Archive | aprile, 2020

I CENTRI MINORI, LA RADICE DA INNESTARE PER LE CITTÀ APERTE O METROPOLITANE

Protetto: I CENTRI MINORI, LA RADICE DA INNESTARE PER LE CITTÀ APERTE O METROPOLITANE

Posted on 27 aprile 2020 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

DICONO CHE NON È RIMASTO PIÙ NULLA (thonë se nenghë kindroi fare gjhë)

Protetto: DICONO CHE NON È RIMASTO PIÙ NULLA (thonë se nenghë kindroi fare gjhë)

Posted on 24 aprile 2020 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

MAIUS II N SHEN THANASII PATRI

Protetto: MAIUS II N SHEN THANASII PATRI

Posted on 23 aprile 2020 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

GLI ARBËRESHË, LA STORIA DIFESA CON LA PELURIA

Protetto: GLI ARBËRESHË, LA STORIA DIFESA CON LA PELURIA

Posted on 22 aprile 2020 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

IL COVID-19 NON FERMA L’ENTUSIASMO DEI GIOVANI. UN TEAM REALIZZA MASCHERINE PER TUTTA LA POPOLAZIONE.

IL COVID-19 NON FERMA L’ENTUSIASMO DEI GIOVANI. UN TEAM REALIZZA MASCHERINE PER TUTTA LA POPOLAZIONE.

Posted on 22 aprile 2020 by admin

Barile le tante mascherine preparateBARILE (PZ) ( di Lorenzo Zolfo) – Nel centro arbereshe del Vulture, la solidarietà sta di casa.Da un’amicizia lunga nel tempo, alcuni giovani  del posto si trasformano in un Team Vultur 3D operativo, che realizzano delle mascherine, in questo periodo di Covis-19.A darne maggiori ragguagli uno di questi giovani, Daniele Montanarella: “Ci siamo rincontrati nella sede della Pro Loco gentilmente concessa per l’emergenza , dove per più di 10 ore al giorno procediamo nella realizzazione delle mascherine, le quali sono state donate gratuitamente al Comune di Barile, per i Volontari in servizio per la comunità in questo tempo di emergenza. Tutto il materiale utilizzato come il PLA,il più usato nella realizzazione di prodotti mediante l’utilizzo di macchine di prototipazione rapida che utilizzano tecniche produttive quali la FDM (FusedDepositionModeling), meglio note come stampanti 3D con l’utilizzo di Filtri specifici come quelli usati 2 filtri TNT e 1 filtro al carbone attivo il Tempo di produzione: 2 ore a mascherina. Operiamo già da più di un mese nella produzione stampa 3D con appositi strumenti. Il nostro team si chiama Vultur 3D ed oltre a me, collaborano Nicola Rosa e Michele Caccavo. Nessuno deve rimanere indietro specialmente nelle piccole comunità, dove si conoscono tutti ed in occasione di questa pandemia, tutti fanno squadra. Ringrazio l’amico Gianmarco Tirico per il supporto dato per la locazione”.Il team segnala il numero di telefono per contattarli 345 165 3655 per qualsiasi informazione massimo impegno per delle soluzioni concrete all’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19.

Comments (0)

RASHËT  THË MOTITË ARBËRESHË.  (regione storica diffusa arbëreshë)

Protetto: RASHËT THË MOTITË ARBËRESHË. (regione storica diffusa arbëreshë)

Posted on 19 aprile 2020 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

DA STATO A MANZANA; RINASCE IL FUOCO DEGLI ARBËRESHË

Protetto: DA STATO A MANZANA; RINASCE IL FUOCO DEGLI ARBËRESHË

Posted on 17 aprile 2020 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

Αἰωνία ἡ μνήμη, Gianni.

Αἰωνία ἡ μνήμη, Gianni.

Posted on 15 aprile 2020 by admin

Gianni BelusciRegione Storica Arbëreshë (di Alessandro Rennis) 

 

Αἰωνία ἡ μνήμη, Gianni. 

