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IL QUADRILATERO DELLA CULTURA STORICA ARBËRESHË (Napoli, Santa Sofia, Barile e Maschito)

IL QUADRILATERO DELLA CULTURA STORICA ARBËRESHË (Napoli, Santa Sofia, Barile e Maschito)

Posted on 21 luglio 2019 by admin

legge 482Napoli (di Atanasio Pizzi) –  Dalla metà del XVIII secolo tra Napoli e due macroaree arbëreshë, rispettivamente, in Calabria citeriore e nel volture, si crea un legame culturale tra i più consolidati, rispetto alle altre macroaree di simili radici; da allora senza soluzione di continuità rimangono solidamente unite dalla storia la capitale e tre piccoli centri arbëreshë, fornendo ingredienti di solidità intellettuale, il cui lustro trova le sue radici nel codice consuetudinario della regione storica:

Appare chiaro, che il primo degli assi culturali è il più solido, anche se gli altri non lo saranno da meno in quanto rappresentano la continuità culturale di una tela rafinatissima, che a tutt’oggi, per solidità non si consuma, essendo stata intrecciata dai telai delle Rrughe e le Gjitonie dei Katundë arbëreshë, per poi essere rifinita tra i Cardini e i Decumani della polis partenopea.

Un tessuto non stretta e lunga come una corda, ma larga e solida a modo di tela, per contenere e proteggere tutto ciò che niente e nessuno è riuscito a deteriorare per la genuinità del manufatto di tutela.

Questo racconto vuole allocare nelle giuste icone gli uomini, che per caratteristiche innate, rappresentano il genio locale, il germoglio di un’identità antica importato dalle colline dei Balcani e innestata nel meridione italiano.

Era il 10 maggio del 1734 don Carlo di Borbone, diciottenne duca di Parma e Piacenza, comandante in capo dell’armata spagnola in Italia, entra a Napoli scortato dai soldati che nei giorni precedenti avevano costretto alla resa le guarnigioni austriache asserragliate a Castel Nuovo, Castel dell’Ovo e Castel Sant’Elmo.

Il re come i potenti di quell’epoca, preferì avere oltre al classico esercito, una guardia personale composta da fedelissimi e il 15 ottobre 1737 il Vignola inviava al Senato una nota dalle terre balcaniche nella quale confermava di aver selezionato i soldati fidi alla corte di Napoli, appellandoli: battaglione Real Macedone; di questo esercito di fidati venne scelto quale  cappellano militare, il reverendo Bugliari Giuseppe, per seguire spiritualmente i soldati sia di estrazione Grecofona e sia Arbanofona.

Il reverendo originario di  Santa Sofia, un piccolo casale di origine albanese in provincia di Calabria citeriore, venne scelto sia per le capacita di esprimersi in arbereshe e in greco e sia per l’estraneità allo scenario politico della capitale partenopea.

Iniziava da questa scelta un brillante periodo culturale e scientifico, il quale, senza soluzione di continuità si articola sino al XX secolo, con figura emblematiche di alto valore, fondamentali nella scuola delle eccellenze arbëreshë, e dopo il Bugliari divenne fondamentale  Vincenzo Torelli, da Barile, paese  del Vulture in provincia di Potenza, di identica estrazione identitaria.

Il Bugliari ed il Torelli rappresentano due pietre miliari della storia culturale arbëreshë, essi aprirono la strada  a illustri come il Prof. Pasquale Baffi, Mons. Francesco Bugliari, Avv. Angelo Masci(?), Giorgio Ferriolo, Avv. Pasquale Scura, Avv. Vincenzo Torelli, Arch. Luigi Giura, Avv. Rosario Giura, Mons. Giuseppe Bugliari e a tante altre figure di secondo piano, di cagionevole cultura, prevalentemente scrittori in erba, le cui gesta(?) si possono misurare nei circa quaranta alfabeti, ora latini, ora greci, ora irriconoscibili e comunque tutti in onore o riverenza del papa che tirava(!!!!).

La storia letteraria, editoriale e scientifica degli arbëreshë, in questo secolo e mezzo, raggiunge l’apice nei salotti di tutta europea, mettendo in luce qualità innate che ancora oggi sono assegnati i meriti ai regnanti Borbone e per questo coperte da un alone di diffidenza; di contro gli stati generali e i dipartimenti della Regione Storica Arbëreshë, invece di adoperarsi e richiedere i titoli e pretendere, la paternità di tali eccellenze, si diletta a manifestazioni e racconti di poco conto e ostinarsi a realizzare sagre, esposizioni a ritmo di ballate e cantate in costumi tipici sostenute inconsapevolmente dal trittico mediterraneo .

Da alcuni decenni e negli ultimi anni, in modo più incisivo, si è ritenuto opportuno relegare la storia degli antichi Arbanon, il più antigo governa rato dei Balcani, a vicende linguistiche dell’Albania moderna oltre a matrici clericali di dubbia radice.

Pur se consapevoli che non vi sia alcuna attinenza con quanti realizzarono nella regione storica, preferendo difendere il proprio codice identitario nel XIV secolo, con quanti inchinarono la testa e offrire la propria identità storica e la propria terra agli ottomani, dalla terra albanese partono frotte di avventurieri in cerca di gloria.

Noi che viviamo la Regione storica Arbëreshë, i discendenti del Prof. Pasquale Baffi, Mons. Francesco Bugliari, Avv. Angelo Masci(?), Giorgio Ferriolo, Avv. Pasquale Scura, Avv. Vincenzo Torelli, Arch. Luigi Giura, Avv. Rosario Giura, Mons. Giuseppe Bugliari, non abbiamo bisogno di altri disturbatori storici oltre alle figure “secondarie” nate qui a casa nostra di cagionevole morale, essi sono prevalentemente scrittori in erba, le cui valorose gesta si possono misurare nella vulnerabilità dei loro oltre quaranta alfabetari, ora latini, ora greci e comunque in funzione del papa che tirava.

Non abbiamo bisogno di “presidenze di potere”, “ambasciatari inconsapevoli”, “adetti culturali senza cultura”, giornalisti stravaganti e ogni genere di figura capace di cambiare titolo e colore, secondo il tempo che fa, ne tanto meno quanti irresponsabilmente mirano alle nuove generazioni le più tenere e quindi facili da modellare.

Queste ultime in particolar modo inconsapevoli del nostro valore identitario, vengono nelle nostre latitudini a sporcare quanto difeso con sudore e devozione.

Non abbiamo bisogno che dalla terra madre, o da altri lidi, dopo aver abusato per poi diffidare dei buoni studi, vengano in regione storica a minare quanto di irripetibile eravamo, siamo e non smetteremo mai di essere; noi arbëreshë le scelte più dure da supportare le abbiamo fatta sei secoli or sono, e portate avanti con spirito caparbio e per questo rappresentiamo il modello di integrazione per eccellenza, non abbiamo bisogni di rappresentarlo e renderlo noto secondo la metrica e secondo l’idioma della terra d’origine.

Questa è la regione storica libera, non poniamo barriere di alcun genere a nessuno, tuttavia chi viene a sedersi nella nostra tavola, dopo che gli è stato offerto il posto di capotavola deve cogliere il senso del gesto; guai a quanti lo intendono come atto servile o di riconoscenza storica, noi arbëreshë i parenti paralleli, li accogliamo per guidarli verso un percorso di acculturazione, in quanto in sei secoli di storia, noi, le posate per stare a tavola educatamente le abbiamo sudate con il sangue dei nostri padri.

