Napoli – di Atanasio Pizzi Architetto Basile – Prima che la parola fosse affidata alla scrittura, esisteva già una forma profonda di comunicazione che nasceva dal parlato e diventava ascolto per chi riceveva quel messaggio.
La parola pronunciata non era soltanto un insieme di suoni o lettere, ma evocava immagini, ricordi, emozioni e significati riconoscibili da coloro che condividevano la stessa lingua.
In questo incontro tra voce e ascolto si formava un’immagine mentale comune, capace di unire gli individui e di consolidare, attraverso le generazioni, l’identità di un popolo.
Le assonanze, il ritmo, il ripetere le parole contribuivano a rendere questa comunicazione familiare e riconoscibile e, non occorreva necessariamente scrivere per conservare la memoria, ma bastavano la voce, l’ascolto, la ripetizione e la trasmissione orale, attraverso cui una comunità custodiva la propria esperienza nel dare immagine alle cose del mondo.
Con l’introduzione della scrittura alfabetica in molte popolazioni, il rapporto tra parola e significato si arricchì del segno scritto.
La lettera divenne il mezzo attraverso cui rappresentare visivamente il suono, ma non sempre il passaggio dalla pronuncia alla scrittura riuscì a conservare intatta l’immagine storicamente originata i quella determinata popolazione.
Quando il segno grafico non corrisponde più al suono conosciuto, o quando una stessa parola è letta secondo regole estranee alla tradizione orale, nasce e nascono assonanze sconosciute, interpretazioni incerte e immagini mentali confuse, se non addirittura inesistenti.
È proprio in questa difficoltà, che prende avvio una riflessione sulla lingua arbëreşë e, la sua lunga tradizione di atti e forme di comunicazione in esclusivo immaginato orale.
Per secoli, gli Arbëreşë hanno custodito la propria lingua soprattutto attraverso la voce, la memoria e la trasmissione familiare, preservando suoni, parole e forme espressive che costituiscono una parte essenziale della propria identità.
Ci si può allora domandare se, in determinate circostanze, la scrittura, anziché facilitare la comprensione, rischia di allontanare il lettore dalla lingua viva, specie se la lettera non richiama il suono atteso e, la pronuncia non restituisce l’assonanza conosciuta.
Accade così che l’ascolto interiore non riesce a ricostruire l’immagine originaria, che non resta più nella mente di chi legge.
Infatti non tutti sanno che, in una lingua tramandata oralmente, la voce non è soltanto un mezzo di comunicazione, ma anche il luogo in cui la memoria collettiva continua a vivere per distinguersi, senza costruire murazioni medioevali per la difesa.
Il problema per questo, non è stabilire se la scrittura sia necessaria o superflua, bensì comprendere come essa possa rispettare la relazione originaria tra parola, suono, ascolto e immagine mentale prodotta, senza spezzare quel legame attraverso il quale una comunità si riconosce sé stessa nel proprio modo di parlare.
Tuttavia oggi si vive una fugace pena silenziosa, all’interno degli ambiti storici della diaspora arbëreşë, che non risiede soltanto nella perdita delle terre d’origine, ma nell’operato senza radice, che riecheggia tra le aule che non sanno cosa dicono all’interno delle Gjitonie moderne arbëreşë e, per questo inutile accademia eseguita da non formati o attenti portatori di forma scritta che non ha forza di generare una immagine del parlato coerente.
Tuttavia a tutto questo partecipa anche la progressiva trasformazione delle consuetudini, custodite nella fragilità, che non applica gli idonei strumenti attraverso i quali si condividevano anche la conta marcatale.
Ed è così che la parola pronunciata, la parola ascoltata, il numero contato, il tempo ricordato, non ha elementi identitari per essere tramandato unitariamente.
Per generazioni, il progredire degli arbëreşë si è affidata prevalentemente alla voce, all’ascolto e la presenza viva di chi parlava e di chi ascoltava, generando una immagine mentale unitaria.
La parola non aveva necessariamente bisogno della scrittura per esistere, perché viveva nella famiglia e, le relazioni comunitarie, nel lavoro, i racconti, i canti, le preghiere, le consuetudini e negli scambi quotidiani. Era una parola che passava da una generazione all’altra senza trovare sempre un documento che la fissasse e, proprio la sua reiterazione traeva forza della propria sopravvivenza.
E anche la numerazione apparteneva a questo universo consuetudinario, secondo cui contare significava misurare, vendere, acquistare, dividere, confrontare, ricordare scambi e quantità per stabilire rapporti di reciprocità.
