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LA SALITA DELLA SAPIENZA (discorso - II° - Senso agli Uomini e alle Cose)

LA SALITA DELLA SAPIENZA (discorso – II° – Senso agli Uomini e alle Cose)

Posted on 20 ottobre 2019 by admin

diamo Senso agli Uomini e alle Cose

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) Esprimere pareri diffuso su quale figura accostare alla storia degli Arbëreshe e degli Albanesi, significa paragonare le gesta di “San Giorgio” che ebbe ragione del drago a quelle di “Alessandro Magno” noto per allargare i confini del suo regno.

Gli Ottomani, all’indomani dell’espansione dell’impero romano d’oriente verso l’occidente, si attivarono per imporre religione e consuetudini più che sopprimere popoli.

La missione mirava a marchiare con l’innalzamento di presidi religiosi il territorio e con persuasioni intangibili le popolazioni residenti: un modus operandi passato agli onori della storia, per le strategie adottate, secondo le quali, dopo le armi seguivano i temi dell’inculturazione.

Sulla scorta di questo breve cenno, ritengo non sia idoneo l’utilizzo dell’appellativo Scanderbeg, assegnato dai Turchi a Giorgio Castriota, al fine di attivare una vittoria infinita, che ha luogo in ogni tempo e in ogni dove, se utilizziamo l’appellativo; come immaginato dal perfido e lungimirante stratega Ottomano.

Senza correre indietro nel tempo e perdere il senso di questo discorso, ritengo sia opportuno iniziare lo svolgersi degli eventi dalla battaglia della Piana dei Merli, combattuta il 15 giugno 1389 nella spianata dell’odierno Kosovo.

Anche se i tempi in cui ebbero luogo gli avvenimenti sono precedenti alla nascita di Giorgi Castriota, la battaglia rappresenta l’inizio di quelle dispute in cui l’eroe albanese, alcuni decenni dopo, diverrà il riferimento di numerosi e incancellabili scontri in chiave religiosa.

La mitica battaglia, contrappone, i valori cristiani da una parte e mussulmani dall’altra, i cui fini da entrambi gli schieramenti miravano si a primeggiare per allargare i propri territori, ma anche a donare la vita, certi, che in caso di morte, avrebbero avuto, un posto di rilievo nell’aldilà.

Per rendere più chiara questa breve esposizione e dare la misura di quanti presero parte alle ostilità, va precisato che Giorgio Castriota e Vlad III Tepes, più noto come Conte Dracula, valorosi oppositori, dell’avanzata ottomana, in favore del cristianesimo; erano i discendenti diretti di due dei principi che istituirono e presero parte attiva, nel 1408, all’Ordine del Drago.

Esso non era altro che un apparato cavalleresco o lega di mutuo soccorso, ideato dall’imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo di Lussemburgo con l’adesione di Alfonso d’Aragona re di Napoli, di Giovanni Castriota, di Vlad II principe di una regione storica della Romania e di altri principi cristiani consapevoli di doversi legare in coalizione per contrastare le ingerenze del sultano prevaricatore.

Giorgio Castriota e Vlad III Tepes, Dracula, avendo vissuto le stesse imposizioni private e familiari da parte dei turchi, nell’arte della guerra furono protagonisti incontrastati per le norme con cui preparavano gli scontri in campo aperto, contro le soverchianti forze nemiche; Giorgio, usava attendere le truppe in movimento nelle prossimità delle spianate di battaglia e renderle orfane dello stato maggiore, per poi infliggere il colpo di grazia in campo aperto; Vlad III, ancora più efferato di Giorgio, giocava sulla psicologia delle truppe e allestiva lungo i percorsi, impervi e tortuosi, quindi molto lenti da attraversare, macabri allestimenti di prigionieri, ragion per la quale, le truppe terrorizzate erano demotivate nello scontro sul campo di battaglia.

L’Ordine del Drago, cui i principi appartenevano, aveva lo scopo di rafforzare la difesa della comunità cattolica e nel frattempo disponeva obblighi, compreso il mutuo soccorso attraverso il supporto delle famiglie degli affiliati che perdevano la vita in quelle sanguinose battaglie.

Correva l’anno 1413 e nell’Albania superiore o del Nord Giovanni  Castriota, uno dei principi, uomo forte, prudente e di cristiana fede, dovette piegarsi ai Turchi, per tutelare la capitale Krujë, dove era stato assediato insieme alla moglie Voisava Tripalda, i figli Reposio, Stanista, Maria, Costantino, Giorgio, le figlie, Yiela, Angelina, Mamizia e Vlaica, oltre ad un numero considerevole di abitanti dei suoi territori.

Le regole cui si attenevano i Turchi in questi frangenti di conquista, consistevano nella consegna dei figli maschi, i discendenti legittimi di quel governariato e, in questo caso specifico, di Reposio, Stanista, Costantino e Giorgio.

Il patto di sottomissione evitava l’eliminazione fisica dei vinti oltre a lasciare indenni quanti in quelle terre abitavano e avrebbero continuato a valorizzarle.

Quando ciò avvenne, Giorgio, il figlio minore del principe Giovanni, aveva appena nove anni e, pur se il più piccolo, ultimo nella scala per la discendenza, gli osservatori dell’epoca rilevavano che per la sua stazza ne dimostrava molti di più.

Giorgio e i suoi fratelli, appena consegnati alla tutela dei Turchi, pur avendo ottenuto ampie garanzie sulla libertà di religione, giunti a corte furono battezzati e circoncisi secondo i riti mussulmani, cambiandone anche il nome.

Reposio fu lasciato libero di diventare monaco ortodosso; Stanista e Costantino preferirono la vita di corte, convertendosi ai paradisi che offriva la corte turca; e Giorgio, appellato Alessandro, mostrò ben presto ottime qualità come lottatore, combattente e stratega, diventando in meno di un decennio beniamino del sultano, guadagnandosi il grado di sangiacco oltre all’appellativo di Scanderbeg, perché secondo i i mussulmani era da paragonare  ad Alessandro Magno.

Le attività nelle quali egli eccelleva lo rese protagonista incontrastato nelle battaglie combattute ora in Grecia, ora in Ungheria, comunque sempre distante dalle terre d’origine.

Nonostante l’amore e il rispetto verso la religione cristiana, depositati nel suo animo dai genitori, così come le consuetudini di radice arbër, mostrò le sue doti a favore delle armate dei mussulmani per circa un quarto di secolo.

Portò a buon fine battaglie, sottomise intere provincie, avvalendosi della sua bravura nel predisporre strategie, coadiuvato da un suo gruppo di fidi sottoposti, sino al 1444, epoca in cui presero una svolta definitiva gli eventi posti in essere dalla mente ottomana di tornare, a cui erano sottoposti lui e i suoi cari.  

