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Pietra angolare

GJITONIA SISTEMA ABITATIVO VERNACOLARE IN RADICE CONVIVIALE MEDITERRANEO

Posted on 30 agosto 2023 by admin

Pietra angolareNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Nel mentre ci si affannava per meglio risolvere la questione Albanese dall’inizio del XIX secolo, terminando con la discutibile legge 482/99, nel mondo dell’architettura si innalzavano i valori Vernacolari, con protagonista: il sud della penisola balcanica, il sud dell’Italia, il nord della Tunisia e Marocco e sino al sud della spagna, del portogallo e dell’isola di Ibiza.

E se i comuni legislatori avessero mirato verso esperienze di tal senso forse oggi quella legge non avrebbe tante lagnanze a suo sfavore.

Un dato rimane ed è inconfutabile, ovvero, non si possono setacciare millenni di avvenimenti, per poi ridurre tutto a minoranza o al lamento di una lingua altra o previlegiando la sua origine a Sud della penisola balcanica, per poi appellarla Arberia, regione storica a Nord di quella nostra terra madre.

È tempo di conversare utilizzando l’appellativo “Regione Storica Diffusa degli Arber”, al fine di identificare parallelismi sostenibili e concreti del bacino Mediterraneo.

Attualmente si riconosce il paesaggio come bene culturale a carattere identitario, frutto della percezione della popolazione, assumendo la funzione di bene non statico, ma dinamico.

I radicali sviluppi economici, sociali, tecnologici e politici, avvenuti durante il ventesimo secolo  sono la prova evidente e ancora viva nella memori di ogni individuo.

La rapida urbanizzazione e la crescita di grandi città, l’accelerato sviluppo tecnologico e scientifico e l’emergere di mezzi di comunicazione e di trasporto di massa hanno mutato radicalmente il modo di vivere e lavorare, con la produzione di nuovi edifici e strutture, forme e tipologie edilizie senza precedenti, con il ricorso materiali sperimentali.

L’industrializzazione e l’agricoltura meccanizzata hanno creato paesaggi massicciamente modificati nonostante fossero identità locale o memoria storica di particolari eventi di non poco conto.

Eppure, comparativamente pochi tra i siti e i luoghi creati da eventi sia tumultuosi e sia dell’identità locale, sono stati iscritti negli elenchi dei beni tutelati per i loro valori come patrimonio culturale.

Per questo, troppi luoghi e siti del patrimonio sono a rischio e, quando prima termineranno d’essere memoria.

Sebbene l’apprezzamento dell’architettura modernista, della metà del secolo, stia crescendo in alcune regioni, l’insieme di edifici, strutture, paesaggi culturali e siti caratteristici prima rurali e poi industriali del sono pericolosamente esposti o minacciati da una generale mancanza di consapevolezza, riconoscimento di tutela.

Troppo spesso sono aggrediti da processi di riqualificazione, da modificazioni inappropriate o semplicemente dall’abbandono inseriti in processi di modernizzazione che non hanno nulla a che vedere con i valori distintivi per i quali furono elevati o allestiti all’uso comune o privato.

Qui voglio difendere tutto ciò, in particolar modo tutti gli elevati realizzate dall’uomo e dei quali oggi non si prevedono sanzioni, in quanto non codificati o ritenuti storicamente attendibili, e quindi indifesi, o meglio posti alla disponibilità, della sovranità locale, diffusamente ignara della storia di luogo.

Memoria di una infinità di figure senza nome, distintesi a vario titolo, perché operosi in area locale, divenendo estremi, assoluti, nelle opere dell’arte per rispondere a esigenze o ai bisogni, di uomini silenziosi, in tutto, opere prime senza clamore.

Ed è per questo che non hanno trovato ristoro nel cuore e nella mente, dei comuni mortali, con i quali se ti confronti, sono pronti a difendere tragedie e opere d’un autore, un monumento, una chiesa, la facciata di un palazzo, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico ormai è confermato.

Ma nessuno si rende conto del bisogno che hanno le identità di luogo, valore estremo anche se minimo per i residenti, più di ogni mastodontico monumento o della più raffinata arte pittorica.

A ragion veduta dovrebbe essere posta attenzione particolare per ogni anonimo locale, specie se privo di identificativo famoso, specie se fa parte del vernacolare del costruito dei nostri Katundë.

L’Architettura senza architetti tenta di spezzare il nostro limitato concetto di arte del costruire, introducendo il nome non familiare di architettura senza pedigree.

Essa è così poco nota che non abbiamo neppure un nome per lei o di un’etichetta generica, ma possiamo chiamarla dialettale, anonima, spontanea, indigena, rurale, a seconda dei casi.

Naturalmente non entra nello scopo di questo breve fornire una storia concentrata dell’architettura senza pedigree, e neppure una sua tipologia sommaria.

Essa dovrebbe solamente aiutare a liberarci dal nostro ristretto mondo di architetture ufficiali e commerciali, certamente inquadrare l’architettura senza autori, consente di rielaborare il significato di alcuni termini quali architettura “spontanea”, “minore” e “anonima”, operazione utile a definire il contesto di riferimento di questa ricerca che dall’Inghilterra e partita questo agosto.

Il lessico ed una precisazione di significato appaiono obbligatori soprattutto per evitare di dare origine a fraintendimenti o ad usi impropri di termini simili, anche se lo scopo vuole riferirli in Arbër.

È necessario approfondire quei termini che nel tempo sono stati usati, con accezioni molteplici, per descrivere un fenomeno che spesso è stato ridotto al concetto di “spontaneo”.

Nella storia dell’architettura tale aggettivo è stato più volte usato per indicare un linguaggio non accademico, una serie di opere apparentemente povere, legate a contesti locali, costruite con materiali del luogo e tecniche tradizionali.

Il fatto che spesso si sia parlato di architettura spontanea come sinonimo di architettura povera è senz’altro un atteggiamento per delegittimare le opere non riconducibili ad un preciso progettista; ciò avviene sovente perché tali forme architettoniche sono frutto di esperienze stratificate nel tempo, legate ad esigenze primarie che vengono svolte e risolte in modo collettivo, non riconducibili ad una corrente, ad una figura nota, ad un autore.

