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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”   (discorso - IV° - Migrazioni)

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – IV° – Migrazioni)

Posted on 31 luglio 2019 by admin

MigrazioniNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I territori di Serbia, Kosovo, Macedonia, Albania, Epiro e Peloponneso, dell’attuale geografia politica sono stati lo scenario di rivalità tra  mussulmani e cristiani, determinando l’episodio migratorio più rilevante, dalla fine del XIII sino a tutto il XVI secolo, verso le terre parallele dell’Italia.

L’esodo per gli abitanti delle terre su citate (gli arbëreshë) è stata l’unica possibilità per tutelare la propria identità e contiene caratteristiche uniche, per tanto, bisogna porre molta attenzione nell’unificarla come movimento di masse verso terre da invadere o  mero evento per sopraffare culture a discapito di altre.

Sono numerose le migrazioni che segnano la storia del mediterraneo, solo una di queste interessa e coinvolge i parlanti arbëreshë ancora viva e perfettamente integrata, mentre le alte sono sfumate lasciando solo episodiche tracce, giacché, nate con l’intento di proporre o imporre nuovi modelli.

Se le dispute economiche e sociali sono state la principale causa ad innescare i processi di migrazione, nel caso degli arbëreshë furono ragioni in ordine: Etnico, Consuetudinario, Religioso e Sociale, a conferma di ciò valgano le statistiche storiche secondo le quali, l’Italia sin dai tempi dei greci veniva ambita non per essere conquistata e distrutta, ma per essere vissuta.

Sin anche i popoli descritti come barbari, dalla storiografia occidentale, invadevano le regioni dello stivale mediterraneo, perché climaticamente e territorialmente consentivano di realizzare strutture del tutto diverse dai sistemi organizzativi sociali e dei valori etici, oltre che religiosi, su cui le etnie in movimento, si reggevano nelle terre d’origine.

Popoli quali i Longobardi, i Goti, i Franchi, i Normanni, venutisi a stabilire in area latina, pur giungendovi con la forza delle armi, queste genti di ceppo e lingua ger­manici si assimilarono nel giro di poche generazioni alla popolazione maggioritaria circostante, questo è successo anche per gli arbëreshë che pur senza la forza delle armi durante il XIII secolo sgiunsero lungo le coste dell’anconetano a Jesi Recanati e in quelle terra dove oggi sono note per i vitigni posti a dimora dagli operosi arbëreshë.

In queste storiche terre del vino gli arbër prima furono diseredati, ritenendoli facinorosi portatori di malattie e per questo costretti persino a soggiornare a debita distanza dalle murazioni, poi riconosciute le capacità per dissodare realizzare attrezzi e mettere a dimora la terna mediterranea, s’integrarono senza lasciare alcuna traccia, ma queste sono altre storie.

Diversamente è stato per gli Arbëreshë, costretti a varcare l’Adriatico o il mare Ionio alla ricerca di una terra parallela dove non fosse minacciata la cristianità, quindi all’interno di un sistema territoriale definito “parallelo” rispettando e  mai superando le antiche arché grecaniche, riuscendo nel breve termine a produrre livelli d’inclusione con i popoli indigeni, preservando lingua, istituzioni e abitudini sociali.

Sono largamente riportate nella storiografia del mediterraneo, particolari a dir poco sintetici o addirittura elementari, quando sono trattate le numerate, numerose e allegoriche ondate migratorie, attraverso le quali agli arbër, è stata fornita la possibilità per cercare il parallelo più idoneo a impiantare la storica radice.

Essi in maniera a dir poco sintetica, sono individuati ora come drappelli accompagnati dai loro familiari e preti, ora con bauli colmi di suppellettili ori e costumi, ora come gente nuda sulle rive dello jonio  aspettando il consenso o l’interesse delle autorità della nuova terra parallela come: i d’Angiò prima, gli Aragona con re Alfonso I di Napoli e Ferdinando II, in seguito, poi rispettivamente dagli imperatori Carlo V e Filippo II, da Carlo III di Borbone, sino a Ferdinando I, oltre Papi, Re e Dogi veneziani.

