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IL VERNACOLARE BIZANTINO ARBËREŞË, RADICE DEL RAZIONALISMO DELL’ ARCHITETTURA (Kalliva i thë bëniratë spivetë Thë  L’ina Casa)

IL VERNACOLARE BIZANTINO ARBËREŞË, RADICE DEL RAZIONALISMO DELL’ ARCHITETTURA (Kalliva i thë bëniratë spivetë Thë L’ina Casa)

Posted on 22 gennaio 2024 by admin

Ina Casa 2NAPOLI di (Atanasio Pizzi Architetto Basile) – I diffusi manufatti abitativi vernacolari, dei centri minori e dell’agro Arbëreşë, qui presi in esame, hanno convinto a perseguire questa pista di indagine o ricognizione, con lo scopo di sensibilizzare le amministrazioni locali; in figure di genere, ordine e grado pertinente.

Il tema mira al recupero di un patrimonio largamente esposto ai disastrosi operatori, che non avendo misura e formazione pertinente hanno lasciato che il valore di questi storici manufatti, venisse deturpato dalle ire del tempo e dell’uomo munito di pico e accetta.

Quello che oggi ereditiamo dopo questo intervallo sciagurato, è lo stato di degrado rilevato, per il nulla fatto, verso questi esemplari unici dell’edificato vernacolare

I quali si sono potuti difendere solo grazie alla buona scelta dei materiali locali impiegati e resistono in autonomia alle avversità, offrendo a noi tecnici, un’ultima opportunità al loro cospetto, perché allievi dalla “Scuola Olivetara” e dare cosi una nuova era di rivalsa dopo l’indagine qui in proposta.

Questi esempi di architettura vernacolare irripetibili, sono ormai sulla via della terminazione e, in molti casi non si tratta più né di conservare e/o restaurare pur se presenti, ma siccome ignorati, hanno preso la via della terminazione.

Questa breve constatazione non vuole essere atteggiamento accusatorio o di giudizio, degli interventi pubblici o privati, posti o non posti in essere, ma piuttosto un tentativo di sensibilizzazione e trarre l’attenzione, su quanto non è stato fatto per la conservazione di antiche strutture, prive sia di rilievo per la memoria e sia di progetti a fini conservativi.

Inoltre si è constatato che gli esempi disponibili quelli vernacolari, monocellulari denominati Katoj, Moticelljè, Kocellja o Kallive, sono stati poco considerati, mancando una seria attenzione o interesse per la conservazione, che avrebbe dovuto seguire le regole del restauro, per la memoria che avvolgono questi luoghi.

Gli stessi e unici in grado di raccontare o meglio il teatro della storia antica e quella più recente sino agli anni sessanta del secolo scorso.

Quella storia che i letterati, o meglio gli scribi che non sanno di carta lucida, matite e righelli, ma carte e penna per annotare e certificare per conto di chi li ha preceduti, favole di miti diversi senza cavallo.

La possibilità di vedere in tempi brevi realizzato un progetto di ricerca vernacolare, con trasparenza per la sua origine ispiratrice dell’inesplorato mondo tangibile e intangibile degli innalzati storici, fatti dagli Arbëreşë.

Il rapporto, tra scuole locali e beni culturali, sarà uno dei passi fondamentali per aprire un nuovo protocollo di tutela innovativo, che parte dal basso per impedire la deriva di abbandono sino ad oggi lasciata alle ire del tempo.

Allargare l’interesse partendo dal basso con le scuole locali, pronte alla formazione nuova e, poi terminare nei piani alti delle istituzioni sino ad oggi assenti, pur se formate, ma mancanti di leggi specifiche verso il vernacolare Arbëreşë

Le considerazioni che qui seguono e prima sono trattate, mirano ad illustrare quali prospettive potrebbero avere le esperienze pregresse del gruppo di lavoro, le stesse utilizzate e riversate per sensibilizzare le nuove generazioni, verso questi manufatti locali, nelle scuole dell’obbligo lì di fianco e, identificate come vernacolare identitario delle proprie famiglie.

È chiaro che prima di avviare questo percorso di tutela, bisogna giungere ai risultati preposti, con l’ausilio di alte indagini in argomento vernacolare e con la stessa sensibilità utilizzare l’analisi, materica, che possa garantire quali sono gli di edifici civili o eventualmente religiosi e, dopo i protocolli di rilievo, da allegare a memoria del progetto di recupero a farsi, onde evitare di incorrere a errori che ne possano smarrire per sempre l’essenza.

Questo lavoro di rilievo grafico, fotografico, e materico serve a identificare e catalogare, ogni cosa dell’edificato vernacolare della ricerca, previo la definizione di un protocollo con la individuazione di fonti archivistiche e bibliografiche dello stato del modulo, anche se inglobato in edifici di epoca più recente gli stessi che caratterizzano numerosi edificati rinascimentali, diffusamente presenti nelle provincie meridionali.

Lo studio e l’analisi ormai sviluppate e pronte ad essere applicate, potrebbero alimentare future attività di lavoro e recupero del patrimonio vernacolare, gli stessi non contemplato nella tutela dei beni culturali e in specie relativi o caratteristica inequivocabile del territorio minoritario Arbëreşë, anche perché, la legge di tutela 482/99 ad oggi, non è arricchita con le disposizioni dell’art. 9 della costituzione Italiana.

Già consapevoli, dalla corposa, ma lacunosa, documentazione custodita dalle istituzioni tutte, si è partiti con il verificare numerosi centri antichi e i relativi cunei agrari, avvalendosi dell’effettivo stato di conservazione dei manufatti in loco.

Il materiale in elaborazione è stato schedato facendo riferimento, quanto più possibile, alle reali condizioni delle strutture e il materiale che compongono i manufatti.

Il rilievo e le indicazioni grafiche fotografiche e di osservazione in presenza, daranno seguito alla composizione di schede sulla base del comparto di indagine specifico, con le quali si vogliono fissare e fermare lo stato delle cose di conservazione in atto.

Tutto questo per avere lo stato all’interno di ciascuna specifica Manxzana (Rione tipico di Iunctura Arbëreşë) dello stato a seguito di specifico sopralluogo, relazione tecnica, oltre a specifica nota descrittiva, contenente i riferimenti di osservazione materica degli elevati e gli orizzontamenti di piano e lamia di copertura, oltre la descrizione del continuo dei manufatti articolati nel corso degli anni, in tutto, lo stato finale del bene culturale vernacolare Arbëreşë.

L’indagine mira a catalogare sia edifici sul territorio preso in esame, sin anche quanti distrutti o resi ruderi dal tempo e dei quali restano frammenti di testimonianza in resti di fondazione ancora, presenti sotto le eventuali colture.

A breve saranno reso noti reperti non catalogati o addirittura noti, dei quali si ha memoria nei vari sopralluoghi effettuati.

Allo scopo e stimolare ulteriori studi da parte degli specialisti o dalle giovani leve che portano la notizia nei propri ambiti familiari come domanda per ricevere risposta scientifica in seguito.

Alla catalogazione seguirà un’ampia informativa storiografica, o aggiornamento sullo stato della ricerca, in ordine della storia locale, la toponomastica, riferita al comune preso in esame.

Per quanto riguarda i materiali, visto il tema di indagine, si mira a produrre o allestire un Prontuario o manuale che ne dia ampia illustrazione.

Saranno date alle stampe illustrazioni fotografiche e grafici di memoria, al fine di fermare lo stato di quanto sarà descritto, e di quanto scoperto, anche inedito.

Con la consapevolezza che indagini di questa caratura, voglio restituire un lavoro unico di questo genere, l’auspicio o l’augurio vuole che quanto a breve esposto, sia un utile strumento per gli specialisti di nuova generazione o studiosi delle cose di storia locale.

Tutto questo ad iniziare con il comparare quanto di vernacolare innalzato nei centri antichi e dell’agro, specie quanto riferibile in prima stipula degli atti di sottomissione degli Arbëreşë.

Gli esempi estratto dai numerosi o risalenti alle disposizioni delle celle monastiche di area bizantina; le vetrine di genio vernacolare primo, la stessa metrica indagata e riproposta in epoca moderna, dai più illustri architetti del razionalismo del secolo appena trascorso.

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Pietra angolare

GJITONIA SISTEMA ABITATIVO VERNACOLARE IN RADICE CONVIVIALE MEDITERRANEO

Posted on 30 agosto 2023 by admin

Pietra angolareNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Nel mentre ci si affannava per meglio risolvere la questione Albanese dall’inizio del XIX secolo, terminando con la discutibile legge 482/99, nel mondo dell’architettura si innalzavano i valori Vernacolari, con protagonista: il sud della penisola balcanica, il sud dell’Italia, il nord della Tunisia e Marocco e sino al sud della spagna, del portogallo e dell’isola di Ibiza.

E se i comuni legislatori avessero mirato verso esperienze di tal senso forse oggi quella legge non avrebbe tante lagnanze a suo sfavore.

Un dato rimane ed è inconfutabile, ovvero, non si possono setacciare millenni di avvenimenti, per poi ridurre tutto a minoranza o al lamento di una lingua altra o previlegiando la sua origine a Sud della penisola balcanica, per poi appellarla Arberia, regione storica a Nord di quella nostra terra madre.

È tempo di conversare utilizzando l’appellativo “Regione Storica Diffusa degli Arber”, al fine di identificare parallelismi sostenibili e concreti del bacino Mediterraneo.

Attualmente si riconosce il paesaggio come bene culturale a carattere identitario, frutto della percezione della popolazione, assumendo la funzione di bene non statico, ma dinamico.

I radicali sviluppi economici, sociali, tecnologici e politici, avvenuti durante il ventesimo secolo  sono la prova evidente e ancora viva nella memori di ogni individuo.

La rapida urbanizzazione e la crescita di grandi città, l’accelerato sviluppo tecnologico e scientifico e l’emergere di mezzi di comunicazione e di trasporto di massa hanno mutato radicalmente il modo di vivere e lavorare, con la produzione di nuovi edifici e strutture, forme e tipologie edilizie senza precedenti, con il ricorso materiali sperimentali.

L’industrializzazione e l’agricoltura meccanizzata hanno creato paesaggi massicciamente modificati nonostante fossero identità locale o memoria storica di particolari eventi di non poco conto.

Eppure, comparativamente pochi tra i siti e i luoghi creati da eventi sia tumultuosi e sia dell’identità locale, sono stati iscritti negli elenchi dei beni tutelati per i loro valori come patrimonio culturale.

Per questo, troppi luoghi e siti del patrimonio sono a rischio e, quando prima termineranno d’essere memoria.

Sebbene l’apprezzamento dell’architettura modernista, della metà del secolo, stia crescendo in alcune regioni, l’insieme di edifici, strutture, paesaggi culturali e siti caratteristici prima rurali e poi industriali del sono pericolosamente esposti o minacciati da una generale mancanza di consapevolezza, riconoscimento di tutela.

