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L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI (Kruja, il 6 maggio 1405 - Alessio, 17 gennaio 1468)

L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI (Kruja, il 6 maggio 1405 – Alessio, 17 gennaio 1468)

Posted on 16 maggio 2018 by admin

L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quanti hanno studiato le vicende storiche che accompagnano le genti che vissero i territori dell’odierna Albania sino al XVI secolo, usavano riferire che: ogni volta che due o più arbër si riuniscono e parlano in lingua di quei tempi, nasce una piccola arbëria.

A questo principio generico non di luogo, se associamo il concetto di Regione Storica, inquadriamo anche i territori paralleli ove il codice consuetudinario tipico Arbëreshë, ha trovato l’ambiente ideale per fiorire come in terra madre.

La regione storica è lo stato, il luogo o ambito naturale parallelo in grado di unire tutti i paesi di simili radici, conseguenze della diaspora avviata dal XV secolo nei Balcani; da essa nasce la scissione della popolazione secondo due dinastie diametralmente opposte:

  • La prima visse il proprio territorio e accolse le angherie linguistiche religiose oltre che consuetudinarie degli invasori e per questo furono appellate Skipëtarë;
  • La seconda abbandonare quei territori e cercare fortuna oltre Adriatico, ove la ricerca dei territori paralleli ritrovati fece germogliare il rigidissimo codice, fatto d’idioma, sostenuto dalla metrica del canto, la consuetudine, la religione ortodossa e furono appellati Arbër o Arbëreshë.

Gli storici fanno risalire l’origine di questa dolorosa vicenda al tempo che vide protagonista Giovanni Castriota Principe di Croja e i suoi quattro figli Reposio, Stanista, Costantino e Giorgio.

Questi ultimi consegnati ai turchi a seguito del ricatto per evitare la capitolazione di Croja, furono allevati nella corte ottomana con nomi regole e abitudini dissimili dal codice Kanuniano Arbër.

Giorgio ed i suoi fratelli appena en­trati nella corte turca, non mantenendo la parola, vennero circoncisi secondo il rito della leg­ge di Maometto e secondo la costumanza di quella gente per l’occasione quella di cambiar il nome e Giorgio fu nominato Scander-begh: nome composto di due vocaboli Turcheschi; il primo !Scander”, che vuol dire “Alessandro” e il secondo “begh”,  che vuol dire “Signore”.

Che questa fosse opera del caso o un presagio per il suo futuro nessuno lo può dire, certamente nome più idoneo non poteva essere scelto dai regnanti turchi.

La richiesta di riscatto dei figli appartiene a un modus operandi che i turchi utilizzavano e mirava a ottenere piena proprietà del principato o “regione” senza spargimenti di sangue a lungo termine.

Quando Giovanni Castriota dovette consegnare i suoi figli ai turchi, correva l’anno 1413 e Giorgio aveva poco meno di nove anni; dopo essere stato circonciso e avviato alle regole e all’apprendimento delle consuetudini turche, seguì la sua ascesa nell’arte della guerra, conducendolo già nel 1421 a rivestire la carica di “Sangiacco”.

Da lì in poi le sue gesta si annoverano negli annali delle dispute che ebbero come protagonista le velleità di conquista dei turchi, al punto tale che, le tante battaglie e scontri diretti, lo portarono l’alias di  Scander-begh ain auge.

Chiaramente questa essendo stata un’incoronazione turca, sancisce la definitiva appartenenza al popolo di adozione; confermata addirittura persino dagli stessi Albanesi, i quali ormai soggiogati dalle sue gesta continuarono a utilizzare, ancora oggi lo fanno, in maniera poco attenta ripetono quell’alias.

Esso così come deciso dai turchi ogni volta che è pronunziata “conferma l’ideale occupazione, delle terre Albanesi e i luoghi dove viene ripetuto, da parte del popolo ottomano”; Tuttavia tornando alle vicende del grande condottiero Giorgio Castriota; la svolta si ebbe quando nel 1443 la morte raggiunse Giovanni Castriota principe di Croje (il Padre) e i turchi per nome e per conto del figlio Reposio (per i turchi Caragusio) per acquisire i possedimenti del principato.

A quei tempi Giorgio C. era tenuto impegnato dal pascià, in battaglie lontano da quei luoghi, sicuro che la manovra di acquisizione, non sarebbe scaturita in alcuna reazione nel ormai forgiato condottiero.

