che rivolsero lo sguardo verso il corpo umano, verso le attività primarie dell’uomo: il mangiare, il dormire, il costruire, il seminare, il cacciare, il generare.

Parole che non mutano mai del tutto, perché radicate nell’esperienza quotidiana e ancestrale dell’essere umano.

I Grimm notarono che, pur nelle differenze fonetiche e lessicali delle varie parlate, alcune radici tornavano con una regolarità sorprendente.

Il verbo essen (mangiare), per esempio, si ritrovava con minime variazioni in ogni angolo delle terre germaniche.

Così anche gehen (andare), hand (mano), herz (cuore), haus (casa), esse non erano solo parole, ma erano segni della vita, impronte lasciate da generazioni di uomini e donne che avevano vissuto, sofferto, amato e lavorato in quelle terre.

Anche per gli Arbëreşë vale la stessa regola e, quando si tratta del corpo umano o della natura, tutto è uguale in ogni parallelo.

Se i dipartimenti ne avessero avuto consapevolezza, dovevano solo trovare la zeta e, invece si sono smarriti nel bosco delle parlate locali, perdendo l’essenza universale delle cose.

I fratelli Grimm capirono allora che il linguaggio non si impone, si riconosce e, ciò che si riconosce è già dentro nel gesto, nel ritmo del respiro, nella necessità del fuoco, dell’acqua, del pane.

La lingua comune germanica non andava inventata, né raffinata, ma andava riscoperta scavando nel tempo, raccogliendo ciò che era rimasto sotto la polvere delle varianti locali.

Non fu un’operazione scientifica fredda, ma un atto quasi sacrale per i Grimm, la lingua era il sangue del popolo.

Era nella voce delle madri che cantavano ninne nanne, nei proverbi dei contadini, nei canti degli artigiani, nelle formule magiche che proteggevano i bambini dai lupi.

Fu così che emerse l’idea di una lingua unificata, non come imposizione, ma come ritorno all’origine, in tutto una lingua che parlava con mille voci, ma che aveva un solo cuore.

E così giungiamo al termine di questo viaggio in diplomatica attraverso la lingua che non scrive, la poesia che non si legge, l’identità che si balbetta nei corridoi dell’etnografia di provincia.

Gli arbëreshë, figli di una diaspora antica e custodi di una memoria a lungo idealizzata, si trovano oggi al cospetto di una verità semplice e scomoda: la loro lingua, un tempo viva come un canto tra gli ulivi, oggi lotta per esistere, e non sempre trova alleati sinceri.

Ci sono stati tentativi, certo, alcuni nobili, altri improvvisati, con accademie improvvisate nei retrobottega della buona volontà, laboratori dove cuciva la scrittura con ago e filo sulla pelle di dialetti sopravvissuti a stento.

Si è cercato un alfabeto comune, un codice condiviso, sacrificando suoni, si sono selezionate lettere. E in questo processo chirurgico o forse estetico, dove qualcuno ha deciso che la Z non serviva, perché forse faceva troppo rumore.

E allora si può anche sorridere, con un filo di amarezza, pensando che chi ha scolpito queste scelte nella pietra fragile di un’identità ricostruita, oggi si meriti almeno una lettera.

Non la Z, certo, perché quella è stata bandita o come presuppone lo scrivente smarrita nel fiume adriatico.

Ma una A, magari, una bella A scarlatta, cucita come marchio, chi in fronte, chi al collo, chi sul petto e, tutti gli altri che seguono, con quella A attaccata alla schiena.

Non per adulterio, come nell’antica allegoria, ma per l’ambiguità con cui si è adulterata una lingua senza averla mai veramente amata.

Eppure, non è solo colpa loro, perché ignari, in quanto l’oblio è una responsabilità collettiva, e la dimenticanza si costruisce giorno dopo giorno, con ogni madre che smette di cantare in arbëresh, con ogni scuola che non insegna, con ogni festa che diventa folklore da sagra.

Resta la domanda sospesa, che è certezza: le parole che non si scrivono si dimenticano, le canzoni che non si sanno pronunziare muoiono in silenzio, come le verità che nessuno ha il coraggio di dire ad alta voce.

Questo non è un addio, né un epitaffio, ma solo un punto fermo, forse, l’unico che ci possiamo permettere e fare tesoro per non dimenticare di parlare e cantare tutti assieme senza stonature.

Atanasio Pizzi Olivetano e Basile Architetto                                                                  Napoli 2025-09-14

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LA STORIA SVUOTATA LUNGO I MURI DI MEMORIA DEGLI ARBËREŞË  (Arrasù doitë ishia pa veshë e pa sij kurë bhënë këtà pisciàlljoka)

LA STORIA SVUOTATA LUNGO I MURI DI MEMORIA DEGLI ARBËREŞË (Arrasù doitë ishia pa veshë e pa sij kurë bhënë këtà pisciàlljoka)

Posted on 13 settembre 2025 by admin

Valigia2NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Nel corso della storia, le città e ogni centro abitato hanno reso omaggio a personaggi o eventi importanti, dedicando a memoria vie, piazze, vicoli e altri spazi condivisi o resi pubblici.