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LA STORIA DELLA REGIONE DIFFUSA ARBËRESHË

LA STORIA DELLA REGIONE DIFFUSA ARBËRESHË

Posted on 18 giugno 2019 by admin

LA STORIA DELLA REGIONE DIFFUSA ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Come sanciva nel suo discorso sugli Albanesi, impropriamente attribuito ad altra inquietante figura, il Baffi riteneva che per lo studio della storia di un popolo, non si deve andare altre una certa misura, altrimenti si perde il senso della ricerca.

In conformità a questo principio, inizio ad analizzare cosa e quanto ha prodotto il miracolo linguistico tramandato oralmente nelle regioni dell’antico regno di Napoli o delle due Sicilie.

A tal proposto  il limite del confine dell’infinito di ricerca parte ai tempi quando venne diviso in themati l’impero romano unificato, la conseguente traccia di ricerca condotta, pone ad indagine l’intreccio tra uomini,  rapporti sociali, rapporti economici, luoghi e tradizioni da tutelare.

S’inizia con l’affermare che nel VI secolo D.C. dopo  aver allocato la capitale dell’impero di Oriente ed Occidente a Costantinopoli, venne diviso il territorio unificato, in themati e le disposizioni del nuovo modello convogliava le disposizioni civili e militari, nell’elemento perno dell’Impero, ovvero, i soldati contadini (gli Stradioti).

Fare un parallelismo delle consuetudini, della famiglia stradiota e quella arbëreshë descritta nel protocollo Kanuniano, è facile, anzi oserei definirli i prodotti sociali di una sola radice.

Questo ha caratterizzato in maniera particolare genti che vivevano le terre che ebbero come scenario gli scontro tra gli eserciti musulmani da quelli cristiani

Tra questi un ruolo fondamentale lo ebbero i territori dei governarati arbër e quelli a esso appena confinanti, avendo come scontro storico la battaglia della Piana dei Merli combattuta il 15 giugno del 1389.

Essa rappresenta una pietra miliare, della via perseguita dai turchi, per conquistare Roma e l’intero occidente.

I territorio che accomunavano con simili ideali i governarati arbër, divennero il luogo ultimo per frenare il bellicoso progetto mussulmano.

Le battaglie che in queste spianate, anfratti e gole ebbero luogo, diedero lustro alle capacità innate del popolo arbër, per la difesa dei territori di pertinenza o linee da difendere, al punto tale che furono attuati accordi di mutuo soccorso,  tra la nobiltà locale Balcani e in seguito con quelle oltre Adriatico.

Ebbe così inizio un scambio di difesa in forze di uomini mezzi e armi, che da un lato garantiva una linea bel lontana dalle coste occidentali dell’adriatico e dall’altra  aiuti fondamentali per non soccombere all’invadenza turca.

Intanto nelle terre del regno di Napoli, le trame francofone, e le preoccupazioni relative d’invasione resero indispensabile predisporre nel 1448 le opportune linee di difesa in Sicilia, Calabria e Puglia, insediando gli arbër che nel contempo rassodavano e mettevano a coltura terre incolte o dismesse per la insalubrità diffusa.

Quando nel 1460 le politiche del papato e quelle francofone, resero incontrollabili gli atteggiamenti dei baroni verso il re di Napoli, fu lo stesso Giorgio Castriota (che dalla fine del 1443 aveva fatto comprendere ai turchi, il senso della famiglia Kanuniana) a gestire la situazione nella famosa battaglia di “terra strutta” e poi predisporre i presidi idonei a frenare ogni tipo di ribellione.

Nel 1468, anno della morte del valoroso condottiero, secondo gli accordi dell’Ordine già in atto; fu l’anno prima della morte del condottiero che Giorgio ebbe  in affido la figlia di Vlad III Principe di Valacchia, Donica Comneno raggiunge Napoli ospite a corte con la “bambina” e i due figli “Giovanni e Vojsava”.

Appare evidente che a questo punto caduta quella linea per la difesa dell’occidente, il limite deve arretrare e quali presupposti migliori per approfittarne della presenza della moglie e i figli di Giorgio Castriota a Napoli e accogliere famiglie arbër, al fine di predisporre un controllo serrato degli d antagonisti più efferati e disegnare aree specifiche dove far insediare gli arbëreshë, liberi per i primi cinque decenni di muoversi  nei territori del regno secondo un progetto strategico studiato a tavolino.

Nascono cosi, la linea dell’infinito calabrese,  il limitone pugliese  e la linea del fortore, a queste si aggiunsero per i principi più irriducibili, presidi  mirati, vere e proprie linee di controllo, come quella del tarantino contro gli Orsini che contavano oltre dieci agglomerati, la Sansaverinense con oltre venticinque agglomerati e quella del Sarmento altri dieci agglomerati, contro i Principi di Bisognano.

La definizione capillare delle linee di controllo, sarà trattata in uno specifico grafico che allo stato è in puntuale definizione; resta un dato inconfutabile, a ogni linea d’insediamento, corrispondono un numero considerevole di agglomerati arbëreshë, in funzione dell’ostilità dei principi verso il re .

Sta di fatto che dalla prima migrazione del 1448 sino agli albori del 1500 le disposizioni degli arbëreshë seguono una regola precisa, che non è mai casuale o lasciata al caso, perseguendo sempre  due fini complementari: il primo economico e mirava a mettere a regime territori incolti o comunque abbandonato; il secondo, creare una sorta di cortina per il controllo del territorio dei principi ribelli.

Questa disposizione delle genti arbëreshë nel territorio del regno di Napoli non viene mai dismessa, vero è che dopo la realizzazione degli atti di sottomissione e le vicende religiose mai dismesse dal papato, gli arbëreshë furono sempre tutelati nella valorizzazione del proprio patrimonio culturale, linguistico, consuetudinario e religioso, indispensabile per difendere le direttive reali a mai quelle locali.

Conferma di ciò sono le disposizioni di Carlo III, il quale una volta insediatosi a Napoli, per la sua difesa e del suo seguito istituisce il reggimento Real Macedone del Regno di Napoli, non affidandosi dell’esercito; il reggimento, la cui estrazione  di matrice arbëreshë preferiva esclusivamente elementi provenienti dalle terre balcaniche; persino il cappellano militare era di medesima discendenza, il Reverendo Giuseppe Bugliari, naturalmente arbëreshë ka Shën Sofia; ma questa è un’altra storia.

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LA PERCEZIONE PERFETTA

LA PERCEZIONE PERFETTA

Posted on 17 giugno 2019 by admin

LA PERCEZZIONE ERFETTANAPOLI di (Atanasio Pizzi) – L’intervento qui riportato, indaga l’humus culturale della regione storica e vuole definire il debito culturale accumulato verso i luoghi, i protagonisti e le attività utili a comporre il quadro della cultura storica e cosa ha attratto gli addetti a volgere l’interesse verso il tramonto della cultura.

Quando nell’estate del 2004 entrai nella sala consiliare del comune Sofiota ad ascoltare cosa era riferito in merito al tema “la gjitonia”; dire che rimasi stupefatto è puro eufemismo.

Appariva evidente un’impronta d’isolamento geografico e storico, lasciando il campo aperto a una storia dominata dall’approccio di una filosofia locale o attinta dalle fonti impermeabile all’esperienza dell’individualismo.

Notai da subito il profilo culturale degli oratori  e nessuno aveva consapevolezza di cosa diceva e cosa lì a pochi passi nello sheshi di “Zia Klentina Magazinitë” aveva avuto luogo non molto tempo prima a torto dei loro enunciati.

Ritenni che la mia percezione dello stato culturale fosse veritiera, oserei dire perfetta, in quanto, non vi era alcuna attinenza con la realtà, degli uomini, degli avvenimenti e delle persone; istintivamente mi sono apprestato ad uscire da quel buio culturale.