La realtà fu ben diversa, rispetto a quanto previsto, infatti, al ritorno dalla missione, la notizia della perdita del padre aggiunta a quella della dipartita dei suoi fratelli per avvelenamento, risvegliò in lui gli antichi dettami, sconosciuto ai turchi, che affonda le sua radici nel concetto di famiglia Kanuniana; vero è che nel 1444  videro tornare protagonista Giorgio a Croja e sedere sul trono del principato paterno e porsi alla testa dei gruppi territoriali albanesi. Fu da allora che ebbero inizio le attività contro l’usurpatore e da quella data, avranno modo di assaporare i dolori provocati da una macchina da guerra, sino allora, ritenuta nelle loro disposizioni.

Le doti di condottiero avranno modo di essere protagoniste nelle dispute tra Angioni e Aragonesi e in quella che è ricordata come la guerra dei baroni, sulla base di accordi di capitoli che ponevano diversi governarati in terra d’Albania alle dipendenze degli Aragonesi.

Non si astengono dall’amicizia di Giorgio Castriota, il Papa e i Dogi veneziani, che aprono dialoghi e trattative atte a rispolverare antichi ideali fatte di domini e crociate.

In questo mio breve, ciò che vorrei mettere in risalto è il comportamento del Castriota che non è dissimile da quello delle migliaia di arbëreshë, che partirono dalla terra di origine per imposizione turca dopo la sua morte.

Così come il Castriota non mise mai da parte il senso e il rispetto delle proprie radici, ritengo che a pieno titolo pongano Giorgio Castriota figlio di Giovanni a essere il primo arbëreshë esule forzato d’Albania.

Questa breve riflessione deve far meditare gli studiosi e quanti si prodigano per valorizzare con senso e garbo la lingua, la metrica del canto, la consuetudine e la religione ortodossa di quanti vivono la regione storica.

Lui pur se forzatamente esiliato in terre alloctone non ha mai dimenticato o messo da parte il codice antico e quando ha dovuto prendere la migliore decisione a preferito, le sue origini, la sua gente che lo riconosceva per il suo nome, per il suo cognome e non per l’alias assegnatogli dai turchi.

Per terminare affermo che: Gli abitanti della terra dei Balcani, della regione storica e di ogni dove si ripete il miracolo arbëreshë, devono ricordare che ogni volta che appella Giorgio Castriota con l’alias Scander-begh assegnano lo Stato, la regione e il luogo ai turchi e nel contempo dissipano un frammento del codice arbëreshë.

Volendo stilare una lista storica degli arbëreshë, il numero uno di diritto deve essere assegnato a Giorgio Castriota di Giovanni, nato a Kruja, il 6 maggio 1405  e deceduto ad Alessio, 17 gennaio 1468; gli altri che seguono sono tutti illuminati dalla sua luce e hanno seguito la stessa rotta adoperando quei principi contenuti in quel codice identitario che solo chi vedere e sente l’arberia, da sei secoli a questa parte, riesce ad avvertire.

 

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IL PONTE SU CATENARIE DEL GARIGLIANO È UN OPERA ARBËRESHË

Protetto: IL PONTE SU CATENARIE DEL GARIGLIANO È UN OPERA ARBËRESHË

Posted on 10 maggio 2018 by admin

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UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIO

UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIO

Posted on 01 maggio 2018 by admin

UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Raccontava spesso, nelle gelide serate senza luce elettrica riuniti davanti al camino, il suo sofferto ritorno a casa a seguito del disarmo dell’esercito Italiano alla fine della seconda guerra mondiale: dopo aver parcheggiare il camion officina nel cortile della caserma a Riva di Trento, gli venne ordinato di recarsi nella camerata, ritirare il tascapane e gli effetti personali, poi un ufficiale gli fece consegnare il percussore del fucile, la baionetta, in fine di tornare a casa, perché i servigi verso la patria erano terminati.

All’inizio una grande gioia e subito dopo si rese conto che casa distava oltre mille chilometri dalla parte opposta dell’Italia e non nella comoda direzione Est-Ovest; ma secondo quella più impervia e colma di pericoli, Nord-Sud e sarebbe dovuto tornare a piedi.

Un percorso intriso di pericoli, in quanto, andare controcorrente alle truppe tedesche che ripiegavano devastando ogni cosa e imprigionando ogni persona che non avesse effigi germaniche non sarebbe stata cosa semplice.

Fine marzo, in quella verde vallata dove erano terminati i patimenti di soldato, rimaneva un solo ed unico alleato il Santo Patrono Sant’Atanasio il Grande; e fu così che fece voto di rientrare in paese entro il due di maggio per onorare il santo e abbracciare mia moglie e figlia.

