Archive | giugno, 2020

GLI ABBARBICATI DEL TERMINATIVO “OLOGO”

GLI ABBARBICATI DEL TERMINATIVO “OLOGO”

Posted on 29 giugno 2020 by admin

Gallo ologoNAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi Basile) – I primi giorni di gennaio del 1954 iniziarono le trasmissioni della televisione italiana e con esse anche la programmazione per gli adulti in forma di giornale, didattica e intrattenimento, oltre per i ragazzi con serie di telefilm e cartoni animati.

I programmi erano intrisi da una forte connotazione educativa e informativa, la televisione si prodigava a diffondere notizie di politica cronaca, l’importanza delle norme igieniche e di vaccinazione, oltre a intrattenimento a fini istruttivi.

Un cubo magico attraverso il quale si prendeva atto di cosa avveniva in tutto il mondo, stare davanti ad ascoltare e vedere era un rito, un appuntamento irrinunciabile, di cui hanno goduto divertendosi e traendo spunti di vita, generazioni intere.

Tuttavia e ciò nonostante, le cose utili e belle non durano molto e finiscono per appiattirsi o diventare trasparenti; così lo è stato in tutti i sensi anche per la televisione: prima cubo, poi parallelepipedo, oggi piatto rettangolare a modo di quadro e nessuno di noi in fondo lo gradisce.

Se la luce emanata dal tubo catodico si poteva sopportare, perché tenue e surreale, le migliaia di piccoli quadratini che si mescolano costantemente e restituiscono immagini moderne, sono insopportabili oltre misura.

Oggi la televisione è diventata il luogo  di spunti anomali, per attrarre l’attenzione e gli sguardi di un ideale ed invisibile platea, fatta di numeri e supposizioni statistiche.

Il protagonismo è l’elemento predominante,  anzi direi proprio povertà teatrale, senza cultura.

Esso ha due radici: una di carattere apparentemente formata a seguito di titoli e l’altra senza ne arte e ne parte; quest’ultima la più pericolosa,  per darsi una parvenza culturale usa il terminativo “ologo” come ad esempio: espert-ologo, tuttologo, pens-ologo, saggi-ologo, borg-ologo, music-ologo, architt-ologo, ecc., ecc., ecc.

Si enunciano comunemente borghi da recuperare e rivitalizzare, un appellativo importato e imposto dai longobardi che nelle terre germaniche ne facevano un grande uso per vicende legate a conquiste a fini distruttivi e nella penisola dell’odierna Italia, adopera gli appellativi di altra radice linguistica.

Per quanto riguarda la categoria dei non formati, e mi riferisco quella del noto, terminativo “ologo” i più facinorosi, non avendo alcuna formazione generale, si associano al terminativo citato, non avendo la ben che minima idea di  sheshi, di sistemi viari che ti abbracciano prima e poi ti liberano sul piano, perché riconoscono la tua genuinità.

Tutti siamo consapevoli che che ogni mattina il sole sorge, più difficile è parlare di case, il luogo dove si è nati, cresciuti e vissuto gioie,  patimenti della propria esistenza, “la  casa mia” non il luogo di altrui genti, giacché quella piccola, grande o misera dimora, è il punto fermo da cui si dirama la nostra vita; sarà sempre nostra, i ricordi, partono da quell’antica cellula e arrivano senza soste direttamente nel  cuore, senza mai rimanere incustoditi nelle spiagge di miti e leggende altrui.

Un paese è fatto di tempo, natura, storia, pietre, patimenti, sheshi e uomini; i più capaci li sentono, li vedono perché li conoscono e sanno raccontare; gli altri, si adoperano per salire sul palcoscenico  del comunemente “ologo”.

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L’OLIO D’OLIVA PREFERITO ALLA SETA SECONDO LE POLITICHE DELXVIII SEOLO

L’OLIO D’OLIVA PREFERITO ALLA SETA SECONDO LE POLITICHE DELXVIII SEOLO

Posted on 26 giugno 2020 by admin

IL corpo umanoNAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi Basile) – Nel settecento il sud dell’Italia e in particolare la Calabria viveva un momento storico non dissimile da quello attuale, genericamente diffuso in tutta la nazione italiana.

La Calabria, nel settecento, era considerata il sud depresso, del Regno di Napoli, rivedendo scientemente gli aspetti, sociali ed economici odierni, si può sintetizzare nel presente come l’Italia intera, è verso l’Europa unita del nord.