Quel pomeriggio dell’estate del 2004, fu calpestata gratuitamente, la memoria, la dignità e i trascorsi storici di tante persone di nobile morale.

Era palese che nessuno degli oratori si fosse mai guardato attorno o si era informato di cosa fosse quel luogo di incontro, ne tanto meno cimentato in studi a largo spettro o confrontato le vicende storiche che avevano visto protagonisti la Scuola Sofiota.

Si narravano episodi privati del luogo, del senso, dello spazio, del tempo e delle persone coinvolte, in poche parole si raccontavano frammenti sconnessi di un tempo mai vissuto o che trovava applicazione nei trascorsi storici esclusivamente arbëreshë.

Iniziò cosi un periodo di indagine per confrontare le mie ricerche con un numero considerevole di addetti di quelle rappresentazioni, così come di tante altre; lo specificare domande di epoca degli uomini e dell’edificato storico, nessuno erano in grado di rispondere e il più delle volte adduceva personali e campanilistiche spiegazioni, come ad esempi:

“Scuola Sofiota” era ritenuta come l’operato di un povero di prete (Gnë zop Zotë);

Il valore dello Sheshi dei “Bugliari di sopra” era associava alla cantina di Joscari;

Gjitonia abitualmente identificata come simile al vicinato;

Bagliva e di Kaliva, due elementi senza nesso;

Luigi Giura, Vincenzo Torelli, si ignorava chi fossero;

Rione e Quartiere la traduzione inconsapevole di gjitonia;

Pagliashpitë; un toponimo di paglia ;

Valje, il  ballo albanese del 24 aprile del 1476;

primavera Italo-Albanese, il buco nero degli arbëreshë per imitare le Valje;

Cavallerizzo, un’operazione umanitaria che aveva distratto molti cuktori;

Il Collegio Corsini, la perfetta operazione immobiliare;

Dare senso al ricordo di Giorgio Castriota senza doverlo appellare Scanderbeg, è un po come raccontare un episodio fantozziano;

Gli insediamenti della Regione Storica arbëreshë, troppo complicato, in quanto ancora è ignoto il vocabolo regione;

Il confini dell’infinito grecanico, il buco nell’ozono;

Il sogno perseguito dai cultore? imitare i Fratelli Grimm;

Quando ho iniziato, negli anni settanta del secolo scorso, la mia esperienza sul campo del restauro e della valutazione delle consistenze architettoniche, per il migliore rilievo; un vecchio ed esperto architetto, mi diceva sempre di essere diffidente sempre dovunque e comunque, nei confronti di quanti nella loro esperienza curriculare presentavano la propria maturità sviluppata esclusivamente nel chiuso dei dipartimenti.

Il vecchio amico, riteneva e aveva ragione, che i curriculari abitualmente, non mettevano a confronto le nozioni del chiuso, con quanto ancora del costruito storico resta indelebile all’aperto, rimanendo per questo molto indietro con la conferma dei dati.

Queste ha subito per decenni, la storia con protagonisti gli arbëreshë, le cui esaustive diplomatiche, anno trovato collocazione e dovizia di particolari nel territorio.

A questo puto si ritiene indispensabile iniziare con le dovute cautele e realizzare lo studio perfetto, che non sia solo il frutto di percezione ma confronto tra scrittografia territorio e memoria.

Ogni addetto che si occupa e si sforza di approfondire per divulgare nozioni della regione e per la regione storica, deve essere citato per i titoli che possiede e non per quelli che si vorrebbero che non avesse, per apparire superiori o più titolati; chi fa il fotografo è fotografo chi fa l’architetto è architetto, chi fa degenerare presidi lo porta sulla coscienza e così via dicendo senza mai dimenticare i titoli che sul campo hanno meritato quanti hanno lavorato per il bene comune .

È tempo di non dire più messa, in italiano/latino; identificarci nel vicinato, appellandolo gjitonia; cantare valjie, dicendo che sono balli; appellare Giorgio Castriota, con il nome di quando era il nostro nemico.

Se siamo arbëreshë un motivo storico ci deve essere, dobbiamo solo studiare e ricercare i riscontri nel territorio; non serve copiarlo nelle pieghe dei Sassi di Matera; per apparire più credibili; gli arbëreshë lo sono di natura!

Chi lo fa ed è nativo di un luogo che non trova collocazione in nessun contesto, se non risvegliare armonicamente i cinque sensi arbëreshë, può fare altro e ricercare altre cose.

Solo i prescelti sono in grado di avvenire con il cuore e con la mente, la percezione perfetta, quella unica e sola trasportata, dalle terre natie sei secoli ormai sono.

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L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORI

L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORI

Posted on 10 giugno 2019 by admin

L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORINapoli (di Atanasio Pizzi) – La storia la scrivono i vincitori, il tempo poi lentamente consuma le spigolature e rende la visione dei fatti chiara e priva di ombre.

Gli scritti storici, tendono a giustificare i vincitori, arricchendo con dovizia di particolari gli scontri, la sopraffazione e le pene inflitte ai vinti che non terminano mai di essere oggetto di giudizio dei vincitori e i loro sottoposti.

I vinti, oltre a soccombere materialmente, sono obbligati a rinunciare ai propri principi morali, senza che alcuno produca una nota sui motivi per i quali  è stata scelta la via dello scontro.

Quanto qui di seguito viene esposto racconta di un antico e caparbio popolo, gli arbëri, i quali  facendo leva sulla solidità identitaria, certi di innestare la propria radice culturale su nuove terre parallele, sopravvalutarono, purtroppo, quanti avrebbero dovuto produrre i nuovi recinti per la difesa dell’immateriale in loro possesso.

I vinti arbëreshë dal XIV secolo, (dopo la morte del loro condottiero Giorgio Castriota, secondo quanto afferma Giovanni  Fiore da Cropani, “volgarmente denominato Scanderbeg”), furono accolti nei territori dal Re di Napoli, per rifiorirli e nel contempo controllare Roma e i baroni ribelli.

I profughi diedero avvio al loro illusorio percorso di tutela, prima abbandonando quanto di materiale possedevano, attraversarono mari e poi risalirono le chine delle colline meridionali, alla ricerca degli ambiti paralleli alla terra di origine, portando le cose immateriali più intime, compreso l’alias della medaglia a due teste, di matrice turca Scanderbeg.

Questo fu il primo grave errore subliminale sottovalutato, che ha dato la misura dell’ingenuità dei profughi, i quali, scappavano dalle loro terre per non essere sopraffatti, inneggiando al nome turcofono del condottiero da seguire.

Forti di quanto era rimasto impresso nella loro mente, s’illusero che sarebbe stato sufficiente attraversare nuovi territori e una volta bonificati quelli per vive, sarebbe iniziata la loro  parabola di pace e prosperità.

Purtroppo non è stato così, infatti, dopo un’intervallo di confronto con le genti indigene, gli antichi abitanti della odierna Albania, (gli arbërë) immaginarono che la disfatta in terra madre, ad opera dell’invasore turco, fosse terminata e la via verso la libertà di culto e di pensiero, secondo gli antichi dettami, non avrebbe più avuto chine da superare.

A ben vedere e con il seno di poi, così purtroppo non è mai stato e neanche per un battito di ciglio, in quanto, prima la deriva religiosa imposta dai latini, poi, l’ostinazione di imporre una scrittura, in seguito, l’imposizione di svuotare la metrica del canto e riempirla di poesia, hanno portato  le genti della regione storica arbëreshë, a compiere un “cerchio di tutela culturale” che li ha riportati nello stesso risultato da cui si erano illusi di sfuggire sei secoli, ormai sono.