Le sue gesta a favore dei mussulmani giungono sino alla fine del 1443, quando si diffuse la notizia che il padre, Giovanni, era passato a miglior vita, anche se s’ipotizza che ciò fosse avvenuto, sempre per cause naturali, all’incirca un anno prima e tenuto nascosto per ritardare le pretese dei Turchi; tuttavia questi ultimi si presentarono nel maniero di Krujë a pretendere il possesso e la gestione di quel governariato.

Com’era consuetudine per gli Ottomani, l’antico patto andava messo in atto e allo scopo fu inviato il generale turco Sabelia, con un consistente corpo d’armata, a impossessarsi delle terre di Krujë, sicuro tuttavia, di non incontrare opposizione alcuna.

Così avvenne, quando i Turchi, si recarono a pretendere il trono per conto  di Reposio (Caragusio), a riscuotere la corona paterna; comunque adoperando l’arte dell’inganno, perche quest’ultimo pare fosse  morto da qualche; entrarono a Krujë e assunsero la gestione della città oltre a quanti erano affiliati al governariato dei Castriota.

Tuttavia l’atteggiamento denotava lo scarso valore che i mussulmani ponevano nei convincimenti delle persone provenienti da diversa radice culturale; vero è che ben presto la storia vedrà Giorgio protagonista, in quanto, allineato alla causa dei Cristiani, imprimendo un solco nello scenario delle dispute, così profondo e indelebile da innalzare il condottiero Arbanon a emblema del cristianesimo di quel quarto di secolo, a venire.

Oltre alle norme con cui i Turchi richiesero la gestione del trono del defunto Giovanni Castriota, va rilevato che misteriosamente in quel tempo passarono a miglior vita anche i due fratelli maggiori di Giorgio; sicuramente avrebbe anch’egli seguito quella sorte, se non fosse stato per il suo scaltro e distaccato atteggiamento verso tali accadimenti.

Giorgio Castriota, rimasto solo, appariva compiacente verso il Sultano, sin anche quando questi spiegava di aver agito per la difesa del suo patrimonio, esposto alle mire dei principi limitrofi i quali senza scrupolo e riconoscenza verso la memoria del genitore defunto miravano ad usurparlo.

Ma Giorgio preparava con minuziosa regola Kanuniana, la“Besa”, per onorare le vicende di quel ricatto, oltre il sangue dei suoi fratelli versato; agiva con la stessa metrica  tipica dell’ottomano usurpatore, al fine di recuperare la sua corona e la guida del suo popolo.

I Turchi sino alla dipartita del padre dell’impavido condottiero avevano portato avanti la metodica di conquista, sottovalutando un dato non di poco conto, e cioè, pur se di solo nove anni G. Castriota (**), aveva già innestato nella sua morale i valori e le regole consuetudinarie della “Besa”, radicate e impresse nel suo essere arbër.

E nel marzo del 1444, ad Alessio, Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, fu proclamato all’unanimità guida cristiana, già comunemente denominato Scanderberg.

Le autorità, tra le più note dell’epoca, convenute allo storico appuntamento furono: Arrianiti signore della Provincia Canina, Calcondila e Rafaele Valoterano; Teodoro Corona signore di Belgrado, amico particolare di Giovanni padre di Giorgio Castriota; Paolo Ducagini, il più considerato principe d’arbëria; Nicolò Ducagini, Giorgio Arianiti, Andrea Topia, Pietro Pano, Giorgio Dufmano, GjergjBalsha, Zaccaria Altisvevo, Stefano Zorno Vicchio, Scura/Scuro, Vrana, Conte e altri di minor nome, quali Stefano Darenio, Paolo Stefio, oltre ai deputati della repubblica di Venezia quali osservatori e certificatori di quell’incontro.

Quando i cristiani principi furono dentro il sacro perimetro, Giorgio Castriota prese la parola e fece un discorso con il quale esternava la sua preoccupazione verso le forze dei mussulmani, che conosceva molto bene, per cui sarebbe stato grave se non si fosse comunemente pervenuti a un’unione per fronteggiare uomini e mezzi di considerevole portata, cosi dicendo:

“Superfluo stimo, Principi ottimi, e sapientissimi che io imprenda a descrivervi l’odio, e la rabbia dei Turchi contra i seguaci di Gesù Cristo, e come quelli non pensino ad altro che ad annientarci, ad estirparci, tanto sitibondi del nostro sangue, che ingordi dei nostri beni: avveguacchè questo vien purtroppo dimostrato da tante ferite, di cui e coverta tutta la Cristianità, e la medesima Arbëria, gli stessi Principi albanesi possano essere citati agli altri in lacrimevole esempio. Onde piottosto mi volgerò a esporr, quale sia stata la cagione delle nostre dissaventure; acciocchè di presente vediamo a quale rimedio abbiamo ad applicare.

Piangono a lacrime di sangue i popoli Cristiani le fatali discordie dei Principi loro accusandogli essere loro stessi i fabri dei propri disastri e tutti esclamando al cielo accordandansi tratto in pronunciar queste parole: se i Principi Cristiani, che sono travagliati dal timore, e dal pericolo di sogiacere infime, all’incontro ridurrebbero facilmente il Turco in ultimo e sterminio. Ma che io mi trattenga a narrare le tragedie degli altri principati, non mi è permesso dalla compassione verso  i miei fratelli scielleramente uccis, la quale tosto mi chiama a dichiarare d’onde sia derivata la miserabile ruina della mia casa.

Giovanni mio Padre, Principe una volta vostro compagno, essendo stato assalito dal Sultano dei Turchi, il quale alla testa di un’armata egualmente numerosa, che agguerrita obbligava tutti i potentati vicini a piegare, ed a sottomettersi, trovandosi esso solo alle mani col prepotente assalitore, ne vedendogli soccorso da parte alcuna, fu costretto alla fine a rendersi per vinto, e accettare delle condizioni che tacitamente conteneano l’ultimo eccidio della sua casa, cioè l’ussurpazione del Principato, e l’uccisione de’ Figliuoli, dopodichè fosse avvenuta la sua morte; (io solo rimasto in vita per volere del cielo: e spero per le dovute vendette di tali scelleragini).

E se quella diffusione che a quei tempi era tra i Principi Arbër, la quale ha lasciato perir miseramente mio padre perseveri  eziandio ne’ miei presenti pericoli, diverso esito dal paterno non posso certamente aspettarmi. Pure l’interesse del mio Principato, e della mia vita non ridursi a parteggiar condizioni di quella, ovetrovavasi per l’addietro. Ma avete da sapere che la salute vostra, ugualmente che la mia, al presente sia sull’orlo del precipizio.