Troppo spesso sono aggrediti da processi di riqualificazione, da modificazioni inappropriate o semplicemente dall’abbandono inseriti in processi di modernizzazione che non hanno nulla a che vedere con i valori distintivi per i quali furono elevati o allestiti all’uso comune o privato.

Qui voglio difendere tutto ciò, in particolar modo tutti gli elevati realizzate dall’uomo e dei quali oggi non si prevedono sanzioni, in quanto non codificati o ritenuti storicamente attendibili, e quindi indifesi, o meglio posti alla disponibilità, della sovranità locale, diffusamente ignara della storia di luogo.

Memoria di una infinità di figure senza nome, distintesi a vario titolo, perché operosi in area locale, divenendo estremi, assoluti, nelle opere dell’arte per rispondere a esigenze o ai bisogni, di uomini silenziosi, in tutto, opere prime senza clamore.

Ed è per questo che non hanno trovato ristoro nel cuore e nella mente, dei comuni mortali, con i quali se ti confronti, sono pronti a difendere tragedie e opere d’un autore, un monumento, una chiesa, la facciata di un palazzo, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico ormai è confermato.

Ma nessuno si rende conto del bisogno che hanno le identità di luogo, valore estremo anche se minimo per i residenti, più di ogni mastodontico monumento o della più raffinata arte pittorica.

A ragion veduta dovrebbe essere posta attenzione particolare per ogni anonimo locale, specie se privo di identificativo famoso, specie se fa parte del vernacolare del costruito dei nostri Katundë.

L’Architettura senza architetti tenta di spezzare il nostro limitato concetto di arte del costruire, introducendo il nome non familiare di architettura senza pedigree.

Essa è così poco nota che non abbiamo neppure un nome per lei o di un’etichetta generica, ma possiamo chiamarla dialettale, anonima, spontanea, indigena, rurale, a seconda dei casi.

Naturalmente non entra nello scopo di questo breve fornire una storia concentrata dell’architettura senza pedigree, e neppure una sua tipologia sommaria.

Essa dovrebbe solamente aiutare a liberarci dal nostro ristretto mondo di architetture ufficiali e commerciali, certamente inquadrare l’architettura senza autori, consente di rielaborare il significato di alcuni termini quali architettura “spontanea”, “minore” e “anonima”, operazione utile a definire il contesto di riferimento di questa ricerca che dall’Inghilterra e partita questo agosto.

Il lessico ed una precisazione di significato appaiono obbligatori soprattutto per evitare di dare origine a fraintendimenti o ad usi impropri di termini simili, anche se lo scopo vuole riferirli in Arbër.

È necessario approfondire quei termini che nel tempo sono stati usati, con accezioni molteplici, per descrivere un fenomeno che spesso è stato ridotto al concetto di “spontaneo”.

Nella storia dell’architettura tale aggettivo è stato più volte usato per indicare un linguaggio non accademico, una serie di opere apparentemente povere, legate a contesti locali, costruite con materiali del luogo e tecniche tradizionali.

Il fatto che spesso si sia parlato di architettura spontanea come sinonimo di architettura povera è senz’altro un atteggiamento per delegittimare le opere non riconducibili ad un preciso progettista; ciò avviene sovente perché tali forme architettoniche sono frutto di esperienze stratificate nel tempo, legate ad esigenze primarie che vengono svolte e risolte in modo collettivo, non riconducibili ad una corrente, ad una figura nota, ad un autore.

L’architettura vernacolare è definita come l’architettura tipica tradizionale di un determinato luogo, realizzata secondo le esigenze locale, da costruttori locali senza particolari studi alle spalle e utilizzando prodotti e materie prime locali secondo quello che si ha a disposizione.

L’architettura vernacolare è quindi un modo di costruire attento all’ambiente in cui sorge e alle tradizioni locali, l’aggettivo è una parola latina e compare infatti solo a partire dal XVIII secolo.

Essa non è altro che la pratica del genio locale, che dispone le cose in funzione del territorio su cui si sviluppa e degli abitanti.

Un edificio ideato secondo le tendenze dell’architettura vernacolare segue tre criteri dello sviluppo locale sostenibile (sociale, economico, ambientale) e promuove le attività sociali e professionali all’interno di una identificata area.

Gli immobili sono costruiti servendosi delle risorse disponibili è il vantaggio mira al costruire per essere le più durevoli contro le avversità e le condizioni metereologiche della macroarea in questione.

L’architettura vernacolare partecipa largamente alla rivalorizzazione del patrimonio, iscrivendosi così in un contesto di rispetto dell’ambiente e il clima occupa un posto di rilievo se non il primo a cui mirare, nell’immaginario architettonico, permettendo ad esempio una diminuzione dell’utilizzo di apparati di riscaldamento, mentre il raffrescamento e affidato al sistema murario e dei varchi accesso e controllo delle vie articolate.

Un edificio costruito secondo i principi dell’architettura vernacolare come “un edificio appartenente ad un insieme di costruzioni nate da uno stesso movimento di costruzione o di ricostruzione”, ovvero un insieme di edifici costruiti secondo l’architettura vernacolare è caratteristico non solo dell’epoca durante la quale è stato costruito, ma anche della classe sociale di chi ne ha ordinato la realizzazione.

Fanno parte di questa categoria le Moticellje, le Kalive o Katochi Arbër, di tutta la Regione Storica meridionale, dalla loro origine estrattiva e poi via via sino alla fine del seicento divenute le note case a profferto, i trulli a quadrilatero e dalla copertura conica, costruiti con massi di calcare, provenienti dai campi limitrofi.

Le case della costiera amalfitana e di tutta la costiera campana del tirreno, le case dell’estrema dura spagnola e delle isole del mediterraneo centrale.

Ne capitolo successivo si darà ampio e seguito dettagliato all’argomento, che aprirà un più ampio stato di fatto, per il riconoscimento di alte istituzioni preposte alla tutela della Regione Storica Diffusa degli Arbër e della loro terra di origine, nella grande penisola balcanica del mediterraneo.

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TEMINI DI MEMORIA INTIMA CHE SI RIVERBERANO DAL 28 FEBBRAIO 1985

TEMINI DI MEMORIA INTIMA CHE SI RIVERBERANO DAL 28 FEBBRAIO 1985

Posted on 27 agosto 2023 by admin

Chiesa CodraNAPOLI – (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Se hai capacità di sussurrare agli elevati della Regione Storica con garbo ed educazione, ti risponderanno in lingua Arbër, con racconti di genio locale, così precisi e profondi, sin dove le fondamento poggiano e reggono le cose del nostro Katundë.

A tal proposito va rilevato che l’architettura delle popolazioni rurali, non è stata progettata da architetti o alti designer professionisti, in quanto le comunità, dalle famiglie proprietari si adatta all’ambiente e segue le esigenze della popolazione e del territorio dove è collocata. Per rispondere al caldo dell’estate e il freddo dell’inverno.

In tutto una tipica tradizionale di un determinato luogo, da costruttori locali senza particolari studi alle spalle, utilizzando prodotti e materie prime secondo quello che si ha a disposizione, diventando l’edificato, modo di costruire attento all’ambiente e alle tradizioni locali, che per questo restano preservate. 

Ragion per la quale, saperla udire ed avvertite standole non più lontano dal tuo cuore è il modo per conoscere il resto delle cose, e varcare la soglia dove vive la storia.

Potrai udire i riverberi di quanti li elevarono e vi abitarono, in tutto le verità che manca allo scriba di ogni epoca, o quanti, non avendo misura per ascoltare e, comprendere cosa sia realmente accaduto, lungo lo snodarsi delle rughe, dento gli abituri di porte gemellate a mezza aperta; proprio lì dove l’igiene era compito affidata al tetto quando pioveva, gocce che scandivano lo scorrere del tempo e davano ritmo al conversare antico.

Ed è solo così che potrai comprendere ogni cosa se conosci la lingua e tradurre in forma comprensibile ogni cosa, riferita in battiti di cuore.

Con “le verità di luogo” emergono sin anche le giornate dal 12 e culminate il 18 agosto del 1806, con l’eccidio del Vescovo, un continuo riverbero di trame oscure senza soluzione di continuità iniziato nel 1799, con protagonista primo Pasquale Baffi, tutti episodi di una storia violenza, contro la solida credenza, che nel corso dei secoli è rimata incancellabile nella memoria di tutti i cittadini e impressa nei selciati coperti da catrame e cemento di qui luoghi del centro antico.

Cosi come deve essere memoria ogni episodio che ha visto giovani figure tragicamente mancate agli affetti delle famiglie, da quello storico ‘99 ad oggi e, fuori dalle mura natie.

Di questi, ogni nome e ogni cognome lasciamolo al ricordo e il dolore intimo dei familiari che ricorderanno sempre, tuttavia e. siccome si tratta di ragazzi e ragazze, nel mentre si preparavano alle cose della vita come protagonisti primi, sono diventati memoria velata, per la comunità intera, che oggi preferisce ammirare la trama dei veli evidenziai dalla polvere.

Tuttavia e per cancellare dubbi sarebbe opportuno apporre una stele, con su scolpiti cognomi appuntati e nomi estesi, per la memoria storica del Katundë, quella che appartiene ai suoi abitanti, gli stessi in continuo vagare camminano privi della memoria, delle cose, degli uomini e dei luoghi, oggi sempre più calpestati perché, memoria non  opportunamente mantenuta con rispettosa lucidità, compresa il grafito primo, davanti alla prospettiva violata della bimba appena concepita Adelina,  e mai nata per l’egoismo locale ancora in vita.

Quando avrà termine, egregi e ignari signori il gioco napoletano detto, “delle tre carte”,  onnipresenti devoti, che in base alle poste in gioco ora fanno i buoni poi i cattivi e in fine buttano lacrime al fianco dei poveri malcapitati che credevano di vincere, ma il gioco perverso li vuole sempre perdenti.

Le cose della “nostra storia” sono così e nessuno, mai avrà alcun beneficio civile, religioso o politico, perché poi alla fine troverete sempre uno che sa delle vostre lacrime.

Per questo è inutile associare “arche di stelle colorate” senza misura” thë mesj Jonë!!!!!” il quadro che appare non è certo quello che ogni volta speriamo possa esser giusto, tanto voi non siete artisti, perché come la gretina, avete marinato tutte le fasi sella scolarizzazione.

Attività inopportune e, prive di ragione senso e garbo d’essere; voi così………..,…,…..infangate irripetibili momenti di storia del passato locale, senza mai, prendere atto, dello sbigottimento diffuso specie verso gli onnipresenti documentaristi ormai istituzione, che non approvano queste attività di luogo inopportuni.

Ormai non si allestiscono altro che manifestazioni che ritenere, più volte labili è un complimento, per questo, sarete ricordati come barche, in balia degli eventi, privi di orientamento culturale e ogni genere comune di buon senso o garbo.

