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Protetto: SAN DEMETRIO CORONE RICORDA DOMENICO MAURO

Posted on 29 agosto 2013 by admin

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L’ECCIDIO DI S. SOFIA DELL’AGOSTO DEL 1806

Posted on 13 agosto 2013 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Le lotte tra truppe francesi e patrioti da una parte e filo Borbone dall’altra ebbero il loro triste culmine di crudeltà selvaggia nell’agosto del 1806 con le nefaste conse­guenze in S. Sofia d’ Epiro e con la collaborazione delittuosa di alcuni citta­dini di S. Demetrio.

Una delle pagine che si può ritenere tra le più drammatiche della storia d’arbëria, le cui conseguenze ricaddero sul costituito collegio Corsini in S. Demetrio corone, insula culturale, indispensabile finestra aperta ad Est,  ancora oggi non sufficiente mente letta dagli storici d’ambito.

Ad Acri, nell’agosto del 1806, il governo municipale era in mano di moderati patrioti e il distaccamento militare francese più prossimo era quello di Bisignano.

La mattina del 15 agosto ad Acri, giorno della festività dell’Assunta, iniziò la mattanza che durò anche nei giorni successivi 16, 17 e 18 agosto, con a capo Francatrippa e la collabora­zione di un feroce bandito soprannominato Spaccapitta, a questi si unì anche il capobanda Antonio Santoro alias Re Coremme, capo e condottiero di una massa di corpi volanti di insorti e di briganti.

Giorni prima del suo arrivo in Acri, aveva osato affrontare l’esercito francese di Masséna nella zona di Frascineto ma era stato sconfitto, la sua banda si era sparpagliata e dispersa verso il terri­torio di S. Sofia, dove fu catturato dalla Guardia civica comandata dal pa­triota Giorgio Ferriolo di S. Sofia e trattenuto con i suoi compagni in car­cere per essere condotto a Cosenza al comando militare francese.

Notte­tempo, corrotto i guardiani, riuscirono  a fuggire e a raggiun­gere Acri, con propositi di vendetta verso Ferriolo e il paese di S. Sofia, anche perché i suoi 5 compagni (compreso un suo fratello) mentre veni­vano condotti come prigionieri a Cosenza, avendo tentato di ribellarsi e fuggire, furono fucilati dalla scorta armata comandata dal Governatore di S. Sofia.

Ad Acri il Santoro riformò una sua banda di borbonici e senza indugio preparò la spedizione punitiva per S. Sofia.

Intanto a S. Demetrio i capi del partito borbonico, cioè i Lopes Pettolone e Pisciamuro, sfruttarono il momento di convulsioni sociali e di anarchia e si misero in contatto con il Santoro, a cui offrirono la loro col­laborazione nel programmato assalto a Santa Sofia; ma il recondito fine dei Lopes mirava a includere nel numero dei più pericolosi giacobini il vescovo Bugliari, che in quei giorni si trovava nel suo paese natio.

Ai Lopes, venuti meno tutti i precedenti tentativi di fare destituire il Bugliari dalla carica di Presidente del Collegio, accusandolo reiteratamente con calunnie di essere un “reo di Stato, non restava altra soluzione che quella della eliminazione fisica del vescovo, da impostare nel contesto degli atti di guerra condotta dagli insorti realisti contro i nemici giacobini, ivi compreso il vescovo, che restava per loro sempre tale nonostante la fidu­cia confermata al Bugliari dai ministri del re.

E la plebaglia, che avrebbe potuto astenersi, nella sua religiosità superstiziosa, dal colpire un sacer­dote, davanti al “giacobino” sinonimo di diavolo non avrebbe avuto alcu­na remora a sopprimere il nemico della “Religione e del Re”.

Così, si sarebbe dato alla eliminazione fisica del Bugliari il colore politico onde non suscitare sospetti e responsabilità di assassinio per odi privati.

Gianmarcello Lopes, i due cugini Stefano e Gianbattista Chinigò, quattro contadini di S. Demetrio e uno di S. Benedetto Ullano, chiamato”il tignoso”, si unirono in Acri alla massa comandata da re Coremme e discesero verso il paese di S. Sofia, dove già le autorità civiche, avuto sentore della imminente invasione, avevano avvisato le autorità di S. Demetrio con la richiesta di aiuto della loro Guardia Civica per affrontare insieme la massa brigantesca, forse an­che perché costoro, timorosi di un attacco della banda di re Coremme o di una sedizione dei borbonici locali capeggiata dai Lopes, decisero che fosse necessario e più opportuno disporre la Guardia civica nelle vicine colline a difesa del proprio paese.

La squadra sofiota, comandata dall’infaticabile Giorgio Ferriolo, allo scontro con la massa di re Corem­me ebbe la peggio; morirono Ferriolo e molti suoi compagni, gli altri tor­narono al paese per dare l’allarme e sfuggire alla strage imminente.

Drammatico è la mattina del 18 agosto 1806, quando all’improvviso crepitare di fucili il ter­rore aveva invaso l’animo degli abitanti di Santa Sofia d’Epiro, specie dei benestanti e dei filo­francesi, tutti fuggivano verso la campagna, verso i boschi, nei più impensati nascondigli.

Nella gran confusione il Vescovo, che in quel momento si trovava nella casa dei parenti Masci e si avviava a ritornare nella sua di­mora, fu fatto entrare da una popolana, nella propria vicina casetta e nascosto in un magazzino interrato.

Mentre re Coremme con i suoi compiva le sue vendette mettendo a sacco e fuoco le case dei giacobini, prima di tutte quella del Ferriolo, Gianmarcello Lopes con i suoi sette sgherri era solo occupato a cercare il Vescovo; e su indicazione di una sua ex conterranea e donna di corrotti costumi, riuscì a scoprire il nascondiglio del Vescovo e penetrare nel magazzino e senza alcuno scrupolo religioso GianMarcello, furibondo lo trafig­ge con replicati colpi di pugnale e lo lascia esamine.

Dopo il delitto re Coremme con la sua banda, compresi GianMarcel­lo Lopes e i suoi sgherri, trascinandosi dietro il vecchio fratello del ve­scovo, Domenico Antonio Bugliari, raggiunsero Acri, dove il povero ve­gliardo fu ucciso e bruciato.

Approfittando della vicinanza della massa dei briganti, i realisti di San Demetrio, evidentemente sobillati dai Lopes, saccheggiarono per la seconda volta il Collegio greco di Sant’Adriano.

La tragica fine del vescovo F. Bugliari ebbe risonanza per tutto il re­gno di Napoli; fu menzionata, scrive il suo biografo, dal “Corriere di Na­poli” (30 agosto 1806), dal “Monitore di Napoli” (2 settembre 1806) e lo storico Mariano D’Ayala lo include nel 1860 tra gli omicidi di stato.

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