L’architettura vernacolare è definita come l’architettura tipica tradizionale di un determinato luogo, realizzata secondo le esigenze locale, da costruttori locali senza particolari studi alle spalle e utilizzando prodotti e materie prime locali secondo quello che si ha a disposizione.

L’architettura vernacolare è quindi un modo di costruire attento all’ambiente in cui sorge e alle tradizioni locali, l’aggettivo è una parola latina e compare infatti solo a partire dal XVIII secolo.

Essa non è altro che la pratica del genio locale, che dispone le cose in funzione del territorio su cui si sviluppa e degli abitanti.

Un edificio ideato secondo le tendenze dell’architettura vernacolare segue tre criteri dello sviluppo locale sostenibile (sociale, economico, ambientale) e promuove le attività sociali e professionali all’interno di una identificata area.

Gli immobili sono costruiti servendosi delle risorse disponibili è il vantaggio mira al costruire per essere le più durevoli contro le avversità e le condizioni metereologiche della macroarea in questione.

L’architettura vernacolare partecipa largamente alla rivalorizzazione del patrimonio, iscrivendosi così in un contesto di rispetto dell’ambiente e il clima occupa un posto di rilievo se non il primo a cui mirare, nell’immaginario architettonico, permettendo ad esempio una diminuzione dell’utilizzo di apparati di riscaldamento, mentre il raffrescamento e affidato al sistema murario e dei varchi accesso e controllo delle vie articolate.

Un edificio costruito secondo i principi dell’architettura vernacolare come “un edificio appartenente ad un insieme di costruzioni nate da uno stesso movimento di costruzione o di ricostruzione”, ovvero un insieme di edifici costruiti secondo l’architettura vernacolare è caratteristico non solo dell’epoca durante la quale è stato costruito, ma anche della classe sociale di chi ne ha ordinato la realizzazione.

Fanno parte di questa categoria le Moticellje, le Kalive o Katochi Arbër, di tutta la Regione Storica meridionale, dalla loro origine estrattiva e poi via via sino alla fine del seicento divenute le note case a profferto, i trulli a quadrilatero e dalla copertura conica, costruiti con massi di calcare, provenienti dai campi limitrofi.

Le case della costiera amalfitana e di tutta la costiera campana del tirreno, le case dell’estrema dura spagnola e delle isole del mediterraneo centrale.

Ne capitolo successivo si darà ampio e seguito dettagliato all’argomento, che aprirà un più ampio stato di fatto, per il riconoscimento di alte istituzioni preposte alla tutela della Regione Storica Diffusa degli Arbër e della loro terra di origine, nella grande penisola balcanica del mediterraneo.

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TEMINI DI MEMORIA INTIMA CHE SI RIVERBERANO DAL 28 FEBBRAIO 1985

TEMINI DI MEMORIA INTIMA CHE SI RIVERBERANO DAL 28 FEBBRAIO 1985

Posted on 27 agosto 2023 by admin

Chiesa CodraNAPOLI – (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Se hai capacità di sussurrare agli elevati della Regione Storica con garbo ed educazione, ti risponderanno in lingua Arbër, con racconti di genio locale, così precisi e profondi, sin dove le fondamento poggiano e reggono le cose del nostro Katundë.

A tal proposito va rilevato che l’architettura delle popolazioni rurali, non è stata progettata da architetti o alti designer professionisti, in quanto le comunità, dalle famiglie proprietari si adatta all’ambiente e segue le esigenze della popolazione e del territorio dove è collocata. Per rispondere al caldo dell’estate e il freddo dell’inverno.

In tutto una tipica tradizionale di un determinato luogo, da costruttori locali senza particolari studi alle spalle, utilizzando prodotti e materie prime secondo quello che si ha a disposizione, diventando l’edificato, modo di costruire attento all’ambiente e alle tradizioni locali, che per questo restano preservate. 

Ragion per la quale, saperla udire ed avvertite standole non più lontano dal tuo cuore è il modo per conoscere il resto delle cose, e varcare la soglia dove vive la storia.

Potrai udire i riverberi di quanti li elevarono e vi abitarono, in tutto le verità che manca allo scriba di ogni epoca, o quanti, non avendo misura per ascoltare e, comprendere cosa sia realmente accaduto, lungo lo snodarsi delle rughe, dento gli abituri di porte gemellate a mezza aperta; proprio lì dove l’igiene era compito affidata al tetto quando pioveva, gocce che scandivano lo scorrere del tempo e davano ritmo al conversare antico.

Ed è solo così che potrai comprendere ogni cosa se conosci la lingua e tradurre in forma comprensibile ogni cosa, riferita in battiti di cuore.

Con “le verità di luogo” emergono sin anche le giornate dal 12 e culminate il 18 agosto del 1806, con l’eccidio del Vescovo, un continuo riverbero di trame oscure senza soluzione di continuità iniziato nel 1799, con protagonista primo Pasquale Baffi, tutti episodi di una storia violenza, contro la solida credenza, che nel corso dei secoli è rimata incancellabile nella memoria di tutti i cittadini e impressa nei selciati coperti da catrame e cemento di qui luoghi del centro antico.

Cosi come deve essere memoria ogni episodio che ha visto giovani figure tragicamente mancate agli affetti delle famiglie, da quello storico ‘99 ad oggi e, fuori dalle mura natie.

Di questi, ogni nome e ogni cognome lasciamolo al ricordo e il dolore intimo dei familiari che ricorderanno sempre, tuttavia e. siccome si tratta di ragazzi e ragazze, nel mentre si preparavano alle cose della vita come protagonisti primi, sono diventati memoria velata, per la comunità intera, che oggi preferisce ammirare la trama dei veli evidenziai dalla polvere.

Tuttavia e per cancellare dubbi sarebbe opportuno apporre una stele, con su scolpiti cognomi appuntati e nomi estesi, per la memoria storica del Katundë, quella che appartiene ai suoi abitanti, gli stessi in continuo vagare camminano privi della memoria, delle cose, degli uomini e dei luoghi, oggi sempre più calpestati perché, memoria non  opportunamente mantenuta con rispettosa lucidità, compresa il grafito primo, davanti alla prospettiva violata della bimba appena concepita Adelina,  e mai nata per l’egoismo locale ancora in vita.