Imperociocchè: che credete? Che il Turco allestisca le sue armi solo contro di me, e non pensi ad altro che al mio eccidio? Piacesse al cielo che la cosa fosse altrimenti; e quella fiera di me provocata a danni dell’ Arbëria restasse saziata, e non piuttosto irritata dalla mia strage.

O fortissimi Principi, non vi conturbino i tristi avvisi dei vostri presenti pericoli, i quali poi vivo sicuro che indubitatamente vedrete finire in vittoria, e in trionfi, se darete orecchio ai miei eterni consigli.

Tutti noi per dio immortale dal primo fino all’ultimo, tutti i Principi d’Arbëria, tutta l’ Arbëria volge e ravvolge ora il rabbiosissimo turco nei suoi soliti continui pensieri de’ Cristiani estermini. Se tutto ciò non meditasse il Turco, il quale ha per legge del suo ampio Profeta Maometto, ha per esempio de’ maggiori, ha per natura , ha per consuetudine di fare quanto può distruzione di tutti quelli seguono il nome di Cristo, e dell’eccidio d’un Principe Cristiano passar sulla medesima carriera a quella d’un altro. E di già parmi di questo punto di veder Amurate, in mezzo ai ministri delle sue crudeltà, e scelleragini, tutto spumante di rabbia, e ira, dopo aver minacciato a me, ed ai miei sudditi di far soffrire tutte le sorti di strazi, e di suplizi, rivolgersi a ringraziare il suo profeta Maometto che li abbia mandato quest’occasione di ristaurarsi nell’acquisto dell’ Arbëria dalla perdita che aveva patito della servia: quindi dar ordine ai capitani di quest’impresa, dopo che abbiano finito d’eseguire il mio sterminio rivolgano tanto sto l’armi contra gli altri Principi Arbëri, e che non manchino di menare a’ suoi piedi voi carichi di catene, ormeno di gettarmi le teste vostre. Questi sono i sentimenti, questi sono (credete a me, credete alla mia lunga inveterata esperienza di quella corte, di quei costumi: credete a tanti orridi esempi e vecchi , e nuovi e stranieri e domestici) questi, dico, gli ordini, questi comandi del Turco. Questo ha da essere il tragico inevitabile fine dei principi albanesi, se tutti noi non si colleghiamo insieme per fare testa al nimico comune. Vi rappresento per verità, o degnissimi Principi, cose orrende da dirci, e sentirsi: ma io in quest’occasione opero a giusa di medico il quale spiega all’inferno i rischi del suo male, acciocchè si disponga alla necessità de’ rimedi.

L’unione è l’inica strada, per cui ci possiamo metterci in salvo dai mali, di cui siamo terribilmente minacciati: e si vede Iddio volerla assolutamente ne suoi fedeli, se essi all’incontro vogliono essere sostenuti dalla sua protezione. L’Ongaria, la Transilvania, la Bulgaria, la Servia fintantocchè la diffusione è stata tra esse, sono state  abbandonate, dallo sdegno celeste, in preda  all’avarizia, e alla crudeltà dei Turchi.

L’anno passato essendosi stati collegati insieme i Principi di queste Provincie, Iddio parimenti accompagno con la sua assistenza l’animo loro: per modo che riportata la più gloriosa vittoria che sin ora si celebri del nome di Cristiano, hanno costretto di rincontro il Turco a ricevere tutte quelle leggi, e condizioni,che loro sono piaciute imporgli. Abbiamo davanti agli occhi un si recente, e un si illustre esempio.

Iddio non mancherà d’aiutare i suoi Fedeli, quando essi non tralasciaranno di darsi mano l’una all’altro. Che quando il turco ai tempi di mio padre coll’armi entro in Arbëria, gli sarebbe forse riuscito di sottometterla al suo giogo, se alla comune difesa si fossero uniti i principi Arbëri? La difficoltà allora fu la cagione che l’Arbëria divenisse misera e schiava dell’Ottomana prepotenza: ora dunque l’unione, la concordia la renda all’opposto vittoriosa, e trionfante de’ fuochi crudeli nemici, quando ha fatto l’Ongaria, Le forze di questa provincia sono come tante piccole riviere che scorrono per diverse parti: le quali, se si raccogliessero dentro un alveo solo, formerebbero un grandissimo,e insuperabile fiume.

Le onde questa nostra unione mi toglie ogni paura, e infonde nel mio cuore una vera speranza di fare strage de’ Turchi, con cui loro credono di sterminare noi altri, e di rendere glorioso per tutta la terra nelle vittorie contra L’Ottomano possanza il valore degli Arbëri, quando quella degli Ongari.

Io che in fin da fanciullo per più di trent’anni ho menato la vita in compagnia dei Turchi, sono versato di continuo trà l’armi loro, divenuto maturo nell’arme loro, e credo che abbia abbastanza appreso tutte l’arti, e tutte le maniere del lor guerreggiare, posso con fondamentale promettere, e con ragione sperare qualche cosa contro di loro; e se quando era lor Capitano ho in non pochi, non leggeri cimiteri di battaglie felicemente vinti e debellati i lor nemici, ora di certo dessi aspettare che non operarò di manco per la conservazione della mia patria, e per la salute de’ miei compagni, i quali per mia occasione mettano a repentaglio la mia vita, e ogni loro fortuna. Ne va dia poi alcun travaglia la fama della possanza dei Turchi: Ne voi più tremiate loro, ch’eglino sperino in se stessi.

Pochi mesi fa sono stati da Unniade, e degli Ongari sconfitti in una battaglia campale, dove hanno perduto il nervo, e il fiore delle loro milizie: ciò ch’è loro rimasto, altro non è  che un ammassamento di gente vile, paurosa, fugace, tutta canaglia, senz’esperienza.

 Sembrano gli eserciti Turcheschi spaventare con quel numero tonante di cento,di dugento mila combattenti ma di che cosa mai può valere contro dei forti uomini  tanta quantità di si fatta gente: se non intaccare il ferro loro più col macello, che col combattimento. Le vittorie dipendono più dal valore, che dal numero.

La battaglia di Morava(per raccontare degli esempi nuovi, e insieme recenti) serve di prova bastante a questa verità: ove Unniade con un’esercito di gran lunga inferiore sbagliato con una incredibile facilità, e tagliò a pezzi  una  poderosa armata de’ Turchi. Non V’è differenza in Iddio a rendere vittoriosi, quando gli piace, i suoi Fedeli, tanto se siamo pochi, come molti. E se quelli sono giunti a fare tanti acquisti dentro l’Asia e l’Europa, ciò non è stato effetto della virtù loro, ma bensì provenuto dalle discordie, dei principi Cristiani. E queste, credetemi, sono le uniche speranze, su cui al presente si fondano di farsi padroni degli Stati de’ Principi Arbër.

