Archive | Architettura

Le abitazioni con profferlo – Isch gnë vascesh tek gnë logeth

Le abitazioni con profferlo – Isch gnë vascesh tek gnë logeth

Posted on 19 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Agli albori del 1700 gli edi­fici a carattere rappresentativo nelle comunità albanofone assumono una connotazione più razionale sia nella distribuzione interna architettonici, che nei sistemi aggregativi e quindi urbanistici.

I depositi o magazzini a piano terra, sono le vecchie residenze  denominati kachi, oggi conservano ancora l’antico camino, mentre la residenza vera e propria è collocata al piano superiore  con l’accesso principale dalla strada, attraverso quel sistema, scala pianerottolo, denominato profferlo.

La copertura in coppi definisce altimetricamente l’edificio; il tetto è separato dal piano residenziale da un tavolato, mentre il volume di risulta, tra il tavolato piano e gli spioventi denominato kanizzari, quest’ultimo fungeva da stabilizzatore termico per il volume residenziale.

Gli edifici affacciano dove si allarga o si allunga lo spazio aggregativo, sheshi, da cui la facciata principale è generalmente associata al profferlo.

Il frazionamento del terreno deve mettere a profitto il fronte che ricade sullo spazio comune, secondo norme e convenzioni che corrispondono ad esigenze radicate in antiche consuetudini sono divenute norme.

L’evoluzione che subiscono le residenze in questo intervallo storico avviene seguendo le nuove prospettive di vita, senza però modificarne la consistenza planimetrica dei moduli abitativi. Continue Reading

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MULIRI JOSKARITH

MULIRI JOSKARITH

Posted on 16 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La provincia della Calabria Citeriore è caratterizzata da una cristallizzazione secolare dei processi produttivi e l’economia utilizzava solo le proprie risorse.

Vero è che, sin anche alla fine dell’Ottocento, le strade per il sud erano ancora estremamente disagevoli con intere aree completamente abbandonate alla loro esile economia.

I forestieri, le merci, le notizie, le novità giungevano con difficoltà e più agevolmente accessibile via mare, risalendo dalla costa verso l’interno.

L’intero meridione aveva come estremo carrabile la strada che terminava ad Eboli, da cui si poteva proseguire solo a piedi o a cavallo, lungo le valli scavate dai fiumi.

Le pertinenze  del sud erano attraversate solamente in caso di estrema necessità, poiché frequenti erano le rapine e gli assalti dei briganti, che sulle strade impervie del pollino e della presila trovavano un rifugio sicuro, protetti dall’isolamento, dall’abbondante vegetazione.

Le valli del meridione caratterizzate da una grande ricchezza d’acqua, grazie ai numerosi torrenti che, da ambo i versanti affluiscono nei fiumi e a mare.

L’acqua dei corsi torrentizi ha così animato per secoli numerosi mulini, di piccole dimensioni, strategicamente distribuiti sul territorio.

I collegamenti tra i mulini e i modesti agglomerati urbani erano costituiti prevalentemente da sentieri disagevoli che d’inverno diventavano impraticabili, se non a dorso di mulo. L’agricoltura, il mercato dei prodotti agricoli, le attività collegate e quindi la molitura spesso non riuscivano a garantire la sussistenza delle popolazioni locali.

Essendo i cereali, insieme alle verdure e ai latticini, l’alimento base della popolazione per secoli, si può capire come i mulini abbiano svolto un ruolo fondamentale nei meccanismi economici e alimentari.

Quelli presenti sul territorio della provincia citeriore di Calabria erano proprietà di baroni o duchi che li davano in concessione a fidati conduttori. Continue Reading

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VALORIZZARE I PAESI ARBËRESHË

VALORIZZARE I PAESI ARBËRESHË

Posted on 08 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nella strategia sostanziale al punto, 4 e 5, tra i settori principali dei Progetti Integrati Territoriali relativi alla Regione Calabria, vede un numero consistente di paesi arbëreshë che intendono investire le risorse alla Valorizzazione del Patrimonio Culturale Storico urbano e rurale.