Le difficoltà del mercato e il progressivo indebitamento, per opera del fisco, nel settecento, rese i poli produttivi economiche labili, e fino a quando fu più possibile sostenerli, nonostante non mancarono riformatori, i quali constatato la crisi della seta di Calabria, l’eccellenza di quel tempo, non ebbero sufficiente istinto imprenditoriale per  introdurre tecnologie in grado di rinnovare l’antica filiera seticola e della filatura in generale.

Nonostante, la Calabria dal Trecento, era stata la patria del telaio senza mai scendere dal piedistallo, rimase abbarbicata a metodiche di lavorazione non in grado di confrontarsi con i nuovi mercati in crescita da altre latitudini già dal XV secolo.

Anche quando la domanda continuava imperterrita a scendere, perché pretendeva standard più accessibili, come ciò che era prodotto fuori dalla Calabria, i regnati partenopei, immaginavano che l’attesa avrebbe fato la differenza e quanto prima avrebbero partecipato da protagonisti alle richieste del nuovo mercato.

La crisi strutturale specie della seta calabrese divenne irreversibile,giacché, dalle misure intraprese dai grandi proprietari di gelseti, che seguivano una progressiva riconversione più remunerativa verso la granicoltura e soprattutto nell’olivicoltura, mentre i possessori di piccoli giardini con gelsi proseguirono la produzione asettica che non poteva rispondere adeguatamente alla richiesta di un mercato in piena espansione, sia in qualità che in quantità.

Valga di esempio il caso di un grande produttore di seta, il quale, investì  per acquistare  un considerevole numero di unità fondiarie nel basso Ionio da destinare a gelseto, questi visto trascorsi anni senza l’intervento dello stato, che in qualche modo incentivasse il settore, preferì predisporre le colture a fini cerealicoli estensivi e dell’olivo.

Quando finalmente l’investitore calabrese aveva ormai terminato il processo conversione, il governo centrale  spedì macchinari per la produzione di seta, mettendole a disposizione gratuita  degli industriali del luogo, ma purtroppo nessuno ne volle trarre profitto, perché ormai il processo seguiva la via dell’olio.

Ormai, l’antichissima produzione della seta di Calabria era scomparsa per sempre, dismesse le grandi estensioni di gelseti elemento fondamentale della filiera, il governo centrale era rimasto immobile senza operare attività economiche ce ne potessero cambiare la tendenza, che certamente non sarebbe avvenuta nel breve periodo.

La riconversione fu imponente e soprattutto a favore dei saponifici francesi e delle industrie meccaniche inglesi, dove la richiesta preferiva l’olio di bassa qualità calabrese.

Le esigenze di riconversione, andarono notevolmente in questa direzione, i gelseti erano dappertutto abbattuti con l’accetta, l’impianto di oliveti non conosceva sosta e ciò avveniva nelle aree più produttive della Calabria.

L’impianto olivicolo fu avviato, senza grandi investimenti, per cui mancarono, da subito la raccolta razionale delle olive dall’albe­ro, differenziandoli con quelle raccolte a terra, oltre mancava o era completamente assente l’indispensabile sistematica potatura, queste, tutte attività che avrebbero preteso abbondanza di manodopera, allungamento dei tempi di produzione e capitali più cospicui da investire nella nuova attività.

I proprietari del tempo, non fecero altro che sostituire il gelso, e impiantare l’oliveto dovunque era possibile.

La conseguenza fu l’enorme accrescimento della produzione globale dell’olio nella Calabria, destinata a superare spesso, l’antica produzione puglie­se, con uno smercio che favoriva le attività di taluni porti tirrenici, i quali non erano mai stati al centro di tale vivacità.

Tuttavia va rilevato che la qualità dell’olio calabrese non riuscì a diventare pari alla quantità di produzione, nonostante fosse diventato un vero fiume che andava a sostenere, la produttività, dei saponi francesi e per ironia della sorte come lubrificante delle macchine dell’industria inglese, proprio in campo tessile.

Così, le macchine inglesi per produrre tessuti marciavano grazie all’olio di quella Calabria che, per produrre quell’olio, aveva rinunciato alla seta e alla tessitura in senso generale.

La conferma che la Calabria fosse diventata il fornitore ufficiale, sin dai suoi primi passi dell’industria inglese, lo riscontra ancora oggi nella misurazione del litro tipico dei frantoi, infatti, l’unità di misura ”il litro oleario” corrisponde a quattro “pinte britanniche” ovvero poco più di 2 litri dell’attuale misura commerciale.

