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LA VIA DEI POLITICI, DEI VIANDANTI E DEI SAGGI SALTIMBANCHI

LA VIA DEI POLITICI, DEI VIANDANTI E DEI SAGGI SALTIMBANCHI

Posted on 17 giugno 2017 by admin

Lavia dei politici dei viandanti e dei saggi saltimbanchiNapoli (di Atanasio Pizzi) – L’inseguimento della Verità è senza dubbio la più affascinante avventura di cui la coscienza umana possa accorgersi.

E chi vuole annullare la Verità dandole il senso di ultimo termine, commette l’errore tipico del materialista: scambia la vita con la morte; prende per morto quel che vive e narra eventi che producono dolore a chi si vorrebbe vedere rassegnato e sconfitto; morto.

Esempi in tal senso sono i narratori di pietre, muri, case, chiese, alberi, materialisti incalliti che con misere gesta speculano sulle lacrime e il sangue di persone che non si rassegnano alla morte della loro identità culturale.

Certamente chi ha garbo e un briciolo di sensibilità non descrive allegorie, utilizzando il luogo del calvario statisticamente noto come: l’urlo più muto del secolo appena iniziato; progetto demenziale attuato, per nome e per conto di tanta brava gente, che non ha avuto alcun diritto di parola, se non l’obbligo di firma.

Chiudere un paese è come risvegliarsi in mare aperto solo e senza niente all’orizzonte; in quanto la cattiveria, prima ha sfibrato il fascio della coesione sociale e poi spezzato uno a uno i domani di ogni singola persona, cattiveria gratuita partorita dalla dea della viltà e dell’ignoranza.

La memoria dei luoghi e la storia, non è, né un teatro né una leggenda! Solo chi è stolto si assume la responsabilità morale, di filosofeggiare allegramente, accompagnato dal suono di una tarantella alternato a una canzone mal interpretata.

Bisogna essere attenti, anzi direi sensibilmente istruiti, quando si gioca con le pietre degli altri, giacché se da una parte; si ambisce a fare arte senza avere ne educazione e ne consapevolezza; dall’altra, osservatori inermi, avvertono il dolore che sale lungo le ferite dell’anima e riaccende il fuoco del “drago”, che ti brucia identicamente, come se il tempo non sia mai trascorso.

Quelle pietre quei resti sono il ricordo di fughe indotte e ritorni vietati; rievocano paura, dolore, solitudine e il dramma di chi ha sbagliato tutti i domani, a partire, da quell’infausta notte.

È inimmaginabile portare alla ribalta così gratuitamente luoghi senza avere consapevolezza di risvegliare quel dolore antico vissuto dai vivi, che solo la morte potrà terminare.

Purtroppo chi ha vissuto gli attimi dell’esodo inseguendo alternative trasversali fuori da ogni logica di buon senso, afferma che bisogna rinnovarsi, in quanto, nulla rimane inalterato; questo non è vero! Perché tutte le persone di cultura, riconoscono il dato che si migliora avendo come meta, la propria identità e le proprie origini, al fine di traghettare verso modelli condivisi da tutti, senza esclusi e tantomeno discriminando chi si batte per i domani arbëreshë.

Solo in questo modo si possono evitare innesti malevoli e senza senso, piante infette che sono sfuggite al controllo delle istituzioni, le stesse che oggi si ostinano far fiorire nel mediterraneo, piante grasse dei deserti sahariani.

Questa è una vicenda che non ha, vinti né vincitori, tutti hanno perso, solo perche è stato lasciato campo aperto a persone dispettose, viziate e infantili, “sfortunati sociali” che non hanno avuto modo di confrontarsi con i valori familiari e per questo ignari del “ luogo dei cinque sensi: la Gjitonia!”

Un paese fatto di gjitonia, si vuole bene, si rispetta, si riconosce in ogni ricorrenza, prega nello stesso Santuario, condivide gioie, condivide dolori è vivono gli stessi ambiti; se ciò deve morire, basta togliere all’improvviso i luoghi fisici per discriminarli, scientemente relegandoli a non avere nessun diritto di riunirsi sotto gli stessi edifici pubblici e privati, perché il luogo della vita è ritenuto “solo per essi, ma non per gli altri” pericoloso perché lo dice il drago.

Avere l’immagine, impressa nella mente, di quei cancelli come il confine della loro esistenza è come paragonarli ai varchi dello sterminio, ed è per questo che ferisce, offende e calpesta la dignità dei poveri esodati.

