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MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

Posted on 30 giugno 2019 by admin

MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – È sempre più ricco il palcoscenico dei repliche, che imperterrite dissolvono frammenti del disciplinare sociale dei “cinque sensi arbëreshë”.

Figure monotematiche sciupano senza parsimonia un considerevole numero di elementi intangibili della consuetudine arbër, al punto tale che non avendo più argomenti da dissolvere, ha iniziato a gratare,  le murature storiche, le stesse che danno corpo e forma alla culla naturale del disciplinare minoritario.

Esse si configurano e si materializzano: nell’urbanistica, l’architettura, e l’ambiente antropizzato, in tutto, gli elementi finiti del genius loci importato identicamente dalla terra d’origine.

A tal fine è idoneo sottolineare che non sono opere di mera cucitura muraria, giacché, rappresentano i giacigli costruiti per conservare le radici culturali arbër.

Attivarsi per prosciugare questa malevola deriva portata avanti, da chi disquisisce di architettura senza titoli specifici, intrecciando gratuitamente: kish,; palazzi, profferli, kalive, katoj, moticele, sheshi; gjitonie, kroitë, kopshët; dimenticando addirittura l’insieme edilizio arbëreshë detto Katundë, è un dovere di chi ha titoli idonei e capacità di lettura per farlo.

Anche perché frequentemente si è attratti dalla macina televisiva che tritura e globalizza ogni cosa; da cui il  convogliatore della mediocrità  appella erroneamente e banalizza i katundë definendoli in maniera impropria “borghi”.  

A tal proposito è bene specificare che la denominazione di “borgo” è riservata a complessi di  epoca medioevale, le cui peculiarità principali si configuravano nel le mura di fortificazione che difendeva le attività mercatali e civili, per queste disposizioni materiali ed immateriali  il borgo si differenzia dal villaggio, dal paese e dal casale.

I Katundë, della regione storica arbëreshë, hanno un diverso impianto urbano, in quanto, si sviluppano in armonia con le pieghe orografiche e in funzione dei legami familiari per realizzare la più solida articolazione edilizia.

Essi conservano gli ingredienti, che fanno degli arbëreshë, i pionieri del policentrismo urbano, definito anche come diffuso, nati da casali disabitati dal XV secolo, e non prima!

Questo dato li rende particolarmente difficili da leggere in quanto appartengono agli impianti urbani detti “aperti” fatti di architettura detta minore, di conseguenza  esclusiva lettura per figure titolate  e competenti in specifici campi di studio .

Per questo gli agglomerati arbëreshë, sono uno degli esercizi più complicati da leggere e tradurre per i media, in quanto, l’edificato nasce e si sviluppa in tempi molto dilatati, oserei dire, nel caso specifico nell’intervallo compreso in almeno quattro secoli,  dalla posa della prima pietra sino alla configurazione con cui li identifichiamo e cerchiamo di comprenderli oggi.

Lo sviluppo prima planimetrico, poi altimetrico e in fine la forma architettonica catalogabile secondo le tre direzioni fondamentali, avviene durante periodi storici e sociali ben identificati

Essi hanno inizio nel XV secolo, con uno spazio recintato su cui nasce il tugurio o la casa monocellulari in paglia; poi in mattunazi cotti al sole; agli inizi del XVI secolo, gli elevati e la copertura, furono sostituiti, materiali tipici locali; il modello così realizzato iniziò a essere aggregato, quale modulo base, in sistemi articolati e in rari casi anche linearmente; l’espansione e la successiva occupazione del lotto (recinto) avviò la conseguente obbligatorietà di crescita verticale; nel XVII secoli l’aggiunta dei profferli divenne indispensabile per i frazionamenti familiari; il miglioramento termico con i sottotetti segna il XVIII secolo; in seguito durante il decennio francese, l’integrazione dei profferli con gli elementi identificativi dell’architettura segna gli edificati alla fine del XIX secolo con la caratterizzazione nobiliare con le facciate più prestigiose composte da ingresso ad arco, affiancato dalle due finestrature con inferriata dei depositi, al primo piano balconi, finestre coronate in pietra, cornicione di coronamento con le   tipiche aperture di ventilazione e tetto a padiglione oltre a un numero considerevole di segni architettonici negli angoli del lotto e il tipico seggio i fianco all’ingresso dei depositi.

Queste sono per grandi linee le stratificazioni del centro storico dalle origine sino alla fine dal XIX secolo, è secondo questo ordine che nascono gli agglomerati diffusi.

Essi non sono identificabili in un modello, come accade nell’edificato storico delle città che generalmente vennero, costruisce e presero forma in tempi brevi.

Quando si tratta dei Katundi che costituiscono la regione storica diffusa arbëreshë si deve stare molto attenti nel paragonarli ai paesi indigeni ad essi limitrofi, in quanto la lama sottile che li divide è  più affilata di quella di un rasoio, divide le due cose preziese ma dissimili  e quando ti rendi conto del versato è tardi, nulla può essere più ripristinato e a perdere è sempre la minoranza storica.

Sono anni che sento dire la gjitonia come il vicinato, i paesi arbëreshë uguali a quelli indigeni, i costumi, le musiche e così via discorrendo, per enunciati sintetici e poco attenti abbarbicati o resi simile ad altro.

Personalmente ritengo, in conformità a studi questi argomenti e portati a buon fine, non sia così nella maniera più assoluta e chi dice il contrario o è un litirë o non ha sufficiente memoria di archiviazione per connettere gli elementi ad essa riferibili.

A proposito della gjitonia, se qualche replicante ritiene sia simile al vicinato si deve far spiegare dai ricercatori dipartimentali di fine secolo scorso, dove hanno copiato tout court, magari vi risponderanno nei trattati de locativi, fatti realizzare dell’imprenditore  ing. A. Olivetti, in campo sociologico,  psicologico,  architettonico, antropologico, geologico e legale, per la conoscenza degli abitanti dei  Sassi di Matera, quando ebbe l’incarico governativo di terminare senza ferire la consuetudine della classe operaia, che viveva ancora in vergognosa arretratezza.

A proposito dei modelli urbanistici e architettonici dei paesi della regione storica, non possono essere intesi come gli stessi di quelli indigeni, in quanto, l’architettura è il frutto dalla consuetudine di uomini e l’uso che questi fanno del t dell’ambiente naturale per antropizzato.

Le musiche tipiche degli abitanti della regione storica diffusa non possono essere assolutamente simili a quelle delle genti indigene, in quando la lingua arbër non possiede forme scritte, giacché essendo la metrica canora la sua regola è incomprensibile che una lingua non comprensibile a nessun abitante del bacino del mediterraneo, possa contenere sonorità a modo di tarante, tarantelle; tantomeno, le “clarinettate  e tamburettiate” Turchesche.

È tempo che la regione storica diffusa arbëreshë, prenda consapevolezza di queste derive che trascinano il patrimonio culturale materiale e immateriale allo sbando, intraprendano la via della pensione.

La chiesa, le istituzioni tutte è tempo che facciano affidamento a uomini in grado di garantire supporti idonei nelle varie discipline; uomini arbëreshë in anzi tutto, capaci di individuare la rotta più breve verso la luce tagliente del mattino, quella che si apre sull’orizzonte e scoprire, senso e garbo. 