Nessuno si è mai preoccupato di approfondire l’argomento e sottolineare che gli arbëreshë non erano preferiti  a caso o perché in  fuga, ma esclusivamente quali discendenti  diretti dei soldati contadino (stradioti).

Questo dato non trascurabile li rendeva indispensabili attori, per sedare con la loro presenza gli attriti economici, politici e sociali nelle epoche che videro protagonisti i regnanti, i cortigiani su citati, compresi i loro sottoposti.  

Tuttavia anche se il costante flusso di arbëreshë, il conseguente inserimento senza non poche difficoltà nella società di adozione, si svolgesse in forma legittima e giuridica­mente protetta, spesso sfugge agli storici osservatori, l’interesse che i regnanti aveva nel prediligerli rispetto agli indigeni, una disputa che si protrasse dalla fine del XV sino a tutto il XVI secolo, quando vennero presi i dovuti provvedimenti del caso.

Per comprendere cosa abbia innescato e prodotto il modello integrativo Arbëreshë, si potrebbe vagare all’infinito nelle diplomatiche della storia, tuttavia per tracciare anche in questo caso un’arché di riferimento si può, a ben vedere, risalire alla battaglia di Campo dei Merli, (Kosovo 1389) cui parteciparono gli Arbër attivamente; questo evento di giugno, segnò il dominio turco nei Balcani, ma anche l’inizio di una strenua difesa delle genti Arbër, terminata  dopo le dette migrazioni prima della fine della pressione con sconfitta degli ottomani a seguito della battaglia di Lepanto, nel 1571.

Le conseguenti repressioni della battaglia del 1389 diedero seguito al primo stanziamento di profughi albanesi in Italia meridionale attestata su una lapide nella chiesa di S. Caterina a Enna, dove è ricordato un Giacomo Matranga comandante arbër.

Analoghe ragioni indussero Alfonso d’Aragona re di Napoli, in lotta con Renato d’Angiò, a far passare in Italia Demetrio Reres e i figli Giorgio e Basilio e farli poi stabilire in Sicilia.

A questi episodi vanno aggiunte le vicende che videro protagonista Giorgio Castriota, figlio di Giovanni, in Italia, iniziate nell’agosto del 1460 e durarono circa due anni, anche se altri due viaggi a Napoli e a Roma nel 1464 e nel 1466, ebbero luogo.

La permanenza di Giorgio Castriota nelle terre del regno di Napoli consentì di delineate le linee dell’infinito arbëreshë, in altre parole, “le Arché” linee strategiche secondo le quali dovevano essere predisposti i Katundi delle genti arbëreshë.

Un dato non preso in considerazione dagli storici, non essendo protagonista una figura maschile, passata per lungo tempo poco analizzata, tratta della sottovalutata invasione o accoglienza, dirsi voglia, comunque pacifica, che si è articolata durante la permanenza della moglie, del defunto Giorgio Castriota, Marina Donica Arianiti, che dal 1468 al 1505 visse a Napoli, con il figlio Giovanni, la figlia Vojsava e la giovane figlia di Vlad II°, prima nel castello Angioino e poi in via  Santa Chiara, ospite dei regnati Napoletani.

È in questo periodo che non potendo più fare affidamento della figura del valoroso condottiero arbëreshë è consentito a molti gruppi familiari allargati, di insediarsi lungo le “archè” predisposte ai tempi della battaglia di “Terra strutta” dal valoroso condottiero, prima della sua morte.

È così che nasce la Regione storica Arbëreshë e se da un lato creava attriti con gli indigeni, dall’altro confermavano una presenza numerica non indifferente, con il fine di confermare una regione parallela, la stessa temuta dagli ottomani, specie se realizzata in tutte le caratteristiche identitarie.