Appartenere alla categoria che condisce con grasso che cola, dal genio prescelto, lo stesso che arde vivo per comando occulto, rievocate solamente la isterica Ngulia dell’esaltato Frappitta.

A tal proposito sappiate, che distruggere e umiliare anfratti inermi, storia e uomini è un peccato culturale che nessuna penitenza, potrà mai ripulire, dal male che provocate, sarà inutile poi rivoltarvi nei vostri sogni e chiedere perdono, il risveglio vi dara conferma che il male fatto è stata cosa vera e solo il tempo lungo potrà cancellare.

Le figure eccellenti non sono ingredienti per condire storia a vostro piacimento, anche se d’istituto orchestrato. Esse non sono spezie per condire il vostro soffritto che bolle in angoli storici, mentre il fumo e i vapori prodotti, deturpano memoria.

Non sarà utile integrarlo con il macinato naturale di Stango, millantato come frammento genuino del vostro sapere, perché a ragion veduta è solo fumo dei vostri occhi.

Ormai vi resta solo stendere a terra Miletë, Sutaninë, Sutanërasj, Zoghen, Gipuni, Kesë e Shiale di porpora, immaginando che l’esaltar donne moderne, fa notizia di genere ed esalta i luoghi.

Pretendere di sapere cosa voglia dire, nel gergo militare, stendere a terra gli emblemi identitari, già eseguito oltre oceano senza e ancora averne misura dopo cinque decenni della vergogna conferma lo stato della vostra cultura, immaginata in giogatura alta, a tal proposito sappiate che non appartiene a voi ma al popolo che avreste dovuto rappresentare.

Tuttavia, un merito vi appartiene distintivo, ovvero, quello di accogliere tutti  gli individui capaci di masticare e spargere odio, separare persone, al solo scopo di reprimere iniziative di cui non avrete mai capacità d’intenti privi di cattiveria seminata lungo le rughe davanti le porte degli sheshi, specie se sono luoghi ameni di memoria buona.

Questo vi rende l’esempio primo, della culturale ormai in fase terminale; tuttavia, la cosa ancor più grave sono le figure che vi illuminano, vi orientano e vi esaltano, le uniche delle quali vi fidate senza prendere atto che, quando si accoppiano con voi conservano aghi spacciati per fare ricamo o rammendo, in realtà attrezzi di magia per accecare l’occhio del cuore e della mente che spargerà gocce di sangue in pena.

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È IL TURNO DELLA “SCUOLA” DI PALAZZO GRAVINA E, DELL’ALLIEVO DI LUNGO CORSO ARBËR (Arrëvoj moti i zhotjtë thë nghëruiturat me krje Arbër)

È IL TURNO DELLA “SCUOLA” DI PALAZZO GRAVINA E, DELL’ALLIEVO DI LUNGO CORSO ARBËR (Arrëvoj moti i zhotjtë thë nghëruiturat me krje Arbër)

Posted on 05 agosto 2023 by admin

CatturaNapoli Adriano

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – La Facoltà di Architettura dell’Università Federico II, ha la sua sede storica in Palazzo Gravina di Napoli, è proprio qui in questo anfratto partenopeo, dove un tempo si estendevano le proprietà della basilica di Santa Chiara, nasce la prima indagine del “Genius Loci Arbanon” e, la storia del ricercatore Arbanon per i nuovi stati di fatto mai indagati.

È in questo elevato, grazie a eccellenti maestri di antica radice, i soli in grado di tramandare, tasselli essenziali ed irripetibili, per la tutela del costruito storico, agli allievi, migliori perché mai distratti.

Tramandando un modello di comportamento nell’indagare, in prima analisi generale, poi di confronto degli elementi finiti, in seguito connettere e articolare per costruire la tessitura più solida per sostenere il progetto, con sostanze del passato, del presente, a garanzia dell’isostatico futuro.

Sino a quando avremo ancora vivo il “solitario ceppo con le radici profonde”, è confermata la speranza che si possano innestare i germogli citati e, ottenere fusto, rami, fiori e frutti, di solida essenza Olivetara.

Oggi restano vive le nozioni riverberatesi nel cortile di Palazzo Gravina, che coprivano sin anche il riecheggiare di fastidiosi suonatori senza voglia di studiare, diversamente da quanti restavano irremovibili e attenti alle lezioni in corso.

Solo questi acquisirono i principi antichi, poi riversati anche nelle trame del costruito storico dei Kalabanon, Arbërj e Arbanon, dallo scrivente sempre vigile e presente, perché la scelta era stata per passione.

Sono queste nozioni solide e inossidabili, in seguito poste a germoglio buono, grazie ai casati cattedratici dell’eccellenza partenopea, quali: Alisio, Bove, Bisogni, Cantone, Capobianco, Cardarelli, Casiello, Cocchia, Distefano, De Felice, De Fez, De Seta, Fusco, Giura, Renna, Rubino, Vitale e altri, tutti Professori appartenenti, all’olimpo della ricerca, e tutti assieme sapevano far distinguere e dare valore al costruito storico, fedele al luogo naturale e utile agli uomini.

E un loro allievo con questo bagaglio di sapere, per l’attività svolta, ha iniziato innestare, i germogli conservati nello scrigno, della Regione storica diffusa degli Arbër, che non sono espressione di lamento in lingua altra, ma principi di azioni, fondamentali per tramandare le cose di tutti gli Arbër, ovvero di quanti, vissero serenamente con sacrificio e dedizione.

Se non fosse stato per questi grandi maestri della “SCUOLA” di Palazzo Gravina e, i principi di studio per il buon progetto di tutela, in campo di indagine storica, opera prima di tempo e genio locale, dal 1977 al 1982, seguito dal tirocinio nelle botteghe dei citati maestri/e, (imposti per risparmiare danaro a favore di germanici), oggi gli Arbër non avrebbero avuto chi potrebbe innestasse, molto più di una “lingua altra”.

Per questo la ricerca in lingua altra va caricata a dorso d’asino e portati nelle stalle dei mittenti perché prive di criteri del continuo, con aggiunte stilistiche, demolizioni di edifici per fini veicolabili o falsi valori ambientali anche modesti.

Per non parlare del “diradamento” o “isolamento” dei monumentali, attuati con violentando il tessuto edilizio, con le appariscenti coloriture romaniche, di superfici e infissi, delle antiche prospettive, per questo si affermano gli interventi di risanamento conservativo, basati su una preliminare profonda valutazione di carattere storico-critico, essenzialmente consistere in:

  1. a) consolidamento e tutela delle strutture essenziali degli edifici;
  2. b) eliminazione delle recenti sovrastrutture a carattere utilitario dannose all’ambiente ed all’igiene;
  3. c) ricomposizione delle unità immobiliari per ottenere abitazioni funzionali ed igieniche, dotate di adeguati impianti e servizi igienici, o altre destinazioni per attività economiche o pubbliche o per attrezzature di modesta entità compatibili con l’ambiente, conservando al tempo stesso vani ed elementi interni ai quali l’indagine storico-critica abbia attribuito un valore;
  4. d) restituzione, ove possibile, degli spazi liberi storicamente destinati a giardino ed orto;
  5. e) istituzione dei vincoli di intangibilità e di non edificazione o superfetazioni invasive.

Tutto questo, come definito nelle attività della carta di Gubbio, do si ravvisava, già da allora la necessità della valutazione storico-critica, secondo omogeneità di giudizi, affidata ad una commissione di alto livello formativo, da affidare ai professionisti qualificati, in tutto per avere stretta connessione con la commissione regionale dei Piani Regolatori, distribuendo così uniformità di intervento.

Tutto questo per liberare il territorio da interpretazioni di funzionari acerbi e senza, capacità intuito e vedute ambientali in continuità con la storia dei luoghi

Ma ce di più e, lascia a dir poco perplessi gli studiosi, sono, le lacune di innesto moderno tramandate di generazione in generazione, le quali invece di sollevare indignazione diffusa, sono vanto folclorico, scambiata per  eccellenza locale, in fine esposte come architettura parlante di una non meglio identificata arte.

Infatti il popolo più longevo del vecchio continente, distintosi per millenni per le solide attitudini identitarie, non è concepibili sintetizzarlo al mero dell’abuso edilizio come esercizio, o nella compilazione alfabetica, quando basterebbe guardarsi dento e scoprire, un codice alfanumerico, ripetuto perennemente dai battiti del cuore e memorizzato nella mente, di chi nasce Arbanon.

Sono i luminari, di cultura che dalle cattedre di Palazzo Gravina, hanno seminato perle di saggezza e, tutte assieme contribuiscono oggi a leggere, l’Ambiente naturale dei Katundë, secondo lo scorrere lento della storia di ieri, di oggi e dei domani.

È da Palazzo Gravina che parte, per la prima volta, un nuovo stato di fatto per leggere con attività di studio, pluri temi, i trascorsi e le eccellenze della popolazione Arbanon, particolarmente, partecipi, alla storia del mediterraneo, senza mai smarrire la consuetudine murata dai cuori e le menti dei suoi figli.

Sono sempre loro a non temere il tempo, tramandando la fede della promessa data, il genio seminato negli ambiti attraversati, bonificati per poi essere vissuti, in fraterna vicinanza con gli indigeni.

Parlare evidenziando, storia, fatti, cose tangibili e intangibili, oltre al genio locale degli Arbanon, non è cosa semplice e alla portata di comuni figure o esperti mai emigrati fuori dall’orto botanico familiare.

Onde evitare ciò, è bene precisare che prima di ogni altra cosa, è opportuno essere cresciuti all’interna di una famiglia di radice Arbanon e, per affermare sé stessi e la propria discendenza, deve aver vissuto di suoni, sudori e conquiste, ottenute, ascoltando dai tempi delle fasce, la zappa che sfrega sulla terra, quando era il momento di seminare, mentre in fasce, si cresceva sotto l’ombra degli ulivi o tra i filari delle viti.

Se questi suoni prodotti dal metallo quando separa la terra, non sono stati ascoltati, assieme al crepitio delle radici che si facevano la strada per germogliare; è il caso di fare altro, evitando così di allestire alfabetari per danno.

Scrivere la storia con protagonisti luoghi cose e uomini delle terre della penisola italiana, dalla parte meridionale, in continua allerta mussulmana, non può esimersi dal parlare di popoli alla ricerca di luoghi per fare famiglia, in tutto l’ambito ideale per vivere e progredire in simbiosi con la natura, quella più mite del mediterraneo.

L’elenco di queste genti in perenne movimento, pone in evidenza proprio gli Arbanon, nati non per reprimere, sottomettere o conquistare le terre di altri simili, ma l’esclusivo piacere di avere il privilegio di essere presenti e poter vedere sorgere, illuminare e tramontare, il sole più buono le terre più miti per l’uomo.