Non resta altro che rivolgersi agli amministratori di ogni ordine e grado e a chi dispone o ha nelle disponibilità il futuro e la tutela della Regione Storica Diffusa Arbëreshë; invitando tutti a rivedere il sistema degli “stati generali”, al fine di attuare progetti multidisciplinari a garanzia della sostenibilità del modello sociale tra i più singolari di tutto il mediterraneo.

Il futuro della regione storica arbëreshë, non ha più a disposizione altri tempi per i replicanti, uno è il tempo che vi resta e avete ancora nelle vostre mani, se saprete coglierlo potrete dire, io c’ero è ho contribuito per non far frazionare la perla d’integrazione più luminosa del mediterraneo.

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RISPETTO DEL TERRITORIO

Protetto: RISPETTO DEL TERRITORIO

Posted on 31 maggio 2019 by admin

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GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi  dy€)211054

Protetto: GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi dy€)211054

Posted on 25 maggio 2019 by admin

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ANALISI PER SCEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË (shiesa)

ANALISI PER SCEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË (shiesa)

Posted on 31 gennaio 2019 by admin

ANALISI PER SCIEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando alla fine degli anni sessanta, del secolo appena trascorso, a divulgare le eccellenze albanofone, erano figure di spessore, le ultime che hanno lasciato un segno indelebile condiviso all’itinerario  laico e clericale della minoranza storica arbëreshë.

Tra loro vigeva un patto di mutuo soccorso culturale non scritto, tuttavia ognuno di essi si riconosceva nella frase; due o più arbëreshë, se si incontrano in ogni dove e iniziano a conversare, fanno Arbëria; la citata frase, trovava la sua radice nella frase del lucano Vincenzo Torelli: gjàku i shprishur su hàrrùa.

I due enunciati mettono in luce la caparbietà linguistica, che ha avuto la gente, figlia della diaspora balcanica, nel condurre il processo di integrazione con le genti indigene e nel contempo rimanere tutori del codice, portato dai luoghi di origine, per depositarlo con naturalezza sulle terre che si insinuano nel bacino del mediterraneo.

Dalle storiche frasi di luogo generico, si può definire il concetto di regione storica e non si commette errore ritenere i luoghi dove il rituale si attua senza soluzione di continuità dal XIV secolo, oltremodo caratterizzato dal confronto con il territorio, motivo per il quale definire i luoghi di residenza delle genti giunte dai Balcani “Regione storica Arbëreshë” è un passaggio obbligato per la memoria della minoranza più numerosa d’Italia.

Essa s’identifica come un sistema diffuso in cui trovano la linfa parallela per, irrorare i rami di un albero, la cui essenza, unisce oltre cento katundi, la di cui radice profonda, non può non essere rintracciato, in quanto codice ereditato.

Ed è proprio la complessità degli elementi materiali e immateriali, di cui si è intrisi quando si nasce Arbëreshë, che consentite di leggere e comprendere limpidamente caratteristiche urbane, architettoniche, per associare il riferito dei parlanti, il modo di vestire, la base dei colori oltre i segni caratteristici del territorio, attivando coscienziosamente processi di difesa idonei a contrastare, divisioni, ideologie e temi alloctoni, che potrebbero finire di intralciare la rotta serena della minoranza.

Questa breve dissertazione vuole porre l’accento sull’uso del concetto di arbëria, in quanto, esso comunemente è associato a un sistema territoriale diffuso, quando invece, indica un avvenimento generale che può accadere univocamente (una sola volta) o diradato in ogni dove, diversamente dal luogo vissuto con il proprio patrimonio storico culturale che trova più coerenza con il concetto di Regione Storica.

Essa individua il territorio, dove in ristretto numero di persone, rispetto alla moltitudine indigene, vivono  lo stesso territorio avendo attenzione ad osservare e rispettare le regole del credo religioso, l’idioma, la relativa metrica in territori paralleli rispetto a quelli della terra di origine Balcanica.

Se poi a questo si associano i processi toponomastici, costruite non subito, ma in ordine di tempo come, Kishia, Bregu, Kaliveth, Katundi, Sheshi, vuol dire che nonostante le distanze, la memoria della radice originaria non è stata mai dimenticata.

Oggi, visto lo stato delle cose è il latente abbandono degli ambiti di regione storica, con alcune macroaree in evidente difficoltà per non aver avuto mai la forza di trovare idee e progetti finalizzati alla promozione delle eccellenze d’area, si ritiene indispensabile adoperarsi per rendere l’intera regione storica, un itinerario turistico da inserire nei canali che forniscono servizi nel medio termine e che non propongano episodi di mero passaggio.

Cosa fare; come farlo; con quali risorse e con chi farlo:

  • Chiaramente il modello che si vuole attuare per proporre non deve cadere nella banalità degli alberghi diffusi, in quanto l’indicazione è generica e se ha trovato collocazione e successo in altri ambiti, nella regione storica arbëreshë deve essere inteso come una parte dell’intero progetto di indotto turistico di caratterizzazione locale.

Per questo, bisogna puntare sulle dinamiche locali che non si possono cogliere nel tempo breve di un giorno o di una notte, come avviene negli ambiti illusori dell’albergo, ma nell’accoglienza finalizzata a un periodo medio breve in cui l’ospitalità è il biglietto da visita.

  • Come farlo è molto semplice e dipende dalle risorse che non devono terminare nell’inutile protagonismo di pochi, in quanto, un progetto di tale caratura richiederà un numero rilevante si addetti, di aziende e delle amministrazioni locali, che potranno finalmente trovare una nuova dimensione che di seguito si trasforma in economica diffusa; ciò sulla base del dato che le eccellenze sono li negli ambiti di regione storica ad attendere che siano idoneamente attivate, anzi oserei dire rispolverate.

Il progetto generale mira al recupero del patrimonio edilizio minore, ma non solo anche gli ambiti di tutto il territorio comunale saranno interessati, per accogliere gruppi a partecipare nelle vicende che caratterizzano da gennaio a dicembre i paesi arbëreshë.

Allo scopo è indispensabile attivarsi non, come purtroppo già avvenuto, affidandosi a imprese locali che autonomamente hanno deturpato l’irripetibile, patrimonio edilizio minore, trasformando le famosissime dimore locali in luogo dell’abuso edilizio, aggravato dal fatto che erano collocate all’interno dei centri antichi.

I cui principi di base miravano alla modellazione dei volumi, per aumentare con diversi espedienti quadratura e forma, trasformando gli articolati e irripetibili centri storici, in banalissime residenze moderne, senza alcuna caratterizzazione locale, e tutto ciò alla luce del sole ad opera dei privati, ma quello che più duole ad opera del pubblico, con risorse dello stato centrale.

Bisogna iniziare con il recupero delle Kalive, Katoj, Moticeglie, senza dimenticare le settecentesche abitazioni bifamiliari con profferlo, i palazzotti nobiliari (a questi ultimi assegnare ruoli di rappresentanza) oltre alle quinte degli sheshi delle rhughë e dei tipici anfratti esposti a est.

