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DOPO DANZE MITO E IDIOMA DOBBIAMO PREGARE RIVOLTI AL LOR SIGNORE CHE SORGE

DOPO DANZE MITO E IDIOMA DOBBIAMO PREGARE RIVOLTI AL LOR SIGNORE CHE SORGE

Posted on 30 maggio 2024 by admin

Ina Casa 2

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – La deriva culturale da cui sfuggimmo e, per la quale siamo diventati esuli integrati in queste terre parallele, è racchiuso nel concetto di non aver voluto soccombere e quello che oggi si palesa a casa nostra e, ormai divenuto più sopportabile.

Nonostante la volontà di fare bene e meglio esprimendo e affermando tutto il patrimonio ereditato per discendenza diretta, ha ritrovato nuovamente pena identica qui in terra parallela di quanto i nostri antenati sfuggirono sei secoli orsono.

Due cose sono certe; la prima è lo sfaldamento culturale avuto inizio nel XVII secolo con il vertice di pena nel sessantotto del secolo scorso; la seconda è la caparbietà turcheggiante che non ha mai smesso di inseguirci per piegarci e, oggi dopo il sessantotto hanno riprese le manovre di sottomissione, di consuetudinari, linguistica i costumi e la credenza.

Oggi la deriva, senza confini ci insegue e ci insegna a ballare secondo le anche islamiche senza pudore, siamo invasi secondo le credenze dei loro miti, vendendo sgretolarsi la credenza portata oltre adriatico con non poca pena e sacrifici dai nostri avi.

Vanno dicendo che bisogna rinnovarsi e le parlate devono essere rinnovate, perché le cose antiche non hanno più senso in questo mondo globalizzato e chi volesse studiare o entra nei canali riconosciuta da quella corte ambigua senza credenza, fa meglio a rimane isolate a fare il contadino che ciba lo stomaco e lascia deserto il cuore la mente e l’animo nobile, quello che  abbiamo ereditato dai nostri umili ma sapienti genitori.

Che si cibavano di crusca di grano e non di veli o nebbie generate, dalla “farina fatua” lasciata incautamente nell’aia a prendere sole degenere, non è certo il meglio della cultura che fa la regione storica.

Noi siamo Arbëreşë, voi non so cosa; tuttavia se si esalta l’opera del mugnaio matto, che espone le macine senza l’acqua che le fa ruotare; rappresenta la deriva di un figlio degenere, come chi prestava il grano per entrare nelle famiglie e manomettere le risorse del sudore altrui.

Gli esempi sono molteplici ed oggi, pochi ne conoscono il senso o il valore storico e, se questo accade non viene per caso, visti i temi in fermento, con i quali si trattano integrazione, ponti e, credenze, senza avere misura, di quanto apporto fornì nella storia d’Europa il genio arbëreşë.

La storia degli Arbëreşë è fatta di lavoro sudore, studio, credenza, legalità, genio e diffusione editoriale senza confini o generi da sottomettere o distruggere i popoli di cui erano parte.

A tal fine e per comprendere meglio la misura delle cose, chi si reca negli ambiti, in specie i Katundë della “Regione storica diffusa e sostenuta dagli Arbëreşë”, da oggi in avanti, provvedesse prima di tutto a confrontarsi con quanti studiano, analizzano e promuovono il territorio senza soluzione di continuità da molti decenni e, non con le istituzioni che essendo volontà popolare a scadenza di mandato, mancano di quella formazione storica continuata dalla radice indivisibile.

Venite in “Regione storica Arbëreşë”, ma mi raccomando, onorate i condottieri dell’ordine del drago quando non erano più ricattati per la propria famiglia in ostaggio e il suo popolo che con sacrifico allevava e sosteneva le proprie radici.

Le vostre fatue ragnatele, sono il motivo per il quale, le nostre discendenze preferirono migrare e disegnare paralleli ambientali di genio e di cuore, con credenza antica, la stessa che voi viandanti non dedicate tempo di confronto, con i veri saggi locali, quelli eletti dal tempo e dalla saggezza locale, nel più riservato silenzio ovvero i: nemo propheta acceptus est in patria sua; perchè: Jaku jonë i shëprishur sù harrua!

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L’ACQUA CHE SCORREVA NEI CENTRI STORICI HA SUGGERITO DOVE FARE SHËPI, RRUHA E GJITONI  (chi studia tutela confronta conosce e valorizza cosa tramandare)

L’ACQUA CHE SCORREVA NEI CENTRI STORICI HA SUGGERITO DOVE FARE SHËPI, RRUHA E GJITONI (chi studia tutela confronta conosce e valorizza cosa tramandare)

Posted on 26 maggio 2024 by admin

Sila GrecaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Terra di Bisignano (oggi, Santa Sofia d’Epiro) in origine fu un casale di frontiera, occhieggiante alle vele che approdavano nei naturali abbracci calabresi, della sibaritide.

Il casale nasce nell’entroterra, che fu mira, come tutta la corona di colline che perimetra la valle del Crati, dalla soldataglia longobarda, scossa dai passi cadenzati delle milizie bizantine, punteggiata dagli agrari delle grange francofone, mira dei desideri normanni.

Tutti pronti a disporre del laborioso cuneo produttivo, che da Bisignano conduce sino al promontorio denominato, Sana Vote di Castello.

Un ter­ritorio fertilissimo, circoscritto dai laboriosi torrenti del Duca e del Galatrella, che con le proprie gemme d’acque sostenevano cunei agrari, da cui fiorivano alimenti genuini dalla croce di bosco verso valle e, poi dai porti dello Jonio, lungo il Mediterraneo davano agio alimentare in ogni dove.

Confermato sono le vicende dalla storia che dal VII secolo, poneva il territorio dell’odierna Italia, termine e non più continuo, di pertinenza geo­politica romana, dove, il confine a sud era segnato lungo il corso dei fiumi Crati e Savuto, che dalle coste del Tirre­no di Amantea conducevano sino a quelle Joniche dalla Sibaritide.

Per la difesa di questi lime, nato, dopo la dismissione della diocesi di Turio, trovò dimora una famiglia indigena: i Berlingieri, che per la via e le convenienze Vernacolari offerte dall’acqua, edificarono l’originario nucleo denominato Karkarellët.   

Il tutto nella connessione delle acque limpide e genuine di Morrjitj e le ferrose che scorrevano nel Vallone del Duca, un affluente del Galatrella

In questa storica connessione di Acque buone trovarono dimora, numerosi distaccamenti di soldati Longobardi nel versante nord, a sud si contrapponevano i Bizantini, li lungo la strada di costa che da Rossano conduceva verso Bisignano e Cosenza.

I soldati preposti al controllo, in sicurezza, si disponevano lungo il camminamento storico ispezionando i greti degli affluenti storici del Crati verso la collina.

L’acqua è noto che scorre e segue il tempo, ma il tempo non si ferma, mentre l’acqua si arresta, cambia itinerario, fa solchi, segna i luoghi e, l’umo che osservano dalle prospettive ancora vuote, prende spunto dai quelle vie scalfite dallo scorrere dell’acqua, e costruisce seguendo il tempo che scorre senza sosta. 

A tale scopo si vuole dare memoria dei Katundë Arbëreşë, i luoghi dove le vie, i vicoli sono onomastica viva e riverberano senza pausa il tempo che fa scorrere l’acqua: Lavinë, Parerë, Trapesë, Stangò, Vallj, Shëşë, Cangellë, Sentjnë, Morrj hìutë, Kopëshët, ecc., ecc., ecc.

Quindi a Ovest, nella connessione dei due torrenti Nasce il primo nucleo ai tempi della nascente diocesi di Bisignano e, a ovest nel tempo dei longobardi fermati dai Bizantini, è sempre la salubrità delle acque e il loro operato a dare un nuovo spunto abitativo.

Valga, il Lavinaio, refluo torrentizio, che scorreva da monte a valle, in quello che poi sarebbe divenuto il centro antico, del casale Terra di Sofia, dove lo scorrere naturale lascia sabbia candida, dando così avvio all’assemblare dell’edificato originario primo di piazze vichi, case e la chiesa.

Nascono così numerosi Katundë arbëreşë, in tutto, il risultato di eventi che uniscono uomo, ambiente naturale; ovvero, acqua che si ferma e segna ogni cosa per il tempo che scorre.

Tutto questo a iniziare dal XIV secolo secondo i patti dell’Ordine del Drago che vide giungere nelle rive dello jonio i laboriosi Arbëreşë, con la sola aspettativa di poter vivere queste terre parallele simili o equipollenti alla loro terra natia.

Dove lo scorrere dell’acqua da senso e scandisce il tempo che non ha mai soste e, tutto si trasforma in risorsa, come la sabbia e le sue infinite grammature, in tutto suggerimenti, dalla natura e del tempo per l’uomo.

Prova di questo è l’edificato del XI secolo di radice cistercense, ripreso dagli albanofoni a seguito della peste del 1638, viene eretto quale chiesa padronale, modificati il corso di questa risorsa naturale, in favore di una credenza Alessandrina leggendaria che in altro capitolo sveleremo.

