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I CENTRI ANTICHI NICCHIE STORICHE DI ARCHITETTURA MINORE

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Posted on 31 luglio 2022 by admin

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REGIONE STORICA ARBËRESHË FIGLIA UNICA DELL’IMPERO CON CAPITALE COSTANTINOPOLI

Protetto: REGIONE STORICA ARBËRESHË FIGLIA UNICA DELL’IMPERO CON CAPITALE COSTANTINOPOLI

Posted on 13 febbraio 2022 by admin

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COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

Protetto: COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

Posted on 11 giugno 2021 by admin

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LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È  EMIGRATA IN ALBANIA

Protetto: LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È EMIGRATA IN ALBANIA

Posted on 02 febbraio 2021 by admin

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QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

Posted on 16 gennaio 2021 by admin

Kagliva

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – È storicamente noto che le migrazioni dai governarati dell’odierna Albania, dopo la morte del condottiero Giorgi Castriota, videro disporsi nelle terre del regno di Napoli, un gran numero di migranti seguiti dalle famiglie, secondo arche predefinite nei territori amministrati dai principi di parte Francofona,.

Gli arbëreshë presero possesso di luogo, seguendo la medesima prassi insediativa in tutti i Katundë, cento paesi della regione storica, da prima vissuti in forma nomade e poi dopo una fase di scontro e confronto con gli indigeni, s’insediarono definitivamente in ritrovate aree orografiche.

A quei tempi, per le loro necessità transitive, furono utilizzate forme abitative, estrattive, in seguito per la scelta definitiva dei luoghi d’insediamento, passarono all’Architettura additiva, quest’ultima in particolare, una volta avviato il processo di conoscenza, fece diventare gli ambiti costruiti, la fucina di questa nuova arte, diventando i piccoli aggregati, il libro a cielo aperto dove attingere esperienze  e arricchire il bagaglio di conoscenza.

Il riedificare sulle stesse ceneri, impegnò notevolmente in tale disciplina i minoritari, i quali affrontarono non poche insidie, per la non conoscenza dei principi della statica, oltre a quella di unire e consolidare materiali dissimili.

A tal fine onde evitare il trascinarsi errori di costruzione, trasferirono la sapienza man mano che veniva acquisita, secondo i protocolli in forma orale, alle nuove generazioni.

Il costruire per necessità e senza esperienza ha coinvolto, esecutori, osservatori e utilizzatori di ogni comunità a condividere i principi secondo cui innalzare modelli abitativi, doveva rispondere alle metodiche acquisite e rese pubbliche, in forma orale, prestando attenzione nell’applicarle, in definitiva diventarono un rigido protocollo, come quelli già in uso per le attività agresti e di bonifica .

Le stesse genti non impegnate nel periodo maturazione dei seminati, diventano muratori, manovali e architetti, maestranze intrise dei valori di modestia e necessità che lentamente disegnarono i centri antichi nelle coline del meridione.

L’architettura all’interno dei perimetri antichi, per la scelta di vivere prevalentemente isolati, ha una storia più articolata rispetto alle genti indigene più coese e vicine tra loro che erano già abituate a confrontarsi con il regno e le sue istituzioni.

Gli arbëreshë avendo preso possesso in macro aree allocate diffusamente, non avendo possibilità di confrontarsi rapidamente, si possono per questo identificare esecutori di un’architettura senza architetti o isole di un’arte in continua ma lenta, evoluzione.

Da prima furono utilizzati semplici tuguri, identificati più come arte estrattiva, mista a compositiva in forma di materiali deperibili, poi per una migliore vivibilità diventate abitazioni in muratura.

Pietre naturali o di fiume, il cui legante, sabbia e calce consentiva in sicurezza di elevare case, poi in epoca più tarda con l’utilizzo di mattoni, e materiali di spogliatura, provenienti da errori di esperienze precedenti.

I contadini, non ancora architetti, avevano una grande esperienza in campo di conoscenza degli equilibri naturali, per questo innestarono le loro case in luoghi sicuri e senza forze anomale in attesa.

Solo dopo le prime esperienze edificatorie si resero conto degli effetti dei paramenti inclinati causa di numerosi crolli, a cui diedero risposte.

Unici elementi costruiti da cui trarre spunto o ispirazione, furono i presidi religiosi a essi sempre prossimi; è da questi presero spunto  e  consapevolezza delle altezze murarie, calibrarono lo sviluppo in base ai materiali e le sezioni d’inviluppo dell’opera.

Molto probabilmente lo spunto del modello base, se analizzato con attenzione, spiega i numerosi spunti distributivi comuni, in quanto non si discostano molto dalle celle monastiche e i relativi orti botanici annessi.