Ma se apprenderanno poi l’unione che è stata formata fra noi altri, spero molto che possano da loro abbandonati i pensieri della spedizione albanese: e se mai oseranno si attaccarsi, non ho alcun dubbio che ciò abbia a riuscire che a lor’onta, e  perdita, secondo che è lor avvenuto contro l’Ongaria. Vedete dunque prudentissimi principi, la presente condizione della salute nostra, e a quale passo siamo ridotti. Se viene il Turco come una fiera ferita dall’Ongaria a cercar rabbiosamente le sue vendette contro l’Arbëria. Se saremo disuniti e uno non soccorresse l’altro, standosene freddo, e mal consigliato spettatore della tragedia del vicino, parimenti un dopo l’altro a giusa di tante derelitte pecorelle faremo tutt’in fine divorati da quel crudele lupo.

Se poi ci accoppiaremo insieme, e uno darà mano all’altro, imitando l’esempio del re d’Ongiaria verso il Despoto della Servia, medesimamente qualche luogo dell’Arbëria, com’è il fiume Morava della Bulgaria, sarà nobilitato sarà nobilitato dalla strage dè Turchi . Avete, o degnissimi Principi, udito quale sia lo stato presente dello stato delle cose nostre. Dall’odiarna deliberazione dipende o la salute nostra, o la nostra ultima ruina.

Io vò ho spiegato l’universale pericolo, e in fine i mezzi di un felice di riuscimento. Facciamo che un giorno la memoria di questo concilio abbia a consolarsi, non ad attristarci. Non evvi affare di maggiori agevolezza, quando quello che tutt’è appoggiato al nostro volere.

L’esecuzione di tutto ciò che ho progettato sta nel vostro consentimento. Iddio dunque, fa tale la sua volontà che resti salva l’Arbëria, infonda nei Principi albanesi lo spirito della concordia e dell’unione contra quegli empi nemici dè suoi Fedeli; e piaccia alla sua Provvidenza che ancor passi come in eredità à posteri a loro perpetua conservazione.”

La nuova stagione con vesti cristiane ebbe avvio e vide il valoroso condottiero Arbanon esprimersi brillantemente nella missione a difesa della cristianità, infliggendo sonanti sconfitte agli avversari, nonostante questi si presentassero con forze spropositate, per questo divenne ben presto riferimento per la cristianità romana e non solo.

Giorgio Castriota dal 1444 si distinse in numerose battaglie, intervenne a favore degli Aragonesi contro le armate Angioine, nella battaglia di Troia (oggi provincia di Foggia) in località Terra Strutta presso il Katundë arbëreshë di Greci, posto in un promontorio strategico posto a ridosso della via Traiana.

Alla vigilia della battaglia che vedeva contrapporsi Angioini contro gli Aragonesi, gli Orsini di Taranto, inviarono al condottiero Arbanon, una missiva, nella quale lo esortavano a non partecipare alla disputa, in quanto di pertinenza privata extra religiosa.

Purtroppo i nobili tarantini ignoravano i legami che univano Giorgio Castriota con i regnati Aragonesi e si videro rispondere, che il legame con quel casato era radicato in valori paterni di un patto antico.

A questi episodi di corrispondenza privata, seguì la nota battaglia tra le terre della Daunia Pugliese e il Fortore Campano, terminate nell’agosto del 1460, anche se l’intervento del principe Arbanon era iniziato tempo prima con l’invio di suoi fidi a presidiare il territorio e preparare la battaglia tra il casato Ispanico contrapposto ai Francofoni e i loro seguaci.

Ristabiliti gli equilibri a favore degli Aragonesi durante la sua permanenza, il condottiero arbanon, ebbe modo di descrivere “le Arché dell’infinito arbër”, in altre parole, linee strategiche caratterizzate ripopolando Casali e Paesi abbandonati, (i Katundë Arbëreshë) per controllare i territori ad eventuali focolai de i Principi locali sedata definitivamente nella sala dei Baroni del Maschio Angioino nel 1486.

Altri due viaggi a Roma e a Napoli dal 1464 al 1466 videro protagonista Giorgio e il suo seguito di fidi, in tal senso va ricordato il discorso di Giorgio rivolto alle truppe tra Roma e Perugia, prima di muovere per la crociata molto voluta dal papa e mai portata a termine, per la dipartita misteriosa di quest’ultimo, per una febbre anomala, proprio poche ore prima di benedire il condottiero, il suo seguito e l’esercito in partenza da Monte Sant’Angelo).

Altra occasione degna di nota è la sua visita a Napoli, la sosta a Portici ospite di nobili locali la cui dimora era allocata prospiciente all’odierna piazza San Ciro (oggi in parte demolito per dare spazio alla nascita di via della Libertà) da dove si mosse la mattina seguente per giungere nella capitale del Regno, giungendovi dal lato orientale della città, il rione sub urbano detto di Loreto, (esisteva in memoria il vico detto dei greci) qui fece acquartierare le sue armate, mentre lui con il suo seguitosi diresse verso il castello, dove venne accolto con tutti gli onori degni di un grande condottiero

Dopo il 1468, anno della morte, restano le gesta irripetibili, la fama e l’impegno di mutuo soccorso dell’Ordine del Drago, che ebbe modo di avere luogo, accogliendo a Napoli Andronica Arianiti Commeno, vedova di Giorgio Castriota, i suoi figli e alcuni anni dopo la figlia di Vlad III, conte Dracula.

Questo spiega perché Andronica A. C. dopo un periodo trascorso all’interno del Maschio Angioino, dimostrando di essere una buona madre, in quanto, le vennero affidate finanche le discendenze reali, si trasferisce in un palazzo nobiliare nei pressi del Monastero di Santa Chiara per attendere che la fanciulla affidatale raggiunga l’età per maritarsi, infatti svolta questa ulteriore missione materna, la vedova di Giorgio Castriota si trasferisce a Valentia dove muore nel cristiano ricordo del marito; viene seppellita nel monastero della SS. ma Trinità posta oltre il ponte che scavalca il fiume Tùria.

Al tempo la scelta preferita della vedova di Giorgio, lasciò perplessi il Papato e i Dogi veneziani e altre stirpi nobiliari del mediterraneo; tutte non si davano ragione del perché era stato preferito dalla vedova, come Porto Sicuro la città di Napoli.

Grazie a quest’atto di fiducia e stima reciproca, in seguito ebbe modo di accogliere anche altri esuli (la migrazione più consistente) i quali trovarono la strada spianata e in accoglienza e in luoghi dove insediarsi intensificando in numero le genti delle “Arché dell’infinito arbëreshë”.