Quando avrà termine, egregi e ignari signori il gioco napoletano detto, “delle tre carte”,  onnipresenti devoti, che in base alle poste in gioco ora fanno i buoni poi i cattivi e in fine buttano lacrime al fianco dei poveri malcapitati che credevano di vincere, ma il gioco perverso li vuole sempre perdenti.

Le cose della “nostra storia” sono così e nessuno, mai avrà alcun beneficio civile, religioso o politico, perché poi alla fine troverete sempre uno che sa delle vostre lacrime.

Per questo è inutile associare “arche di stelle colorate” senza misura” thë mesj Jonë!!!!!” il quadro che appare non è certo quello che ogni volta speriamo possa esser giusto, tanto voi non siete artisti, perché come la gretina, avete marinato tutte le fasi sella scolarizzazione.

Attività inopportune e, prive di ragione senso e garbo d’essere; voi così………..,…,…..infangate irripetibili momenti di storia del passato locale, senza mai, prendere atto, dello sbigottimento diffuso specie verso gli onnipresenti documentaristi ormai istituzione, che non approvano queste attività di luogo inopportuni.

Ormai non si allestiscono altro che manifestazioni che ritenere, più volte labili è un complimento, per questo, sarete ricordati come barche, in balia degli eventi, privi di orientamento culturale e ogni genere comune di buon senso o garbo.

Appartenere alla categoria che condisce con grasso che cola, dal genio prescelto, lo stesso che arde vivo per comando occulto, rievocate solamente la isterica Ngulia dell’esaltato Frappitta.

A tal proposito sappiate, che distruggere e umiliare anfratti inermi, storia e uomini è un peccato culturale che nessuna penitenza, potrà mai ripulire, dal male che provocate, sarà inutile poi rivoltarvi nei vostri sogni e chiedere perdono, il risveglio vi dara conferma che il male fatto è stata cosa vera e solo il tempo lungo potrà cancellare.

Le figure eccellenti non sono ingredienti per condire storia a vostro piacimento, anche se d’istituto orchestrato. Esse non sono spezie per condire il vostro soffritto che bolle in angoli storici, mentre il fumo e i vapori prodotti, deturpano memoria.

Non sarà utile integrarlo con il macinato naturale di Stango, millantato come frammento genuino del vostro sapere, perché a ragion veduta è solo fumo dei vostri occhi.

Ormai vi resta solo stendere a terra Miletë, Sutaninë, Sutanërasj, Zoghen, Gipuni, Kesë e Shiale di porpora, immaginando che l’esaltar donne moderne, fa notizia di genere ed esalta i luoghi.

Pretendere di sapere cosa voglia dire, nel gergo militare, stendere a terra gli emblemi identitari, già eseguito oltre oceano senza e ancora averne misura dopo cinque decenni della vergogna conferma lo stato della vostra cultura, immaginata in giogatura alta, a tal proposito sappiate che non appartiene a voi ma al popolo che avreste dovuto rappresentare.

Tuttavia, un merito vi appartiene distintivo, ovvero, quello di accogliere tutti  gli individui capaci di masticare e spargere odio, separare persone, al solo scopo di reprimere iniziative di cui non avrete mai capacità d’intenti privi di cattiveria seminata lungo le rughe davanti le porte degli sheshi, specie se sono luoghi ameni di memoria buona.

Questo vi rende l’esempio primo, della culturale ormai in fase terminale; tuttavia, la cosa ancor più grave sono le figure che vi illuminano, vi orientano e vi esaltano, le uniche delle quali vi fidate senza prendere atto che, quando si accoppiano con voi conservano aghi spacciati per fare ricamo o rammendo, in realtà attrezzi di magia per accecare l’occhio del cuore e della mente che spargerà gocce di sangue in pena.

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È IL TURNO DELLA “SCUOLA” DI PALAZZO GRAVINA E, DELL’ALLIEVO DI LUNGO CORSO ARBËR (Arrëvoj moti i zhotjtë thë nghëruiturat me krje Arbër)

È IL TURNO DELLA “SCUOLA” DI PALAZZO GRAVINA E, DELL’ALLIEVO DI LUNGO CORSO ARBËR (Arrëvoj moti i zhotjtë thë nghëruiturat me krje Arbër)

Posted on 05 agosto 2023 by admin

CatturaNapoli Adriano

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – La Facoltà di Architettura dell’Università Federico II, ha la sua sede storica in Palazzo Gravina di Napoli, è proprio qui in questo anfratto partenopeo, dove un tempo si estendevano le proprietà della basilica di Santa Chiara, nasce la prima indagine del “Genius Loci Arbanon” e, la storia del ricercatore Arbanon per i nuovi stati di fatto mai indagati.

È in questo elevato, grazie a eccellenti maestri di antica radice, i soli in grado di tramandare, tasselli essenziali ed irripetibili, per la tutela del costruito storico, agli allievi, migliori perché mai distratti.

Tramandando un modello di comportamento nell’indagare, in prima analisi generale, poi di confronto degli elementi finiti, in seguito connettere e articolare per costruire la tessitura più solida per sostenere il progetto, con sostanze del passato, del presente, a garanzia dell’isostatico futuro.

Sino a quando avremo ancora vivo il “solitario ceppo con le radici profonde”, è confermata la speranza che si possano innestare i germogli citati e, ottenere fusto, rami, fiori e frutti, di solida essenza Olivetara.

Oggi restano vive le nozioni riverberatesi nel cortile di Palazzo Gravina, che coprivano sin anche il riecheggiare di fastidiosi suonatori senza voglia di studiare, diversamente da quanti restavano irremovibili e attenti alle lezioni in corso.

Solo questi acquisirono i principi antichi, poi riversati anche nelle trame del costruito storico dei Kalabanon, Arbërj e Arbanon, dallo scrivente sempre vigile e presente, perché la scelta era stata per passione.

Sono queste nozioni solide e inossidabili, in seguito poste a germoglio buono, grazie ai casati cattedratici dell’eccellenza partenopea, quali: Alisio, Bove, Bisogni, Cantone, Capobianco, Cardarelli, Casiello, Cocchia, Distefano, De Felice, De Fez, De Seta, Fusco, Giura, Renna, Rubino, Vitale e altri, tutti Professori appartenenti, all’olimpo della ricerca, e tutti assieme sapevano far distinguere e dare valore al costruito storico, fedele al luogo naturale e utile agli uomini.