Cosi come le lamie di copertura, prima fatte con strutture in legno completate con rami intrecciati foglie e conglomerati in argilla, hanno preso forma completa con i noti di coppi e contro coppia, completando così quello che diventerà il modulo abitati, utilizzato per i sistemi aggregativi, prima spontanei, o detti articolati e in seguito più razionali in forma lineare.

Sono numerosi i temi da trattare, su questi aspetti di evoluzione architettonica senza architetti, la cui alba sorge  all’indomani del loro insediamento, si sviluppa sino alla fine del XVII secolo per articolarsi in altezza sino al 1783.

L’alba dello storico terremoto, in cui diventa fondamentale l’intervento degli organismi preposti dal regno con imposizioni di carattere preventivo, precise regole preventive sia per la larghezza delle strade e sia per la consistenza muraria o per il numero dei piani.

È questa l’epoca degli insediamenti arbëreshë con l’architettura degli architetti, questi lasciando nel contempo  immutati quelle pertinenze che per opera intelligente, hanno continuato a resistere agli eventi naturali; oggi traccia o misura nelle micro aree dove erano stati evidenti i crolli.

Dal dopo guerra del secolo scorso, gli anni della ricostruzione postbellica, vede incunearsi una confusione endemica negli ambiti costruiti della minoranza arbëreshë.

Qui troppo spesso, invece di affidare il valore architettonico a competenze specifiche, si è preferito affidare a comuni tecnici l’antica professione senza architetti.

Questo, non per porre l’accento verso l’incarico della progettazione del singolo manufatto pubblico o privato in senso di esclusivo abbellimento, ma che diano lustro a un’arte antica che da spazio al genius loci professionisti con competenza d’ambito tramandata oralmente per passione.

Quello che servirebbe deve essere rispettoso di un protocollo riferibile alle macro aree di minoranza, specialmente quando si trattava di operare all’interno del centro antico e di architettura spontanea.

Il rammarico più grande che molti studiosi portano in seno, consiste nel non aver allora come oggi, predisposto misure d’indagine adeguate, per la definizione di un protocollo di tutela, una “carta del restauro della regione storica”,  ancora oggi evasa e attende, istituzioni, uomini e misure  per  tutelare il valore storico dell’Architettura senza Architetti, ancora pulsante in ogni edificio della regione storica diffusa arbëreshë.

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L’ARCHITETTURA DEI CENTRI STORICI MINORI SI LEGGE NEGLI ANFRATTI NATURALI,  NON SI CERCA NEGLI ARCHIVI PER POI RACCONTARLA CONFORTATI DALLA “CARTA”:  ESSA, L’ARCHITETTURA, NON È ALTRO CHE IL CONNUBIO LOCALE TRA UOMO E AMBIENTE.

Protetto: L’ARCHITETTURA DEI CENTRI STORICI MINORI SI LEGGE NEGLI ANFRATTI NATURALI, NON SI CERCA NEGLI ARCHIVI PER POI RACCONTARLA CONFORTATI DALLA “CARTA”: ESSA, L’ARCHITETTURA, NON È ALTRO CHE IL CONNUBIO LOCALE TRA UOMO E AMBIENTE.

Posted on 06 agosto 2020 by admin

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REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË; COME ANDARE IN VACANZA E SENTIRSI A CASA, “PROGETTO PER LA TUTELA DEI CENTRI ARBANON E I QUATTRO RIONI TIPICI”

Protetto: REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË; COME ANDARE IN VACANZA E SENTIRSI A CASA, “PROGETTO PER LA TUTELA DEI CENTRI ARBANON E I QUATTRO RIONI TIPICI”

Posted on 18 maggio 2020 by admin

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MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

Protetto: MODULI ABITATIVI, SKITE E GJITONIA, QUALI ATTIVITÀ DI TUTELA? (Tue priturë satë dalë diali)

Posted on 30 giugno 2019 by admin

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RISPETTO DEL TERRITORIO

RISPETTO DEL TERRITORIO

Posted on 31 maggio 2019 by admin

Centri minori abbandonatiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Quando gli arbëreshë dovettero abbandonare le proprie terre di origine e sbarcarono lungo le coste dell’Adriatico e dello Jonio, avviarono la procedura di studio e ricerca, per evitare di produrre inutili ferite al territorio, come sancito nel codice identitario tramandato oralmente.

Questa è una consuetudine che rende gli arbëreshë unici nel loro genere, in quanto, la tradizione di conservare tutelare e vivere nel rispetto del territorio non è trascritta in nessun codice ma riportata oralmente tra generazione.

Nonostante ciò quanti non sono arbëreshë cercano di tutelare secondo disciplinari la pizza perfetta, l’olio di origine territoriale, il migliore vino con essenze irripetibili, il manicaretto locale e per ogni genere di prodotto che segna le tradizioni locali di quel territorio.

