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baffi

LA PROPRIETA’ CULTURALE RESTA SEMPRE FEDELE ALLO STORICO CHE L’HA CERCATA E RIFERITA (Tata thoj mosë thùà, ghjë ndëse nëgh ignegh)

Posted on 24 settembre 2023 by admin

baffi

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – I componimenti editi e diffusi, secondo promozioni culturali che lasciano il tempo che trovano, ad opera di figure locali senza confronto critico, diversamente colmi in elogi di non merito, si compilano non con lo scopo trarre conferme la nostra storia.

Prassi ormai consolidata, diffusa e nota con il metodo di riversare concetti precedenti, mai certificati, per questo, privi di ogni sorta di valenza di memoria, mantenendo il valore editoriale non oltre del mero compenso diffuso dai precedenti.

Un fenomeno che ha come scopo l’apparire nominalmente nella produzione editoriale o pubblici convegni, che definire “riverso di fatuo” è poco, consuetudine tramandata dal 1799 senza pausa, esaltando cosi improbabili studiosi o esponenti locali, i quali senza vergogna alcuna, millantano cose sottratte.

Una produzione di trascrizioni, vissute all’ombra del Vesuvio mai illuminato dagli studiosi, nei fatti mere fotocopie o trama illeggibile, dalla produzione editoriale che conta.

A tal proposito si vuole sottolineare una consuetudine antica, facente parte del trittico mediterraneo, dopo la pigiatura dell’uva, ed esattamente un mese dopo, era consuetudine travasare il vino, per eliminare il deposito “melmoso” formatosi sul fondo della botte, nel corso della chiarificazione del nettare.

Allo stesso modo gli editi, in modo equipollente, sperando di trovare consensi in regione storica, per la poca dedizione allo studio che qui si adopera, presentano cose per sentito dire per editi raffinati.

La deriva si è tanto espanda, dando vita a una nuova e pericolosa forma culturale per la diffusione degli impuri e scarni editi riportati, se a questa oggi sommiamo irragionevoli, incontri ben accolti nei centri oltre adriatico, dove ignari cultori scompigliati, si danno aria di sapienza accatastando refusi di multi pigiatura, ignorando editi, di Baffi, Giura Torelli e Bugliari.

A ben vedere, ogni componimento composto e pubblicato dopo il 1799, sino alla fine del secolo dell’anno dopo iniziato, lasciano a dir poco basti, visto il gran numero di false eccellenze che adoperava gli scritti in fotocopia per non far riconoscere chi realmente li avesse scritti.

A tal proposito se escludiamo i citati personaggi, il resto ha visto la produzione di fotocopie o residui melmosi del nettare travasato per fare cose senza senso.

Era il 1963 quando a Roma in una conferenza esponeva il teorema l’Archimandrita E. F. Fortino, riferendo del riversare le bottiglie di aceto con la speranza che diventasse buon vino.

Potremmo iniziare a trattare della Regione storica degli Arbëreshë fatta sulla base di migrazioni che variano a seconda del matematico di turno da sei a nove, con e senza costanti, come se si trattasse di una questione di aggiungere o sottrarre valore alla questione, legando fatti guerreschi a soprusi di forgiatura con necessità, di vivere del proprio lavoro, senza che alcun che negasse futuri.

Quindi migrazioni storiche, quelle legate alla politica alla religione e al principio di vivere liberi di produrre e difendere le proprie necessità identitarie o la propria credenza, fu un fatto determinante che si legge ancora oggi analizzando cartografie storiche e le dinastie che gestirono quelle terre, anche se a numerosi cultori dell’epica fuggiva in particolare il rivendicare i feudi Latini, Greci e Arbanon.

Il processo di ripopolare la penisola italiana si può affermare che si basa su tre date: La caduta di Costantinopoli (1453), la morte di Giorgio Castriota (1468) e la caduta di Corone (1532), confermata è un documento del 1647 del re d’Aragona e di Sicilia Giovanni II.

Il resto sono solo episodi di confronto in armi, per i quali e con i quali i gran ducati in necessità di eserciti, utilizzavano questi formidabili guerrieri, per terminare ribellioni e ogni genere di non sottomissione ducale o regia.

Motivo per il quale, una cosa sono i soldati mercenari e altra cosa sono i migranti, per necessità derivanti dagli attriti, delle terre ad est dell’adriatico l’accoglienza organizzata dal vaticano, i regnati partenopei e i dogi veneti.

Quello che appaiono evidenti sono le vicende storiche che hanno luogo nel meridione italiano, con protagonisti in specie, i facente parte l’ordine del drago o la crociata moderna, mai posta in essere da Giorgio Castriota, per la strana scomparsa del papa reggente.

La storia poi racconta di tutti questi attori primi, dei quali alcuni hanno mantenuto e altri con il passare del tempo rivisto le promesse o i patti stipulati dal 1453 al 1532.

Un dato resta inconfutabile e, nessuno comunemente può mettere parola, ovvero, tutte le terre su cui si stabilirono definitivamente gli esuli Arbanon, sono fuori dalle notoriamente segnate come Grecaniche, infatti dal Limitone, alle direttrici che definiscono il gran ducato di Calabria, non furono mai superate, e questo è un dato che fornisce due elementi fondamentali, secondo i quali si dovrebbe porre più attenzione e non limitarsi a definirli, mera comodità di approdo.

