Archive | ottobre, 2023

FALSI MITI E LE REGALI LEGGENDE DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA DEGLI ARBËRESHË (Hoj mulinà! e dij se crundia nëngn shëloghètë?)

FALSI MITI E LE REGALI LEGGENDE DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA DEGLI ARBËRESHË (Hoj mulinà! e dij se crundia nëngn shëloghètë?)

Posted on 26 ottobre 2023 by admin

BUrrascaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Arch. Basile) – Che vi siano scuole di pensiero di ogni ordine e grado, giacche non esistono forme scritte o graficizzate dei trascorsi degli arbëreshë, i quali tramandano ogni cosa, con le regola del parlato, la metrica del canto, le favole, e la credenza popolare, è un dato di fatto irremovibile che rende i comunemente irresponsabili protagonisti.

Tuttavia altra cosa è ritenere, genericamente, questo popolo antico, di alto valore identitario, al di sotto della media intellettuale a cui si può propinare ogni banale episodio, dei suoi trascorsi, le conquiste, i costumi e le figure emblematiche che sono la storia mediterraneo.

Che nel corso degli ultimi sei secoli, siano state violentate molte delle sue credenze, fatti luoghi e cose, poteva anche passare, sulla base delle nuove tecnologie in evoluzione, ma alla fine dal secolo appena trascorso, quanto avvenuto nella metrica del canto, lascia a dir poco basiti, nonostante gli avvisi del noto critico teatrale, che redarguiva di accoppiare musica al canto Arbëreshë.

Se a questo aggiungiamo glia avvenimenti post legge 482/99, che tutela la Lingua Albane e non l’Arbëreshë, il quadro diventa pietoso e senza futuro e, quanti hanno ancora consapevolezza della “crusca arbëreshë” è tempo che la mettano in campo, onde evitare che emergano cose a dir poco paradossali o addirittura blasfeme, per le nuove generazioni della “REGIONE STORICA DIFFUSA DI LINGUA ARBËRESHË”.

Sia dal punto di vista storico, come fatti generali, avvenuti ad opera di figure senza arte né parte, se non con la furbizia del profitto economico e guadagnarsi olimpi secondo principi o i teoremi di sottomissione mussulmani.

Il voler imporre nomi di figure spente o costruite in tavoli di parte, per valorizzare sé stessi e le proprie mediocrità storiche, ha preso piede a dismisura al punto tale che sin anche Giorgio Castriota, dalla madre Albania mussulmana vene denigrato secondo quel riprincipio che non lo rappresenta come Arben, ma lo espone in vestigia dell’arte Islamica in caparbia consuetudine senza termine.

A tal fine, corre spontanea una domanda: perché l’elmo del condottiero ha segni simboli forme e temi Islamici, senza alcun accenno all’ordine del drago, come è inciso in bronzea porta a Napoli, con gli aragonesi vittoriosi?

Serve rivedere molto della storia scritta per gli arbëreshë senza il loro consenso, sia dal punto di vista del valore identitario, canoro, religioso del costume, in questo ultimo caso specie negli atti di vestizione con colori drappi di antica essenza Bizantina, quindi credenza sociale pura, movenze, atteggiamenti, esposizione dalla ragazza, sposa, madre e regina della casa, oggi nella migliore delle ipotesi assume ruoli di una misera donna in cerca di ortiche per fare magie.

Se a questo aggiungiamo che nessuno e ripetiamo nessuno, conosce le regole contenute nell’atto di vestizione e portamento, oltre degli elementi compositivi, si coglie la misura della in consapevole attività che si affianca a ogni atto,  in esposizione, a dir poco volgare.

Dal punto di vista storico culturale per la tutela valorizzazione del patrimonio immateriale ed immateriale, lasciato al libero arbitrio dalla legge 482/99, mancante dell’articolo 9 della costituzione, è il caso di modificarne la legge su citata, ricordando solo un paese in Calabria citeriore ha avuto intuito prima dell’emanazione di questa legge incompleta si vuole a tal proposito riferire a Terra di Sofia.

È qui che gli intellettuali locali prepararono la citeriore area, nota per essere retrograda, in quanto le attività espresse a Napoli quanto ebbero modo di trovare appoggio europeo sulla linea Anglo-Austro-Ispanica, attivandosi e realizzare il collegio di Sant’Adriano trasferendolo dalla modesta sede Latina

Parliamo di Pasquale Baffi, del vescovo Francesco Bugliari e Ballusci, essi si contrapposero a, francofoni e loro affiliati in tutte le epoche dal 1790 e, senza soluzione di continuità sino 1876, quando il papa, nomina velocemente Giuseppe Bugliari vescovo, per rendere la misura dello stato di terminazione, che ormai era stato superato.

