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SOTTOSCRITTO IL MEMORANDUM D’INTESA SULLA COOPERAZIONE COMUNALE INTERNAZIONALE CON DUE CITTÀ DEL KOSOVO

SOTTOSCRITTO IL MEMORANDUM D’INTESA SULLA COOPERAZIONE COMUNALE INTERNAZIONALE CON DUE CITTÀ DEL KOSOVO

Posted on 17 febbraio 2019 by admin

CivitaCIVITA (CS) Alessandro Tocci 

 

 

 

 

Comune di Civita

Provincia di Cosenza

Comunicato Stampa

 

Sottoscritto il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione comunale internazionale con due città del Kosovo.

Il sindaco  Tocci: “Con questo accordo apriamo a nuovi scenari di cooperazione e di scambi con  Paesi a noi vicini.

Cosa che facciamo da anni con l’Albania. 

 

Civita – Sottoscritto il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione comunale internazionale tra i comuni di Civita e Frascineto con i comuni di Fushe Kossovo e Lipjan in Kosovo. Questa mattina, in occasione dell’anniversario d’indipendenza del Kosovo, con una cerimonia istituzionale ufficiale tenutasi presso la sede del Ministero dell’Amministrazione del governo locale del  Kosoro, il sindaco di Civita, Alessandro Tocci,  accompagnato dal capogruppo di maggioranza, Andrea Ponzo, e dal consigliere comunale delegato allo Sport, Vincenzo Oliveto, e i   sindaco del comune di Frascineto, Angelo Catapano , di Fushe Kosovo, Burim Berisha, di Lipjan in Kosovo, Imri Ahmeti, e del  segretario generale del Ministero, Rozafa Ukimeraj, hanno sottoscritto il Memorandum d’intesa sulla cooperazione comunale internazionale. L’obiettivo del Memorandum, che si applicherà sulla base della reciprocità e beneficio reciproco, è quello dello “sviluppo e della promozione della cooperazione per la realizzazione di attività culturali e ricreative comuni, per lo scambio delle esperienze delle istituzioni scolastiche e delle associazioni culturali e artistiche, per lo scambio  delle esperienze nel campo dell’arte, della cultura e delle altre attività educativi – accademici e per lo scambio delle esperienze nel campo dello sviluppo locale”. Per il primo cittadino di Civita, Alessandro Tocci, “l’obiettivo della sottoscrizione di questo accordo di cooperazione è quello di far convergere i punti di forza delle esperienze maturate nel campo dello sviluppo locale e, soprattutto, nel campo delle attività culturali e ricreative stabilendo rapporti di cooperazione e scambi culturali al fine di inaugurare una nuova era di cooperazione internazionale che punti sulla valorizzazione reciproca delle realtà aderenti.   Questo accordo sulla cooperazione comunale internazionale – ha sottolineato il sindaco Tocci – è lo strumento per intraprendere nuovi rapporti di cooperazione e di scambi commerciali e culturali con nuove realtà  e far conoscere  il nostro territorio e, soprattutto, le nostre potenzialità e la nostra identità. Cosa che Civita fa già qualche anno con l’Albania. La sottoscrizione di questo Memorandum d’Intesa offre, quindi,  nuove possibilità per la valorizzazione del territorio e delle tradizioni enogastronomiche civitesi che già riscuotono apprezzamenti non solo nel Bel Paese, ma in gran parte del  Mondo”.

 

 

Civita, 17 febbraio 2019

 

Ufficio Comunicazione.

                                                                                                                           Comune di Civita

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DA PATUNDË A KATUNDË

DA PATUNDË A KATUNDË

Posted on 16 febbraio 2019 by admin

DA PATUNDË A KATUNDË

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Nella lingua arbëreshë, mi riferisco a quella parlata all’interno delle macro aree che sommano la regione storica, la parola Katundë indica il Villaggio, dico villaggio e nessun altro modello di aggregato urbano.

Katundë è la sommatoria Ka+Tundë, il suffisso Ka indica un luogo; il verbo Tundë, indica il gesto di più individui come spostamento di cose o persone, muovere in armonica cooperazione condivisa.

Preciso villaggio, in quanto, non possono essere classificati in alcun altro modo, né paese, né borgo o altro elemento di spazio di più abitazioni; tuttavia se dalla crusca vi dovessero riferire il contrario, come incoscientemente si è abituata a fare, mandateli thë bisht, giacché, siamo nati prima di loro.