E un loro allievo con questo bagaglio di sapere, per l’attività svolta, ha iniziato innestare, i germogli conservati nello scrigno, della Regione storica diffusa degli Arbër, che non sono espressione di lamento in lingua altra, ma principi di azioni, fondamentali per tramandare le cose di tutti gli Arbër, ovvero di quanti, vissero serenamente con sacrificio e dedizione.

Se non fosse stato per questi grandi maestri della “SCUOLA” di Palazzo Gravina e, i principi di studio per il buon progetto di tutela, in campo di indagine storica, opera prima di tempo e genio locale, dal 1977 al 1982, seguito dal tirocinio nelle botteghe dei citati maestri/e, (imposti per risparmiare danaro a favore di germanici), oggi gli Arbër non avrebbero avuto chi potrebbe innestasse, molto più di una “lingua altra”.

Per questo la ricerca in lingua altra va caricata a dorso d’asino e portati nelle stalle dei mittenti perché prive di criteri del continuo, con aggiunte stilistiche, demolizioni di edifici per fini veicolabili o falsi valori ambientali anche modesti.

Per non parlare del “diradamento” o “isolamento” dei monumentali, attuati con violentando il tessuto edilizio, con le appariscenti coloriture romaniche, di superfici e infissi, delle antiche prospettive, per questo si affermano gli interventi di risanamento conservativo, basati su una preliminare profonda valutazione di carattere storico-critico, essenzialmente consistere in:

  1. a) consolidamento e tutela delle strutture essenziali degli edifici;
  2. b) eliminazione delle recenti sovrastrutture a carattere utilitario dannose all’ambiente ed all’igiene;
  3. c) ricomposizione delle unità immobiliari per ottenere abitazioni funzionali ed igieniche, dotate di adeguati impianti e servizi igienici, o altre destinazioni per attività economiche o pubbliche o per attrezzature di modesta entità compatibili con l’ambiente, conservando al tempo stesso vani ed elementi interni ai quali l’indagine storico-critica abbia attribuito un valore;
  4. d) restituzione, ove possibile, degli spazi liberi storicamente destinati a giardino ed orto;
  5. e) istituzione dei vincoli di intangibilità e di non edificazione o superfetazioni invasive.

Tutto questo, come definito nelle attività della carta di Gubbio, do si ravvisava, già da allora la necessità della valutazione storico-critica, secondo omogeneità di giudizi, affidata ad una commissione di alto livello formativo, da affidare ai professionisti qualificati, in tutto per avere stretta connessione con la commissione regionale dei Piani Regolatori, distribuendo così uniformità di intervento.

Tutto questo per liberare il territorio da interpretazioni di funzionari acerbi e senza, capacità intuito e vedute ambientali in continuità con la storia dei luoghi

Ma ce di più e, lascia a dir poco perplessi gli studiosi, sono, le lacune di innesto moderno tramandate di generazione in generazione, le quali invece di sollevare indignazione diffusa, sono vanto folclorico, scambiata per  eccellenza locale, in fine esposte come architettura parlante di una non meglio identificata arte.

Infatti il popolo più longevo del vecchio continente, distintosi per millenni per le solide attitudini identitarie, non è concepibili sintetizzarlo al mero dell’abuso edilizio come esercizio, o nella compilazione alfabetica, quando basterebbe guardarsi dento e scoprire, un codice alfanumerico, ripetuto perennemente dai battiti del cuore e memorizzato nella mente, di chi nasce Arbanon.

Sono i luminari, di cultura che dalle cattedre di Palazzo Gravina, hanno seminato perle di saggezza e, tutte assieme contribuiscono oggi a leggere, l’Ambiente naturale dei Katundë, secondo lo scorrere lento della storia di ieri, di oggi e dei domani.

È da Palazzo Gravina che parte, per la prima volta, un nuovo stato di fatto per leggere con attività di studio, pluri temi, i trascorsi e le eccellenze della popolazione Arbanon, particolarmente, partecipi, alla storia del mediterraneo, senza mai smarrire la consuetudine murata dai cuori e le menti dei suoi figli.

Sono sempre loro a non temere il tempo, tramandando la fede della promessa data, il genio seminato negli ambiti attraversati, bonificati per poi essere vissuti, in fraterna vicinanza con gli indigeni.

Parlare evidenziando, storia, fatti, cose tangibili e intangibili, oltre al genio locale degli Arbanon, non è cosa semplice e alla portata di comuni figure o esperti mai emigrati fuori dall’orto botanico familiare.

Onde evitare ciò, è bene precisare che prima di ogni altra cosa, è opportuno essere cresciuti all’interna di una famiglia di radice Arbanon e, per affermare sé stessi e la propria discendenza, deve aver vissuto di suoni, sudori e conquiste, ottenute, ascoltando dai tempi delle fasce, la zappa che sfrega sulla terra, quando era il momento di seminare, mentre in fasce, si cresceva sotto l’ombra degli ulivi o tra i filari delle viti.

Se questi suoni prodotti dal metallo quando separa la terra, non sono stati ascoltati, assieme al crepitio delle radici che si facevano la strada per germogliare; è il caso di fare altro, evitando così di allestire alfabetari per danno.

Scrivere la storia con protagonisti luoghi cose e uomini delle terre della penisola italiana, dalla parte meridionale, in continua allerta mussulmana, non può esimersi dal parlare di popoli alla ricerca di luoghi per fare famiglia, in tutto l’ambito ideale per vivere e progredire in simbiosi con la natura, quella più mite del mediterraneo.

L’elenco di queste genti in perenne movimento, pone in evidenza proprio gli Arbanon, nati non per reprimere, sottomettere o conquistare le terre di altri simili, ma l’esclusivo piacere di avere il privilegio di essere presenti e poter vedere sorgere, illuminare e tramontare, il sole più buono le terre più miti per l’uomo.

Di questa popolazione e sono molteplici, in questo breve, si vogliono esporre le cose e i fatti che hanno visto protagonista la minoranza indoeuropea più radicata del vecchio continente, ovvero gli Arbër, gli stessi ad aver vissuto le terre dei Balcani prospicenti l’Adriatico e confinanti con i Greci.