Le migrazioni dalle terre dei Balcani, al seguito della Comnemo, segnando in maniera indelebile quelle linee di tutela che continuarono ad essere rispettate sia dal Papa con un tempo relativamente breve, e sia dai regnati partenopei per circa quattro secoli.

A tal proposito è bene, rilevare, la sostanziale differenza che distingue queste famiglie di profughi in base alle epoche e gli eventi politico religiose in atto:

i primi segnano il territorio a favore del re per controllare i Principi legati alla corona francese;

i secondi, oltre a incrementare il numero in senso di forza lavoro si insediarono in quell’antica disposizione subito dopo la venuta di Andronica Arianiti Comneno e rappresentano l’arretramento del fronte per la difesa della cristianità nelle terre parallele ritrovate.

In altre parole sono le stesse famiglie allargate di cui il condottiero si fidava e attingeva le sue armate, ragion per la quale il loro trasferimento in massa nel baricentro mediterraneo, avrebbe rappresentato il fronte ultimo, dove attendere gli ottomani.

Era nata la linea per la difesa della cristianità, arretrata ma colma di quei valori per i quali gli ottomani avevano subito, ragion per la quale imbattersi in quelle linee avrebbe risvegliato l’antica indole ereditata secondo le metodiche adottate dal nobile condottiero.

Questo dato storico è confermato anche negli atteggiamenti delle istituzioni religiose prima lasciando liberi di agire gli arbëreshë e consentire loro di predisporre consuetudini tipiche, per almeno un secolo; quelle civili ignorarono i dissidi locali e accuse di ogni genere, giunte all’attenzione persino agli organi preposti partenopei, rimaste perennemente evase.

Aver predisposto secondo un progetto mirato il controllo delle vie di accesso dall’esterno e di mitigazione delle ingerenze di principi francofoni dall’interno, consentirono di ripopolare oltre cento tra paesi e casali abbandonati, facendo insediare gruppi di famiglie allargate arbanon, che da ora in avanti saranno riconosciuti come arbëreshë.

Arche abitative per la difesa, Katundë ripopolati da profughi arbëreshë, cui fu affidata la missione di mitigare le volontà di espansione dei mussulmani, o almeno di evitare futuri confronti con i nuovi popoli che con gli indigeni condividevano quelle terre.

Per confermare storicamente ciò, rimangono le vicende e gli atteggiamenti degli arbëreshë, quali attori principali della storia del regno di Napoli, protagonisti incontrastati, giacché i loro perimetri impenetrabili erano descritti su metriche linguistica e consuetudinarie, non visibile, ciò nonostante furono barriere indelebili di un territorio, con lo scopo di unire, uomini e secondo valori sociali non scritti.

Giorgio Castriota per gli arbëreshë rappresenta la svolta storica di quanti abitarono le terre una volta dell’Epiro Nuova E dell’Epiro Vecchia, preparando con dovizia di particolari i presupposti migliori per tutelare l’originaria essenza Linguistica, metrica, consuetudinaria e religiosa, senza eccessivi stravolgimenti, oggi ancora vivi in quelle macro aree che identificano la Regione Storica Diffusa Arbëreshë.

I parlanti questa lingua antica, senza ne segni, né tomi, rappresentano i prosecutori di un modello senza eguali, ancora oggi, capace di mantenere vivi i valori per integrarsi con le genti indigene restando ancorato all’antica radice.

Gli eventi della storia se adeguatamente intesi, restituiscono un quadro preciso in cui appare subito la difesa dei territori, poi quella dei regnanti partenopei come nelle vicende che videro antagonista Masaniello, e in seguito rimanendo sempre vigili protagonisti delle vicende sociali e ed economiche dei territori dove furono insediati; Furono ancora protagonisti prescelti, in seguito con l’istituzione della Real Macedone, difesa personale di Carlo III, il quale affidò persino la gestione religiosa del reggimento di valorosi nella mani di un Arbëreshë, perché fuori dagli antagonismi politici dell’epoca; ed è ancora la famosa guardia Real Macedone che nel 1799 viene  utilizzata per dare manforte al Ruffo di Calabria e sedare definitivamente le illusorie aspirazioni dei liberi pensatori partenopei; va inoltre evidenziato l’estremo tentativo, che nel 1805 Ferdinando I, voleva istituire per sedare i progetti di Napoleone, allo scopo fecero giungere diverse navi con Albanesi illudendosi che conservassero quelle antiche attitudini dello storico condottiero, ma appena dopo lo sbarco, si resero conto che i tempi erano mutati e le genti di quella nazione erano stati piegati secondo altre prospettive.

Sono sempre gli arbëreshë che dopo il decennio francese hanno un ruolo di primo piano per i progetti di unificare l’Italia, cosi come in seguito a questa e sino ai giorni nostri, occupano posti di rilievo, perfettamente integrati, nei processi sociali, politici, economici e dell’integrazione e la pace tra i popoli.

Oggi purtroppo subisce ad opera indigena una deriva storica senza eguali, giacché i riferimenti verso la storia e i luoghi dove essa ha avuto inizio, sono venuti a mancare e allo scopo sono allestiti monumenti a ricordo di Giorgio Castriota comunemente appellato Skanderbeg (**), anzi in alcuni casi usando esclusivamente l’alias con il quale si fece conoscere nel periodo antagonista dei cristiani; sottovalutati dagli ottomani e impressi durante i suoi primi nove anni dalla devota madre, Voisava Tripalda e dal cristiano padre, Giovanni Castriota.

Oggi è facile imbattersi in allestimenti o manifestazioni prive di una radice ideale capace di restituire valore in linea con gli ideali dell’eroe ZOTI GJERGJ, incidendo sin anche date, vicende e alias senza radice di tempo e di luogo.

Quello che più duole è nel constatare quale lungo di queste esternazioni pubbliche sono “le Arché dell’infinito arbër” tracciati dall’eroe Zoti Gjergj; busti, statue equestri, sono allestite senza un disciplinare degno di una figura di tale spessore, eppure basterebbe aver letto le sue gesta per comprendere che la sua meta a cui volgeva lo sguardo era sempre la stessa,  il luogo dove la sua missione ebbe iniziò, per restituire ai Turchi le stesse sensazioni di dolore causate alla sua famiglia e alla sua Gente.

Sono gli Arbëreshë e gli Albanesi, in tutto i legittimi eredi della radice di integrazione tra le più raffinate del Mediterraneo, coloro che si devono prodigare, al fine di tracciare un itinerario di valorizzazione della storia della Regione Storica Arbëreshë e dello stato d’Arberia.