Alle popolazioni della regione storica dopo la caduta di Corone, molti degli Arbëreshë e Greci, che si erano rivelati i più convinti ausiliari dell’ammiraglio della flotta cristiana Andrea Doria, ottennero dal Viceré di Napoli il permesso di lasciare su molti navigli la città riconquistata dagli Ottomani, dove la incolumità loro e delle loro famiglie venne assicurata con il trasferirsi a Napoli.

Un numero considerevole di profughi, in numero di circa ottomila, di questi poco meno di tremila preferirono trasferirsi in Sicilia in Calabria e in Basilicata, in tutto, lascati alla libera circolazione per trovare la migliore sistemazione all’interno della regione storica.

Dopo la fase dell’insediamento e definiti i contorni e le macro aree della regione storica, inizia la fase di crescita sociale e culturale, la sua esplorazione si è rivelata molto carente ogni volta che è stata utilizzata la mera visione puntuale, senza mai avere uno sguardo all’insieme regione.

Le opere condotte a vario titolo sono solo episodi che devono essere ricuciti: Rodotà, La Mantia, Schirò, Sciambra, Coco, Zangari, le dispute campanilistiche e immobiliari del collegio Corsini, le priorità culturali, garantite dalle simpatie territoriali, sono da considerare, come i filamenti di una tela scippata e vanno ricomposti con sapienza e garbo, onde evitare di sortire alle disquisizioni che hanno relegato la regione storica e i suoi uomini a non essere contemplata in nessun ambito culturale che conta e fa la storia.

Alla regione storica diffusa arbëreshë è tempo che le sia data “una storia” unica  e secondo i fatti, non per racconti;  valorizzare alcuni aspetti a discapito di altri non è più concepibile,  è ora di smettere nel considerare valorosi figure di secondo piano rispetto a quanti hanno dato se stessi, la  vita per il valore del loro lume, in favore di tutti gli arbëreshë, lasciamo al tempo di valutare pi quanti ostinatamente si cimentano a scrivere una lingua ereditata crescendo e vivendo in arbëreshë.

Le migrazioni non devono essere intese come un mero evento, per  datarlo e numerarlo, giacché,  rappresentano un insieme di cause cui è legato un solo ed unico effetto, sta alle persone di cultura comparare i due elementi e dare merito a quanti posti nelle difficoltà, cosa e come abbiano fatto a discernere la mano giusta da quella sbagliata, per emergere con dignità dal buio innescato da quanti miravano ai propri valori e non ad altro, anche se in prima fila tendevano la mano ai poveri emigranti ancora in acqua.

(bilë e Arbëreshëvet diovasni letir se zeni kushë Jini; mos jiejni the chiarturat e qenvet, se janë skip!)

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IL QUADRILATERO DELLA CULTURA STORICA ARBËRESHË (Napoli, Santa Sofia, Barile e Maschito)

IL QUADRILATERO DELLA CULTURA STORICA ARBËRESHË (Napoli, Santa Sofia, Barile e Maschito)

Posted on 21 luglio 2019 by admin

legge 482Napoli (di Atanasio Pizzi) –  Dalla metà del XVIII secolo tra Napoli e due macroaree arbëreshë, rispettivamente, in Calabria citeriore e nel volture, si crea un legame culturale tra i più consolidati, rispetto alle altre macroaree di simili radici; da allora senza soluzione di continuità rimangono solidamente unite dalla storia la capitale e tre piccoli centri arbëreshë, fornendo ingredienti di solidità intellettuale, il cui lustro trova le sue radici nel codice consuetudinario della regione storica:

Appare chiaro, che il primo degli assi culturali è il più solido, anche se gli altri non lo saranno da meno in quanto rappresentano la continuità culturale di una tela rafinatissima, che a tutt’oggi, per solidità non si consuma, essendo stata intrecciata dai telai delle Rrughe e le Gjitonie dei Katundë arbëreshë, per poi essere rifinita tra i Cardini e i Decumani della polis partenopea.

Un tessuto non stretta e lunga come una corda, ma larga e solida a modo di tela, per contenere e proteggere tutto ciò che niente e nessuno è riuscito a deteriorare per la genuinità del manufatto di tutela.