A questo punto si ritiene idoneo precisare il ventaglio che aprono le intelligenze artificiali e, constatare quanti sono i riferiti di fotocopia, specie nei convegni, che non hanno più solo il luogo circoscritto della piazza, il teatro, l’aula magna dei dipartimenti o i luoghi ameni, dove si è convinti di avere platea ingenua, perché il riverbero non termina li nel catino prescelto, in quanto, è molto più largo e indefinito.

A tal proposito è il caso di avere piena consapevolezza che l’usare espressioni altrui, specie di materie inedite, le stesse non contemplate nei protocolli dell’antichità come Urbanistica, Architettura, Casa, Chiesa, Costume l’utilizzi con espressioni vernacolari, ad oggi mai ritenute, a torto, patrimonio identitario, per questo ignote agli oratori comuni e di turno.

Motivo per il quale l’essere scoperti di non essere gli editori primi, diventa alquanto facile e non basta relegare fuori dal proprio assurdo orticello, di incultura gli illustri degli originali editi, in quanto una laurea per possederla devi averla sudata sul campo, non certo seduto a tramare in istituto contro i tuoi compagni di banco, perché solo con la costante dedizione di luogo studiato e, non basta scimmiottare i refusi dei colti, perché la proprietà culturale resta sempre fedele, a chi ha fatto sacrifici per illuminarla.

Comuni cultori, Guide, Amministratori e ogni forma umana o meccanica per la diffusione della stori degli Arbër, sappiate e tenete in conto che, c’è sempre uno che vi scopre e dice: questo concetto non è del Baffi Napoletano?

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LA CRUSCA DEL PARLATO E DELLE COSE ARBËR (krundëia i jiughese i shiurbisetë arbër)

LA CRUSCA DEL PARLATO E DELLE COSE ARBËR (krundëia i jiughese i shiurbisetë arbër)

Posted on 21 settembre 2023 by admin

CatturaNapoli Adriano

NAPOLI (Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Con questo breve si vuole evitare il diffondersi di nozioni errate che non sono parte veritiera della minoranza storica detta Arbër, da ciò tratteremo, consuetudini, religione, regole di vita e, le figure di eccellenza prime, con dati di fatto luogo e tempi.

Ovvero quanti si prodigarono per il valore della lingua antica arbëreshë, intesa non come farina, fine, scivolosa e attaccaticcia sulle stoffe e le superfici rugose o per affiggere manifesti, ma della rozza crusca, per la sua rude e solida trama che sostiene con forza l’idioma Arbër.

Onde evitare falsi protagonismi, errate interpretazioni o santificati culturali, in questa diplomatica della “Krundja Arbër”, tratteremo dei patimenti di quanti per essere tali, hanno vissuto e studiato sempre nell’ombra senza disturbi dalle inopportune conclusioni storiche, di luogo, tempo e avvenimenti mai avvenute, trascorse o svoltesi.

Eccellenze che per affermarsi non hanno avuto altro sostegno che la loro saggezza e preparazione culturale, tanto elevata da essere protagonisti primi, con il titolo onorifico del parlato acquisito negli ambiti natii, non per concorso, non per grado, ma sole per la saggezza affidatagli dalla natura, quando furono concepiti e allevati nel grembo materno.

Il fine qui perseguito, vuole, mira o meglio seguire le tappe salienti dello sviluppo culturale, secondo metriche, di luoghi, fatti e uomini, senza nulla inventare o propone offerte prive di studio e ingegno.

Allo scopo si vuole precisare che i lasciti identitari di pertinenza, sono diffusamente interpretati secondo campanilismi di macro area e, la china dagli anni sessanta del secolo scorso, inesorabilmente continua a mietere fatuo innaturale.

Gli storici, è ben noto che, non scelgono le tante cose che si dicono, ma quello che fanno gli uomini e, il silenzio resta, l’unica arma per ascoltare, comprendere e indagare il saggio costruito vernacolare, l’unico a non ripetersi in ogni dove, senza regola di genio e consuetudine.

Per questo precisare cosa siano: Gjitonia, Vallja, Vera Arbër, Stolljtë, Sheshi e Katundë, affinando con le figure di eccellenza prime e, l’epoca di lume nelle scene grazie alle quali, la storia, rende semplice comprendere cosa è cultura.

Se poi si volesse raggiungere Napoli per essere protagonista e vivere dove sono state fatte le cose buone, belle della storia Arbër, prendete appuntamento, in non più di cinque persone e, non vi serviranno parole, le cose che hanno fatto gli uomini, con ragione e merito nella Napoli, Greca, Romana, Bizantina, Alessandrina, Araba e del periodo Arbanon.

Visitando i siti http://www.scescipasionatith.it/ e http://www.atanasiopizzi.it/ potrete leggere le oltre duemila (2.000) pagine fatte, con immagini di Storia, Uomini, Architettura Urbanistica, Religione, Costume e ogni avvenimento che abbia avuto protagonisti gli Arbër di tutti i 109 Katundë, con Napoli capitale, della regione storica diffusa degli Arbër/n.

