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VALJIE, GJITONIA, SKANDER, QUARTIERE, BORGO, TANTO PER CITARE L’APPARIRE!

Posted on 12 aprile 2020 by admin

DiogeneaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La storia con protagonisti gli antichi “Kalabër” ha visto i  generi di questo popolo, confrontarsi secondo canoni costruttivi di tranquilla convivenza in tutte le terre dove essi abitarono o ebbero modo di confrontarsi.

La storica e longeva minoranza, nel percorrere la perenne rotta di confronto e convivenza con i popoli indigeni che ha incontrato, raramente ha fatto “un passo sbagliato”.

Tuttavia quando un passo in tal senso ha avuto luogo, la garanzia del valore culturale ha fatto si che, nulla dei principi da essi seguiti, venisse smarrito in quella rara perdita di equilibrio.

Se oggi esiste, una R.s.A. è un lascito, da quei caparbi camminatori; solo quanti hanno le attitudini identitarie per comprende il costo di quel camminamento o meglio: “calvario”, possono comprendere quanta energia sia stata impegnata per dare vita alla Regione storica Arbëreshë: il modello sociale più completi e solidi di tutto il bacino del mediterraneo.

E se succede che gli adempimenti ereditati in esclusiva forma orale, su cui fondano la propria solidità dovessero sfuggire dal controllo (inciampando per incuria e disattenzione) travalicando così i confini del buonsenso, come nei trattati  della Gjitonia, i Rioni, le Arche le Valje” o la Metrica a supporto dell’idioma,  è facile finire in un burrone senza fondo e non essere più in grado di distinguere, elementi fisici, da quelli immateriali o allegorie cromatiche.

In questi ultimi decenni purtroppo le cadute si sono susseguite più di sovente e nel rialzarsi i frammenti versati dal cesto della propria consuetudine storica, sono stati raccolti o da altri ma comunque riassemblati senza conoscerne il senso e la natura.

Ed è csì che oggi ci ritroviamo a valorizzare di essi, frammenti interlacciati senza alcuna forma sedimentata, pur riconoscendone con sorrisi ironici le distanze di collimazione tra i parallelismi di origine e i vissuti nella R.s.A.

La conseguenza più ovvia sono le diffuse trattazioni, secondo cui i riti di pasqua terminano con ballate ritmate senza alcun fondamento, scambiando il canto di genere unica risorsa di sostentamento dell’idioma con le storiche ironie riservate agli indigeni, cui era concesso un giorno di transito all’inizio dell’estate arbëreshë, per onorare le discendenze del passato.

È per questo paradossale allineamento ha portato a ritenere che i “Kalabër” poi “Arbanon”, poi “Arbëri” e oggi “Arbëreshë” una forbice temporale di oltre un millennio, possano ritenere ,che le Valje, siano l’emblema di battagli del XV secolo, come se questo popolo cosi caparbio è operoso abbia dedicato la forma di sostentamento del proprio idioma come semplice bandiera per disputa e sterminio di altre popolazioni, per poi ballare e cantare.

L’anno appena iniziato per “emergenza sanitaria” che interessa senza distinzioni il genere umano in atto, ha fermato ogni tipo di attività  in senso generale, come capita quando si finisce a terra dopo essere inciampati;  saggezza della natura vuole, che prima di rialzarsi e ripartire, sarebbe opportuno assicurarsi  che ogni cosa sia al proprio posto, senza sovrapposizione di tempo, di luogo e di generi.

La Pasqua che ha raggiunto il suo apice e volge al termine, durante la quale ogni attività è stata disposta, evitando raggruppamenti o non realizzata, l’auspicio vuole che questa sia l’occasione di rivedere come  disporre le proprie consuetudini al fine di rendere  più solidali accostando con più saggezza i cocci  che sono rovinati a terra..

Alla luce di ciò, sicuramente non avranno luogo e ne saranno realizzati, gli appuntamenti del martedì, che vedono protagonisti numerosi paesi o macro aree della “Regione storica Arbëreshë”, (R.s.A., mai acronimo è stato immaginato e trascritto per descrivere con dovizia di luogo il senso della minoranza) il duemilaventi,deve essere usato come momento di meditazione, una pietra miliare da cui ripartire, per il regolare cammino nel pieno rispetto dello storico patrimonio.

Quest’anno non saranno “doverosamente” realizzate le danze, di guerra, impropriamente appellate “Vaglje”, l’ espressione più malevola della minoranza, mina vagante dell’identità più intima, ragion per cui, se la dittatura degli “stati generali” o degli “operanti economici” non si mette da parte e lascia la via libera a quanti procedono secondo dovizia di particolari e risorse personali come fa nello specifico Diogene, l’unico capace di fornire la luce sufficiente per emergere dal buio del pozzo , sino ad oggi lasciata al libero arbitrio di chi non sa ne di luce e ne di sole. 

Un modo per essere illuminati senza impegno di spesa e trovare la via dove è depositato il sapere; solo pochi  eletti;  si contano con meno delle dita di una mano, ma solidamente formati  di  intelletto e linfa “Arbëreshë” quella degli eredi legittimi dei “Kalabër” poi “Arbanon” .

Figure inestimabili, in numero di quattro, a impronta di Aristotele, Demetrio, Diogene, Talete,  potranno senza errori ricomporre, la tessitura compromessa, dai figli Orientali, impropriamente partoriti sulle rive del Surdo e del Settimo, dalla romana Sapienza, avendo ben chiara l’emergenza in atto, e se nel corso di quest’anno non saranno incentivate piattaforme a sostegno del quadrilatero culturale è segno che la solida minoranza mediterranea, è giunta, anche essa come le altre mediterranee, alla fine dei giorni.

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