Ciò tuttavia, quando si tratta di architetture o si deve incidere segni sul territorio, tutto si dissolve nel nulla e il libero arbitrio, specie di quanti abituati a operare nei deserti africani dove mai nessuno ha dato una traccia da rispettare, viene nei luoghi della storia a seminare avena fatua.

i Greci, infatti, a loro giudizio, facevano ricadere la responsabilità della barbaria ai Persiani, agli Indiani e, ai fortiori (geograficamente), i Cinesi escludendo l’Egitto.

Ho visto “la stazione” nata dove iniziano a defluire i regi lagni campani, nella piana che si estende tra la Reggia di Caserta e la Capitale europea della cultura, il luogo storico dei fortilizi, segnato dall’operosità degli uomini che sono stati eccellenza in Europa.

Dire che il buon segno architettonico ha smarrito la retta via è eufemismo, anzi, è il caso di suggerire alle istituzioni che  immaginano un centro commerciale nello storico “Leonardo Bianchi”, di pensare se sia il caso di  ripristinarlo.

Sino a poco tempo addietro trovavo indignazione all’innalzato de locativo arbëreshë nella valle del Crati, ma come sperso succede, le cose realizzate dall’uomo non hanno limite nello stupire e nei giorni scorsi la visita “della stazione campana”, ha prodotto una irreparabile ferita culturale nella mia conoscenza professionale; attraversare un irresponsabile e interminabile budello; il prodotto scaturito dalla bontà dell’ottimo vino locale, le cui botti una volta svuotate, a noi architetti locali , non hanno conservato altro che  le Lacryme di Cristi, che purtroppo, non sono buone per ripristinare la cultura dismessa del territorio.

Come  è possibile che gli uomini si diano tanto da fare per innalzare vittoriosi un disciplinare rigido per  la pizza campana, l’olio della Puglia, il vino Abruzzese, che sono beni di consumo e quando si tratta di tutelare le connotazioni ambientali e fisiche del territorio, non si pretende un rigo disciplinare sostenibile delle tre fasi progettuali?

Cosa ci impedisce, prima di attivarci a intaccare il territorio, di realizzare un corposo fascicolo storico su cui studiare prima di incidere segni sul territorio?

Una cospicua relazione d’indagine che ponga in essere le vicende che legano uomini e territorio.

I tecnici moderni specie quelli formati durante l’esplosione economica del petrolio, non sanno e non conoscono, perché archistar, cosa sia il GENIUS LOCI, associato al termine di «etnocentrismo» ingredienti fondamentali per polarizzare l’arte locale e in seguito disegnare la giusta forma che lega ambiente naturale  e ambiante costruito.

Ciò non accade per caso ma è un’arte che pochi possiedono, oggi è diventato facile essere protagonisti con i beni di consumo, complicatissimo lo è per ciò che termina e manomette indelebilmente il rapporto tra territorio, natura e uomini.

Il traguardo non deve mirare a riparare  “l’errore progettuale”, arricchendolo con i dissociativi centri commerciali o musei di epoca romana, greca o bizantina, giacché l’espressione architettonica  deve diventare il valore aggiunto al territorio senza disarmonie con l’ambiente naturale.

Solo il buon progetto, realizzato secondo il disciplinare rispettoso della storia e dell’architettura, nasce forte e gli uomini che vivono il territorio quando lo vedono crescere, lo accolgono e lo fanno proprio.

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GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi  dy€)211054

GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi dy€)211054

Posted on 25 maggio 2019 by admin

SCACCIAMO LA VOLPE ARBËRESHË3

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Non sono pochi i paesi del meridione che seguono la meta dello svendere il proprio patrimonio edilizio storico, piuttosto che adoperasi per trovare metodiche di valorizzazione di quanto resiste e conserva indelebilmente l’identità di luogo e di tempo.

Tesori unici che pur non luccicando, restano solidamente stesi alla luce del sole, in attesa delle persone giuste che le sappiano rispolverare senza usare violenza.

Oggi è tempo di costruire una sola regione storica, “unica e indivisibile”, non tante incomprensibili “barbarie” che attendono il vento che le tira, generato dai dipartimenti di semina monotematica, ignari delle direttrici cardinali.

Una visione appropriata del territorio rende più chiari gli ambiti urbani, quelli sociali sub urbani, il costume e tutte le caratteristiche identitarie sotto la stessa luce a iniziare dai paesi più estremi dalla Sicilia e sino all’Abruzzo, oltre le macro aree di Marche, Emilia Romagna e Veneto.

I Katundë di minoranza arbëreshë contengono nei loro edificati storici le essenze del codice identitario trasportato nel cuore e nella mente da ogni profugo dalla terra di origine nel XV secolo.

Ritenere di fare colpo svendendo i contenitori della nostra identità attraverso gli apparati multimediali o buttarsi nella mischia politica “dell’etnocentrismo” che ha fini di appiattimento, non è certo la ricetta ideale per rilanciale gli oltre cento paesi arbëreshë.