Poi le strategie locali indirizzarono l’acqua, che qui si fermava a depositare sabbia, a dispetto del tempo e, venne fata scorrere, verso altri rioni, che videro innalzate le case dai Baffa, Becci, Rizzuti e sin anche il nuovo monte del grano ad opera in risorsa dei Masci.

Per chiarezza di intenti, qui si useranno toponimi e identificativi, del Katundë di Terra di Sofia, della diocesi di Bisognato, ma per tutti gli altri centri abitati di simile periodo, cambiando i toponimi o l’identificativo famigliare, mentre la trama unifica per tutte il protocollo di sviluppo di centro antico che si va formando in origine, secondo le epoche, in tutto il tempo.

È grazie allo scorrere dell’operosa e instancabile acqua, era rifiniva la sabbia, in quelle aree di iunctura urbana, dove a forza di rotolare, si depositava finemente in diverse grammature, prima che l’acqua prendesse la via dei torrenti per giungere a mare. 

In tutto, acque che scendono da monte, segnando i lavinai, poi divenuti progressivamente cunei stradali, vichi e in alcuni casi ripide scalinate, determinando per questo, il progetto del centro antico, come oggi appare, eseguito dagli uomini nello scorrere del tempo.

Sicuramente il costruito è da attribuire all’opera dell’uomo, ma la traccia dei percorsi, cunei espressione dell’erosione dell’acqua, conducono nei rioni in crescita, divenute, Vie, Vichi o luogo di Piazze, suggeriti dall’acqua esposta al sole e alla luna senza sosta.

Come la storia, il tempo alimenta e talvolta tace o tiene velate cose; l’acqua rimane in vigile attesa per avere forza per incunearsi, scorreva o cadere per segnare luoghi e storia.

L’acqua basta lasciarla libera ed essa prima o poi trova una via per scorrere, e comporre, quei percorsi avvolte comodi, che l’uomo pratica e vive, perché espressione di trame naturali, che l’ambiente concede e, l’acqua mai le abbandona.

Il centro antico qui preso in esame, ma potrebbe esse uno degli infiniti di radice collinare si sviluppa a ridosso di tre percorsi storici, perché per natura erosiva l’acqua trascina sabbia, sminuendo la pietra e quindi i detriti per diversi secoli macinati, tutti poi giungevano nel parerò naturale dove le acque prima di precipitare nel torrente Galatrella e poi Cangellë, lasciavano in questo naturale “cuneo campanaro”, la candida sabbia color oro, per edificare;

  • Il Primo come già accennato è il più naturale e segue la odierna via detta Şigjona, germogliando nella corona, che cinge il paese in tempo denominata Kiubicë (verso la via di cresta), per poi insinuarsi nel paese dove furono erette, le stalle e il palazzo Bugliari di sopra, sempre più vorticosamente affianca le case dei che furono prima dei Baffa e in epoca francese dei Toscano, scalfisce il posto di osservazione ricordato come degli eroi da Bregù, e dopo un breve pendio si distende nella odierna Piazza Sant’Attanasio, per continuare: un tempo per via Şigàtà, da dove si riversava nel più a valle torrente del Galatrella, poi a fine del XVII secolo, con l’edificazione della chiesa del Santo Patrono, dedicata a Sant’Atanasio, venne deviato verso palazzo Tallarico e, passato il lato corto di questo edificato, precipitava nel cuneo dove depositava la sabbia e,  si univano poi al corso delle acque del torrente Cancellj più a valle.
  • Il Secondo Lavinaio è una conseguente biforcazione del primo, nasce dal continuo di Palazzo Bugliari di sopra, l’esenzione prospettica dell’ingresso che guarda a nord, qui raccoglieva i reflui piovani del continuo su citato e, della strada che piegava per Bisignano, affiancato residenza dei Bugliari di sotto, si riversava nel tratto di via Epiro, per piegare su via F. Bugliari e giunta su Piazzale dei Vescovi seguiva la via di fianco al Palazzo dei Fasanella, un tempo il monte del grano, per unirsi al primo e quindi nel pareo della sabbia.
  • Il Terzo è il più interessante, in quanto da origine allo storico toponimo di Trapesa, generato dalle acque reflue e piovane delle residenze a sud ovest, o meglio a monte dell’odierno palazzo Bugliari, oggi sede del Museo e del Comune, si dipartiva per essere il Vutto del palazzo Bugliari e del palazzo degli Elmo, (il palazzotto ad impronta di masseria barcellonese); il braccio che segnava lo spazio di reflui, oggi Trapesa, tagliava la proprietà dei Bugliari per passare davanti la casa di questi in forma più limpida e controllato refluo, anche se il toponimo dà la misura dell’inesistenza purificata del lavinaio, mentre l’altro braccio serviva da refluo naturale di questo e di palazzo Elmo e dei Calvano, per poi riversarsi nello Sheshi Ka Arvomi verso il torrente Cancellj.

Il refluo di meditazione delle Acque, ovvero dove si fermava e non seguiva il tempo, prende il toponimo storico di Trapesa, Vutto della mensa Arcivescovile o, misura di cose preziose, in senso di piccole dosi, o meglio scarti alimentari della mensa arcivescovile lì, in affaccio e, certamente posta più a monte della connessione di reflui corporali che segnavano la discesa verso il torrente più a valle.

Sono questi gli elementi primari che hanno tracciato i percorsi che conservano la memoria, dei Berlingieri Bisignanesi, i Soldati Bizantini, della Grangia Cistercense e degli Albanofoni prima e degli Arbëreşë per chiudere definitivamente questo “recinto antico” che lasciava tutti liberi e, nel contempo difendeva i suoi abitanti indigeni e della diaspora, da ogni ingerenza, maturale o di genere in aguato.

Per lavare igienizzare o sanificare cose, un tempo i Katundarj si recavano nel denominato (Ronzj i Ghëròghëtë), lungo il corso dell’instancabile torrente storico, sempre fedele e presente; mentre per abbeverarsi erano le fonti, i due termini di approvvigionamento, germogliate a seguito di due depressioni, o smottamenti storici.

Gli stessi che dividevano il Katundë, e qui non edificabili, e sino alla fine degli anni sessanta, mai nessuno ebbe fiducia di elevarvi case, stalle o altro tipo di rifugio, se non orti e produrre eccellenza ortofrutticola, ricercata sin anche dalle genti che vivevano nei cunei agrari.

Note erano, Patate, Zucchine, Pomodori per insalata, Fiori di Zucca, Fagioli, Ceci, Piselli, Taccole, Cipolle e come non ricordare, l’inconfondibile basilico e l’ornamentale prezzemolo.

La novità storica per una nuova acqua, giunse nel 1935, quando venne inaugurato il “Civico Acquedotto” il quale doveva dare agio e comodità a tutto il Katundë, anche se in poco più di un decennio, questa bolla di acqua, andò sempre più ad esaurissi e, con essa si è anche accodata la storia del paese, quella che avrebbe dovuto studiare per dissetare la mente per capire, preservare, tramandare cose buone e, non povertà di memoria, questo almeno sino ad oggi.

 

Altro elemento fondamentale erano i Butti o Vutti secondo le epoche di rotacismo linguistico; cavità naturali o artificiali attigue alle abitazioni sino al Rinascimento e, servivano per lo sversamento di rifiuti e deiezioni, umane.

Per evitare la diffusione dell’orribile puzzo che si alzava da esso, si copriva il butto oli si realizzava nelle zone ventilate al fine di deviare i miasmi, evitando altresì anche che divenissero fucine di gravi infezioni si versava all’interno cenere.

Essi servivano anche come latrine per lo sversamento delle acque nere.

Erano collegate agli orti o direttamente nelle strade, dove vi erano lasciati liberi maiali che fungevano da spazzini.

Nei butti o vutti si deponeva di tutto ivi comprese le suppellettili di casa ed i corredi da cucina e vasellame pregiato nei periodi di pestilenza.

Questi a non avevano regole precise nei piccoli centri ma tutti si stabiliva che tutti dovevano essere attigui, le officine o le periferie del centro.

Per le minime lavorazioni sporche quali il risciacquo degli animali macellati e il lavaggio dei prodotti grezzi dell’artigianato tessile, furono costruite i “guaççatorium” che rappresentavano la parte più bassa delle fontane pubbliche, istituendo la carica di maestro pubblico addetto alla risoluzione del problema dello smaltimento degli scarti

E se la toponomastica non è un’opinione, catastale o bibliotecaria, la memoria va al toponimo: Ka Sanë, che ambiva a indicare un Luogo sanificato o santificato dalla Natura e per incanto ascensionale.

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TRA IL DIRE E IL FARE SOLO IL PONTE DELLA CONOSCCENZA SUPERA IL MARE (I ponti sicuri costruiti dal pensiero arbëreşë quando gli altri rovinavano per finire in mare)

TRA IL DIRE E IL FARE SOLO IL PONTE DELLA CONOSCCENZA SUPERA IL MARE (I ponti sicuri costruiti dal pensiero arbëreşë quando gli altri rovinavano per finire in mare)

Posted on 20 maggio 2024 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Si parla di ponti per unire popoli, pensieri e religioni da unificare, generi da eguagliare senza avere misura, di quando, dove e con cosa, elevarono le prime catenarie in grado di unire i confini sociali e di credenza, senza che rovinassero nell’acqua limpida che scorrendo impetuosa e divideva le cose del nostro paese.

