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LA VESTIZIONE DELLE DONNE ARBËREŞË NON È INSIEME DI COLORI ORI E CARATI rasë haretë ghùràtë e bjrlokù

Posted on 14 settembre 2026 by admin

Mamma2NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nella trattazione del patrimonio culturale arbëreşë, gli atti della vestizione al femminile prima durante e dopo le nozze non devono essere intesi come semplice ornamento, né esibizione di “coda e ruota” contornate da collari e gioielli pendenti.

Per questo, qui si vuole evidenziare con forza che la vestizione della donna che costituisce, un complesso simbolismo, attraverso il quale tutte le parti indossate, assumono la funzione di un vero e proprio protocollo di memoria, consolidato in forma di memoria storica e, attraverso cui raccontare la donna, nel passaggio delle diverse fasi di esistenza o referenza sociale.

Ad iniziare dal suo ruolo familiare prima e sociale dopo, nonché gli auspici affidati alla figura di futura genitrice.

Per questa ragione, il valore del costume non deve essere interpretato attraverso la quantità di metalli preziosi o pietre associate agli elementi di vestizione perché è la donna stessa il valore aggiunto a quelle vesti onorevoli.

E meno evidenti sono metalli e carati, di apparenza, più la misura del genere danna fara germogliare luminosa e distinzione.

Il costume tradizionale e, la donna che lo indossa, assumono il ruolo della traccia culturale, del fare famiglia e, confondere i piani significa riduce il valore del messaggio di coloritura storica a, semplice manifestazione di opulenza.

La vestizione della donna arbëreşe, non ha bisogno di ori e diademi per acquisire significato morale, ma al contrario, è la donna che, attraverso la veste, conferisce valore alla vestizione per i ruoli che dovrà assumere nel corso della vita terrena.

Infatti il valore reale di madre, non risiede nell’oggetto applicato alla persona, ma è la persona stessa, nelle grazia, di portamento e di ruolo che la natura le ha assegnato e le valorizza con quei pigmenti naturali  in forma di cielo terra lavoro e sangue.

In questa prospettiva, la donna è considerata come il vero tesoro e, non perché debba essere trasformata in un oggetto prezioso, ma perché è lei il soggetto grazie al quale convergono memoria, genealogia, continuità, appartenenza e futuro.

Questa concezione diviene particolarmente evidente quando si osserva il costume nelle diverse età e condizioni di crescita e formazione al femminile ad iniziare da, bambina, giovane donna, sposa, madre e vedova. che non rappresentano semplicemente differenti modi di indossare un abito, ma costituiscono tappe di un percorso antropologico nel quale il costume rende visibile la trasformazione della persona e del suo ruolo all’interno della comunità.

Ogni tappa della vita porta con sé un significato e un insieme di codici che non devono essere considerati accessori decorativi, bensì elementi di una traccia culturale indelebile, che deve essere riconosciuta attraverso gli strati di vestizione, portamento e, senza sgarbatezza, specie quando viene esposta o reso argomento di confronto accademico o manifesto pubblico e di museo.

Il costume, dunque, non è soltanto ciò che veste il corpo, ma è ciò che lo rende percorso per fare famiglia e posizione sociale all’interno della comunità.

Esso rappresenta simbolicamente l’essere una donna matura, , il passaggio generazionale e la condizione familiare, che nelle varie posture invia messaggi che si riverberano e si illuminano solo all’interno della famiglia che conoscere e coglie.

Dalla figura della sposa, in particolare, la veste diviene una dichiarazione pubblica di continuità e, non celebra soltanto una persona, ma l’ingresso della donna in una nuova fase della vita e, attraverso di lei, generare famiglia, trasmettere sapere e sopravvivenza di memoria comunitaria.

Il valore fondamentale di questo vero e proprio protocollo vestimentario che ha come protagonista la donna, non necessitano di elementi di ulteriore valore che ne accrescano il patrimonio, perché il significato è già contenuto nella persona che la indossa, nella sua storia, nella sua appartenenza e nel ruolo che essa assume all’interno della comunità.

