NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nella trattazione del patrimonio culturale arbëreşë, gli atti della vestizione al femminile prima durante e dopo le nozze non devono essere intesi come semplice ornamento, né esibizione di “coda e ruota” contornate da collari e gioielli pendenti.
Per questo, qui si vuole evidenziare con forza che la vestizione della donna che costituisce, un complesso simbolismo, attraverso il quale tutte le parti indossate, assumono la funzione di un vero e proprio protocollo di memoria, consolidato in forma di memoria storica e, attraverso cui raccontare la donna, nel passaggio delle diverse fasi di esistenza o referenza sociale.
Ad iniziare dal suo ruolo familiare prima e sociale dopo, nonché gli auspici affidati alla figura di futura genitrice.
Per questa ragione, il valore del costume non deve essere interpretato attraverso la quantità di metalli preziosi o pietre associate agli elementi di vestizione perché è la donna stessa il valore aggiunto a quelle vesti onorevoli.
E meno evidenti sono metalli e carati, di apparenza, più la misura del genere danna fara germogliare luminosa e distinzione.
Il costume tradizionale e, la donna che lo indossa, assumono il ruolo della traccia culturale, del fare famiglia e, confondere i piani significa riduce il valore del messaggio di coloritura storica a, semplice manifestazione di opulenza.
La vestizione della donna arbëreşe, non ha bisogno di ori e diademi per acquisire significato morale, ma al contrario, è la donna che, attraverso la veste, conferisce valore alla vestizione per i ruoli che dovrà assumere nel corso della vita terrena.
Infatti il valore reale di madre, non risiede nell’oggetto applicato alla persona, ma è la persona stessa, nelle grazia, di portamento e di ruolo che la natura le ha assegnato e le valorizza con quei pigmenti naturali in forma di cielo terra lavoro e sangue.
In questa prospettiva, la donna è considerata come il vero tesoro e, non perché debba essere trasformata in un oggetto prezioso, ma perché è lei il soggetto grazie al quale convergono memoria, genealogia, continuità, appartenenza e futuro.
Questa concezione diviene particolarmente evidente quando si osserva il costume nelle diverse età e condizioni di crescita e formazione al femminile ad iniziare da, bambina, giovane donna, sposa, madre e vedova. che non rappresentano semplicemente differenti modi di indossare un abito, ma costituiscono tappe di un percorso antropologico nel quale il costume rende visibile la trasformazione della persona e del suo ruolo all’interno della comunità.
Ogni tappa della vita porta con sé un significato e un insieme di codici che non devono essere considerati accessori decorativi, bensì elementi di una traccia culturale indelebile, che deve essere riconosciuta attraverso gli strati di vestizione, portamento e, senza sgarbatezza, specie quando viene esposta o reso argomento di confronto accademico o manifesto pubblico e di museo.
Il costume, dunque, non è soltanto ciò che veste il corpo, ma è ciò che lo rende percorso per fare famiglia e posizione sociale all’interno della comunità.
Esso rappresenta simbolicamente l’essere una donna matura, , il passaggio generazionale e la condizione familiare, che nelle varie posture invia messaggi che si riverberano e si illuminano solo all’interno della famiglia che conoscere e coglie.
Dalla figura della sposa, in particolare, la veste diviene una dichiarazione pubblica di continuità e, non celebra soltanto una persona, ma l’ingresso della donna in una nuova fase della vita e, attraverso di lei, generare famiglia, trasmettere sapere e sopravvivenza di memoria comunitaria.
Il valore fondamentale di questo vero e proprio protocollo vestimentario che ha come protagonista la donna, non necessitano di elementi di ulteriore valore che ne accrescano il patrimonio, perché il significato è già contenuto nella persona che la indossa, nella sua storia, nella sua appartenenza e nel ruolo che essa assume all’interno della comunità.
L’oro, l’argento, i diamanti o altre cose preziose hanno ruolo esclusivamente ornamentale per completare l’essere donna e, non possono superare il ruolo della figura femminile, perché, non sono questi la necessita dell’impegno morale associato al costume specie nel giorno del matrimonio e, nel tempo di moglie madre e regina.