La primavera stava per sbocciare dopo un lungo inverno durato anni e dopo un attimo di sbandamento quel voto al santo protettore apparve l’unico fine da perseguire con tutte le forze,

Dopo aver salutato i miei commilitoni, per non apparire ancora come gruppi antagonisti alle truppe tedesche, ci disperdemmo e ognuno di noi prese la via di casa.

Sapeva di non dover seguire strade carrabili, spiagge e ferrovie, in quanto, la campagna, i boschi e i corsi fluviali erano gli unici alleati; quante chine e quante discese dovute percorrere, poi torrenti e campi senza semina.

Si cibava di prodotti naturali e poche cose che ogni tanto gli donavano i contadini che cercavano di rigenerare gli scenari di una guerra che avevano voluto altri.

Pastori, contadini, mugnai e manovali che svolgevano attività, dividevano volentieri con lui le poche cose del pranzo e lui per ricambiare, avevo solo il racconto della sua storia e la meta a cui ambiva, non ricordava a quanti aveva detto di essere un Sofiota e quali ideali lo sostenevano; poi giungeva il momento di riprendere l’orizzonte ancora soleggiato.

I primi di aprile attraversa la campagna toscana e quanti incontrava, gli dicevano che non avrebbe mai potuto portare a termine l’audace impegno.

Cosa lo spingesse ad andare avanti era il sagrato di quella chiesa la famiglia e i visi fiduciosi di quanti incontra, che come in una gara podistica facevano il tifo per lui, no avendo altro da offrirgli se non le poche cose per cibarsi, la sua infondo era una gara contro un invasore che contro corrente, avrebbe potuto portarlo con se in ogni momento.

Tutte le persone che incrociava ritenevano che la distanza fosse eccessiva e trovare un passaggio era pericoloso, in quanto avrebbe potuto mettere fine al voto, quindi, ogni volta gambe in spalla fino che la luce del sole lo accompagnava.

Lungo la strada immaginava di risalire via Pasquale Baffi e arrivare in piazza, nel momento in cui le campane a festa annunciavano l’uscita del Santo; poi gli amici, i parenti come lo avrebbero accolto, chissà se nella processione ci sarebbero state la moglie e la figlia Francesca o come gli aveva promesso, rimaste a casa ad attendere il suo ritorno.

Questo e tanti altri erano i pensieri che lo accompagnavano, e intanto chilometro dopo chilometro la meta era sempre più vicina.

Era il ventiquattro e iniziavano le novene, quando si trovò nei pressi di Salerno, se le forze lo avessero sostenuto così come, nelle settimane passate l’impresa sarebbe stata possibile e gambe in spalla continuando a cibarsi di ogni cosa che la primavera offriva.

Nei pressi di Battipaglia evitò il centro abitato, così come fece a Eboli, poi verso le gole di Campagna su per frazione quasi deserte, giunse nei pressi delle grotte di Pertosa.

Da qui per Lagonegro, Laino e Campotenese, scelse di seguire percorsi impervi per evitare di incontrare le retroguardie tedesche.

E finalmente la mattina del trenta di aprile, vicino al centro di Castrovillari, ebbe modo di concedersi una pausa di riposo per rendersi presentabile al raggiungimento della meta.

Attraversato il Crati vicino il cimitero di Tarsia e raggiunti, i luoghi della giovinezza, dove portava le pecore a pascolare, la china che avevo percorso tante volte, lo fece sentire a casa perché ormai conoscevo ogni zolla e ogni anfratto di quella meta che per oltre un mese aveva sognato.

Quell’anno il due del mese di maggio cadeva di mercoledì e quando in vico III° Epiro, Adelina si senti Chiamare da suo zio Giuseppe, mentre iniziarono i primi rintocchi delle campane a festa: Adollì, ec mbë quishë se u mbiosh Janari!

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IL CODICE DEI CREDENTI ARBËRESHË

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Posted on 18 marzo 2018 by admin

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UNA STORIA DI RINASCITA CULTURALE E DI CAPARBIE CROCIATE.

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Posted on 24 febbraio 2018 by admin

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LEGGE 482/99, DINAMICHE LOCALI PER LA TUTELARE DELLA  R.s.A.

LEGGE 482/99, DINAMICHE LOCALI PER LA TUTELARE DELLA R.s.A.