L’idea strategica si impegna a realizzare interventi in manufatti e negli ambiti di pertinenza storica minoritaria dismessa o da riqualificare.

È chiaro che i risultati cui sono giunti gli amministratori locali, in senso generale, sono da ritenere eccellenti e va riconosciuta la giusta lode.

Con i progetti, si vuole  riacquisire il vecchio patrimonio e gli ambiti dismessi che a oggi si è ritenuto fossero irrilevanti e non idonei a rappresentare gli arbëreshë negli ambiti urbanistici ed architettonici.

Centri urbani sviluppati secondo quelle direttive dettate dal modello dell’Agglomerato diffuso, in cui insistono tipologie edilizie oltre che modelli e tecnologie di rara bellezza eseguiti secondo le metodiche dette dell’arte povera.

Allo stato va affermato un concetto fondamentale secondo cui gli arbëreshë dalla loro terra d’origine hanno identicamente riproposto i valori, della lingua, della religione, del modello sociale di famiglia allargata e del Sistema Diffuso Urbano, punti fondamentali in cui la comunità ha trovato i catalizzatori pere produrre quel blocco granitico configuratosi poi  nell’Arberia.

Mentre i primi valori hanno avuto una continuità storica evolvendosi e amalgamandosi in se stessi, il Sistema Diffuso Urbano, acquisito in funzione degli scenari sociali e quindi non di facile lettura, ha avuto un pericoloso degrado che trascina l’intera minoranza alla perdita di tutte le caratteristiche linguistiche e rituali.

È chiaro che analizzare i centri albanofoni con perizia e precisi riferimenti storici, si può rileggere cosa ancora appartiene agli antichi sistemi edilizi e ciò che sono solo banali e sciagurate interpretazioni alloctone. Continue Reading

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PERCORSI ARBËRESHË PARTENOPEI

PERCORSI ARBËRESHË PARTENOPEI

Posted on 28 aprile 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nella città di Napoli l’Ospedaletto indica la chiesa dedicata a S. Diego annesso  all’abolito convento. Nel 1514 Giovanna Castriota Scanderbeg edificò in questo luogo un’edicola a S. Gioacchino con un piccolo ospedale per uso dei poveri gentiluomini, da cui il nome di Ospedaletto. Morta la pia Castriota, e dismesso l’ospedale, tutto l’edificio fu ceduto ai Minori Osservanti, che ridussero a convento l’ospedale; a mercé la cura del frate Agostino de Cupitis d’Eboli e le larghe limosine dei Napolitani nel 1595, demolita l’edi­cola di S. Gioacchino, eressero la presente chiesa a S. Diego, che era asceso agli onori degli altari sette anni prima. Nel Dicembre
del 1784 un terremoto lo demolì in parte, trascinando gli affreschi dello Stanzioni, del Vaccaro e di altri, rifazione del manufatto furo­no sostituiti. Il soffitto della nave media è diviso in cinque scompartimenti: nei primi quattro il Mozzillo effigiò:1° S. Diego che sottrae vivo da una fornace incendiata un giovanetto; 2° che sana un’energumena; 3° che ascende glorioso in cielo; 4° ch’è servito dagli angeli nel deserto; il 5° poi è del Mattei fatto in un sol giorno, e però vi si legge opus unius diei, rappresenta S. Diego che evangelizza i selvaggi dell’isole Canarie. Nelle lunette laterali sono Virtù, e lateralmen­te al finestrone nel sovraporta il Mozzillo dipinse la predicazione e un miracolo del Santo. Le due tombe laterali alla porta di
Nicola Ludovisi e Anna Arduino sono scultu­ra di Giacomo Colombo sul disegno del Solimena. Cappelle a manca entrando: prima, S. Pasquale del Mura; seconda, una tela dei Santi Rosa, Rocco e Teresa di Nicola Vaccaro; terza, una tavola stupenda di marco da Pino, rappresentante cristo curvato sotto la croce; nel cappellone in fondo ogni cosa
è in abbandono, i freschi di Michele Rigoglia, e le tele di scuola giordanesca dinotanti gesta della Vergine e fatti della Scrittura. Nella tribuna l’altare restaurato nel 1701 è adorno di un palliotto d’argento ben cesellato; la gran tela della morte di S. Diego in fondo del coro è del Mozzillo, ci cui sono pure i due freschi laterali; i cori d’angeli nella volta e tutte le altre pitture sono di Nicola Rossi alunno del Giordano, ma le architetture e prospettive de’ fondi sono del suo cognato Gaetano Brandi; rappresentano i due grandi laterali S. Diego che appro­dando alle Canarie rovescia l’idolo colla croce, e il medesimo onorevolmente ricevuto dal vescovo d’Alcalà; e nella scudella il Santo accolto in cielo dalla Triade, dalla Vergine e vari Santi, tra’ quali è dipinto pure S. Gioacchino in memoria dell’antico titolo della chiesa. Nel cappellone seguente è un Crocefisso; nelle cappelle: 1° la Risurrezione di Lazzaro, e S. Antonio di Patavino sono di Andrea Vaccaro, benché altri li creda del suo maestro Massimo; 3° il S. Emiddio è del Mastroleo; 4° il San Bonaventura del Rigoglia; nell’ultima la Vergine con Ss. Lazzaro e Lucia è di Antonio Sarnelli. Nel decennio il con­vento dei frati fu abolito e vi si allogò la Reale Piazza della città, e la chiesa accolse la cura parrocchiale che era prima in Ss. Giuseppe e Cristoforo.