L’oro, l’argento, i diamanti o altre cose preziose hanno ruolo esclusivamente ornamentale per completare l’essere donna e, non possono superare il ruolo della figura femminile, perché, non sono questi la necessita dell’impegno morale associato al costume specie nel giorno del matrimonio e, nel tempo di moglie madre e regina.

In questo senso, i preziosi devono essere considerati estranei alla misura autentica del valore femminile espresso dal protocollo, salvo gli elementi ornamentali che la tradizione stessa storicamente prede e codifica in forma di attesa per gli avvenimenti a venire.

Il loro eventuale impiego non dovrebbe mai diventare il criterio attraverso cui valutare la bellezza, la dignità o l’importanza della donna.

E la donna non diventa più preziosi perché porti ornamenti sul collo e le orecchie, perché è la sua presenza a rendere significativo ciò che eventualmente porta.

Il protocollo vestimentario arbëreşë, trova pertanto la propria compiutezza nella donna stessa ed è lei il principio e il fine della rappresentazione di valore per quegli atti e quelli a venire.

È lei a portare la memoria necessaria delle generazioni precedenti e, manifesta il proprio passaggio da bambina, giovane donna, sposa, madre e regina del fuoco domestico, nelle diverse condizioni della vita, dalla maturità sino alla vedovanza.

La veste rende visibili questi passaggi, ma non li crea e lei assume il ruolo di custodire e manifestare un’identità già presente nella persona.

Ne deriva una conseguenza precisa che mira ad evidenziare il valore della donna arbëreşë e, non servono preziosi per confermare il suo ruolo solido.

Il valore è nella donna, la veste lo racconta, la comunità lo riconosce e, tutto ciò che viene aggiunto deve rimanere subordinato a questa verità fondamentale e non può diventare il mezzo attraverso cui si pretende di conferire prestigio a una figura che possiede già, nella propria identità e nella propria storia, il massimo valore simbolico.

L’eccesso di ori e brillanti, quando non appartiene al codice storico della veste, rischia dunque di produrre un paradosso e, nel tentativo di rendere la donna più preziosa, finisce per suggerire che ella abbia bisogno di qualcosa di esterno per esserlo.

Il protocollo tradizionale afferma invece l’opposto e, la donna non è il supporto dell’ornamento, ma è il centro del significato.

Infatti non è l’oro a nobilitare la veste, ma la donna a conferire alla veste il suo valore con l’impegno culturale.

Per questo motivo, la sobrietà non deve essere interpretata come povertà ornamentale, ma come consapevolezza del valore intrinseco della figura femminile.

Quando la veste è rispettata nella sua struttura, nei suoi codici, colorati e gli strati di crescita e, nella sua funzione rituale, non occorre aggiungere ricchezza materiale per renderla importante.

La sua forza risiede precisamente nella capacità di parlare attraverso la memoria e le gestualità di quelle vesti e non attraverso l’ostentazione.

Il vero tesoro custodito nel costume arbëreşë è quindi la donna stessa che non è un tesoro da esibire, ma una persona da riconoscere; non una superficie da ricoprire, ma una memoria vivente da rispettare.

Oro e diamanti possono essere pesati e valutati secondo criteri materiali, ma la donna, invece, appartiene a un ordine di valore che non può essere espresso in grammi, carati o altro.

In definitiva, il protocollo vestimentario arbëreshë non ha bisogno dei preziosi perché il suo prezioso è la donna, tutto il resto è eventuale ornamento, perché la donna assume sempre il ruolo di significato.

In questa prospettiva, quando oggi si fanno indossare determinate vesti a bambine, la scelta potrebbe essere letta come la riproduzione di un codice poco noto agli adulti.

Tuttavia, per concludere che quella scelta denoti necessariamente la conoscenza di specifici «messaggi e atti avvenuti» e di «attese da confermare», per questo servirebbero conoscere compiutamente il ruolo di ogni elemento di vestizione o elementi ulteriori, secondo cui la veste può avere un significato rituale, familiare, culturale o semplicemente estetico.