Chi ritiene morto un paese sapendo che è vivo è in malafede; specialmente se il luminare che ne dovrebbe certificare la salute guarda esclusivamente le ferite di ponente.

Mentre dal lato di levante a piacimento possono diventare luogo di svago e di diletto, mettendo a rischio, inconsapevoli giovinetti che incautamente violentano senza “ragione” le intimità altrui.

Adoperare modelli educativi per giocare con Chiese, Strade, Vicoli e Piazze o innalzare emblemi alloctoni e senza arte, offende la memoria di Ines, Almira, Giovanna, Anita, Angelo, Filomena, Teresa, Marino, Rosario, Maria, Adelina, Gennaro e tanti altri anziani che hanno preferito lasciarsi morire, prima di essere estromessi dagli ambiti vissuti “del loro mondo terreno”.

Frequento e conosco gli abitanti, so che del loro paese, delle loro case e del loro mondo, conservano frammenti per loro preziosissimi, perché sono l’unico che li conduce ai domani che, diminuiranno di giorno in giorno e rimangono l’unico modo per tornare idealmente nelle loro case, luce flebile che proietta figure parallele non più ritrovate.

Cosa mi colpisce in ognuno di loro è la fede che hanno verso il Santo Patrono, solo lui, da forza per sperare nel ravvedimento, di quanti in maniera leggera, poca attenta e senza mai conoscerli, li ha ritenuti al pari di un insieme numerico di mera statistica d’archivio.

Li ho visti e sentiti pieni di orgoglio ogni volta che si parla delle loro case negate, ma purtroppo una macchina invisibile che sta sospeso verso il cielo dice che non possono tornare perché il drago viene solo ed esclusivamente di notte. (avranno scoperto che di giorno dorme, allora shhhhhhhhh, non fate gridare le scolaresche!)

Li ho visti volgere lo sguardo all’insù e cercare la macchina che sa tutto, con grande dignità, increduli di quando gli è accaduto, ben consapevoli che la trascuratezza istituzionale sia l’unico colpevole, in quanto, hanno lasciato che il drago fosse libero e lui di notte, quando tutti erano tranquilli ha trascinato a valle alcune case.

Li ho visti piangere e chiedere se la decisione dell’esodo, in quei terribili frangenti era veramente il frutto di analisi eseguite con criteri scientifici e di comparazione territoriale o frutto dall’ignoranza che mirava a malevoli interessi.

Mi dice nonna Alma, una vecchietta seduta sull’uscio di casa per non perdere il suo diritto: prego Dio tutti i giorni, perché si rievochi la leggenda del drago e il cavaliere possa prevalere sul drago che dorme sul giglio, tanto lui, non fuma dalle narici, ma sbuffa fumo dalle malsane orecchie!

Gli ho detto che quella è una leggenda, purtroppo la realtà, ancor prima dell’inizio di questa vicenda è stata orfana del “Buon Senso”, “semplice, puro, sano, buonsenso; null’altro”.

Se i protagonisti che hanno condotto questa vicenda, avessero adoperato il Buonsenso, invece della “sciabola dittatoriale/culturale”, oggi non avremmo avuto bisogni di inviare abbracci ovunque vivono, ovunque si sentono in esilio, ovunque sperano che il cavaliere prevalga su questo essere informe che appiattisce, distrugge e calpesta persino la storia dei valorosi guerrieri arbëreshë.

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Protetto: LA MALA ARIA CHE SOFFIA SULLA CONSUETUDINE

Posted on 01 ottobre 2015 by admin

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Perenne Odissea?

Posted on 12 agosto 2015 by admin

odisseaROMA (di Paolo Borgia) – Il nuovo secondo alveo del Canale di Suez, inaugurato nei giorni scorsi, ora consente il transito continuato delle navi nei due sensi di marcia: mentre prima si doveva procedere a senso unico alternato, con snervanti attese di ore alle imboccature, proprio come succede durante i lavori in corso lungo le strade automobilistiche. Quando si realizzò il primo canale, si trattò di un opera faraonica durata dieci anni, tra il 1859 e il 1869, in balia degli elementi ambientali in mezzo a ogni genere di difficoltà. Oggi il secondo canale è stato realizzato interamente in meno di un anno – anziché nei tre previsti – e la vera difficoltà da affrontare sono stati i continui tentativi di sabotaggio da parte di guerriglieri antigovernativi, che non sono riusciti però ad intimidire i lavoratori.