Abbandonata i gelsi e la sericol­tura per la scarsissima irrorazione di capitali e di lavoro specializzato, fece si che l’olivicolture divenne ben presto la risorsa economica che impegnava più famiglie e più nuclei produttivi, mantenuto comunque un livello assai basso rispetto a come era stato per la seta.

Il cambiamento segnava anche la fine di un primato millenario, destinato a ripercuotersi in enormi perdite di capitali che non sarebbero stati più recuperati.

La Calabria, non ha storicamente un’esatta localizzazione sul territorio regionale di esemplari particolarmente estensivi, di uliveti, in quanto, da millenni è presente l’oleaster (in arbereshe liosterà) una sorta di cespuglio spontaneo di olivo, ancora diffusamente presente in molte zone e da cui si estraeva un rudimentale olio.

La piantumazione e la cura della pianta, si deve sicuramente attribuire ai monaci Basiliani, che affinarono questa attività, ed e grazie al monachesimo latino, benedettino, cistercense, certosino, florense, e, infine francescano, che questa attività ha avuto una tradizione che oggi caratterizza con eccellenze il territorio.

L’olivo è segnalato nel Cosentino e sulle coste del reggino dall’epoca sveva; si hanno testimonianze, per il territorio di  Bisignano e Luzzi nella valle del Crati già dal XIII secolo.

Lo testimoniano, le entrate dei feudi cosentini dei Principi di Bisignano tra il 1578 e il 1580, che segna l’inizio della maggiore diffusione della coltura dell’olivo nella provincia e nella regione, causa l’esenzione di tasse,  cui godrà la l’attività fino ai primi decenni del Seicento.

In questo periodo nella Calabria citeriore ebbero un ruolo fondamentale, i profughi arbanon, questi per la loro grande esperienza nel rassodare e porre a dimora ogni genere di coltura da un lato si resero protagonisti nel mantenere i gelseti ancora produttivi e dall’altra rassodare e riconoscere quali fossero i terreni più idonei per vite, ulivo e cereali.

Gli arbëreshë dopo aver rassodato il terreno lo osservavano, lo tastavano, misuravano con le mani la consistenza e poi lo odoravano e ne sentivano il sapore masticandolo.

Una consuetudine antichissima che usava sia per le attività agricole ma anche per quelle d’insediamento per la realizzazione delle “dimore sia in forma estrattiva sia in quella compositiva”.

Oggi, dopo alcuni secoli di lenta ma progressiva espansione dell’olivicoltura, essa è presente su buona parte del territorio della provincia, escluse le superfici occupate dalla catena appenninica e dall’altopiano della Sila ad altitudini in media superiori ai 600 m.

Le maggiori concentrazioni si registrano nella sibaritide, sulle colline ioniche presilane, nella fascia prepolino e nella media valle del fiume Crati.

Resta un dato fondamentale, ovvero, per non aver difeso le attività che rendevano la Calabria l’eccellenza nella produzione della gelsi-sericol­tura, non aver intuito dare forza economica finalizzata a rinnovare la filiera di questa eccellenza, si è finiti per oliare gli ingranaggi delle industri britannica che aveva sottratto il primato.

Oggi che la seta proviene da altre latitudini, le stesse capaci di trarre profitto da quell’attività per la quale ci siamo dimostrati incapaci di saper amministrare, valorizzandola rimane l’olio, che a differenza di quelle epoche si raccoglie dall’albero e si estrae a freddo.

La particolare metodica sommata alle caratteristiche territoriali e climatiche della provincia citeriore e in particolare la media valle del Crati; culla naturale mediterranea, la stessa che consente di caratterizzare gli elementi tipici della “nota dieta mediterranea” riconosciuto diffusamente nel trittico alimentare: ulivo, vite e cereali.

Un equilibrio unico tra ambiente naturale e produttivo, che consente al territorio di auto rigenerarsi, mantenendo le produzioni in equilibrio perpetuo tra di loro.

Sicuramente la perdita del primato della seta è stata un pessimo affare, per la classe dirigente del settecento, ma l’equilibrio naturale che nel contempo gli operosi calabresi e le minoranze storiche sono riuscite a porre in  essere sono irripetibili.