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UN MANUALE PER  RECUPERO DELL’IDENTITÀ EDILIZIA ARBËRESHË

UN MANUALE PER RECUPERO DELL’IDENTITÀ EDILIZIA ARBËRESHË

Posted on 14 aprile 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I continui inviti alla definizione di un manuale per le linee guida utili alla conservazione del costruito storico delle comunità arbëreshë, in questi ultimi dieci anni, sono stati vani e molto probabilmente percepiti come fastidiosi suoni dagli organi preposti.

Eppure, un manuale del recupero, sarebbe stato il supporto utile a integrare e valorizzare gli stessi progetti, quelli cadenzati, che allo stato per quanto attiene la salvaguardia delle pertinenze Arbëreshe non hanno contribuito certamente a consolidarla.

Aver avuto l’opportunità di produrre in questi anni uno strumento urbanistico che trattasse in maniera molto specifica le tipologie edilizie, avrebbe garantito almeno una certezza.

Linee guida predefinite, cui essere assoggettati, potrebbero velocizzare i canali della burocrazia per la messa in atto dei progetti di intervento.

Gli elementi tipici dell’architettura minoritaria, simili a quelle di tutto il meridione, hanno modellato le quinte dei centri con segni ed episodi legati saldamente alla loro economia.

Conservare i soggetti tecnologici e riproporli nelle loro linee di inviluppo, così come indica la carta del restauro, è un impegno che gli amministratori delle comunità dovrebbero avere come prioritario nei loro programmi di governo.

Lo scopo non è quello di imporre, ma semplicemente di aiutare il professionista attraverso una banca dati documentaria, ma anche come supporto indispensabile alla progettazione di quelle mutazioni che dobbiamo necessariamente imporre al vecchio, se vogliamo che esso sia adatto ad ospitarci, una analisi storica che siano le solide fondamenta del progetto.

La riscoperta delle antiche tecniche costruttive diviene un fattore essenziale per poter ridefinire l’equilibrio strutturale e compositivo di una struttura degradata e che diventi nello stesso tempo personalizzata e riconoscibile all’interno del contesto dai simili tratti .

Non è più ammissibile che all’interno dei devastati centri storici vi possano essere linee di intervento  generalizzate che non garantiscono il rispetto dell’identità arbëreshë e non solo. Continue Reading

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SE IGNORATE I FRATELLI GIURA, COSA FESTEGGIATE: LI, DI FRONTE?