Che cosa sia questo passaggio a Sud-Ovest per il Mediterraneo, Mar Nero compreso, e per le regioni che si vi affacciano, lo sappiamo bene: è la scorciatoia per le navi che trasportano il 60% circa di tutte le merci circolanti nel mondo. Questo rende di nuovo protagonista il mare di Odisseo, dopo la decadenza del “mare nostro” iniziata con la scoperta dell’America, quando il Centro del Mondo si trasferì con la ricchezza lungo le coste settentrionali dell’Oceano Atlantico. Solo con il taglio dell’istmo che lega l’Africa all’Asia Suez diventa il principale crocevia planetario e il Mediterraneo torna ad essere il Centro del Mondo.

L’importanza della rotta mediterranea consiste nel fatto che riduce di un terzo la durata della navigazione dall’India all’Atlantico settentrionale rispetto alla rotta circum-africana. Il continuo passaggio delle navi sempre sulla stessa rotta ha favorito lungo i suoi pressi anche la nascita di officine piccole e medie per soddisfare le esigenze di rimozione delle inevitabili avarie e usure delle navi, senza dovere modificare l’itinerario, senza doversi fermare e a minori costi rispetto alle quotazioni di altri paesi più settentrionali. Piccole imbarcazioni vanno sottobordo al natante in transito, si accostano, scaricano il pezzo ordinato o lo sostituiscono con quello rotto e, finito il lavoro, tornano a casa, mentre il cargo prosegue il suo viaggio: così in Egitto, così in Grecia.Tra Atene e il mare c’è un formicaio di piccole officine dove si fabbrica di tutto: quello che non c’è in Sicilia, dove ampi porti immacolati e deserti con il loro letargo danno la sensazione di trovarsi alla estremità del Mondo e non al suo Centro.

Ciò che s’intende con tali espressioni non è frutto di antiche credenze mitologiche tramandate ma il riscontro della semplice evidenza geografica: se togliamo Australia e Antartide, quattro continenti occupano un po’ più di mezza sfera terrestre ed il loro centro, il polo, più o meno coincide con l’intorno dell’isola di Ustica. Ad una distanza di oltre 11.000 km da qui, tutto a giro rispetto all’isola tirrenica troviamo i bordi dell’“Oceano”, l’emisfero d’acqua.

Il Centro del Mondo gode del migliore clima in assoluto della Terra. Anche quando ci sono state le grandi variazioni climatiche epocali, masse di disperati profughi o “barbari” invasori sono state attratte dalla mitezza delle condizioni meteorologiche favorevoli alla agricoltura nonostante che il clima fosse e resta semi-arido, costringendo l’uomo ad una economia basata sulla cultura dell’acqua, come ci ha insegnato il grande materano Pietro Laureano. Per fare un esempio basti pensare – in modo discorde dalla idea del clima di Niccolò Tommaseo – alla enorme differenza tra città che si trovano sul 38° parallelo Nord: San Francisco, Washington, Lisbona, Hora (Palermo), Atene, Teheran, Samarcanda, Pechino, Seul, Tokio.

Da qualche tempo nel Centro del Mondo va crescendo un’instabile precarietà frutto delle mutazioni climatica ed egemonica. Si tratta di vecchie questioni a cui non si è voluto dare compromissorie soluzioni tempestive. L’azzardo di egoistiche pretese ha avuto la meglio su ogni ragionevole proposta, scaricando, però, in tal modo conseguenze nefaste su milioni di persone umiliate che ammuffiscono aspettando invano in squallidi campi profughi, dopo aver dovuto abbandonare ogni loro avere. O peggio, persone sole che per soddisfare i loro più elementari bisogni esistenziali si allontanano dalle loro famiglie e vagano inermi come automi alla ricerca di un posto di quiete.

Ora la speranza è affidata ad un rapido ravvedimento di tutti i potentati palesi o occulti, soprattutto di quelli occidentali, perché vogliano desistere almeno in parte dalle loro pretese di dominio esclusivo. Senza tale premessa non si possono realizzare le condizioni di un ripristino di pace, né la possibilità di considerare il Centro del Mondo fraterna casa comune di tutti i suoi abitanti cristiani, musulmani, ebrei e idolatri

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UNA FIAMMELLA PER I DEFUNTI

Posted on 02 febbraio 2015 by admin

UNA LUCENAPOLI (di Atanasio Pizzi) -Erano gli anni sessanta del secolo scorso, quando giunto a casa dopo la scuola, notai sulla mensola che sovrastava il camino, un lume artigianale fatto interamente di cose di casa, del quale mia madre andava molto fiera.