Oggi non servono crociate vaticane sempre pronte a essere attuate, così come le frizioni storiche non solo tra mussulmani e cristiani, estese a Ortodossi, Bizantini e Alessandrini, per proporre modelli romani che pur costruendo ottime e indispensabili vie dell’economia, gli antagonisti che poi le utilizzarono, nonostante ciò per una forma di disprezzo verso i romani e le indispensabili “strade” le appellandole“rotte”.

Zoti Gjergj detto Scanderbeg e la sua storia rappresenta una parentesi incancellabile degli accadimenti dei Balcani  del  XV secolo, essa racchiude il senso e il perche Gli arbanon furono scissi in Albanesi e Arbëreshë, due dinastie ben riconducibili alla radice originaria.

Gli Albanesi rappresentano quanti hanno preferito rimanere e avere il premio della terra, secondo le regole ottomane, assumendosi per questo l’onere di preservare i confini e difenderli a discapito della propria tradizione identitaria, di li a poco rimaneggiata e compromessa identificata oggi come Shquip.

Gli Arbëreshë assumono il ruolo di conservatori fedeli della radice identitaria originaria, quella che si compone di gruppi familiari allargati, dell’impenetrabile idioma; nella consuetudine radicata nel cuore e nella mente; nella metrica del confronto fra generi; nella religione greca ortodossa, da cui attingere e riversare le proprie credenze in armonia con i territori vissuti e integrarsi pacificamente con le genti indigene.

Qui in Italia vivono gli Arbëreshë, gli abitanti giunti indistintamente e senza discriminazioni dell’antico territorio dell’Epiro Nuova e dell’Epiro Vecchia, i portatori sani del un modello consuetudinario, dato per perso nel XV secolo, quando ecco che appaiono le gesta di un fanciullo, Giorgio Castriota, figlio di Giovanni e di Voisava Tripalda, “la stella cometa” che indicò, dopo aver tracciato la strada verso le terre parallele del Regno di Napoli dove dimorare e tutelare la rarissima radice arbanon.

I risultati di questa intuizione li apprezziamo ancora oggi nella regione storica del meridione italiano, a tal proposito sarebbe il caso di fermarsi a riflettere, invece di sprecare frammenti irripetibili della storia, gli stessi che si potrebbero ancora recuperare organizzando:

“la giornata del risveglio della fratellanza Arbanon”

Esaltando un’antica tradizione di “Estate” tutti uniti ed essere protagonisti, Albanesi dell’odierna patria (il tangibile) e gli Arbëreshë, i tutori dell’antica radice identitaria (l’intangibile).

Una giornata in ricordo di quanti sacrificarono la propria vita e segnarono la storia in Europa, identificandosi con l’antico idioma arbëreshë; la linfa ideale in grado ad innalzare le armonie dei cinque sensi dei territori vissuti, a cui associare il “canto di genere arbanon “le Valje”.

 

 

** – Nel Volume II°  della Calabria Illustrata ad opera del M. R. P. Giovanni da Fiore da Cropani –  quando è tratta il capitolo degli esuli provenienti dai Balcani, egli scrive  Giorgio Castriota, (volgarmente denominato Scanderberg) , l’appellati non ci deve indurre in inganno secondo l’uso odierno, in quanto, secondo la lingua del volgo del popolo, voleva dire:  “comunemente denominato Scanderberg.

 

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L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI

LA SALITA DELLA SAPIENZA (PERLA – I° – GIORGIO KASTRIOTA DI GIOVANNI)

Posted on 05 ottobre 2019 by admin

L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – 

(Introduzione)

Quando penso alla vostra “Arbëria”; immagino una strada antica, piena di buche, cui le persone che vi abitano prospicienti, si ostinano a riempire (senza titolo in campo di manutenzione stradale) il discontinuo della lamia di scorrimento, innalzandosi ai preposti operatori.

Il fenomeno anomalo nasce per una volontà di apparente altruismo, tuttavia le disarticolate opere di rifacimento, rendono pericolosa la strada che non risponde più allo scopo per cui venne realizzata, oltretutto le mere aggiunte, divengono una trappola, per quanti ignari adoperano la via sicuri che conduca lungo i trascorsi della “Regione Storica Arbëreshë”.

(Perla – I°) 

Correva l’anno 1413, quando uno dei principi d’Albania superiore o del Nord, Giovanni  Castriota uomo forte, prudente e di cristiana fede, dovette capitolare in favore dei turchi, per tutelare il suo regno con capitale Krujë, la vita di sua moglie Voisava Tripalda e dei suoi figli; Reposio, Stanista, Maria, Costantino, Giorgio, Yiela, Angelina, Mamizia e Vlaica.

Le regole cui si attenevano i turchi in questi frangenti di conquista, richiedevano come pegno della vittoria i figli maschi, i prossimi discendenti di quel governariato, rispettivamente: Re­posio, Stanista, Costantino, Giorgio.

Il patto di sottomissione evitava lo sterminio e lasciava indenni quanti vivevano in quelle terre, cosi facendo avrebbero continuato a progredire e valorizzarle, in attesa della discendenza, sottoposta a vigili regole  turche.

Quando ciò avvenne, Giorgio il figlio minore del principe Giovanni, aveva appena nove anni, pur essendo in più piccolo e ultimo nella discendenza, gli osservatori dell’epoca, facevano notare che per la sua stazza fisica ne dimostrasse almeno venti.

Giorgio, e i suoi fratelli appena consegnati, alle attenzioni dei Turchi, pur se avessero dato, questi ultimi, grandi rassicurazioni di libera Religiosa Cristiana, giunti nella corte, furono battezzati e circoncisi secondo i riti della credenza di  Maometto cambiandone sin anche il  nome.

Reposio fu lasciato libero di prendere la via ecclesiale, Stanista e Costantino preferirono la vita di corte, convertendosi al paradisi che offriva la corte turca e Giorgio, appellato Alessandro (Skender) , mostra ottime qualità come lottatore, combattente e stratega, diventando in meno di un decennio, beniamino del sultano, guadagnandosi l’appellativo “beg” (signore), che diventerà Scanderbeg.

Le sue attività per cui eccelleva lo vide protagonista incontrastato, contro i Cristiani, ora in Grecia, ora in Ungheria, comunque sempre ben distante dalle pertinenze di genti di lingua albanofona.

Nonostante l’amore, e il rispetto verso la Cristiana religione, depositato nel suo animo dai genitori, cosi come le consuetudini di radice arbër  suoi ideali, si oppone all’avanzata dei cristiani in oriente, emergendo nelle cronache di conquista dell’epoca.