Un’accoglienza fatta, prima di tutto, in dimore storicamente recuperate, a cui sono continuamente affiancati, momenti di vita locale, in cui la realizzazione di una pietanza non viene solo raccontata nello sedersi a tavola, ma con lo ricerca degli ingredienti, le spezie oltre ai momenti della trasformazione e composizione, in tutto, la realizzazione di un messaggio da divulgare per mezzo degli ospiti paganti.

Tutto questo contornato da attimi di vita comune negli sheshi, la cui finalizzazione mira a creare i modelli che hanno fatto la forza di tutti i paesi, della regine storica, ovvero, l’armonica convivenza dei cinque sensi, affiancata al genius loci locale arbëreshë, la pura, unica essenza che si concretizza nel tangibile e dell’intangibile magia della Gjitonia.

Tutte le dimore e gli ambiti storici posti a disposizione, vanno ripristinate e recuperate a opera di esperti che sotto le regole delle Carte del Restauro e dello studio degli elementi tipici locali, riproposti secondo le tecnologie delle ultime generazioni che attingono proprio dal costruito di queste dimore ed oggi si appella architettura biologica.

  • Sulle risorse ritengo che tra privato, le amministrazioni, le leggi italiane ed europee, oltretutto impegnandosi con lo stesso vigore con cui sono state attinte le risorse elargite dalla legge 482/99, ritengo che non sia un problema insormontabile che può destare un minimo di preoccupazione.

 

  • Con chi fare e portare a termine il progetto una volta che le risorge sono messe a disposizione è u’altra storia, cui al momento si ritiene doveroso  sottolineare che quanti  sono abituati a realizzare prodotti editoriali, festeggiare, cantare con protagonisti grandi piccoli e magari coinvolgere pure le scuole dell’obbligo, per cercare di dare un  valore a quanto si pone in essere, non avranno voce alcuna in capitolo, non per altro, ma solo perché propensi a perdere di sovente la rotta che pone in primo piano la minoranza; dato che il progetto di rilanci mira nel breve termine a valorizzare le  eccellenze locali della Regione storica Arbëreshë, per dare domani espressione della radice esclusiva arbëreshë. “Simbolicamente” quale migliore strumento può racchiudere il senso delle cose meglio della radice e l’uso della pianta dell’erica (schiesesh) strumenti utilizzati storicamente per dare lustro agli spazi pubblici e privati della regione storica su citata.

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RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

RITORNO A PALAZZO GRAVINA, FUCINA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

Posted on 27 dicembre 2018 by admin

RITORNO A PALAZZO GRAVINANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sono tornato nei giorni scorsi a Palazzo Gravina, storica sede napoletana della facoltà di Architettura, in occasione di una mostra e la presentazione di un saggio.

L’incontro si è svolto nell’antica aula n°3, oggi intitolata a Mario Gioffredo, dove nel marzo del 1987 ho discusso, per la prima volta, la mia tesi di laurea.

L’appuntamento è stato un tuffo nel passato, sotto ogni punto di vista, nel rivedere quell’aula e per i concetti dell’architettura espressi dai professori, che ai tempi della mia formazione erano assistenti.

Gli argomenti trattati ambivano a leggere la città, lo stato dei suoi quartieri/rioni e l’utilizzo improprio di spazi e volumi in chiave architettonica/sociale.

Attendevo argomenti utili per arricchire e confrontare, il mio bagaglio formativo su tali argomenti, dato che mi occupo di centri urbani minori, i paesi (Katundë) di origine arbëreshë.

Tuttavia con sommo dispiacere non ho avuto alcun arricchimento da quel presidio storico, ne mi sono stati forniti elementi utili, se si escludono le citazioni del passato e nozioni sociologiche, oltre a piccoli riferimenti senza cognizione del materiale e dell’immateriale mediterraneo contenuti  nell’enunciato del “ Vicinato”.

Dilungarsi a trattare gli argomenti di architettura come se il tempo si fosse fermato in quel marzo dell’ottantasette del secolo scorso, è stata l’unica certezza che ho riconosciuto.

Il desiderio di intervenire e chiedere la parola, stava per avere il sopravvento, tuttavia la ragione ha ritenuto  idoneo dare modo agli invitati di esprimersi con la speranza di cogliere cose nuove,  riportando a questo post il mio punto di vista:

Condurre una corretta analisi dello stato dell’architettura abitativa, cosa non ha trovato la giusta dimensione nell’attuazione moderna dei centri antichi e suburbani, senza partire dal basso, avendo per questo come guida i centri minoritari,  perennemente vissiti, non aiuta a comprendere la deriva architettonico/culturale.

Sono i centri minoritari che continuano a preservare indelebili  “le diplomatiche sane” del vivere comune; unici documenti leggibili ancora stesi al sole nei costruito dei Katundë e il sociale delle Gjitonie arbëreshe.

Questi due elementi, tangibile il primo e intangibile il secondo, offrono la possibilità di intercettare le dinamiche di crescita dei piccoli Katundë, i legami tra la consuetudine e le radici che si alimentano nelle armonie, sociali, culturali, linguistiche e religiose, (in specie), espressione del contenitore senza confini, detta Gjitonia.

Le trame edilizie senza armonie tra storia, tempo e luogo, rappresentano il nulla e non sono altro che esigenze del parcheggiare individui, ritenendo che i valori culturali, sociali, consuetudinari, in tutto, l’identità “storia/tempo/luogo” di quanti dovranno fruirvi sia complementare e non abbia ragione di essere considerata.

Nell’esporre pubblicamente enunciati, con argomento architettura e urbanistica, post razionale, è il caso di porre l’accento sul concetto di Quartiere, (oggi i luoghi dove sfilano i/le Archistar), e Rione,  traccia indelebile della radice storica/culturale abitativa.

Quando immaginiamo architettura  prima di  realizzare un manufatto, bisogna rispondere a codici e consuetudini locali, in accordo con tempo, storia e  territorio.

Questi fondamentali elementi di orientamento, sono stati dismessi da troppi decenni e sfuggono dai protocolli di analisi o  discepoli, di quante si vestono da  antiquari, (questi ultimi identificati   secondo una nota frase leopardiana), ritenendole  figure privi di formazione  filosofica e culturale.

Ad oggi, ogni  osservatore quando attraversa o risiede nei quartieri seminati ad avena fatua, avverte che il fine perseguito dagli antiquari non è stato quello del benessere sociale e culturale degli utenti, ma solo dell’immagine e dell’apparire per realizzare il maggior numero di posti letto; divenendo per questo utopia architettonica senza né luogo, né tempo né identità, in poche parole nulla più di un albergo.

Generalmente per tali attuazioni si predilige il concetto di “Quartiere”, il monolite chiuso su se stesso, che nasce, si adopera e termina nel tempo di un conflitto, una stagione, concettualmente, un apparato limitato al tempo indispensabile a svolgere le operazioni emergenziali.

Il soggetto attuatore, generalmente un Politico, imporre al sofferente Gjitone, un’illusione storica priva di radici, realizzando nel breve tempo ogni cosa e perseguendo il germoglio Katundë, senza avere alcun riguardo verso il territorio, il sociale caratteristico, le consuetudini, del modello della “gjitonia”.