Immaginando che fosse servito per illuminare momentaneamente quella stanza, chiesi se fosse mancata la corrente elettrica; lei mi fece sedere vicino al camino e sedutasi accanto a me, mentre avvolgeva con sapiente manualità i nuovi stoppini, (Fitilrat) roteandoli con la mano sulla gamba sinistra, m’illuminò su quale valore avesse, quella luce e per chi sarebbe stata di riferimento.

Una ciotola di terracotta, riempita per metà di acqua e poi colmata di olio, innalzava la posizione della fiammella in conformità dell’antica economia consuetudinaria; immerso nell’olio, lo stoppino (Fitili) che galleggiava grazie ad una rondella di sughero a cui era affidata, il tutto era realizzato per guidare i cari estinti a ritrovare i luoghi di vita terrena.

Da quell’anno, che notai il piccolo manufatto, anno dopo anno la vidi ripetere quei gesti identici, alcune volte gli chiedevo se non sarebbe stato meglio comprarlo già fatto e lei mi ripeteva che la tradizione era quella e lei non aveva alcuna intenzione di cambiarla.

La fioca luce svettava giorno e notte senza soluzione di continuità e lei con pazienza traboccava l’olio quando il livello era prossimo alla linea d’acqua, calibrando con sapiente manualità lo stoppino.

La luce è la guida dei defunti che attendono la ricorrenza e recarsi nei luoghi a loro più cari, al fine di condividere una notte e sentirsi più vicini ai congiunti, un rito che per gli arbëreshe serve a tenere vivo il legame con le persone care che non avremmo mai voluto che ci lasciassero.

Un modo di avvertire la presenza di che non appartiene più al mondo dei vivi con i quali condividere la tavola che si lascia imbandita durante tutta la settimana e poi chiudere questo ideale rapporto di cose terrene con mursjelin sulle tombe dei defunti.

La manualità di realizzare un manufatto com’era tradizione di mia madre, io non sono in gradi di attuarla, ma la tradizione la tengo viva realizzando la fiammella con la metà di una buccia di arancia riempita d’olio, questo modo di mantenere la tradizione forse non è proprio in linea con quello più antico di mia madre, rimane il fatto che, la consuetudine e i suoi principi rimangono gli stessi.

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AVV. GIUSEPPE ANTONIO MARIA BAFFA

Posted on 30 maggio 2013 by admin

BOLOGNA ( di Giuseppe Chimisso) – Il 13 gennaio 2000 in un tragico, quanto ancora oggi inspiegabile, incidente stradale perdevano la vita, l’Avv. Giuseppe A. M. Baffa, assieme al nuovo giovane collaboratore Avv. Francesco Perrotta e rimaneva seriamente ferito l’Avv. Russo, mentre si recavano all’udienza dei processo sulla strage di Otranto in quanto difensori delle vittime e dei superstiti, sacrificando anche la vita nella difesa del prin­cipio di una giustizia giusta.

Penso sia bene tornare a riflettere su questo dramma che segue una tragedia che il tempo rischia di derubricare a vicenda.

A suo tempo avevamo proposto di intitolare una strada all’Avv. Giuseppe A. M. Baffa in un comune arbëreshë ed in particolare a San Demetrio Corone, suo luogo di nascita, inviando un appello, all’allora, Amministrazione Comunale, appello che ricordava come l’Avv. Baffa “aveva saputo proporsi come volto amico, sapeva infondere speranza, sapeva essere d’esempio per una vita condotta all’insegna dell’onestà e dell’abnegazio­ne” oltre ad essere un patrocinatore generoso e profes­sionalmente esemplare; tutto questo affinché la memoria del sacrificio del l’Avv. Baffa si elevasse a tributo civico.

Grande risonanza ed ampia adesione aveva avuto la pro­posta da entrambe le sponde dell’Adriatico, adesione che in modo trasversale univa tutte le parti politiche, la società civile e religiosa, messaggi erano giunti anche dal sindaco di Cosenza e da sensibili Senatori della Repubblica.

Solamente dal comune di S. Demetrio Corone suo paese d’origine, il vuoto pneuma­tico e statico, che si materializzava nel totale silenzio istituzionale.