Di questa popolazione e sono molteplici, in questo breve, si vogliono esporre le cose e i fatti che hanno visto protagonista la minoranza indoeuropea più radicata del vecchio continente, ovvero gli Arbër, gli stessi ad aver vissuto le terre dei Balcani prospicenti l’Adriatico e confinanti con i Greci.

In tutto, essi sono i discendenti primi dalla frammentazione dell’originario popolo protoindoeuropeo, imparentati dal condividere, oltre al patrimonio linguistico, anche numerosi tratti sociopolitici, religiosi e culturali.

Costituiscono per questo la parte più genuina dei popoli d’Europa, storicamente fedeli al principio di non sovrapporsi ad altre genti e, né avere privilegi o incutere soprusi contro quanti già presenti.

Essi amano gli ambiti naturali per depositarvi la propria arte, la consuetudine, la credenza e tutte le cose genuine, perché genti di una fioritura comune, inclini a sostenere la natura del luogo e la propria specie.

È noto un principio, secondo il quale, bisogna avere il coraggio per essere critici costruttivi verso le cose che si amano, solo così si diventa guida, via maestra, cammino sicuro per le nuove generazioni.

Chi è legato alla storia dei luoghi natii o di adozione, non deve esimersi da questo obbligo, specie se l’argomento tratta delle eccellenti figure, la complessità dei sanciti che definisce gli elevati storici, il patto per il mutuo soccorso, espressi e ripetuti a torto dai fascicolatori seriali, che fanno “la coda” perché frequentano gli archivi.

Per iniziare e parlare degli accadimenti centrali, il punto di partenza degli oltre cento agglomerati urbani, non può che essere il XIII° secolo.

E’ ad iniziare  questo intervallo che si dispongono e si sviluppano gli agglomerati urbani e, prendono forma le macro aree secondo parallelismi, di memoria importata dalla terra di origine.

Iniziare è opportuno avviare lo studio con l’analizzare la città di Napoli, notoriamente nota per l’impianto greco romano, senza poi mai continuare ad approfondire la regolarità del cielo, la terra da quello che non appare.

In altre parole gli ordini popolani allocati tra la via Furcillense e il mare, la strada che in maniera a dir poco edificante viene banalmente definita Spaccanapoli.

In definitiva un’impinto urbano con la radice greca a cui sono state sovrapposte nelle varie epoche modelli romani, in continua evoluzione di forma dalla collina di Caponapoli sino alla Furcillense e poi da questa nel costone sino al mare con temi arabo bizantini.

Un banco tufaceo ricoperto da una coltre di lapilli puteolani e vesuviani, stratificazioni databili secondo le eruzioni vulcaniche, che le popolazioni subivano con caparbia devozione ricostruivano i mutevoli scenari in elevato.

Allo stato mancando precise notizie attribuite alla introduzione del culto religioso in Grecia, è da supporre che le colonie delle diverse nazioni si stabilirono in comune accordo, avesse­ro ciascuna le Guida e le cerimonie religiose del proprio paese, di modo che venisse col tempo a creare un sistema distribuito, secondo cui le varie parti di memoria, in: Celesti, Terrestri, ed Infernali:

i primi si chiamavano (Epurami), abitatori del Cielo, (Athanati) immortali;

i secondi, abitatori della terra, (Eroes) Eroi;

gli ultimi, sotterranei i terminati (Limès) Frontiera.

Una volta riconosciuta e individuata la progressione medesima, si calcolavano le porzioni territoriali, adibiti a credenza, radice, difesa, sostenibilità.

Dopo questa breve premessa, indispensabile a definisce il centro antico dell’originario sito, da cui estrapolare elementi utili per comprendere quali siano state le direttrici di sviluppo, successivi all’originario impianto greco a cui ebbero seguito disposizioni romane, bizantine o egizie/arabe, senza mai sfuggire al vigile controllo, delle due Aquile bicipiti che dominano e definiscono tutti i confini.

Due aquile che guardano a Nord e a Sud, limitando l’Est e l’Ovest, col il proprio corpo orgogliosamente esposto nei punti strategici pronti a generare stradioti.

Partendo dalle tre direttrici storiche che seguendo il sole da est a ovest, organizzano la citta di primo insediamento con i regolarissimi cardini, che se pur detti di matrice romana erano organizzati secondo consuetudini greche.

I tre decumani che rappresentano i solstizi dell’anno solare, originariamente raccontavano lo sviluppo del centro antico ovvero, la Strada della Somma Piazza, il superiore; la strada del Sole e della Luna il centrale e La via Furcillense l’inferiore, tre decumani, storicamente presenti a definire e dividere i dettami del Cielo della Terra e del Termine.

Tre limes che dividono citta la parte Greca, dalla Romana, da quella inferiore, dopo la Furcillense sino al mare, di estrazione rispettivamente Bizantina, Alessandrina e Araba.

E lo studio di queste epoche Partenopee, che riversata nelle macro aree delle sette regioni del meridione uniformano, l’edificato urbano dei cento Katundë Arbër, compreso la capitale Napoli.

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USANO COME LAVAGNE PER SCARABOCCHIARE LE CORTINE EDILIZIE DEI CENTRI ANTICHI E DICONO SIA CULTURA (Quando nella Gjitonia si esagerava con le cose e i giochi, dietro i fiori di una finestra si udiva dire: Ezi e bëni porcaritë ka Gjitonia juei, ndësè e kini, gnë mosë ezni ndë pistë e digjiani)

USANO COME LAVAGNE PER SCARABOCCHIARE LE CORTINE EDILIZIE DEI CENTRI ANTICHI E DICONO SIA CULTURA (Quando nella Gjitonia si esagerava con le cose e i giochi, dietro i fiori di una finestra si udiva dire: Ezi e bëni porcaritë ka Gjitonia juei, ndësè e kini, gnë mosë ezni ndë pistë e digjiani)

Posted on 06 aprile 2023 by admin

Colore

NAPOLI (Atanasio Pizzi Basile) – Gli istituti e le istituzioni preposte alla salvaguardia della regione storica, perché poco attente alla conoscenza utile per le minimali cose da valorizzare, maliziosamente, hanno taciuto dando valore con men­daci ed ingrate osservazioni, di alcuni stranieri non parlanti, non potendo sfug­gire dalle nebbie, le miserie, e le turbolenze delle loro contrade, non hanno avuto, per questo, modi di trovare altrove agio, sanità e quiete, sotto questo amenissimo clima proposto con la pro­tezione delle maliziose regole, nate per valorizzare le cose migliori che avrebbero dovuto onorarci con tutta l’umanità.

Purtroppo così non avviene, perché siccome i preposti, furono scelti tutti di piccola statura, una volta saliti in cattedra hanno scambiato il loro ruolo immaginandolo campanile.

Purtroppo così non avviene, perché siccome i preposti, furono scelti tutti di piccola statura, una volta saliti in cattedra hanno scambiato il loro ruolo immaginandolo campanile.

A rivendicare dunque il decoro della nostra ingiustamente malmenata patria, rendeva necessario un sito come Scesci i Passionatit che in  forma di manuale, ne met­tesse con chiara  parsimonia lo stato fisico e morale di ogni cosa e figura, in modo che anche uno svagato lettore che vo­glia solo deliziarsi di materiali, curiosità e avvenimenti, sia co­stretto suo malgrado, a conoscere la parte morale, e trovi  nello stesso tempo quelle notizie che possano avere un posto sicuro, rendendo facile l’acquisire di tutte le comodità dilettevoli della storia e le cose Arbër.

Tale scopo si vuole giunge col presente lavoro e siate voi tutti giudici, o pubblico imparziale.

Se si esamina la storia degli interventi urbanistici nei “Centri Antichi IN Regione Storica”, si ha la misura di come in queste latitudini, le basi del restauro siano stati argomento mai approdato, così come l’analisi delle “tipologie edilizie” e ancor meno le direttive dei piani del colore, tutti indispensabili, per difendere questi ambiti irripetibili della storia del Mediterraneo.

Vero è che ha preso scena l’interesse del colore, non per valorizzare ripristinando lo stato storico dei fondamentali identificativi per valorizzare li luogo, ma si persegue il mero raffigurato, oltremodo, in contrasto con le leggi del buon senso, ignoto sin anche ai preposti d’ambito.

È palese constatare che nell’immagine comune, gli edifici del centro antico devono rinnovarsi, grave diventa non tener conto della radicata tradizione costruttiva e formale, che in passato ha caratterizzato l’ambiente e lo scenario urbano.

II gusto si evolve ma, soprattutto, mutano i processi produttivi in edilizia, mirando sempre più alla riduzione dei tempi di lavorazioni c dci costi, ormai uniformati ogni cosa e soprattutto luogo.

Tale esigenza va in contrasto con l’istanza di conservazione dell’immagine tradizionale e consolidata locale, di un ben identificato centro antico e, come ormai, diventata consuetudine, tendere a semplificare ulteriormente il linguaggio storico delle facciate, trasfigurando completamente il volto del costruito.

Ad esempio, in pochi anni molti edifici ottocenteschi riccamente decorati e colorati con tre differenti tinte di coronamento, allo scopo di esaltarne i valori plastici, sono stati oggetto di pittura, come gli stessi balconi e finestre, concepite per l’affaccio sulla strada e l’esposizione all’aperto di piante ornamentali, sono stati manomessi perdendo ogni valore di filtro tra l’interno dell’abitazione privata e lo spazio pubblico.

Molti altri esempi di alterazione delle caratteristiche architettoniche e decorative delle facciate potrebbero essere citati, ma è sotto lo sguardo di tutti la metamorfosi esteriore del centro abitato a causa di iniziative molto spesso di carattere individuale,

Tuttavia, addentrandoci nel nocciolo della questione e osservando il clima culturale odierno, ci si rende conto, che questo tema non ha mai raggiunto la maturità teorico-disciplinare, che potesse, dopo tante esperienze negative di varia natura, dar luogo almeno un barlume di ragione utile a sollecitare le oscure menti preposte, che preferiscono, prospettive diseducative di blasfemia se non addirittura mussulmana credenza.

La realtà dei fatti resta stesa alla luce del sole, in prospettiva storta, con le inopportune esibizioni di “non arte”; violenza gratuita verso, gli inanimati elevati, in altre parole gli inermi e statici paramenti pronti ad accogliere, o meglio subire questi messaggi a dir poco inutili.

Infatti sono gli stessi cittadini e proprietari utenti, a cui vanno aggiunti i turisti della breve sosta, che restano confusi alla vista dei concetti raffigurati di finitura, senza testa, corpo, ma dell’apparire di una coda che stridula o meglio raglia arte in strada quando è troppo tardi per tornare a casa.

Ancora oggi, infatti, la redazione di un Piano del Colore, a queste latitudini apparentemente mediterranee è un argomento ignoto, specie per gli innumerevoli dissacratori di pareti, che qui corrono scellerati, poi se il consenso arriva con il mutismo è anche degli uffici preposti, spinti dal comune disinteresse verso la tutela della storia, l’argomento assume le sembianze di emergenza sociale, a cui porre rimedio e rispondere con energico disappunto.