Questo racconto vuole allocare nelle giuste icone gli uomini, che per caratteristiche innate, rappresentano il genio locale, il germoglio di un’identità antica importato dalle colline dei Balcani e innestata nel meridione italiano.

Era il 10 maggio del 1734 don Carlo di Borbone, diciottenne duca di Parma e Piacenza, comandante in capo dell’armata spagnola in Italia, entra a Napoli scortato dai soldati che nei giorni precedenti avevano costretto alla resa le guarnigioni austriache asserragliate a Castel Nuovo, Castel dell’Ovo e Castel Sant’Elmo.

Il re come i potenti di quell’epoca, preferì avere oltre al classico esercito, una guardia personale composta da fedelissimi e il 15 ottobre 1737 il Vignola inviava al Senato una nota dalle terre balcaniche nella quale confermava di aver selezionato i soldati fidi alla corte di Napoli, appellandoli: battaglione Real Macedone; di questo esercito di fidati venne scelto quale  cappellano militare, il reverendo Bugliari Giuseppe, per seguire spiritualmente i soldati sia di estrazione Grecofona e sia Arbanofona.

Il reverendo originario di  Santa Sofia, un piccolo casale di origine albanese in provincia di Calabria citeriore, venne scelto sia per le capacita di esprimersi in arbereshe e in greco e sia per l’estraneità allo scenario politico della capitale partenopea.

Iniziava da questa scelta un brillante periodo culturale e scientifico, il quale, senza soluzione di continuità si articola sino al XX secolo, con figura emblematiche di alto valore, fondamentali nella scuola delle eccellenze arbëreshë, e dopo il Bugliari divenne fondamentale  Vincenzo Torelli, da Barile, paese  del Vulture in provincia di Potenza, di identica estrazione identitaria.

Il Bugliari ed il Torelli rappresentano due pietre miliari della storia culturale arbëreshë, essi aprirono la strada  a illustri come il Prof. Pasquale Baffi, Mons. Francesco Bugliari, Avv. Angelo Masci(?), Giorgio Ferriolo, Avv. Pasquale Scura, Avv. Vincenzo Torelli, Arch. Luigi Giura, Avv. Rosario Giura, Mons. Giuseppe Bugliari e a tante altre figure di secondo piano, di cagionevole cultura, prevalentemente scrittori in erba, le cui gesta(?) si possono misurare nei circa quaranta alfabeti, ora latini, ora greci, ora irriconoscibili e comunque tutti in onore o riverenza del papa che tirava(!!!!).

La storia letteraria, editoriale e scientifica degli arbëreshë, in questo secolo e mezzo, raggiunge l’apice nei salotti di tutta europea, mettendo in luce qualità innate che ancora oggi sono assegnati i meriti ai regnanti Borbone e per questo coperte da un alone di diffidenza; di contro gli stati generali e i dipartimenti della Regione Storica Arbëreshë, invece di adoperarsi e richiedere i titoli e pretendere, la paternità di tali eccellenze, si diletta a manifestazioni e racconti di poco conto e ostinarsi a realizzare sagre, esposizioni a ritmo di ballate e cantate in costumi tipici sostenute inconsapevolmente dal trittico mediterraneo .

Da alcuni decenni e negli ultimi anni, in modo più incisivo, si è ritenuto opportuno relegare la storia degli antichi Arbanon, il più antico governa rato dei Balcani, a vicende linguistiche dell’Albania moderna oltre a matrici clericali di dubbia radice.

Pur se consapevoli che non vi sia alcuna attinenza con quanti realizzarono nella regione storica, preferendo difendere il proprio codice identitario nel XIV secolo, con quanti inchinarono la testa e offrire la propria identità storica e la propria terra agli ottomani, dalla terra albanese partono frotte di avventurieri in cerca di gloria.

