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TRA IL DIRE E IL FARE SOLO IL PONTE DELLA CONOSCCENZA SUPERA IL MARE (I ponti sicuri costruiti dal pensiero arbëreşë quando gli altri rovinavano per finire in mare)

Posted on 20 maggio 2024 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Si parla di ponti per unire popoli, pensieri e religioni da unificare, generi da eguagliare senza avere misura, di quando, dove e con cosa, elevarono le prime catenarie in grado di unire i confini sociali e di credenza, senza che rovinassero nell’acqua limpida che scorrendo impetuosa e divideva le cose del nostro paese.

Oggi nell’amata terra mediterranea approdano autorità di ogni levatura e grado diffondendo promesse consegnando premi, in forma di omaggi variegati, assegnando titoli e allori per quanti seminano inutile fatuo giovanile.

Tuttavia nessuno di essi è adeguatamente illuminato o informato relativamente a cosa serve per aggiungere valore, e lustro, onorificenze di primato a quanti da millenni costruiscono ponti di dialogo, creano fratellanze, nel silenzioso rigore dell’umiltà.

Romani, Bizantina, Normanna, Greci, Arabi, Longobardi, Cistercensi, Francofoni, Ispanici Arbër e ogni sorta di popolo in cammino non per conquistare e sottomettere, ma per trovare agio e vivere sereni, in tutto chi è giunto qui non per conquistare o sopprimere, ma per incanto, vivere questa terra buona di sole e oggi, tutti fieri di essere riconosciuti come Italiani, in terra fraterna: la Calabria.

Sono tutti calabresi, si riconoscono sotto la stessa bandiera, pregano con lo stesso orientamento, ma se li senti parlare riconosci la radice sempre viva nelle loro inflessioni dialettali, tutti piacevolmente identificabili per la propria radice antica.

La Calabria quindi resta, detiene e conserva il primato dell’integrazione mediterranea tra le più solide e più fiere del vecchio continente.

Nessuna Istituzione l’ha mai premiata o ha avvertito la necessità di medagliarla, nonostante in questo intervallo storico, si parla solo ed esclusivamente delle vicende che nella storia l’hanno resa protagonista in prima linea; come fa una madre arbëreşë per i propri figli, allargando la sua bontà anche per quanti si trovano in difficolta, perché senza madre.

Qui in particolar modo si vuole trattare dei primordiali “nucleo urbani” dove esse sono vissute mantenendo le radici consuetudinarie in cui riconoscersi per non dimenticarle, in tutto le quinte teatrali fatte di: chiesa, servizi di avvistamento e della Iunctura solidale in difesa della propria identità.

I componimenti storici vernacolari, alloctoni e autoctoni, gli stessi che generarono i Katundë che qui non sono mai stati Borgni  ma: luoghi sociali o di confronto in continuo progredire fraterno secondo una visione di progresso fraterno  amicale dirsi voglia.

Si iniziò con l’edificare abituri razionali incastonati nel terreno, utiliz­zando anche materiali di spogliatura, pre­senti in quell’area a seguito dei terremoti o catastrofi naturali sempre in aguato.

Un insieme di attività racchiuse all’interno di uno spazio fisico privato, che pur se ristretto era all’occorrenza un insieme proto industriale operoso di un determinato insieme di figure note.

Di ciò è stata trovata conferma nell’analisi puntiforme, delle costruzioni originarie estrapolati con metodo, dal continuo del centro antico, dove murature ancora intatte, si identificano scientemente, perché realizzate di calce, sabia, polvere di argilla e pietre locali.

Esse sono facili da individuare, assieme a quanto poi ricostruito in una seconda fase, con l’integro del continuo murario, in resti di spagliatura.

E grazia a questo rimangono tracce indelebili e riconoscibili da chi possiede adeguata formazione, estrapolando così, una seconda epoca, datandola grazie agli eventi tellurici della storia calabrese.

A seguito di una minuziosa indagine effettuata dopo aver acquisito e sovrapposto mappe e immagini storiche confrontato atti catastali di memoria toponomastica, di numerosi “centri antichi”, si è potuto giungere a valori da cui estrapolare modelli abitativi vernacolari e di servizio come la chiesa, le pertinenze per l’osservazione del territorio, oltre a quando fondato dai profughi, che qui si insediarono in ogni epoca di esodo.

Le indagini hanno confermato che dette aree, componevano sempre piccoli centri, secondo uno schema basato sulla iunctura familiare di queste antiche popolazioni: una trama di abituri disposti come si possono rilevare ancora oggi nei “centri antichi” dei loci di provenienza.

La struttura non è di facile lettura, per i non addetti, ma se idoneamente preparati si può facilmente rilevare la disposizione delle abitazioni secondo le esigenze Arabe Greche Romane e Arbër, le più note, le stesse che mettono in evidenza la particolare dispo­sizione mediterranea di Iunctura articolata degli Shëşj o Sheşiola, gli stessi noti in storiografia come rioni, in tutto, un insieme composto e articolato di: Fondaci (Kopshëtj), Botteghe (Putiga), Case (Shëpij), Vanelle (Vallë), Supportici (Supòrtë), Grotte (Varë), Vichi (Rrughà) e Archi (Redhë), (il riferito tradotto e quello degli Arbëreşë).