Una vicenda paradossale che se analizzata con dovizia di particolari storici, senza alcuna forma, politica o clericale di parte, si potrebbe definire la beffa storica.

I motivi e le tappe che descrivono questa parabola illusoria, in quanto gli Arbëri miravano a quanto qui si seguito elencato:

  1. Non soccombere alla pressione di una religione dissimile dalla greco ortodossa;
  2. Non  assumere consuetudini ignote fuori dalle regole degli stradioti riassunte nel Kanun;
  3. Non parlare attingendo  in modelli scritto grafici;
  4. Seguire esclusivamente la propria metrica canora;
  5. Tutelare  i propri usi e costumi;
  6. Tutelare ambiti del costruito storico;

Non serve molta conoscenza della storia arbëreshë, per rendersi conto che questa è la realtà che non dovevamo vivere e nonostante tutto viviamo a dispetto di ogni principio per il quale fu scelto  l’esilio; ed è per questo che risulta facile segnare il punto a chiusura  dell’ironico cerchio, che poi è lo stesso punto dei calori sociali da dove eravamo partiti, a conferma di ciò si riassume  ogni cosa nelle note seguenti:

  • I profughi arbëri una volta stabilitisi nelle terre a loro assegnate, secondo uno schema ben ideato dai re Aragonesi, furono subito al centro dell’attenzione della chiesa, che per la perdita di risorse economiche, faceva leva sui riti dissimili a quelli latini e nel tempo di pochi decenni fece volgere le preghiere non più verso oriente; già alla meta del XVI secolo, di cento comunità arbëreshë, se poco più di venti sono state parzialmente graziate lo devono all’infinita crociata che Roma attende ancora di architettare.
  • Dopo questa prima fase nasce il plesso per la modellazione di prelati, per imporre lettere prima greche, poi latine, poi il mix di alfabeti che hanno fatto sorridere tutta l’Europa culturale e la grande massa degli arbëreshë che miravano al progetto di fuga, preferirono mantenere le distanze da questa blasfemia culturale.
  • Intanto le vicende culturali poste in essere spezzano molte tradizioni storiche, anche se le masse in maniera palese non avvertono materialmente nessuna ferita che si può ritenere tale; così si protrae sino a dopo la seconda guerra mondiale, quando la tendenza di caratterizzare gli ambiti costruiti, a seguito del boom economico, avvia a una deriva che nel corso di pochi decenni fa ritornare le genti della regione storica nelle stesse condizioni, cui sei secoli or sono cercarono di divincolarsi.
  • Nei fatti analizzando gli elementi materiali ed immateriali su cui oggi si regge la storica regione, si nota facilmente che sono mutate tutte le consuetudini laiche e clericali, secondo disciplinari alloctoni e non trovano ragione di essere in nessuna delle consuetudini arbëreshë.
  • La lingua imposta e proposta, mira a quella skiph di radice e metrica turca, oltretutto irrispettosa del fatto che noi arbëreshë siamo gli unici detentori della radice originaria.
  • L’inesperienza di caratterizzare gli edificati e gli ambiti urbani ha impresso  una deriva folcloristica paradossale, facendo apparire come il luogo di costumi e costumanze tipiche o riferibili alla radice turca, se poi a questo associamo le feste, le sagre, le danzate del ventre in costume, associata a sventolio di fazzoletti, il ritratto dell’harem è completo; asi vuole ribadire il concetto di “ritratto”, giacche, se si volesse riprodurre una rappresentazione filmica, la tragedia per gli arbëreshë sarebbe completa, in quanto le sonorità di tamburi, clarinetti e vocalità sono la conferma che pur essendo fuggiti e allocati lontano dalle regioni di matrice imposta, gli emissari culturali inviati dai mandamenti turchi, hanno saputo fare un ottimo lavoro di piegatura all’interno dei nostri katundë, quella piegatura culturale, consuetudinaria, metrica e religiosa da cui pensavamo di essere sfuggiti.

Complimenti ai turchi e in particolar modo a tutti gli “emissari” che pur di apparire, hanno venduto l’anima e il “buon cuore” della loro memoria.

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REGIONE STORICA ARBËRESHË E ARBËRIA: IL SACRO E IL PROFANO

REGIONE STORICA ARBËRESHË E ARBËRIA: IL SACRO E IL PROFANO

Posted on 21 marzo 2019 by admin

TRADIZIONI TRASVERSALENAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Quando negli anni sessanta E. Fortino nel corso di un incontro a Roma, aprì i lavori sulla tutela degli usi, i costumi e le tematiche religiose arbëreshë, definì l’Arbëria come un luogo indefinito, dove due o più arbëreshë si possono incontrare e iniziare a parlare esprimendosi con l’uso dell’antica lingua.

Appare evidente che non si riferiva a luoghi stanziali dove gli arbëreshë in comune convivenza vivevano scenari paralleli della terra di origine.

E. Fortino usando questa frase, imprestata dallo Schirò, non riferiva di un luogo ben identificato, un recinto, uno stato o una regione, in cui simili intenti di discendenza arbëreshë, realizzavano il miracolo integrativo mediterraneo, ma di un luogo momentaneo che dopo l’incontro sarebbe stato abbandonato.

In conformità a questa considerazione, nasce l’esigenza di definire e accumunare più macroaree sotto le regole della geografia storica, che fanno convergere uomini e vicende simili protratte nel tempo e nello stesso luogo.

La caratteristica di questo principio viene racchiusa nel concetto di regione, da qui “il sacro” riferimento che unisce tutti i minoritari figli della diaspora balcanica, dal XV secolo, sotto il titolo di “Regione storica Arbëreshë”.

Non usare questo titolo è segno di non aver compreso quali siano gli elementi fondamentali del popolo che affonda le sue origini nei temati bizantini, oggi per i suoi raffinati costumi rappresenta il fiore più colorato del Mediterraneo.

Un fiore con radici profonde i cui echi si avvertono sin dai primi nove mesi della gestazione materna.

Per comprendere cosa sia il tema di regione storica per un arbëreshë non basta leggere qualche volumetto editoriale su base favoleggiante, ne cercare di avere la più idonea cadenza linguistica territoriale, telefonando ad anonimi conoscenti.

La Regione storica Arbëreshë per avvolgerti, deve essere prima vissuta intensamente e per periodi medi lunghi, (il prof. U. Cardarelli, diceva che per iniziare ad entrare in sintonia ci vogliono non meno di sei mesi intensamente vissuti negli ambiti di ricerca), altrimenti si finisce per produrre concetti sbagliati privi di alcun valore storico e se  il fine mira alla valorizzazione per la tutela, si finisce per fare danno, danno e ancora danno.

Il territorio della regione va vissuto a stretto contatto con gli abitanti storici, avvertire le vibrazioni in prima persona e non per sentito dire o attraverso le sensazioni altrui specie se di radice litirë.

Pr finire, è il caso di allertarsi verso quanti si esprimono definendo arberia una regione, in cui i protagonisti hanno come eccellenza innata il difendere i territori assegnatogli, portarlo a regime per la vivibilità con mezzi propri e senza l’ausilio di estranei, prova ne è la rievocazione di quanto hanno realizzato sin dai tempi dei temati bizantini, in seguito con i veneziani, poi nella città di Jesi e nel XV secolo nel meridione italiano tanto per citare alcuni degli innumerevoli esempi in tal senso.

Sin anche i Borbone nel 1805 ne richiamarono un consistente gruppo, che sbarco a Brindisi, con il fine di mandare un messaggio a Napoleone pronto a invadere il Regno di Napoli.

La storia della regione storica delineata nel corso degli ultimi quattro decenni è il frutto della consultazione di oltre dodicimila volumi, tremila cartografie e un numero elevatissimo d’immagini e raffigurazioni di ogni genere.