Quando si vogliono proporre modelli antichi, sintetizzandoli nel breve progettuale Katundë, senza volgere alcuna attenzione verso le dinamiche di luogo; si confonde lo stesso concetto di “Rione” con il quartiere; in altre parole si confonde persino l’opera che si deve realizzare.

Ragion per cui, si seguono stereotipi che non tengono conto dei processi economici e sociali; s’ignorano persino i concetti basilari degli insediamenti stradioti.

Appare evidente sfociare in quelle rappresentazioni che oggi chiamano i dormitori in cui l’economia si basa sul malaffare che non ha futuri e rende la vita breve alle nuove generazioni.

Per comprendere ciò, non serve essere accompagnati da illustri filosofi, o cattedratici, che dal chiuso dei propri olimpi culturali, vorrebbero illustrare cosa sia unire a quanti restano perplessi davanti a queste mura sbagliate, utili solo a creare confini, anche se nate per unire, o meglio, fare gjitonia.

I rioni delle nostre periferie, nati per accogliere, sono espressioni esclusive d’impatto visivo, mero costruito, fine a se stessa, privati di ogni riguardo verso gli aspetti legati al tatto, all’udito, ai profumi e al sapore, in tutto i cinque seni; questi ultimi sono proprio quelli capaci di garantire, il benessere del vivere civile, in continua relazione, tra passato, presente e futuro.

Solo avendo ben chiaro a cosa si deve dare continuità può contribuire a fare economia sostenibile, per questo, l’architettura si deve interfacciare con il territorio e attingere le risorse di caratterizzazione, per rendere attuabile l’armonico modello dei cinque sensi fare gjitonia.

Tuttavia senza la memoria storica, in altre parole, il rapporto che deve nascere tra consuetudini degli utenti e le risorse presenti sul territorio, si producno elevati e interrati, utili generare conflitti e povertà.

Se queste cattedrali del degrado, fossero state studiate adeguatamente a tempo debito o confrontati con i centri minori, gli attuatori di questi errori architettonici diffusi, avrebbero preso consapevolezza che il tempo, il territorio e le persone, forniscono i ritmi dell’architettura; solo avendo ben chiaro questi dati fondamentali si possono valorizzare, senza colpo ferire, la dignità culturale dei nostri centri urbani e suburbani.

Non certo attraverso le analisi e le citazioni di altri tempi dell’architettura, si può trovare una soluzione a questa emergenza, ne scaricare le responsabilità dei propri limiti progettuali a quanti si occupano di elementi, anche se utili, rimangono in veste complementare al tema di progetto.

L’architetto è l’unico maestro, l’artista, solo a lui spetta l’onere di tradurre con i suoi tratti le necessita, che intercettano, sociologi, psichiatri, psicologi, antropologi, geologi e tutte quelle professionalità indispensabili a dare contributi di luogo e di persone, un concerto in cui la parte del maestro direttore è indissolubilmente vestita dall’architetto.

Le radici di cui ha bisogno il maestro si possono intercettare solamente avendo consapevolezza del proprio ruolo; chi è maestro fa il maestro e gli altri suonano gli strumenti, quando lo spartito lo prevede.

La storia, frazionata diligentemente nel tempo, la ricerca che segue gli scenari, i fotogrammi delle varie epoche, estrapolate diligentemente dai centri minori, in poche parole, solo se si parte dal nocciolo dei cerchi concentrici, si è in grado di seguire la via per proiettarli nelle città e nelle metropoli.

Sono proprio i centri minori, con le architetture nate durante lo scorrere del tempo, a essere facilmente studiate e da cui avviare gli itinerari di studio, essi rappresentano le uniche legittimate fornire elementi chiari della rotta, dello spazio addomesticato per esigenze armoniche di tempo, di luogo e di memoria.

L’analisi d’indagine deve avere inizio dal basso, in quanto, tutti i grandi agglomerati urbani hanno alla base, o meglio nel nocciolo, il modello gjitonia.

Cercare ostinatamente a imporre il migliore segno Architettonico, senza avere alcun rispetto dei luoghi, della radice storica e i motivi sociali ed economici connessi allo scorrere del tempo, è segno che la retta via è stata già smarrita.

Valgono da esempio due casi storici del passato, che dovevano fare buona architettura, per minoranze storiche del meridione italiano; il primo la Mortella quartiere nato per dare ospitalità a quanti vivevano dopo la seconda guerra mondiale ancora in grotte, assieme agli animali domestici e da soma, in località “Sassi di Matera”; l’altro è il caso di Cavallerizzo in provincia di Cosenza; ma si potrebbero citare Martirano (CZ) o San Leucio (CE).

I progetti sortirono a un rifiuto generalizzato dei delocalizzati e bistrattati abitanti, specie nel caso di Cavallerizzo, gli abitanti furono soggiogati con la promessa che gli sarebbe stato realizzato “un nuovo paese arbëreshë con le gjitonie e addirittura, con Kiandunin e Spingunin”.

Due progetti realizzati con l’intento di soddisfare un malessere della classe operaia, il primo voleva eliminare la vergogna, politico sociale, intercettata alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso nei Sassi di Matera; il secondo indotto per la sciattezza degli organi preposti alla tutela del territorio posto ad Est del monte Mula.

In entrambi i casi hanno sortito a nulla di fatto, per aver poco  compreso le vere esigenze di quella povera e sfortunata popolazione; va rilevato che pur se i due casi nascessero sotto gli auspici di una buona finalizzazione, entrambi hanno fallito all’intento.

Questo perché i progettisti demandato ad altri l’opera di analisi fondamentale per la la matita del progettista, che ha finito per proporre modelli di altre latitudini, per non parlare poi delle longitudini senza  senso.

Quando si progetta per accogliere, non è costruttivo vagare nei territori di progetto, con l’auspicio di trovare la migliore idea, in quanto bisogna comprendere le dinamiche sociali dei gruppi in relazione al territorio; non è semplice orientarsi tra le diplomatiche comportamentali e storiche conservate da secoli, nei segni dell’architettura o dell’urbanistica in armonia con il territorio.

Questi sono i precursori ideali, gli unici capaci di attivare serenamente i cinque sensi, gli stessi che i grandi maestri, o per formazione o per superbia, ignoravano l’esistenza.

Il tempo è una variabile che sfugge senza essere considerata una priorità, e scandisce il costruito storico, motivo per il quale, quando si analizza una città o porzione, bisogna avere come bagaglio i valori storici dell’architettura minore, senza di essi il fallimento è la rotta da cui non si sfugge.

Per architettura gli antichi maestri dell’arte la indicavano come il punto da cui tracciare la linea o il cerchio che delimita un spazio, ritengo che questi siano solo dei segni su un pezzo di carta un appunto che poi in fase esecutiva nessuno più ricorda; architettura è il luogo addomesticato dall’uomo, sia al chiuso o all’aperto, dove i predestinati utilizzatori sono il completamento dell’opera e non è l’opera ad essere fine a se stessa.

Quando il gruppo familiare e la gjitonia non si sente coinvolti all’interno della propria cellula abitativa e nei spazi c senza limiti, la stessa che la minoranza arbëreshë d’Italia individua come i luoghi dei cinque sensi, è segno che l’attuatore ha sbagliato!!!