Tuttavia se dal punto divista letterario è sempre il Baffi che dall’alto del suo livello culturale suggeriva, il valorizzare il parlato, senza doverlo violentare con la scrittura; ciò nonostante, chi ha avuto modo di leggerne i suoi scritti, preferiti averli copiati e non studiati, anzi proprio per fare confusione, e quando a Napoli immaginando di dover solo pubblicare si è visto scoprire e tornato a casa per correggere simulando febbre e dolori inguinali come ripeté diverse volte quando avrebbe dovuto affrontare le cose di petto.

Esistono eccellenze nella dinastia degli arbëreshë, che tutto il mondo ci invidia, ciò nonostante esiste una scuola per la quale se non hai lasciato scritti, fandonie e imprecisioni o tradimenti certificati, non sei eccellenza, anzi, chi più ne sa, le può dire, tanto nulla cambia, e questo non è affatto vero.

Se noi escludiamo il letterato Pasquale, Baffi e le innumerevoli figure che come lui, qui a Napoli fanno la lista di eccellenze, nel campo della, giurisprudenza, il sociale, l’editoria, la scienza esatta, la religione, l’arte per nuove prospettive di civile convivenza, esempio e atti primi per tutto il mondo della cultura in evoluzione, i quali quando sono citati pubblicamente i soliti noti a bocca aperta riferiscono

: si è vero ma non hanno scritto nulla in arbëreshë.

Ai quattro insani di mente va ricordato che la lingua arbëreshë, nasce per essere diffusa con parsimonia familiare, secondo la metrica del canto, essa ha come riferimento di base il corpo umano, l’ambiente naturale circostante e, se si è sani di mente non c’è bisogno di appunti scritti o manoscritti per tramandata o ricordare le cose di casa propria.

È inutile a ostinarsi nel porre in primo piano scriba che dal XV secolo cercano di attribuire l o legare lo scritto della lingua arbëreshë che non esiste, alla credenza bizantina che già si sostiene di greco e di latino, noi arbëreshë abbiamo solo il parlato e il canto e nulla più, il nostro genio locale è fatto di letterati che spiegano questo, giuristi che ne hanno fatto la regola sociale, economisti che hanno portato a buon fine il progetto di integrazione, Maestri della critica e della carta stampata che hanno fatto stoia a poi viene la parla dell’ingegneria della minoranza Arbër, che addirittura, elevo il primo ponte, “al mondo”, su catenaria a pilastri singoli.

E ancora oggi vi sono provetti, pur se anziani luminari, i quali affermano che se non hai scritto in Arbëreshë nulla vale. A questi luminari di periferia o Llitìrë, aggiungerei che la figura che parlava in arbëreshë, una missione letteraria la compie e, non da poco specie se questo è servito a superare le pene fisiche di Giacomo Leopardi, quando venne a Napoli, prima ospitandolo e rendersi disponibile per ogni cosa, mi fermo qui, perché non vorrei che l’anno prossimo dalle viscere di Caponapoli, si elevassero altre grida di incoscienza, relative al parlato dei facenti parte la “Regione storica diffusa degli Arbëreshë”.

Commenti disabilitati su FALSI MITI E LE REGALI LEGGENDE DELLA REGIONE STORICA DIFFUSA DEGLI ARBËRESHË (Hoj mulinà! e dij se crundia nëngn shëloghètë?)

QUANTO CRESCI VICINO CON IL CUORE IN ARBËR NULL’ALTRO IMPORTA (Ghiuga jonë hëshët gnë e ja thon Arbëreshë)

QUANTO CRESCI VICINO CON IL CUORE IN ARBËR NULL’ALTRO IMPORTA (Ghiuga jonë hëshët gnë e ja thon Arbëreshë)

Posted on 14 ottobre 2023 by admin

Wilhelm and Jacob Grimm, 1847; daguerreotype by Hermann Blow

.

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – L’intervallo primo della vita, di ogni arbëreshë è vissuto tra sheshi, rughe e sedili degli edificati vernacolari e, legano il cuore senza soluzione di continuità a queste cose pulsanti; e quando poi ti allontani, più vicino sei all’eco immortale in Arbëreshë.

Questa è la storia di tutte le generazioni nate sino agli anni sessanta del secolo scorso, poi venne la televisione e iniziò il gioco perverso, delle voci altre.