Posted on 23 gennaio 2018 by admin

legge 482NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Premessa

La capacità di acquisire nozioni per alcuni è una dote naturale, se poi la professione è il frutto di passione che è associata alla conoscenza della lingua madre, applicarli ai temi di tutela e la caratterizzazione della Regione Storica, diventa un’attività spontanea.

Cosa diversa fanno, quanti credono all’impunità dai circoli del rotacismi, dei capitoli, dalle chiavi musicali o dai modelli, laici e non solo, capitolini, che stravolgono e minaccino ogni cosa.

A tal proposito è bene precisare che: se credere che sei secoli di storia si possano riassumere in un foglio notarile; se credete che sia stato indispensabile fornire alla regione storica carta penna e calamai per ottenere tutti i primati guadagnati; se credete che sia un dovere cantare inni Balcani moderni; se credete che la gjitonia sia una piazza, una strada e diverse porte; se credete che l’urbanistica si possa riassumere nelle vicende della fumettistica sessantottina; se credete che gli arbëreshë non pronunciano i mesi dell’anno; se credete che le valje sono la rievocazione di una battaglia; se confondete la primavera Itali Albanese con le Valje; se credete che sia opportuno chiudere il patrimonio sartoriale nei musei; se credete che il costume sia un’occasione di apparire sciatti e sgarbati; se credete che P. Baffi si stato un massone; se non sapete che L. Giura è stato l’eccellenza ingegneristica e della scienza esatta dell’ottocento; se non sapete che V. Torelli è stato eccellenza dell’editoria Italiana dell’ottocento; se credete che Mons. F. Bugliari è stato trucidato dai banditi per un limite territoriale tracciato male; se solo immaginate che il lavoro fatto da Mons. G. Bugliari, sia l’opera di un prete decrepito; se credete che innalzare in pubblica piazza statue alloctone porti ricchezza; se credete che la nobiltà sia solo questione di titoli; non perdete tempo a leggete i miei scritti in quanto punto verso rotte diametralmente opposte alle vostre e vi ritrovereste in luoghi e cose che non siete in grado di condividere.

Si gnë lavinë

La legge a titolo di questo scritto, quando fu pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 297 del 20 dicembre 1999, attivò una serie di effetti anomali, la cui corrente s’incuneò nelle rughe e negli sheshi della regione storica, con una tale violenza da far vibrare gli elevati e quanto e quanti in essi era contenuto; un’energia tale da avvicinare cavalieri e cavalli indigeni in via di estinzione, nel breve e medio termine.

L’evento sollevò dal loro torpore, un gran numero di miracolati che indossato mantello e sistemato in bella mostra il cappello dei “titoli Tiranensi” che nel ristretto orizzonte delle gjitonie, si elevò a strimpellatore di una storia che non ha ancora avuto luogo.

Il gesto, legittimato dalla classe politica, cambia la rotta del progetto legislativo, nato già con la dote  lacunosa per tutelare le minoranze.

La non completezza della legge innesco il processo manifestatosi con l’apertura di un considerevole numero di attività che miravano più alla gloria che allo spirito della tutela .

In luogo, s’intrecciarono rapporti tra i “gabinetti” degli operatori di “difesa” e gli organi preposti per  finalizzare le risorse poste al bando, che non usufruirono di una solida propedeuticità storica.

Ogni sorta d’illuminato,  registratore e telecamera munito, iniziò ad imprimere su nastro magnetico, ogni suono e alito di vento proveniente da Est, che storicamente i nostri avi, lo apostrofavano come malevolo, freddo e da cui era preferibile difendersi per sfuggire agi  effetti influenzali.

Nonostante il ricordo di quest’antica consuetudine ancora viva, furono innalzate macchine da festa e progetti senza alcuna radice, i cui traguardi miravano all’ottenimento di frutti alloctoni senza cognizione di luogo, di tempo, di causa e di uomini.

Fabbrica eolica a cielo aperto, costruita con materiali che generalmente si utilizzano come complementari in una struttura che richiede una consistente dose di solidità e durevolezza .

Naturalmente e per meglio precisare mi riferisco a manoscritto atti notarili e capitoli, generalmente considerati, nello svolgere una ricerca storica, come periferici o complementari; tuttavia negli ambiti di ricerca della R.s.A. furono elevati come definitivi e/o fondamentali.

L’ondata culturale trasversalmente organizzata senza alcuna formazione, priva persino del buonsenso, ma fortemente radicata nel territorio, spinto da una ben nota forza politica, avvio il dilagare lungo la piana, che notoriamente in agricoltura e priva di argini solidi.