Porta a buon fine, battaglie a vantaggio dei Turchi, sottomise molte  provincie, sino al compimento dei suoi primi quarant’anni epoca in cui pote tornare libero da quella imposta sottomissione.  

Le sue gesta in tale direzione giungono sino alla fine del 1443, quando si diffuse la notizia che il padre, Giovanni era passato a miglior vita, anche se si ipotizza che ciò fosse avvenuto sempre per cause naturali, all’incirca un anno prima e tenuto nascosto per prolungare l’avvento dei Turchi; tuttavia questi ultimi si presentarono nel maniero di Krujë a riscuotere la discendenza di quel governariato.

Come la consuetudine, della luna calante prevedeva, l’antico patto andava messo in atto e allo scopo fu inviato il Generale turco Sabelia, con un grosso corpo d’armata impossessandosi delle terre di Krujë, certo che l’impresa non avrebbe incontrato alcuna opposizione.

Così  avvenne, dato che trovandosi tutte le piazze sprovvedute di truppe e munizioni, i turchi si presentarono a riscuotere  per conto di  Reposio (Caragusio) la  paterna  Corona, anche se  questi era morto già da tempo, comunque con questo inganno unito al terrore delle loro armi, entrarono a  Krujë e presero la gestione delle Città,  affiliate al governariato di Giovanni Castriota.

Quest’atteggiamento, privo di un’idonea valutazione preventiva da parte dei turchi, diverrà pena ai vertici della luna calante, pagata a caro prezzo ben presto con protagonista Giorgio Castriota.

Ciò tuttavia, il sultano per allontanare ogni ripercussione sulle modalità di attribuzione del trono, provvide prima del ritorno di Giorgio a sopprimere i suoi fratelli e  avrebbero  sacrificato anche lui, se non fosse stato per il suo scaltro atteggiamento assunto nell’apprendere gli eventi accaduti .

Giorgio Castriota rimasto solo, ben consapevole a cosa sarebbe andato incontro, nonostante si mostrasse indifferente, preparava la sua “Besa” fingendo di preferire gli onori della Corte Turca.

Il suo modo di porsi compiacente verso il Sultano, anche quando questi spiegava di aver agito per la difesa del suo paterno patrimonio, perché mira dei principi limitrofi, specie durante la sua assenza; a questa tesi largamente diffusa, Giorgio con scaltro atteggiamento, tranquillizzava i turchi ritenendo giusto quanto attuato nel suo interesse.

Oltretutto, non mostrava alcuna perplessità al quadro prospettato dal sultano turco, preparando intanto con minuziosa e regola Kanuniana , “la Besa del sangue versato” in nome dei fratelli; in tutto, agiva con gli stessi mezzi adoperati dai turchi, per ricuperare la Corona e la guida del suo popolo che attendeva con ansia il rientro.

I turchi sino alla dipartita del padre per venticinque anni avevano fatto tutto secondo una metodica perfetta, sottovalutando un dato, ovvero, che pur se di nove anni Giorgio Castriota, (** volgarmente ricordato come Skanderbeg), il giorno della sua consegna per ricatto, all’invasore turco, aveva ben in mente le regole consuetudinarie della “Besa” inscindibilmente impressi nel suo D.N.A.

Il 2 di marzo 1444, nella cattedrale di San Nicola ad Alessio, il Principe Arbër Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, fu proclamato all’unanimità, guida cristiana,   marchiato secondo le consuetudini turche, “Scanderbeg”.

I Principi convenuti in quel 2 Marzo del 1444 furono: la principessa Mamizza Castriota, la sorella di Scanderbeg; Arrianiti Signore della Provincia Canina, Calcondila e Rafaele Valoterano; Teodoro Corona Signore di Belgrado amico particolare di Giovanni Padre di Giorgio Castriota; Paolo Ducagini, il più considerato principe d’arbëria, in oltre erano presenti Nicolò Ducagini, Giorgio Arianiti, Andrea Topia, Pietro Pano, Giorgio Dufmano, Gjergj Balsha, Zaccaria Altisvevo, Stefano Zornovicchio, Scura/Scuro, Vrana Conte e altri di minor nome, quali Stefano Darenio, Paolo Stefio, oltre i deputati della repubblica di Venezia, osservatori e certificatori di quell’incontro.

Quando i convenuti furono dentro il sacro perimetro, Giorgio Castriota, prese la parola e fece un discorso come qui in seguito riportato nel collegamento allegato:

http://www.scescipasionatith.it/discorso-del-principe-giorgio-castriota-rivolto-ai-suoi-pari-cristiani-alessio-2-marzo-1444.

La nuova stagione con vesti cristiane vide il valoroso condottiero esprimersi brillantemente nella missione a difesa della cristianità e gli Arbëreshë, il suo popolo, divenendo riferimento per le regioni cristiane del mediterraneo.

Per continuare e rendere più chiaro questo breve capitolo, va precisato che Giorgio Castriota, Vlad III Tepes, più noto come Dracula, entrambi storicamente ricordati come eroi nazionali nelle rispettive terre d’origine, l’Albania e la Romania, per la difesa del cristianesimo e della patria; erano i discendenti diretti di quanti istituirono il 12 dicembre 1408, l’ Ordine del Drago.

Un apparato cavalleresco o lega di mutuo soccorso, nata per contrastare l’espansione dei Turchi, ad opera dall’imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo di Lussemburgo, da Alfonso d’Aragona re di Napoli, Giovanni Castriota e da VladII.

L’ordine del Drago aveva lo scopo di rafforzare la difesa della comunità cattolica dai attacchi dei turchi e comportava alcuni obblighi, incluso il mutuo soccorso e la difesa dei familiari degli affiliati.

Le vicende a cui Giorgio Castriota diede linfa cristiana, iniziarono bel prima la sua nascita e affondano le radici nei territori prospicienti, il bacino adriatico, la famosa battaglia della Piana dei Merli, combattuta il 15 giugno 1389 dall’esercito dell’alleanza balcanica contro l’ottomano, a seguito della pesante dipartita cristiana si convenne di realizzare una coalizione più forte e consistente di quella turca.

Giorgio Castriota prende parte a questa vicenda, in favore dei cristiani, dopo la proclamazione nella cattedrale di del nord d’Albania, rendendosi protagonista in numerose battaglie tra gli anfratti dei Balcani infliggendo numerose umiliazioni all’esercito della luna calante.

Intervenne favore degli Aragonesi contro le armate Angioine, nella battaglia di Troia (oggi provincia di Foggia) in località Terra Strutta, Alla vigilia dell’episodio, gli Orsini di Taranto si rivolgevano al Kastriota invitandolo a non partecipare a questa vicenda, considerato un fatto privato extra cristiano, chiaramente i nobili tarantini, ignari dell’Ordine del Drago che legava i Castriota, si sentirono rispondere che il legame con quel casato era radicato in valori paterni e non religiosi.