Da ciò Gjitonia, diventa prima Commarato, a fine secolo “copiatura  del Vicinato indigeno” per terminare la consuetudine storica parlata, in confusionari alfabetari Albanesi.

Va rilevato che dall’inizio del secolo scorso, ebbe inizio il sogno di allestire il tema oltre adriatico, dell’impero ottomano, in attesa di essere posto a regime come previsto quando i nostri discendenti fuggirono, sei secoli orsono, per non pregare o innalzare inni in lingua altra.

Allo scopo va precisato che “La Regione storica diffusa degli arbëreshë” rappresenta il perimetro diffuso italiano, dove gli arbëreshë, conservano cose, fatti consuetudine, credenza avvenimenti e memoria di uomini in certezza viva.

Altra cosa è “l’Arberia”, sostantivo storico utilizzato a identificare i principati centro settentrionali dell’antica terra, oggi identificata come Albania, escludendo il centro Sud degli antichi governariati Arbër.

Nella regione storica, quella dei 109 centri abitati compresa la capitale Napoli, dove ancora ben oltre sessanta Katundë parlano e si confrontano in lingua Arbëreshë, gli stessi dell’esodo, 1769 al 1535, i quali caparbiamente, preferirono per non essere forgiati dall’invasore a nuove pronunzie, la via dell’esodo, in quelle terre dove con non poca difficoltà seminarono le antiche radici Arbër e Arbën.

Nel mentre dopo circa cinque secoli, apparati monastici militari a Monastir, esclusero gli Arbëreshë nel 1908, per definire una lingua comune, o standard dirsi voglia, mentre qui in Italia ci si confrontava per risolvere la questione sociale Albanese, da nuove invasioni, e per fare una similitudine più chiara: come se per definire l’alfabeto della lingua italiana i nostri letterati avessero escluso la scuola fiorentina supportata della crusca.

Prova rimane l’ironia di Norman Douglas, nel volume Vecchia Calabria, sul fatto che l’alfabeto della lingua Albanese non aveva termine, sia in quantità di lettere che in numero di versioni, superando le trenta lettere e, secondo il geniale osservatore, non avrebbe mai avuto termine, per la formazione monastica dei compilatori.

Nonostante nel 1871 un esempio valido portato a buon fine per unire un popolo di simili origini era stato portato a buon fine brillantemente in Germania con il Tedesco, gli Albanesi imperterriti cercano di raggirare, gli Arbëreshë raccontando favole.

Tutto avvenne nel breve tempo di poche stagioni, quando la Germania unita voleva avere la sua lingua ufficiale attraverso la quale la nazione si potesse riconoscere, ragion per la quale si rivolsero a due filosofi di Berlino che non era certamente monastici e, fuori da confini della loro terra madre, erano conosciuti perché raccoglievano e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca.

E questa loro attività nel 1871 gli consenti di definire la lingua Madre germanica, che secondo il loro principio portato brillantemente a buon fine doveva iniziare e avere radice dagli appellativi del corpo umano e dalle attività, le cose e la natura che consentivano all’uomo, di vivere e rigenerarsi nell’antichità.

Tuttavia i distratti compilatori monastici sistemati a est dell’adriatico, avessero saputo leggere il curriculum dei fratelli Grimm compiutamente, oggi non ci troveremmo a incutere, l’Albanese a bambini Arbëreshë in età scolare.

Certo che la storia non smette mai di sorprenderci e, pur se dall’alto qualcuno i segnali li invia, peccato che solo uno sa coglierli.

Oggi rimaniamo basiti per le attività di terminazione tra Israeliani e Palestinesi, ma non diamo peso alla violenza culturale che da est dell’Adriatico si indirizza ai bambini in età scolare dell’ovest Adriatico Arbëreshë.

Se il cuore di noi Arbëreshë, ha iniziato a battere nel grembo materno, tranquillo e sereno, per il riverbero di una lingua antica e familiare, perché alcuni oggi, arrogano il diritto di riverberare quello di madri ignote e nessuno fa nulla per il male prodotto?

Allo scopo urge un comitato scientifico che faccia fronte, a questo sopruso culturale di fine farina Albanese e, di eterna conquista, fatto della rudimentale crusca che non muta le cose e le tiene in salute, come insegnavano le vecchie scuole di medicina Salernitana.