Ma gli ornamenti e le posture raccontano solo atti che fa una donna una madre o una vedova incerta e, comunque, mai una bimba.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre parallele dell’Adriatico).

Napoli 2026-09-12

 

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Protetto: PANE AL PANE e VINO AL VINO (e gharròvè?)

Posted on 25 febbraio 2015 by admin

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Protetto: SHESHI DÌ ZIA CLEMENTINA È QUELLO CHE PORTA ANCORA I SEGNI DELLE SUE LACRIME.

Posted on 31 marzo 2014 by admin

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PÀRË GJIRIU E PRÀNA GJITONI

Posted on 15 ottobre 2013 by admin

Gjiriue GjitoniNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Oltre ai riferimenti della Bagliva, prima forma di governo e alla Kagliva, prima forma elementare di architettura minore, nella trattazione degli ambiti sociali delle comunità arbëreshë ciò che non è portato in auge è il legame del parentado, gjirith; il vero baluardo dell’eredità consuetudinaria.

È noto a tutti che le famiglie albanesi quando giunsero in Italia o in quello che s’individua come il regno di Napoli, avesse come unico riferimento il modello di famiglia allargata.

Nonostante la storia ci fornisce questa certezza, per la quale gli arbëreshe hanno potuto attecchire in tutti gli insediamenti ancora oggi esistenti, essa non è ritenuta prioritaria rispetto ad altri alloctoni aspetti, facendo emergere l’etnia arbëreshë come una minoranza priva di riferimenti; anche se in contrapposizione a ciò si annovera continuamente la frase “il sangue sparso non è stato dimenticato”.

È dal XIX secolo che la gjitonia è stata portata in auge, assoggettandola agli albanesi come proprio, nonostante gli arbëreshë s’identificassero molto di più nei canoni della famiglia.

Ritengo che prima di adoperarsi e dare un significato storiografico all’aspetto sociale della gjitonia, sarebbe meglio soffermarsi sull’antico legame parentale detto Gjirith, in quanto la gjitonia rappresenta proprio la frammentazione del nucleo originario della famiglia allargata.

Sorvolare su questo aspetto si omette un intervallo storico di un secolo e più, in quanto il parente, gjiriu, rappresenta l’antico ceppo importato dai monti Balcani, di contro il vicino, gjitoni è un’acquisizione mediterranea già diffusa nelle colline meridionali.

Gjiriu è prioritario su tutte le pieghe sociali degli arbëreshë, rappresenta il singolo che è consapevole di essere l’anello insostituibile della catena parentale, per la quale vive ed opera, fornendo la linfa vitale alla solidissima tradizione oral-consuetudinaria, riconducibile al significato della “BESA”.

Quattro lettere che avvolgono in realtà una moltitudine di significati, riferimento e certezza del gruppo familiare secondo antichi dettami del ceppo albanofono.

Ancora oggi, all’interno di un gruppo, quando bisogna assumersi una responsabilità, in mancanza di un rappresentante carismatico, si chiama il parente più prossimo a fare la vece.

Ritengo che attribuire alla gjitonia il significato identificativo dello spazio antropizzato delle comunità arbëreshë è errato, in quanto essa rappresenta proprio il trapasso del modello di famiglia allargato, in famiglia urbana, solo in questo momento viene accolta e fatta propria negli ambiti minoritari, ma è storicamente dimostrato che era già modello sub urbano mediterraneo.

La gjitonia è un ripiego sociale cui gli albanofoni si dovettero affidare per meno danneggiare l’antico legame familiare; avendo amplificato lo spazio costruito attraverso il concetto di città aperta o agglomerato diffuso policentrico, esprimendo in questo modo anche loro il modello sub urbano dell’impianto delle città greche.

È così che gli agglomerati urbani diffusi realizzarono lo spazio antropizzato arbëreshë e conservare gli antichi parametri in maniera idonea senza contrapposizione all’economia ritrovata.

Oggi, mutato il sistema sociale, la famiglia ha assunto le vesti metropolitane, imposizione dell’economia globale, delegando tutte le funzioni del sociale in spazi diversamente fruibili e la cooperazione che legava l’economia alla gjitonia, quest’ultima, surrogato dell’antico gruppo parentale è andata dispersa.