Oggi la produzione dell’olio ha raggiunto eccellenze che nessuno avrebbe mai immaginato, considerando che si è iniziato con il fornire olio per sapone e ingranaggi e oggi l’olio calabresi sono esportati in tutto il mondo con valori di rilievo e raccontano di un olio ambito in tutte le tavole che contano perché in esso è racchiuso il valore unico di:

Colore: verde con venature oro e riflessi color smeraldo;

Odore: fruttato leggero e fresco, con piacevoli sentori di frutta, ortaggi, e cuore di carciofo;

Sapore: sapido, lievemente dolce, con gradevole percezione amara, discretamente pieno e persistente;

Sensazioni: aspettiamo le vostre in Regione Storica Arbëreshë, perché graditi ospiti, di una consuetudine antica.

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LA VIA DELL’OLIO “Kavaljoderë” Nella soglia della via?

Protetto: LA VIA DELL’OLIO “Kavaljoderë” Nella soglia della via?

Posted on 20 giugno 2020 by admin

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I PARALLELI DELLA REGIONE STORICA, SONO MOLTO PIÙ SOLIDI DEI MERIDIANI DELL’ARBERIA. ( mirë se na erdhit; non basta bilia ime!)

I PARALLELI DELLA REGIONE STORICA, SONO MOLTO PIÙ SOLIDI DEI MERIDIANI DELL’ARBERIA. ( mirë se na erdhit; non basta bilia ime!)

Posted on 15 giugno 2020 by admin

Asino e CapraNAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi Basile) – Trattare rispettivamente, in forma di Meridiani e Paralleli la regione storica diffusa arbëreshë è un po’ come diffondere l’arte degli asini che volano, invece di studiare, con profitto e avere consapevolezza delle proprie radici su base storica.

Che cosa abbia reso solida e forte i trascorsi delle genti e la cultura della regione storica più florida dell’Italia meridionale, oserei aggiungere, anche di tutto il bacino mediterraneo; non è la via che seguono i MERIDIANI, giacché è la direzione dei PARALLELI , quella del sole quando della Grecia, inizia a illuminare uomini e territorio sino alla punta più estrema della penisola Iberica; i  veri luoghi della cultura, della storia, del sapere e della sostenibilità degli uomini.

Questo è un dato che, storici e illustri di tutte le epoche sono univocamente concordi ad affermare e sottoscrivere.

Ragion per la quale chi si affaccia da un Meridiano e in ogni dove, divagando, quello che millanta essere “il sapere” dei quadrupedi volanti, non è un bel vedere, sentire o leggere, come  diversamente si adoperano a produrre le persone di garbo e di senso che studiano e divulgano certezze.

La credenza delle genti della regione storica arbëreshë è affidata alla religione, Greco Bizantino, di estrazione Alessandrina, la più solida e duratura del mediterraneo, essa risulta essere priva di ogni      forma di esoterismi e  credenza popolare in figure di “Magare” che sparlano  di generi; quanti divulgano  ciò o sono in malafede o cercano di imitare “il gallo sopra la discarica”(*), in quanto dal pollaio sono stati estromessi.

Tanto meno si possono rievocare le vicende storiche è i patimenti delle genti arbëreshë, del periodo post industriale o dell’alba economico degli anni dopo la seconda guerra mondiale, con prodotti della cinematografia senza avere una solida base storica, affidandosi a  memorie titolate e di sana formazione intellettuale; altrimenti si termina nel seminato del banale o del faceto.

Divagare sulla bandiera identitaria non è rispettoso per tutte le figure che compongono la regione storica; il costume  non è altro che la bandiera per noi Italiani di estrazione arbëreshë,  è un atto di garbo o di buon gusto.

Sicuramente non si è consapevoli di cosa si fa, quando comunemente lo si vuole trattare o divulgare; per questo è indispensabile  sapere che esso, “il costume tipico femminile arbëreshë”, contiene i valori materiale ed immateriale concretizzati nel grande rispetto che questo popolo aveva verso tradizioni, quali: consuetudini prosperità e valori religiosi, questo valori tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, vennero posti a dimora in quello della macro area della valle Crati, lato preSila, e ancora oggi attraverso i colori, le stoffe, gli ori e le tipiche diplomatiche mantiene viva la nostra storia.