Professore di alto profilo culturale, ricercatore e studioso di “Fonetica sperimentale applicata” presso l’Università della Calabria , arbëreshë originario di San Basile, in questa Pasqua di Resurrezione lascia la vita terrena e vola verso l’Eterno l’amico Gianni Belluscio,  nel compianto di quanti ne hanno apprezzato la  operosa attività e hanno potuto godere della sua amicizia. A sua perenne memoria,  quale persona gentile e sempre affettuosa, noi arbëresh lo accompagniamo  con un accorato addio, ben riassunto dai versi….

Ho vissuto un Dio, ho visto degli uomini

e i miei occhi non si cercano nemmeno più.

Ieri sono andato sulla montagna che abitò la luna

e sono tornato con il cuore colmo di tristezza

Non mi restano più che un ricordo e una chitarra infranta

Un salice piangente si spoglia e mi veste di lacrime

Cosa c’è di più triste al mondo che partire senza cantare? ( J. P. Duprey)

Comments (0)

POSHËTË, DRELIARTË, KA, THË, JASHËT, MBRËNDÀ, PRAPA, PËR PARA. (Santa Sofia: i luoghi, la storia)

POSHËTË, DRELIARTË, KA, THË, JASHËT, MBRËNDÀ, PRAPA, PËR PARA. (Santa Sofia: i luoghi, la storia)

Posted on 14 aprile 2020 by admin

Aglomerati primariNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Il panorama urbano dei paesi della Regione storica Arbëreshë, fa riferimento a canoni delle città aperte, rinnovando i vetusti modelli medievali e per questo sono da ritenere come i pionieri per la convivenza, in età moderna, tra uomo e natura.

È con le  migrazioni dai Balcani dal XIII secolo, che nasce un nuovo strumento culturale, sociale ed economico capace di esprimere oltre che a soddisfare localmente, esigenze del vivere a stretto contatto con la natura.

Tutto è architettato, predisponendo e coordinando il luogo, nel pieno rispetto delle opportunità storiche, ambientali, sociali ed economiche.

L’azione degli arbëreshë, nello specifico, fece emergere le potenzialità del ”focus”, il luogo, esaltando le garanzie predisposte dai nuovi signori, in quelle posizioni già note agli esuli, a proposito dell’ambiente.

Un flusso di uomini e competenze di convivenza con il territorio naturale, trovò nel focus, organizzando gli ambiti, secondo arti, mestieri, omogeneità, che solo quanti erano legati alle consuetudini oralmente tramandate, sapevano le terre per trarre il maggior vantaggio, dall’ambiente in cui s’insediavano.

Territori paralleli della terra d’origine ricercate bonificate e vissute, al fine di innalzare idonei presupposti nel pieno rispetto del focus riconosciuto.

Se al tempo degli indigeni locali le stesse terre aveva avuto un mediocre rilievo, conseguito in funzione di limitati impegni racchiusi tutti e unicamente nell’interesse per lo sfruttamento agricolo e per l’uso come residenza personale, distanziando le due esigenze; con l’avvento degli arbëreshë l’impulso è diverso sia dal punto di vista organizzativo e sia per la ritrovata forma territoriale dove depositare le radici culturali, politiche ed economiche.

Allo scopo si vogliono evidenziare attraverso l’odonomastica del popolo, ancora memoria viva (inconscia), e attraverso di essa individuare come l’iniziale e semplice focus  sia stato trasformato nella contea di vaglio ancor oggi presente.

Seppure e riconoscere con amarezza che, mutatis mutandis, vale sostanzialmente anche per Santa Sofia la constatazione che : “Non  esiste città borgo e luogo costruito, che non abbia  adottato,  come  accompagnamento  alle  “escrescenze  caotiche”,  la  distruzione sistematica dei suoi caratteri di facile comprensione.

È per questo che adoperarsi a predisporre l’indagine odonomastica si segnare il modo in cui è nato e si è modellato “l’agglomerato diffuso di Santa Sofia”, ben consapevoli che univocamente e parimente non saranno scontate e le risposte, ma l’impegno e soprattutto sacrificio di ricerca renderà merito alla giustificazione dei toponimi.