Oggi nell’amata terra mediterranea approdano autorità di ogni levatura e grado diffondendo promesse consegnando premi, in forma di omaggi variegati, assegnando titoli e allori per quanti seminano inutile fatuo giovanile.

Tuttavia nessuno di essi è adeguatamente illuminato o informato relativamente a cosa serve per aggiungere valore, e lustro, onorificenze di primato a quanti da millenni costruiscono ponti di dialogo, creano fratellanze, nel silenzioso rigore dell’umiltà.

Romani, Bizantina, Normanna, Greci, Arabi, Longobardi, Cistercensi, Francofoni, Ispanici Arbër e ogni sorta di popolo in cammino non per conquistare e sottomettere, ma per trovare agio e vivere sereni, in tutto chi è giunto qui non per conquistare o sopprimere, ma per incanto, vivere questa terra buona di sole e oggi, tutti fieri di essere riconosciuti come Italiani, in terra fraterna: la Calabria.

Sono tutti calabresi, si riconoscono sotto la stessa bandiera, pregano con lo stesso orientamento, ma se li senti parlare riconosci la radice sempre viva nelle loro inflessioni dialettali, tutti piacevolmente identificabili per la propria radice antica.

La Calabria quindi resta, detiene e conserva il primato dell’integrazione mediterranea tra le più solide e più fiere del vecchio continente.

Nessuna Istituzione l’ha mai premiata o ha avvertito la necessità di medagliarla, nonostante in questo intervallo storico, si parla solo ed esclusivamente delle vicende che nella storia l’hanno resa protagonista in prima linea; come fa una madre arbëreşë per i propri figli, allargando la sua bontà anche per quanti si trovano in difficolta, perché senza madre.

Qui in particolar modo si vuole trattare dei primordiali “nucleo urbani” dove esse sono vissute mantenendo le radici consuetudinarie in cui riconoscersi per non dimenticarle, in tutto le quinte teatrali fatte di: chiesa, servizi di avvistamento e della Iunctura solidale in difesa della propria identità.

I componimenti storici vernacolari, alloctoni e autoctoni, gli stessi che generarono i Katundë che qui non sono mai stati Borgni  ma: luoghi sociali o di confronto in continuo progredire fraterno secondo una visione di progresso fraterno  amicale dirsi voglia.

Si iniziò con l’edificare abituri razionali incastonati nel terreno, utiliz­zando anche materiali di spogliatura, pre­senti in quell’area a seguito dei terremoti o catastrofi naturali sempre in aguato.

Un insieme di attività racchiuse all’interno di uno spazio fisico privato, che pur se ristretto era all’occorrenza un insieme proto industriale operoso di un determinato insieme di figure note.

Di ciò è stata trovata conferma nell’analisi puntiforme, delle costruzioni originarie estrapolati con metodo, dal continuo del centro antico, dove murature ancora intatte, si identificano scientemente, perché realizzate di calce, sabia, polvere di argilla e pietre locali.

Esse sono facili da individuare, assieme a quanto poi ricostruito in una seconda fase, con l’integro del continuo murario, in resti di spagliatura.

E grazia a questo rimangono tracce indelebili e riconoscibili da chi possiede adeguata formazione, estrapolando così, una seconda epoca, datandola grazie agli eventi tellurici della storia calabrese.

A seguito di una minuziosa indagine effettuata dopo aver acquisito e sovrapposto mappe e immagini storiche confrontato atti catastali di memoria toponomastica, di numerosi “centri antichi”, si è potuto giungere a valori da cui estrapolare modelli abitativi vernacolari e di servizio come la chiesa, le pertinenze per l’osservazione del territorio, oltre a quando fondato dai profughi, che qui si insediarono in ogni epoca di esodo.

Le indagini hanno confermato che dette aree, componevano sempre piccoli centri, secondo uno schema basato sulla iunctura familiare di queste antiche popolazioni: una trama di abituri disposti come si possono rilevare ancora oggi nei “centri antichi” dei loci di provenienza.

La struttura non è di facile lettura, per i non addetti, ma se idoneamente preparati si può facilmente rilevare la disposizione delle abitazioni secondo le esigenze Arabe Greche Romane e Arbër, le più note, le stesse che mettono in evidenza la particolare dispo­sizione mediterranea di Iunctura articolata degli Shëşj o Sheşiola, gli stessi noti in storiografia come rioni, in tutto, un insieme composto e articolato di: Fondaci (Kopshëtj), Botteghe (Putiga), Case (Shëpij), Vanelle (Vallë), Supportici (Supòrtë), Grotte (Varë), Vichi (Rrughà) e Archi (Redhë), (il riferito tradotto e quello degli Arbëreşë).

Questa disposizione non certo casuale o spontanea, rispecchia proprio la concezione di modello urbano aperto, indispensabile per condividere le cose e le attività dell’agro, la vera risorsa di resilienza naturale calabrese.

Sistemi urbani di iunctura e cunei agrari di produzione e trasformazione, che hanno fatto la fortuna delle coline di tutta la Calabria.

Una forza lavoro di convivenza e scambio sociale che non ha avuto mai eguali e, a confermare questo dato di operosità unico e irripetibile, sono le misure riferita al litro di frantoio per la vendita dell’olio, che equivale a quattro pinte britanniche, quando le industrie qui all’avanguardia, si rivolgevano proprio alla Calabria a fine XVIII secolo, per facilitare la rotazione delle machine che contribuiva al nuovo scenario di produzione non più fatto a mano o con i piedi.

Altro fondamentale sistema di sostenibilità diffusa di questi centri abitati erano la Gjitonia, essa equivale a un concetto che si concretizza e si rivela in atti rilevabili in antiche consuetudini, creativi ed educativi, in tutto governo delle donne o spazio aperto senza confini e recinti di sorta.

Un esperimento di scolarizzazione con misura nota, con dimensioni precise di viste ed echi di riverbero a misura locale, gli stessi che ancora oggi non smettono di essere ascolto, specie da quanti in questi spazi vi nacquero per essere formati e cresciuti secondo un patrimonio di valori identitari, purtroppo ignorati dalle nuove generazioni, essendo mutate le docenza vernacolare o di crusca locale, ad opera di generazioni che essendo stati allevati e scolarizzati in altro loco non conoscono il vernacolare e neanche la crusca  locale se non le regole sessantottine a venire.

In tutto sono mutati i presupposti sociali che seguivano regole secolari e, il riverbero in questi luoghi di Iunctura sociale fatta di tipologie, del bisogno alimentate e sostenute dalla crusca locale, ovvero riprodurre e rispondere alle esigenze più utili o indispensabili dell’abitare sociale, conservando le cose prime dell’identità conviviale con rispetto di vestizione, canto e pronunzia.

Il costruito antico, qui descritto per grandi linee, presenta molte affi­nità con le cose rurali, degli agri, da quanti ritenevano di risiede al fianco delle attività sociali per il bene sociale, del territorio e della natura.

Inoltre, l’aspetto che più accomuna l’organizzazione dei centri antichi, sono caratteristiche climatiche e urografiche equipollenti alle terre collinari di provenienza di questi popoli.

Questi ultimi non più in penitenza o sottoposti a riverberi di credenza alloctona o di imposizione altra, da dover subire.

Infatti analizzando anche i riportati della toponoma­stica di memoria storica riverberata dalle generazioni succedutesi, assieme ai relativi rotacismi linguistici di pronunzia, riportano al memoria alla terra madre.

Va sottolineato che gli esuli che vivevano i tempi della diaspora in terra madre, fondavano i loro centri abitati, solo quando il luogo prescel­to o ritrovato, erano riconosciuti i presupposti ambientali e orografici paralleli o similari.

Questa è una costante che si può facilmente riconoscere, intercettare o estrapolare in tutti i centri antichi della Regione Etnica. Diffusa Accolta e Sostenuta dagli Arbëreshë, qui oggetto di studio privilegiato, e qui non si nega che usando lo stesso protocollo o diplomatica storica non è escluso che l’orizzonte possibile non abbia come sorgente gli elementi tipici materiali ed immateriali di memoria simile.

Con edifici che presenta nei cantonali intonacati, anche qualche stemma di legione, presente anche nella chiave di volta del portale delle case, o delle porte principali o secondarie delle Chiese, in alcuni casi anche nelle pietre angolari che determinano le attività di nobiltà per affermare la discendenza.

Sicuramente in questi ambiti non servono statue o busti equestri senza ragione e, di forma anomala, ma riconoscimenti di memoria, dalle istituzioni tutte, le stesse che in questo momento storico di pena e di invasioni diffuse, si preferisce premiare infanti o generi indecisi, che si siccome raggiunti con altre vesti, si vorrebbe piegare come non furono in grado di fare secoli addietro.

Venite il Calabria non per fare ponti e allestire memorie equestri di genere ignoto, con emblemi e mirano dello sguardo rivolto verso abbracci dominanti e non materni, tuttavia potrete venire con più rispetto, vedere, sentire, ascoltare e conoscere i luoghi dove, l’accoglienza ha reso la regione stessa: ponte fraterno solidale, colma di coltura, credenza e uguaglianza sociale, per chi viene e per chi poi da qui vuole ripartire.