Ritenere che il patrimonio storico urbanistico e architettonico della minoranza inizia con il borgo medioevale e finisca con abitazioni, le cui essenze formali e materiche, sono frutto di abusi edilizi, ormai prescritti perché degli anni sessanta, tuttavia così facendo si banalizza quanto con sacrifici professionalità in campo di  Architettura, Ingegneri e storia dell’arte con senso di indagine mira a dare  senso, al genius loci arbëreshë.

Se a ciò si finisce pure nel ritenere che le bevande tipiche prodotto irripetibile del  mediterraneo è meno genuino dell’ importato delle amariche, si fa torto alla vite mediterranea; elemento fondamentale del trittico più ambito da tutto il globo perché equilibrio tra ambiente e natura, inarrivabile.

Per terminare, sugli uomini e le figure che hanno fatto la forza della regione storica,  la fortuna intellettuale di questo popolo; o si conoscono le pieghe della storia dell’etnia o si finisce di vinviare, segnali di fumo e o quanti/e per necessità editoriali, hanno terminato per sostituito  il cavallo del condottiero Giorgio, con la “motoguzza” così come la chiamava in arbëreshë, Maria Rosa Scorzithë.

(*) detto Partenopeo: “U gallu chi canta nhgoppà a munnezza”.

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PARLATE, PARLANTI, COMMEDIE E COMMEDIANTI: IL POCO RISPETTO PER SE STESSI

PARLATE, PARLANTI, COMMEDIE E COMMEDIANTI: IL POCO RISPETTO PER SE STESSI

Posted on 13 giugno 2020 by admin

PARLATE PARLANTI COMMEDIE EINAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi Basile) -Nello studio degli elementi che caratterizzano i luoghi attraversati, bonificati e vissuti dalle genti arbëreshë, oggi, sono in auge appellativi quali: Borgo Arbëreshë, Sheshi la Piazzetta, Gjtonia come il Vicinato, o addirittura Gjtonia come Rione e Quartiere (????????????????).

Per essi i dipartimenti, elevati per rafforzare i percorsi storici o meglio l’evoluzione della lingua, non hanno svolto alcuna azione identificativa per marcare la distinzione, dal comunemente indigeno, a quanto attribuito agli arbëreshë.

I temi di questi luoghi istituzionali hanno preferito seguire le gesta di Diogene, invece che  tracciare una strada comune o almeno stendere un filo di guida identitaria a modo di “Arianna” cui affidarsi per non perdersi nel buio dei boschi la retta via.

Rimane inesorabile ad oggi lo scenario delle riverberate divagazioni,  privata della più elementare base culturale, tale da poter fornire almeno una spalla certezze, in quanto sono stati seguiti i protocolli processuali o rotacismi linguistici, terminando l’inutile corsa all’oro, addirittura  accogliendo le divagazioni di figure il cui unico titolo era racchiuso nel volume del campanile innalzato con pena e opere di carità, muratura incerta senza un idoneo legante di sapienza scientifica.

Non è più tempo di eleggersi storici, immaginando che la ricerca sia un giudizio dove trionfa chi ha più testimoni e prove documentali da esibire.

Lo storico è simile ad uno atleta che scala una montagna; la cima potrà raggiungerla solamente se ha energie, capacità e intelletto fuori dal comune.

È inutile addentrarsi in luoghi e ambiti articolati o dove nessuno per rispetto dei propri avi non ha mai osato, la montagna sacra, si potrà scalare solo con un buon progetto a tappe predefinite; nulla è scontato o garantito perché la prima volta ti porta ad indagare e prendere le misure, solo dopo in seguito con la giusta cautela e tanto sacrificio si raggiunge la cima.

Saranno tante le volte che si dovrà tornare in dietro e rivedere il progetto, perché non esistono capitolazioni a cui aggrapparsi, non esistono catasti onciari a cui assicurare le corde; quando si scala la montagna si è soli, l’unico supporto logistico sono il bagaglio di conoscenza, l’elasticità mentale: solo su di esse si può contare per scalare la montagna e raggiungere la meta ambita.

Una catastrofe culturale in senso di attribuzioni accadimenti senza precedenti imperterrita invade gli ambiti della regione storica arbëreshë e nonostante un grande velo di buon senso si prodigano ad avvolgere il patrimonio per evitare usurpazioni, è sempre numerosa l’avanzata degli “ArbhAttila con le mani volte al cielo” in cerca di un equilibrio che non troveranno mai e intanto rendono arido ogni anfratto in cui transitano.

A tal proposito e bene precisare, che gli arbëreshë, notoriamente tramandano il codice identitario, nella sola forma orale ritmata nelle consuetudini pagane e della religione, greco bizantino.