Seguire e ricostruire le linee secondo cui  gli originari casali hanno sviluppo il modello, il fuoco diffuso, da cui è in seguito sono sbocciate le tipologie della propria radice storica.

Escono quale risultato indelebile e preciso da tale operazione:  i criteri in base ai quali il centro antico fu edificata, sia sfruttando le caratteristiche naturali del terreno sulla traccia dei camminamenti storici, nelle prossimità dei quali elevare e circoscrivere gli spazi indispensabili.

La regione circoscritta del recinto inteso come Mbrëndà e Jashët è andato configurandosi da spazio libero e non coperto, fino agli innalzati edilizi, disegnando così la pianta urbana che conosciamo.

Nel disegno di origine, rilevanza particolare è affidata all’arteria  Starada Grande (huda made); in quanto essa richiamare alla memoria l’azione  promozionale capace di innescare le varie attività artigianali  e  svolgere  la  funzione  di competenza da cui dipartire vicoli, elevati e piazze, il nettare primordiale  dell’assetto, urbanistico  diffuso, l’anima pulsante in cui conversono gli ingredienti dall’integrazione di esuli con gli indigeni.

Alla storia contribuiscono a dare forma non solo le vicende umane, ma anche gli spazi in cui quelle avvengono, per questo, nelle vie, strade, violi e sheshi, la storia lascia indelebilmente tracce della sua memoria e delle azioni.

Molti toponimi sono scomparsi, di essi si è persa anche la documentazione d’archivio, spezzando così la memoria di una cultura locale colma di significati preziosi, con molta probabilità gli unici in grado di dare  senso  alla  definizione  dell’immagine storica specie se vuole essere espressa in chiave etnica.

Tuttavia avendo ben chiari i riferimenti linguistici e la conformazione geologica e orografica degli ambiti addomesticati per essere vissuti, apre versanti di ricerca molto ampi pieni di momenti suggestivi.

Sicuramente le testimonianze di vita, come si è detto, della fisionomia  urbanistica del passato  possono  essere andati persi, ma rileggendo le tracce degli elevati murari e la loro consistenza materica si possono  recuperare,  rileggendo,  con  ispirazione motivata dalla ricerca; compulsando e rileggendo secondo l’antico idioma antichi riferiti sia in forma clericale o esperimenti di metrica canora abbarbicati ancora al tempo di edificazione.

Oggi nella memoria territoriale rimangono tracce dei materiali e toponimi dell’epoca  Huda Stangoitë, Ka rin reljeth, Kisha Vieter, Kambanari, essi segnano indelebilmente azzioni naturali o indotte che hanno caratterizzato lo scorrere del tempo.

Altre invece, recano le nuove denominazioni cambiate sotto la spinta di noti eventi storici, come personaggi di partito politico che non hanno nulla a che vedere con la storia di quegli ambiti, che in alcuni casi non lasciano neanche sulle lapidi la memoria di un tempo, sostenendo esclusivamente  l’informazione   usurpatrice , come a voler  nascondendola colori intensi con pastelli sbiaditi di di rotacismo analfabetici.

Essi non sono altro che un retaggio di antichi aspetti sociali della convivenza nello spazio cittadino è nascosto nella memoria, di pochissimi anziani e sta a noi attenti interpreti indirizzare il giusto valore alla nota o frammento di essa.                                                                                                                                                

Sia all’epoca di insediamento e poi subito dopo durante il confronto s’individuavano i luoghi con riferimento a episodio architettonici o di frammentazione di residenze dismesse o noto quali: la chiesa, il luogo di arrivo o il luogo promontorio;  oltre  a  particolari  pittorici,  della  devozione popolare icone oluoghi di culto in generale; elementi naturali come il pennino/pendino o/e indotte come frane, Kambanari.