I Katundë sono agglomerati, elevati alla fine del basso medio evo, ripopolando ambiti abbandonati in cui l’unico elemento innalzato in muratura era una chiesa un convento o altro presidio religioso, nei cui pressi insistevano pagliai o anfratti naturali completati con rami foglie e fango, abbandonati e per la loro manifattura non riconducibili all’era medioevale.

Per meglio comprendere il suo significato è bene sapere che esso rappresenta un centro abitato di modesta entità, destinato soprattutto a residenza di una popolazione che ha nelle vicinanze il luogo del proprio lavoro.

Etimo riferisce di logo residenziale prevalentemente plurifamiliare con abitazioni distinte per ogni famiglia ma il complesso con unica grande residenza; alle singole cellule abitative si aggiungono altre strutture, quali i granai raggruppati talvolta in uno spiazzo comune, luoghi e costruzioni rituali per gli atti di culto domestici e comunitarî, recinti per gli animali domestici.

L’intero villaggio è normalmente protetto da siepi o palizzate contro eventuali assalti nemici o di animali predatori, il villaggio generalmente si articola secondo due tipologie di aggregazione edilizia definite: lineari e articolate esse in effetti in origine erano abitazioni a pianta per lo più rettangolare, con tetto a falda unica verso l’ingresso.

In urbanistica, rappresenta un gruppo di abitazioni progettate unitariamente in modo da costituire un complesso edilizio studiato organicamente come l’insieme di più rioni e rispondere ai bisogni o ai desiderî di una data categoria di abitanti in questo caso arbëreshë con il loro codice culturale da far germogliare.

Le migrazioni che subirono i centri di origine arbëreshë nel secolo diciannovesimo, verso le Americhe, prima, poi verso il nord e l’Europa, assieme ai progetti di scolarizzazione, si auspicava proiettassero i paesi verso orizzonti più floridi  e valorizzare quando andava degenerandosi; purtroppo non fu così, infatti la scarsa formazione tecnica da un lato e il forte radicamento alle proprie origini  produsse una graduale deriva verso il basso, degenerando violentemente, ambiti costruiti il tangibile.

Solo una frangia culturale dopo il secondo conflitto mondiale, produsse un risveglio che fece da bilanciere per quanto riguarda la tutela e la riproposizione del’intangibile.

Due processi che invece di incontrarsi e fare gruppo, in maniera coscienziosamente distratta, perseguivano traguardi diversi, da una parte si riproponeva “la primavera italo-albanese” e dall’altra, faccendieri economici, distruggevano gli ambiti costruiti nel tempo.

I due fenomeni, mai furono paralleli ma trasversali, hanno innescato i processi degenerativi più pericolosi nella storia della minoranza, per i quali l’intangibile della tradizione arbëreshë ha perso completamente i luoghi , il palcoscenico, storico costruito nel tempo, dove tutelare la propria identità consuetudinaria .

La deriva, trova il suo culmine alla fine degli anni novanta del secolo scorso ha iniziato a intaccare pericolosamente anche l’intangibile e oggi le scorie di tale degenerazione si manifestano nell’abbandono dei piccoli centri, non avendo gli amministratori ed i cultori elementi sufficienti a cui aggrapparsi.

La perdita di identità, oggi vive una deriva pericolosissima in quanto avendo perso ogni sorta di orientamento cercando conforto, nell’uso della lingua standard Albanese, invece di valorizzare la radice che gli arbëreshë conservano da sei secoli; tutelare gli ambiti costruiti e vissuti come identici a quelli indigeni; seguire riti per fornire elementi ad una crociata romana mai terminata, innestando iconografie e riti senza senso; in ultimo, ma non per importanza, piegare la storia degli uomini migliori, sia dal punto di vista sociale e della metrica, attribuendo alla minoranza nomi, eventi e frammenti che non gli appartengono, è confermato dal fatto che la prima fila non è stata lasciata nelle disposizione delle figure più sane.

Allo stato e prima di affrontare il tema di quale futuro attendere i Katundë della regione storica arbëreshë, bisogna rispondere ad alcune domande essenziali: come si vive in queste realtà la lontananza dalle opportunità offerte dalla metropoli e quali esempi sociali irripetibili  altrove sono in grado di garantire.