La fretta di voler apparire, e lasciare sullo sfondo, chi potevano offrire supporto antropologico, geologico, architettonico e di quelle materie idonee a consolidare il prezioso patrimonio della R.s.A., fece apparire la minoranza come il luogo ove mercanteggiate matrimoni, ovini, bovini, terreni, case e cose.

La confusione del mercato, è stata pregnate al punto tale da allontanare l’attenzione dal “Genius Loci”, storicamente noto come, la preghiera a cui affidarsi prima di avventurasi in qualsivoglia processione.

Il frutto anomalo posto a dimora, ha prodotto un danno materiale di inestimabile valore, giacché, avviò un processo di contaminazione persino del territorio parallelo.

Sottovalutare aspetti unici, spogliati di ogni cosa è stato come calpestarli nelle migliore delle ipotesi o addirittura venduti al primo offerente nella peggiore, quanto si presentava innanzi.

Nacquero così gli stati generali che dovevano fornire la chiave di volta e dare solidità ai trascorsi storici che dovevano sostenere le scelte future; tuttavia il primo elemento identificativo a essere sacrificato in nome di una non meglio identificata urbanistica arbëreshë fu la Gijtonia, in seguito le Valje, poi dopo, la Primavera Italo-Albanese, per giungere addirittura nel pretendere di edificare un paese:

  • La “Gjitonia” fu la prima a soccombere per opera di studiosi alloctoni, muniti cappello e lente di ingrandimento, indagarono i paesi cosentini della regione storica, per volgere lo sguardo in maniera furbesca verso i Sassi di Matera e copiare l’enunciato, eseguito nel dopo guerra, per il quartiere di “la Mortella”.
  • Poi fu la volta delle “Valje”, scambiate per le gesta di una battaglia, lasciandosi sfuggire il particolare che esse rappresentano la metrica nella quale una società che non ha forma scritta si rifugia per lasciare in eredità la storia .
  • Cosi avvenne per la “Primavera Italo-Albanese” che nell’inconsapevolezza generale non si conosceva il valore storico che gli uomini e le donne della R.s.A. le attribuiscono, quale ricorrenza per onorare i defunti degli indigeni e degli arbëreshë che si adoperarono per la crescita di quel luogo, specifico.
  • Quando si dice che alla fine i nodi vengono al pettine è una metafora che deve far riflettere gli stati generali della R.s.A., in quanto, per aver continuamente e ripetutamente mandato in stampa inesattezze e luoghi comuni privi di senso, quando si è trattato di fare sul serio, per la sorte di un intero paese quelle divagazioni storico colturali senza senso sono finite nella trattazione propedeutica della stesura progettuale di un paese, il dato ha sortito all’ultimo errore che storicamente si ricorda nelle note vicende delocative Italiane.

Zëmi

Si potrebbero accennare ad altre distrazioni, il cui fine ha prodotto elementi d’instabilità della minoranza più numerosa d’Italia; tuttavia bisogna pensare ai domani e non ai ieri che ormai il danno lo hanno prodotto.

Allo stato odierno non rimane altro che recuperare i mille frammenti di cui è ricoperta la Regione storica, prefissando un traguardo, non prima di munirci di una grande scorta di caparbietà e conoscenza storica, per continuare a essere la minoranza ancora viva e meglio integrata del mediterraneo; ritenendo di non fare errore se collocare la R.s.A. anche come eccellenza all’interno del vecchio continente.

Per concludere cosa possiamo solo augurarci di fare gjitonia e risvegliare i sensi antichi che sono indelebilmente racchiuse nelle quattro colonne inossidabili della Regione storica Arbër.

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PER AMORE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

PER AMORE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 09 gennaio 2018 by admin

PER AMORE D’ARBERIA.NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Per connettere i contorni che definiscono la Regione storica Arbëreshë, ha richiesto un impegno professionale non indifferente; poi  in seguito, l’addentrarsi, negli ambiti e le dinamiche storiche, sociali e politiche che hanno determinato le macroaree, ha richiesto una dose infinita di passione; solo in questo modo è stato possibile superare tutte le avversità della tumultuosa diaspora balcanica.

La mia ricerca senza fondi comunitari, statali né tantomeno regionali, vuole essere un volontario contributo per illustrare con garbo la storia delle genti che componevano l’antico “govrnarato Arbëreshë”.