SE IGNORATE I FRATELLI GIURA, COSA FESTEGGIATE: LI, DI FRONTE?

Posted on 24 marzo 2012 by admin

Napoli – Negli Annali Civili del regno di Napoli si legge una minuta descrizione del Ponte sul Garigliano, allo stato è opportuno ripeterla nella celebrazione dei cento cinquantenario dell’Uni­tà d’Italia, in modo da fornire a coloro che vivono nel paese di fronte argomenti utili di cui disquisire nelle ricorrenze che contano.

« Quattro colonne isolate di architettura egiziana, ciascuna ventotto palmi nell’altezza e dieci nel diametro, s’innalzano sul fiume, due sulla sponda destra e due a rincontro sulla sinistra.
Adagiansi tutte solidissimamente sopra dati massicci di fabbrica per vaga maniera rivestiti con pietre ad intaglio; e sorreggono quattro catene di ferro in due piani verticali e paralleli disposte.

Ogni catena è lunga in tutto palmi cinquecentodiciotto. Trecentosei compongono l’arco rovescio, da noi chiamato ramo o tratto di sospensione, il quale ha la corda di palmi trecentotre, e la freccia un bel circa di venti; e gli altri dugento dodici fanno i rami o tratti di ritenuta.

Spiccansì questi dalla cima d’ogni colonna sotto la direzione di ventotto gradi dall’orizzonte, e vanno sotterra per più di quaranta palmi confitti in profondi massi di pietra.

Altre robuste fabbriche rinfian-cano i massi ed alle fondamenta delle colonne li congiungono.

Cento e otto aste di ferro cadenti dall’arco rovescio tengon sospeso lo strato del ponte. Esso è lungo palmi dugento ottantasei, largo ventidue e in tre sentieri scompartito.

I laterali, che i latini avrebber chiamato decursoria, per comodo de’pedoni, e quindi più rilevati, il mezzano per li animali e le ruote.

Lungo i primi camminano parapetti, a’ quali se ti affacci crederai essere in una svelta ed ariosissima terrazza che sporga sul fiume.

Le aperture de cunicoli, dove si affondano le catene di ritenuta, son ricoperte da salde basi di pietra con sopra sfingi che ritraggono dall’antico.

Né mancano, a’ quattro lati, scalini che a tuo bell’agio potranno menarti fino a’ greti dove il fiume lambe le rive.

I capi del ponte alle due estremità rispondon ciascuno in una piazza di forma ottagono adorna di due casette di eguale architettura fatte per comodo de’ custodi e delle guardie, e con alberi frammessi, i quali aggiungono vaghezza, quanta non puoi credere, al resto.

L’opera fu di tutto punto compiuta all’uscir di Aprile dell’anno 1832, essendosi consumato poco più di quattro anni.

II ferro per le catene pesava Kit. 68.857 (cantari 78.676).

L’intera spesa ha sommato settantacinquemìla ducati di regno ».

Negli anni 1828-1832 fu costruito, come si è detto, il ponte in ferro, il primo ponte pensile in Italia.

Il disegno e la esecuzione dell’opera è del lucano Arbëreshë Luigi Giura, nato il 1° ottobre 1795 da Francesco Saverio dottore inutroque e da Vittoria Pascale a Maschito, piccola terra della Basilicata, frequentò le scuole nella sua regione e nel 1811 fu ammesso per concorso come alunno esterno alla Scuola di applicazione del Corpo dei ponti e strade in Napoli, dalla quale uscì ingegnere quattro anni dopo.

Non ancora venticinquen­ne fu nominato professore di architettura statica e idraulica nella stessa Scuola e quell’ufficio lasciò nel 1826 per intraprendere un viaggio scientifico e artistico attraverso l’Italia, la Francia la Germania e l’Inghilterra con altri giovani ingegneri.

Frutto delle sue peregrinazio­ni fu la costruzione dell’opera monumentale affidatagli dal Governo napoletano, molto apprezzata e lodata, come mostrano i giudizi di L. Bianchini, storico delle finanze del Regno di Napoli, di G. Napoleone Sasso e, in questo secolo, di T. Bubée e di altri.