Per concludere si vuole sottolineare che per realizzare la statua del Cristo di Maratea conferirono professionalità e contributi da tutto il mondo per realizzare un faro con luce di credenza, viene spontaneo chiedersi: perché per la lingua più antica indo europea parlata, c’è solo un cristo che annaspa nel volerla definire?

P.S. Nell’immagine i Fratelli Grimm e anche loro erano in due

Commenti disabilitati su QUANTO CRESCI VICINO CON IL CUORE IN ARBËR NULL’ALTRO IMPORTA (Ghiuga jonë hëshët gnë e ja thon Arbëreshë)

LAUREA IN PARLATAO VERNACOLARE ARBËR IN CRUSCA LOCALE (Mendë për Mëma Papàu e ime moterë)

LAUREA IN PARLATAO VERNACOLARE ARBËR IN CRUSCA LOCALE (Mendë për Mëma Papàu e ime moterë)

Posted on 09 ottobre 2023 by admin

Inizio della LaureaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Dal XV secolo ha avuto inizio l’avventura che voleva l’Arbër, la lingua esclusivamente parlata da millenni supportata dalle spianate delle favole, la metrica del canto e, rigorosamente non scritta, come altre lingue indo europee,  esposta alla pubblica Furcillense, come la Greca e Latina, lette per gli innumerevoli e personalistici alfabetari.

Inizia così, un tortuoso calvario, che pone da un lato cosa poteva essere utile a quanti inventarono l’Albania, ma non certo a quanti da quelle arche, preferì l’esilio e rimanere fedele al canto, evitando poeti e scribi.

Canto e poesia, per il valore, potrebbero sembrare innocue, non dannose o pericolose, ma per il supporto che esse offrivano alla pubblica Furcillense della cultura, in quell’epoca, apparata come fucina per sottomettere e piegare popoli, videro schierarsi tutti i portatori sani della lingua parlata, disdegnare e, voltare le spalle a quelle terre preferendo l’esilio.

Quanto qui trattato è un teorema complicato e, non alla portata dei comuni compilatori librari o ricercatori di atti archivistici, i quali, ritenendo la lingua parlata, poetizzata e scritta, più penetrabile, del solido cantato che segue il consuetudinario parlato, hanno cercato di violentarla.

Anche se non è da poco sottolineare, la prima quale evoluzione incontrollata e, la seconda, solida identità inviolabile, preferendo insegnare e proporre  la prima, perché di semplice dominio.

Il parlato arbëreshë, infatti, si eredita vivendo con il cuore e fissando nella mente, ogni anfratto, episodio o figura, nei decenni del vivere in fraterna e leale solidità locale, al punto tale che essa rappresenta una vera e propria, laurea depositata nel cuore e nella mente, perché incisa con la consuetudine e nessuno mai potrà rimuovere, sia esso istituto, istituzione o università moderna, in  argomenti o progetti sostenibili.

Voglio sottolineare che alcuni mesi addietro, è venuto un gruppo a manifestanti in riva al mare partenopeo,  minacciando misure denigratorie, se non addirittura improprie, nei confronti di quanti non possiedono certificati in forma scritta, o affiliazioni a istituti di misurare del parlato Arbëreshë e la storia consuetudinaria, provando a velare  il valore dell’attestato di studio sul campo che per la luce che emana no teme veli di sorta, come se essa, sia di carta straccia o da Lavinaio marciano, in titoli autografati.

Ragion per la quale vorrei raccontare come la “Laurea in vernacolare storico arbëreshë in crusca locale parlata” si può ottenere e solo chi non conosce luoghi uomini e cose può contestarla gratuitamente e senza ragione.

Se nasci nello sheshi più operoso del tuo Katundë, ti trasferisci in età di camminare e iniziare a parlare in quello più nobile del paese.

Qui i tuoi nuovi i tuoi vicini di casa, per non redarguirti e interrompere i tuoi immaginari giochi infantili colmi di entusiasmo rumorosi posti in essere, ti fermano avvisandoti che cosi parlando, potesti essere scambiato per un bambino disperso e ti portano nella piazza del paese e la sua frazione limitrofa.

Per questo ragionevolmente ti fermi e, responsabilmente chiedi lumi per la tua pronunzia, applicando questo protocollo ogni volta che i tuoi vicini appaiono i quali ti garantiscono che sei sofiota e non altro, che poi diventa l’avvio perfetto per iniziare il percorso di crusca locale in Arbëreshë.

Se poi aggiungi il primo esame elementare, secondo il quale, in prima elementare devi essere bocciato perché muto.