Per avere consapevolezza della regione storica bisogna leggere e verificare sul territorio ogni piccolo dettagli, come ad esempio il costume, che purtroppo posto nelle disponibilità e l’arte di personaggi che vivono di sintesi, lo adoperano in maniera a dir poco irriverente.

La Regione Storica Arbëreshë non ha una bandiera, perché fedele a quella italiana, tuttavia l’unico elemento che si può ritenere tale e il costume nuziale, nato nella macroarea delle colline a ridosso della Sila; rappresenta un tema raffinato e unico nel suo genere, pur se in apparenza può sembrare simile a quello di altre macroaree, in esso sono espressi attraverso i dettagli sartoriale, la storia e le direttive consuetudinarie e del credo di questo popolo antico.

Il costume (Stolitë) quando si vestono in pubblico, o si fa con garbo o altrimenti si manifestano riti pagani carnevaleschi e non fanno parte del rigido consuetudinario arbëreshë; a tal proposito è bene sottolineare che esso rappresenta la nostra identità storica, unica espressione artistica materiale.

Indossare il costume in maniera personale e sintetica, sarebbe come se in occasioni istituzionali, si esponesse la bandiera italiana con uno dei tre colori mancanti o sbiaditi ed esporre addirittura pigmentazioni alloctone.

Per terminare è bene ricordare che ci sono le cose sacre e quelle profane, ognuno di noi è libero di scegliere, per se quello che più ritiene giusto della pagana Arbëria; tuttavia argomentare, con ragioni di merito delle genti della diaspora balcanica, i figli dei themati bizantini, è bene avere come solido emblema “la sacralità” della Regione storica Arbëreshë.

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LA RISPOSTA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, ONOREVOLE SERGIO MATTARELLA,  A QUESTA MIA LETTERA

Protetto: LA RISPOSTA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, ONOREVOLE SERGIO MATTARELLA, A QUESTA MIA LETTERA

Posted on 19 marzo 2019 by admin

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REGIONE STORICA ARBËRESHË

REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 06 marzo 2019 by admin

Regione storica ArbëreshëNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nel passato, ho chiesto per quale motivo Giuseppe Bugliari di Santa Sofia, Luigi e Rosario Giura di Maschito, Pasquale Baffi, di Santa Sofia, Vincenzo Torelli di Barile, Pasquale Scura di Vaccarizzo e tante eccellenze, non siano riconosciute come personaggi storici per gli arbëreshë.

La cultura moderna, quella che legge la regione storica  come arbëria, riconosce  eccellenze fondamentali solo quanti hanno ritenuto scrivere una lingua storicamente parlata; adoperando oltretutto  alfabeti greci, latini, ispanici, turchi, francofoni, per citare solo alcuni, oltre trenta esperimenti alfabetari dedicati ad una popolazione che storicamente è riconosciuta come non alfabetizzata.

A tal proposito è bene ricordare che l’editore per eccellenza dell’ottocento napoletano, Vincenzo Torelli da Barile, sottolineava dopo la lettura di un testo in arbëreshë (?), con lettere latine e greche, quale fosse stato il bacino di utenza in grado di avere i titoli idonei a comprendere quel componimento romanzato.

da allora non molto è mutato, anzi è palese identificare gli ambiti indefiniti come un teatro a cielo aperto, in cui ogni cosa viene posta in essere artificialmente, uomini, letterati, ingegneri, clericali, editori e ogni genere di bene materiale ed immateriale viene perennemente posta in secondo piano, in favore di una non meglio identificabile storia colma di lustri e priva d’ombre.

Questo è un dato inconfutabile, diventata regola o meglio il terreno su cui si  districarsi quanti si pongono come obiettivo, l’ordine almeno all’interno del recinto senza confini detta Gjitonia.

Uno scenario dove la confusione fa da protagonista, per questo bisogna adoperarsi tantissimo per analizzare ogni cosa, al fine di ricollocarla li da dove inconsapevolmente è stata rimossa; un lavoro immane portato avanti per passione, e gli artefici antiquari imperterriti giocano a dare la colpa al proprio gjitonë inconsapevoli del tempo che passa e cancella.

Motivo per il quale si ritiene indispensabile disegnare una Regione storica d’indagine, entro la quale comparare gli elementi e ogni piccolo particolare che possa caratterizzare e ridare lustro agli uomini e alle vesti del passato.

Sicuramente il tempo ha fatto nascere leggende e favole che non hanno alcuna attinenza con gli elementi recuperati, ma l’esperienza e le comparazioni storiografiche produrranno sicuramente benefici per giungere a un buon progetto di tutela finale.

Bisogna stare attenti e non fidarsi di quanti si ostinarono e si ostinano a grafo-giuocare, e ritenere appartenenti alla Regione storica Arbëreshë, solo quanti si sono espressi in forma scritta e canora priva di ogni metrica, magari con cadenze familiari, espressione di frammenti di macro area; certamente questo non è un buon segno, in quanto, essa è sintomo di ostinazione, campanilismo, arte dell’apparire e non trova alcun senso nel processo di tutela del genio arbëreshë.

Come si è potuto immaginare che valorizzare l’intero sistema, regione storica, fosse sufficiente scrivere ritenendo il genius loci, un tema non appartenete agli esuli arbër, o  la gjitonia figlia del vicinato indigeno?

Come si è potuto ritenere per anni che la minoranza, riconosce figli intelligenti e prolifici, solo coloro che si sono ostinati a scrivere quando la storia ci dice che greci, romani, bizantini hanno preferito non associare ad essa alcun segno grafologico; a nulla sono valsi gli avvertimenti di grecisti e latinisti, del settecento e dell’ottocento, i quali invitavano perentoriamente a porre fine a questa complicate e inesorabile deriva.

La Regione Storica Arbëreshë è un compendio sonoro irripetibile, in tutto il vecchio continente, essa non ha mai avuto alcuna  forma scritta o  figurativa, ne ha caratterizzato, il suo percorso  storico attraverso di esse se non, attraverso le metriche che non seguissero consuetudine e canto.

Un dubbio a questo punto nasce spontaneo, se gli intellettuali odierni non riconoscono gli illustri della regione storica, nonostante abbiano pensato, ragionato e tenuto alto il buon nome degli arbëreshë in Europa con il loro ingegno e il libero pensiero, che e cosa credono di privilegiare con l’albanese scritto?

Voglio chiedere, a quanti ritengono fuori da coro della gloria, gli illustri che non hanno ritenuto scrivere l’albrështë, quale collocazione danno ai padri e alle madri arbëreshë di ognuno di noi?; anche loro senza saper ne leggere e ne scrivere  sono riusciti a tramandare un idioma così antico, senza inviare in stampa libri o qualsivoglia componimento, su quei quaderni antichi a righe rosse con la copertina nera, dove al posto del nome rimane un quadratino vuoto?

Che peso danno questi illustri sostenitori a esempi come Rusaria Pigionith, Anmaria Vucastortith, Adolina Congoreglit, Sarafina Curtithe, Temisto M., Bugliari A., Guido B., Ceramella P., Baffa F., Pizzi V., e tutte le madri e tutti i padri della regione storica che pur spezzandosi la schiena a produrre benessere, senza componimenti scrittografici secondo gli standard che oggi ci richiede l’Europa, hanno tramandato lingua, usi, costumi e consuetudini con una caparbietà tale, da riecheggiare in tutta la regione storica, sfidando giorno dopo giorno, ogni sorta di artifizio che non parla e non suona secondo la metrica degli arbëreshë?