Questa disposizione non certo casuale o spontanea, rispecchia proprio la concezione di modello urbano aperto, indispensabile per condividere le cose e le attività dell’agro, la vera risorsa di resilienza naturale calabrese.

Sistemi urbani di iunctura e cunei agrari di produzione e trasformazione, che hanno fatto la fortuna delle coline di tutta la Calabria.

Una forza lavoro di convivenza e scambio sociale che non ha avuto mai eguali e, a confermare questo dato di operosità unico e irripetibile, sono le misure riferita al litro di frantoio per la vendita dell’olio, che equivale a quattro pinte britanniche, quando le industrie qui all’avanguardia, si rivolgevano proprio alla Calabria a fine XVIII secolo, per facilitare la rotazione delle machine che contribuiva al nuovo scenario di produzione non più fatto a mano o con i piedi.

Altro fondamentale sistema di sostenibilità diffusa di questi centri abitati erano la Gjitonia, essa equivale a un concetto che si concretizza e si rivela in atti rilevabili in antiche consuetudini, creativi ed educativi, in tutto governo delle donne o spazio aperto senza confini e recinti di sorta.

Un esperimento di scolarizzazione con misura nota, con dimensioni precise di viste ed echi di riverbero a misura locale, gli stessi che ancora oggi non smettono di essere ascolto, specie da quanti in questi spazi vi nacquero per essere formati e cresciuti secondo un patrimonio di valori identitari, purtroppo ignorati dalle nuove generazioni, essendo mutate le docenza vernacolare o di crusca locale, ad opera di generazioni che essendo stati allevati e scolarizzati in altro loco non conoscono il vernacolare e neanche la crusca  locale se non le regole sessantottine a venire.

In tutto sono mutati i presupposti sociali che seguivano regole secolari e, il riverbero in questi luoghi di Iunctura sociale fatta di tipologie, del bisogno alimentate e sostenute dalla crusca locale, ovvero riprodurre e rispondere alle esigenze più utili o indispensabili dell’abitare sociale, conservando le cose prime dell’identità conviviale con rispetto di vestizione, canto e pronunzia.

Il costruito antico, qui descritto per grandi linee, presenta molte affi­nità con le cose rurali, degli agri, da quanti ritenevano di risiede al fianco delle attività sociali per il bene sociale, del territorio e della natura.

Inoltre, l’aspetto che più accomuna l’organizzazione dei centri antichi, sono caratteristiche climatiche e urografiche equipollenti alle terre collinari di provenienza di questi popoli.

Questi ultimi non più in penitenza o sottoposti a riverberi di credenza alloctona o di imposizione altra, da dover subire.

Infatti analizzando anche i riportati della toponoma­stica di memoria storica riverberata dalle generazioni succedutesi, assieme ai relativi rotacismi linguistici di pronunzia, riportano al memoria alla terra madre.

Va sottolineato che gli esuli che vivevano i tempi della diaspora in terra madre, fondavano i loro centri abitati, solo quando il luogo prescel­to o ritrovato, erano riconosciuti i presupposti ambientali e orografici paralleli o similari.

Questa è una costante che si può facilmente riconoscere, intercettare o estrapolare in tutti i centri antichi della Regione Etnica. Diffusa Accolta e Sostenuta dagli Arbëreshë, qui oggetto di studio privilegiato, e qui non si nega che usando lo stesso protocollo o diplomatica storica non è escluso che l’orizzonte possibile non abbia come sorgente gli elementi tipici materiali ed immateriali di memoria simile.

Con edifici che presenta nei cantonali intonacati, anche qualche stemma di legione, presente anche nella chiave di volta del portale delle case, o delle porte principali o secondarie delle Chiese, in alcuni casi anche nelle pietre angolari che determinano le attività di nobiltà per affermare la discendenza.

Sicuramente in questi ambiti non servono statue o busti equestri senza ragione e, di forma anomala, ma riconoscimenti di memoria, dalle istituzioni tutte, le stesse che in questo momento storico di pena e di invasioni diffuse, si preferisce premiare infanti o generi indecisi, che si siccome raggiunti con altre vesti, si vorrebbe piegare come non furono in grado di fare secoli addietro.

Venite il Calabria non per fare ponti e allestire memorie equestri di genere ignoto, con emblemi e mirano dello sguardo rivolto verso abbracci dominanti e non materni, tuttavia potrete venire con più rispetto, vedere, sentire, ascoltare e conoscere i luoghi dove, l’accoglienza ha reso la regione stessa: ponte fraterno solidale, colma di coltura, credenza e uguaglianza sociale, per chi viene e per chi poi da qui vuole ripartire.

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