Un altro ponte egli costruì pochi anni dopo (1835) sul Calore, presso Solopaca, (Benevento), egualmente ammirato.

Molti progetti erano stati redatti per ordine dei Sovrani di Napoli e nel 1815 si iniziarono anche le fondazioni di un ponte in muratura, che furono però abbandonate a causa dell’infida natura del terreno, costituito da depositi alluvionali di sabbia ed argilla mescolati fino ad una profondità di oltre trenta metri: opera, quindi, di molto lavoro e assai costosa.

Anche G. Lippi presentò il disegno di un ponte pensile sul Garigliano e Io illustrò e difese con tre opuscoli negli anni 1817, 1818 e 1820. Ma le eccezionali difficoltà furono superate dal Giura, il quale con lo studio dei ponti di ferro nei paesi ricordati poté anche apportare diversi miglioramenti ai sistemi adottati dagli stranieri.

Molto egli operò nella carica di Direttore generale dei ponti e strade, ma il migliore riconoscimen­to per unanime consenso gli venne dalla costruzione dei due ponti; essi si vedono scolpiti su due medaglioni, sotto il busto erettogli nel cimitero di Napoli a cura della Provincia, nel recinto degli uomini illustri: ricordo mar­moreo dell’arch. Gherardo Rega, con un’epigrafe di P. E. Imbriani.

Quanti uomini illustri hanno elogiato le opere del Giura, ritenendolo prima che uomo di scienza esatta uomo di onestà esatta, a questo punto viene da chiedersi, quelli dei due paesi di fronte, cosa stanno festeggiando nelle ricorrenze delle conquiste storiche?

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SHPITH E CATUNDETH ARBHËREHË

SHPITH E CATUNDETH ARBHËREHË

Posted on 16 marzo 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) - I villaggi arbëreshë di Calabria Citeriore sorsero sulle colline che guardano la valle del Crati e dell’Esaro, ma non per caso.

Le genti che li abitarono, oltre realizzare la bonifica del territorio vigilavano su l’unica via di accesso naturale che conduceva sino al cuore della Calabria.

Il paesaggio tipicamente pastorale, era definito da qualche ovile e capanne costruite  con metodi antichi ed essenziali, inserite fra misere rovine.

I villaggi, erano suddivisi in isolati, composti di capanne ciascuna aggregata all’altra, con le vie idoneamente praticabili.

Nella sua struttura planimetrica il villaggio consta di piccoli nuclei che gravitano rispettivamente intorno a spazi collettivi.

Ad ogni giro di capanne è  assoggettato una sorgente per l’approvvigionamento idrico e raramente si attribuiscono pozzi scavati per raggiungere le falde freatiche.

Le chiese poste in genere ai margini dell’agregato urbano, assumono la funzione di aggregazione per il villaggio, diversa dall’altra per i forestieri che accorrevano in occasione di feste o mercati di bestiame.

Nelle dimore sono ricavati ripostigli nelle pareti, al centro il focolare, e a fianco a quest’ultimo i giacigli per la notte.

Le vie, le piazze, qua e là, dove 1′ erba e i rovi crescono, mostrano tracce di rudimentali lastricati realizzati tra le dimore, queste ultime sono aperte dalla parte del sole e munite di piccole aperture per la ventilazione verso quelle meno esposte.

Contro la parete la dove arriva il sole, un sedile rappresenta il luogo di comando per il capo famiglia, ridurre questa architettura in un grafico a due dimensioni, togliendo, la profondità e il tempo sarebbe come menomarle della parte più pregnante.

Se guardiamo intorno c’è lo spazio, racchiuso tra le pareti delle dimore, le coperture di coppi, l’ombra delle acacie e il cielo, qui la piazza o spazio comune è intesa come una sala a uso dei molti altri vani con­tigui.

Quel miracolo che è lo  spazio  nell’ architet­tura lo troviamo qui in una scala straordinariamente umana.