Il frutto sono il risultato di otre cinque decenni di cose, con protagonisti i Kalabanon, poi gli Arbanon e in seguito Arbëri e Arbën, collaborando con numerosi dipartimenti e professori di eccellenza partenopei in specifiche discipline del costruito e non del parlato

Per ogni tipo di domanda, Inviare e mail ad: atanasio@atanasiopizzi.it; o contattare su WhatsApp il + 39 338 9048616 – Telefono per conversazioni +39 338 6442674.

P.S. Il fine mira a realizzare una fondazione di un gruppo di studiosi, che pone le fondamenta su fatti, cose e avvenimenti realmente accaduti, senza protagonismi di sorta

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GJITONIA PER I GIULLARI CULTURALI DEL NUOVO MILLENNIO (Gjitonia come il Vicinato ??????????- ?????????)

GJITONIA PER I GIULLARI CULTURALI DEL NUOVO MILLENNIO (Gjitonia come il Vicinato ??????????- ?????????)

Posted on 16 settembre 2023 by admin

la storia del costumeNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Era il sette luglio del 2004 e nella sala del consiglio comunale aveva luogo un confronto culturale dei massimi esponenti del mondo arbëreshë, le cui mire volevano colpire e cancellare le magiche sensazioni di mutuo soccorso della Gjitonia; le quali, scambiate in corrente, di reflui rumorosi, emanati del torrentizio in piena e se non fosse per qualche accenno di parole in Arbër, si sarebbe potuto ritenere che tutti erano di radice latina e per questo comparavano le cose a misura del commarato o ancor peggio del vicinato indigeno.

Abitare in un comune arbëreshë comporta l’apprendimento di una serie di vocaboli difficilmente traducibili in italiano. Nelle operazioni di trasferimento di un termine da una parlata antica, come quella ereditata dall’Albania e tramandata ormai regola certa che il significato appartiene ai comunemente locali. mai redarguiti dalle istituzioni, inesistenti o addirittura senza titoli di meriti e di esperienza sul campo, quella che nessuno ad oggi conosce.

A tal proposito è il caso di ribellarsi e lascare il loco dove si odono relatori riferire della parola “Gjitonia”, radice di ” Lighëa civile Balcana e Shëkita di credenza del monte Athos) tradotta senza rispetto per la storia di questo popolo, quando la si paragona o la si accosta al termine “Vicinato” e, scende ancor più nel senso del suo significato quando la si definisce meramente: “Gjitoni më se gjiri, il Vicino vale  più di un parente”(??????????-?????????); ancor peggio, un’unità urbanistica caratterizzata solitamente da un piccolo spazio all’aperto intorno al quale convergono le porte di più abitazioni e in cui confluiscono i vicoli del paese; o addirittura ritenerlo il loco dei prestiti alimentari e per stendere il gonfalone in senso di resa culturale: postazione di cumulo del lavinaio, dove si ode e si sente in Arbër.

La realtà delle cose e ben diversa direi a dir poco inverosimile, peggiore delle diplomatiche settecentesche dei trascorsi romani e, quanti diffondono il sancito, generalmente non ha titoli o esperienza sul campo e, finisce come affermato da Giuseppe Galasso, per copiare o chiedere di dove andare a riprendere editi di altre cose di altri luoghi e di altre epoche.

Allo scopo e per esecutare teoremi a dir poco giullareschi, va sottolineato che la “Gjitonia” è una forma d’identità sociale presente nella regione storica diffusa Arbër; vero e proprio sottogoverno locale di mutuo soccorso, condotto, diretto e presenziato dalle dinastie femminili.

Si identifica come luogo dei cinque sensi, avente come protagonisti gruppi allargati, entro i quali e per i quali, si sostiene e identifica il ceppo originario del gruppo familiare allargato, a garanzia del proseguo delle cose della propria identità; la scuola per le nuove generazioni, dove, madri sapienti distribuiscono conoscenza con radice di sapienza antica, in regole consuetudinarie, conservate armonicamente nei cinque sensi, il componimento armonico di cuore e di memoria, nel più rigido confronto con le cose e gli avvenimenti delle società in evoluzione.

Ad oggi il processo di lasciti identitari, sono diffusamente interpretati secondo campanilismi di macroarea, per cui ha abbandonato il modello allargato Kanuniano, per quello urbano e sempre con più lena discutibile, si preferisce spalmarsi nelle pieghe sociali metropolitane, da cui trae sostentamento per quella inesorabile china intrapresa dagli anni settanta del secolo scorso.

Certo resta il dato che la Gjitonia è un “Modello sociale immateriale di comuni intenti e valori”, (in Italiano codificato incompleto del luogo dove vedo e dove sento), importata nelle rive ad Ovest del fiume Adriatico sino allo Jonio,  dal XIV secolo resiste alle mutazioni sociali e culturali, esempio di fucina naturale, dove si modella identicamente l’antico metallo familiare allargato, il solo ad avere, elementi indeformabili per la continuità storico consuetudinaria degli Arbër.

Essa ha origine dal tepore del focolare, si espande come cerchi concentrici, nello sheshi, estendendosi “thë rruhat”, sino a giungere negli angoli più reconditi delle rurali pertinenze, e sostenere i cunei agrari e della trasformazione di raccolti solidali.