Per ricordare la sapienza di tutte le donne e gli uomini arbëreshë, che dedico questo breve che va a quanti oggi fanno riecheggiare questo antichissimo codice sociale; invece che perdere tempo nello scriverlo ponendolo nelle disposizioni della globalizzazione; questo non vuol dire mettere barriere, ma rispettare e avere cura della nostra identità, almeno, all’interno dei perimetri diffusi della Regione storica Arbëreshë, costruita dai nostri padri proprio per questo.

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VEDOVE BIANCHE.

VEDOVE BIANCHE.

Posted on 02 marzo 2019 by admin

Vedove biancheNapoli  ( Tratto da: Parla una donna, di Matilde Serao. diario femminile di guerre Maggio 1915 – Marzo 1916)

Ogni tanto,in uno di quegli avvisi necrologici,che noi leggiamo con una mesta ansietà, poi chi vi è esaltata la eroica morte di un ufficiale,di un soldato; –alle volte, certe colonne di grandi giornali, appariscono come un seguito di tombe allineate, in un cimitero – fra i nomi dei genitori, dei parenti stretti, spesso dei commilitoni, appare il nome di una fidanzata, che si è voluta dichiarar tale, per proclamare anche il suo dolore, insieme al grido di quanti piangono l’estinto: ella ha voluto pubblicamente ,assumere questo carattere di vedova di un fidanzato, di vedova bianca. E i pensieri più diversi mi assalgono, leggendo,ogni tanto, un o di questi nomi. Anzitutto, a me pare che l’uso di Germania, il matrimonio di guerra, quello che si compie prima di partire per il campo, quando si ha una fidanzata, è il più saggio,sentimentalmente e socialmente parlando, tanto più che questo uso lo ha inventato Napoleone, il quale stimava le donne che procreavano, più di tutte le altre, é voleva che i soldati, e gli ufficiali, e i generali, si ammogliassero, prima di partire in guerra. Così due figliuoli dell’Imperatore Guglielmo, che erano fidanzati, si sposarono il 4 agosto 1914, nella prima settimana della guerra europea e, con loro, sull’imperiale esempio, centinaia, migliaia di fidanzati tedeschi sposarono le loro fidanzate e se son periti, han lasciato delle vere vedove, e, forse, un bimbo, che doveva nascere, e che avrà preso il loro posto.

Io penso:che sono mai queste vedove bianche? Eran fidanzate vere? O erano dei piccoli amori lievi, che la guerra, a un tratto, ha reso o è parso abbia reso più intensi e più saldi questi sentimenti, che univano colei che è restata a colui che è partito? Erano fidanzate vere o, forse, erano donne, che si era pensato di voler chiedere in ispose, e poi era mancata l’occasione, era mancata la volontà? Erano fidanzate antiche, già quasi, e che, a un tratto, eran parse le donne del proprio destino, al partente, così, nell’esaltazione del distacco? Eran donne a cui non si era osato mai di dire nulla, per timidità, per distanza di condizioni che, improvvisamente, hanno, esse, rotte ogni indugio sentimentale? Chisa! Chisa….Io penso: che ne accadrà mai, nella vita, di queste vedove bianche? Se hanno amato seriamente l’uomo che è sparito, se hanno sentito lacerarsi il cuore per la perdita di quest’uomo,se egli era veramente tutto il loro amore, che faranno esse, della loro deserta vita? Saranno esse vedove bianche, per tutto il corso dei loro anni, che può esser lungo? Il profondo loro cordoglio le renderà vedove bianche per sempre, e mai più le gioie dell’amore, di un altro amore, verranno a riscaldare il loro gelido cuore? E se un altro amore sorgesse,come faranno esse a penetrare nel chiuso tempio del loro ricordo, a rovesciarne l’idolo, distruggendo, così tutta la dignità sentimentale del loro passato? E colui che si sarà fatto amare da una di queste vedove bianche, come farà a combattere con l’ombra del grande morto, di cui la figura ha tutta la poesia di un eroi cosa sacrificio? Io penso, ancora: se queste vedove bianche più che a un forte amore, obbedirono alla esaltazione, che viene da una terribile notizia di una morte in guerra, se il loro dolore fu impetuoso ma breve, ma fugace, come faranno esse mai, quando si troveranno senza lacrime e senza rimpianti, inaridite, come faranno continuare la loro parte di vedove bianche, che piacque tanto alla loro fantasia? Passerà un anno….forse non più di un anno e già esse sentiranno il peso della loro vedovanza opprimerle: più esse diranno a sè stesse, se colui che si è spento, sull’Isonzo, le amasse veramente, o, diranno, peggio, a sè stesse, se fosse poi vero che esse lo amassero tanto, colui che la guerra ha ucciso! A poco a poco la figura del morto si muterà, nella loro memoria, perdendo tutte le sue linee risplendenti di bellezza: questo morto non solo smarrirà ogni suo fascino ma finirà per diventare un loro nemico intimo. E si tortureranno, per non sapere come smettere questo loro carattere di vedove bianche:e a un tratto, bruscamente, gitteranno via tutto il loro passato, che, in verità, era fittizio, era tutta una falsità sentimentale. È tanto difficile essere una nobile vedova, una buona vedova, di un vero sposo, di un vero marito! Ma è molto più difficile essere una fedele vedova bianca di un fidanzato morto in guerra. E, forse, è impossibile.

Tratto da: Parla una donna, di Matilde Serao.

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DISCORSO DEL PRINCIPE GIORGIO CASTRIOTA RIVOLTO AI SUOI PARI CRISTIANI (Alessio; 2 Marzo 1444)

DISCORSO DEL PRINCIPE GIORGIO CASTRIOTA RIVOLTO AI SUOI PARI CRISTIANI (Alessio; 2 Marzo 1444)

Posted on 27 febbraio 2019 by admin

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Iresti dell’antica Cattedrale

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il sultano Murad II, ignaro del sancito del Kanun, per la nuova posizione  del suo protetto Giorgio,  rinominato dal sultanato Alessandro, “Scanderbeg”, inviò un potente esercito, si disse, di 100.000 o addirittura 150.000 uomini guidato da Alì Pascià e invadere i Principati Arbëri.

Lo scontro con le forze notevolmente inferiori del “Principe Cristiano Giorgio Castriota” avvenne, il 29 giugno 1444, a Torvioll  vide la prepotente armata turca incassare una sonante sconfitta.

Il 2 di marzo dello stesso anno, nella cattedrale di San Nicola ad Alessio, il Principe Arbër Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, libero dal ricatto obbligato dai turchi organizzò un grande convegno, con i principi Arbëri, li convenuti sotto la vigile supervisione della onnipresente Repubblica Veneziana.

In quel sacro luogo fu proclamato, all’unanimità, a guida dell’arbëria cristiana, il valoroso Giorgio, lo stesso che agli inizi della seconda decade del  mille quattrocento venne marchiato indelebilmente dai turchi, quale, “Scanderbeg”.

Questi, prima della nomina, salito sull’altare del  sagrato si espresse cosi come qui riportato, secondo uno scritto dell’epoca trascritto nel XVI secolo.

I Principi convenuti in quel 2 di Marzo del 1444 furono: la principessa Mamizza Castriota, la sorella di Scanderbeg; Arrianiti Signore della Provincia Canina, Calcondila e Rafaele Valoterano; Teodoro Corona Signore di Belgrado amico particolare di Giovanni Padre di Giorgio Castriota; Paolo Ducagini, il più considerato principe d’arbëria, in oltre erano presenti Nicolò Ducagini, Giorgio Arianiti, Andrea Topia, Pietro Pano, Giorgio Dufmano, Gjergj Balsha, Zaccaria Altisvevo, Stefano Zornovicchio, Scura/Scuro, Vrana Conte e altri di minor nome, quali Stefano Darenio, Paolo Stefio, oltre i deputati della repubblica di Venezia, osservatori e certificatori di quell’incontro.