Tuttavia, anche questo gesto simbolico rispetta regole precise, per evitare usi impropri o decisioni affrettate, secondo la materia regolata dalla Legge dell’11 agosto 1927, n. 1188 e, tuttora in vigore.

Essa stabilisce i criteri per l’intitolazione di strade, piazze e altri luoghi pubblici a persone o eventi significativi di un ben identificato luogo.

Secondo questa legge, nessuna strada o piazza può essere intitolata senza la preventiva autorizzazione del Prefetto, che rappresenta l’autorità statale sul territorio.

Inoltre, la legge prevede che si possa intitolare un luogo pubblico a una persona solo dopo che siano trascorsi almeno dieci anni dalla sua morte.

Questo limite temporale è stato pensato per garantire un periodo di riflessione e valutazione sull’effettivo valore storico, morale o civile della persona, evitando commemorazioni spinte da motivazioni politiche o emotive del momento.

Esistono però delle eccezioni, previste dallo stesso testo di legge, infatti se una persona è ritenuta di particolare rilievo, come un eroe nazionale, una figura di altissimo valore civile, culturale o patriottico, è possibile chiedere una deroga al limite dei dieci anni.

Questo meccanismo, pur essendo semplice, permette di mantenere un equilibrio tra il desiderio di commemorare e il dovere di rispettare criteri storici e civili, allontanandoli dall’impeto dell’avvento.

In conclusione, la Legge n. 1188 del 1927, pur essendo una norma di quasi un secolo fa, continua a svolgere un ruolo importante nel garantire che la memoria storica venga onorata in modo ordinato e rispettoso.

Le intitolazioni che incontriamo ogni giorno passeggiando i nostri Katundë nel caso specifico degli arbëreşë, non sono frutto del caso, ma rispecchiano scelte ponderate che contribuiscono a costruire l’identità e la cultura dagli arbëreşë e della Nazione Italia.

Infatti, si osserva un aspetto particolare, come quelli delle minoranze storiche italiane, che hanno iniziato ad adottare in modo sistematico la regola della doppia denominazione sulle targhe stradali, riportando sia il nome in italiano sia quello della minoranza.

Questo uso, simbolo di una forte identità culturale, anticipa in parte il riconoscimento ufficiale delle minoranze linguistiche in Italia.

Tuttavia, questo processo, pur mosso da buone intenzioni, ha innescato anche alcuni effetti negativi e, in molte realtà locali si sono diffuse inesattezze grammaticali nelle traduzioni, spesso dovute alla mancanza di persone adeguatamente tessere nella lingua antica arbëreşë scritto grafie pertinenti.

Ciò ha portato, in alcuni casi, alla perdita del significato autentico di storici avvenimenti o esigenze di luogo e la progressiva alterazione del valore linguistico e culturale originale, di sovente venne e viene posto alla berlina.

I tutto rischia di far scomparire, per mancanza di competenze specifiche nella trasmissione corretta della lingua di quello specifico luogo di avvenimento.

Resta inciso nei fatti un dato evidente, secondo cui per comodità intellettuale, invece di analizzare con rigore e sensibilità linguistica il sostantivo italiano nel contesto Arbëreşë, si è spesso preferito tradurre direttamente e senza impegno, in albanese moderno, ignorando le particolarità storiche, fonetiche e grammaticali della lingua locale che non trova logica o immaginario di memoria.

Questo approccio ha facilitato il lavoro, ma ha anche contribuito a un’ulteriore perdita di autenticità e a un impoverimento sostanziale del patrimonio storico e linguistico locale.

Nonostante sia semplice dimostrare che meriterebbe un’attenzione molto più profonda e rispettosa sia del luogo e sia di quello che quel luogo rappresenta o ha rappresentato.

Questo problema emerge soprattutto quando si devono tradurre concetti ed elementi moderni, che la lingua arbëreşë tradizionale non contempla.

E invece di assemblare o adattare con creatività e rispetto linguistico un’espressione coerente arbëreşë, si ricorre con superficialità a traduzioni automatiche, spesso ottenute da strumenti come Google Traslatore, basati sull’albanese standard.

Questo approccio, oltre a generare errori lessicali o sintattici, mina l’autenticità della lingua arbëreşë e contribuisce al suo graduale snaturamento.

Negli ultimi decenni, il rinnovato interesse per le minoranze linguistiche ha riportato l’attenzione sulla toponomastica bilingue nei Katundë arbëreshë, fondati tra il XV e il XVIII secolo.

