Archive | settembre, 2020

L’ORIZZONTE CON LA STELLA DEL GARBO E DEL SENSO

L’ORIZZONTE CON LA STELLA DEL GARBO E DEL SENSO

Posted on 24 settembre 2020 by admin

195NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Se tutte le cose hanno un’origine, uno svolgimento e un ricordo duraturo, nel corso dei secoli, anche per il costume tipico della Regione storica Arbëreshë, vale il principio.

Comunemente replicato nella macro area delle miniere e in quelle del pollino, esso ha la sua origine nel mandamento dei comuni di: Spezzano Albanese, Santa Sofia d’Epiro, San Demetrio Corone e Spezzano Albanese.

Ancora oggi giorno, un buon osservatore  può trovare questa radice, sia per il modo in cui viene indossato e sia con il garbo, la delicatezza oltre al buon gusto per il quale si dispongono, le vesti, per rendere merito a questa opera irripetibile.

Indossare un costume arbëreshë è un atto complicatissimo e riuscire nell’impresa non è una cosa da poco o alla portata di tutti, per questa ragione, negli ultimi venti anni non si commette errore nell’affermare che solo due ragazza sono state vestite esponendo il costume arbëreshë, nel rispetto dell’antico protocollo senza eccessi o restrizioni di sorta.

Questa non è la conclusione, scientemente realizzata seguendo con dovizia di particolari un numero elevatissimo di manifestazioni ed eventi posti in essere; quale architetto ricercatore, con esperienza cinquantennale, in quanto va considerato principalmente il dato di essere vissuto a fianco di mia madre, che per una consuetudine di natura genetica della sua famiglia, mi relegò al suo fianco per molto più del mio primo decennio di vita.

Lei, una delle ultime tutrici del protocollo di vestizione, e non lasciava mai nulla al caso, specie quando doveva vestire giovani ragazze, con il suo abito nuziale, non c’erano ragioni per dare atto alla vestizione, se non era positivo l’esame metrico a misura parallela e dei tre requisiti di riferimento.

Da questo breve accenno che è solo la base del principio di vestizione, è palese sostenere che negli ultimi venti anni solo due le ragazze, possono vantare di aver indossato ed esposto con garbo educazione e sostenibilità, il costume tipico della Regione storica Arbëreshë.

Generalmente, confermata l’altezza, piede, fianchi e spalla, comparata la corporatura si dava avvio alla vestizione e dove le rotondità fisiche mancavano si riparava depositando frammenti di stoffa o tovaglie sapientemente camuffate tra corpo e l’abito.

Diversamente avveniva se le dimensioni erano fuori misura o abbondava rispetto al vestito,  sia in altezza e sia nello sviluppo formale del corpo, in quel casi si riferiva che il costume era stato depositato da poco e non poteva essere rimosso.

Un espediente spesso adoperava per evitare una cattiva vestizione; negazione gentile per non essere irriverente verso quelle preziose stoffe ed esporre alla berlina la natura formale di quella ragazza e violentare stolitë.

Sono numerosi i casi in cui, ciò,purtroppo avviene comunemente, in numerosi eventi, a quel punto il ricordo va a  quelle “sagge vestitrici” che non approvavano in alcun modo queste false vestizioni e per evitarle arrivavano al punto di negare di possedere il costume.

Tornando alle due notizie buone, esse si possono rievocare rispettivamente: nel Caso Sofiota di Martina L. e  Spezzanese di Filomena N.;

  • la prima vestita dalla madre Mariella L., rifinita dalla Signora Mariuccia R. cresciuta sotto le direttive di una saggia Sofiota, questa vestizione ho avuto modo di possederla nel 2014 e la scelsi come prima slaid di una relazione tenutasi a Firenze; una sala rumorosa di vociferare disinteressato di chi mi aveva preceduto, improvvisamente appena proiettata la foto nel maxi schermo e il silenzio invase la sala e la narrazione della storia arbëreshë ebbe inizio;
  • la seconda vestita dalla madre Caterina P. la cui madre risulta essere una delle sarte più sagge di Spezzano, tra le pagine di Arberia Web Tv, nei giorni scorsi, ho trovato quest’altra immagine, esempio positivo di vestizione, portamento e garbo, in oltre considerato che viviamo nel 2020 il punto più buio della vestizione, l’esempio mi lascia ben sperare.