La Gjitonia è il luogo dei cinque sensi, punto d’incontro di materia, sentimenti e sensazioni, stese secondo consuetudine magistrale, lungo le articolate vie degli sheshi; i rifugi incontaminati di tradizioni, cultura, costruito, artigianato e credenze, in tutti, il tessuto multi filare della radice Arber.

La Gjitonia avvolge gli ambiti dove affacciano le porte gemellate alle finestrelle di casa, in sostanza tutti gli ameni luoghi articolati, dove o spunta il moderato sole o fluiscono le carezze e i sussurri del vento, lo stesso che si avverte, si respira, si assapora, si vedere e si tocca, senza mai poter essere dominati o circoscritti, perché, ideali confini d’appartenenza irripetibili.

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LA CALABRIA CITERIORE ASPETTI STORICI DELLE VERNACOLARI TIPOLOGIE(Zhëmëren time ju e patë shum thë vicher, nënghe e dishëtith afer Juvë Vale Vale e i bëth mëbhkatë)

Protetto: LA CALABRIA CITERIORE ASPETTI STORICI DELLE VERNACOLARI TIPOLOGIE(Zhëmëren time ju e patë shum thë vicher, nënghe e dishëtith afer Juvë Vale Vale e i bëth mëbhkatë)

Posted on 09 settembre 2023 by admin

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LA REGIONE STORICA E IL SOLIDO COSTRUITO VERNACOLARE ARBËR

LA REGIONE STORICA E IL SOLIDO COSTRUITO VERNACOLARE ARBËR

Posted on 05 settembre 2023 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Attualmente si riconoscono gli ambiti detti “Arbër” come bene culturale a carattere identitario, frutto della percezione linguistica della popolazione, assumendone per questo la funzione di bene non statico, ma dinamico e, nel tempo mutabile, sotto specie di espressione folcloristica o ricerca senza inizio e fine.

I radicali sviluppi economici, sociali, tecnologici e politici, avvenuti durante il ventesimo secolo, ne sono prova evidente, viste le continue violazioni identitarie, passate inosservate, sin anche al vaglio dei preposti, che leggono carte prive di confronto sul territorio, perché il dovere istituzionale, vuole gli addetti rigorosamente seduti in ufficio.

L’esigenza sfrenata di dover diffondere storia, con capitolazioni, atti notarili e matrimoni, ha fatto allestire irresponsabili, atti per poi attribuirli ai centri urbani detti minori e se questi fanno parte di quelli contemplati nella legge 482 del 99, “il dado è tratto”, ma purtroppo in questo caso, non esiste nessun ponte da attraversare, in quanto ancora neanche in allestimento.

Se a questo si aggiunge l’accelerato sviluppo tecnologico/scientifico, associato all’utilizzo di mezzi di comunicazione e trasporto di massa, tutto è mutato radicalmente il modo di vivere e lavorare, ricorrendo a materiali sperimentali, non più del luogo.

L’industrializzazione e l’agricoltura meccanizzata hanno modificati i luoghi agresti, terminando nell’abbandonare in molti casi, gli storici cunei agrari o della trasformazione, nonostante l’irripetibile eccellenza locale, un tempo filiera, non ripetibile in altri luoghi.

Eppure, comparativamente pochi tra i siti e i luoghi creati da eventi, sia tumultuosi, sia naturali e del genio locale, sono stati iscritti negli elenchi dei beni da tutelare, perché patrimonio culturale o luoghi della inimitabile “Dieta Mediterranea” o “Trittico Mediterraneo dell’alimentazione”.

Per questo, sono troppe le “Regioni Storiche dell’alimentazione Prima”, a rischio terminazione o già estinte, per ragioni politiche di radice globale, divenute nel contempo flebile memoria di una eccellenza che i locali ignorano o non hanno numeri e cose per riconoscerla.

Di contro si apprezza e si agevola senza alcuna regola, l’architettura moderna del secolo appena trascorso e, l’insieme di edifici, strutture e percorsi rotabili; tutto viene stravolto a favore di una cultura priva di solidità, ma esposta a una generale mancanza di consapevolezza o riconoscimento di luogo.

Tutto questo avviene perché, quanti dovrebbe assumere il ruolo di controllo, non conoscendo la storia del territorio di competenza, di punto, di luogo agreste e dei centri antichi di origine.

Troppo spesso gli ameni locali, sono sottoposti a processi di riqualificazione o modifiche inappropriate e, “perché abbandonati”, sono inseriti in processi di modernizzazione, che non hanno nulla a che vedere o fare con i valori distintivi per i quali furono allestiti ad uso comune e privato.

Qui in questo breve, si mira a difendere tutto ciò, in particolar modo, tutti gli elevati primi, e sin anche la toponomastica di memoria storica, realizzate e appellata dall’uomo e, siccome questi sono ambiti e cose minori, non si prevedono sanzioni, verso quanti ne violano i contenuti e il significato di elevati e strade, in quanto prive di paternità progettuale.