In tutto, essi sono i discendenti primi dalla frammentazione dell’originario popolo protoindoeuropeo, imparentati dal condividere, oltre al patrimonio linguistico, anche numerosi tratti sociopolitici, religiosi e culturali.

Costituiscono per questo la parte più genuina dei popoli d’Europa, storicamente fedeli al principio di non sovrapporsi ad altre genti e, né avere privilegi o incutere soprusi contro quanti già presenti.

Essi amano gli ambiti naturali per depositarvi la propria arte, la consuetudine, la credenza e tutte le cose genuine, perché genti di una fioritura comune, inclini a sostenere la natura del luogo e la propria specie.

È noto un principio, secondo il quale, bisogna avere il coraggio per essere critici costruttivi verso le cose che si amano, solo così si diventa guida, via maestra, cammino sicuro per le nuove generazioni.

Chi è legato alla storia dei luoghi natii o di adozione, non deve esimersi da questo obbligo, specie se l’argomento tratta delle eccellenti figure, la complessità dei sanciti che definisce gli elevati storici, il patto per il mutuo soccorso, espressi e ripetuti a torto dai fascicolatori seriali, che fanno “la coda” perché frequentano gli archivi.

Per iniziare e parlare degli accadimenti centrali, il punto di partenza degli oltre cento agglomerati urbani, non può che essere il XIII° secolo.

E’ ad iniziare  questo intervallo che si dispongono e si sviluppano gli agglomerati urbani e, prendono forma le macro aree secondo parallelismi, di memoria importata dalla terra di origine.

Iniziare è opportuno avviare lo studio con l’analizzare la città di Napoli, notoriamente nota per l’impianto greco romano, senza poi mai continuare ad approfondire la regolarità del cielo, la terra da quello che non appare.

In altre parole gli ordini popolani allocati tra la via Furcillense e il mare, la strada che in maniera a dir poco edificante viene banalmente definita Spaccanapoli.

In definitiva un’impinto urbano con la radice greca a cui sono state sovrapposte nelle varie epoche modelli romani, in continua evoluzione di forma dalla collina di Caponapoli sino alla Furcillense e poi da questa nel costone sino al mare con temi arabo bizantini.

Un banco tufaceo ricoperto da una coltre di lapilli puteolani e vesuviani, stratificazioni databili secondo le eruzioni vulcaniche, che le popolazioni subivano con caparbia devozione ricostruivano i mutevoli scenari in elevato.

Allo stato mancando precise notizie attribuite alla introduzione del culto religioso in Grecia, è da supporre che le colonie delle diverse nazioni si stabilirono in comune accordo, avesse­ro ciascuna le Guida e le cerimonie religiose del proprio paese, di modo che venisse col tempo a creare un sistema distribuito, secondo cui le varie parti di memoria, in: Celesti, Terrestri, ed Infernali:

i primi si chiamavano (Epurami), abitatori del Cielo, (Athanati) immortali;

i secondi, abitatori della terra, (Eroes) Eroi;

gli ultimi, sotterranei i terminati (Limès) Frontiera.

Una volta riconosciuta e individuata la progressione medesima, si calcolavano le porzioni territoriali, adibiti a credenza, radice, difesa, sostenibilità.

Dopo questa breve premessa, indispensabile a definisce il centro antico dell’originario sito, da cui estrapolare elementi utili per comprendere quali siano state le direttrici di sviluppo, successivi all’originario impianto greco a cui ebbero seguito disposizioni romane, bizantine o egizie/arabe, senza mai sfuggire al vigile controllo, delle due Aquile bicipiti che dominano e definiscono tutti i confini.

Due aquile che guardano a Nord e a Sud, limitando l’Est e l’Ovest, col il proprio corpo orgogliosamente esposto nei punti strategici pronti a generare stradioti.

Partendo dalle tre direttrici storiche che seguendo il sole da est a ovest, organizzano la citta di primo insediamento con i regolarissimi cardini, che se pur detti di matrice romana erano organizzati secondo consuetudini greche.

I tre decumani che rappresentano i solstizi dell’anno solare, originariamente raccontavano lo sviluppo del centro antico ovvero, la Strada della Somma Piazza, il superiore; la strada del Sole e della Luna il centrale e La via Furcillense l’inferiore, tre decumani, storicamente presenti a definire e dividere i dettami del Cielo della Terra e del Termine.

Tre limes che dividono citta la parte Greca, dalla Romana, da quella inferiore, dopo la Furcillense sino al mare, di estrazione rispettivamente Bizantina, Alessandrina e Araba.

E lo studio di queste epoche Partenopee, che riversata nelle macro aree delle sette regioni del meridione uniformano, l’edificato urbano dei cento Katundë Arbër, compreso la capitale Napoli.

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USANO COME LAVAGNE PER SCARABOCCHIARE LE CORTINE EDILIZIE DEI CENTRI ANTICHI E DICONO SIA CULTURA (Quando nella Gjitonia si esagerava con le cose e i giochi, dietro i fiori di una finestra si udiva dire: Ezi e bëni porcaritë ka Gjitonia juei, ndësè e kini, gnë mosë ezni ndë pistë e digjiani)

USANO COME LAVAGNE PER SCARABOCCHIARE LE CORTINE EDILIZIE DEI CENTRI ANTICHI E DICONO SIA CULTURA (Quando nella Gjitonia si esagerava con le cose e i giochi, dietro i fiori di una finestra si udiva dire: Ezi e bëni porcaritë ka Gjitonia juei, ndësè e kini, gnë mosë ezni ndë pistë e digjiani)

Posted on 06 aprile 2023 by admin

Colore

NAPOLI (Atanasio Pizzi Basile) – Gli istituti e le istituzioni preposte alla salvaguardia della regione storica, perché poco attente alla conoscenza utile per le minimali cose da valorizzare, maliziosamente, hanno taciuto dando valore con men­daci ed ingrate osservazioni, di alcuni stranieri non parlanti, non potendo sfug­gire dalle nebbie, le miserie, e le turbolenze delle loro contrade, non hanno avuto, per questo, modi di trovare altrove agio, sanità e quiete, sotto questo amenissimo clima proposto con la pro­tezione delle maliziose regole, nate per valorizzare le cose migliori che avrebbero dovuto onorarci con tutta l’umanità.