Solo quando si produce l’elemento costruito capace, di sensibilizzare i gruppi familiari al punto che i cinque sensi sono, piacevolmente e perennemente attivi, si può essere sicuri di aver fatto architettura buona, (quella immaginata e attuata dagli arbëreshë).

Questo è un risultato cui si giunge vivendo e conoscendo il luogo sin nelle parti più intime della storia, non transitandovi in auto e avere come fine prioritario, un luogo dove parcheggiare o un limite di velocità da non superare.

L’architettura razionale nasce per esigenze legate alle attività industriali, aveva uno scopo storico ben precisi, tuttavia il concetto in luoghi meno brillanti fu utilizzato in maniera incompleta, producendo i sistemi dormitorio, disseminati impropriamente in tutte le città e metropoli, in oltre, negli ultimi decenni si è cambiata tendenza coni i detti centri commerciali dove, a favore dell’industria e del commercio, si vive la vita diurna del commercio e del divertimento.

In poche parole si sono creati due elementi fondamentali, in disarmonia tra luogo di unione pubblica, lavoro e spazio privato, oltre modo distanti tra di loro.

Questa è la sintesi delle periferie e di tutti gli stati di fatto emergenziali, in cui sia i piccoli che ai grandi maestri dell’architettura, hanno immaginato senza avere alcun dato storico sia sociale che di luogo, facendo mancare alle diplomatiche del progetto, due concetti fondamentali; il primo è il teorema della Gjitonia (il luogo dei cinque sensi); il secondo è il teorema di Katund (il Paese diffuso).

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DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA  ARBËRESHË

DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 16 novembre 2018 by admin

BISOGA ESSERE PERVERSI PER DISTRUGGERE I LUOGHI DELL’INFANZIA ALTRUI.NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Nell’affrontare il tema complesso e impegnativo del recupero integrato dei sistemi insediativi della Regione storica Arbëreshë, il dovere impone a soffermarsi, anche se sinteticamente, su alcuni aspetti disciplinari e metodologici direttamente connessi alle scelte culturali dei piani e dei progetti destinati a facilitare la valorizzazione ed il recupero, tale da richiamare i principi cui far riferimento nel corso di ciascuna operazione, nonché le più corrette modalità di intervento da porre in atto ai fini della salvaguardia attiva del patrimoni storico-culturale.

Tutto ciò per finalizzare al meglio quanto si vuole sviluppare, nella piena consapevolezza del maggior rispetto dei rilevanti caratteri ambientali ed espressivi.

Per questo, si ritiene utile ripercorrere per sommi capi quelle che appaiono come le tappe fondamentali di tale processi e, della lunga esperienza storica che anche in quisto campo precede il fare contemporaneo, considerare alcuni episodi di grande evidenza, non certo per desumerne indicazioni di vincolo o, tanto meno, principi di acritica im­mobilità operativa, bensì per collocare coscientemente le attuali scelte progettuali in continuità con una ininterrotta serie di interventi, leggibili nelle vicende delle nostre insule arbëreshë, basati su interpretazioni, modifiche ed arricchimenti del patrimonio preesistente.

Lo studio inoltre mira a indicare quelle che sono le più promettenti prospettive di lavoro che oggi si apro­no in tal campo del recupero, la valorizzazioni e caratterizzazione di ambiti irripetibili.

Sulla scorta delle acquisizioni che pro­vengono dall’attività di ricerca, la quale, superata la fase della riflessione critica e vuole aprire un nuovo stato di fatto, che non ha avuto ascolto negli ultimi decenni.

Oggi non è più prorogabile in quanto, lo stato di conflitto tra esigenze pratiche del recupero e gli irrinunciabili livelli di buona qualità complessiva, che la cultura contemporanea richiede a questo genere di interventi.

Da quando il destino dell’ambiente storico, da sempre preoccupazione esclusiva di ristretti ambiti culturali, ha pre­so ad attirare l’attenzione di altri ambienti della cosiddet­ta società civile, e ad interessare direttamente anche le pras­si operative dell’architettura e dell’urbanistica è diventato un settore “particolare” della progettazione edilizia, componente non secondaria nelle scelte di pianificazione e controllo urbano e territoriale, il pro­blema delle trasformazioni del patrimonio abitativo di an­tica data è divenuto centrale per molte categorie di addet­ti, e per diverse competenze, amministrative, economiche, tecniche.

Le discipline storiche dell’architettura, già da tempo, impegnate sul tema e nel dibattito secondo il lo­ro particolare modo di intendere il patrimonio storico nel­la sua globalità, hanno dovuto assumersi con rin­novata energia, e con alterne fasi di ascolto e di rigetto, il compito di recare il proprio contributo specifico, anche in vista di scelte operative, riorientando talvolta i propri me­todi di indagine e valutazione, per accordarli o per oppor­li a quelli dei diversi “aventi titolo”.

Si è trattato e si tratta di una nuova e più impegnativa responsabilità di ricerca, interpretazione, interpretazione e organizzazione delle conoscenza i Bèni Culturali nel loro complesso, includendo da un lato la più corretta “visualizzazione” delle strutture fisiche e de­gli oggetti concreti che concorrono a formare i patrimoni in questione (destinata ad offrire rappresentazioni “orien­tate” di spazi, luoghi, siti, edifici, insiemi, contesti), dall’altro l’enunciazione convincente ed “obiettiva” dei cosiddetti “valori” irrinunciabili dell’ambiente storico.

Questi ultimi sono meno afferrabili dai punti di osservazione semplificati e “quantitativi” oggi prevalenti; essi sono da cogliere invece attra­verso riferimenti a quel delicato sistema di intenzioni, rap­porti, testimonianze, e significati, implicito nel complesso dei beni storico-artistici, e non-estraneo alla stessa cultura dell’abitare, che sottende i “materiali” oggetto del presen­te studio.

E all’interno di tale ordine di considerazioni che sor­gono del resto una serie di grandi e piccoli dilemmi con­nessi con la natura stessa del tema, in realtà antichi e con­solidati, e tuttora vigenti, alcuni dei quali meritano forse alcune preliminari osservazioni.

Un primo importante dilemma è quello connesso con la ben nota vecchia divaricazione che viene a stabilirsi, al­meno nell’ambito della cultura occidentale, tra l’istanza sto­rica e quella estetica, destinate a creare e talvolta a cristal­lizzare situazioni di potenziale e spesso reale conflitto: una contrapposizione da sempre esistente, formulata efficace­mente alcuni decenni orsono nell’ambito delle “teorie del restauro” e del resto non ancora rimpiazzata da più geniali acquisizioni da parte della più recente “cultura della con­servazione”, che tende talvolta ad esaurirsi in dibattiti ri­petitivi tra posizioni radicalizzate.

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SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

Posted on 13 novembre 2018 by admin

SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALIaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – In questo mio breve discorso, vorrei evidenziare a quale deriva si è giunti grazie alla presunzione di quanti dopo non aver studiato il codice linguistico e la storia, (oserei dire sostituiti con arroganza e personalismo) si è incuneato nelle vicende materiali ed immateriali della comunità diffusa oggi identificata come Regione storica Arbëreshë.