Le conseguenti repressioni della battaglia del 1389 diedero seguito al primo stanziamento di profughi albanesi in Italia meridionale attestata su una lapide nella chiesa di S. Caterina a Enna, dove è ricordato un Giacomo Matranga comandante arbër.

Analoghe ragioni indussero Alfonso d’Aragona re di Napoli, in lotta con Renato d’Angiò, a far passare in Italia Demetrio Reres e i figli Giorgio e Basilio e stabilirli in Sicilia.

A questi episodi vanno aggiunte le vicende che videro protagonista Giorgio Castriota in Italia, iniziate nell’agosto del 1460 e durarono circa due anni, anche se altri due viaggi a Napoli e a Roma nel 1464 e nel 1466, ebbero luogo.

La permanenza di Giorgio Castriota nelle terre del regno di Napoli consentì di descrivere “le Arché dell’infinito arbëreshë”, in altre parole, linee strategiche secondo le quali dovevano essere predisposti i Katundi in attesa delle eventuali azioni da intraprendere.

Di Giorgio Kastriota va ricordato il discorso fatto alle truppe preparate a partire per la crociata finanziata dal papa, mai portata a buon fine, per la dipartita misteriosa di quest’ultimo, una febbre anomala, proprio poche ore prima di benedire il condottiero albanese e il suo esercito in partenza da Monte sant’Angelo.

Dopo il 1468, anno della morte dell’eroe Arbanon, restano le gesta irripetibili, la fama e l’impegno di mutuo soccorso dell’Ordine del Drago, che ebbe luogo di essere attuato, accogliendo a Napoli, Andronica Arianiti Commeno, moglie di Giorgio Kastriota i suoi figli e alcuni anni dopo la figlia di Vlad III (il famigerato conte Dracula).

Questo episodio quando ebbero luogo, lasciò perplessi il Papato e i Venezia che non trovavano spiegazioni, sulla base di quali presupposti la capitale partenopea era preferita ad accoglienza la nobile donna, la sua discendenza, il suo seguito e perche alcuni anni dopo la figlia per seguire la figlia minorenne del condottiero rumeno, la Comneno, lascia la residenza reale per trasferirsi in un palazzo nobiliare nei pressi di Santa Chiara.

È grazie al mutuo soccorso dell’Ordine del Drago che un gran numero di famiglie Arbanon seguono la moglie di Giorgio Castriota e si sovra dispongono alle “ Arché dell’infinito arbëreshë”, secondo le strategie immaginate dal condottiero.

Una sostanziale differenza distingue l’accoglienza di queste famiglie di profughi:

 i primi segnano il territorio a favore del re per controllare i principi francofoni,

I secondi a seguito della venuta di Andronica Arianiti Comneno, rappresentano un’aretramento del fronte per la difesa della cristianità, le stesse armate che furono del condottiero, si trasferiscono in meridione come il fronte ultimo contro i turchi, che accolgono il messaggio e non osano mai metterlo alla prova.

Questo è confermato anche dall’atteggiamento che nei loro confronti hanno avuto le istituzioni civili e religiose per almeno un secolo, lasciando liberi di agire e predisporre consuetudini tipiche degli arbëreshë, che per diversi decenni sono state accusate di ogni tipo di esternazione.

Avere sul territori del Regno di Napoli oltre cento paesi di estrazione albanofona con le famiglie e le proprie discendenze, in effetti rappresentava una linea di difesa solo arretrata, ma solidamente legata alle antiche consuetudini e alla permeabilità linguistica.

Giorgio Castriota per gli arbëreshë rappresenta, un segmento storico di svolta, in quanto, ha dato modo di poter consolidare senza stravolgimenti particolari il valore che oggi sono proprie della Regione Storica Diffusa Arbëreshë.

Vero è che pur vivendo in periodo di confronto e scontro con le genti indigene gli arbëreshë sono stati lasciati coltivare le proprie consuetudini più intime, se si esclude il ravvedimento del Papa a seguito del Concilio di Trento 1673, che poi viene corretto e recuperato con l’istituzione del Collegio Corsini a San Benedetto Ullano, dando vita al scimmiottamento Latino, Ortodosso, Bizantino, Alessandrino.

Se oggi dovessimo stilare un resoconto di cosa è come le consuetudini linguistiche si riverberano similmente negli ambiti diffusi della regione storica, lo dobbiamo alla caparbietà e l’ostinazione dei regnanti che dal XIII al XIX secolo furono fermamente convinti di possedere oltre cento paesi abitati da famiglie arbëreshë .

I tutori, di una capacità di difesa del territorio, irripetibile, a conferma di ciò corre la storia; la difesa dei regnanti ai tempi di Masaniello; la scelta di istituire la Real Macedone quale difensori primi di Carlo III, gli stessi che sedarono definitivamente 13 Giugno del 1799 le illusorie aspirazioni dei liberi pensatori e l’estremo tentativo dei Borbone, nel 1805, per istituire un efferato esercito da contrapporre alle politiche di Napoleone.

Oggi in Maniera impropria senza alcun riferimento alla storia e i luoghi dove essa ha avuto inizio, vengono allestiti monumenti a ricordo di Giorgio Castriota (** volgarmente ricordato come Skanderbeg), anzi in alcuni casi appellandolo con l’alias di estrazione turca, ovvero con quel nome che gli venne dato per combattere la cristianità che non gli apparteneva.

Oggi in maniera a dir poco allegra, si usa incidere date di nascita e di morte senza alcuna radice di ricerca, tuttavia duole il dato che nessuno dei paesi che ha adottato questa scelta fuori luogo orienta il suo sguardo della statua raffigurante Giorgio Castriota, figlio di Giovanni da Krujë, verso la latitudine e la longitudine dove ha iniziato la Cristiana difesa per restituire la sonante lezione ai turchi, colpevoli di aver vigliaccamente eliminato i suoi fratelli e sottomettere quella regione del nord dell’odierna Albania i legittimi discendenti

Cosa dobbiamo fare oggi per continuare a rendere solida e duratura l’esperienza che poi si è trasformata nel modello di integrazione unica nel suo genere: basterebbe lavorare facendo il mestiere per il quale si è nati e si sa eccellere, e non emulare gli antagonisti dei romani, i quali per demeritarli, le chiamavano “strade” le loro opere, ma disprezzandole semplicemente“rotte”.

 

 

 

**  Giovanni da fiore nel Libro secondo della Calabria illustrata quando parla degli arbëreshë Inquadra Giorgio Castriota definendolo: volgarmente ricordato come Skanderbeg

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