Dimore, tutte uguali, che non hanno bisogno di essere diffe­renziate perché la gente le vive allo stesso modo; qualcuna è più grande, qualche altra più piccola, ma le unifica tutte lo stesso senso della vita.

Siamo alle origini di ogni architettura e di ogni urbanistica, tra le viuzze del villaggio si colgono gli elementi dominanti di que­sta comunità: il fuoco, l’acqua, la famiglia.

L’eccedenza del cibo, procurata con 1′ agricoltura e gli allevamenti, incrementò notevolmente le popolazioni e ne attenuò le rivalità diffusa.

La conseguenza fu che gruppi diversi poterono avere contatti e avviare scambi proficui,  questa nuova situazione ne approfit­tarono gli albanofoni che vennero così ad inserirsi nel pro­cesso economico ed evolutivo in modo determinante ed egregio.

Se le migrazioni delle popolazioni arbëreshë sono avvolte nella nebbia che li costrinse ad abbandonare le loro terre natie, il nuovo cammino segna l’inizio dell’ era illuminata in cui poterono dimostrare quando potevano essere laboriosi nel percorso storico della Calabria.

La loro traccia lungo i fiumi, attraverso i passi montani o secondo una catena di isole, sospinti attra­verso paludose terre, segnarono il cammino stesso della civiltà meridionale.

E’ questa una realtà storica, in cui trovarono una dignitosa valenza nel sistema economico che, gettando la sua rete su tutto il territorio, ha creato l’unità di concezione cui è dovuta la civiltà moderna calabra.

Gli stanziamenti albanofoni furono originati allo stesso modo di un incrocio di due carovane, di una sosta di posta o di guado, con la differenza che i nuovi villaggi non erano il punto di incrocio di due segni naturali, ma le comuni esigenze di due popoli.

La simile geo­grafia dell’ ambiente fu il vettore che agevolò lo sviluppo agricolo, essa consentì alla formata  società di progredire e consolidare la sua economia sugli scambi e intenti comuni.

Successivamente questo dinamismo ebbe a determinare lo sviluppo ur­bano, basterà citare, per esemplificare l’epoca successiva i ritrovati e solidi esempi di architetture del 1800 per rendersi conto di quale importanza, si possa attribuire allo stanziarsi delle comunità albanofone nel meridione d’Italia.

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IGROTERMICHE INTELLIGENTI PER I CENTRI STORICI MINORITARI

IGROTERMICHE INTELLIGENTI PER I CENTRI STORICI MINORITARI

Posted on 19 febbraio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Fare architettura è il mestiere che richiede conoscenza multidisciplinare radicalmente completa, specialmente quando si va a opera all’interno di centri storici contestualizzati da popoli  minoritari.

Questi centri, oltre a contenere le diversità autoctone avvolgono ritualità che sono tipiche solo di quell’etnia.

In questi casi bisogna conoscere, storia usi e costumi, elementi che segnano ulteriormente i luoghi rispetto alle aree di espansione o di centri storici degli agglomerati delle città, dove i volumi edilizi consentono di operare in contesti più flessibili.

Portare in questi preziosi ambiti gli standard ambientali, qualitativi, estetici, tecnici e di benessere con tecnologie ed impianti  altamente qualitativi non è impresa che trova metodiche di facile attuazione.

Il recupero e la riqualificazione di questi siti non esula dalla ricerca di soluzioni di progetto mirate a delineare strategie di tipo eco-compatibile, che garantiscano un elevato livello di qualità della vita, e al contempo la salva­guardia degli elementi ambientali, biotici e abiotici.

Spesso i metodi adottati per il restauro dei centri antichi, ed in modo particolare quelli minoritari, utilizzano sistemi e pro­dotti molto innovativi, ma non altrettanto rispettosi dell’adatta­mento con le architetture autoctone che caratterizzano i siti. Continue Reading

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LA GRAMMATICA DELL’ARCHITETTURA

LA GRAMMATICA DELL’ARCHITETTURA

Posted on 01 febbraio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Oggi identificare gli arbëreshë, minoranza etnica che dal 1470 trovò rifugio nel meridione d’Italia, è abitudine associarli alla gjitonia, ai costumi, ai canti, al rito religioso oltre alle parlate tipiche.

