Archive | febbraio, 2017

MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUD

MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUD

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUDNAPOLI – (I Vescovi del Sud) –  Siamo convenuti tutti a Napoli per affrontare la penosa e drammatica congiuntura della perdita del lavoro, della disoccupazione, dell’angosciante delusione di larghe schiere di giovani, della pesante ricaduta sulle famiglie.

In particolare, a voi giovani del Sud rivolgiamo la nostra personale attenzione e la sollecitudine pastorale di tutte le nostre chiese. Conosciamo il vostro disagio di vivere in un contesto sociale che non favorisce l’inserimento nel mondo del lavoro e non offre prospettive incoraggianti.

Grande è la nostra apprensione per la vostra vita e per le vostre attese, perché siamo consapevoli che la precarietà genera una diffusa instabilità, letale per la vostra intera esistenza e per la tenuta stessa della nostra convivenza civile.

Vogliamo darvi atto, carissimi giovani, che in un momento di diffusa crisi sociale, di fronte alle difficoltà a trovare soluzioni e alle numerose contraddizioni degli adulti, non vi siete arresi. Anzi, avete continuato a credere nel ruolo dello Stato e a sperare. Nonostante l’incertezza del domani non vi siete persi d’animo e avete cercato di inventarvi nuove strade, anche quelle che portano fuori dalla propria terra. Con il rischio reale della desertificazione del Sud e della perdita di risorse umane fresche e di intelligenze. Ma tanti di voi hanno resistito e si sono anche attivati con coraggio e creatività. Per questo c’è da ammirarvi, anche per l’entusiasmo che sapete trasmetterci e che dovete testimoniare sempre più, dando prova dei vostri talenti, portando avanti progetti e iniziative in una logica anche imprenditoriale ed avendo il coraggio di rischiare.

Siamo sicuri che non tradirete la forza della vostra età e delle vostre idee. Puntando su di voi vinceremo la scommessa di dar inizio a un mondo nuovo, in sintonia con l’utopia del Vangelo. La nostra società ha oggi bisogno del vostro protagonismo. Per ritrovare nuovo vigore. Per riacquistare la voglia di cambiare. Per aprire nuove piste.

Siamo convinti che far leva sui giovani sia un atto di lucidità politica, al quale non si vorranno e non si dovranno sottrarre le istituzioni centrali e regionali, deputate a creare le condizioni per incrementare l’occupazione al Sud.

A tale scopo bisogna sgombrare il campo dalle logiche del clientelismo, dalle lentezze della burocrazia, dalla invadenza della malavita organizzata. Ma è necessario soprattutto fare spazio alle nuove frontiere del lavoro, sviluppando modelli organizzativi in linea con l’evoluzione della società e della tecnologia. Per questo rivolgiamo alle istituzioni competenti un caloroso e pressante appello ad intervenire con urgenza e concretezza, mediante politiche appropriate. Oggi più che domani. Perché domani forse sarà troppo tardi.

Questo impegno è per la società civile un atto di responsabilità. Per molti anni essa ha organizzato il suo benessere a debito sulle generazioni future, permettendosi un livello di vita al di sopra delle sue possibilità. E’ immorale mettere in piedi un modello di sviluppo che mortifica la dignità umana e trasforma il lavoro in una merce qualsiasi. Occorre avere rispetto per i giovani e dare anche a loro quelle opportunità professionali, lavorative e sociali che hanno avuto i loro padri.

Il Sud non è privo di risorse: il turismo, l’agricoltura, i beni culturali sono solo alcuni capitoli del suo immenso patrimonio. La sua posizione al centro del Mediterraneo può rappresentare un’opportunità unica di sviluppo. Ma la risorsa più grande siete proprio voi giovani, che, anche se culturalmente preparati e formati, siete costretti spesso a cercare all’estero quello che non trovate in patria.

Per le chiese del Sud questo nuovo corso sarà un atto di coraggio pastorale. Coinvolgere i giovani, professionisti e lavoratori, direttamente nell’azione pastorale delle chiese significa renderla più concreta e funzionale rispetto all’intera comunità e al bene comune, che dobbiamo difendere e promuovere dicendo e praticando anche un netto no alle mafie, alle illegalità, alla corruzione e alla violenza.

In più, mettere al centro i giovani vorrà dire immettere nel tessuto comunitario la loro capacità di aggregarsi, l’abilità di comunicare con semplicità e di andare al cuore dei problemi.

Con questo spirito, confortato dal confronto, dalle idee e dalle proposte di cui si è fatto portatore questo Convegno di tutte le Chiese del Sud a Napoli, vogliamo augurare a voi giovani un futuro radioso, quale meritate, mentre rinnoviamo un accorato appello a tutte le Forze politiche e sociali di operare in funzione di un lavoro “libero, creativo, partecipativo e solidale”, come ne parla-Papa Francesco nelYEvange/ii Gaudinm.