In questo senso, i preziosi devono essere considerati estranei alla misura autentica del valore femminile espresso dal protocollo, salvo gli elementi ornamentali che la tradizione stessa storicamente prede e codifica in forma di attesa per gli avvenimenti a venire.
Il loro eventuale impiego non dovrebbe mai diventare il criterio attraverso cui valutare la bellezza, la dignità o l’importanza della donna.
E la donna non diventa più preziosi perché porti ornamenti sul collo e le orecchie, perché è la sua presenza a rendere significativo ciò che eventualmente porta.
Il protocollo vestimentario arbëreşë, trova pertanto la propria compiutezza nella donna stessa ed è lei il principio e il fine della rappresentazione di valore per quegli atti e quelli a venire.
È lei a portare la memoria necessaria delle generazioni precedenti e, manifesta il proprio passaggio da bambina, giovane donna, sposa, madre e regina del fuoco domestico, nelle diverse condizioni della vita, dalla maturità sino alla vedovanza.
La veste rende visibili questi passaggi, ma non li crea e lei assume il ruolo di custodire e manifestare un’identità già presente nella persona.
Ne deriva una conseguenza precisa che mira ad evidenziare il valore della donna arbëreşë e, non servono preziosi per confermare il suo ruolo solido.
Il valore è nella donna, la veste lo racconta, la comunità lo riconosce e, tutto ciò che viene aggiunto deve rimanere subordinato a questa verità fondamentale e non può diventare il mezzo attraverso cui si pretende di conferire prestigio a una figura che possiede già, nella propria identità e nella propria storia, il massimo valore simbolico.
L’eccesso di ori e brillanti, quando non appartiene al codice storico della veste, rischia dunque di produrre un paradosso e, nel tentativo di rendere la donna più preziosa, finisce per suggerire che ella abbia bisogno di qualcosa di esterno per esserlo.
Il protocollo tradizionale afferma invece l’opposto e, la donna non è il supporto dell’ornamento, ma è il centro del significato.
Infatti non è l’oro a nobilitare la veste, ma la donna a conferire alla veste il suo valore con l’impegno culturale.
Per questo motivo, la sobrietà non deve essere interpretata come povertà ornamentale, ma come consapevolezza del valore intrinseco della figura femminile.
Quando la veste è rispettata nella sua struttura, nei suoi codici, colorati e gli strati di crescita e, nella sua funzione rituale, non occorre aggiungere ricchezza materiale per renderla importante.
La sua forza risiede precisamente nella capacità di parlare attraverso la memoria e le gestualità di quelle vesti e non attraverso l’ostentazione.
Il vero tesoro custodito nel costume arbëreşë è quindi la donna stessa che non è un tesoro da esibire, ma una persona da riconoscere; non una superficie da ricoprire, ma una memoria vivente da rispettare.
Oro e diamanti possono essere pesati e valutati secondo criteri materiali, ma la donna, invece, appartiene a un ordine di valore che non può essere espresso in grammi, carati o altro.
In definitiva, il protocollo vestimentario arbëreshë non ha bisogno dei preziosi perché il suo prezioso è la donna, tutto il resto è eventuale ornamento, perché la donna assume sempre il ruolo di significato.
In questa prospettiva, quando oggi si fanno indossare determinate vesti a bambine, la scelta potrebbe essere letta come la riproduzione di un codice poco noto agli adulti.
Tuttavia, per concludere che quella scelta denoti necessariamente la conoscenza di specifici «messaggi e atti avvenuti» e di «attese da confermare», per questo servirebbero conoscere compiutamente il ruolo di ogni elemento di vestizione o elementi ulteriori, secondo cui la veste può avere un significato rituale, familiare, culturale o semplicemente estetico.
Ma gli ornamenti e le posture raccontano solo atti che fa una donna una madre o una vedova incerta e, comunque, mai una bimba.
(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre parallele dell’Adriatico).
Napoli 2026-09-12