Dopo i primi riconoscimenti caratteristici, segue lo sviluppo urbano e la diffusa possibilità di elevare moduli abitativi in muratura si definirono Sheshi, Rugha, Huda, assoggettando luoghi identificativi della famiglia insediata o particolari confini, come Prati o Kanlhë.

In origine era la strada stretta e articolata (Rugatë),  sulle di cui quinte si  aprivano gli usci delle case e le tipiche finestre di controllo, cosi come alcuni moduli non abitativi con attività artigianali indispensabili alle consuetudini dei componenti il rione, identificato con il suffisso “Ka”. 

La denominazione aveva origine dalle attività che si praticavano, dall’identificativo del luogo o dalla particolare categoria di persone in essa residenti (nomadi, indigeni o comunque provenienti da altri agglomerati urbani).

Nei meriti identificativi di quest’ultima categoria una nota più dettagliata va fatta, anche se comunemente si dice che la storia, “si fa solo con i documenti o in base alle testimonianze corroborate”, va fatta per tutte quelle residenze allocate a nord e a sud del “vico stella” e quindi non documentate ma notoriamente stese al sole.

Queste  abitazioni erano tutte appellate con i nomi dei paesi di provenienza dei residenti; persino la strada che delimitava l’urbe dalla campagna era denominata come: “limite dei latini”.

A completamento di questo spunto, mi pare opportuno sottolineare, l’origine del  termine  “Trapesë”  che secondo alcuni vuole indicare, il piano, tavola malsana o terreno  paludoso, tralasciando il dato storico locale che il “trappeso” è anche un’unità di misura di piccole quantità.

Non di metalli nobili quali l’oro o l’argento, li mai estratti, ma in conformità a luogo in cui le genti povere, attendevano il riversare delle poche resta della mensa arcivescovile che li rimetteva i resti della mensa.

Questa e altri toponimi, quali: Uda Ka Sanesh, Kar karegleth, Kamorchiaveshët, Ka mbanari, Shighëata, shesi Ku arvomi e altri, se opportunamente indagati e confrontati, con la storia locale sono in grado di fornire l’itinerario di sviluppo del centro antico, a cui tutto si può  accreditare ma non comunemente annoverare come Borgo Medioevale.

Comments (0)

VALJIE, GJITONIA, SKANDER, QUARTIERE, BORGO, TANTO PER CITARE L’APPARIRE!

VALJIE, GJITONIA, SKANDER, QUARTIERE, BORGO, TANTO PER CITARE L’APPARIRE!

Posted on 12 aprile 2020 by admin

DiogeneaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La storia con protagonisti gli antichi “Kalabër” ha visto i  generi di questo popolo, confrontarsi secondo canoni costruttivi di tranquilla convivenza in tutte le terre dove essi abitarono o ebbero modo di confrontarsi.

La storica e longeva minoranza, nel percorrere la perenne rotta di confronto e convivenza con i popoli indigeni che ha incontrato, raramente ha fatto “un passo sbagliato”.

Tuttavia quando un passo in tal senso ha avuto luogo, la garanzia del valore culturale ha fatto si che, nulla dei principi da essi seguiti, venisse smarrito in quella rara perdita di equilibrio.

Se oggi esiste, una R.s.A. è un lascito, da quei caparbi camminatori; solo quanti hanno le attitudini identitarie per comprende il costo di quel camminamento o meglio: “calvario”, possono comprendere quanta energia sia stata impegnata per dare vita alla Regione storica Arbëreshë: il modello sociale più completi e solidi di tutto il bacino del mediterraneo.

E se succede che gli adempimenti ereditati in esclusiva forma orale, su cui fondano la propria solidità dovessero sfuggire dal controllo (inciampando per incuria e disattenzione) travalicando così i confini del buonsenso, come nei trattati  della Gjitonia, i Rioni, le Arche le Valje” o la Metrica a supporto dell’idioma,  è facile finire in un burrone senza fondo e non essere più in grado di distinguere, elementi fisici, da quelli immateriali o allegorie cromatiche.