A voi, cari giovani, assicuriamo che non vi perderemo di vista e che vi affiancheremo nel vostro cammino; potete contare sempre sulla nostra concreta, vigile, paterna vicinanza, nella realizzazione delle vostre legittime aspirazioni.

Napoli, 9 febbraio 2017

Per i Vescovi

delle Regioni Ecclesiastiche del Sud

I Presidenti delle Conferenze Episcopali

BASILICATA – S.E. MONS. SALVATORE LIGORIO

CALABRIA – S.E. MONS. VINCENZO BERTOLONE

CAMPANIA – S.EM.ZA CARD. CRESCENZIO SEPE

PUGLIA – S.E. MONS. FRANCESCO CACUCCI

SARDEGNA – S.E. MONS. ARRIGO MIGLIO

SICILIA – S.E. MONS. SALVATORE GIUSTINA

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LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA2Bologna (di Giuseppe Chimisso) – Ho letto sabato 28 febbraio, la costituzione del consorzio UNIARB, che raccoglie realtà associative sperse nei territori dell’Arbëria e quindi esprimo pubblicamente gli auguri di positiva e feconda attività tesa afar vivere la nostra cultura.

Sono però a riaffermare a chiare lettere la necessità della costruzione di un progetto di alto valore politico per la rinascita dell’Arbëria e di quanto la caratterizza: recupero della lingua Arbrisht, della cultura religiosa bizantina, delle sue tradizioni e di tutto quel patrimonio immateriale (oltre che materiale) ancora esistente. Se vogliamo tentare di salvare la nostra Cultura, dobbiamo invertire la tendenza in essere e ribaltare le vecchie e trite logichefrazioniste che tendono al proprio ‘particulare’ per costruire i presupposti affinché i giovani non vadano più a cercare un futuro altrove, diversamente nel giro di questa generazione la Cultura Arbëreshë sarà possibile osservarla attraverso le teche di silenziosi musei; potrebbe divenire una cultura non più viva, ma del nostro passato…

Dobbiamo arrestare lo stato di fatto presente e cioè quello che definisco ‘l’etnocidio culturale silente‘ che opera a tenaglia con l’invasiva attività dei mass-media e d’altro canto con l’inarrestabile spopolamento (soprattutto dei giovani) dei paesi arberesh. E non solo…

Certo, un’opera titanica ci attende; c’è lo spazio e la necessità vitale per una grande iniziativa politica nel senso più ampio e nobile del termine che sappia raccogliere il meglio tra la popolazione arbëreshë, al di là degli schieramenti, delle fedi, delle visioni della società, dei partiti e delle associazioni, ma trasversale a tutti questi. Dobbiamo costruire un progetto che sposi la salvaguardia della Cultura Arbëreshë con lo sviluppo economico dei nostri territori; insomma costruire un Progettoper una Nuova Rilindja politico-culturale che inneschi un circuito virtuoso economico: èl’unicastrada.

La grande partita da giocare non è solo quella per la salvezza dell’Arbëria, che ci interessa in primis e per la quale scrivo, ma nello stesso tempo quello del ripristino della democrazia linguistica in questo Paese che pur avendo una Costituzione democratica, la tradisce quotidianamente purtroppo da troppi decenni. Non è un caso che tutte le minoranze linguistiche (tranne le tedesche del Tirolo e quelle Patois della Valle d’Aosta, ma queste ultime tutelate solo grazie ad accordi internazionali) vivono in condizioni di inferiorità linguistica, come fossero nei fatti delle colonie interne.

A questa ‘scommessa’  dobbiamo dare energia e tempo.

Spero che  questa ‘scommessa’ sia negli intenti di UNIARB, se non lo fosse, spero che lo sia presto.

Con la costituzione di UNIARB, dopo la F.A.A. (Federazione Associazioni Arbëreshë), dell’anno scorso, abbiamo le due gambe per fare cominciare a muovere l’Arbëria, prima timidamente e poi possibilmente a farla correre; importante è che si costruiscano rapporti di collaborazione e di competitività positiva e che i due organismi non divengano, per parafrasare il Manzoni, come i due polli che appesi e legati alle zampe, si beccano a vicenda (magari per un chicco di grano)mentre vengono portati nel paiolo. Il mio auspicio è che sia UNIARB che la F.A.A. non facciano la figura dei polli, altrimenti nel paiolo ci finisce l’Arbëria.

“Giuseppe Chimisso – Cittadino Onorario di Civita e Presidente Ass. Skanderbeg di Bologna”

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MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHË

MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHË

Posted on 06 febbraio 2017 by admin

MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il termine museo deriva dal greco antico mouseion, “luogo sacro alle Muse”, queste ultime erano le nove figlie della dea della memoria, Mnemosine e di Zeus dio della sapienza; le sorelle erano considerate le protettrici delle arti, della memoria e del sapere.