Ciò che ad oggi sfugge è il dato che l’abuso artistico cosi realizzato, sia dal punto di vista burocratico per le prassi edilizie private violate, potrebbe diventare un balzello civile e penale non irrilevante.

Se a questo sommiamo il dato inconfutabile che ostinandosi a compromettere superfici di muratura e imbrattare manufatti lignei, come infissi, porte finestre e lucernai, difficilmente le attività di recupero o restauro moderno, poco potranno fare se non compromettere ancora di più, con il pigmento anomalo sparso sulle superfici lignee e gli elevati storici del costruito.

Ma non è nemmeno raro imbattersi in atteggiamenti opposti, laddove il cittadino avverte che qualcosa non va, per questo riassume il disagio con una sentenza sbrigativa, rivolta a questo o quell’imbrattamento, dicendo per esempio che “è come un pugno in un occhio”, ma non basta, come sono inutili azioni di ribellione popolare, come parole indirizzate al vento che porta via, specie se rivolti alle istituzioni che nel contempo immaginano cose, di lumi d’ignoto a venire.

La radice di colore dei centri storici del meridione e specie dei paesi elevati dal XIII secolo, nasce dai rudimentali elevati, di primo insediamento, per questo, fare un’analisi specifica di luogo ed elementi naturali tipici, fornisce un quadro d’insieme pittorico, secondo il quale l’esigenza primaria degli abitanti di queste colline fu di mimetizzarsi, il più possibile, realizzando parallelismi cromatici con l’ambiente naturale e, per lo scopo assunse il ruolo di murazione ideale prima, per quanti trovarono luogo in queste colline boschive, agli albori del Età Moderna.

Paesi che si affacciano con discrezione sulla valle del Crati, offrendo gradevoli prospettive, attraverso le quali si poteva assistere al miracolo dell’apparizione notturna e della sparizione diurna.

Montuosità che per la forma dei suoi antichi canaloni, assumeva le sembianze di elefanti mastodontici, che voltavano le spalle al Crati per andare sulle rive del Tirreno.

Lo stesso fenomeno si verificava nel declivio della preSila Greca, un sistema di paesi o meglio Katundë, disposti a quote ragguardevoli e sicure, che per incanto sparivano alla visione diurna e apparivano con le fioche e tremolanti luci rossastre al calar del sole.

Oggi tutto questo non esiste più e se si va per panorami tra le colline a destra o a sinistra del fiume Crati, si possono individuare e riconoscere paesi ad oltre venti chilometri, a vista d’occhio, e pure senza occhiali, per le inopportune pigmentazioni, per non aprire pena verso le inadatte coperture.

Le pigmentazioni del nuovo costruito, per così dire, di radice pompeiana o addirittura a impronta d’arlecchino, priva di senso e di colore, va oltre i limiti della riservata decenza, che nel secolo scorso era ancora cultura, anzi oserei dire, un modello di convivenza e rispetto dell’ambiente naturale.

Tutto ciò che un tempo rappresentava la fioritura naturale di un ben identificato costruito, nel corso delle stagioni, nei Paesi, Katundë, o Frazione ha perso ogni sia connotazione per le finalità di convivenza ambientali e naturali.

Il genio degli abitanti che vivevano questi luoghi, ha ispirato sin anche il sancito dell’articolo nove della Costituzione Italiana, sono stati proprio questi ambiti ad ispirare chi dispose le basi e colse i germogli indispensabili a questo fondamentale pezzo della Costituzione del bel paese Italia.

Il colore dei numerosi centri antichi detti minori, è un esperimento naturale, che nasce dalle esigenze degli abitanti, sin dalla notte di tempi.

A ben vedere, mentre chi si insediava nelle isole o nella terra ferma a ridosso delle vie del mare, rendeva visibili il luogo abitativo, con colori forti ed appariscenti, una sorta di faro diurno per tornare a casa.

Diversamente da quanti si insediavano tra le colline e costruivano le case, cercando un compromesso tra gli elevati composti di elementi naturali locali di pigmentazione, realizzando una sorta di parallelo con lo stato agreste di fioritura d’aree.

Questo dà ragione ai numerosi elevati di pietra locale alettate e rifinite con impasto di calce, sabia torrentizia calcarea e argilla, utilizzata poi anche per dare continuità e coloritura muraria all’esterno.

Cosi come i coppi di copertura a doppia regola, realizzate con argille rossastre locali e poi infornate con scarse temperature, il fenomeno serviva a far germogliare in estate particolari muschi, che germogliavano il parallelismo cromatici della lamia di displuvio, con il contesto arboreo circostante.

Questo spiega anche il fenomeno di poca visibilità a distanza dei centri abitati di giorno e poi di notte, con le luminarie, apparire come miraggio collinare.

Per questo sostituire tetti con inadatti apparati moderno lamellari, dipingere momenti di vita e corredi, sulle superfici dei riservati elevati di luogo, diventa un esperimento senza senso e rispetto della storica consuetudine locale, ma quello che più duole si interrompe una volontà antica, la stessa che oggi potrebbero essere il vanto identificativo che magari, “i Borghi medioevali non hanno e ne avranno mai per costituzione formale”.

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Ma questa appena accennata è un’altra storia, ancor più amara, che tratta di Case favellanti, Minareti, Camini, Gjitonia, Scesci, o suonatori la Baglama seduti sulle resta delle colonne greche, uno scenario anomalo e ben lontano “thè mesi” materno, preferito dalle giovani leve al pitturarsi di Arberia.

 

 

P.S. non si dice Qendër, ma Mesë o Mesj chi non lo sa, si informi prima di scriverlo e mettersi al centro della tavola, sopra il ricamato a uncinetto, che non è un palco e ne una cattedra, ma solo un componimento casalingo per quando arrivano ospiti a ubriacarsi di vino.

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I CENTRI ANTICHI NICCHIE STORICHE DI ARCHITETTURA MINORE

I CENTRI ANTICHI NICCHIE STORICHE DI ARCHITETTURA MINORE

Posted on 31 luglio 2022 by admin

12040463NAPOLI ( di Atanasio Pizzi Basile ) – Trattare il tema dell’Architettura Minore, non è un argomento semplice, perché nasce dal riassunto popolare, di quanti si sono adoperati ad estrapolare moduli abitativi dal costruito Maggiore.

Si può desumere che il costruito minore, rappresenta il sotto bosco, cui è attribuito il carattere identitario di case in continua evoluzione a partire dall’agro appena bonificato e pronto a germogliare.

L’insieme si potrebbe raffigurare a un bosco, dove gli elementi finiti, sono gli alberi ad alto fusto e tutto l’insieme in fioritura, specie quello prossimo alle superfici terrene si usa considerarle priva di valore e per questo mira di stravolgimenti, a favore dei sovrastati; “alberi di alto fusto l’Architettura Maggiore, la più emblematica e rappresentativa; il sottobosco con gli elementi più prossimi alle superfici calpestabile, l’Architettura Minore”.

Il sostantivo calpestabile, è stato volutamente usato, in quanto dalla nascita delle architetture minori, nulla è stato realizzato per la tutela di questi storici manufatti, nonostante il gran  numero innalzati, lamentava l’urgenza di istituire un catalogo utile a definirne epoche, volontà, ruoli e materiali.

Creare un’istituzione con finalità di predisporre attività, che  possano considerare storico non solo i palazzotti nobiliari nel suo insieme, ma la parte più intima , ovvero quella fondante il manufatto, nel corso della storia e la sua lenta crescita formale come ci appaiono oggi.

A tal proposito sarebbe stato utile aprire un nuovo stato di fatto in rilievo, grafico, materico e distributivo, che potesse rendere chiaro ai tecnici, le imprese e gli operatori e istituzioni locali, per evitare manomissioni gratuite, dello storico sottobosco.

Le ricerche, i rilievi avrebbero illustrato le tecniche di edificazione, gli elementi, i materiali e le malte utilizzate; gli schemi distributivi dell’edilizia residenziale povera, ossia le tradizioni costruttive in  equilibrio con i  luoghi e le disponibilità  abitative di quel tempo e in un ben identificato luogo

Ciò che resta dell’architettura della tradizione originaria, oggi rappresenta la parte essenziale dei piccoli centri antichi; il risultato storico di misure e proporzioni lente, dettate dallo scorrere dei secoli è per questo parte immortale.

L’edificato storico doveva rispondere alle minimali esigenze di abitabilità, non superava la doppia decina di metri quadri, la cui forma e sostanza, in pochi decenni ha mutato radicalmente il paesaggio storico, essendo stata sottoposto a carichi o sollecitazioni indicibili, le stesse che a ben vedere, di gran lunga superiori alle ragionevoli sollecitazioni di laboratorio, che i tecnici sono  abituati a riconoscere come benevole.

In altre parole, modeste abitazioni nate in forma di aggregati lineari o articolati in radice estrattiva, la cui consistenza non andava oltre il piano terra con l’aggiunta di un piano superiore, oggi diventate le fondamenta di costruzioni a tre, quattro livelli, con solai in cemento armato le di cui murature sono sollecitate da carichi spingenti di coperture,  mutando pesantemente la sostanza costruttiva e il paesaggio; carichi fisici e forme innaturali  riconducibili a espressione di luogo, non più compatibili in sicurezza.

Quella che oggi non ha più il ruolo di sottobosco, il costruito minore, è stato trasformato nel corso di alcuni decenni, in forma moderna residenziale, l’edilizia degli alloggi a costo irrisorio, economia a scapito dei rudimentali e originari elevati esistenti, le fondamenta di edifici destinati ad attività più moderne e complesse, in tutto,  strutture povere, senza alcun fronte estetico e materico in risposta alle sollecitazioni della statica e della dinamica.

“L’Architettura minore”, definita attraverso il Novecento, oggi vive dentro  i manufatti o insiemi, i quali è attribuito il ruolo di ambiente dei monumenti, “l’Architettura Maggiore”.

Mettere a fuoco i possibili significati che l’espressione “architettura minore” è un modo per rispondere al tema dell’equazione identificazione/tutela di un modello costruttivo sviluppatosi nel corso di  secoli.

Per terminare questa diplomatica sul costruito minore,  urge analizzare con dovizia di particolari gli  ambiti costruiti e modificati come oggi si presentano, attraverso , studi, comparazioni, analisi e progetti a scala diversa, fino alle proposte per affinare le tecniche di intervento, con lo scopo di ridurre l’impatto delle trasformazioni in disaccordo dell’uso, la cui risposta potrebbe mancare ai parametri di sicurezza e abitabilità  degli abitanti o dei turisti di breve durata.