Almeno a detta del professore Perri, che per nove mesi la cattedra la teneva nella bottega del sarto, attaccato alle corde della chitarra, facendo ridere mia madre, che riferiva a tutto il vicinato in delirio, il diktat secondo cui “il ragazzino è muto, sordo ….. e, non comprende l’italiano”, questo è il primo titolo o esame che ti viene assegnato sul campo, dove stai crescendo con il voto di trenta in loco con chiacchiericcio diffuso dalle finestre di tutto lo sheshi.

In seguito, ripetuto l’anno il maestro Baffa M. solleva i velo del colloquiare e scrivere italiano, illuminando così una nuova via di dialogo, che comunque restava relegata nel tempo breve, dell’aula scolare e dei compiti svolti a casa.

Tutto questo nei cinque anni delle elementari, avendo come guida di espressione linguistica prima, i miei genitori, i vicini, C. Miracco e il figlio T.M., oltre a tutte le persone in discendenza, che abitavano i rioni superiori del paese, noti casati nobiliari, provenienti dai governariati antichi del cento sud, di quelle terre, quando ancora non era appellata Albania.

Le scuole medie continuano sulla stessa scia, a tal fine si ritiene rilevare il disappunto nel corso dell’esame di terza, quando ho rifiutato di esprimermi in forma orale Latina, per avere l’attestato completo e, accedere a tutte le università, ritenendo  che conoscere l’Arbër/n antico, fosse più idoneo, di altre.

Questi sono i riferimenti del comune parlare, mentre le direttive comportamentali e conoscere attività agro silvicole e pastorali, tipici dei cunei agrari, ancora oggi eccellenza locale insuperabile, sono eredita di sapori, odori e appellativi indimenticabili, direttamente tramandati da mio Nonno, Pizzi Giovanni Vincenzo, mia Nonna Caruso Francesca, dal Fratello e dalla mogli, le memorie storiche sofiote, della trasformazione, conservazione e distribuzione dei prodotti  pastorali, ovvero Caruso Vincenzo e sua moglie, Bria Maria Antonia, a questo elenco di eccellenze della parlata e gli appellativi in lingua Arbër, potrei aggiungere altre e alte sonanti figure, ma preferisco fermarmi a queste eccellenze, per non eccedere verso i laureati, che sono tanti, della crusca locale Arbër.

Un fatto resta inconfutabile, essi sono la storia delle consuetudini, i costumi e le attività della stagione breve e di quella lunga.

Sono queste attività dipartimentali della vita dei non Katundë sino al secolo scorso, a fare la differenza tra un arbëreshë con “laurea sul campo in crusca”, da quanti seguono la via degli istituti, i quali si allontanano a dismisura della “pura e storica lingua nostra”.

P.S.

Nell’immagine il piccolo a Studi già avviati e con i suoi docenti e, già nessuno avrebbe posto dubbi sulla sua brillante carriera vernacolare.

Commenti disabilitati su LAUREA IN PARLATAO VERNACOLARE ARBËR IN CRUSCA LOCALE (Mendë për Mëma Papàu e ime moterë)

UOMINI ILLUSTRI E SCIENZA ESATTA CHE SBOCCIA NEL CUORE DELLA NAPOLI ARBËR (Ciova gnë vëla me zëmer ndë Napulë)

UOMINI ILLUSTRI E SCIENZA ESATTA CHE SBOCCIA NEL CUORE DELLA NAPOLI ARBËR (Ciova gnë vëla me zëmer ndë Napulë)

Posted on 07 ottobre 2023 by admin

photo_2023-10-07_12-29-49NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Dagli inizi del XIX secolo e ancora oggi, corre senza regole la teoria, secondo la quale, eccellenza della regione storica diffusa degli Arbër, sono solo quanti si esaltarono a far l’arte dello scriba a imitare, Dante, Beatrice o Boccaccio.

Ragion per la quale, il tesoro culturale, fatto di genio, costumi, credenza civile e religiosa, o partecipare attivamente a processi sociali, economici e del vivere civile, valgono meno di chi si è ostinato a voler diffondere un codice poetico superiore alla, metrica canora, immaginando che il vivere progressivamente e civilmente per tutti sia legato allo scrivere lettere, inviare cartoline o fare telegrammi per fare editoria.

Quando nel 2005 rendevo merito a Baffi, Giura, Scura, Torelli, Bugliaro, Bugliari, Crispi, riferendo che la storia degli Arbër non era degli scribi, ma delle menti che con le attività sociali, genio e onori, ottenuti valorizzando cose, uomini, processi evolutivi, nel corso delle stagioni lunghe e non col buio degli inverni corti, davanti al camino a consumare pennini e supporti di legna.