Questo fenomeno, pur sorretto da intenti lodevoli finalizzati a rendere fruibili questi articolati centri antichi, ha spesso subito deviazioni dovute all’intervento di studiosi acerbi o appassionati poco informati, che, nel tentativo di “ripristinare” o “tradurre” i nomi dei luoghi in chiave arbëreşë, finiscono per mescolare tempi, luoghi e storie in maniera anacronistica.

Capita così che toponimi nati in contesti italiani medievali o post-unitari vengano arbitrariamente reinterpretati con strutture linguistiche albanesi moderne o, peggio, con inflessioni che nulla hanno a che fare con l’arbëreşë originario.

Si vedono cartelli che propongono versioni “albanizzate” di nomi che non hanno mai avuto un corrispettivo nella lingua dei padri fondatori, o peggio ancora, si attribuiscono significati etimologici fantasiosi, costruiti su ipotesi mai verificate dal punto di vista storico.

Il rischio maggiore, in questo processo di “restauro toponomastico” spesso condotto senza rigore filologico, è quello di creare un’identità artefatta, scollegata dalla memoria reale della comunità.

La toponomastica non è solo linguaggio, ma anche stratificazione storica, documento vivente di migrazioni, conquiste, economie e relazioni interetniche.

Reimpaginare i nomi dei luoghi, degli istituti o delle istituzioni, civili, religiose, militari o di soccorso, senza considerare il modo per essere intercettati dall’occasionale passante, significa riscrivere una storia che non appartiene né al passato italiano né a quello arbëreşë, ma disorienta ideologia e servizi.

È auspicabile, quindi, che il lavoro sulla toponomastica bilingue venga affidato a, storici locali arbëreshë, che vivono e crescono e vivono sulla scorta di un dialogo diffuso ma continuo tra scienza, memoria e identità.

Solo così sarà possibile produrre una narrazione toponomastica fedele, rispettosa e davvero rappresentativa della complessità culturale che si articola e trova agio moderno in questi Katundë.

Un tempo, i nomi delle vie erano pagine scolpite nella memoria collettiva e, ogni toponimo custodiva un frammento di storia, un’eco di gesta che avevano forgiato il carattere di un popolo.

Tuttavia oggi, assistiamo a una riscrittura sistematica, dove il passato viene giudicato con lo sguardo miope delle ideologie moderne.

Le strade che portavano i nomi dei valorosi sono state rinominate secondo canoni, appiattiti su una morale di superficie, spesso più utile alla propaganda personale che alla verità locale.

I luoghi simbolo del vissuto locale, quelli che un tempo richiamavano al dovere, al sacrificio, alla fedeltà, vengono oggi calpestati, non fisicamente, ma spiritualmente.

Gli eroi o, i testimoni di una forza antica, radicata nella terra e nell’onore, vengono dimenticati o peggio, scambiati con coloro che tradirono sé stessi, travestiti ora da martiri ora da vittime virtuose e sin anche da bell’imbusti.

Ciò che era chiaro, netto e, orgogliosamente divulgato è diventata confusione che non distingue, l’acqua con l’olio che miscelati ostinatamente per fare targhe, vanno a scapito del cittadino, smarrito, che camminando su strade che non parlano più la sua lingua interiore, espongono tutti al rischio di rovinare a terra.

Nessuno ricorda chi fosse davvero il portatore di quel nome inciso, nessuno si chiede più perché quella via sia stata guida di sviluppo o di tenacia.

Il Katundë, che un tempo vibrava di orgoglio e appartenenza, assiste ora in silenzio, anche se i nomi non muoiono e vivono sottopelle, nei racconti sussurrati, nei canti sommessi, nei cuori di chi ancora non ha ceduto all’oblio.

E forse, un giorno, la verità tornerà a chiedere il proprio posto sulle insegne di questo tempo smemorato, tuttavia valga di esempio una targa, grigia anche se e ben curata, apposta con solennità su un muro del vile interesse agrario, che non è monumento di coraggio, né un omaggio al sacrificio pagato a caro prezzo, ma memoria ufficiale e, perciò ancor più oltraggiosa di un mandante.

Un nome inciso nel marmo che la Storia, se fosse stata onesta, avrebbe dovuto relegare all’infamia e, invece eccolo lì, onorato tra squilli di fanfare, omaggiato da figure istituzionali, posto sotto lo sguardo cieco di una cittadinanza distratta, educata a dimenticare, perché non vuole sapere.

Quel nome, più che evocare una vita di servizio, gronda la responsabilità morale e, forse ben più concreta di una strage epica, storicamente nota per cinismo mafioso.

Peggiore persino delle stragi siciliane che colpirono i giudici storici, quelle che ancora oggi bruciano nella carne viva del Paese.

Ma qui, l’ipocrisia si fa legge e, la memoria selettiva riscrive i ruoli, i colpevoli si travestono da vittime, i traditori da statisti.