Questo purtroppo avviene perché non è stato codificati o ritenuto storicamente attendibile quello che si possiede, quindi fa parte della categoria dei non tutelabili, indifesi, o meglio posti alla disponibilità, della sovranità locale, che non conosce e ignora totalmente la storia di luogo, ritenuta favola di casa che non va oltre il perimetro del proprio focolare domestico.

E nonostante questi luoghi siano stati, colmi di storia prima e o momenti fondamentali delle vicende locali che contano ma senza nome, pur se estremi assoluti, nel rispondere a esigenze o bisogni distintivi della storia, in tutto, opere senza clamore, sono ritenute per questo violabili.

E’ in questo modo che si offende continuamente la memoria dei luoghi, ma più di ogni altra cosa, le conquiste della comunità ad opera di singoli che così facendo diventano storia dell’architettura anonima.

La stessa che non trova ristoro nel cuore e nella mente, dei comuni mortali vernacolari attività, per le quali se ti confronti con tema di tutela, si preferiscono luoghi di tragedia, opere d’un autore, monumenti, chiese, facciata di palazzi nobiliari, un campanile, un ponte, un rudere confermato, ma non quello che resta chiuso dell’intimità di costruttori anonimi locali, che per la loro indole prima, restano silenziosi e non lamentano alcun che.

Nessuno conosce misura, nessuno da conto, nessuno prende atto della violenza prodotta, nel mutare una parete, cambiarne i pigmenti, dismettere appellativi viari, apporre scalfiti dii memoria, o ritenere sia giusto rendere il centro antico momento di raffigurazioni e non di vita produttiva e conviviale, ma mera finzione filmo/figurativa.

I comun preposti, invece di prodigarsi nel difendere la propria identità di luogo, preferiscono i valori di mastodontici monumenti, appariscenti attività di pigmento e, non identità anonima locale senza nome, per questo si sentono delegati a vituperarli, violarli o coprirli di pena.

L’Architettura senza architetti, identificata come Vernacolare, mirava al semplice valore del costruito per bisogno, introducendo valori propri di uno specifico luogo, senza pedigree di architettura, ne violare la natura circostante.

Essa è così poco nota che non esiste neppure un nome specifico per identificarla o un’etichetta generica, ma possiamo chiamarla nel comune dialogare, Povera ( i Nëmurh), Spontanea (e drechjurë), rurale, indigena (llitirë), o genio locale (Mieshëter Arbër) a seconda dei casi di studio.

Naturalmente entra nello scopo di questo tema, fornire una storia coerente dell’architettura senza valore, e lungi dal sortire in tipologie o definizioni tipologiche sommarie.

Essa deve aiutare a liberarci dalla ristretta classificazione di architetture ufficiali e commerciali, che facilmente sono replicabili perché di paternità illuminata.

Gli studi forniti da numerosi e nobili autori, presi come solidi riferimenti, inquadrano con forza l’architettura senza autori, e oltre a ciò consentono di rielaborare il significato di alcuni termini, quali architettura “Spontanea” (e drechjurë), “Minore”(e Viker) e “Anonima”( e Guej), operazione utile a definire il contesto di riferimento specifico della ricerca.

Il lessico fornisce la precisazione di significato soprattutto per evitare di dare origine a fraintendimenti o ad usi impropri di termini apparentemente o foneticamente simili.

È necessario approfondire quei termini, i quali, nel tempo sono stati usati, con molteplici accezioni, per descrivere un fenomeno che spesso è stato ridotto al concetto di “spontaneo” (e drechjurë), quando la spontaneità mira a restituire supporto fondamentale alla vivibilità di questi luoghi, siano essi agresti che concentrati in forma di Katundë.

Nella storia, l’aggettivo Vernacolare, in questo specifico caso potremmo appellare “Architettura in Arbanon”, più volte usato per indicare un linguaggio non accademico, ma serie di opere povere,  esigenza di luogo, legate a contesti molto ristretti, costruiti con materiali del luogo e tecniche tradizionali, provate sulla pelle dei usufruitoti di famiglia allargata, sin a raggiungere l’equilibrio ricercato.

Il fatto che spesso si sia parlato di architettura spontanea, come sinonimo di architettura povera, è senz’altro un atteggiamento per delegittimare le opere non riconducibili ad un preciso progettista; ciò avviene sovente perché tali forme architettoniche sono frutto di esperienze stratificate nel tempo, legate ad esigenze prime che vengono svolte e risolte in modo collettivo, non riconducibili ad una corrente, ad una figura nota, ad un autore, in quanto esigenza abitativa locale o agreste, di un ben identificato momento storico, fuori dai circuiti della divulgazione.

L’aggettivo spontaneo, pertanto è attribuibile a ciò che non ha imposizioni definite da una scuola o una tendenza generale o ampia, ma esigenza di luogo, tessuto con materiali locali offerti dagli eventi della natura.

Questa caratteristica, in riferimento alla trattazione di un tema come l’architettura anonima, nella contemporaneità, comprende il non essere assoggettato o influenzato da un linguaggio particolare o da uno stile, anche se la spontaneità lega aree ben definite o esigenze, germoglio di ambiti collinari o di approdo mediterranei secondo i bisogni delle genti che si preparavano a risiedervi senza soluzione di tempo, cose ed eventi.