Le architetture minori e il loro percorso evolutivo specie nei piccoli centri storici, sono un’emergenza latente, che va indagata con metodo; le amministrazioni responsabili, invece di adoperarsi in attività di accoglienza estiva a dir poco fuori luogo, celandosi dietro i paraventi dell’accoglienza culturale, dovrebbero attivarsi a indagare cosa sia stato caricato su quelle murature del passato.

Non è tempo più di fare i bimbi viziati, che vedendo i propri genitori capaci di camminare, caricano sulle spalle pesi che un tempo non si sarebbero affidati, neanche al mulo di Don Eugenio, il più robusto e caparbio mulo del paese, che oltre misura lui in quanto mulo scalciava, spezzando le corde di carico del basto, cosa che non possono fare le architetture dette minori.

Quando poi tutto sfugge di mano, è inutile chiamare antropologi confusi e senza ragione culturale, che non sapendo cosa dire, argomentano l’utilità di tutelare le processioni storiche, mentre la politica si attivano a demolire il paese, per prassi  economica condivisa.

È inutile rendere responsabile della culturali il mulo di Don Eugenio, il meschino resta sempre un mulo e più della sua forza bruta nulla può aggiungere; non gli si può chiedere disegni di prospettiva di chiese con minareti, o muri con finti panni stesi al sole, mentre quelli veri li indossa ancora sporchi Don Eugenio.

I centri storici minori, specie quelli di essenza etnica, non hanno bisogno di attrattori pittorici o grafiti di altre culture, per fare turismo e attività ricettive, in quanto, gli sheshi storici devono essere colmati  di consuetudini, ovvero i romanzi, a cui ogni figura del luogo, senza escludere nessuno, possono fornire elementi utili a innalzare i parametri economici grazie al ricordo locale delle figure più emblematiche che vi lasciarono storia.

Il ricordo quello che la minoranza festeggia a maggio con le valje, il momento più alto dedicato al costumi e la credenze, le stesse che  da millenni, senza l’ausilio della scrittura o di altro prodotto, che non sia il cuore e la mente, fanno parte del nostro essere minori.

I paesi di regione storica hanno solo urgenza di essere vissuti per tutelare i luoghi ameni; non serve, l’ausilio dei segni, per ricordare e comprendere la propria natura o il proprio passato, altrimenti a breve, viste le capacità di dialogo “litirë”, finiranno tutti per raccontare e disegnare realtà inesistente, riportate dagli ultimi che qui vi transitano per essersi smarriti in campagna perché non sapevano nulla fare.

Gli abitanti di un ben identificato centro antico, conservano autonomamente la propria memoria storica e nonostante tutto, hanno solide riserve di autonomia, quelle che li rende gente unica, perché in grado di uscire da casa e fare vita sociale, come usavano i nonni che per dare luce alle modeste case del sottobosco, usavano la calce e coprivano il fumo nero accumulato nel corso dei freddi inverni, gli stessi che iniziavano a oscurare le prospettive , ma solo all’interno delle case.

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REGIONE STORICA ARBËRESHË FIGLIA UNICA DELL’IMPERO CON CAPITALE COSTANTINOPOLI

REGIONE STORICA ARBËRESHË FIGLIA UNICA DELL’IMPERO CON CAPITALE COSTANTINOPOLI

Posted on 13 febbraio 2022 by admin

213725595_138178398424219_5901055145669427821_nNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Lungo il fiume Adriatico prima che sfoci nel mare jonio, dalla metà del XIII secolo ai primi decenni del XVI, le terre del meridione italiano, diventarono luogo parallelo di accoglienza dei principi, dei fondamenti e delle credenze che sostennero l’impero, sino a quando la capitale fu Costantinopoli.

Quel patrimonio sociale di credenze e consuetudini, unico e irripetibile, venne affidato alle genti che andranno a disporsi in quella che oggi s’identifica come Regione storica diffusa Arbëreshë.

Queste antiche terre che si insinuano nel bacino del mediterraneo, notoriamente considerate il banco di prova diffuso di tutti i popoli del vecchio continente, alla spasmodica ricerca di luoghi dove predisporre principi, cose e valori sostenibili per una lungimirante convivenza.

Ogni gruppo, una volta approdato in questo paradiso mediterraneo, predispose e segnò quelle terre con attività e cose in comune convivenza con la natura, escludendo tra questi l’impero romano quando la capitale era allocata nelle odierno terre laziali, tuttavia tutti gli altri, senza colpo ferire, innestarono germogli e temi per una seconda opportunità sostenibile,  realizzando modelli abitativi, sostenuti dai valori religiosi, quali, Romitori, Chiese, Oratori e complessi monastici.

Dell’Italia, a tale scopo e in maniera più attiva, nel periodo su citato, fu scelta la lingua di terra meridionale, diventa l’ambiente fertile per innestare le radici evolute nell’oriente bizantino, il cui interesse prioritario nel corso del tramonto dell’impero mirava a tutelare i valori di credenza iconografica della cultura di credenza, oggi ancora vivo nonostante le tante evoluzioni dello scorrere del  tempo e alle cose degli uomini.

Ritenere oggi, che i valori tutelati dalle genti della Regione Storica Diffusa Arbëreshë, possano esse alchimia idiomatica  innestata in un banalissimo sostantivo fuori luogo e tempo, è un errore a dir poco infantile e non più tollerabile.

Far risalire questo patrimonio vivo e indelebile in sette regioni, raggruppanti oltre cento paesi, in ventuno macro aree, ritenendoli il frutto  proveniente da la Luna, o  battaglie contro i mulini a vento di Donchisciotte della Mangia e Saggio Panza,  terminando nei banali  valorizzatori estivi, i quali, invece di migliorare la qualità della ricerca, inquinano e rallentano il corso della conoscenza, devastando documenti cose, case e fatti.

Non può essere più tollerato da nessuna figura politica, istituzione, civile e religiosa, perennemente raggirati  dalle cose de la Luna, di Saggia panza e dalla Mangia kisciottesca e dei tematici termo valorizzatori che bruciano ogni cosa.

Allo stato delle cose e per evitare che le ilarità culturali dilaghino e prima che diventino piena incontenibile, che infanga ogni limpida cosa, è bene porre fine a questo fenomeno apponendo a difesa della cultura una nuova generazione, barriera ideale, di figure competenti, capaci e motivati con temi idonei, per assumersi la responsabilità storica di tutela, con senso e grado il patrimonio della regione storica.

È tempo di avere consapevolezza delle cose vere che appartengono e fanno parte della regione storica, le quali, di sovente sono sottovalutate, per far brillare campanili in forma di camini, senza rendersi conto che ironicamente, il genio della pittura in pellegrinaggio, li ha riproposti in forma di minareto turco-fono; l’antica deriva culturale da cui gli arbëreshë vennero nominati per sfuggire per salvare la radice.

Adesso si battono i tempi post pandemici, che vorrebbero riavviare l’economia, secondo i dettami della ripresa e resilienza locale, una nuova deriva economica posta in essere a dir poco gratuitamente, questa se non idoneamente valutata, potrebbe rivelarsi pericolosa, se applicata senza le dovute cautele storiche, come già successo durante la delocalizzazione in monte Mula, questa infatti venne attuata senza aver scritto un rigo della radice storica arbëreshë.

Spetta alle persone munite di senso di sopravvivenza storica, predisporre misure temi e contenuti in forza della tutela del patrimonio che non è solo della regione storica, ma del genere umano intero, specie quello antico del mediterraneo che è stato sempre la fiamma per orientarsi.

Questa non è una questiono tra il tempo grande e il tempo piccolo, questo è il momento di tutelare un patrimoni inestimabile, quello vero e non quello dei personaggi misere, capaci di tradire caparbiamente fratelli arbëreshë o addirittura scambiare camini per minareti perché lo vociferano le architetture parlanti con vesti abusive e cancerogene degli anni sessanta del secolo scorso.

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COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

Posted on 11 giugno 2021 by admin

PieronNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Per produrre un itinerario coerente tra passato, presente e futuro. di una identificata regione storica, sottoposta a riqualificazione per esigenze, di rilancio del territorio, che vive le incontrollate manomissioni per cause indotte o naturali; occorre predisporre una capillare indagine locale per le fondamenta, in campo storico, antropologico, sociale, geologico e le arti poste in essere dagli indigeni locali.

Ciò va svolto in ordine di procedure rispettose dei disciplinari del progetto architettonico, avendo chiari i trascorsi storici, sociali antropologici geologici oltre le discipline indispensabili per una buona indagine.

Tutto questo al fine di fornire senso dell’eventuale rinnovamento, specie si dovesse incorrere nelle estreme emergenze della ricollocazione, cui è indispensabile tracciare la direttrice unidirezionale locale, che unisce passato, presente e futuro.

La ricerca in questi casi specifici, non vuol dire che per altri casi, vale il libero arbitrio, tralasciando gli strumenti idonei a garantire il giusto equilibrio ambientale e storico locale, noto come, il genius loci; il patto secondo il quale lega inscindibilmente, uomo e territorio.

Allo scopo diventa fondamentale la cooperazione tra figure professionali “Memorie di quel Territorio” quali: Antropologo, Architetti, Agronomi, Economisti, Geografi, Geologi, Giuristi, Psichiatra, Paesaggisti,  Sociologi,  Urbanisti,  Amministratori, Associazioni e Memorie locali.

A oggi si è intrapresa una deriva trasversale all’antico senso dei piccoli centri urbani o dei centri storici delle città, una trasformazione nel rapporto tra natura e spazio antropico, il che ha prodotto una frammentazione delle funzioni all’interno dei centri antichi suddividendo il ruolo, che apparteneva i luoghi privati, le attività minori, gli spazi pubblici e i luoghi per l’incontro tra generazioni.

Si è smarrito il senso di “Medina” con  tutte le funzioni sociali, economiche, di mutuo soccorso, attraverso i cui si attivava l’armonia dei cinque sensi.

Si è terminato nello sconvolgere il significato dei luoghi, dove le barriere non sono state mai fisiche ma sistema fisico dell’insieme al suo interno e per questo identità che ti conosce perché parte che completa ila vita del costruito.

Oggi si preferisce, o meglio viene imposta in nome di un’economia globale, che distingue nettamente il fruitore e la “Mediana” smarrendo il confine antico, isola le persone dalle altre attività sociali e fa che l’interesse siano metriche che non vanno oltre il momento che viviamo fuori dalla nostra identità, luoghi fugaci che propongono la socializzazione di momenti figurati a favore dei pochi che non hanno alcuna consapevolezza di luogo, storia e uomini.

Esiste una fascia mediterranea che va dalla Grecia/Albania, l’Italia meridionale, la Francia e la Spagna in cui s’identifica un modello sub familiare denominato Vicinato, che per le genti di estrazione balcanica, ancora più radicata, è l’antico laboratorio di ricerca dell’antico gruppo, familiare allargato, denominato Lijia o Gjitonia per quanti si trasferirono come profughi nel meridione italiano.