Gjiriu, ha rappresentato e rappresenta la forza degli albanofoni e a essi si sono sempre affidati per elevarsi, il Baffi, i Bugliari, lo Scura, quando si recarono a Napoli, erano legati tra di loro non da vincoli di gjitonia, ma erano tutti parenti, i Giura quando approfondirono gli studi nella capitale partenopea furono affidati a un loro zio materno e cosi è stato per i nipoti di Giuseppe Bugliari che si trasferì a Napoli con i nipoti per seguiti il loro iter universitario, questi e molti altri come loro erano tutti legati da vincoli di parentela, gjirii, e non di vicinato gjitoni.

 

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L’ARRABBIATA

Posted on 04 dicembre 2011 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Ha avuto luogo a Tirana una manifestazione ove sono stati raccontati brandelli della storiografia arbëreshë, appare evidente che essi non possono mostrare un esauriente percorso attraverso il quale l’Italia ha riunito il suo territorio sotto un’unica bandieragrazie anche agli albanofoni.

Ritengo che una manifestazione dei 150° dell’unificazione Italiana debba evidenziare prioritariamente i personaggi del governo provvisorio di Garibaldi di etnia albanofona che vi hanno preso parte, non tralasciando i motivi e le vicende che li hanno condotti a rivestire una funzione così importante.

Tre arbëreshë che per l’indiscutibile valore intelettuele e sociale nelle proprie discipline, che presero parte al governo prodittatoriale e che uno di loro continuò l’esperienza come ministro del governo dell’Italia unita, siano stati completamente ignorati.

Mi chiedo cosa si dovrebbe evidenziare in una manifestazione con un tema così specifico, se non parlare  degli eventi di cui i tre arbëreshë sono stati fulcro e artefici, portando così, in auge tutte le genti d’arberia. Continue Reading

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QUASËN KRISHTLINDJET

Posted on 19 dicembre 2010 by admin

NAPOLI – (di Atanasio Pizzi)

Dal tredici di dicembre, giorno in cui si festeggia Santa Lucia si da inizio ufficialmente al periodo pre natalizio, dodici giorni che conducono al Natale rinnovando secolari tradizioni popolari e  usanze suggestive, alcune delle quali sfumate o ormai scomparse e rievocati dalla memoria degli anziani.

Dodici giorni, come i mesi dell’anno e come tali ognuno di essi rappresenta un mese a cui associare similmente l’andamento meteorologico, detti mùejrat, osservati speciali da tutti gli albanofoni, essendo l’economia primaria basata sull’agricoltura, conoscere preventivamente l’andamento meteorologico aiutava e aiuta le strategie agricole dell’anno seguente.

Tradizione antichissima per la quale gli albanofoni annotavano l’andamento meteorologico di ogni giorno dal 13 al 24, poiché avrebbero anticipato quello dell’anno seguente. Continue Reading

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Protetto: PALAZZO BUGLIARI – ka trapësa

Posted on 19 novembre 2010 by admin

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Protetto: L’ETNIA PERFETTA

Posted on 06 novembre 2010 by admin

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Protetto: LE ABITAZIONI CON PROFFERLO – Edhe na jemi gjë zicë lëtirë

Posted on 26 ottobre 2010 by admin

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IERI ERA LA TIPICA FAMIGLIA ARBËRESHË, OGGI ESEMPIO DI IMPRESA PLURIFAMILIARE – moter u nënghë thë garova nè thë garògnhë

Posted on 24 ottobre 2010 by admin

NAPOLI – (di Atanasio Pizzi)

La famiglia arbëreshë che fu ospitata nelle regioni dell’Italia meridionale si caratterizza per le regole qui di seguito elencate:

per ampiezza, considerevolmente maggiore.

per struttura, ottenuta dalla fusione di più nuclei coniugali in un unico complesso, detto esteso.

per natura, quale comunità di vita oltreché di lavoro, unità produtti­va e affettiva. Continue Reading

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