L’International Council of Museums, ha definito che: “Il museo é un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto”.

In Italia, Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio attribuisce al plesso di conservazione la seguente definizione: “struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio”.

Per svolgere la funzione di museo, un qualsiasi plesso deve avere dimensioni idonee oltre un’organizzazione in cui convergono diverse competenze e professioni, assolutamente necessarie, per assolvere i numerosi compiti, volti all’impegno di conservare la memoria con la migliore gestione del bene.

A guida dell’istituzione museo siede il Direttore cui è affidata la responsabilità generale del messaggio che si vuole tutelare; quindi non solo la mera conservazione di un oggetto, costume o documento scrittografico, ma il messaggio che esso contiene e vuole trasmettere dal punto di vista storico, dell’epoca e del luogo.

Al fine di rispondere alla domanda che è richiesta, il volume edilizio deve avere caratteristiche per rispondere a parametri illuminotecnici, climatici ed espositivi per la migliore tutela dei beni contenuti e archiviati.

Fondamentali per questo divengono gli impianti d’illuminazione, pigmentazione interna, infissi, teche di esposizione, i percorsi per la visita e per l’esodo dei locali ecc., tutti questi concorrono alla garanzia durevole delle opere, oltre all’utilizzo del plesso in sicurezza.

I musei dedicati alla civiltà Albanofona (arbëreshë), sorti soprattutto nel secolo appena trascorso, sono ricchi di opere e reperti provenienti perlopiù da privati; l’iniziativa partita delle Amministrazioni e Associazioni culturali locali, ha perseguito il miraggio della raccolta a tutti i costi, senza mettere in conto l’impegno di tutelare nel migliore dei modi con l’acquisizione di tali opere, molto spesso esemplari unici.

La voglia incontrollata di esporre e primeggiare a tutti i costi con quantità e qualità, ha distratto gli attuatori sul dato che acquisire valori eccellenti locali, rappresentava un impegno che presupponeva titoli e competenze professionali di alto rilievo, in quanto, elevarsi a tutori di un tesoro materiale ed immateriale di tale portata, può ritorcersi a svavore della tutela.

Raccogliere materiali, attrezzi, arredi, macchine e ogni sorta di elemento che caratterizzi il luogo e la sua arte, si stabiliscono idealmente impegni di sottomissione che vanno bel oltre la promessa di valorizzare un determinato bene.

Sottrarre tanti piccoli tesori di eccellenza dal loro ambiente originario, dove erano sottoposti a un protocollo rigidissimo che si articola in: conservazione, preparazione, controllo, vestizione, utilizzo, esposizione, spogliazione, controllo preparazione alla conservazione, deposito secondo un rito laborioso.

Impegnarsi a fare ciò senza avere la minima idea e competenza nei meriti del rigidissimo disciplinare ha reso vulnerabile la storia di circa due secoli di arte sartoriale arbëreshë.

Il rito si articola nel controllo semestrale, pur se non sono utilizzate o indossate le componenti del rarissimo costume, l’esposizione è funzione del tempo di conservazione, il oltre il luogo della custodia doveva garantire sia in estate che in inverno, un intervallo specifico dei parametri d’illuminazione, ventilazione, umidità ed esposizione agli agenti atmosferici, non trascurando i trattamenti per la difesa delle tarme e acari.

Tuttavia va rilevato che accomunare tanti oggetti in spazi in parte dignitosi in altri meno, ma tutti comunque e dovunque, che non rispondono ai parametri richiesti, il sistema museo diventa una macchina pericolosa che assume il ruolo di acceleratore di invecchiamento del prodotto sartoriale, se a questo si aggiunge che in molti casi sono esposti a ridosso di manufatti delle arti e dei mestieri, qualche dubbio per la buona conservazione dei rari costumi è più che lecito.

Un museo può ritenersi tale solo se risponde a caratteristiche ben identificate, e segue i protocolli dell’arte di conservare; altrimenti il “luogo museo” diviene il palcoscenico della distruzione, vero è che esistono molti musei o che millantano tale denominazione, “il cui pubblico” nell’inconsapevolezza generale, non si accorge del dramma che si consuma sotto i loro occhi, ovvero la morte dell’Unica Forma Artistica Figurativa della Regione storica Arbëreshë; il mio vuole essere un grido di dolore che segna la linea di non ritorno.

Ogni giorno che passa senza che Amministratori, Associazioni, Proloco e privati cultori, si attivi per arginare questo invisibile rigagnolo di sangue, che imperterrito giorno dopo giorno sottrae frammenti irripetibili, al solido patrimonio figurativo/sartoriale arbëreshë.

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