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QELLI CHE SEDEVANO DAVANTI AL CAMINO DEL REFERTORIO TRA IL 1790 AL 1888 (nengë u bëra llëtirë satë mostë veja te culegj e vaita thë menzà)

QELLI CHE SEDEVANO DAVANTI AL CAMINO DEL REFERTORIO TRA IL 1790 AL 1888 (nengë u bëra llëtirë satë mostë veja te culegj e vaita thë menzà)

Posted on 18 maggio 2024 by admin

regina

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – La necessità di espandere i confini di iunctura culturale degli ambiti della Calabria citeriore dal XVIII a XIX, fu argomento di rilievo per “i fraterni gruppi europei”, specie quello che trovò germoglio nel casale nobiliare di Capodichino a Napoli, dai tempi di Maria Carolina d’Asburgo, Regina di Napoli e Sicilia consorte dell’imperatore Ferdinando di Borbone;

Anche essa frequentava questo luogo di fratellanza, dove furono disposte le linee generali di un progetto di cultura che interessasse ogni provincia del regno e, per la Calabria si attivarono, al fine di trasferire le risorse culturali ingabbiate nel collegio Corsini, nella residenza originaria, illuminandole senza più fatiscenze di luogo malsano in Sant’Adriano.

Tutto questo, dopo essersi continuamente consultati con i massimi esponenti della fratellanza di radice arbëreşë di questo loco ameno, ma operosi residenti e attivi in prima linea a Napoli.

E nel mentre in pochi, ovvero quanti si possono contare sulle dita di una mano diedero il corpo e l’anima per questo progetto, altre fratellanze e parentele si disposero a cerchio per fare vallja di profitto e tradimento.

Questa fu una stagione lunga che durò per molto tempo e, oggi quanti comunemente senza debita formazione appongono lapidi, allestiscono editi, usano manifestare memoria di canto senza ragione.

Eccellenze che ancora oggi rimangono sotto i veli ricamati dai chi non aveva meriti, oggi accolte di buon grado da quanti non avendo misura del grande rinnovamento, si prodigarono a tradurre fatti, avvenimenti e prodotti editoriali, di cui non conoscendo quel genio in grado, di generare preparare, istituire e dare inizio svolgimento e fine a questa grande fucina di clericali e letterati di libero pensiero, sempre prodigi a seguire la fratellanza del popolo sovrano.

Quando il collegio fu trasferito dalla sua storica sede, fu fatto perché il luogo era povero, poco ameno e, sicuramente non avrebbero potuto rispondere all’era nuova ormai alle porte.

Il progetto non trovo molta adesione clericale e civili, specie negli ambiti dove annaspava con la cultura; e tutto l’evento, venne inteso come dispetto locale in favore di altri o addirittura, un mero affare immobiliare in favore dei soliti fratelli senza scrupolo.

Per chi lo ricevette in dono fu festa nazionale, perché inteso come regalo scolare, dove le risorse economiche dell’agro avrebbero fatto la fortuna dei fratelli immobiliaristi che sarebbero anche diventati, padroni del monte del grano con profitti di usura inimmaginabile.

Due facce di una stessa medaglia, che ha visto l’istituto di formazione sempre protagonista di affari economici; e mai luogo di cultura diffusa, per unire casa e chiesa indissolubilmente, ma un monte economico da cui fare profitto e ricchezza privata.

Giuseppe, Pasquale, Francesco, Domenico e in fine Giuseppe, che fu fatto vescovo per necessità, rappresentano le figure prime che lo immaginarono, lo istituirono, lo sostennero contro le avversità già poste in previsione e, poi alla fin del ciclo, lo dismisero senza pena per la cultura e la formazione della terra citeriore.

Tuttavia se non vi fossero stati le prime quattro figure, ancora oggi Garibaldi e i suoi novecento e novantanove, lo troveremmo, accampato ancora nella valle del Savuto, in attesa del tempo buono per unificare l’Italia.

Per il collegio vi furono figure alte, che diedero la vita senza mai pretendere nulla e, figure senza scrupolo che si arricchirono approfittando della buona fede degli idealisti del pensiero libero in arbëreşë.

Se oggi dopo due secoli di fatti e cose, si allestiscono editi e ogni sorta di palcoscenico, specie se con la partecipazione e il contributo di luminari moderni, allo scopo di ricordare date, avvenimenti, uomini e “pubblicati editi carpiti”, non è giusto che vengano santificati e benedetti, solo i neri che tessevano trame colme di sangue fraterno, versato dentro furi i granai del regno per opera o per vendetta dei mandanti neri.

Su questi brevi accenni si potrebbero aprire discorsi e rivelare cose che lascerebbero basite le persone più perfide e sin anche il diavolo in persona.

Tuttavia qui si preferisce parlare delle cose buone, anzi accennare per certi versi cosa era è stato o hanno prodotto di buono le consuetudini degli arbëreşë.

L’istituzione nata per formare clerici di radice greco bizantina, i primi di cultura libera; il secondo nel periodo in cui Francesco alla guida si questo lo trasferì, da loco povero e malsano in un dominio di sole e vita, e nel viaggio proposto come gita scolare, si rese conto che mancava un elemento di unione tra l’altare della chiesa e il camino di casa.

Questo fu il motivo fondamentale per allargare il protocollo di formazione e, introdusse così nelle pieghe della formazione dell’istituto, come tessere trame e fare il costume di rappresentanza civile e clericale.

In altre parole cosa doveva mantenere alto il valore culturale degli Arbëreşë, che in un altro capitolo tratteremo con dovizia di particolari, per rendere chiari gli orizzonti di vestizione dei comunemente formati.

Il collegio per gli arbëreşë rappresenta un’isola culturale inesplorata, e tutto il suo valore ancora oggi e tutto incompreso e solo in parte lasciato trasparire dalla polvere che avvolge di giorno in giorno, quei documenti inediti che nessuno sa che esistono.

Ancora oggi è viva la favola, che notai avvocati e ogni sorta di bibliotecari del passato li abbia depositati negli archivi di altro loco e, qui non vi sia più nulla, ma il peccato più grave, lo commette chi non conosci la storia neanche in forma di favola, allora è palese il risultato a cui si ambisce specie per chi crede di poter sortire senza avere crusca, cure e orecchie per ascoltare in Arbëreşë.

Una raccomandazione per dovere di fila educata e rispetto, delle persone che diedero la vita al fine e per difendere questa storica istituzione: è preferibile prima parlare dei maestri e liberi pensatori, poi magare se ci sta un po di tempo nella pubblicità accennare anche, quanti hanno riferito cose che per gli arbëreşë che ancora oggi, restano e sono frasi o sostantivi e verbi incomprensibili.

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LA STAGIONE DE I GIOVANI NON PIÙ DAVANTI AL CAMINO CHE CREDONO SIA INFERNO (u lljienë thë mëbsuara e fiasen si pulari)

LA STAGIONE DE I GIOVANI NON PIÙ DAVANTI AL CAMINO CHE CREDONO SIA INFERNO (u lljienë thë mëbsuara e fiasen si pulari)

Posted on 16 maggio 2024 by admin

I CINQUE SENSI ARBËRESHË SONO INGRIGITI,

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Gli Arbëreşë segnavano le stagioni, con la metrica del tempo lungo, seguito da tempo corto, ovvero l’estate e l’inverno:

  • la prima stagione, rappresentava la rinascita, nel confronto operoso e costruttivo, con la matura, il territorio e, gli indigeni, oltre ai locali di simile radice.
  • la seconda stagione, era dedicato ai progetti, perché momento condiviso entro le mura domestiche, davanti al camino e, l’inverno, assumeva anche il tempo in cui si programmavano nuove strategie, riconoscendo gli errori fatti, per migliorarsi, nel nuovo confronto che a breve sarebbe iniziato con la nuova stagione lunga.

Questa per secoli e possiamo affermare senza commettere alcun errore,  che almeno sei, hanno fatto del popolo Arbëreşë, che viveva nel ricordo della terra madre abbandonata, il modello irripetibile, ancora ad oggi nessuna popolazione indo europea, ha superato in consuetudini e fratellanza con gli indigeni che li accoglievano per futuri migliori.

La loro forza era custodita dal governo degli uomini e da quello delle donne, due ambiti ideali in operoso parallelismo, dove si programmavano strategie riunite nel tempo corto, l’inverno; mentre nel tempo lungo in estate, le due camere parlamentari si occupavano del territorio tutto gli uomini, nel mentre il governo delle donne, iniziava davanti al camino e con cerchi concentrici sempre pulsanti e vivi, seguiva le nuove generazioni non oltre l’estensione dei cinque sensi, ovvero dove si estendeva l’istituto di formazione della vita in esperienza, denominata Gjitonia.

Questa solida organizzazione, nel corso dei secoli è andata scomparendo per il sopraggiunto interrogativo dell’era industriale, che sopprime il governo degli uomini e per quanto concerne il governo delle donne, dagli anni settanta del secolo scorzo, per i nuovi ideali scolastico sociali che voglio tutti i generi equipollenti, immaginando che la sola scolarizzazione, possa far germogliare il genio per la tutela, la conservazione o resilienza del vecchio in epoca moderna, specie relativamente al grande patrimonio di eredità orale, ormai non più secondo l’antico manuale Arbëreşë fatto di ascolto e rispetto delle proprie consuetudini.