La forza di tale sistema è regolata da figure fondamentali quali; il capofamiglia, lo stato, la forza decisionale e quella politica economica la moglie, un sistema forte e invalicabile che sino a quando è stato rispettato e condiviso ha dato risultati solidi.

I paesi di origine arbëreshë, innalzati a seguito di ripopolamento programmato secondo le arche definite, dallo stratega Giorgio Castriota e i regnanti Angioni nelle regioni dell’Italia meridionale, sono tutti caratterizzati da elementi identitari, riconducibili a: epoca, luogo e sistema urbano e toponomastica.

Relativamente al periodo storico esso comprende il basso medioevo e l’inizio del rinascimento, era questa l’epoca che gli arbëreshë sceglievano il luogo dove insediarsi seguendo le direttive secondo l’antico enunciato di Aristotle.

Il principio prediligeva, aree collinari, le stesse che notoriamente i luoghi del trittico dell’agricoltura mediterranea: vite, ulivo e cereali.

I piccoli centri si sviluppano sotto l’aspetto urbano secondo quattro fuochi, gli stessi che caratterizzano tutti gli insediamenti Arbanon lungo le antiche arche ovvero: Kisia, il luogo di culto, Brègù, l’ambito di avvistamento, Sheschi, gli insediamenti civili e Katundë, le aree di interscambio o di movimento sociale e culturale.

La sub-regione calabrese citeriore, assieme alla parte confinante ulteriore, in virtù di storia, politica e sociale, sono sempre state oggetto di lasciti forzati, nuove fondazioni o ripopolamento territoriale, che poi trovavano come luogo di identificazione e protezione i  detti “centri storici minori”.

La macro area, nota per l’alto grado di sismicità e rischio idrogeologico è stata spesso scenario di questi fenomeni sociali le cui conseguenze innescavano processi le cui conseguenze a breve e lungo termine erano rispettivamente: distruzione, abbandono  e bisogno di ricominciare.

Se a tutto questo protocollo, avuto luogo più volte, associamo le carestie e le pandemie di macro area, a rigenerarsi e ripopolare questi ambiti, sono state sicuramente le popolazioni di un “livello caparbio superiore”.

Una buona parte di questi centri minori, sono stati totalmente abbandonati, mentre in altri casi la popolazione si è trasferita in quei pochi sistemi abitativi, posti a satellite dei centri più rappresentativi, che erano risultati miracolosamente poco danneggiati o facilmente riedificabili.

A interessare questo breve scritto, sono proprio quei centri, che si possono identificare anche come luoghi di rifugio, per quanti predisponevano per valorizzare o rendere produttivi terreni incolti o idonei ad essere bonificati, in specie questi centri abitati sono denominati: Kastro, Motte, Casali, Villaggi, Terre, Vichi e Katundë.

Sono questi a contenere e sigillare l’alto potenziale storico delle genti che trovarono rifugio in questi modelli urbanistico abitativi e le forme elementi furono indispensabili modelli che se opportunamente letti, attraverso uno studio approfondito e sistematico, che poi sono le indiscusse, carte attraverso cui tracciare le diverse tipologie insediative o crono tipologie dei materiali.

Un iter che sino ad oggi, ha dato i suoi frutti e rese chiare le tecniche costruttive, veri e propri manuali del costruito e del caratterizzato arbëreshë, a seguito di patti sociali, indispensabili a generare urbanistica, architettura e tecniche costruttive, risorsa del circostante habitat rurale di quelle aree.

Le certezze potrebbe essere ancor più solida, con non poche difficoltà, ma comunque con pochissimi contributi economici privati, il cui risultato darebbe il via a una serie di analisi e  ricerche su un numero ben identificati di centri antichi minori di origine arbëreshë, gli stessi che a seguito di analisi sono ritenuti rappresentativi delle più radicate tradizioni tipologie, le stesse ad avere interessato la Calabria Alto Medioevo, all’alba dell’epoca Moderna.

In riferimento a quanto già racconto e definito con risorse private, in un circoscritto numero di Katundë, andrebbero analizzati un complesso cinto ben identificato più ampio, composto da un articolato sistema di case, strade, vicoletti, spazi e chiese, sviluppatesi seguendo l’orografia del luogo, un vero e proprio agglomerato “rurale diffuso”, nato con il fine di promuovere la messa coltura, prevalentemente a grano e foraggio, coadiuvato da uliveti, vigneti e cereali, medie e grandi distese che si articolano con irregolari ma dolci profili tra le alture del pollino e della presila comunemente detta greca, non per le popolazioni che sono arbëreshë, ma per il credo religioso alessandrino.