Noi che viviamo la Regione storica Arbëreshë, i discendenti del Prof. Pasquale Baffi, Mons. Francesco Bugliari, Avv. Angelo Masci(?), Giorgio Ferriolo, Avv. Pasquale Scura, Avv. Vincenzo Torelli, Arch. Luigi Giura, Avv. Rosario Giura, Mons. Giuseppe Bugliari, non abbiamo bisogno di altri disturbatori storici oltre alle figure “secondarie” nate qui a casa nostra di cagionevole morale, essi sono prevalentemente scrittori in erba, le cui valorose gesta si possono misurare nella vulnerabilità dei loro oltre quaranta alfabetari, ora latini, ora greci e comunque in funzione del papa che tirava.

Non abbiamo bisogno di “presidenze di potere”, “ambasciatari inconsapevoli”, “adetti culturali senza cultura”, giornalisti stravaganti e ogni genere di figura capace di cambiare titolo e colore, secondo il tempo che fa, ne tanto meno quanti irresponsabilmente mirano alle nuove generazioni le più tenere e quindi facili da modellare, queste ultime in particolar modo inconsapevoli del nostro valore identitario, vengono nelle nostre latitudini a sporcare quanto difeso con sudore e devozione.

Non abbiamo bisogno che dalla terra madre, o da altri lidi, vengano in regione storica a minare quanto di irripetibile eravamo, siamo e non smetteremo mai di essere; noi arbëreshë le scelte più dure da supportare le abbiamo portate a buon fine, in sei secoli,  portate avanti con spirito caparbio attraverso il quale siamo identificati come  modello di integrazione, per tutto ciò, non abbiamo bisogni di oratori estranei,  per renderlo noto secondo la metrica della terra d’origine.

Questa è la regione storica libera, non poniamo barriere di alcun genere a nessuno, tuttavia chi viene a sedersi nella nostra tavola, dopo che gli è stato offerto il posto di capotavola deve cogliere il senso del gesto; guai a quanti lo intendono come atto servile o di riconoscenza storica, noi arbëreshë i parenti paralleli, li accogliamo per guidarli verso un percorso di acculturazione, in quanto in sei secoli di storia, noi, le posate per stare a tavola educatamente le abbiamo sudate con il sangue dei nostri padri.

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L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

Posted on 14 luglio 2019 by admin

L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCONAPOLI (di Domenico Basile) – Una vecchia canzone arbëreshë, che purtroppo una moltitudine di persone ha dimenticato, diceva:

figli miei venite accanto a me e ascoltate;

vi annuncio che i nostri domani in questa terra, minacciata dai cani invasori, sono terminati;

raccogliete ogni cosa, caricatela nel vostro cuore e nella vostra mente, riempite le mani dei semi di questa terra e della nostra tradizione, tutto il resto rimane qui e presto diventerà il ricordo;

dobbiamo partire, perché questa terra non ha più il colore della pace come noi avremmo voluto;

“la nostra signora”, a mandato a dire, che dopo aver sceso la china di queste nostre montagne e attraversato il mare, dovremmo salire una nuova china, dove ci attende la terra che ha lo stesso sapore, lo stesso odore e la stessa luce di questa che ci apprestiamo a lasciare;

a noi spetta l’obbligo di ricordare per riconoscerla e  piantare i semi per tornare ad essere gli arbëreshë, i caparbi soldati contadino;

su figli miei guardatevi a torno, ricordate, ricordate e ricordate, perché, dopo il faticoso viaggio e ciò che serve, per ricucire il passato con il presente e dare a voi futuri sereni:

tutti dobbiamo giurare che nulla deve impedire di tornare a essere quello che siamo stati, il vostro compito è racchiuso in quei pochi semi da far germogliare, che avete nelle mani e i ricordi da lasciare in eredità;

avremo i nostri domani come i popoli abituati a vivere in pace devono avere, perché consapevoli degli odori della disperazione  che emana la guerra;

chi ci ha invitati a vivere qui a vivere e presidiare guardando lontano, vuole che spaventare con la nostra presenza, per le gesta del passato, quanti non smetteranno ma di metterla in atto.