Qando i convenuti furono dentro il sacro perimetro religioso, Giorgio Castriota, prese la parola e fece un discorso come qui in seguito riportato, secondo la cronaca dell’epoca.

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“Superfluo stimo, Principi ottimi, e sapientissimi che io imprenda a descrivervi l’odio, e la rabbia dei Turchi contra i seguaci di Gesù Cristo, e come quelli non pensino ad altro che ad annientarci, ad estirparci, tanto sitibondi del nostro sangue, che ingordi dei nostri beni: avveguacchè questo vien purtroppo dimostrato da tante ferite, di cui e coverta tutta la Cristianità, e la medesima Arbëria, gli stessi Principi albanesi possano essere citati agli altri in lacrimevole esempio. Onde piottosto mi volgerò a esporr, quale sia stata la cagione delle nostre dissaventure; acciocchè di presente vediamo a quale rimedio abbiamo ad applicare.

Piangono a lacrime di sangue i popoli Cristiani le fatali discordie dei Principi loro accusandogli essere loro stessi i fabri dei propri disastri e tutti esclamando al cielo accordandansi tratto in pronunciar queste parole: se i Principi Cristiani, che sono travagliati dal timore, e dal pericolo di sogiacere infime, all’incontro ridurrebbero facilmente il Turco in ultimo e sterminio. Ma che io mi trattenga a narrare le tragedie degli altri principati, non mi è permesso dalla compassione verso  i miei fratelli scielleramente uccis, la quale tosto mi chiama a dichiarare d’onde sia derivata la miserabile ruina della mia casa.

Giovanni mio Padre, Principe una volta vostro compagno, essendo stato assalito dal Sultano dei Turchi, il quale alla testa di un’armata egualmente numerosa, che agguerrita obbligava tutti i potentati vicini a piegare, ed a sottomettersi, trovandosi esso solo alle mani col prepotente assalitore, ne vedendogli soccorso da parte alcuna, fu costretto alla fine a rendersi per vinto, e accettare delle condizioni che tacitamente conteneano l’ultimo eccidio della sua casa, cioè l’ussurpazione del Principato, e l’uccisione de’ Figliuoli, dopodichè fosse avvenuta la sua morte; (io solo rimasto in vita per volere del cielo: e spero per le dovute vendette di tali scelleragini).

E se quella diffusione che a quei tempi era tra i Principi Arbër, la quale ha lasciato perir miseramente mio padre perseveri  eziandio ne’ miei presenti pericoli, diverso esito dal paterno non posso certamente aspettarmi. Pure l’interesse del mio Principato, e della mia vita non ridursi a parteggiar condizioni di quella, ovetrovavasi per l’addietro. Ma avete da sapere che la salute vostra, ugualmente che la mia, al presente sia sull’orlo del precipizio.

Imperociocchè: che credete? Che il Turco allestisca le sue armi solo contro di me, e non pensi ad altro che al mio eccidio? Piacesse al cielo che la cosa fosse altrimenti; e quella fiera di me provocata a danni dell’ Arbëria restasse saziata, e non piuttosto irritata dalla mia strage.

O fortissimi Principi, non vi conturbino i tristi avvisi dei vostri presenti pericoli, i quali poi vivo sicuro che indubitatamente vedrete finire in vittoria, e in trionfi, se darete orecchio ai miei eterni consigli.

Tutti noi per dio immortale dal primo fino all’ultimo, tutti i Principi d’Arbëria, tutta l’ Arbëria volge e ravvolge ora il rabbiosissimo turco nei suoi soliti continui pensieri de’ Cristiani estermini. Se tutto ciò non meditasse il Turco, il quale ha per legge del suo ampio Profeta Maometto, ha per esempio de’ maggiori, ha per natura , ha per consuetudine di fare quanto può distruzione di tutti quelli seguono il nome di Cristo, e dell’eccidio d’un Principe Cristiano passar sulla medesima carriera a quella d’un altro. E di già parmi di questo punto di veder Amurate, in mezzo ai ministri delle sue crudeltà, e scelleragini, tutto spumante di rabbia, e ira, dopo aver minacciato a me, ed ai miei sudditi di far soffrire tutte le sorti di strazi, e di suplizi, rivolgersi a ringraziare il suo profeta Maometto che li abbia mandato quest’occasione di ristaurarsi nell’acquisto dell’ Arbëria dalla perdita che aveva patito della servia: quindi dar ordine ai capitani di quest’impresa, dopo che abbiano finito d’eseguire il mio sterminio rivolgano tanto sto l’armi contra gli altri Principi Arbëri, e che non manchino di menare a’ suoi piedi voi carichi di catene, ormeno di gettarmi le teste vostre. Questi sono i sentimenti, questi sono (credete a me, credete alla mia lunga inveterata esperienza di quella corte, di quei costumi: credete a tanti orridi esempi e vecchi , e nuovi e stranieri e domestici) questi, dico, gli ordini, questi comandi del Turco. Questo ha da essere il tragico inevitabile fine dei principi albanesi, se tutti noi non si colleghiamo insieme per fare testa al nimico comune. Vi rappresento per verità, o degnissimi Principi, cose orrende da dirci, e sentirsi: ma io in quest’occasione opero a giusa di medico il quale spiega all’inferno i rischi del suo male, acciocchè si disponga alla necessità de’ rimedi.

L’unione è l’inica strada, per cui ci possiamo metterci in salvo dai mali, di cui siamo terribilmente minacciati: e si vede Iddio volerla assolutamente ne suoi fedeli, se essi all’incontro vogliono essere sostenuti dalla sua protezione. L’Ongaria, la Transilvania, la Bulgaria, la Servia fintantocchè la diffusione è stata tra esse, sono state  abbandonate, dallo sdegno celeste, in preda  all’avarizia, e alla crudeltà dei Turchi.

L’anno passato essendosi stati collegati insieme i Principi di queste Provincie, Iddio parimenti accompagno con la sua assistenza l’animo loro: per modo che riportata la più gloriosa vittoria che sin ora si celebri del nome di Cristiano, hanno costretto di rincontro il Turco a ricevere tutte quelle leggi, e condizioni,che loro sono piaciute imporgli. Abbiamo davanti agli occhi un si recente, e un si illustre esempio.

Iddio non mancherà d’aiutare i suoi Fedeli, quando essi non tralasciaranno di darsi mano l’una all’altro. Che quando il turco ai tempi di mio padre coll’armi entro in Arbëria, gli sarebbe forse riuscito di sottometterla al suo giogo, se alla comune difesa si fossero uniti i principi Arbëri? La difficoltà allora fu la cagione che l’Arbëria divenisse misera e schiava dell’Ottomana prepotenza: ora dunque l’unione, la concordia la renda all’opposto vittoriosa, e trionfante de’ fuochi crudeli nemici, quando ha fatto l’Ongaria, Le forze di questa provincia sono come tante piccole riviere che scorrono per diverse parti: le quali, se si raccogliessero dentro un alveo solo, formerebbero un grandissimo,e insuperabile fiume.

Le onde questa nostra unione mi toglie ogni paura, e infonde nel mio cuore una vera speranza di fare strage de’ Turchi, con cui loro credono di sterminare noi altri, e di rendere glorioso per tutta la terra nelle vittorie contra L’Ottomano possanza il valore degli Arbëri, quando quella degli Ongari.