In questi ultimi decenni purtroppo le cadute si sono susseguite più di sovente e nel rialzarsi i frammenti versati dal cesto della propria consuetudine storica, sono stati raccolti o da altri ma comunque riassemblati senza conoscerne il senso e la natura.

Ed è csì che oggi ci ritroviamo a valorizzare di essi, frammenti interlacciati senza alcuna forma sedimentata, pur riconoscendone con sorrisi ironici le distanze di collimazione tra i parallelismi di origine e i vissuti nella R.s.A.

La conseguenza più ovvia sono le diffuse trattazioni, secondo cui i riti di pasqua terminano con ballate ritmate senza alcun fondamento, scambiando il canto di genere unica risorsa di sostentamento dell’idioma con le storiche ironie riservate agli indigeni, cui era concesso un giorno di transito all’inizio dell’estate arbëreshë, per onorare le discendenze del passato.

È per questo paradossale allineamento ha portato a ritenere che i “Kalabër” poi “Arbanon”, poi “Arbëri” e oggi “Arbëreshë” una forbice temporale di oltre un millennio, possano ritenere ,che le Valje, siano l’emblema di battagli del XV secolo, come se questo popolo cosi caparbio è operoso abbia dedicato la forma di sostentamento del proprio idioma come semplice bandiera per disputa e sterminio di altre popolazioni, per poi ballare e cantare.

L’anno appena iniziato per “emergenza sanitaria” che interessa senza distinzioni il genere umano in atto, ha fermato ogni tipo di attività  in senso generale, come capita quando si finisce a terra dopo essere inciampati;  saggezza della natura vuole, che prima di rialzarsi e ripartire, sarebbe opportuno assicurarsi  che ogni cosa sia al proprio posto, senza sovrapposizione di tempo, di luogo e di generi.

La Pasqua che ha raggiunto il suo apice e volge al termine, durante la quale ogni attività è stata disposta, evitando raggruppamenti o non realizzata, l’auspicio vuole che questa sia l’occasione di rivedere come  disporre le proprie consuetudini al fine di rendere  più solidali accostando con più saggezza i cocci  che sono rovinati a terra..

Alla luce di ciò, sicuramente non avranno luogo e ne saranno realizzati, gli appuntamenti del martedì, che vedono protagonisti numerosi paesi o macro aree della “Regione storica Arbëreshë”, (R.s.A., mai acronimo è stato immaginato e trascritto per descrivere con dovizia di luogo il senso della minoranza) il duemilaventi,deve essere usato come momento di meditazione, una pietra miliare da cui ripartire, per il regolare cammino nel pieno rispetto dello storico patrimonio.

Quest’anno non saranno “doverosamente” realizzate le danze, di guerra, impropriamente appellate “Vaglje”, l’ espressione più malevola della minoranza, mina vagante dell’identità più intima, ragion per cui, se la dittatura degli “stati generali” o degli “operanti economici” non si mette da parte e lascia la via libera a quanti procedono secondo dovizia di particolari e risorse personali come fa nello specifico Diogene, l’unico capace di fornire la luce sufficiente per emergere dal buio del pozzo , sino ad oggi lasciata al libero arbitrio di chi non sa ne di luce e ne di sole. 

Un modo per essere illuminati senza impegno di spesa e trovare la via dove è depositato il sapere; solo pochi  eletti;  si contano con meno delle dita di una mano, ma solidamente formati  di  intelletto e linfa “Arbëreshë” quella degli eredi legittimi dei “Kalabër” poi “Arbanon” .

Figure inestimabili, in numero di quattro, a impronta di Aristotele, Demetrio, Diogene, Talete,  potranno senza errori ricomporre, la tessitura compromessa, dai figli Orientali, impropriamente partoriti sulle rive del Surdo e del Settimo, dalla romana Sapienza, avendo ben chiara l’emergenza in atto, e se nel corso di quest’anno non saranno incentivate piattaforme a sostegno del quadrilatero culturale è segno che la solida minoranza mediterranea, è giunta, anche essa come le altre mediterranee, alla fine dei giorni.

Comments (0)

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!