Purtroppo così non avviene, perché siccome i preposti, furono scelti tutti di piccola statura, una volta saliti in cattedra hanno scambiato il loro ruolo immaginandolo campanile.

Purtroppo così non avviene, perché siccome i preposti, furono scelti tutti di piccola statura, una volta saliti in cattedra hanno scambiato il loro ruolo immaginandolo campanile.

A rivendicare dunque il decoro della nostra ingiustamente malmenata patria, rendeva necessario un sito come Scesci i Passionatit che in  forma di manuale, ne met­tesse con chiara  parsimonia lo stato fisico e morale di ogni cosa e figura, in modo che anche uno svagato lettore che vo­glia solo deliziarsi di materiali, curiosità e avvenimenti, sia co­stretto suo malgrado, a conoscere la parte morale, e trovi  nello stesso tempo quelle notizie che possano avere un posto sicuro, rendendo facile l’acquisire di tutte le comodità dilettevoli della storia e le cose Arbër.

Tale scopo si vuole giunge col presente lavoro e siate voi tutti giudici, o pubblico imparziale.

Se si esamina la storia degli interventi urbanistici nei “Centri Antichi IN Regione Storica”, si ha la misura di come in queste latitudini, le basi del restauro siano stati argomento mai approdato, così come l’analisi delle “tipologie edilizie” e ancor meno le direttive dei piani del colore, tutti indispensabili, per difendere questi ambiti irripetibili della storia del Mediterraneo.

Vero è che ha preso scena l’interesse del colore, non per valorizzare ripristinando lo stato storico dei fondamentali identificativi per valorizzare li luogo, ma si persegue il mero raffigurato, oltremodo, in contrasto con le leggi del buon senso, ignoto sin anche ai preposti d’ambito.

È palese constatare che nell’immagine comune, gli edifici del centro antico devono rinnovarsi, grave diventa non tener conto della radicata tradizione costruttiva e formale, che in passato ha caratterizzato l’ambiente e lo scenario urbano.

II gusto si evolve ma, soprattutto, mutano i processi produttivi in edilizia, mirando sempre più alla riduzione dei tempi di lavorazioni c dci costi, ormai uniformati ogni cosa e soprattutto luogo.

Tale esigenza va in contrasto con l’istanza di conservazione dell’immagine tradizionale e consolidata locale, di un ben identificato centro antico e, come ormai, diventata consuetudine, tendere a semplificare ulteriormente il linguaggio storico delle facciate, trasfigurando completamente il volto del costruito.

Ad esempio, in pochi anni molti edifici ottocenteschi riccamente decorati e colorati con tre differenti tinte di coronamento, allo scopo di esaltarne i valori plastici, sono stati oggetto di pittura, come gli stessi balconi e finestre, concepite per l’affaccio sulla strada e l’esposizione all’aperto di piante ornamentali, sono stati manomessi perdendo ogni valore di filtro tra l’interno dell’abitazione privata e lo spazio pubblico.

Molti altri esempi di alterazione delle caratteristiche architettoniche e decorative delle facciate potrebbero essere citati, ma è sotto lo sguardo di tutti la metamorfosi esteriore del centro abitato a causa di iniziative molto spesso di carattere individuale,

Tuttavia, addentrandoci nel nocciolo della questione e osservando il clima culturale odierno, ci si rende conto, che questo tema non ha mai raggiunto la maturità teorico-disciplinare, che potesse, dopo tante esperienze negative di varia natura, dar luogo almeno un barlume di ragione utile a sollecitare le oscure menti preposte, che preferiscono, prospettive diseducative di blasfemia se non addirittura mussulmana credenza.

La realtà dei fatti resta stesa alla luce del sole, in prospettiva storta, con le inopportune esibizioni di “non arte”; violenza gratuita verso, gli inanimati elevati, in altre parole gli inermi e statici paramenti pronti ad accogliere, o meglio subire questi messaggi a dir poco inutili.

Infatti sono gli stessi cittadini e proprietari utenti, a cui vanno aggiunti i turisti della breve sosta, che restano confusi alla vista dei concetti raffigurati di finitura, senza testa, corpo, ma dell’apparire di una coda che stridula o meglio raglia arte in strada quando è troppo tardi per tornare a casa.

Ancora oggi, infatti, la redazione di un Piano del Colore, a queste latitudini apparentemente mediterranee è un argomento ignoto, specie per gli innumerevoli dissacratori di pareti, che qui corrono scellerati, poi se il consenso arriva con il mutismo è anche degli uffici preposti, spinti dal comune disinteresse verso la tutela della storia, l’argomento assume le sembianze di emergenza sociale, a cui porre rimedio e rispondere con energico disappunto.

Ciò che ad oggi sfugge è il dato che l’abuso artistico cosi realizzato, sia dal punto di vista burocratico per le prassi edilizie private violate, potrebbe diventare un balzello civile e penale non irrilevante.

Se a questo sommiamo il dato inconfutabile che ostinandosi a compromettere superfici di muratura e imbrattare manufatti lignei, come infissi, porte finestre e lucernai, difficilmente le attività di recupero o restauro moderno, poco potranno fare se non compromettere ancora di più, con il pigmento anomalo sparso sulle superfici lignee e gli elevati storici del costruito.

Ma non è nemmeno raro imbattersi in atteggiamenti opposti, laddove il cittadino avverte che qualcosa non va, per questo riassume il disagio con una sentenza sbrigativa, rivolta a questo o quell’imbrattamento, dicendo per esempio che “è come un pugno in un occhio”, ma non basta, come sono inutili azioni di ribellione popolare, come parole indirizzate al vento che porta via, specie se rivolti alle istituzioni che nel contempo immaginano cose, di lumi d’ignoto a venire.