A tal proposito vorrei, in questo breve, raccontare la stori dell’ingegnere Angelo Lo passo, che ha avuto luogo tra i vicoli della Napoli, quelli che hanno fatto la storia lascia segni inconfutabili ad opera degli Arbër, indispensabile a rende migliore e più genuino territorio dove essi trovarono ambiente idoneo.

Una stoia, la sua, che inizia e si intreccia con altri illustri Arbër, tra San Giorgio a Cremano, Napoli, Castellammare e i luoghi del centro storico, qui l’eco della sua voce, con cadenza albanofona, oggi come secoli orsono sembra di tornare nelle nostre case, senza tempo, quando da diplomato  lascia il paese, per diventare ingegnere, architetto giurista, editore o critico liberale/politico, senza il bisogno di allontanarsi troppo dal cuore natio, o ricorrere ad atti di salute per marinare gli impegni presi.

L’ingegnere Angelo, appartiene alla categoria delle eccellenze che parla l’Arbër, lo usa per distinguersi e fare cose buone, non per scrivere, ma tutelare il patrimonio di genio locale, al servizio delle vernacolari arti, concertando fraternamente natura e uomo, per futuri migliori.

L’indole Arbër lo fa accogliere dalle, famiglie prime partenopee, con le quali, instaura rapporti di fraterna convivialità senza ombre o espressioni che ne possano intaccare la sua indole di uomo geniale e rispettoso delle cose altrui, natura compresa.

Il padre e la madre dal settantacinque del secolo scorso, per stare a fianco dei figli, in età di formazione universitaria, lasciano Spezzano Albanese, per recarsi a vivere a San Giorgio a Cremano, in modo che i figli possano praticare sereni la via della formazione universitaria e così, Angelo inizia i suoi corsi nel complesso Universitario di Mezzocannone 16, dove era a quei tempi la facoltà di ingegneria.

E nel mentre lui segue corsi e fa esami, l’ingegnere Cosenza, completa la nuova facoltà in Piazzale Tecchio, dove il giovane Angelo, si Laurea brillantemente e da inizio alla sua carriera.

Progetti di restauro e recupero funzionale di edifici storici, piani Paesaggistici/Regolatori, studio del territorio per destinazioni, diventano i temi di studio preferito, per arrivare a una maturazione tale da realizzare una sorta di manuale indispensabile alla valorizzare del buon progetto in esecuzione, secondo cui, non solo la valutazione di costi benefici deve essere il fine da perseguire, ma una serie di valenze che possano rendere l’edificio sostenibile dal punto di vista energetico e per la riproposizione degli elevato ai bisogni locali che esulano dal mero pensiero progettuale iniziale.

La sua carriera partenopea è esplosione di idee, segnano il progresso evolutivo del costruire e progettare con passione, mira di un bene sociale e non opera fine a se stessa.

Cose materiali dove il parlare Arbër è il mezzo per riverberare suoni antichi, di quanti saggiamente, vivono in continua evoluzione e Angelo, ha ben saputo conservare e prendere spunto dalla radice indeformabile del suo parlare Arbër.

Il suo studio è una vera e propria come casa bottega Arbër, da cui si scende nel deposito del sapere, qui un arco storico, segna lo spazio e avvicina unendo quanti lì vanno per imparare; una piccola finestra alimenta e da luce, come un tempo era il fuoco del camino.

Qui centrale la postazione di Angelo diventa e genera la fiamma del sapere, che riscalda gli animi e innescare la luce della mente, in tutto, saggi progetti, traccia sul foglio linee ed archi, esterna parole in fraterna successione e, fanno Gjitonia del progetto prossimo.

Una apparente confusione, che mi riportato indietro nel tempo, al ricordo della dimora dei miei nonni, dove la ragione e la memoria del passato, generava idee per valorizzare e sostenere tutta il buono, che un tempo è stata la mia famiglia.

Grazie Angelo, per avermi fatto rivivere quello che un tempo è stata la mia famiglia e, dove il mio cuore ha iniziato a restare vicino alle cose che contano senza preoccuparsi di contare il tempo che scorre.

Commenti disabilitati su UOMINI ILLUSTRI E SCIENZA ESATTA CHE SBOCCIA NEL CUORE DELLA NAPOLI ARBËR (Ciova gnë vëla me zëmer ndë Napulë)

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!