È così che si calpestano i simboli, non con la violenza esplicita, ma con la sostituzione lenta, con la manipolazione del ricordo.

Le lapidi non mentono da sole, mentono quando sono appoggiate da chi ha potere, ed è in quel momento che la storia non è più storia, ma farsa.

Nel Katundë, dove un tempo l’onore era più che una parola, simili scempi non sarebbero stati tollerati e, la memoria, lì, aveva un prezzo, ma anche un valore.

Oggi, invece, pare che basti il consenso del presente per riscrivere il passato, tuttavia l’auspicio di queste parole non è la polemica fine a sé stessa, né la nostalgia sterile per un passato idealizzato, ma piuttosto, un invito alla responsabilità.

La toponomastica non è un esercizio burocratico, ma un atto di memoria pubblica, essa plasma il paesaggio simbolico delle nostre città, educa le generazioni future, riflette ciò che riteniamo degno di essere ricordato.

Per questo, ogni adempimento toponomastico futuro dovrebbe essere condotto con educazione, memoria e garbo, non solo verso i nomi da celebrare, ma verso il contesto storico, culturale e morale in cui quei nomi si inseriscono.

Non bastano gli entusiasmi del presente per fondare l’eternità di una targa, ma serve il buon senso, e soprattutto urge la conoscenza viva e onesta di ciò che un luogo ha significato e continua a significare.

Ogni via, ogni piazza, ogni targa dovrebbe essere un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che vogliamo diventare, non una menzogna incisa nella pietra, o stampata sul ferro valere di più, ma un segno autentico di rispetto per chi ha camminato prima di noi, e per chi camminerà dopo, onde evitare di perdere l’orientamento specie quando si immagina di essere accompagnati dalla storia, si consiglia di chiedere se è un cetriolo o la storia, prima di avviarsi in quel cammino di memoria.

Nel caso in questione, si individuano due date di particolare rilievo per la toponomastica locale, la prima è legata alla Legge n. 1188 del 1927, che rappresenta un punto di partenza fondamentale per la ricostruzione storica del Katundë, tracciandone i passaggi principali sin dalla sua origine del centro antico.

Questa data costituisce un riferimento imprescindibile per comprendere le radici profonde di un luogo che ha saputo conservare, nel tempo, la memoria della propria identità.

La seconda data, il 28 settembre 1935, segna invece un momento di ridefinizione del significato stesso attribuito al centro storico, una sorta di rilettura simbolica e politica che ha cercato di ordinare, forse semplificare, ciò che era stratificato e complesso.

È proprio attraverso questa seconda tappa che diventa possibile leggere, o almeno intuire le dinamiche, le trasformazioni e gli avvenimenti che il Katundë continua a raccontare, quasi a voce alta, nonostante il silenzio assordante di chi oggi lo attraversa senza ascoltarlo.

Atanasio Pizzi L’Architetto                                                                                Napoli 2025-09-13

 

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LA STORICA VICENDA VISSUTA DAGLI ABITANTI ARBËREŞË DI UN CENTRO ANTICO (Gnë përalesë arbëreşë)

LA STORICA VICENDA VISSUTA DAGLI ABITANTI ARBËREŞË DI UN CENTRO ANTICO (Gnë përalesë arbëreşë)

Posted on 11 settembre 2025 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Correva il millenovecento e novantacinque, appena finito febbraio e si aprivano gli scenari di primavera, quando si presentarono nella piazza del paese arbëreşë, un Imprenditore Economico e il suo seguito di Muratori, Geometri, Faccendieri e un “Pretore Venduto” e, tutti insieme, dopo aver riunito gli abitanti, li informarono su come si sarebbe dovuto trasformare il loro centro antico, in Borgo.

Aggiungendo che a breve quel centro, sarebbe stato circoscritto da solide mura con una porta sola, dove tutti avrebbero dovuto pagare pegno, ogni volta che vi sarebbero transitati, perché la campagna doveva diventare una discarica, diffusa a cielo aperto a iniziare fuori di quelle mura.

Il progetto che sottraeva l’agro tutto dalle disponibilità degli abitanti, che come tutti sappiamo per gli Arbëreşë storicamente sono risorsa vitale, e cosi tutti sarebbero diventati prigionieri di quelle mura, obbligandoli nel contempo tutti a cambiare mestiere e fare cose inaudite.

Il paese divento così un luogo dove ogni cittadino iniziò a lamentarsi e manifestare il proprio diniego diffuso, perché tutti si vedevano relegati a vivere un nuovo modo, che era un carcere a vita, millantato come una nuova opportunità per il futuro di quel centro parlante e operante in arbëreşë.

A quel punto “i Componenti Storici della Bashkia Locale” proposero un’invito, secondo il loro protocollo di ironia e raggiro.