La radice di colore dei centri storici del meridione e specie dei paesi elevati dal XIII secolo, nasce dai rudimentali elevati, di primo insediamento, per questo, fare un’analisi specifica di luogo ed elementi naturali tipici, fornisce un quadro d’insieme pittorico, secondo il quale l’esigenza primaria degli abitanti di queste colline fu di mimetizzarsi, il più possibile, realizzando parallelismi cromatici con l’ambiente naturale e, per lo scopo assunse il ruolo di murazione ideale prima, per quanti trovarono luogo in queste colline boschive, agli albori del Età Moderna.

Paesi che si affacciano con discrezione sulla valle del Crati, offrendo gradevoli prospettive, attraverso le quali si poteva assistere al miracolo dell’apparizione notturna e della sparizione diurna.

Montuosità che per la forma dei suoi antichi canaloni, assumeva le sembianze di elefanti mastodontici, che voltavano le spalle al Crati per andare sulle rive del Tirreno.

Lo stesso fenomeno si verificava nel declivio della preSila Greca, un sistema di paesi o meglio Katundë, disposti a quote ragguardevoli e sicure, che per incanto sparivano alla visione diurna e apparivano con le fioche e tremolanti luci rossastre al calar del sole.

Oggi tutto questo non esiste più e se si va per panorami tra le colline a destra o a sinistra del fiume Crati, si possono individuare e riconoscere paesi ad oltre venti chilometri, a vista d’occhio, e pure senza occhiali, per le inopportune pigmentazioni, per non aprire pena verso le inadatte coperture.

Le pigmentazioni del nuovo costruito, per così dire, di radice pompeiana o addirittura a impronta d’arlecchino, priva di senso e di colore, va oltre i limiti della riservata decenza, che nel secolo scorso era ancora cultura, anzi oserei dire, un modello di convivenza e rispetto dell’ambiente naturale.

Tutto ciò che un tempo rappresentava la fioritura naturale di un ben identificato costruito, nel corso delle stagioni, nei Paesi, Katundë, o Frazione ha perso ogni sia connotazione per le finalità di convivenza ambientali e naturali.

Il genio degli abitanti che vivevano questi luoghi, ha ispirato sin anche il sancito dell’articolo nove della Costituzione Italiana, sono stati proprio questi ambiti ad ispirare chi dispose le basi e colse i germogli indispensabili a questo fondamentale pezzo della Costituzione del bel paese Italia.

Il colore dei numerosi centri antichi detti minori, è un esperimento naturale, che nasce dalle esigenze degli abitanti, sin dalla notte di tempi.

A ben vedere, mentre chi si insediava nelle isole o nella terra ferma a ridosso delle vie del mare, rendeva visibili il luogo abitativo, con colori forti ed appariscenti, una sorta di faro diurno per tornare a casa.

Diversamente da quanti si insediavano tra le colline e costruivano le case, cercando un compromesso tra gli elevati composti di elementi naturali locali di pigmentazione, realizzando una sorta di parallelo con lo stato agreste di fioritura d’aree.

Questo dà ragione ai numerosi elevati di pietra locale alettate e rifinite con impasto di calce, sabia torrentizia calcarea e argilla, utilizzata poi anche per dare continuità e coloritura muraria all’esterno.

Cosi come i coppi di copertura a doppia regola, realizzate con argille rossastre locali e poi infornate con scarse temperature, il fenomeno serviva a far germogliare in estate particolari muschi, che germogliavano il parallelismo cromatici della lamia di displuvio, con il contesto arboreo circostante.

Questo spiega anche il fenomeno di poca visibilità a distanza dei centri abitati di giorno e poi di notte, con le luminarie, apparire come miraggio collinare.

Per questo sostituire tetti con inadatti apparati moderno lamellari, dipingere momenti di vita e corredi, sulle superfici dei riservati elevati di luogo, diventa un esperimento senza senso e rispetto della storica consuetudine locale, ma quello che più duole si interrompe una volontà antica, la stessa che oggi potrebbero essere il vanto identificativo che magari, “i Borghi medioevali non hanno e ne avranno mai per costituzione formale”.

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Ma questa appena accennata è un’altra storia, ancor più amara, che tratta di Case favellanti, Minareti, Camini, Gjitonia, Scesci, o suonatori la Baglama seduti sulle resta delle colonne greche, uno scenario anomalo e ben lontano “thè mesi” materno, preferito dalle giovani leve al pitturarsi di Arberia.

 

 

P.S. non si dice Qendër, ma Mesë o Mesj chi non lo sa, si informi prima di scriverlo e mettersi al centro della tavola, sopra il ricamato a uncinetto, che non è un palco e ne una cattedra, ma solo un componimento casalingo per quando arrivano ospiti a ubriacarsi di vino.

Commenti disabilitati su USANO COME LAVAGNE PER SCARABOCCHIARE LE CORTINE EDILIZIE DEI CENTRI ANTICHI E DICONO SIA CULTURA (Quando nella Gjitonia si esagerava con le cose e i giochi, dietro i fiori di una finestra si udiva dire: Ezi e bëni porcaritë ka Gjitonia juei, ndësè e kini, gnë mosë ezni ndë pistë e digjiani)

I CENTRI ANTICHI NICCHIE STORICHE DI ARCHITETTURA MINORE

Protetto: I CENTRI ANTICHI NICCHIE STORICHE DI ARCHITETTURA MINORE

Posted on 31 luglio 2022 by admin

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REGIONE STORICA ARBËRESHË FIGLIA UNICA DELL’IMPERO CON CAPITALE COSTANTINOPOLI

Protetto: REGIONE STORICA ARBËRESHË FIGLIA UNICA DELL’IMPERO CON CAPITALE COSTANTINOPOLI

Posted on 13 febbraio 2022 by admin

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COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

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Posted on 11 giugno 2021 by admin

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LA NON TUTELA DEL COSTRUITO STORICO ARBËRESHË; ORA È  EMIGRATA IN ALBANIA

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Posted on 02 febbraio 2021 by admin

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QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

Posted on 16 gennaio 2021 by admin

Kagliva

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – È storicamente noto che le migrazioni dai governarati dell’odierna Albania, dopo la morte del condottiero Giorgi Castriota, videro disporsi nelle terre del regno di Napoli, un gran numero di migranti seguiti dalle famiglie, secondo arche predefinite nei territori amministrati dai principi di parte Francofona,.