Oggi ormai non sono più i due governi a formare le nuove generazioni, che non si muovono secondo il confronto diretto con i genitori, nonni, parenti o i saggi locali, in quanto è stata diffusa la regola, secondo cui negli archivi, nelle biblioteche o frequentando i dipartimenti generici o mirati, non è indispensabile confrontarsi, con la memoria del governo delle donne e degli uomini, infatti, pare sia, sufficiente fare resilienza e tutela storica per la “Minoranza Arbëreşë”, liberi dall’antico formarsi di ascolto, come lo fu dal settecento sino a tutto l’ottocento inoltrato, per gli eccellenti, ancora oggi ignoti, alla storia dei comuni.

Se dagli anni settanta del secolo scorso ha avuto inizio questa deriva, sempre più allargata, sino a divenire nuovo protocollo, è normale che oggi si confondano; Danze con memoria del Parlato; Katundë o lugo di confronto e movimento con Borghi isolati e chiusi; Sheshi di Iunctura con piazzette inclinate; Gjitonia dei cinque sensi, con Vicinato mercatale del prestito; e come non sottolineare gli abusi edilizi degli anni sessanta, del secolo scorso, per abitazioni a memoria della terra madre, quando ancora non era il nido del volatile con teste e un cuore Arbëreşë.

Potremmo terminare con il comune parlato che si fa con argomento il costume tipico, ma questa è una nota troppo dolente, per la quale e meglio non interferire, ne è il caso di raccogliere i resti o le polveri prodotte dai “Kopizzari Matti” di turno è troppo complicato, anche se esistono compilazioni solide, e inarrivabili, sia per indossarli e sia per darne larga diffusione, che si rimanda in altra diplomatica, assieme a quella dello sviluppo urbano e architettonico dei centri antichi di radice Arbëreşë.

Un tempo, e parliamo di ante anni settanta del secolo scorso, si ricevevano in eredità dal governo degli uomini, tanti mestieri e da quello delle donne, il modo di comportarsi e riconoscere le cose buone da quelle meno buone, poi quando uscivi fuori dagli ambiti locali, sapevi come far germogliare al meglio e diventare esempio per tutto il vecchio continente, così come hanno fatto dai tempi della nascita i numerosi esponenti della cultura Arbëreşë.

Oggi purtroppo il vantare frequenze archivistiche o di biblioteca, è diventato il vanto comune per quanti vanno per valli e piazze, adagiandosi su centrini della tavola a modo di vaso floreale, seminando inutili riverberi che servono solo a offendere la memoria dei nostri avi con crusca di fatuo.

Si preferisce isolare la regola del contrappasso a quella di fare bottega di falegname, massaro o forgiato che sia, per allevare maestri di genio nuovo, che sappiano dare continuità alla storia delle arti e le cose locali.

E se a parlare sono quanti gli archivi, le biblioteche, i musei o i luoghi di memoria, li ha migliorati a misura di ogni comunemente, sapranno sicuramente riconoscere se le cose divulgate sono vere o pura invenzione locale, che degenera la storia e la memoria di un ben identificato luogo.

Non bastano secchi di cole in base di calce per rendere le prospettive storiche migliori, servono progetti e una buona impresa che sappia fare strutture solide, apporre tetti e creare il giusto impasto di pigmentazione per le prospettive da tutelare, anche se nella legge 482/99 non sono contemplate e, ancora si va per mietiture di vergognosa trebbiatura, immaginando che la farina fatua sia più genuina della crusca di grano.

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IL CONTRAPPASSO DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA E SOSTENUTA NEGLI SHESHI (Thanasi Shurben Wet)

IL CONTRAPPASSO DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA E SOSTENUTA NEGLI SHESHI (Thanasi Shurben Wet)

Posted on 14 maggio 2024 by admin

photo_2024-03-13_22-26-32 ioNAPOLI (di Atanasio Pizzi architetto Basile) – “Ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria”, così Newton spiega nella sua terza legge della dinamica in fisica.

Se prendiamo in considerazione solamente il significato della frase possiamo notare come possa adattarsi bene alla vita quotidiana, secondo cui ad ogni scelta corrisponde una conseguenza, che degenera le cose, invece di elevarle e chi cerca di tutela viene inteso come diverso malfattore.

Questo potrebbe essere applicato anche verso chi invece di seguire lo stereotipo di Arberia, come modello di lingua altra, preferisce consolidare le attività di ricerca con diplomatiche, in grado di spolverare, al fine di svelare e sostenere il senso della “Regione storica diffusa degli Arbëreşë”.

Un insieme solido aperto, dove tutto scivola, senza coprire o velare le cose, fatte di territorio parallelo dove incuneare solchi di semina di origine, come consuetudini, credenze, costumi, orecchi e cuori.

E per puntarli al meglio, utilizzano il principio dantesco del contrappasso, sicuri di non ricevere pena quando indirizzano angherie gratuite e, ripetute per nome e per conto di quanti rispettano le attività secondo sequenze storiche.

Per rendere più semplice, il comprendere questa deriva culturale perpetrata e continua senza vergogna, è utile analizzare l’etimologia della parola di radice “passo” dal greco “pasco” ovvero “soffrire”, in tutto, l’azione che si riflettono su quanti cercano di fare chiarezza o pulizia della storia.

Il contrappasso, rappresenta la rigorosa correlazione tra pena e colpa; una punizione inflitta al colpevole che sia uguale o simile alla vergogna inflitta con incosciente leggerezze storica, a partire dal 1975 del secolo scorso e forse anche prima, ma qui non è il caso per dilungarsi, ma fermarsi alle pene diffuse indirizzate alla minoranza Arbëreşë.

Esiste un vizio che è nascosto in ogni persona di spessore, si chiama superbia e nasce, dal comportamento morale dei comunemente, specie quando si aprono gli scenari culturali del contrappasso; generando  così lo spontaneo  pensare a Dante e, alla Divina Commedia.

Tuttavia si trova anche in altre attività culturali, come per esempio gli scritti o, le migliaia di pagine che seguono un percorso storico e culturale unico, indissolubile e senza eresie, diversamente dalle interpretazioni,  “Sciollanesche” , in preghiere diffuse non dal corso del Galatrella ma, dal pulpito Sordo del Settimo figlio illegittimo di madre degenere.

Questa figura che nasce nelle vicinanze del Galatrella dello sheshi racconta, il viaggio all’interno della regione storica diffusa degli arbëreşë, che non è solo mera lingua altra sostenuta da madre degenere; la stessa che fece scappare i figli per conservare memoria fatto di e cuore che ascolta e ripete alle nuove generazioni le cose di radice.

Volendo Paragonare il mondo culturale degli arbereshe ai gironi danteschi si possono riassumere in questo modo;

  • Si parte dall’ Antinferno, situato sotto la crosta terrestre, troviamo gli ignavi che parlano di Gjitonia, Valljie, Sheshi, borghi e case a modo ribelle della terra madre, in favore di credenza, o condanna di fare balli tondi, sotto una bandiera, tenendo fazzoletti in mano per scacciare volatili con la testa di vespera o zanzare.
  • Il cammino continua nel primo cerchio, dove vi sono i non battezzati, alla ricerca infinita dell’antico loco di sepoltura, oggi diventato aulive da frantoio, nel mentre gli intellettuali cercano risposte in archivi e biblioteche, immaginando siano loco di frantoio.
  • Nel secondo cerchio incontriamo le anime, che si torcono per fare la coda o la ruota con la zògha, abitudine irrispettosa del marito, per fare indecenti gesti verso il vicinato indigeno, Qui troviamo i lussuriosi condannati, ad essere trasportati e percossi da una bufera infernale, poiché non capaci di comprendere la sacralità del costume, inteso solo come vestizione carnale con segni bernacolari di copulazioni da pubblicizzare.
  • Nel terzo cerchio sono situati i golosi i quali giacciono stesi a terra, esposti a pioggia, grandine e neve, nel vutto di pertinenza, reso maleodorante dall’Alessandrino, abbandonato più volte, su un tavolo in mezzo alla comune via e, preferendolo ai piaceri di gola e al fumo dell’alcol inebriate, per questo costretti godere di odore sgradevole e note strumentali ormai stonate.
  • Al quarto cerchio sono gli avari e i prodighi; come in vita si affaticarono per arricchirsi e mantenersi facendo opera malevola, per questo divisi in due schiere opposte e costretti, a trasportare pesanti secchi di colori impropri, scontrandosi, per poi azzuffarsi e rinfacciarsi le opere che nessuno dei locali aveva chiesto.
  • Il quinto cerchio comprende gli accidiosi e gli iracondi; i primi sono costretti a rimanere lungo l’articolarsi dei lavinai per l’eternità, poiché in vita covarono rabbia senza cogliere la bellezza della vita, quindi ora non potranno più godere nemmeno dell’aria che respiravano e, cosi anche per gli iracondi abituati che si rotolano nel fango dell’infamia di cose inventate e che non trovano pace: questi entrambi sono condannati ad azzuffarsi gli uni con gli altri, percuotendosi e mordendosi, reciprocamente, braccia gambe e ventre.
  • Gli eretici li troviamo nel sesto cerchio e sono quanti vissero una vita seguendo falsità, così nell’aldilà giacciono in sepolcri infuocati che emanano calore in proporzione alla gravità del peccato compiuto, in tutto stanno in attesa di riunirsi con il proprio corpo che non lo hanno mai considerato proprio, cosi cole la terra e i lochi di pertinenza che hanno preferito far degenerare.
  • Arrivati al settimo circolo verso il basso, incontriamo i violenti, questi devoti alle tre girunë: i Violenti contro il prossimo: gli assassini e, i tiranni o predoni. Sono immersi nel lavinaio a croce dell’Ascensione, il fiume di fredde previsioni e sono colpiti gli schizzi malevoli più di quanto sia stabilito dalla pena da loro prevista. Come in vita si macchiarono di sangue altrui, ora ne sono immersi e subiscono la violenza e la forza bestiale del mare in tempesta come fanno i naviganti, questi ultimi sono violenti sin anche con se stessi e i propri familiari, in genere scialacquatori. I suicidi, che disprezzarono il loro corpo, sono trasformati in un altro corpo di natura inferiore (in alberi) e poiché straziarono se stessi sono straziati dalle arpie. Invece gli scialacquatori, i quali dilapidarono le loro sostanze, sono dilaniati da cagne fameliche.
  • L’ottavo cerchio, ha una struttura articolata, composta da 9 sheshi, divisi da muretti, rrhughë, porticati e porte gemellate: qui molti ignari della storia commisero in vita peccati culturali vergognosi, così ora vengono rincorsi frustati dai chi ne subì le angherie, infangandoli moralmente, così ora vengono immersi nel sterco animale, per ricordare loro, che quando si arricchirono di notorietà nel periodo del loro mandato, adesso pagano conficcati a testa in giù con i piedi fuori esposti alle fiamme ad ardere;