A questo punto è bene precisare che “i Componenti Storici della Bashkia Locale” era un gruppo di frequentatori dell’angolo della chiesa, dove genericamente si riunivano pensionati o nulla facenti, che qui progettavano pranzi e scherzi di ogni genere, sulla base di una ironia locale.

Essi si appellavano non con il nome ed il cognome, ma con un alias e, i più famosi e continuamente presenti erano, Pizària, Roku, Pizùti, Pedali, Kardakj, Scupkjni, Professùrj, Garibaldi, Lliamallioni e, tutti assieme facevano la Bashkia, sempre pronti a ironizzare sul conto di ogni genere che li si trovava a transitare o dialogare cose assurde.

Questo gruppo una volta che ebbe notizia del cambiamento si recò dal “Pretore Venduto” e, proposero una sfida, o meglio un confronto di dialogo nel piazzale davanti la cantina storica di Mardùminkà, nel corso del quale chi avesse avuto ragione e forza di convincimento del proprio progetto, avrebbe potuto, previo il parere del “Pretore Venduto” avere ragione di futuro.

Nella penombra della cantina storica, incastonata nella zona dei “Baffa di Sotto”, le parti in causa si radunarono in silenzio pesante, ciascuna con il proprio seguito.

I Tradizionalisti o solidi conservatori locali di ironica radice, fieri eredi dell’essere arbëreşë, occupavano il lato occidentale del vicoletto e, i Rinnovatori, con occhi vigili e menti ardenti, sedevano a oriente, il volto contratto in espressioni tese.

Fu il “Pretore Venduto”, arbitro della contesa, fu il primo a rompere il silenzio, affermando: “Che oggi non si alzino spade, ma calici e che il vino sia mediatore e, giudice il tempo di questa riunione.”

Con un gesto largo della mano, ordinò che si versassero le prime botti del vino scuro delle Colline presilane, invecchiato sotto segreto e giuramento, colmò le coppe con riflessi di porpora e cenere.

Gli astanti brindarono, seppur con cautela, ciascuno tenendo un occhio al bicchiere e l’altro al volto dell’avversario.

La discussione, all’inizio, seguì un copione civile e, i Rinnovatori illustrarono i loro piano, secondo un’apertura alla nuova logica del “Borgo Murato” per, il superamento dell’Antico Codice e, la rimozione dei vincoli rispettosi dei cunei agrari che producevano sudore e fatica.

I Tradizionalisti replicavano con pacata fermezza, difendendo la linea della continuità e l’ordine parallelo qui solidamente ricostruito.

Ma fu il secondo vino, quello delle Vigne delle kote, a mutare l’aria, perché colme e dense, di antico, imbottigliate in anni di promesse mantenute e, fu il suo gusto ad aprire le antiche memorie ancora sanguinanti.

Qualcuno, forse per errore o intenzione, lasciò che una parola cadde troppo pesante e, “Tradire il giuramento è come vendere la madre alla Fiera del Soldo!”

Una coppa cadde, poi un’altra e, una sedia fu rovesciata, allora un giovane Rinnovatore balzò in piedi, il volto acceso più dal vino che dall’ira, “E voi preferite marcire nell’obbedienza, come cani legati alla catena di un morto!” e, fu allora che la conciliazione cedette il passo allo scontro.

Il Pretore Venduto batté il bastone tre volte, ma la sua voce fu inghiottita dal frastuono. I calici si rovesciarono, e insieme al vino colarono sul pavimento insulti, vecchi rancori e giuramenti infranti. Alcuni giunsero alle mani, altri si ritirarono in silenzio, come se tutto fosse già stato previsto.

Fu così che quella che doveva essere una tregua, un patto siglato nel vino e nella memoria, si rivelò solo una tregua illusoria.

La Kantina Storica, testimone di antichi accordi e silenzi secolari, si trovò a essere teatro di una frattura insanabile e, all’alba, i due schieramenti lasciarono la sala. Mentre il Pretore restò solo, seduto al tavolo centrale, il volto stanco, il bastone spezzato a metà.

“La pace,” mormorò, “non si versa nei calici, ma si semina nei cuori, tuttavia oggi i cuori… erano già altrove.”

Mentre nella penombra della Cantina Storica si consumava il fallimento del dialogo, altrove, al margine delle vecchie mura, il tempo scorreva in un ritmo diverso.

Il Giovane Architetto Olivetaro, ignaro forse del tumulto o semplicemente disinteressato alle contese vuote, avanzava con passo sicuro nel cuore del Centro Antico.

Al suo seguito camminavano uomini e donne di ogni età, artigiani, contadini, pensatori e sognatori, dei quali nessuno impugnava spada o inneggiava proclami.

Tuttavia ciò che portavano erano attrezzi, mappe, e la volontà di ricostruire, secondo il modello del passato e sotto la bandiera del futuro, secondo la misura dell’essere umano.

Lì, dove si era pensato di fare mura e costringere le genti a sottostare a ragioni assurde, iniziò a prendere forma qualcosa di diverso.