Con l’idea di architettura spontanea, dunque, non è l’architetto-artefice, ma piuttosto una sorta di razionalità collettiva che, rispettando le norme non scritte, per la gestione dello spazio, risolve diversamente il dato estetico, culturale, di utilità associata al territorio.

Tale condizione di spontaneità è associabile, nel caso dell’architettura, a forme e soluzioni di una architettura codificata con consapevolezza, e poste alla verifica delle stagioni e la natura di un ben identificato luogo.

Ritrovando i valori della ricerca di questo breve, anche negli studi condotti da Rudofsky, non è un caso, che le tipologie edilizie tradizionali di genio arbëreshë, sprezzate o del tutto ignorate dagli studiosi comuni, per questo rimaste testimonianza silenziosa, grazie alla spinta di questo maestro delle indagini del costruito minore, si aggiunge un valore assoluto e non indifferente.

Quanti considera ancora oggi le architetture minori degli Arbër poca cosa per l’indagine storica al fine d’individuare percorsi della “regione storica diffusa” e quelle delle terre parallele ad est del fiume Adriatico, commettono e portano avanti consistenti negligenze di studio e approfondimento identitario.

Infatti le architetture locali della regione storica, attingono le radici dall’esperienza umana, interesse di studio che va oltre quello tecnico ed estetico, inquanto tratta di un’architettura senza dogmi.

A tal proposito è il caso di approfondire le cose che caratterizzano dal punto di vista costruttivo e dell’ambiente naturale i cento Katundë di origine arbëreshë, del meridione d’Italia, relativamente al costruito riferito come primo, che va dal XIV secolo al XVIII con evidenti elementi distributivi, tipologici in continua aderenza con lo sviluppo del territorio, in convivenza fraterna tra gli uomini.

Noti come Katoj, Motticelle o Kallive, si legge facilmente la radice organizzativa di espressione monastica, visto e considerato che i gruppi familiari che componevano gli abitanti di ogni agglomerato, aveva un prete ortodosso e la sua famiglia come elemento di credenza trainante.

Confermato che tutta la popolazione si sosteneva con le attività agro silvo pastorali, in estate o nella buona stagione quando l’attesa dei risultati di semina, consentivano di avere tempo per le attività degli anonimi e infaticabili Arbër, questi genio e forza lavoro a innalzare gli abituri tipici, suggeriti dai preti locali, nelle distribuzioni interne, a impronta di quelli monastici vissuti durante la loro formazione, è così che ha inizio la delimitazione del cortile e la piantumazione dell’orto botanico.

Cattedratici e studiosi post legge 482/99 ostinatamente e senza ragione confermavano, “tutti che non è cosi”, ma quando nel 2013 la difesa di Cavallerizzo e le motivazioni depositate nei preposti uffici, crearono scompiglio nel campo del genio culturale scritto, in greco e latino ignoto.

Costringendo a disporsi negli angoli bui, quanti con le teorie catastali senza verifica locale, volevano fare opera senza conoscere la storia, ritenendo possibile innalzare un paese “Arbëreshë con le Gjitonia” e attorno alle attività di difesa per gli Arbër, fu deserto algerino a prevalere e nulla più.  

E quando oggi si confrontano i disegni per lo studio dei moduli abitativi dell’unità di Abitazione di Marsiglia, del noto Le Corbusier, si ritrovano elementi di spazio essenziali, sin anche delle finestrature e i sotto moduli di areazione naturale, con finalità pari, simili, equipollente o rivisitati dei moduli tipo, di Katoi, Motticelle e Kalive, ancora pronte a dire la loro, in campo dell’architettura vernacolare in terra Arbër.

Lo studio dell’architettura anche se anomia o vernacolare, segno indelebile di genio locale, se si ha formazione sufficiente, nulla sfugge al buon osservatore fornito con occhio in fronte e nella mente.

L’architettura ha date, tempi, luoghi e uomini, per ogni epoca, essa non lascia spazi a libere interpretazioni, come avviene con la favola onnipresente, che vuole la letteratura Arbër, elevarsi solo dopo il 1831.

A questo punto viene da chiedersi: prima della letteratura di terzo decennio, dell’ottocento, cosa facevano i minoritari di Calabria Citra, dormivano, si cullavano, pascolavano pascendo.

Voi che fate la coda in archivio e in biblioteca, ancora non avete trovato gli atti del palazzo arcivescovile di Santa Sofia datato 1595, dell’omonimo di San Benedetto Ullano, datato 1625 e, nulla del Collegio Corsini dal 1742 con le innumerevoli eccellenze vescovii le sue eccellenze  di cultura, scritta e orale, compilati prima di ogni altra figura, dal Baffi a partire dal 1765 a Salerno e magari, quando ritrovati addirittura copiati senza vergogna, per poi stamparli diffusamente a Napoli

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SHESHI: ARCA SOCIALE PER LA SOSTENIBILITÀ DELL’AGRO ARBËR (Sheshi: insieme del costruito di case, supportici, strade, vicoli ciechi e orti)

SHESHI: ARCA SOCIALE PER LA SOSTENIBILITÀ DELL’AGRO ARBËR (Sheshi: insieme del costruito di case, supportici, strade, vicoli ciechi e orti)

Posted on 01 settembre 2023 by admin

Chiesa CodraNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Il termine “paesaggio” vuole rappresentare, l’insieme delle forme e interazioni di un luogo tra tempo, natura, uomini e, nasce per rappresentare il risultato della convivenza dei protagonisti attivi, in continua evoluzione.