Nelle vicende degli ultimi due decenni i Katundë hanno sopportato di tutto, si potrebbero citare i concorsi emergenziali che hanno restituito carene al posto dei tetti a falda, ardesie al posto dei coppi, gjitonie lette come porte medievali, abusi edilizi scambiati per case antropomorfe, e adesso si vogliono recuperare le emergenze architettoniche e urbanistiche senza avere alcuna consapevolezza storica di territorio, luoghi, scenari e ambiente.

Oggi assistiamo impotenti a manifestazioni in cui si preferisce demolire l’architettura storica immaginando che sia la via più breve per sanare i mali della società, purtroppo non è cosi in quanto, l’architettura nasce per rispondere alle esigenze dell’uomo, se poi quest’ultimo ne fa un uso improprio non è certo colpa del manufatto che rimane li a prendersi le colpe del malaffare degli uomini, si potrebbe concludere che è facile dare la colpa alle strutture che hanno un corpo, un anima e non la bocca per difendersi.

È impensabile che giovani diplomati senza alcuna esperienza, magari affidandosi solo a qualche corso formativo, a ore, siano in grado di leggere le trame urbane e gli elevati storici dei paesi di origine arbëreshë che “non sono Borghi”.

La diplomatica del recupero tutela e valorizzazione dei centri urbani di origine arbëreshë, detti anche minori, è un tema che deve essere sviluppato solo da quanti hanno consapevolezza della visione storica, degli eventi sociali per i quali sono stati edificati gli agglomerati aperti grazie al genius loci.

I katundë arbëreshë che come i dotti di architettura enunciano, derivano dalle esigenze umane, attraverso la comprensione delle forme costruite, divenendo per questo, espressioni della civiltà che  manifesta gli esperimenti con le forme dei tempi.

Le specifiche strutturali sono il segno dei fenomeni esistenti; opera dove, soprattutto in passato, di misura con la qua­lità dell’ambiente e si configurava in concomitanza della qua­lità del vivere.

La conoscenza progettuale prendere consapevolezza, ogni qualvolta si elabora secondo precise «scelte», disegnando luoghi in grado di configurare caratteri.

La conoscenza della storia è indispensabile per ogni qualvolta si cerca d’intervenire all’interno del centro antico e nel caso dei paesi arbëreshë, oserei dire dei centri della storia, giacché consente di riconoscere quali sono stati i valori culturali di genere «etnocentrici», gli ideali e le affinità che hanno guidato le diverse configurazioni di Katundë e dei suoi monumenti nel corso dei secoli.

Per questo è importante eseguire studi morfologici per comprendere il significato profondo delle forme nello spazio; il valore formale del manufatto – nell’insieme di caratteri urbani ed edilizi – quindi si giudica attraverso una coscienza storica, che appartiene al presente, in base alla considerazione di fatti architettonici esistenti e ancora significativi.

L’edilizia e le architetture che strutturano un luogo urbano ne costituiscono lo spazio fisico, ne rendono l’identità; il riconoscimento dell’unità significativa, rappresenta ­l’insieme dei fatti che si sono costruiti nel tempo, attraverso l’espressione di vari linguaggi figurativi.

La storia dell’arte, consente di conoscere le concezioni estetiche e riconoscere gli aspetti delle opere relative, distinguendone i vari periodi formativi.

Nel caso di opere di architettura e impianti urbani soltanto la capacità disciplinare propria degli architetti e urbanisti educati a progettare, può indurre all’identificazione del principio tipologico su cui si è fondato un edificio e al riconoscimento dei relativi processi di costruzione della struttura morfologica.

L’organizzazione tipologica, infatti, esprime chiaramente la concezione spaziale che ha caratterizzato in un certo modo le diverse fasi dell’abitare dagli ambienti monocellula­ri e polivalenti con prevalenza della verticalità, distribuite funzionalmente nell’orizzontalità.

Considera lo stato delle cose nel rapporto con il loro passato, deve aprire a valori universali, meno legati

È quindi necessario acquisire una conoscenza dell’ambiente, anteponendo ricerche “opportune” per comprendere il risultato odierno, al fine di contestualizzare le forme tutelando le originarie motivazioni urbane, affiancandola a una nuova possibile realtà.

La ricerca progettuale intende affermare il principio secondo il quale il manufatto architettonico deve indicare una rotta rispettosa dell’esistente e lo sviluppo possibile, avvicinando senza strappi il rapporti tra la morfologia che si conserva e le necessarie di utilizzo secondo le nuove necessità.

Tutto questo per lanciare un antico grido di avvertimento GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN, che non deve essere inteso come la mera offerta commerciale giornaliera, ma il consiglio di un esperto che nel tempo di una legislatura prevede che tutto finisca in: një shëpi një €, o  tre shëpi dy €, se non si corre ai ripari.

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