Lo chiamarono Katundë, una parola antica e nuova insieme, il cui suono sembrava evocare radici dimenticate e promesse future, perché esso era un luogo di confronto e movimento per costruire una società nuova fatta di Gjitonie e iunctura familiare.

Non era un villaggio, né una città o borgo, ma era un’intenzione fatta pietra, una comunità nata da mani e scelte, non da decreti o leggi o guerre, ma di una solida interazione basata sull’accoglienza di popoli e generi.

La iunctura familiare, quell’intreccio sacro di legami, reciproca cura e ospitalità, si fece più alta di qualsiasi muro, più solida di ogni muraglia, perché eretta per lavorare e includere.

Nessuna torre, nessuna cinta, ma solo case aperte, cortili comuni, campanili e la voce dei bambini che tornava a riempire l’aria.

Le genti accorrevano, non per combattere, ma per appartenere e, il rinnovamento, così come era stato pensato nella teoria e nella retorica dei suoi promotori, apparve improvvisamente vuoto, distante, scollegato dalla vita vera.

Le genti accorsero dalle valli alte con gerle di semi antichi e mani temprate dal sole e dal gelo, arrivarono anche coi volti impietriti dalla salsedine, portando reti per intrecciare storie e racconti.

Vennero i pastori, gli artigiani, le madri, i vecchi, i bambini e, nessuno era stato chiamato, eppure tutti sapevano, perché era venuto il tempo di rigenerare.

L’Olivetano, tornato tra loro dopo stagioni d’esilio silenzioso, non parlò, ma camminando lento tra i vichi e i vicoli ciechi, dove il muschio aveva inghiottito la pietra e le erbacce spezzato gli stipiti.

Dietro di lui, come un’eco che prende corpo, la gente seguiva, non per curiosità, né per dovere, ma per destino.

Insieme iniziarono a rigenerare case, alcune ormai ridotte a gusci svuotati, vennero ripulite, rintonacate con fango e calce viva, decorate con simboli arcaici che solo gli anziani ricordavano.

Nei vicoli ciechi crebbero orti botanici, fioriti tra le fessure e sorretti da intelaiature rigenerate e, ogni angolo morto venne rivendicato dalla vita.

Gli orti botanici li chiamavano kophëshët nato forse da un sogno, dove venivano piantate varietà salutari il fagiolo del sangue, la lattuga cobalto, il basilico d’ambra, cose che nessun manuale li descriveva più, ma la terra li ricordava.

I cunei dell’agro, un tempo scavati per incanalare l’acqua piovana, ora erano solchi per la semina. L’Olivetano li percorreva all’alba, lento, seminando a mani nude e, dietro di lui, i bambini gettavano i fiori, non per decorare, ma per nutrire.

E gli archi, tanti archi, come bocche antiche riaperte, si svelarono sotto la coltre del tempo, archi che nessuno ricordava più, ma che ora spalancavano la via, la grande via verde che correva come vena viva attraverso l’agro rinato e, chiunque vi passasse sentiva crescere nel petto una musica silente, come un canto di radici e linfa.

Furono ricollocate le antiche targhe toponomastiche e senza errori perché, l’Olivetano sapeva, conosceva e ricordava ogni cosa, supportato dal suo essere studioso storico che non consentiva o conosceva fare errori.

Non era più solo rinascita, ma fioritura, e l’Olivetano, solidamente accolto tra la sua gente come un ulivo millenario, vedeva la nuova stagione innalzarsi, non con clamore, ma con la credenza di un ulivo bianco.

Perché ogni mano aveva toccato la terra, ogni voce aveva cantato la semina, ogni passo aveva scelto il ritorno.

E così, anche ciò che sembrava perduto cominciò a fiorire e, quando il Rinnovatore, col volto contratto e il mantello sporco di vino e vergogna, giunse ai margini del Katundë, vide ciò che non aveva previsto, in tutti la forza tranquilla di ciò che cresce, non di ciò che conquista.

Restò immobile un istante, poi si voltò e, con voce bassa, raccolse il suo sparuto seguito, esclamando: “Andiamocene, qui noi… abbiamo già perso.”

E fu così che il nuovo modo di intendere un luogo vitale vinse, non con la spada, non con il prevaricare, ma con la parola e il lavoro sui campi e la consapevolezza di possedere un tesoro immateriale che non è solo lamento di canto, quello incontaminati con il fare tipico degli arbëreşë e, fu da allora che il Katundë restò, testimone silenzioso di una rivoluzione profonde non di urla, ma silenzioso costruire.