Indovini: come in vita leggevano e parlavano di futuro, perché praticanti di archivio o di atti notarili del passato, ora vivono con la testa voltata all’indietro e costretti a camminare a ritroso;

Barattieri: in vita usarono mezzi viscidi e oscuri, così ora giacciono nella pece nera punti da topi affamati, perché sempre vissuti nelle tane di solitudine culturale;

Ipocriti: poiché in vita nascosero i loro torbidi pensieri sotto una piacevole falsa apparenza carpita ad altri studiosi, ora sono sovrastati da capre e caproni con corna falsamente dorate e immaginano sia un dono divino;

Ladri: durante la loro vita terrena usarono l’astuzia per fini malevoli, così ora sono tormentati dai serpenti che li mordono e si cibano delle loro orecchie per non più sentire le cose rubate al saggio;

Consiglieri fraudolenti: con i loro consigli provocarono guai, incendi ed eresie, così nell’aldilà sono avvolti in una fiamma appuntita a forma di lingua biforcuta che buca entrambe le guance e le orecchie;

Seminatori di discordie: poiché in vita crearono dissidi, così ora vengono straziati e mutilati con la spada per l’eternità, con ferite che si rimarginano prima di essere inflitte nuovamente;

Falsari: stravolsero in vario modo la realtà, per questo motivo vengono sfigurati da malattie varie a seconda del peccato commesso.

  • Arriviamo al nono e ultimo cerchio, quello riservato ai traditori, suddiviso in quattro rioni storici, qui le pene sono state stabilite in base alla freddezza avuta in vita nel tradire lo sheshi di appartenenza, per questo motivo sono immersi nell’aceto più antico; il primo rione si trovano i traditori dei parenti immersi fino al viso e capovolti verso il basso; nel secondo sono i traditori della patria, i quali si trovano immersi nell’aceto fino alla testa, ma con il viso rivolto verso l’alto; il terzo è dove si trovano i traditori degli ospiti, seduti supini col volto rivolto in alto nel fiume di aceto, cosicché si acidificano tutte le lacrime nelle orbite oculari; il quarto è dei traditori dei benefattori, qui i dannati sono completamente affondati nell’aceto  riversato in varie posizioni.

Possiamo notare come chi descrive l’inferno della cultura Arbëreşë abbia una percezione ben chiara di ogni peccato e della specifica corrispondenza con giusta punizione, infatti tutto è descritto in modo crudo o dettagliato dirsi voglia, per invitare i lettori, a non commettere gli stessi errori.

Qui termina il cammino ultraterreno nello sheshi e, per comprendere come è fatto il mondo arbëreşë, non bisogna fare altro che ascoltare senza mai interrompere il vecchio saggio, solo così potrete seguire l‘esempio ereditato, solo quando finirà di parlate, utilizzando esclusivamente l’antico strumento di comprensorio orale per recepire.

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IL CICLO ELETTORALE DI ARCHEOLOGIA LOCALE

Protetto: IL CICLO ELETTORALE DI ARCHEOLOGIA LOCALE

Posted on 11 maggio 2024 by admin

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I THEMI PORTATI SENZA RIGUARDO IN REGIONE STORICA SERVONO PER CARPIRE LA FEDE DEGLI ARBËREŞË (Na muhartin përë gadura pa crìe)

I THEMI PORTATI SENZA RIGUARDO IN REGIONE STORICA SERVONO PER CARPIRE LA FEDE DEGLI ARBËREŞË (Na muhartin përë gadura pa crìe)

Posted on 08 maggio 2024 by admin

DragoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Quando l’impero romano di espansione orientale, ha iniziare la sua decadenza in favore delle regole islamiche, la forgiatura delle nuove generazioni in crescita, vide numerosi governariati, costretti a cedere i propri figli maschi per essere cresciuti nei califfati, con misura di credenza, senza rispetto delle altrui genti da sottomettere.

Togliere i figli maschi ai discendenti dei governariati della allora Albania, voleva dire preparare un nuovo impero secondo forgiature di corte dove si viveva sopprimendo chi cresceva al tuo fianco con ogni mezzo di umiliazione pubblica.

Di queste figure che sono parte della storia del vecchio continente si potrebbe trattare della storia e di come essi appaiono, di molti personaggi, ma per non allargare il discorso e perderci nella discussione, tratteremo dei soli e due esempi che ancora oggi mantengono la scena e sono facili da individuare.

Essi sono Vlad III noto per vociferato islamico come il conte Dracula e Giorgio Castriota, figlio di Giovanni, volgarmente esposto come Scanderbeg, secondo l’instancabile fusione Moderna di ironico coronamento di re di una improbabile mandria, e non di ordine Draghesco, come lui e Vlad III preferivano apparire senza essere distorti dalla infinita persecuzione, ancora oggi in atto.

Se per l’eroe di Transilvania il progetto di demonizzare Vlad III secondo la mira islamica, ha avuto buon fine, per l’attenzione religiosa e di credenza europea attribuita a Giorgi Castriota, la scattata denigratoria non ha avuto, lo stesso risultato o buon fine.

Vera resta la vicenda di Vlad III, perseguitato ma comunque, sfuggito al linciaggio del sui corpo e i suoi familiari.

Diversamente da Giorgio Castriota che dopo essere stato linciato fisicamente, dopo la sua morte, venne portato in macabro ricordo, per le vie dell’allora sua terra, ma lui sicuro di tutto questo, ha saputo seminare, germogli che hanno fiorito liberi, dalla deriva mussulmana, che ancora oggi tenta abbordaggi per screditarlo, per mano di inesperti culturali.

Nei numerosi trattati che ritraggono e descrivono l’eroe Giorgio Castriota, in alcun modo e, chi conosce la storia lo sa bene, usano presentarlo con un copricapo a forma di cupola islamica, sormontata da capra o animale ovino che sia.

Giorgio Castriota dopo la battaglia di Terrastrutta nei pressi di Greci (AV), sfilava al seguito del re Aragonese, con un elmo sormontato dallo stemma del drago e, al fianco del fedele Fratello di Battaglia Vlad III, questa un’ incisione bronzea risalente al XV secolo.

Sono diverse le raffigurazioni che lo pongono impavido alla guida del suo cavallo, con scudo e lancia o spada, mai ritratto con elmo sormontato da ovino, sono nel ventennio del secolo, appaiono le raffigurazioni a dir poco senza alcun riferimento storico se non offensivo, per noi arbëreşë.

Questo viene sottolineato dalla Forma latinizzata del nome İskender beg 〈iskènder bèġ〉 (turco “bey Alessandro”, con allusione ad Alessandro il Grande) dato dai Turchi al Castriota e, sia dalle vesti che tutto possono avere, non certo d’indirizzo cristiano, per il quale seppe rispondere con grande astuzia o strategia dirsi voglia.

Il sultano Murad II, ignaro del sancito del Kanun, per la nuova posizione del suo protetto Giorgio, rinominato dal sultanato, “Scanderbeg”, inviò un potente esercito, si disse, di 100.000 o addirittura 150.000 uomini guidato da Alì Pascià e invadere i Principati Arbëri.

Lo scontro con le forze notevolmente inferiori del “Principe Cristiano Giorgio Castriota” avvenne, il 29 giugno 1444, a Torvioll vide la prepotente armata turca incassare una sonante sconfitta.

Il 2 di marzo dello stesso anno, nella cattedrale di San Nicola ad Alessio, il Principe Arbër Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, libero dal ricatto turco, organizzò un grande convegno, con i principi Arbër, li convenuti sotto la vigile supervisione della onnipresente Repubblica Veneziana.