Fenomeno identitario a tutela della propria radice identitaria, gruppo locale in armonia con il territorio, caratteristica del genius loci che si misura con un ben identificato ambito del centro antico.

A oggi nulla si fa per divulgare o adoperarsi per il riconoscimento ed eventualmente proporre, un modello antico di fare economia e caratterizzare il territorio in cui si attivavano i cinque sensi, non per distinguersi ma solo per proporre un modo antico di vivere e cooperare con le persone che ti stanno a fianco.

A tal fine è opportuno adoperarsi per finalizzare quanto segue:

  1. alimentare, favorire, suscitare politiche ed azioni sociali per fermare l’inquinamento dovute ad un utilizzo  incontrollato  e  massivo  di  risorse  ambientali  non  rinnovabili  e scaturenti  dalla  applicazione  di  domini  economici  e  industriali  di  modelli economici pervasivi;
  2. sostenere attivamente  la  sicurezza  strutturale  urbana  e  territoriale,  con  esperti opportunamente  formati;
  3. sviluppare  azioni  collettive  di informazione, di organizzazione e sostegno alla Protezione  Civile e per la prevenzione dei rischi naturali, collaborando altresì alla creazione di strutture di prevenzione territoriale in collaborazione con istituzioni e programmi di sviluppo formativo,  scientifico  e  di  gestione  dell’emergenza  a  scala  nazionale  ed internazionale;
  4. originare processi culturali determinati e di immaginario collettivo, sul rapporto uomo–natura e sulla adozione di economie urbane non invasive sulla determinazione delle trasformazioni dell’ambiente  naturale  e  antropico  e  dell’urbanistica  come metodo per sostenere il riequilibrio ambientale;
  5. sollecitare la società per ridefinire ed inquadrare la decisione pubblica istituzionale della trasformazione  antropica e di rinaturalizzazione del territorio, con procedimenti di  pronunciamento  collettivo;  progetti  partecipati,  di coerenza con la produzione e assoggettare l’iniziativa privata alle generali scelte pubbliche in materia di ambiente e territorio;
  6. promuovere iniziative di class action e porsi come parte civile in processi giudiziari sia penali   che   di   giustizia   amministrativa,   che   vedono   l’insorgere   e l’identificazione di reati contro l’ambiente, la sua fruizione e il godimento di esso da parte dei Cittadini, che si vedono deturpato l’ambiente naturale o gli scenari della memoria;
  7. suscitare il più vivo interesse e promuovere azioni per la tutela, la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali, dell’ambiente naturale e antropico, del paesaggio urbano, rurale, dell’ambiente montano, con particolare dell’ambiente naturale in generale, del patrimonio  monumentale,  dei  centri  antichi,  dell’architettura storica e storici moderni o contemporanea, dell’urbanistica risolutrice dell’abitare, del vivere e del produrre in equilibrio con l’ambiente e per la qualità della vita;
  8. promuovere la diffusione e l’informazione sulla tecnologia migliorativa dell’uso dello spazio urbano e territoriale, caldeggiando tipologie definibili “smart” ed evitando nel contempo gregarismi comportamentali di dipendenza da soggetti e/o organismi economici privati attualmente dominanti;
  9. promuovere la ricerca e l’utilità sociale, favorendo l’elaborazione, la diffusione della cultura del disegno eco-industriale, per la creazione di prodotti utili e di facilitazione relazionale;
  10. stimolare la promulgazione e l’applicazione di Leggi per la tutela del territorio e promuovere l’intervento per l’accrescimento dei poteri pubblici, allo scopo di evitare manomissioni al patrimonio storico, artistico ed ambientale, nonché assicurarne il loro corretto uso e l’adeguata fruizione;
  11. stimolare l’adeguamento della legislazione  vigente  al  principio  fondamentale dell’art.9 della Costituzione, alle convenzioni internazionali in materia di tutela dei patrimoni naturali e storico-artistici ed in particolare  alle  direttive della Unione Europea;
  12. contrastare ogni forma di abusivismo edilizio e di proposte legislative relative a condoni e politiche di riassetto panificatori che prevedono iniziative e piani di conclamata nuova cementificazione e impermeabilizzazione del suolo;
  13. sollecitare se opportuno,  anche  mediante  agevolazioni  fiscali  e  creditizie,  la manutenzione dei beni culturali ed ambientali e il loro pubblico godimento;
  14. sollecitare anche attraverso agevolazioni fiscali le donazioni allo Stato di raccolte o beni di valore storico, artistico e naturale al fine di una migliore valorizzazione;
  15. promuovere l’acquisizione da parte dell’Associazione  di  edifici  o  proprietà  in genere, di valore storico-artistico, eventualmente anche la gestione secondo le esigenze del pubblico interesse;
  16. promuovere la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e naturale del Paese mediante iniziative di educazione specifica nelle Scuole e nelle strutture culturali locali, con formazione permanente ed aggiornamento professionale degli operatori, nelle attività di formazione ed educazione in istituzioni locali e sociali;
  17. promuovere idonee forme di partecipazione e aggregazione dei Cittadini e dei giovani per la tutela e valorizzazione dei beni culturali, del paesaggio, del territorio, svolgere e promuovere iniziative editoriali relative alle attività e agli scopi dell’Associazione, con permanente comunicazione  sociale diretta ed indiretta, finalizzata e lasciare memoria storca a quanti partecipano alla vita del luogo;
  18. promuovere la formazione culturale dei Soci anche mediante viaggi, visite, corsi e campi di studio per la memoria locale e quella comparata di macroaree simili;
  19. promuovere la costituzione o partecipare a federazioni di associazioni con fini anche soltanto analoghi, nonché costituire consorzi e comitati con associazioni o affiliazioni o gemellaggi, conservando la propria autonomia ed in generale, svolgere qualsiasi altra azione che possa rendersi utile, secondo i principi sopra espressi;
  20. organizzare e promuovere interventi e servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento  delle  condizioni  di  equilibrio  dell’ambiente,  dell’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali, compreso la promozione di azioni di pianificazione   scientifica,   progettuale,    di   gestione   delle   attività   per l’efficientamento energetico, dell’innalzamento tecnologico generale dei servizi e della raccolta e riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi, nonché la strutturazione  a  tal  fine,  di  politiche  per  incrementare  i  requisiti  tecnici  e urbanistici al fine del miglioramento del patrimonio edilizio;
  21. dare impulso e promuovere interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio, ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n.42, e successive modificazioni e integrazioni. Contribuire e operare per la diffusione in seno  alla  Società  dei  temi  del  riequilibrio  ambientale,  della formazione   di   esperti   in   tali   discipline,   dei   temi   divulgati   e   propri dell’Associazione  e  della  formazione  generale  di  Cittadini  sui  temi  sopra elencati;
  22. candidarsi alla gestione dei beni e patrimoni civici pubblici, alla progettazione tecnica, ambientale,   urbanistica   delle   trasformazioni   per   il   riequilibrio ambientale, geologico, agrario, paesaggistico ed ecologico del  territorio, alla creazione di luoghi per la divulgazione, conoscenza e per  l’acquisizione di nuove esperienze per la riscoperta dell’ambiente e del territorio;
  23. candidarsi a programmi di ricerca scientifica e operativa sia a scala nazionale che internazionale, nonché a  programmi  di  cooperazione  internazionale,  di cooperazione decentrata, in collaborazione con il Ministero degli Esteri e altri Ministeri   preposti   allo   Sviluppo   Economico.  Ovvero per sviluppare la collaborazione urbanistica e di  pianificazione ambientale, gestionale economica ed ecologica in programmi generali o locali, anche in collaborazione e programmazione congiunta tra paesi. Nonché sviluppare e partecipare a programmi ordinari e complessi dell’Unione Europea, di Paesi al di fuori dell’Unione Europea, di Federazioni o sistemi di federazione tra Paesi e partecipare altre sì a programmi e progetti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, e delle sue Organizzazioni di Settore e pure ad  iniziative  di soggetti privati in linea con  gli obiettivi dell’Associazione.

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LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È  EMIGRATA IN ALBANIA

LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È EMIGRATA IN ALBANIA

Posted on 02 febbraio 2021 by admin

143506608_10222969880608993_518664806994492522_oNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – In Italia, precisamente all’interno delle sedici macro aree che formano la regione storica arbëreshë, i temi comunemente valorizzati, quale caratteristica e caratterizzante questa, sono stati gli aspetti idiomatici, metrici, consuetudinari, religiosi tralasciando sistematicamente le dinamiche scaturite dal genius loci.

La metodica così condotta hanno lasciato campo libero per la valorizzazione e la tutela degli elementi costruiti clericali, pubblici, privati, escludendo solo pochi esempi del patrimonio storico ancora intatti.

Ragioni per le quali nulla è stato predisposto dalle istituzioni tutte, per la tutela del costruito  e degli spazi ad essi pertinenti.

Una leggerezza il cui inizio ha avuto luogo dagli anni sessanta del secolo scorso e senza soluzione di continuità, ancora oggi mette a repentaglio, con la stessa inadeguatezza, il costruito, senza mai palesare ombra di dubbio sulla metodologia adottata.

Chiese, Palazzi Religiosi e Civili, Case di ogni strato sociale, Strade, Piazze, Fontane, in tutto, il genius loci, espressione dell’identità è irreparabilmente violato, per coprire incoscientemente lo scorrere del tempo, ritenuto, a loro  dire, vergogna.

Vige ormai da troppo tempo la regola dell’abbellimento, non prevedendo  rispetto verso il valore storco di quelle caparbie murature, a cui è stata affidato l’inopportuno carico di strutture moderne con nuove pretese di equilibrio strutturale.

Il risultato sta steso al sole delle piazze oltre all’ombra di vicoli e strade, quinte modificate piani di calpestio resi veicolabili che hanno restituito prospettive disarmoniche e cromatismi a dir poco esasperati, mentre sotto questa patina di abbellimento le caparbie mura sofferenti attendono l’eventuale verifica dei valori statici ignorati.

L’atteggiamento a dir poco irresponsabile, senza la guida di una regia responsabile ha prodotto un danno inestimabile i cui effetti li vedremo negli anni a venire sperando sempre che non accada.

In conformità a numerosi sopraluoghi e presa visione documentale, di un numero rilevante di progetti depositati o conservati nelle case comunali, emerge che nella maggioranza dei casi il libero arbitrio ha fatto da padrone e non solo al dato puramente dell’espressione architettonica, preferita e prodotta secondo il gusto dei proprietari committenti.

Ciò che più terrorizza covare dietro la quinta dello strato di malta dell’intonaco esterno e di quello pittorico, sono le scelte strutturali in senso di solai, piattabande, chiusura e apertura di nuovi varchi oltre ai noti solai di copertura, che tutti assieme producono un carico non alla portata di quelle antiche murature che pur se fortemente caparbie erano di spogliatura e calce malamente idratata.