La numerazione, là dove veniva espressa attraverso le forme tradizionali della lingua, rispondeva innanzitutto alle necessità concrete della vita e, il suo valore non era soltanto aritmetico, perché era anche sociale e, consentiva di chiarire, riconoscere un debito, determinando anche una misura concreta secondo un accordo confermato con gesti noti.
Si conferma, nella memoria di queste pratiche, la particolare rilevanza dei numeri legati all’esperienza, dalla mezza ventina alla ventina (gnë zetë) e assemblando queste due fino alle soglie del migliaio.
Storicamente testimoniato linguisticamente documentato, secondo cui gli Arbëreşë disponessero esclusivamente di una numerazione tradizionale limitata a meno de centinaio.
A questo punto significativo, diventa interrogarsi su ciò che accade quando una lingua, abituata a nominare il mondo attraverso l’uso e i tempi della stagione lunga e di quella corta, si trova a dover esprimere quantità, date e distanze temporali per le quali le sue forme tradizionali non sono più note, praticate o trasmesse ed, è qui che la pena si manifesta nella sua memoria che si smarrisce e non trova coerenza.
Quando si tenta oggi di parlare arbëreşë pubblicamente e, rievocare una data, raccontare un avvenimento lontano o collocare una vicenda familiare nel tempo, la parola può arrestarsi davanti a una soglia e, il parlante cerca una forma appartenente alla propria memoria linguistica, ma incontra spesso l’italiano, il latino della tradizione colta, l’inglese contemporanea della comunicazione o una successione di cifre che appartiene a un sistema numerico comunque indigene, non necessariamente in linea con la lingua nella quale lo si vorrebbe esprimere, ossia l’arbëreşë.
Non è la presenza di prestiti, a costituire una colpa, perché le lingue viventi hanno sempre accolto, trasformato e adattato parole e forme provenienti da altri mondi.
La ferita si espande e diventa deriva, quando il prestito non è più una scelta consapevole, ma diventa l’unica disponibile da quanti si espongono a contare e ricordare cose del tempo e, quando la forma estranea sostituisce quella tradizionale non perché sia più adatta, ma perché quest’ultima non è stata più ascoltata, ricordata per essere riconosciuta unitamente.
E si finisce per dubitare della capacità della propria lingua di raccontare il presente senza avere misura per scandire il tempo.
La memoria arbëreşë è stata anche il tempo di ascolto e, l’orecchio ha custodito pronunce, accenti, formule e racconti senza mai avere lasciato tracce scritte unitarie e condivise.
La parola udita poteva essere ripetuta, corretta, riconosciuta e affidata a un’altra voce e, in questo processo, l’ascolto non era un semplice atto passivo, ma diveniva forma di partecipazione alla vita della comunità, un modo di apprendere e di appartenere.
Tuttavia, per chi non poteva udire, il corpo, lo sguardo, il gesto e il movimento potevano diventare strumenti essenziali di relazione e di trasmissione con tutti i generi.
Sarebbe riduttivo considerarli soltanto sostituti della parola o, modalità della comunicazione umana, in grado di costruire significati e relazioni riconoscibile da ogni genere vivente.
La memoria comunitaria, dunque, non si esauriva nella voce, ma si manifestava anche nella gestualità, nei comportamenti condivisi e nelle forme concrete della convivenza.
La scrittura, quando fu partecipe e presente, offrì un ulteriore sostegno a questa trasmissione; quando mancava o rimaneva estranea alla vita quotidiana di una parte della popolazione, non per questo venivano meno la lingua, il pensiero o la capacità di contare.
La cultura orale non è una cultura priva di strumenti e, possiede procedure di memorizzazione, ripetizione, verifica e riconoscimento che meritano di essere studiate e documentate.
La questione per gli Arbëreshë, era quella di è comprendere in misura tale da conservare forme specifiche della lingua e in misuratale da consentire progressivamente la continuità dei domani.
Ma il problema del tempo apre una ferita ancora più profonda e, una data non è soltanto una successione di numeri, ma un punto di riferimento attraverso il quale una comunità ordina il proprio passato, distingue le generazioni, ricostruisce le migrazioni, ricorda le nascite e le morti, colloca gli eventi della propria storia. Dire un anno significa attribuire al tempo una forma linguistica, significa anche rendere narrabile ciò che altrimenti rimarrebbe una cifra estranea, leggibile sul calendario del popolo arbëreşë, ma non pienamente assimilata dalla voce che la pronuncia.
Che cosa accade, allora, quando una comunità riesce ancora a ricordare una vicenda, ma non dispone, dell’uso corrente, delle forme linguistiche con cui esprimerne compiutamente la collocazione temporale? Che cosa accade quando il racconto rimane orfano, del numero dell’anno, la formula cronologica e il riferimento al secolo affidati quasi interamente a un’altra lingua?