Atanasio Pizzi architetto Olivetano                                                                                  Napoli 2025-07-09

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IL PONTE SU CATENARIE PRIMO AL MONDO FU INNAGINATO IN ARBËREŞË  Arbëreşj nënghë scruenë phësè penzonë e prana fiethë

IL PONTE SU CATENARIE PRIMO AL MONDO FU INNAGINATO IN ARBËREŞË Arbëreşj nënghë scruenë phësè penzonë e prana fiethë

Posted on 27 agosto 2025 by admin

ponte3NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Il governo guidato da Giorgia Meloni, con Matteo Salvini come ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha rilanciato con forza il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, considerandolo una grande opera strategica per il paese.

Secondo l’esecutivo, il ponte rappresenta un’infrastruttura fondamentale per collegare in modo stabile e veloce la Sicilia al resto dell’Italia e dell’Europa, migliorandone la mobilità di persone e merci.

Salvini, in particolare, sostiene che l’opera porterà benefici economici, occupazionali e logistici al Sud Italia, contribuendo a ridurre il divario con il Nord.

Il ponte è inoltre visto come un simbolo di modernizzazione e sviluppo, nonostante le critiche legate ai costi, all’impatto ambientale, superate dalla sua effettiva utilità.

Il progetto prevede un ponte sospeso a campata unica di oltre 3.300 metri, il che lo renderebbe il ponte sospeso più lungo al mondo, giacché, attualmente, nessun altro ponte ha una campata centrale così lunga.

La via sospesa, rappresenta una sfida tecnica molto elevata, considerando la notevole attività sismica dell’area dello Stretto e, i forti venti e le correnti marine generati dalla profondità del fondale, tutte superate dal pianoro sospeso.

L’ingegneria garantisce stabilità, sicurezza e durata nel tempo, tenendo conto di eventi estremi come terremoti e tempeste, tipiche di zona.

Inoltre, va garantita la continuità del traffico navale nello Stretto, quindi non possono essere depositati alcun che di ostacolo nel tratto di mare interessato.

Quindi sì, se realizzato, il ponte sarebbe non solo un’infrastruttura simbolica e strategica, ma anche una delle opere ingegneristiche più ambiziose costruite in età moderna, di questo secolo.

La realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina rappresenta una delle sfide ingegneristiche più ambiziose del nostro tempo.

Questa impresa richiama idealmente un importante precedente storico italiano, ovvero il Ponte sul Garigliano, progettato dall’ingegnere arbëreşë Luigi Giura, che unì le terre del papato con il meridione italiano.

Quest’opera fu un autentico primato mondiale, in quanto divenne il primo ponte sospeso al mondo realizzato su catenarie ancorate a pilastri singoli, interamente immaginato progettato e costruito con maestranze e materiali del meridione italiano.

All’epoca, Giura superò le difficoltà tecniche che ancora frenavano francesi, inglesi e altri stati del globo, segnando un punto di svolta nella storia dell’ingegneria del meridione.

Oggi, come allora, l’Italia pone in essere la propria eccellenza tecnica e innovativa secondo una nuova visione progettuale, affrontando sfide che uniscono e innovano l’orgoglio nazionale.

Il progetto del ponte che dovrà unire l’antico toponimo del faro al di qua e al di là dello stretto, richiama idealmente un’importante pagina della storia del genio italiano, opera dell’ingegno scaturito dal pensiero lucido dell’ingegnere e architetto arbëreşë Luigi Giura.

Dopo un attento confronto con le esperienze francesi e inglesi e dell’Europa in generale, nel tempo di un suo viaggio di studio in Europa, Giura concepì l’innovativo sistema di sospensione, utilizzando materiali all’avanguardia per l’epoca.

A rendere possibile il ponte di Giura, fu anche il supporto tecnologico delle maestranze di Mongiana, in Calabria, cuore industriale del ferro in quell’epoca.

E proprio lì, nella stessa terra dove oggi si progetta elevare e costruire il nuovo ponte di primato sullo Stretto, vennero realizzati i primi acciai trafilati in Italia, con tecnologie innovative per l’epoca.

Le Ferriere, già attive dalla fine del Settecento, rappresentavano un’eccellenza siderurgica capace di competere con Francia, Inghilterra e Germania, che a quel tempo avanzavano ancora senza quell’acciaio e quelle competenze locali, senza le quali l’opera di Giura non avrebbe mai potuto vedere la luce.

A completare questo ciclo virtuoso, venne messa a punto la macchina trafilatrice che consentiva di lavorare l’acciaio prodotto a Mongiana, rendendolo resistente e durevole.

Inoltre, a Napoli fu sviluppato un macchinario specifico per testare e garantire l’effettivo sforzo di trazione dei componenti acciaiosi, assicurando così che ogni componente avesse le caratteristiche ideali per sostenere le sollecitazioni del ponte.

Questo connubio tra produzione, controllo e qualità rappresentò un esempio di eccellenza industriale oltre che tecnologica italiana, elemento imprescindibile per la riuscita dell’opera di L. Giura.