Per rendere comprensibile il riferito è bene iniziare a definire i punti solidi di questo discorso, nato per la difesa dell’identità storica dell’unico gruppo minoritario legato alla sola forma orale: gli arbëreshë .

l’Italia, possiede un patrimonio materiale e immateriale d’inestimabile valore, da tutelare e difendere da ogni aggressione naturale, indotta o economica; nel 1969 il prof. Roberto Pane, storico dell’architettura e teorico del restauro di livello internazionale, fonda la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio “Scuola di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti”.

La scuola ha rinforzato il principio secondo cui i segni materiali e immateriali della storia vanno preservati, aiutato, per continuare a esse guida delle nuove generazioni, punti utili per tracciare la direzione che unisce passato presente e futuro.

Senza le antiche emergenze, sarebbe come smarrire la memoria e ritrovarsi in mezzo ad un deserto, soli, senza supporto e la direzione istintivamente intrapresa, seguirebbe l’unico elemento presente ovvero, gli abbagli del sole, noti per rinsecchire ogni cosa.

Certo che se non ci fossero stati studiosi come R. Pane, E. De Felice, R. Di Stefano, S. Casiello, solo per citarne alcuni, la scuola del restauro non avrebbe dato il contributo che vanta; e le sacche storiche come Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, tanto per citarne alcuni gioielli irripetibili della nostra storia, non sarebbero li a indicarci la ruga dritta.

Gli Architetti nati e formati nella culla federiciana, grazie agli insegnamenti di tali figure, hanno impresso il giusto rispetto per l’architettura storica e monumentale, adottando, metodiche indispensabili a preservare questi esempi dell’operoso passato dagli uomini.

In altre parole lasciare l’impronta del passato come ereditato, con tutti i suoi patimenti, serve a  comprendere a pieno quali siano state le fondamenta del nostro vivere nell’antichità.

Nessuno di loro ha mai immaginato di voler ricostruire con apparati moderni, Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto o un qualsiasi sito d’interesse archeologico del passato.

Ne dall’alto della loro posizione culturale , hanno mai immaginato di migliorarli innestando elementi moderni in contrasto con il costruito di quell’epoca.

Ritengo che qualsiasi tecnico che avesse partorito una tale demenza, sarebbe stato riconosciuto non sano di mete e almeno un presidio per malati mentali sarebbe stato, nel breve termine, realizzato per custodirlo adeguatamente fuori da ogni circuito di tutela.

Chiaramente questa è una provocazione dello scrivente, ma non è detto che non sia realtà; essa si può individuare in uno stato di fatto, applicato e ancora condotto in altre discipline e altri luoghi; portata avanti e in alcuni casi finalizzata, provocando ferite profonde all’immateriale della regione storica; tuttavia ciò che più duole è il sapere che le risorse di questa devastazione sono pubbliche e gli esecutori, sono addirittura premiati con onorificenze di valore culturale.

Alla luce di quanto premesso, è noto che nella Regione storica Arbëreshë insistono a tutt’oggi sedici aree linguistiche di valore inestimabile, in quanto, sin dalla notte dei tempi si mantengono vive esclusivamente con la sola forma orale e grazie a un codice metrico consuetudinario rigidissimo.

Un patrimonio linguistico unico, custodito dagli arbëreshë, notoriamente noti e classificati dallo scrivente come il modello sociale più solido del vecchio continente, in quanto, capaci di attecchire in tutte le latitudini in cui sono stato calati, per obbligo, necessità e strategie guerrafondaie dei reggenti locali, dei reali, e del vaticano.

Novantacinque siti di origine Arbëreshë (oggi ridotti a poco meno di 70), Sedici aree linguistiche sparse in sette regioni dell’Italia meridionale, sono state perennemente sottoposte alle angherie più disparate, quali laboratori linguistici distruttivi a cielo aperto, dove si è cercato di innestare l’albanese moderno detto standard, invece di  trattate le insule, come si convengono alle eccellenze storiche del passato.

sedici macro aree considerate al pari di una discarica moderna, dove le sperimentazioni più disparate hanno trovato nido, sia dal punto di vista linguistico e sia metrico musicale, contravvenendo pesantemente alla Legge del 15 Dicembre 1999, n. 482, e al Decreto del Presidente Repubblica del 2 maggio 2001, n. 345 Art. 1 Comma 3.

Quest’ultimo oltremodo precisa, purtroppo “in lingua italiana” ( non il Lingua Skipetara moderna), che: L’ambito territoriale e sub-comunale in cui si applicano le disposizioni di tutela di ciascuna minoranza linguistica storica previste dalla legge coincide con il territorio in cui la minoranza è storicamente radicata e in cui la lingua ammessa a tutela è il modo di esprimersi dei componenti della minoranza linguistica.

È spontaneo chiedersi che senso ha tutelare gli ambiti della regione storica arbëreshë, innestando l’Albanese moderno, non sarebbe al pari di un architetto che si ostina ad operare all’interno di un presidio archeologico come Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, per completare con materiali moderni e pretendere di restituire splendore aall’irripetibile sito, cancellando nel contempo la traccia unica della storia e mi riferisco a quella che sta stesa alla luce del sole, non quella dei vincitori catalogata negli archivi.

I messaggi e le metodiche di comportamento di tutela non mancano da anni e riporta a chiare lettere ; tuttavia per non destare equivoci anche il lingua Italiana, bastava dare un’occhiata alla Carta di Atene (1931) , alla Carta Italiana del Restauro (1932), alla Carta di Venezia (1964), alla Carta Italiana del Restauro (1972), alla Carta di Amsterdam (1975), alla Carta di Washington (1987), alla Carta di Cracovia (2000), e per evitare che lo scempio storico prodotto alla lingua arbëreshë,  illegalmente e senza freni fosse portato cosi vicino al baratro dell’estinzione.

Sulla scorta di queste direttive, di carattere conservativo, l’esperienza acquisita in anni di analisi dei paesi di origine arbëreshë, ha dato modo di tracciare un itinerario storiografico edilizio direttamente legato alla consuetudine e il sociale tipico delle insule arbëreshë e quelle collinari dei Balcani.

La toponomastica in particolare rappresenta un filo conduttore che unisce tutta la regione storica arbëreshë, così come l’elemento sociale caratterizzante, la Gjitonia, (Ligjia per gli Albanesi); a torto divulgato come il luogo dove sono apposte un numero non meglio identificato di accessi alle abitazioni.

La Gjitoni (Ligjia) non è il vicinato indigeno, chiariamo questo prima di tutto, come sinteticamente e imprudentemente diffuso, in quanto, il vicinato è un luogo di mutuo soccorso legato alle dinamiche sociali rinascimentali e dell’illuminismo; La Gjitonia segue un sistema inverso in quanto fenomeno sociale complicatissimo, esso rappresenta il luogo pulsante della tradizione, non ha confini fisici, spazio indefinito e pulsante in cui trovano l’armonia i cinque sensi, strumenti fondamentali per rintracciare l’antico gruppo parentale della famiglia allargata originaria.