Accade che la memoria sopravvive, ma si trova a dipendere da uno strumento che non sente più completamente proprio e, il passato viene ricordato attraverso una lingua e non secondo il tempo che dovrebbe nominarlo attraverso un’altra lingua o un indefinito modo di parlare.
Ed è così che la frattura diventa visibile, udibile e, riconoscibile, lasciando la rievocazione ad assumere un significato emblematico ma non specifico.
E non si tratta soltanto di pronunciare numeri più grandi, né di stabilire se una lingua possieda o meno una determinata parola per indicarli.
Si tratta di verificare se essa possa continuare a essere strumento pieno di narrazione storica, capace di collegare il tempo remoto al presente senza dover rinunciare alle proprie risorse espressive.
Ed è qui che entra in gioco il processo di integrazione che solo gli arbereshe in tutto il vecchio continente hanno saputo portare a termine senza dismettere nulla della propria identità e senza calpestare nulla di chi li accolse,
Il millennio, in questa prospettiva, non è una barriera matematica, ma una soglia simbolica, oltre la quale, la lingua è chiamata a dimostrare non la propria antichità, ma la propria vitalità o, capacità di nominare ciò che non appartiene più all’esperienza diretta e, costruire riferimenti cronologici, in grado di manomettere epoche, secoli e generazioni, diventando raccontare un passato che nessun testimone vivente può più garantire attraverso il solo ricordo in lingua arbëreşë.
La risposta non può consistere nell’inventare retroattivamente una tradizione numerica della quale non possediamo prove, né nel condannare ogni forma italiana, latina o anglofona entrata nell’uso arbëreşë.
Deve consistere, piuttosto, nel recuperare quanto è documentabile, confrontare le varianti locali, raccogliere le testimonianze degli anziani, registrare le forme numeriche ancora conosciute e studiare i modi attraverso i quali le comunità hanno espresso il tempo, le quantità e le date nei luoghi paralleli ritrovati.
Occorre ascoltare chi ancora ricorda e, confrontare ciò che viene pronunciato con ciò che è stato scritto, perché distinguere le forme ereditarie dalle innovazioni, riconoscendone le differenze tra le comunità, senza imporre un’uniformità artificiale che non serve né agli indigeni e né agli arbëreşë.
Occorre per questo, soprattutto, restituire dignità alla parola pronunciata, senza trasformare la sua oralità in una confermata inferiorità culturale.
Questa è la vera diplomatica della pena arbëreşë e, mettere a verbale non soltanto la perdita delle parole scritte, nella la difficoltà di riconoscersi in esse e, non soltanto la sostituzione dei numeri, ma la progressiva estraneità del tempo quando viene nominato con forme che la comunità non sente proprie.
Una lingua può sopravvivere per secoli nella voce, tuttavia rischiare di restringersi quando non riesce più a trasferire con naturalezza il proprio patrimonio dalla memoria familiare alla narrazione storica, dalla conversazione quotidiana alla conoscenza del passato, dal racconto orale alla scrittura condivisa, non riguarda soltanto ciò che è stato conservato.
Riguarda anche ciò che è ancora possibile restituire alla lingua, con la capacità di contare, di datare, di misurare il tempo, di parlare del passato remoto e di immaginare il futuro con tempi, date, generi, fatti e luoghi.
Il tutto che si estende ben oltre il millennio, dunque, non c’è necessariamente il silenzio, ma c’è una responsabilità, che si cela nel non lasciare che il tempo venga ricordato soltanto attraverso numeri estranei, che le parole vengano sostituite prima ancora di essere cercate, che l’ascolto si interrompa perché nessuno ha più il tempo di trasmettere ciò che ha ricevuto.
Finché una voce può essere raccolta, finché una forma numerica può essere verificata, finché un anziano può raccontare e un giovane può ascoltare, la memoria non è ancora conclusa.
La pena più grande non è scoprire che una parola è scomparsa, ma avere misura che nessuno si è più domandato quale parola o numerazione coerente in arbëreşë fosse.
Ed è proprio da questa domanda può ricominciare il cammino della lingua arbëreşë, non come nostalgia immobile di un mondo perduto, ma come ricerca consapevole di una voce capace di abitare nuovamente il proprio tempo, di nominare i secoli e di attraversare i millenni senza smarrire il legame con le generazioni che l’hanno custodita.
(L’ermeneutico arbëreşë che ascolta e riconosce il costruito).
Napoli 2026-10-12



