Gli elementi identificativi il più delle volte sono stati studiati estrapolandoli dai contesti territoriali e dagli agglomerati urbani.

Delineando così tracciati storici ideali che non collimano con il territorio, producendo stereotipi che ciò nonostante vengono ritenuti i più precisi.

Il fenomeno ha prodotto storia associata a favole, canti e danze, ritenendo secondari i riferimenti dei territori dove gli arbëreshë hanno trovato accoglienza e quelli d’Albania che dovettero abbandonare.

L’unico letterato che utilizzò una metodica secondo i canoni ideali di ricerca fu Pasquale Baffi, che nel trattato pubblicato dal cugino A.M. nel 1807, rileva idoneamente le origini grammaticali e sociali con i quali gli albanofoni erano vissuti e avevano parimente configurato in terra italiana.

In oltre agli inizi del 1900 furono trascritte e date alle stampe, le regole ben definite e solidamente acquisite, cui la minoranza fu assoggettata per secoli.

Esistono dodici capitoli che regolano la vita sociale, agricola, economica e politica, anche oggi, un attento arbëreshë, che rilegge quei testi, individua negli episodi di vita quotidiana dei siti albanofoni, gli antichi dettami.

Il tentativo di mettere a confronto il Baglivo con la Kaliva ha prodotto equivoci e perplessità, invece ritengo che esse siano i canali attraverso cui incominciare a definire lo spazio pubblico e quello privato.

L’urbanistica e l’architettura, sono  ritenute, le uniche pietre miliari certe, per individuare gli elementi identificarivi di un popolo, ciò nonostante non sono stati ritenuti idonei  per l’etnia degli arbëreshë. Continue Reading

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L’ACQUISTO, DA PARTE DEL COMUNE, DI VILLA MARCHIANÒ NON È STATA UNA SCELTA FELICE.

L’ACQUISTO, DA PARTE DEL COMUNE, DI VILLA MARCHIANÒ NON È STATA UNA SCELTA FELICE.

Posted on 30 gennaio 2012 by admin

SAN DEMETRIO CORONE ( di Adriano Mazziotti) - E’ l’opinione dei responsabili dell’Udc locali, che in una nota stampa  criticano non solo l’ acquisto dell’immobile  (costruito gli inizi degli anni ’30), ma anche  gli interventi di consolidamento statico e di riqualificazione della villa, appartenuta al dottore Giuseppe Marchianò. La destinazione dell’immobile, attigua alla centralissima piazza Monumento, è di  ospitare incontri culturali e manifestazioni varie, come è avvenuto lo scorso mese di dicembre, quando  la villa è stata presentata alla cittadinanza. Valeva la pena spendere soldi per acquistare un altro grande palazzo con stanze strette in cui non si riesce a svolgere, in modo adeguato, neanche una piccola manifestazione ? -  si chiedono i  responsabili  dell’Udc sandemetrese – Vale la pena addossare altre spese di gestione alla comunità in un momento in cui le casse comunali non sono floride, e le tasse vengono aumentate mettendo sempre più le mani nelle tasche dei cittadini? Vale la pena togliere altri parcheggi nei pressi di piazza Monumento, probabilmente danneggiando ancor più le attività commerciali? Ma la cosa che ci ha più infastidito è stato il fatto incomprensibile di non aver visto abbattute le barriere archittettoniche, impedendo di fatto a eventuali persone diversamente abili l’accesso alla villa”.

Un’altra critica all’indirizzo della Amministrazione comunale  riguarda  “la mancanza di progettualità. Invece di pensare a creare sviluppo e ridurre le tasse, si è pensato a costruire quelle che di solito si definiscono “cattedrali nel deserto”, senza quasi alcuna valida funzionalità per il cittadino, ma con costi di gestione a discapito, tra l’altro, dell’economicità, effettività ed efficacia dell’azione amministrativa”.

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