Da questa definizione scaturisce la necessità nel differenziare il paesaggio, secondo lo scorrere del tempo, gli episodi o eventi naturali a cui l’uomo cerca di ripristinare e dare conto o giudizio, quando queste diventano abbandonati, antropizzati e urbanizzati.

Ci si rende subito conto della complessità del passare del tempo determinatesi a favore della natura a discapito dell’uomo e viceversa, ed ancor di più del concetto ad esso associato, in quanto abbraccia la sfera fisica, percettiva, culturale e sensoriale della realtà, inducendo ad una lettura analitica/critica per leggere le sfumature.

A Firenze nell’ottobre del 2000, si è definita una definizione ufficiale congiunta secondo cui e, per evitare possibili parafrasi che esulano dai contenuti di questo contributo qui disponiamo quella ufficiale in lingua Inglese e quella tradotta in Italiano:

“Landscape” means an area, as perceived by people, whose character is the result of the action and interaction of natural and/or human factors.

Per “paesaggio” si intende un’area, come percepita dalle persone, il cui carattere è il risultato dell’azione e l’interazione di fattori naturali e/o umani.

Secondo il convenzionale enunciato, si individua come paesaggio il risultato di azioni conviviali tra fattori naturali e/o fattori umani.

In buona sostanza, tutto può essere paesaggio, purché espressione di una componente soggettiva da parte dell’osservatore e si riconosce come bene culturale a carattere identitario, frutto della  percezione di azioni locali su uno specifico territorio, di approdo, collina o montano.

Da questo punto di vista il paesaggio rappresenta un bene apparentemente statico, in continua e lenta evoluzione, in quanto determinato dal carattere percettivo della memoria, in quanto luogo dell’azione dell’uomo sul palco della natura.

L’attribuzione di un valore aggiunto o sottratto a favore del tempo, la natura o dell’uomo, dunque, non può prescindere dal riconoscere elementi che lo caratterizzano e lo differenziano nel tempo e appariscono sostanzialmente simili secondo la distanza dell’osservatore.

Ed è per questo che alla stessa tipologia, due momenti distinti del paesaggio risultano differenti allo sguardo dell’osservatore, individuando in essi alcuni elementi ora opera della natura e ora opera degli uomini.

Questi elementi possono essere di tipo naturale: un corso d’acqua, la nuova vegetazione, o di tipo antropico: un manufatto, in declivio modificati ad opera dell’uomo, o anche un percorso viario; talvolta proprio la presenza di elementi antropici favorisce l’identità culturale, valorizzando la naturale bellezza dei luoghi, che l’uomo rende neutra per i materiali locali che utilizza negli elevati che diventano quasi opera della natura.

La produzione agricola appartiene a quei fattori di trasformazione del paesaggio che, nei secoli ha modificato notevolmente il territorio, a seconda dell’intensità produttiva e delle esigenze a cui doveva far fronte, talvolta qualificando l’ambiente: solo per citare un esempio, basti pensare a terrazzamenti, briglie di contenimento dei deflussi naturali, grazie alle quali si sono potuti piantumare, a seconda le zone, pergolati, limoneti, uliveti o i coloratissimi orti stagionali delle più raffinate colture, praticate e tramandate di padre in figlio, rendendo più docile il profilo dei declivi e sviluppando una “struttura paesaggistica” che sostiene il delicato equilibrio idrogeologico dei versanti.

La costruzione di opere e manufatti in contesti naturali, all’origine era realizzato per sortire al minor impatto percettivo rispetto al contesto ambientale in cui si trova, grazie all’utilizzo di materiali li reperibili, come pietre arenarie o argille.

La motivazione a tale attenzione, la si ritrova principalmente dal fatto che quanti sceglievano la collina alle rive di approdo, volevano rimanere anonimi e non facilmente intercettabili da quanti proveniva dal mare con principi bellicosi, non certo di convivenza.

Ragion per la quale le forme costruttive tradizionali, erano incastonate nel contesto, ma soprattutto nell’impiego di materiali e pigmenti che già appartengono ai caratteri di quei luoghi.

Partendo da questo assunto infatti, ne è dimostrazione la ricerca condotta dallo scrivente con protagoniste le genti che elevarono gli oltre cento Katundë di radice Arbër, Arbanon e Kalabanon, della penisola del sud Italia e in forma esclusivamente documentale del sud della penisola balcanica e della aree a sud della Spagna e del Portogallo, con riferimento alla regione dell’Exstremadura.

Una vera e propria casistica eterogenea di architetture rurali, un ventaglio di elevati censiti, individuando caratteri architettonici essenziali, distintivi e ricorrenti, la cui tipologia si ripete su tutto il territorio indipendentemente dalla collocazione o dalla provincia di riferimento, tanto da permettere di classificare i sistemi edilizi in classi omogenee, individuando carattere ordine strutturale, dimensionale, organizzativo-distributivo, funzionale ed aggregativo.