Questi accenni, mi auguro, possano tamponare la marea dilagante degli indiavolati culturali di metà ottocento che mirano a trasformare la regione storica arbëreshë in una colonia Turco/Albanofona, a tal proposito si ritiene necessario fornire elementi utili, “una sorta di medicina salva identità” da propinare a quanti sognano “per incapacità e forma culturale” di costruire città del futuro, dove sono allocate le emergenze storiche del vecchio continente, quali: Pompei, Ercolano, Opplonti, i Campi Flegrei, le stufe di Nerone, Sýbaris, Thurio, Metaponto, per accennare solo alcune assieme ella regione storica minoritaria e i suoi settanta paesi.

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LA ROTTA MEDITERRANEA ARBËRESHË; SECONDO LA STORIA DELL'ARCHITETTURA

Protetto: LA ROTTA MEDITERRANEA ARBËRESHË; SECONDO LA STORIA DELL’ARCHITETTURA

Posted on 18 luglio 2018 by admin

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" Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni "

” Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni “

Posted on 08 giugno 2017 by admin

bandieraarberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Dr. Anila Bitri Lani  Ambasadore e Republikës së  Shqipërisë në Republikën Italiane

 

Oggetto: ” Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni “.

 

Cortese Dr. Anila Bitri Lani, ho ricevuto notizia della sua disponibilità ad accogliere positivamente l’invito di esponenti locali della Regione storica Arbëreshë, in appuntamenti culturali finalizzati alla tutela delle arti e dell’idioma di tradizione arbëreshë.

Sulla base, di quanto, da lei auspicato nell’intervenire nei relativi dibattiti, esortandi i presenti ad attivarsi per delineare e porre in essere nuove strategie di tutela della tradizione minoritaria arbër; a tal proposito la vorrei informare che a Roma in data l’11 novembre 2015 è stato stipulato un “PROTOCOLLO DI ACCORDO”, tra Il Ministero dello Sviluppo Urbano d’Albania, L’Associazione degli Architetti Albanesi e Il Consiglio Nazionale degli Architetti Italiani.

L’accordo mira a incoraggiare relazioni culturali tra Italia e Albania, “di know-how”, training; scambio di esperienze professionali migliorando le rispettive eccellenze attraverso progetti congiunti.

Il sottoscritto arch. Atanasio PIZZI in stretta cooperazione con il presidente dell’ordine degli architetti di Benevento, arch. Michele ORSILLO e l’arch. Albanese Shender LUZATI, preso spunto da questa stipula ha elaborato il documento qui di seguito allegato nelle sue linee generali.

Il fine che si vuole perseguire, da noi “ tecnici ricercatori”, è di illustrare e comprovare quali siano gli aspetti tangibili e intangibili arbëreshë che hanno caratterizzato i territori, attraversati addomesticati e vissuti dagli arbëreshë; essi rappresentano il nocciolo duro dell’unico modello d’integrazione tra popoli all’interno nel Mediterraneo e ha visto quali protagonisti edificatori Albanesi e Italiani.

Essendo il suo mandato istituzionale, la cerniera di unione tra le due nazioni, ritengo che lei debba assumere il ruolo di super visore di tale accordo e far emergere la genuinità dell’unico esempio d’integrazione Europeo.

Cortese Dr. Anila Bitri Lani, sarei lieto di illustrarle personalmente e più dettagliatamente il progetto, per concertare eventi di rilancio multidisciplinari che diano lustro alla minoranza considerata la più numerose d’Italia meridionale, che affonda le sue solide radici in Albania!

 

In attesa di una Vostra gradito riscontro

Le Invio i miei più Distinti Saluti.

 

Atanasio arch. Pizzi                                                                                                                                                                                                                         Napoli 2017 – 06 – 07

 

 

 

                                                         

 

                                                                                                                                      

“PROGETTO PER LA VALORIZZAZIONE, TUTELA E SOSTENIBILITÀ DEGLI AMBITI D’ARBËRIA”

 

I TERRITORIA ATTRAVERSATI, ADDOMESTICATI, COSTRUITI E VISSUTI

DAGLI ALBANOFONI TRA XV° E IL XXI° SECOLO

(Llaketë të Shkelur, të Butëruar, te Stisur e të Gjelluer Arbëreshë ka XV° njera te XXI° sekull )

 

A cura dell’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento,

con il supporto scientifico-architettonico :

Del Presidente O.A.P.C.B., arch. Michele ORSILLO

dell’arch. Arbëreshë Atanasio PIZZI 

e

dell’arch. Albanese Shender LUZATI

 

 

Premesso:

–               che in data l’11 novembre 2015 è stato Redatto, in Roma (Italia), un PROTOCOLLO DI ACCORDO (MEMORANDUM OF UNDERSTANDING) tra Il Ministero dello Sviluppo Urbano d’Albania, L’Associazione degli Architetti Albanesi, Il Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti Conservatori Italiani, L’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento su “Cooperazione per lo sviluppo degli scambi culturali e di attività professionali congiunte”. Il Vice Ministro dello Sviluppo Urbano, nell’interesse degli scambi internazionali del suo Paese, dotato dei poteri conferitigli dal suo mandato. Il Presidente dell’Associazione degli Architetti Albanesi, nell’interesse degli scambi internazionali del suo Paese, dotato dei poteri conferitigli dal suo mandato. Il Presidente dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Benevento e il Presidente del Dipartimento Europa ed Esteri ed Internazionalizzazione del Consiglio Nazionale degli Architetti P.P.C, italiani con sede in Roma (Italia) Via Santa Maria dell’Anima 10, nell’interesse degli scambi internazionali della sua istituzione, dotati dei poteri conferitigli dai loro mandati;

–              che in base all’Art.1 di tale accordo di Introduzione, si conviene che le parti, in cooperazione, m a sviluppare congiuntamente collaborazioni bilaterali con il fine di scambiare esperienze cultura, utili alla formazione professionale d’ambito di nuove figure che possano instituire un gruppo di lavoro che tuteli gli ambiti Arbëreshë e Albanesi secondo un disciplinare unitario;

–              che in base all’Art.2 dello stesso accordo, le Parti coopereranno congiuntamente nei seguenti settori:

  1. Definire e implementare progetti comuni sia in Albania e in Italia per valorizzare la cooperazione e i risultati di accrescimento congiunto che ne derivino;
  2. Organizzazione di eventi congiunti quali: fiere, mostre, tavole rotonde in entrambi i Paesi;
  3. Organizzazione di corsi e seminari di formazione e specializzazione;   –   che la Legge del 15 Dicembre 1999, n. 482, Art. 2. Comma 1, in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, sancisce che la Repubblica tutela tra le altre la lingua anche la cultura delle popolazioni Arbëreshë:  –              che Ogni macroarea, della R.S.A., ha avuto un ruolo specifico nel territorio meridionale, in relazione, sia all’epoca dell’esodo, e sia alla funzione assegnatagli, assumendo per questo: ruoli militari/strategici, sociali/economici e salubrità/demografico, con finalità di difesa, produttività e ripopolamento di vaste aree del regno di Napoli.-            che la Regione storica Arbëreshë (R.s.A) con le sue sedici macroaree, rappresenta un patrimonio non replicabile, –             che l’arbëreshë inteso come modello sociale rimane vivo identicamente sul territorio delle macroaree come nel passato, secondo consuetudini legate alla lingua e il rito religioso, rispettoso di quello nazionale e per questo solidamente integrati con gli ambiti indigeni;-            che le caratteristiche storiche della minoranza Arbëreshë (Albanesi d’Italia) non ha avuto un’adeguata stesura di studio e di ricerca multidisciplinare, comparato con quello della terra d’origine Albanese;-              che a oggi, non sono stati raggiunti gli adempimenti idonei per garantirne parametri di tutela sostenibile;     –   che nonostante si cerchi di aprire nuovi stati di fatto si preferiscono le misure monotematiche, tralasciando discipline per lo studio dell’ambiente naturale, del costruito storico, dell’urbanistica, delle architetture e delle arti, delle sedici macroaree dal punto di vista sia tangibile e sia intangibile; –     che La Regione Storica Arbëreshë, o (Regione storica dei Cinque Sensi) citata in precedenza, per ragioni di studio e per meglio focalizzare le caratteristiche oltre i ricorsi storici territoriali è suddivisa secondo le seguenti Macroaree, che uniscono storicamente circa centoventi Comuni del meridione italiano, coinvolgendo le regioni di: Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia:  –      c he l’intento delle Norme su citate non deve essere inteso come di mero divieto, “alla non discriminazione” ma, bensì, di “sollecito a porre in atto atteggiamenti e misure positive” per il prodursi di tali salvaguardie; –           che le regioni su citate concorrono in armonia con i principi generali di rispetto e tutela stabiliti dagli organismi Italiani, Europei e Internazionali, attuando misure legislative a salvaguardia, della lingua, del patrimonio letterario, storico ed archivistico, del rito religioso, del canto, la musica e la danza popolare, il teatro, le arti figurative e l’arte sacra, le peculiarità urbanistiche, architettoniche oltre a quelle monumentali, gli insediamenti abitativi antichi, le istituzioni educative, formative e religiose storiche, le tradizioni popolari, la cultura materiale, il costume popolare, l’artigianato tipico e artistico, la tipizzazione dei prodotti agro-alimentari, la gastronomia tipica, e qualsiasi altro aspetto della cultura e del sociale; –           che lingua Albanese in Italia l’Arbëreshë è a tutt’oggi parlata in oltre sessanta comuni sparsi nell’Italia meridionale e insulare, anche se la misura originaria era di ben oltre cento comunità e per questo considerati punti di interesse per le regioni di: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, e Sicilia;-              che l’articolo 9 della costituzione della Repubblica Italiana promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica; tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” –              che la Convenzione-Quadro per la protezione delle minoranze nazionali approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa 10 novembre 1994; –              che la Carta Europea, Strasburgo 5 novembre 1992, tutela le lingue regionali o minoritarie;

Considerato:

      –    che l’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento in accordo con gli architetti Shender Luzati e Atanasio Pizzi, ha stilato un progetto di studio concernente gli    ambiti albanofoni in Italia e in terra madre Albanese;

      –      che vista la disponibilità dei Sindaci dei Comune di Greci, in provincia di Avellino, (arch. Donatella MARTINO); di Ginestra degli Schiavoni, in provincia di Benevento (Avv. Spina Zaccaria); di San Demetrio Corone in provincia di Cosenza, (ing. Salvatore LAMIRATA); di San Benedetto Ullano in provincia di Cosenza, (Avv. Rosaria Amalia CAPPARELLI); di San Basile in Provincia di Cosenza (dott. Vincenzo TAMBURI); di Civita in Provincia di Cosenza (dott. Alessandro TOCCI), di San Costantino Albanese in Provincia di Potenza (Avv. Rosamaria BUSICCHIO); Barile in Provincia di Potenza (V. S. Michelangelo VOLPE); a rendersi disponibili per consentire gli accessi, recuperare elementi e dati durante la fase di analisi/studio;

      –      che vista la disponibilità dell’Associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron – a riferire l’esperienza e i termini dissociatici moderni della migrazione forzata, il loro antico centro é unico paese delocalizzato, che vive una vicenda paradossale dal 2005;

       –        che l’architetto Atanasio Pizzi, svolge l’attività di ricerca su tali temi insediativi arbëreshë, sin dagli anni settanta del secolo scorso;

       –       che l’architetto Shender Luzati da oltre quattro decenni svolge attività nell’ambito dello sviluppo urbanistico -architettonico delle città Albanese e pubblicando numerosi articoli, delle albume, all’esposizione e lo studio monografico per la città di Scutari;

        –       che gli ambiti di studio aprono nuovi stati di fatto per approfondire le caratteristiche materiali e immateriali della minoranza; si ritiene fondamentale evidenziare i parallelismi territoriali del Nord, del Centro e del Sud dell’Albania, con le esperienze arbëreshë nel sud dell’Italia, peninsulare e insulare, dal XV sino ai giorni nostri.

        –      che l’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento nella figura del presidente Arch. Michele Orsillo in accordo con gli architetti: Atanasio Pizzi e Shender Luzati, si sono resi indispensabili a realizzare corsi e seminari formativi per la tutela, la ricollocazione dei manufatti e gli ambiti storici, in quanto luoghi nati secondo l’antico auspicio della “promessa” (Besa) , i cui capisaldi fondamentali che sostengono oltre sei secoli di storia sono, l’idioma, la consuetudine e la religione, caratteristiche fondamentali del popolo Arbëreshë unico nel continente a tramandare la storia attraverso dialoghi e collaborazioni in sola forma orale;

Per quanto premesso: si vogliono porre in essere il progetti e le iniziative qui di seguito elencate:

  1. Produzione scrittografica, concernente i temi della storia, il tangibile e l’intangibile arbëreshë;
  2. Mostra itinerante “Aquila Bicipite: la Rotta Arbëreshë”;
  3. Vocabolario Unitario Tecnico delle parlate di macroarea;
  4. Sistema integrato della R. s. A. ; sostenibilità e gestione di musei, biblioteche ed edifici di culto;
  5. Analisi tecnologica per la migliore tutela dei musei d’arberia
  6. Creazuine dell’Archivio figurativo, fotografico e cinematografico; comparazione di macroarea;
  7. Dibattiti e convegni nei centri di macroarea, divulgazione degli elementi finiti;
  8. Divulgazione delle opere cinematografiche d’arberia;
  9. Conferenze e tavole rotonde in favore della popolazione scolastica e docente;
  10. Incontri nei locali delle biblioteche comunali con la popolazione locale;
  11. Conferenze, tavole rotonde, nei plessi Universitari Albanesi e Italiani;
  12. Corsi di Formazione rivolti agli Uffici Tecnici Comunali e gli Sportelli Linguistici d’area;
  13. Progetti per la sostenibilità degli elementi costruiti pubblici e privati;
  14. Progetti di realtà aumentata negli ambiti storici locali;
  15. Progetti fuochi pirotecnici di luce negli anfratti attraversati vissuti e costruiti dagli arbereshe;
  16. La primavera Itali Albanese; storia, rievocazione e significato sociale;

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SALVIAMO LE POCHE E SOLIDE REGOLE ANCORA INTATTE D’ARBERIA

Protetto: SALVIAMO LE POCHE E SOLIDE REGOLE ANCORA INTATTE D’ARBERIA

Posted on 15 marzo 2017 by admin

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