Una canzone attraverso la quale in poche righe, si rievocano le gesta di quanti parlavano, sentivano e vedevano in arbëreshë; l’accoglienza programmata dal patto del 13 dicembre 1408, i beneficiari dal 1467 di cui godette Donica, moglie di Giorgio i  figli Giovanni e Vojsava “ i legittimi” e la giovinetta figlia di Vlad III, a lei affidata.

Tuttavia è bene precisare che fu solo accoglienza strategica, il frutto di un patto di mutuo soccorso militare, più che di aiuti verso perseguitati politico/religioso, questo dato è confermato dalle configurazioni d’insediamento delle genti arbëreshë, incautamente propinata dai nostri studiosi, “poco attenti alla lettura anche se in italiano”, sempre come casual e per soli fini di bonifica territoriale.

Nell’odierno territorio del regno di Napoli, la penisola italiana e non solo, a quei tempi tutto veniva controllato solo e a favore dei regnanti, mai per semplice casualità.

Per questo una risorsa bellica come quell’arbëreshë, non poteva essere disposta senza una preventiva strategia che garantisse il controllo del territorio a favore esclusivo dei regnati a discapito dei locali se a questo associamo il messaggio subliminale inviato al “cane turco” che con la bava sulla bocca si arroventava, sulle rive balcaniche dell’Adriatico il quadro è completo.

Per gli arbëreshë trovare il nuovo equilibrio non è stato facile, tuttavia grazie al duro lavoro per rassodare i campi dove la solidità sociale trovava il suo momento d’unione nel “mursieli” a mezzo dì, poi a sera consolidava i legami familiari davanti al camino con la cena, sono questi i punti di forza nei quali l’antico disciplinare ha trovato la linfa ideale per germogliare.

Il lavoro e la casa erano gli unici elementi a cui affidarsi per realizzare il miracolo di integrazione diffuso più limpido del mediterraneo; “mursieli”a pranzo per dare germoglio non solo all’economia ma far rifiorire la ricerca del luogo dei cinque sensi, la Gjitonia; poi la sera a casa attorno al camino con i propri cari a ricucire ricordando le gesta e affrontare i domani senza allontanarsi mai da quel codice intimo, unico e indivisibile portato nel cuore e nella mente dalle antiche terre natie.

I pochi semi è le tessere dell’antico disciplinare linguistico consuetudinari importati dalla terra d’origine dalle migliaia di arbëreshë hanno fatto grande questa minoranza, che non si è mai riconosciuta in uno stato parallelo antagonista come“Arbëria”, ma Regione storica diffusa Arbëreshë, una differenza sostanziale che indica l’appartenenza al territorio senza essere ospiti ostili.

Sono innumerevoli gli arbëreshë che si sono distinti nel corso di quasi sei secoli, senza mai dimenticare i valori di appartenenza, tuttavia oggi hanno più valenza le ilarità di troppi dipartimenti universitari, che senza titoli  disquisiscono di alcune figure secondarie, le stesse che devono ancora maturare, magari in quei fantomatici bauli dove si dice che furono importate le fantomatiche “stolje” arbër.

Realizzare Esposizioni mirate per la valorizzare un territorio, senza avere una completa visione storica, è una perdita di tempo, oserei dire uno spreco di risorse pubbliche, le stesse che a detta di assessori disattenti, oserei dire in malafede, non possono essere impegnati per cose più serie, tutto ciò  per non portare  benefici distribuiti per la regione storica, che attende dal 1999 e  deprezza il grande valore storico che appartiene a tutti coloro che sentono e vedono in arbëreshë.

Oggi non serve sradicare ma valorizzare e di certo non lo fanno quanti dicono di fare valje, ripetere imperterriti gli stessi errori non distinguendo nulla, cantando secondo metriche sconosciute o valorizzando personaggi che fuggivano quando bisognava affrontare le idee di pensiero liberale; tuttavia e nonostante ciò, rimane la caparbietà delle persone che a testa china, impugnano l’aratro per completare  il solco e depositare quei semi conservati in quella mano antica, ancora non aperta.

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