Numerose altre iniziative si sono susseguite con ampia eco stampa, tra le quali quella al Palazzo della Cultura a Cosenza, quella a Roma per la concessione post mortem della medaglia d’oro del Presidente della Repubblica d’Al­bania, sempre patrocinata dall’Associazione Skanderbeg di Bologna, come pure è continuato imperterrito il fragoro­so silenzio da parte del Comune di S. Demetrio Corone.

Finalmente l’allora Presidente Albanese Alfred Moisiu, nel centenario Deradiano, in visita a Macchia, prima, ed a S. Demetrio poi, nella ‘vecchia fucina del diavolo’ossia nel Collegio di S. Adriano, con parole da poeta, ma con la de­terminazione da generale qual è , nell’onorare il legame che da sempre unisce la gente arbëreshë, alla madrepa­tria, onora ” la gente comune che con atti non comuni diventa eroe”, il Suo pensiero e quello di tutta la platea va a Giuseppe Antonio Maria Baffa.

I silenzi istituzionali di S. Demetrio Corone si trasformano così in glaciale imbarazzo.

A ben pensarci l’unica reazione, per altro scomposta, ri­cevuta da S. Demetrio, è stata una telefonata piena di livore ed astio da parte di colui che si presentava come il padre padrone del paese, ma che nella realtà manifestava una misera logica legata visceralmente ai piccoli bisticci e frizioni tra famiglie del paese stesso.

Ci siamo chiesti se si poteva fare meglio o di più, proba­bilmente si.

Quello che non si voleva fare era sottacere l’amore dell’Avv. Baffa verso chi soffriva e gli ricordava le sue origini, la sua cultura e le sue nobili tradizioni, di cui, invece di vergognarsi, andava orgoglioso.

Quanto sopra, per parafrasare George Orwell nel suo 1984, affin­ché non ‘tutto si confonda in una nebbia. Il passato non sia cancellato, le cancellature non siano dimenticate, e le menzogne non divengano realtà’.

Se è vero come scriveva Orwell, che ‘la libertà consiste nella libertà di dire che due più due fanno quattro; se è concessa questa libertà, ne seguono tutte le altre’.

Se questo è vero, oggi dobbiamo riconoscere a ‘Katundi Yne’ la possibilità di esercitare questa libertà.

La libertà di richiedere ancora una volta, di intestare una via o una Piazza, in ricordo dell’Avv. Giuseppe A. M. Baffa e  rammendare un buco nella memoria di tutte le comunità.

Sarebbe grave che questo buco riman­ga aperto grazie all’insensibilità o peggio all’ignavia di qualche amministratore double-face che è arbëreshë solo quando conviene.

Fra i tanti amministratori locali arbëreshë ci sono certa­mente uomini leali, di buona volontà, animati da un sano ed onesto spirito solidale e di servizio per le proprie co­munità, con la mente non obnubilata dalle perverse logi­che che ammorbano il ceto politico nazionale che tanto danno fanno all’Italia, amministratori che nel patrocina­re l’intestazione di una via nel proprio comune all’Avv. Giuseppe A. M. Baffa, posseggano la sensibilità di ren­dere così onore e di farsi interpreti di uomini solidali e generosi, qual’era l’avv. Baffa, il quale oggi, sempre più, rappresenta il volto di un’Italia aperta all’incontro, delle popolazioni rivierasche che soccorrono i deboli alla de­riva, del desiderio comune per un futuro di speranza e fratellanza.

Agli amministratori consapevoli che il passato non si cancella, che fare memoria, è ridare ai vivi, ai morti, ai dispersi nei mari, è ridare a noi stessi quella dignità che è inscindibile di ogni essere umano, al di là di ogni defi­nizione giuridica, di ogni individualità e diversità di pro­venienza e cultura, a questi amministratori, nell’approssimarsi del 13° anniversario della scomparsa, rivolgiamo ancora l’invito ad intestare una strada all’Avv. Giuseppe Antonio Maria Baffa.

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Protetto: IL PATRIARCATO ALLARGATO ARBËRESHË NEL REGNO DI NAPOLI

Posted on 19 gennaio 2013 by admin

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Protetto: NAPOLI: SANT’ATANASIO IL GRANDE FIGURA DI UN’EPOCA

Posted on 15 gennaio 2013 by admin

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Protetto: L’EREDITÀ

Posted on 26 dicembre 2012 by admin

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Aurora svanita?