Io che in fin da fanciullo per più di trent’anni ho menato la vita in compagnia dei Turchi, sono versato di continuo trà l’armi loro, divenuto maturo nell’arme loro, e credo che abbia abbastanza appreso tutte l’arti, e tutte le maniere del lor guerreggiare, posso con fondamentale promettere, e con ragione sperare qualche cosa contro di loro; e se quando era lor Capitano ho in non pochi, non leggeri cimiteri di battaglie felicemente vinti e debellati i lor nemici, ora di certo dessi aspettare che non operarò di manco per la conservazione della mia patria, e per la salute de’ miei compagni, i quali per mia occasione mettano a repentaglio la mia vita, e ogni loro fortuna. Ne va dia poi alcun travaglia la fama della possanza dei Turchi: Ne voi più tremiate loro, ch’eglino sperino in se stessi.

Pochi mesi fa sono stati da Unniade, e degli Ongari sconfitti in una battaglia campale, dove hanno perduto il nervo, e il fiore delle loro milizie: ciò ch’è loro rimasto, altro non è  che un ammassamento di gente vile, paurosa, fugace, tutta canaglia, senz’esperienza.

 Sembrano gli eserciti Turcheschi spaventare con quel numero tonante di cento,di dugento mila combattenti ma di che cosa mai può valere contro dei forti uomini  tanta quantità di si fatta gente: se non intaccare il ferro loro più col macello, che col combattimento. Le vittorie dipendono più dal valore, che dal numero.

La battaglia di Morava(per raccontare degli esempi nuovi, e insieme recenti) serve di prova bastante a questa verità: ove Unniade con un’esercito di gran lunga inferiore sbagliato con una incredibile facilità, e tagliò a pezzi  una  poderosa armata de’ Turchi. Non V’è differenza in Iddio a rendere vittoriosi, quando gli piace, i suoi Fedeli, tanto se siamo pochi, come molti. E se quelli sono giunti a fare tanti acquisti dentro l’Asia e l’Europa, ciò non è stato effetto della virtù loro, ma bensì provenuto dalle discordie, dei principi Cristiani. E queste, credetemi, sono le uniche speranze, su cui al presente si fondano di farsi padroni degli Stati de’ Principi Arbër.

Ma se apprenderanno poi l’unione che è stata formata fra noi altri, spero molto che possano da loro abbandonati i pensieri della spedizione albanese: e se mai oseranno si attaccarsi, non ho alcun dubbio che ciò abbia a riuscire che a lor’onta, e  perdita, secondo che è lor avvenuto contro l’Ongaria. Vedete dunque prudentissimi principi, la presente condizione della salute nostra, e a quale passo siamo ridotti. Se viene il Turco come una fiera ferita dall’Ongaria a cercar rabbiosamente le sue vendette contro l’Arbëria. Se saremo disuniti e uno non soccorresse l’altro, standosene freddo, e mal consigliato spettatore della tragedia del vicino, parimenti un dopo l’altro a giusa di tante derelitte pecorelle faremo tutt’in fine divorati da quel crudele lupo.

Se poi ci accoppiaremo insieme, e uno darà mano all’altro, imitando l’esempio del re d’Ongiaria verso il Despoto della Servia, medesimamente qualche luogo dell’Arbëria, com’è il fiume Morava della Bulgaria, sarà nobilitato sarà nobilitato dalla strage dè Turchi . Avete, o degnissimi Principi, udito quale sia lo stato presente dello stato delle cose nostre. Dall’odiarna deliberazione dipende o la salute nostra, o la nostra ultima ruina.

Io vò ho spiegato l’universale pericolo, e in fine i mezzi di un felice di riuscimento. Facciamo che un giorno la memoria di questo concilio abbia a consolarsi, non ad attristarci. Non evvi affare di maggiori agevolezza, quando quello che tutt’è appoggiato al nostro volere.

L’esecuzione di tutto ciò che ho progettato sta nel vostro consentimento. Iddio dunque, fa tale la sua volontà che resti salva l’Arbëria, infonda nei Principi albanesi lo spirito della concordia e dell’unione contra quegli empi nemici dè suoi Fedeli; e piaccia alla sua Provvidenza che ancor passi come in eredità à posteri a loro perpetua conservazione.”

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AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTO:

AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTO:

Posted on 10 gennaio 2019 by admin

AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  RingraziandoVi per avermi incluso nell’elenco degli ascoltatori invitati, per l’incontro di sabato prossimo venturo, auspico nascano nuovi spunti, prospettive o rotte unitarie, per la sostenibilità delle “Minoranze Storiche Calabresi”

Tuttavia adoperarsi per la modificare le leggi di tutela delle minoranze alloglotte,  in armonia con quanto stabilito dal legislatore è una strada che ormai da oltre tre decenni non ha portato a un nulla di fatto, anzi, ha prodotto l’esatto contrario di quanto si voleva perseguire.

Non per una cattiva gestione delle risorse, né per analfabetismo storico, ma per l’innegabile risultato che si ottiene quando si esula dai protocolli di percorsi  identificati attraverso “Progetti”.

La posizione dello scrivente a riguardo è largamente diffusa, in quanto, sono ormai due decenni che  esorto a seguire la rotta “ del Progetto, che abbia come fine il riconoscimento della “Regione Storica Arbëreshë” e dei suoi solidi themi identificativi” secondo le disposizioni dell’Art.3 Comma 3 della legge 482/99.

Essa testualmente cita: Quando le minoranze linguistiche di cui all’articolo 2 si trovano distribuite su territori provinciali o regionali diversi, esse possono costituire organismi di coordinamento e di proposta, che gli enti locali interessati hanno facoltà di riconoscere. 

Allo scopo è indispensabile realizzare progetti attraverso l’ausilio di gruppi di lavoro scientifici ad hoc, su base di luogo, di tempo e di uomini, in tutto della storia;  modello già provato nella ricostruzione italiana del dopo guerra, specie quando si è dovuto tutelare la dignità di gruppi minori e le relazioni che essi avevano instaurato con le terre vissute.

Adoperarsi nel voler tutelare una minoranza abbarbicandosi a metodiche vetuste che utilizzano ancora oggi, arbëria, non è un buon inizio, in quanto occorre parlare di Regione Storica, Arbëreshë, Occitana e Grecanica, altri menti,  si approda nel buio più assoluto.

Per ogni minoranza storica, calabrese,  vanno fornite diplomatiche, in campo Sociale, Antropologico, Idiomatico, Religioso, Storico, Urbanistico, Architettonico oltre agli effetti che questi hanno prodotto nelle varie epoche  con il territorio, in poche parole identificare il “Genius Loci” di ogni macroarea, per poi confrontarle come le altre, di simili radici della Regione storica su citata, come ormai; un modello che seguo ormai da oltre tre decenni.

Solo indagando e confrontando quando pervenuto dai sapienti, lo storico può perseguire la via del “progetto di tutela”, altrimenti, si termina nel fare belle promesse, che non portano a nulla di fatto, anzi penalizzano addirittura i presidi nati con tutti i buoni propositi e terminati in seguito nel compromettere persino i codici e la rotta della minoranza, sia dal punto di vista laico e sia clericale.

Tuttavia, vorrei rilevare a quanti convenuti in questa manifestazione che stiamo trattando, di cinque insule diffuse; sedici macroaree, per un totale di oltre cento, agglomerati arbëreshe, gli unici che conservano molto più dei cinque secoli tanto decantati, in quanto la sua origine parte nel VI secolo D.C..

In ultimo, rileggendo la storia,  stesa alla luce del sole, sorge spontaneo un dubbio: è opportuno rilanciare la regione storica, con le stesse diplomatiche che hanno relegato l’Albania così come appare ancora oggi?

Augurandovi buon lavoro,  Saluto a voi tutti!

Non come Storico! Ma semplicemente come l’Architetto Arbëreshe!

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