Da questi brevi accenni si può notare che le tradizioni consuetudinarie non sono un’invenzione, o qualcosa che si può predisporre sulla base di sentito dire o improvvisazioni prive dei minimali requisiti di senso; esse sono e devono essere il risultato di lasciti tra generazioni e non è un caso, che quando questo avviene, si può dire che tutti hanno fatto il proprio dovere nel corso della propria esistenza.

Comunemente quanti non sanno e non hanno consapevolezza di cosa si discuta e di cosa si voglia tutelare, preferiscono le vie di fatto, definendo quanti cercano di dare respiro alla consuetudine e alla storia degli arbëreshë, “devastanti”.

Certamente è preferibile essere ritenuti  “devastanti Arbëreshë con Laurea di Ragione” , che condannati comuni nel girone dantesco della vostra dell’Arbëria, dove da troppo tempo il fuoco distrugge e devasta ogni cosa.

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ALLA RICERCA DELLE IMPRONTE ARBËRESHË; IL POPOLO CHE NON USAVA SCRIVERE

ALLA RICERCA DELLE IMPRONTE ARBËRESHË; IL POPOLO CHE NON USAVA SCRIVERE

Posted on 03 settembre 2020 by admin

CatturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Gli enunciati identitari comunemente diffusi all’indomani della pubblicazione in G.U della legge 482/99, prima durante e dopo le conferenze culturali con tema, Gjitonia, erano il seme dei trentatré alfabeti, citati da Norman Douglas, circa un secolo prima.

Fece seguito il sancito, secondo cui erano fuori dalla cultura identitaria quanti non avessero utilizzato uno degli alfabeti, per produrre componimenti di specie con tomi, volumi e tascabili, scritti in arbëreshë.

Lascia dir poco perplessi la teoria secondo la quale sono ritenute eccellenza solo gli scrittori; come se, chi si è distinto in discipline umanitarie, scientifiche, politiche, economiche e di ogni genere sia ritenuto al pari di un contadino capace di usano la zappa per far male ai piedi.

A tal proposito è più ragionevole sostenere tutto l’insieme delle figure distintesi all’interno del modello territoriale, denominata Regione storica diffusa Arbëreshë, senza discriminare quanti ritenevano opportuno solo parlare, l’antico idioma, e nel frattempo partecipare come eccellenza alla cultura e alle innovazioni in senso più generale.

Sono proprio queste figure a distinguersi, anzi raggiungere la vetta degli itinerari di formazione, in numerosi campi, rendendo merito con il loro lume, alla regione storica, specie nei salotti culturali più in voga di tutto il vecchio continente, dal settecento e sino ai giorni nostri; oltremodo condividendo i risultati, con quanti, della popolazione indigena intuirono la loro potenzialità.

Non si possano ritenere, eccellenza della regione storica, solo quanti si sono applicati comunemente a scrivere un antico codice identitario e ancora oggi dopo sei secoli di tentativi, nessun ritiene imitarli; nonostante, nella capitale del regno, più volte eccellenze più formate in campo della diffusione culturale, nel corso dell’ottocento, abbiano redarguito ragionevolmente, con la matita blu i provetti divulgatori.

Quanti hanno dato lustro alla regione storica, in senso di scienze, matematica, ingegneria, economia, musica, letteratura oltre ad aver tradotto antichi testi Greci e Latini, spargendo primati di miglioramento diffuso e comune convivenza, non sono stati certo quanti si dimenava a scrive un parlato antico senza mai raggiunger u traguardo plausibile.

I veri eroi della regione storica, del meridione italiano, sono proprio quanti sono riusciti a portare il proprio ingrgno, quale germoglio d’integrazione nella terra ritrovata, condividendo i risultati con i fratelli indigeni.

Risultati ottenuti non con mezzi di alta tecnologia o con apparati di elevata caratura, ma solo ed esclusivamente con la forza del loro sapere.

Le stesse che oggi mantengono primati e sono alla base di studi e ricerche, come la questione meridionale che sin dalla metà del sedicesimo secolo era argomento di studio, giacché luoghi depressi e senza un futuro, nonostante il territorio garantisse ottime possibilità di rilancio.