In quel sacro luogo di credenza venne proclamato, all’unanimità, guida cristiana, lo stesso che agli inizi della seconda decada del mille quattrocento, venne marchiato indelebilmente dai turchi, “Scanderbeg”.

Questi, prima della nomina, salito sull’altare si espresse cosi come qui riportato, secondo uno scritto del XVI secolo e al cospetto dei Principi convenuti in quel 2 di Marzo del 1444 qui riportato: la principessa Mamizza Castriota, sorella di Giorgio; Arrianiti Signore della Provincia Canina, Calcondila e Rafaele Valoterano; Teodoro Corona Signore di Belgrado amico particolare di Giovanni il Padre di Giorgio; Paolo Ducagini, il più considerato principe d’arbëria, in oltre erano presenti Nicolò Ducagini, Giorgio Arianiti, Andrea Topia, Pietro Pano, Giorgio Dufmano, Gjergj Balsha, Zaccaria Altisvevo, Stefano Zornovicchio, Scura/Scuro, Vrana Conte e altri di minor nome, quali Stefano Darenio, Paolo Stefio, i principi di Transilvania, oltre i deputati della repubblica di Venezia, osservatori e certificatori di quell’incontro.

Quando i convenuti furono dentro il sacro perimetro religioso, Giorgio Castriota, prese la parola e fece un discorso come qui in seguito riportato, secondo la cronaca dell’epoca.

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“Superfluo stimo, Principi ottimi, e sapientissimi che io imprenda a descrivervi l’odio, e la rabbia dei Turchi contra i seguaci di Gesù Cristo, e come quelli non pensino ad altro che ad annientarci, ad estirparci, tanto sitibondi del nostro sangue, che ingordi dei nostri beni: avveguacchè questo vien purtroppo dimostrato da tante ferite, di cui e coverta tutta la Cristianità, e la medesima Arbëria, gli stessi Principi albanesi possano essere citati agli altri in lacrimevole esempio.

Onde pio tosto mi volgerò a espor, quale sia stata la cagione delle nostre dissaventure; acciocchè di presente vediamo a quale rimedio abbiamo ad applicare.

Piangono a lacrime di sangue i popoli Cristiani le fatali discordie dei Principi loro accusandogli essere loro stessi i fabri dei propri disastri e tutti esclamando al cielo accordandansi tratto in pronunciar queste parole: se i Principi Cristiani, che sono travagliati dal timore, e dal pericolo di sogiacere infime, all’incontro ridurrebbero facilmente il Turco in ultimo e sterminio. Ma che io mi trattenga a narrare le tragedie degli altri principati, non mi è permesso dalla compassione verso  i miei fratelli scielleramente uccis, la quale tosto mi chiama a dichiarare d’onde sia derivata la miserabile ruina della mia casa.

Giovanni mio Padre, Principe una volta vostro compagno, essendo stato assalito dal Sultano dei Turchi, il quale alla testa di un’armata egualmente numerosa, che agguerrita obbligava tutti i potentati vicini a piegare, ed a sottomettersi, trovandosi esso solo alle mani col prepotente assalitore, ne vedendogli soccorso da parte alcuna, fu costretto alla fine a rendersi per vinto, e accettare delle condizioni che tacitamente conteneano l’ultimo eccidio della sua casa, cioè l’usurpazione del Principato, e l’uccisione de’ Figliuoli, dopodichè fosse avvenuta la sua morte; (io solo rimasto in vita per volere del cielo: e spero per le dovute vendette di tali scelleragini).

E se quella diffusione che a quei tempi era tra i Principi Arbër, la quale ha lasciato perir miseramente mio padre perseveri  eziandio ne’ miei presenti pericoli, diverso esito dal paterno non posso certamente aspettarmi. Pure l’interesse del mio Principato, e della mia vita non ridursi a parteggiar condizioni di quella, ovetrovavasi per l’addietro. Ma avete da sapere che la salute vostra, ugualmente che la mia, al presente sia sull’orlo del precipizio.

Imperociocchè: che credete? Che il Turco allestisca le sue armi solo contro di me, e non pensi ad altro che al mio eccidio? Piacesse al cielo che la cosa fosse altrimenti; e quella fiera di me provocata a danni dell’Arbër restasse saziata, e non piuttosto irritata dalla mia strage.

O fortissimi Principi, non vi conturbino i tristi avvisi dei vostri presenti pericoli, i quali poi vivo sicuro che indubitatamente vedrete finire in vittoria, e in trionfi, se darete orecchio ai miei eterni consigli.

Tutti noi per dio immortale dal primo fino all’ultimo, tutti i Principi d’Arbër, tutta l’Arbër volge e ravvolge ora il rabbiosissimo turco nei suoi soliti continui pensieri de’ Cristiani estermini.

Se tutto ciò non meditasse il Turco, il quale ha per legge del suo ampio Profeta Maometto, ha per esempio de’ maggiori, ha per natura, ha per consuetudine di fare quanto può distruzione di tutti quelli seguono il nome di Cristo, e dell’eccidio d’un Principe Cristiano passar sulla medesima carriera a quella d’un altro. E di già parmi di questo punto di veder Amurate, in mezzo ai ministri delle sue crudeltà, e scelleragini, tutto spumante di rabbia, e ira, dopo aver minacciato a me, ed ai miei sudditi di far soffrire tutte le sorti di strazi, e di suplizi, rivolgersi a ringraziare il suo profeta Maometto che li abbia mandato quest’occasione di ristaurarsi nell’acquisto dell’ Arbër dalla perdita che aveva patito della servia: quindi dar ordine ai capitani di quest’impresa, dopo che abbiano finito d’eseguire il mio sterminio rivolgano tanto sto l’armi contra gli altri Principi Arbëri, e che non manchino di menare a’ suoi piedi voi carichi di catene, ormeno di gettarmi le teste vostre. Questi sono i sentimenti, questi sono (credete a me, credete alla mia lunga inveterata esperienza di quella corte, di quei costumi: credete a tanti orridi esempi e vecchi, e nuovi e stranieri e domestici) questi, dico, gli ordini, questi comandi del Turco. Questo ha da essere il tragico inevitabile fine dei principi albanesi, se tutti noi non si colleghiamo insieme per fare testa al nimico comune. Vi rappresento per verità, o degnissimi Principi, cose orrende da dirci, e sentirsi: ma io in quest’occasione opero a giusa di medico il quale spiega all’inferno i rischi del suo male, acciocchè si disponga alla necessità de’ rimedi.

L’unione è l’inica strada, per cui ci possiamo metterci in salvo dai mali, di cui siamo terribilmente minacciati: e si vede Iddio volerla assolutamente ne suoi fedeli, se essi all’incontro vogliono essere sostenuti dalla sua protezione. L’Ongaria, la Transilvania, la Bulgaria, la Servia fintantocchè la diffusione è stata tra esse, sono state abbandonate, dallo sdegno celeste, in preda all’avarizia, e alla crudeltà dei Turchi.

L’anno passato essendosi stati collegati insieme i Principi di queste Provincie, Iddio parimenti accompagno con la sua assistenza l’animo loro: per modo che riportata la più gloriosa vittoria che sin ora si celebri del nome di Cristiano, hanno costretto di rincontro il Turco a ricevere tutte quelle leggi, e condizioni,che loro sono piaciute imporgli. Abbiamo davanti agli occhi un si recente, e un si illustre esempio.

Iddio non mancherà d’aiutare i suoi Fedeli, quando essi non tralasciaranno di darsi mano l’una all’altro. Che quando il turco ai tempi di mio padre coll’armi entro in Arbëria, gli sarebbe forse riuscito di sottometterla al suo giogo, se alla comune difesa si fossero uniti i principi Arbëri? La difficoltà allora fu la cagione che l’Arbëria divenisse misera e schiava dell’Ottomana prepotenza: ora dunque l’unione, la concordia la renda all’opposto vittoriosa, e trionfante de’ fuochi crudeli nemici, quando ha fatto l’Ongaria, Le forze di questa provincia sono come tante piccole riviere che scorrono per diverse parti: le quali, se si raccogliessero dentro un alveo solo, formerebbero un grandissimo,e insuperabile fiume.

Le onde questa nostra unione mi toglie ogni paura, e infonde nel mio cuore una vera speranza di fare strage de’ Turchi, con cui loro credono di sterminare noi altri, e di rendere glorioso per tutta la terra nelle vittorie contra L’Ottomano possanza il valore degli Arbëri, quando quella degli Ongari.

Io che in fin da fanciullo per più di trent’anni ho menato la vita in compagnia dei Turchi, sono versato di continuo trà l’armi loro, divenuto maturo nell’arme loro, e credo che abbia abbastanza appreso tutte l’arti, e tutte le maniere del lor guerreggiare, posso con fondamentale promettere, e con ragione sperare qualche cosa contro di loro; e se quando era lor Capitano ho in non pochi, non leggeri cimiteri di battaglie felicemente vinti e debellati i lor nemici, ora di certo dessi aspettare che non operarò di manco per la conservazione della mia patria, e per la salute de’ miei compagni, i quali per mia occasione mettano a repentaglio la mia vita, e ogni loro fortuna. Ne va dia poi alcun travaglio la fama della possanza dei Turchi: Ne voi più tremiate loro, ch’eglino sperino in se stessi.