Le espressioni dell’abitare raccolgono i suggerimenti offerti dalle potenzialità del luogo e del tempo, fino a materializzare nel paesaggio soluzioni iterate naturalmente, a ragione d’uso, le funzioni, conferma di validità.

Analizzare, i cunei agrari attraverso briglie, per la mitigazione dei reflui naturali, o per la tenuta di vie per raggiungere in sicurezza i pianori di semina, con particolare attenzione all’edificato di raccolta, accumulo e lavorazione dei prodotti agro-silvicoli-pastorali, sono il processo più articolato da analizzare, dato che punteggiano il paesaggio, attraverso cui discernere le trasformazioni indotte dalla società contadina, del volto di  paesaggio, da naturale a interattivo tra tipo edilizio, in tutto un luogo vissuto dagli uomini.

La corrispondenza tra “oggetti dell’abitare” e “tipi di supporto dei cunei agrari” avviene convalidando tipologie posteriori, ovvero le esperienze negative da migliorare e non più proporre come soluzioni formali con connotazioni nitide, precise, quasi elementari nella struttura, in tutto la misura dell’evoluzione del paesaggio guadagna attraverso l’abitare.

La classificazione di tali sistemi in elevato, di sostegno agreste e abitativo evidenzia non solo la ripetizione della tecnica costruttiva come tradizionalmente tramandata, ma anche e soprattutto la ripresa di quei cromatismi che appartengono all’ambiente naturale in cui vengono costruiti. E sono fondamentali per non essere intercettati, perché scelta di vita.

Lo stesso avviene nei centri abitati dove gli sheshi sono organizzati secondo disposizioni dipendenti degli originari gruppi familiari allargati, sono questi a determinarne il percorso articolato e definirne gli spazio dediti agli orti botanici, indispensabili di ogni gruppo.

Abitazioni sempre contornato dal verde naturale o comunque da elementi arborei che ne caratterizzano il clima e l’abitabilità.

Agglomerati realizzati all’interno o comunque contornati dalla vegetazione caratteristica di schermatura, indispensabile nelle colline mediterranee a creare il giusto filtro visivo per chi da lontano osserva e vorrebbe distinguere uomini, natura e tempo. 

Per questo le soluzioni costruttive appartengono a un linguaggio, che con lo scontrarsi con gli eventi naturali sempre più vicini, così tanto, da rispondere nuove esigenze sanitarie, rispetto alla scelta del materiale protagonista, che ritorna ad appartenere al luogo con una dimensione nuova, in cui la maggiore caratteristica deriva dalla pietra naturale, legata all’esteriorità per render il sistema naturale e possibile.

Nel meridione italiano, i materiali impiegati nella costruzione sono gli stessi che si ritrovano in situ, lì reperiti o perché costituenti il suolo, o perché trascinati da corsi d’acqua o rotolati fino alla pianura quando i sistemi di deflusso non erano ancora mitigati.

Sino a quanto i pigmenti naturali, amalgamano l’ambiante e natura, grazie anche all’ausilio di malta di allettamento delle pietre, si producono quinte naturali senza ombre e lo scenario rimane incontaminato da ombre o riflessi fuori misura.

Le attività di ricostruzione a seguito dei sismi ad iniziare da XVI secolo sono il segno emblematico delle ricostruzioni post sismi in quanto l’originario manufatto in elevato realizzato solo di calce arena e pietre con elementi di spogliatura del continuo murario con l’adottare  parti delle lamie di copertura realizzate in coppi e contro coppi sbriciolati o non più utili all’originario scopo a causa di sismi, ma sempre utili per fare volume o dare continuità solida al costruito in elevato.

Cosi come anche l’utilizzo dei mattono che formano piedritti e archi di vani porta e finestre sino ad allora realizzati con pietre e arco trave in legno su cui adagiare il continuo murario in pietra.    

Il contesto naturale mimetizza il manufatto all’interno del suo paesaggio, riprendendone le sfumature e i toni di tutte le cose che uomo e natura avvicinano le une con le altre.

Nel caso delle pietre di cava, l’imponenza dei blocchi di pietra o dei conci in tufo, fanno contrasto con il verde della campagna ma, a ben vedere, si lega al paesaggio, perché assumo il ruolo di delimitare ingressi e finestrature e in casi di edifici più emblematico assume re il carattere distintivo essenziale di queste architetture, così poco artificiose, ed alimenta valori formali che trascendono quelli funzionali e ne strutturano la percezione in pietre di riferimento angolare alla base dell’edificio.

Questi temi così disposti hanno per secoli reso lo scenario naturale come se fosse privo della presenza dell’uomo, che dopo il terremoto del 1783 ha dato la regia o meglio prevalenza estrema, al bisogno dell’uomo, il quale prima ha esagerato con le sue necessità e, poi abbandonate le cose alla disponibilità del tempo e della natura.

Oggi siamo giunti al termine, nessuno sa come dialogare o intrecciare cose buone per disporre il giusto equilibrio tra tempo natura e uomini, mentre non avendo misura e ragione per dialogare sono incolpati sole, vento e luna, sin anche la pioggia che un tempo era tanto attesa o per meglio dire fondamentale.

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