Un punto di partenza per l’analisi, per questo, diventano gli indicatori come: salute, istruzione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica/istituzioni, sicurezza, paesaggio/patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, oltre la qualità dei servizi.

Comparare realtà di simile origini pur appartenenti a macro aree differenti dunque porta a osservare che i Neet hanno la stessa diffusione, presumibilmente simili ai comuni capoluogo..

Volendo ora sintetizzare una prospettiva di sviluppo integrato sostenibile è opportuno ritornare alle possibili alternative per traguardare il benessere diffuso.

La via è quella detta degli “Smart villages” che tradotto in lingua arbëreshë si configura nel Katundë, avendo per questo il target dei centri urbani/aree rurali con meno di 10 mila abitanti.

Il concetto di Katundë, sta progressivamente prendendo forma nei processi di rilancio, non solo italiani ma anche, dell’Unione Europea si riferisce a quelle aree rurali e piccoli nuclei urbani nei quali l’elemento della tradizione è valorizzato/promosso mediante il supporto delle   tecnologie dell’informazione, della comunicazione e dell’innovazione digitale, al fine di creare nuovi prodotti, nuovi servizi, opportunità indirizzate alla popolazione residente.

A tal proposito, la Commissione europea ha lanciato lo scorso 11 aprile 2017 il documento

EU action for Smart Villages che mira a promuovere iniziative in materia di ricerca e innovazione dei trasporti sostenibili, energetici, attraverso politiche digitali, per mirare ad una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, di queste storiche realtà.

Il progetto, di fatto, consente di superare le principali barriere che limitano lo sviluppo socio-economico delle aree rurali: il digitale unisce dal lato delle infrastrutture immateriali, per superare le barriere della mobilità delle infrastrutture materiali.

I benefici che tali territori possono ricavare da questo nuovo approccio particolarmente ambizioso non possono essere sottovalutati.

Nella realtà attuale la velocità di connessione è fondamentale per uno sviluppo economico, in grado di garantire ai “Patundë” di rimettersi in gioco ed essere competitivi sul mercato globale in veste di “Katundë”.

Questo dato rappresenta la svolta, in quanto, qualsiasi cittadino può entrare a fare parte da una rete capillare ed efficiente e di  conseguenza usufruire di questi vantaggi che garantiscono la presenza in una società globale, avvantaggiandosi grazie le peculiarità locali che sono uniche ed irripetibili altrove.

La rete in poche parole rappresenta lo strumenti attraverso il quale si può essere presenti ed avere un ruolo attraverso il quale influenzare, entrandovi a far parte, nei diversi settori  dell’economia.

Mobilità, turismo, cultura, occupazione, scuola, rappresenta solo alcuni dei settori che possono trarre benefici rilevanti dallo sviluppo di questa rete.

Alla luce di quanto appena sostenuto, è possibile definire Katundë come un centro dotato di un elevato tasso di alfabetizzazione digitale; un buon accesso alla sanità digitale; un’economia circolare ben sviluppata; una  rete di promozione dei prodotti locali mediante l’uso delle tecnologie digitali.

Avendo come fine il turismo esperienziale, come fattori di sviluppo economico sostenibile connesso con una realtà metropolitana da un lato e dall’altro con i centri minori adiacenti.

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PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVA

PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVA

Posted on 14 febbraio 2019 by admin

PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVANAPOLI (Di Atanasio  Basile Pizzi) – Quando il buon pastore latino fu nominato frettolosamente greco, nel 1876, molti immaginavano potesse porre rimedio alla pericolosa deriva innescata sui territori Sanseverinensi e limitrofi.

I recinti dove si credeva, pascolassero pecore per addomesticare antiche terre, erano invece diventati teatro di prevaricazione latina o zona franca per intenti di una fratellanza impossibile.

Il saggio pastore doveva dare seguito al progetto antico che ostinatamente, mirava ad assoggettare l’oriente all’occidente, auspicando di coinvolgere i pastori ortodossi nella struttura piramidale latina.