Un pacchetto di esperimenti architettonici e strutturali che non trova luogo in nessun dove,  cui vanno aggiunti quanti sono intervenuti solo sostituendo infissi balaustre e ogni tipo di coronamento scenico delle quinte, che pur se marginali, comunque producono danno e violentano le prospettive di quei luoghi ameni che non torneranno più a ripetere gli echi antichi di un tempo.

Il 26 novembre 2019 alle 3:54, con epicentro a circa 12 km da Mamurras, un evento sismico di magnitudo 6,5  ha colpito l’Albania e dopo una prima fase emergenziale, per dare sostegno alle persone colpite, si è passati alla conta dei danni, avendo particolare attenzione verso il restauro e il recupero funzionale i degli elementi storici caratteristici Albanesi che anche se in maniera puramente ideale appartengono anche agli Arbëreshë.

In questi ultimi tempi sono numerose le illustrazioni di luoghi e di architetture storiche che sono poste in mostra perché devono essere restaurate o rese funzionali, tuttavia ciò che lascia perplessi è il volersi mettere in mostra, attraverso le notorietà dell’architettura spettacolo, che se può andare bene nelle aree petrolifere o ed esse pertinenti, non lo possono essere per la “Nostra Albania Storica”.

Comprese quelle realizzate dagli anni venti, che pur se contestabili per ovvi motivi, rappresentano uno dei momenti di rinascita della storia moderna Albanese; queste comunemente sono affiancate a soluzioni di quanti si ostinano realizzare boschi verticali o diavolerie alternative, che non sono proprio proprio affini a i temi dell’ambiente naturale, ricerca perenne di questo popolo.

Agli Arbëreshë, come gli Albanesi, con la natura conservano un patto storico mai violato; l’elemento naturale per gli Arbëri, Kalabanon Arbanon e Arbëreshë, è stato sempre fondamentale, vero è che pur lasciando le loro terre natie, si fermavano, dove esistevano gli equilibri paralleli della terra di origine.

Sula base di ciò quando bisogna, per necessità Strutturale/Architettonica a seguito di un sisma o vetustà, intervenire in un dato elemento costruito, specie se appartiene alla storia è indispensabile adoperarsi prima di ogni altra cosa a formare un gruppo di lavoro Albanese e Arbëreshë, gli osservatori d’ufficio, affinché tua sia svolga in conformità alle consuetudini storiche.

Oggi in Albania non si sente parlare di gruppi di lavoro multi disciplinari, comitati tecnico scientifici Albanesi/Arbëreshë, ma di sovente attraverso i social si appare in bella mostra con interventi già terminati dai quali emergono palesemente errori di valutazione a prima vista estetico, ma poi dietro le quinte quanti patimenti strutturali vivono?

Sa l’Albania sino a poco tempo addietro per le sue scelte politiche, sociali e di confronto con gli altri stati confinanti è paragonabile a un prezioso “ scrigno conservato in soffitta”, cerchiamo di non versare il contenuto  oggi che ci si appresta ad aprirli e leggere con sapienza il valore del messaggio che devono riverberare.

In altre parole l’Albania ha vissuto un lungo “Inverno”, ( Moti i vicher) è tempo che si approfitti dell’Estate, (Moti i madë) che tra poco più di un mese avrà inizio,  e secondo le antiche teorie dei saggi del passato, il tempo della semina, dei raccolti e dell’incameramento dei beni materiali ed immateriali, gli stessi a rendere gli Arbanon, uno dei popoli più caparbi del Mediterraneo.

Ogni Torre, Castello, Kastrum, Strada, Piazza o Vico, in Albania è rimasto intatto da secoli, per questo rappresentano l’eredita affidata dagli Arbëreshë agli Albanesi, se oggi i ministeri preposti o ogni sorta di istituzione che si occupa della tutela, specie se si ritiene di dover intervenire in termini architettonici o strutturali, le preposte autorità hanno il dovere di rivolgersi alla Regione storica Arbëreshë e chiedere collaborazione.

Notoriamente le terre Albanesi e quelle della Regione Storica hanno un legame ombelicale solido, specie per quanto riguarda gli aspetti linguistici e consuetudinari, se oggi i “Fratelli Albanesi” prendono consapevolezza di ciò daranno senso al patrimonio Architettonico di quelle terre.

I fratelli Albanesi hanno il dovere di chiedere agli Arbëreshë per essere adeguatamente informati, onde evitare di produrre adempimenti architettonici non consoni alle ideologie o alle linee guida.

Le stesse che poi trovano forma nell’edificato storico secondo le direttive del noto condottiero Scanderbeg e del suo popolo, specie se in Albania dove tutti sbandierano i suoi teoremi, ma poi alla luce dei fatti e a ben vedere, li potrebbero sin anche calpestare.

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QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

Posted on 16 gennaio 2021 by admin

Kagliva

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – È storicamente noto che le migrazioni dai governarati dell’odierna Albania, dopo la morte del condottiero Giorgi Castriota, videro disporsi nelle terre del regno di Napoli, un gran numero di migranti seguiti dalle famiglie, secondo arche predefinite nei territori amministrati dai principi di parte Francofona,.

Gli arbëreshë presero possesso di luogo, seguendo la medesima prassi insediativa in tutti i Katundë, cento paesi della regione storica, da prima vissuti in forma nomade e poi dopo una fase di scontro e confronto con gli indigeni, s’insediarono definitivamente in ritrovate aree orografiche.

A quei tempi, per le loro necessità transitive, furono utilizzate forme abitative, estrattive, in seguito per la scelta definitiva dei luoghi d’insediamento, passarono all’Architettura additiva, quest’ultima in particolare, una volta avviato il processo di conoscenza, fece diventare gli ambiti costruiti, la fucina di questa nuova arte, diventando i piccoli aggregati, il libro a cielo aperto dove attingere esperienze  e arricchire il bagaglio di conoscenza.

Il riedificare sulle stesse ceneri, impegnò notevolmente in tale disciplina i minoritari, i quali affrontarono non poche insidie, per la non conoscenza dei principi della statica, oltre a quella di unire e consolidare materiali dissimili.

A tal fine onde evitare il trascinarsi errori di costruzione, trasferirono la sapienza man mano che veniva acquisita, secondo i protocolli in forma orale, alle nuove generazioni.

Il costruire per necessità e senza esperienza ha coinvolto, esecutori, osservatori e utilizzatori di ogni comunità a condividere i principi secondo cui innalzare modelli abitativi, doveva rispondere alle metodiche acquisite e rese pubbliche, in forma orale, prestando attenzione nell’applicarle, in definitiva diventarono un rigido protocollo, come quelli già in uso per le attività agresti e di bonifica .

Le stesse genti non impegnate nel periodo maturazione dei seminati, diventano muratori, manovali e architetti, maestranze intrise dei valori di modestia e necessità che lentamente disegnarono i centri antichi nelle coline del meridione.

L’architettura all’interno dei perimetri antichi, per la scelta di vivere prevalentemente isolati, ha una storia più articolata rispetto alle genti indigene più coese e vicine tra loro che erano già abituate a confrontarsi con il regno e le sue istituzioni.

Gli arbëreshë avendo preso possesso in macro aree allocate diffusamente, non avendo possibilità di confrontarsi rapidamente, si possono per questo identificare esecutori di un’architettura senza architetti o isole di un’arte in continua ma lenta, evoluzione.

Da prima furono utilizzati semplici tuguri, identificati più come arte estrattiva, mista a compositiva in forma di materiali deperibili, poi per una migliore vivibilità diventate abitazioni in muratura.

Pietre naturali o di fiume, il cui legante, sabbia e calce consentiva in sicurezza di elevare case, poi in epoca più tarda con l’utilizzo di mattoni, e materiali di spogliatura, provenienti da errori di esperienze precedenti.

I contadini, non ancora architetti, avevano una grande esperienza in campo di conoscenza degli equilibri naturali, per questo innestarono le loro case in luoghi sicuri e senza forze anomale in attesa.

Solo dopo le prime esperienze edificatorie si resero conto degli effetti dei paramenti inclinati causa di numerosi crolli, a cui diedero risposte.

Unici elementi costruiti da cui trarre spunto o ispirazione, furono i presidi religiosi a essi sempre prossimi; è da questi presero spunto  e  consapevolezza delle altezze murarie, calibrarono lo sviluppo in base ai materiali e le sezioni d’inviluppo dell’opera.

Molto probabilmente lo spunto del modello base, se analizzato con attenzione, spiega i numerosi spunti distributivi comuni, in quanto non si discostano molto dalle celle monastiche e i relativi orti botanici annessi.

Cosi come le lamie di copertura, prima fatte con strutture in legno completate con rami intrecciati foglie e conglomerati in argilla, hanno preso forma completa con i noti di coppi e contro coppia, completando così quello che diventerà il modulo abitati, utilizzato per i sistemi aggregativi, prima spontanei, o detti articolati e in seguito più razionali in forma lineare.

Sono numerosi i temi da trattare, su questi aspetti di evoluzione architettonica senza architetti, la cui alba sorge  all’indomani del loro insediamento, si sviluppa sino alla fine del XVII secolo per articolarsi in altezza sino al 1783.

L’alba dello storico terremoto, in cui diventa fondamentale l’intervento degli organismi preposti dal regno con imposizioni di carattere preventivo, precise regole preventive sia per la larghezza delle strade e sia per la consistenza muraria o per il numero dei piani.

È questa l’epoca degli insediamenti arbëreshë con l’architettura degli architetti, questi lasciando nel contempo  immutati quelle pertinenze che per opera intelligente, hanno continuato a resistere agli eventi naturali; oggi traccia o misura nelle micro aree dove erano stati evidenti i crolli.

Dal dopo guerra del secolo scorso, gli anni della ricostruzione postbellica, vede incunearsi una confusione endemica negli ambiti costruiti della minoranza arbëreshë.

Qui troppo spesso, invece di affidare il valore architettonico a competenze specifiche, si è preferito affidare a comuni tecnici l’antica professione senza architetti.

Questo, non per porre l’accento verso l’incarico della progettazione del singolo manufatto pubblico o privato in senso di esclusivo abbellimento, ma che diano lustro a un’arte antica che da spazio al genius loci professionisti con competenza d’ambito tramandata oralmente per passione.

Quello che servirebbe deve essere rispettoso di un protocollo riferibile alle macro aree di minoranza, specialmente quando si trattava di operare all’interno del centro antico e di architettura spontanea.

Il rammarico più grande che molti studiosi portano in seno, consiste nel non aver allora come oggi, predisposto misure d’indagine adeguate, per la definizione di un protocollo di tutela, una “carta del restauro della regione storica”,  ancora oggi evasa e attende, istituzioni, uomini e misure  per  tutelare il valore storico dell’Architettura senza Architetti, ancora pulsante in ogni edificio della regione storica diffusa arbëreshë.

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