Posted on 02 dicembre 2012 by admin

ROMA ( di Paolo Borgia) – E venne il tempo per il nonno di portare in campagna il nipote. Il primo, quello del nome. Da molto tempo, il bimbo gli chiedeva questa gita, ma la saggezza attendeva la fine del freddo inverno e che il sole salisse più alto nel cielo. Ora,dunque, poteva iniziare ad esplorare il mondo al di là del protetto piccolo vicinato.

Una tiepida brezza saliva dal Piano di Santa Caterina verso il Monte Saravulli accarezzando il mulo gravato dal peso del nonno sul basto e del bimbo di dietro a cavalcioni sulla groppa, mentre raggiungevano la contrada sottratta alla boscaglia e spietrata: Llazi. Lungo la costa del monte, ricoperto di querce e castagni, apparivano al bimbo rocce appoggiate in bilico sul vuoto, che gli sembravano antichi inquietanti fantasmi, protagonisti di acrobatiche lotte solitarie.

Entrarono nella vigna attraverso un angusto varco tra i rovi, le acacie e i fichi d’India cresciuti da molto tempo tra le pietre tolte dal campo e messe  tutt’intorno a confine. Appena dentro, ecco nell’angolo kalivja, il consueto capanno di pietre a secco poste in tondo e sormontate da una alta copertura conica di canne. Nello spiazzo antistante una grossa pietra cubica e in un angolo un fornello di muratura per scaldare al fuoco il misero cibo, sostegno per la dura fatica.

Non c’era un filo d’erba nel campo, tenuto pulito come una chiesa. Le viti erano messe ad alberello solitario e sorrette ad una ad una da un tutore di canna, distanziate giusto a farci passare un mulo. Un legaccio nella parte alta manteneva i lunghi tralci a formare una pupa di pampini. Qua e là alberi di pere, fichi, ciliege, amarene e un maestoso noce. C’era anche lo spazio sul bordo per seminare ceci o lenticchie. Due piccole sorgive d’acqua sgorgavano dal terreno ed erano raccolte da due cubici tabernacoli appoggiati  al suolo, aperti su un lato da cui si attingeva per bere da pale di fichi d’India rinsecchite a forma di coppa.

Raccolsero insieme un po’ d’amarene, fili d’erba da masticare un po’ rossicci di un sapore aspro ma gradevole e qualche ramo di ceci. I bacelli erano ripieni del seme già ingranato e risuonavano allegri come giocattoli. Il nonno si mise, poi, al lavoro e il bimbo andava scoprendo il ricco nuovo mondo dalle infinite possibilità di gioco. Il tempo trascorse veloce. Poi il nonno a conferma dei sintomi della fame guardò l’orologio a catena del gilé, lasciò la sua occupazione, mise sull’altare di pietra il pane, il vino ed un tocco di formaggio. E accese il fuoco nel fornello per scaldare la zuppa di zucchine e patate dentro la gamella portata pronta da casa. Un raro fresco vento del Golfo portò il suono delle campane di mezzogiorno.

Ci volle un po’ perché la zuppa si scaldasse. L’aria si era andata riempendo della sua fragranza  e il bimbo faceva impaziente festa…

Tutt’a un tratto apparvero dal varco due uomini a piedi: uno, vecchio con le mani legate con una catena, l’altro con  un fondina di pistola alla cinta che trascinava il primo, il vecchio.

Il bimbo, intimidito, corse verso il nonno appoggiandosi alle sue gambe. Il nonno come ispirato riuscì  a dire d’un fiato: «A manciari! (favorite!)». Rituale formula di invito a condividere la mensa. Il bandito, strattonando il vecchio, si accostò alla mensa senza proferir verbo e in men che non si dica si sbafò il cibo e si scolò il vino del bariletto.

Poi, subito, così come erano apparsi, scomparvero entrambi nel verde della vegetazione, proseguendo nell’infame traduzione del sequestrato: lontano appena pochi metri dalle strade carrozzabili continuamente percorse dalle Guzzi e dalle Campagnole in dotazione alle forze dell’ordine. I soldati del 24° Reggimento Artiglieria da Campagna erano accampati lì di fianco, sotto gli ulivi della Sclizza.

Il bimbo…..

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Protetto: LA BANDIERA ITALIANA ULTIMO BALUARDO A DIFESA DI UNA STRADA

Posted on 04 ottobre 2012 by admin

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