Gli esuli pastori con i loro greggi, hanno tenuto testa ai turchi per non essere piegati in terra natia e poi quando la sopportazione aveva superato i limiti preferirono insediarsi in ambiti paralleli per allevare identiche radici; tuttavia e nonostante tutto dopo sei secoli, sono stati raggiunti da alias e messaggi subliminali turchi, in ultimo da alcuni decenni, non è stata una buona cosa veder scorrere al nostro fianco l’identica sopraffazione che li costrinse alle pene dell’esilio.

In Puglia, Campania, Basilicata e Calabria le vicende relative, all’identità divina e terrena, sono state sottoposte a simili vicende; prima lasciati ai loro riti; in seguito sottomessi a quelli latini ritenuti meno blasfemi, (vedi la storia dei paesi del Vulture, del Tarantini, del Beneventano/Avellinese e Cosentino sanmarchese, solo per citarne alcune; ma comunque mai lasciati liberi di esprimere i loro valori originari.

Tuttavia chi riesce a uscire indenne allo sterminio dei gregge è l’alta Calabria ionica, che per atti stipulati anticamente non si è potuto rimaneggiare al volere latino.

Ma come si sule dire, l’occasione non va combattuta ma utilizzata per i piropi fini, ed ecco che dal settecento un’annosa piaga fu utilizzata intelligentemente secondo i riti di una crociata mai dismessa; la chiamarono una porta aperta rivolta all’oriente ostinato.

La porta doveva servire ad allargare le basi della piramide per avvicinarsi  di più al cielo,omettendo di precisare che al vertice  avrebbe preso posto il sacro romano.

Chiaramente realizzare un’istituzione religiosa cosi distante da Roma era un rischio che doveva essere opportunamente arginato; ragion per cui, ad allevare e formare i nuovi pastori era l’istituzione corsina, ma la nomina era di pertinenza “terza” fuori le mura di quel complesso.

Il pastore verificatore doveva confermare la genuinità di matrice romana, vestita di ornamenti orientale; false vesti, pericolose bolle di un caseario romano.

Una parabola formativa che fu interrotta quando l’istituto, preso d’assalto dalle frange civili, venne indirizzato per formare e istruire il popolo citeriore secondo la visione  dell’unita italiana, per cui per oltre cinque decenni, invece di pastori di dubbia capacità per le stesse istituzioni che li formavano, si formarono brillanti menti, che resero quella regione modello di intelligenza..

Terminata la parabola politico culturale, riprese l’infinita crociata di avvicinamento dei pastori romani con quelli greci.

Per dare ancora più linfa al progetto fu incaricata un saggia del luogo, egli conosceva tutti i risvolti e le pieghe che avevano subito quelle mura di indirizzamento; il pastore latino/greco, dopo aver stilato due rapporti dettagliati, il primo per lo stato laico ed il secondo per quello clericale, forni gli elementi indispensabili, che studiati attentamente per oltre tre decenni, consentirono di realizzare la scissione in tre segmenti, dello storico monumento di formazione.

Il tempo intanto scorreva imperterrito, senza nessun miglioramento di indirizzamento pastorale degli ambiti sottoposti alla guida dei nuovi pastori, solo dopo cinque decenni, un papa accompagnato in pellegrinaggio da un saggio Ullanese diede un nuovo impulso alla parabola pastorale nel 1963.

E nel mentre nei territori citeriori, si produceva un vortice crescente che disorientava vecchie e nuove generazioni, l’Ullanese per la sua capacità di lettura  portava avanti un lavoro raffinato di tessitura che oggi viene considerato come l’unico  e solo manufatto in lana orientali ed occidentali portato a buon fine.

La stessa tela che qui nella Calabria Sanseverinense, non essendo stata compresa, è disfatta giorno per giorno; a questo punto è spontaneo chiedersi: è valsa la pena fare parte di quel gregge di esausti esuli, se i loro preziosi filamenti si vendono per poco più di trentatré danari e senza rispetto di chi detiene la la formula della materia prima.

pochi minuti prima che iniziasse 2019-02-14

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LA TUTELA DISARMATA DELLA CULTURA ARBËRESHË

LA TUTELA DISARMATA DELLA CULTURA ARBËRESHË

Posted on 10 febbraio 2019 by admin

LA TUTELA DISARMATANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Lo stato in cui versa la struttura della tutela storica minoritaria meridionale, denota quanto sia stata disarmata la difesa del modello gjitonia, forza di accoglienza pulsante, della regione storica arbëreshë.