Le ricerche sono indirizzate anche, verso presidio militare posto a tutela del limes dai Bizantini contro la minaccia longobarda.

La scelta di questo contesto territoriale è stata dettata dalle particolari caratteristiche dell’area e dalla possibilità di analizzare al suo interno tipologie insediative differenti e dal diverso iter storico.

Gli studi condotti sugli insediamenti della regione mostrano una tipologia di occupazione del territorio caratterizzata da un sistema difensivo ben radicato, con rari stabilimenti di tipo urbano fortificato,in quanto l’abitato prediletto appare univocamente sparso e aperto, non di rado ruotante attorno a, enceintes refuges, promontori la cui fortificazione naturale, ra il luogo dove poter trovare rifugio in caso di necessità.

Questa tipologia d’insediamenti è sorta in funzione della difesa programmata della regione, nel tempo subirà un forte ridimensionamento, limitandosi alla difesa di territori sempre più circoscritti e immediatamente adiacenti, secondo un modello insediativo enucleato che sembra caratterizzare ampie regioni, centro-meridionale.

Kastra a diretto controllo sui numerosi “chorìa”, termine utilizzato per designare tanto il villaggio rurale, quanto il suo territorio di pertinenza, generalmente sfruttato nella coltivazione di ulivi, viti e gelso, e che nell’ordinamento bizantino indicava anche la minima unità fiscale.

La presenza del kastron è stata sicuramente uno dei fattori caratteristici nell’evoluzione del territorio contiguo, favorendo sviluppare in senso rurale, delle varie zone di pertinenza grazie anche, alla presenza di fondazioni monastiche italo greche.

I Monasteri sorgevano nei pressi dei centri di controllo del territorio e le pertinenze di origine arbanon, formando in questo modo un vero e proprio sistema fatto di luoghi di clericali liberi e murati dell’anima, come quelli amministrativi e di operosità, in tutto un modello dello sostenibile  del territorio in cui gli ultimi trainavano senza gloria l’intero sistema.

I sistemi abitativi o centri storici minori si reggono su elementi i cui fondamenti fissano le radici nelle teorizzazioni del luogo a impronta di greci, alessandrini e di tutte quelle popolazioni che hanno reso il bacino del mediterraneo un esempio naturale di vita e di cooperazione tra popoli, lo stesso che è stato nel corso della storia sempre dieci passi più avanti rispetto alle altre popolazioni del globo intero.

Cosi quando comunemente trattiamo e parliamo del noto sheshi, genericamente fatto terminare o finire nel piccolo spazio davanti casa o che mediamente si estende sino a quello del vicino più prossimo, bisogna stare più attenti.

Lo Sheshi è un sistema articolato che avvolge più isolati, un innumerevole sistema di stradine piccole finestre gemellate alle porte delle case, un sistema compatto, intimità costruita dall’uomo del sistema gjitonia.

Lo spazio esterno ovvero quello agreste è quello dello spazio di comune convivenza all’interno del Katundë hanno come ideale murazione il sistema “ingressi finestrelle e strette strade inerpicanti”, una sorta di prova identitaria prima di accedere allo spazio comune che conduce nelle proprie abitazioni.

“Sheshi” non è uno spazio non meglio identificato è una prova identitaria, dove si giunge solo se riconosciuti, diversamente non ti farà mai vedere la luce di quello spazio intimo, se ciò avviene abitualmente conferma di essere stato accolto e di fare parte della famiglia allargata arbëreshë, diversamente dagli altri che vagano e non sapranno mai quando giungeranno a destinazione.

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IL COSTUME ARBËRESHË; È LA BANDIERE DELLE SEDICI MACROAREE DELLA REGIONE STORICA NON È UN ESPERIMENTO SARTORIALE PER LE RAMMENDATRICI DEL PAESE DI FRONTE

Protetto: IL COSTUME ARBËRESHË; È LA BANDIERE DELLE SEDICI MACROAREE DELLA REGIONE STORICA NON È UN ESPERIMENTO SARTORIALE PER LE RAMMENDATRICI DEL PAESE DI FRONTE

Posted on 02 giugno 2020 by admin

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