Egli mise a punto e realizzò, il cosiddetto doppio pendolo, un ingegnoso meccanismo che permetteva di scaricare le spinte verticali direttamente sui pilastri e, quelle inclinate sulla catenaria, che a sua volta le trasferiva al suolo, tramite apposito amorsamento, delle forze prodotte del ponte.

Grazie a questa soluzione, fu possibile realizzare il primo ponte sospeso al mondo, su catenarie ancorate a pilastri singoli, segnando un primato assoluto nell’ingegneria civile.

Nel febbraio del 1828 Giura venne incaricato di realizzare il ponte ed il 14 aprile 1828 era già in grado di presentare il suo elaborato completo e dettagliato in tutte le sue parti.

Il 20 maggio 1828 furono iniziati lavori e il giornale inglese The Illustrated London News espresse “perplessità sulle capacità progettuali e costruttive dei napoletani e le sue vive preoccupazioni sulla sorte dei poveri sudditi, sicure vittime di questo vano esperimento di sprovveduti dettato solo dalla voglia di primeggiare”.

In effetti a quella data i ponti sospesi in ferro avevano tutti un grosso problema legato alla flessibilità a Parigi, a causa del vento, crollò il ponte sospeso in ferro progettato dall’accademico Navier; a Londra venne chiuso il ponte Driburgh sul Twed e la stessa cosa avvenne in Austria.

Fatto sta che i lavori proseguirono e il 4 maggio del 1832 il solito giornale inglese ipotizzava che il ponte fosse pronto, ma non fosse stato ancora collaudato per “timore del suo sicuro crollo”.

Ma il 10 maggio 1832 il re, si presentò davanti alle torri di sostegno del ponte alla testa di due squadroni di lancieri a cavallo seguito da 16 carri pesanti di artiglieria, colmi di materiali e munizioni transitando più volte.

Oggi, come allora, l’Italia si confronta con una sfida tecnica di portata mondiale, cercando di coniugare innovazione, funzionalità e identità nazionale in una grande opera che guarda al futuro, ma affonda le sue radici nella migliore tradizione ingegneristica del passato.

Nei giorni precedenti, tecnici scettici, nobili conservatori e giornalisti si riversarono nei pressi del ponte, convinti che l’opera non avrebbe retto.

Circolava addirittura l’ironia secondo cui, durante la cerimonia, il re sarebbe finito “con il sedere in acqua”, in napoletano “e pacchè intà l’acqua” e travolto dal crollo del ponte.

L’opera di Luigi Giura si impose, non solo come un primato tecnico, ma anche come simbolo di affidabilità e innovazione, superando le incertezze e i limiti delle esperienze europee dell’epoca.

Fondamentali per il successo dell’opera furono il supporto tecnologico disponibile all’epoca e, soprattutto, la lucida conoscenza della cosiddetta “scienza esatta”, che l’ingegnere arbëresh Luigi Giura applicò con rigore, senza esitazioni né patimenti di sorta.

In un tempo in cui l’ingegneria moderna muoveva ancora i primi passi, Giura riuscì a fondere teoria e pratica con una visione avanzata per il suo tempo, dimostrando che la matematica, la fisica e la meccanica applicata potevano governare opere complesse con assoluta precisione.

La sua fiducia nel calcolo e nell’analisi strutturale, ben oltre la semplice intuizione empirica, fu ciò che gli permise di portare a compimento un’impresa che molti consideravano impossibile.

Oggi, con il progetto del Ponte sullo Stretto, la storia sembra ripetersi, perché allo stato delle cose non basta essere ingegneri, architetti o matematici.

La tecnica da sola non è sufficiente, come ebbi modo di dire al professor Aldo Di Biasio all’Università L’Orientale, in quanto, queste sfide si vincono solo se affrontate con il pensiero e con il parlato primo, quello nato nella lingua arbëreshë, che non è solo mezzo di comunicazione, ma strumento di visione, di costruzione dell’anima e del sapere.

È da lì che nasce il coraggio di osare, la lucidità dell’intuizione e la forza di superare l’impossibile, come fece Luigi Giura ai tempi della scuola di ponti e strade e, come tutti noi ci auspichiamo oggi si può fare con la presenza di un tecnico arbëreşë che sa come vanno e come si fanno queste opere.

Perché il Ponte sullo Stretto di Messina possa avere un buon inizio, uno svolgimento efficiente, un allestimento solido e un collaudo impeccabili, e una lunga vita utile, ha bisogno di avere al suo fianco un lucido ingegnere/architetto arbëreshë come fu a suo tempo per il Garigliano.

Solo con una guida tecnica di eccellenza, unita a un governo determinato e lungimirante come quello di oggi, il progetto potrà trionfare glorioso, diventando il simbolo della rinascita e del progresso del Meridione italiano, così come avvenne quasi due secoli fa.

 

Atanasio Arch, Pizzi                                                                                                            Napoli 2025-08-09

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