Per dimostrare ciò è bene precisare che la distanza (“scarto“) misurata, elaborata e costruita, tra le tradizioni culturali arbëreshe e indigene, invece di articolarla all’interno di molteplici domini, quali: la morale, le logiche del senso, l’arte, le strategie vissute per guadagnare un diverso accesso e scoprire il carattere inedito e non scontato, ha seguito la ricostruzione linguistica germanica del 1871.

Tralasciando le proprie categorie di merito che avrebbero messo in luce la particolare piega, che le ha prodotte; per questo ad oggi rimangono ancora inesplorate le categorie decisive per l’orizzonte teoretico, pratico e politico contemporaneo, di cultura e identità.

In conformità alla premessa, aprire un cantiere di studio teorico/ grafico (Diplomatica) utile a definire lo ‘scarto’ dei pensieri arbëreshë e indigeni, segna quanto sia indispensabile porre l’attuazione sul giusto confronto e aprire tra i due pensieri, un comune campo parallelo conservativo delle due identità.

L’erroneamente appellata “aRBËRIA” che vuole individuare un luogo stabile, è vetusto, ma più di ogni altra cosa, privo di ogni genere di armatura, in quanto storicamente disarmato e disarmante, i cui elevati tangibili e intangibili, non trovano alcuna conformità strutturale.

Per questo essa diventa “appellativo assurdo” assolutamente da scartare, cosi come, lo è la teoria che l’albanese e l’arbëreshë sono la stessa cosa e che devono affidarsi a una misura standard.

Questo è un errore grave e denota molto bene lo “scarto” di quanti si sono prodigati verso temi a loro oscuri, in quanto, non è concepibile che genti con vissuti e momenti storici dissimili possano ritenersi addirittura identici, quando sarebbe bastato creare i presupposti per determinare il preciso scarto, l’esatta misura.

Quei pochi che hanno preso consapevolezza, e usano l’appellativo di “regione storica arbëreshë”, non stanno sollevando muri o creando barriere per ghettizzare, come avveniva nelle architetture medioevali, in quanto, i principi degli abitanti della regine storica, sono quelli della città diffusa o meglio città aperta, che si basa sui valori urbani del rione e non del quartiere, come spesso si ode per opera di eminenti oratori.

I Katundi Arbëreshë sono i luoghi dell’integrazione, qui l’accoglienza è un dovere, un proprio momento di confronto, l’ospite si siede a capotavola e viene udito e riverito; facendo diventare la Gjitonia il luogo sano, senza confini, per riverberare esperienze senza contrapporsi o sovrapporsi; un momento di condivisione, una rotta parallela costruttiva.

L’ospite nei paesi della “regione storica” è sacro, diventa parte della famiglia ospitante, “atto di accoglienza e confronto” in cui le uniche armature sono il rispetto delle proprie origini e dei propri ideali.

Nei paesi della regione storica, l’ospite entra a far parte della famiglia e i suoi valori sono rispettati, due vie parallele a confronto che convivono e si confrontano solidamente distanti tanto quanto serve per rilevare lo scarto tra la morale, le logiche del senso, l’arte, le strategie vissute per realizzare manufatti idonei, duraturi, che la scienza esatta riconosce nelle strutture armate, non in senso bellico, ma quelle necessario a sopportare ogni tipo di sollecitazione naturale o indotta dall’uomo.

Perché questi concetti non sono mai stati dibattuti e portati alla ribalta, perché si è preferito la via dell’ostinazione nel ritenere la gjitonia un suddito, un sotto prodotto del vicinato, senza mai invece porle sullo stesso piano, accostarle per scoprire le fondamenta?

Quale difesa hanno prodotto gli arbëreshe verso di essa in convegni, tavole rotonde, cattedre e momenti legislativi se si usava paragonarla come sotto prodotto del modello indigeno?

Dove stavano i cavalli, la destrezza, le capacità per la sagomatura del ferro, utile ad armare i monoliti (i pilastri) della regione storica arbëreshë?

Una risposta plausibile ci sarebbe, ovvero,  la responsabilità sta in tutti coloro, che con sorrisi ironici, hanno indossato le verti e la corona sul capo per addobbarsi da Dante Alighieri, spargendo versi e sonorità senza senso, magari pure raccolti nel paese di fonte.

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