Pochi mesi fa sono stati da Unniade, e degli Ongari sconfitti in una battaglia campale, dove hanno perduto il nervo, e il fiore delle loro milizie: ciò ch’è loro rimasto, altro non è che un ammassamento di gente vile, paurosa, fugace, tutta canaglia, senz’esperienza.

 Sembrano gli eserciti Turcheschi spaventare con quel numero tonante di cento, di dugento mila combattenti ma di che cosa mai può valere contro dei forti uomini tanta quantità di si fatta gente: se non intaccare il ferro loro più col macello, che col combattimento. Le vittorie dipendono più dal valore, che dal numero.

La battaglia di Morava (per raccontare degli esempi nuovi, e insieme recenti) serve di prova bastante a questa verità: ove Unniade con un esercito di gran lunga inferiore sbagliato con una incredibile facilità, e tagliò a pezzi una poderosa armata de’ Turchi. Non V’è differenza in Iddio a rendere vittoriosi, quando gli piace, i suoi Fedeli, tanto se siamo pochi, come molti. E se quelli sono giunti a fare tanti acquisti dentro l’Asia e l’Europa, ciò non è stato effetto della virtù loro, ma bensì provenuto dalle discordie, dei principi Cristiani. E queste, credetemi, sono le uniche speranze, su cui al presente si fondano di farsi padroni degli Stati de’ Principi Arbër.

Ma se apprenderanno poi l’unione che è stata formata fra noi altri, spero molto che possano da loro abbandonati i pensieri della spedizione albanese: e se mai oseranno si attaccarsi, non ho alcun dubbio che ciò abbia a riuscire che a lor onta, e perdita, secondo che è lor avvenuto contro l’Ongaria. Vedete dunque prudentissimi principi, la presente condizione della salute nostra, e a quale passo siamo ridotti. Se viene il Turco come una fiera ferita dall’Ongaria a cercar rabbiosamente le sue vendette contro l’Arbër. Se saremo disuniti e uno non soccorresse l’altro, standosene freddo, e mal consigliato spettatore della tragedia del vicino, parimenti un dopo l’altro a giusa di tante derelitte pecorelle faremo tutt’in fine divorati da quel crudele lupo.

Se poi ci accoppieremo insieme, e uno darà mano all’altro, imitando l’esempio del re d’Ongiaria verso il Despota della Serbia, medesimamente qualche luogo dell’Arbër, com’è il fiume Morava della Bulgaria, sarà nobilitato sarà nobilitato dalla strage dè Turchi. Avete, o degnissimi Principi, udito quale sia lo stato presente dello stato delle cose nostre.

Dall’odierna deliberazione dipende o la salute nostra, o la nostra ultima ruina.

Io vò ho spiegato l’universale pericolo, e in fine i mezzi di un felice di riuscimento, facciamo che un giorno la memoria di questo concilio abbia a consolarsi, non ad attristarci, non evvi affare di maggior agevolezza, quando quello che tutt’è appoggiato al nostro volere.

L’esecuzione di tutto ciò che ho progettato sta nel vostro consentimento. Iddio dunque, fa tale la sua volontà che resti salva l’Arbër, infonda nei Principi di questo popolo lo spirito della concordia e dell’unione contra quegli empi nemici dè suoi Fedeli; e piaccia alla sua Provvidenza che ancor passi come in eredità à posteri a loro perpetua conservazione.”

Tutto questo poi venne indirizzato secondo il principio dell’Ordine del Drago ce voleva si combattere contro la prepotenza di imporre regole di credenza atra ma anche di soccorrere gli appartenenti familiari del condottiero eventualmente scomparso in battaglia.

E gli sforzi di Giorgio Castriota “Il condottiero Arbëreşë” non terminarono mai nell’oblio, infatti sino all’ultimo giorno della sua morte egli si adoperò nello scindere il suo popolo in due distinte forme di genio: una prima che restasse in quelle terre a difendere solo i confini e il nome e, una seconda; in esilio a tutelare e allevare il valore storico culturale, che noi Arbëreşë, non abbiamo mai lasciato al caso e solo dopo le dominazioni susseguitesi in terra madre, sono qui approdate ad ovest del fiume adriatico, a compromettere quell’antico progetto che oggi è lasciato alla deriva culturale di chi non usa orecchie per sentire e capire, le cose della “promessa data di nostri avi”.

GIORGIO

Donald Kennicott - Scanderbeg slain Firuz Pasha .1950 (The Blue Book Magazine V. 90)GIORGIO

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SE GIORGIO ERA UN SANTO QUALE NECESSITÀ CORREVA PER STERMINARE IL DRAGO E APPARIRE? (Giorgio deve stare con l’elmo mussulmano di radice caprina o con quello del drago a impronta cristiana)

SE GIORGIO ERA UN SANTO QUALE NECESSITÀ CORREVA PER STERMINARE IL DRAGO E APPARIRE? (Giorgio deve stare con l’elmo mussulmano di radice caprina o con quello del drago a impronta cristiana)

Posted on 04 maggio 2024 by admin

DragoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Nel mondo dei segni e le divulgazioni storiche di massa, trova ragione, chi, dove, perché e come invia messaggi a favore o contro avvenimenti di necessità opportunamente mirata.

Specie se i tali messaggi sono subliminali per piegare l’uomo inconsciamente, in favore di quanti vogliono sottomettere e far apparire le cose secondo un personale tornaconto di piega, come piega o diplomatica di credenza o politica di sottomissione.

Scriveva nel suo racconto di approdo degli Arbëreşë, nel regno di Napoli “Gioacchino da Fiore, teologo e filosofo italiano” che questi, si fossero insediati dopo la morte dell’eroe Giorgio, per un antico patto stipulato dall’eroe, “volgarmente appellato Scanderbeg” con i regnanti fedeli all’ordine cavalleresco del drago.

Questa affermazione del dotto e storico calabrese, è sempre stato motivo di ricerca, perseguendo il fine di comprenderne, il significato completo di quella delegittimante frase.

La risposta di tutto ciò sta a Napoli e sotto gli occhi distratti di tutti i ricercatori, che volessero dare senso e collocare, in favore di questo condottiero ricattato, provato e poi liberatosi di tutte le angherie immaginabili dall’invasore mussulmane, che per la sua ritrosia storica verso gli invasori, venne eletto, poi, dal pontefice “atleta della credenza cristiana”.

Giorgio Castriota, subì le angherie turche imposte al padre e con grande intelligenza, seppe rispondere e reagire nei momenti più cruciali della sua esistenza invita o ravvedimento in favore dei suoi genitori e dei suoi sudditi che non tradì mai.

Per questo dopo la sua morte violato il suo sepolcro fu portato in trionfale pena, dai suoi persecutori seriali in giro per le sue terre, a confermare la sua non più esistenza, cosi come dovette scappare la moglie a Napoli per difendere il suo onore e quello del marito scomparso prematuramente e dei figli, altrimenti sicuramente sottoposti alla gogna in quelle terre dall’avanzare dei mussulmani.

Giorgio Castriota in una comparsa del 1462 appare, inciso in fusione bronzea, al seguito del re Aragonese vittorioso, nella epica battaglia di terra strutta nei pressi di Greci (AV).

E in questa fusione bronzea dell’epoca, né lui e alcun altro porta un elmo, a forma di cupola islamica sormontato da una capra biforcuta, conferma ne è il copricapo di Vlad III suo compagno di avventura contro i Mussulmani che si pone al fianco di un cavaliere con un copricapo con il “segno emblematico dell’Ordine del Drago”.

Questo segna in maniera indelebile la ragione per la quale Gioacchino da fiore, sottolineava il comunemente appellativo, oltre al fatto che quando furono fatte le fusioni per collocare le statue a Tirana e Roma, come d’incanto appaiono due emblemi a dir poco impropri; il primo è il copricapo in forma “di cupola mussulmana”  sormonta da uno spaesato agnello o capretto, dirsi voglia e,  a conferma dell’ironica vicenda sono la facciate dello storico museo dell’arte  nella piazza che schematizzano forme di due croci rovesciate (?????) cosa si voleva dimostrare e perlomeno chi  ammagliare?.

Se oggi si vuole diligentemente onorare, unendo gli Arbëreşë come voluti dallo storico condottiero, con le genti addomesticate dall’slam, sarebbe il caso di deporre non sul capo ma portato a braccio sinistra l’emblema storico dell’ordine del drago.

Noi qui e mi riferisco a tutta la regione storica sostenuta e divulgata in Arbëreşë, non abbiamo bisogno di emblemi ironici che compromettono il nostro orgoglio e i nostri trascorsi storici, ma una chiarificazione che definisca le ostilità mai deposte o terminate, tra le due sponde del fiume Adriatico, sottoposte al controllo dell’aquila a due teste con un solo cuore.

Tanto meno depositarle in termini senza orientamento, magari allineati con i lavinai e i butti storici locali, che per quanti sanno di storia lasciano molto a desiderare relativamente al rispetto che si deve rivolgere verso questa figura sino ad oggi offesa e disonorato dalle genti che vivono li dove sorge il sole.

Deruta

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