Gli arbëreshë presero possesso di luogo, seguendo la medesima prassi insediativa in tutti i Katundë, cento paesi della regione storica, da prima vissuti in forma nomade e poi dopo una fase di scontro e confronto con gli indigeni, s’insediarono definitivamente in ritrovate aree orografiche.

A quei tempi, per le loro necessità transitive, furono utilizzate forme abitative, estrattive, in seguito per la scelta definitiva dei luoghi d’insediamento, passarono all’Architettura additiva, quest’ultima in particolare, una volta avviato il processo di conoscenza, fece diventare gli ambiti costruiti, la fucina di questa nuova arte, diventando i piccoli aggregati, il libro a cielo aperto dove attingere esperienze  e arricchire il bagaglio di conoscenza.

Il riedificare sulle stesse ceneri, impegnò notevolmente in tale disciplina i minoritari, i quali affrontarono non poche insidie, per la non conoscenza dei principi della statica, oltre a quella di unire e consolidare materiali dissimili.

A tal fine onde evitare il trascinarsi errori di costruzione, trasferirono la sapienza man mano che veniva acquisita, secondo i protocolli in forma orale, alle nuove generazioni.

Il costruire per necessità e senza esperienza ha coinvolto, esecutori, osservatori e utilizzatori di ogni comunità a condividere i principi secondo cui innalzare modelli abitativi, doveva rispondere alle metodiche acquisite e rese pubbliche, in forma orale, prestando attenzione nell’applicarle, in definitiva diventarono un rigido protocollo, come quelli già in uso per le attività agresti e di bonifica .

Le stesse genti non impegnate nel periodo maturazione dei seminati, diventano muratori, manovali e architetti, maestranze intrise dei valori di modestia e necessità che lentamente disegnarono i centri antichi nelle coline del meridione.

L’architettura all’interno dei perimetri antichi, per la scelta di vivere prevalentemente isolati, ha una storia più articolata rispetto alle genti indigene più coese e vicine tra loro che erano già abituate a confrontarsi con il regno e le sue istituzioni.

Gli arbëreshë avendo preso possesso in macro aree allocate diffusamente, non avendo possibilità di confrontarsi rapidamente, si possono per questo identificare esecutori di un’architettura senza architetti o isole di un’arte in continua ma lenta, evoluzione.

Da prima furono utilizzati semplici tuguri, identificati più come arte estrattiva, mista a compositiva in forma di materiali deperibili, poi per una migliore vivibilità diventate abitazioni in muratura.

Pietre naturali o di fiume, il cui legante, sabbia e calce consentiva in sicurezza di elevare case, poi in epoca più tarda con l’utilizzo di mattoni, e materiali di spogliatura, provenienti da errori di esperienze precedenti.

I contadini, non ancora architetti, avevano una grande esperienza in campo di conoscenza degli equilibri naturali, per questo innestarono le loro case in luoghi sicuri e senza forze anomale in attesa.

Solo dopo le prime esperienze edificatorie si resero conto degli effetti dei paramenti inclinati causa di numerosi crolli, a cui diedero risposte.

Unici elementi costruiti da cui trarre spunto o ispirazione, furono i presidi religiosi a essi sempre prossimi; è da questi presero spunto  e  consapevolezza delle altezze murarie, calibrarono lo sviluppo in base ai materiali e le sezioni d’inviluppo dell’opera.

Molto probabilmente lo spunto del modello base, se analizzato con attenzione, spiega i numerosi spunti distributivi comuni, in quanto non si discostano molto dalle celle monastiche e i relativi orti botanici annessi.

Cosi come le lamie di copertura, prima fatte con strutture in legno completate con rami intrecciati foglie e conglomerati in argilla, hanno preso forma completa con i noti di coppi e contro coppia, completando così quello che diventerà il modulo abitati, utilizzato per i sistemi aggregativi, prima spontanei, o detti articolati e in seguito più razionali in forma lineare.

Sono numerosi i temi da trattare, su questi aspetti di evoluzione architettonica senza architetti, la cui alba sorge  all’indomani del loro insediamento, si sviluppa sino alla fine del XVII secolo per articolarsi in altezza sino al 1783.

L’alba dello storico terremoto, in cui diventa fondamentale l’intervento degli organismi preposti dal regno con imposizioni di carattere preventivo, precise regole preventive sia per la larghezza delle strade e sia per la consistenza muraria o per il numero dei piani.

È questa l’epoca degli insediamenti arbëreshë con l’architettura degli architetti, questi lasciando nel contempo  immutati quelle pertinenze che per opera intelligente, hanno continuato a resistere agli eventi naturali; oggi traccia o misura nelle micro aree dove erano stati evidenti i crolli.

Dal dopo guerra del secolo scorso, gli anni della ricostruzione postbellica, vede incunearsi una confusione endemica negli ambiti costruiti della minoranza arbëreshë.

Qui troppo spesso, invece di affidare il valore architettonico a competenze specifiche, si è preferito affidare a comuni tecnici l’antica professione senza architetti.

Questo, non per porre l’accento verso l’incarico della progettazione del singolo manufatto pubblico o privato in senso di esclusivo abbellimento, ma che diano lustro a un’arte antica che da spazio al genius loci professionisti con competenza d’ambito tramandata oralmente per passione.

Quello che servirebbe deve essere rispettoso di un protocollo riferibile alle macro aree di minoranza, specialmente quando si trattava di operare all’interno del centro antico e di architettura spontanea.

Il rammarico più grande che molti studiosi portano in seno, consiste nel non aver allora come oggi, predisposto misure d’indagine adeguate, per la definizione di un protocollo di tutela, una “carta del restauro della regione storica”,  ancora oggi evasa e attende, istituzioni, uomini e misure  per  tutelare il valore storico dell’Architettura senza Architetti, ancora pulsante in ogni edificio della regione storica diffusa arbëreshë.

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L’ARCHITETTURA DEI CENTRI STORICI MINORI SI LEGGE NEGLI ANFRATTI NATURALI,  NON SI CERCA NEGLI ARCHIVI PER POI RACCONTARLA CONFORTATI DALLA “CARTA”:  ESSA, L’ARCHITETTURA, NON È ALTRO CHE IL CONNUBIO LOCALE TRA UOMO E AMBIENTE.

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Posted on 06 agosto 2020 by admin

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