Se analizziamo gli eventi storici, dalla fine del seicento, quanto ormai i processi integrativi, prima di scontro e poi di confronto erano stati dissipati, vano rilevate le evoluzioni antecedenti, il decennio francese sino all’Unità d’Italia.

Sicuramente senza tralasciare gli elementi più rilevanti della riforma che miravano alla configurazione territoriale delle istituzioni amministrative, i cu processi governativi definitori delle élites, furono scossi assieme a quanto radicato come solida eredità iniziò a sgretolarsi.

Soprattutto per il Regno di Napoli, anche se, gli studiosi hanno comunemente rivolto la propria attenzione verso i meccanismi amministrativi della regione, trascurando in questo modo, cosa e come abbia caratterizzato la configurazione orografica, con l’applicazione delle ormai collaudate leggi francesi del ventotto, ventoso, anno VIII.

Che sino allora fossero state ritenute marginali i legami tra territorio, strade, in specie l’apporto che queste esercitavano sull’architettura, il paesaggio e la nascita oltre all’evoluzione degli insediamenti abitativi era un dato di fatto.

Solo di recente, anche nel campo degli studi meridionali, è emersa la necessità di occuparsi del territorio inteso come apporto fondamenta della trasformazione in atto, la cui orografia ha reso possibile sistemi e modelli di tutela e residenza; una nuova analisi, dove il lungo diventa capitolo introduttivo, maglia evolutiva del meridione.

Il nuovo stato di analisi e di ricerca si presenta come fioriera di grande novità, nel panorama degli studi meridionali, le ricerche finalmente aprono nuove riflessioni, radiografando gli insediamenti e gli eventi che hanno innescato l’evoluzione, riverberando aggregati urbani e sociali, solidarizzati nel rapporto dell’ambiente naturale in armonia con il costruito.

Per contribuir a rendere possibile questo nuovo modello di analisi ed evoluzione sociale, contribuirono in calabria citeriore le strategie partenopee messe in atto dal gruppo capeggiato da pasquale bassi di Mons. Bugliari, del Belusci seguite e poi fatte proprie nel decennio francese dal Masci, che al seguito di Murat poté mettersi in mostra.

Tutto ebbe inizio con i rapporti che il Baffi intrecciò con i massimi esponenti della cultura europea dalle quali scaturì il progetto di trasferire il collegio a Sant’Adriano per creare un polo di formazione solido in quel nocciolo duro delle aree depresse della Calabria citeriore, stimando con dovizia di particolari le possibilità che offrivano strategicamente quelle terre se idonea mente condotte da eleggibili del popolo liberi da pensieri élitari .

Un quadro geografico feudale da cui emergono strutture amministrative, nei primi decenni, del Seicento, della fiscalità dei casali e le richieste di autonomia in occasione delle disposizioni per la stesura dei catasti conciari.

Avendo come riferimento la legge del 14 dicembre 1789 in discussione, prima di stendere la maglia dipartimentale, visto la necessità di sostituire con istituzioni più solide le municipalità nate nel caos dei mesi precedenti la rivoluzionarie, fu determinato un limite demografico sotto il quale non si sarebbe potuto costituire il comune.

A tal fine furono indicati in 4 – 5 mila abitanti, i cui fine coltre che amministrativo sottraeva i piccoli insediamenti alla facile influenza della chiesa e della nobiltà locale.

Oltre a questo dato di rilievo, si cercava un sufficiente numero di cittadini, attivi e reclutabili, per l’amministrazione della comunità, un sufficiente numero di eleggibili induce la costituzione ad accorpare le comunità locali con una popolazione inferiore ai 5 mila.

Fanno parte di questa nuova strategia di accorpare le aree geografiche con simili consuetudini, le disposizioni di Carlo IV per lo studio dei costumi tipici nel 1783, da cui ha origine il costume tipico arbëreshë, lo stesso che ancora oggi è l’emblema della minoranza e contiene tutti i componimenti religiosi e consuetudinaria.

Mi riferisco al costume del pentagoni di Spezzano, Santa Sofia, San Demetrio, Macchia e Vaccarizzo, il solo costume rappresentativo della minoranza; ma questa è una storia più complessa e richiede una trattazione specifica e dettagliata, in tutti i suoi caratteristici originali e irripetibili, componimenti sartoriali.

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