Quando volgo lo sguardo nel mio studio e vedo libri, documenti, unità di archiviazione, appunti e schemi che grondano d’arberia, risvegliano sensazioni che ritengo simile all’antica indole degli uomini che si adoperarono per proteggere le colonne del codice Arbëreshë.

Oggi l’arbëria per usare un eufemismo è simile una Kamastra che sostiene un calderone dove si cerca di amalgamare ingredienti solidi, sporchi e senza alcun tipo di essenza aromatica.

Per questo occorre versare prodotti genuini oserei dire autoctoni arbëreshë e far tracimare la pentola dagli ingredienti malevoli privi di significato, questo ultimi siccome sono vuoti e privi di senso già galleggiano sul bordo del calderone; essi sono: musici, antiquari, affaristi, alchimisti con titoli di radice ignota oltre gli apparentati del cavallo e del cavaliere.

Iniziare a fornire i frutti della vecchia radice alla Regione storica Arbëreshë, è diventato una priorità inderogabile; a tal proposito e per ben iniziare va rilevato che esiste una fondamentale differenza tra Arbëreshë e Albanesi.

La diaspora nasce nel corso del XV secolo, quando gli abitanti delle terre che oggi s’identificano come paese delle aquile, per scelta e natura, decisero di scindersi secondo principi diametralmente opposti.

Gli Arbëreshë hanno assunto la difesa dell’antico codice sociale fatto di consuetudine, lingua, metrica e religione a scapito della terra di origine, già impressa nelle loro menti come sintesi parallela, allocata negli ambiti del meridione italiano.

Gli Skipë preferirono rimanere sulla terra d’origine, tralasciando gli antichi codici identificativi, posti nelle disponibilità degli invasori.

Dal XV secolo gli Arbëreshë non hanno mai dismesso o sintetizzato le caratteristiche del codice identificativo, addomesticarono i territori a essi assegnati, per insediarsi secondo le consuetudini della terra di origine.

In seguito dopo un periodo di confronto e scontro, iniziarono l’ascesa culturale che li ha elevati negli ambienti culturali europei oltre che a portare a buon fine il modello di integrazione meglio riuscito di tutto il mediterraneo.

Le colonne portenti della cultura Arbëreshë fondano le radici nell’idioma, nella consuetudine, nella metrica del canto e la religione greca ortodossa.

Quest’ultima è stata la prima pietra miliare a essere violata, dai vescovati latini, con pressioni e patimenti non indifferenti per la popolazione arbëreshë, sino alla metà del settecento, facendo convertire numerose macroaree della regione storica, al nuovo rito.

Nella meta de settecento una svolta strategica Vaticana, ha usato gli abitanti dei paesi arbëreshë dello jonio cosentino per fini di sottomissione religiosa; infatti, sotto mentite spoglie, ha posto in essere una struttura formativa religiosa, alla cui cabina di regia sedevano i vertici Vaticani, in essa si dovevano formare prelati per le macroaree dello Jonio calabre denominando l’operazione come, una finestra aperta all’ortodossia.

La confusione che ne scaturì, ha fatto vacillare non poco la storica ideologia arbëreshë, che prima cantava in greco, poi in latino, poi in lingua madre e nel tempo di un secolo, hanno visto le proprie chiese cambiare forma colore e orientamento, terminando l’operazione di restyling coprendo con dipinti le lacrime e il sudore di quei credenti che avevano innalzato i simboli secondo l’antico codice.

All’inquietudine religiosa nell’ottocento si è accostata anche quella politica, che ha portato all’unità d’Italia e l’istituzione con la finestra aperta sullo Jonio, è stata piegata con eleganza a favore delle vicende unitarie.

Terminato il periodo di unificazione, l’emblema religioso èra stato stravolto e aveva perso ogni significato del senso per cui era nato, motivo per il quale dopo una attenta analisi, si è preferito abbandonare la formazione clericale a favore di quella laica e chiudere la finestra verso oriente, essendosi nel frattempo aperti nuovi balconi di dialogo in altre sedi.

Da questa vicenda gli arbëreshë escono confusi e con una delle loro colonne portanti deteriorate, è solo grazie alle intuizioni di menti eccellenti d’arbëria, i danni furono circoscritti e non intaccarono le altre componenti rimanessero ancora intatte.

Tuttavia è dal XV secolo che gli ecclesiasti si adoperarono per minare il codice linguistico affiancando ad esso una scrittura fatta prevalentemente di lettere greche, tuttavia la distanza che poneva gli ambiti sociali arbëreshë dagli altari clericali, non produsse alcun effetto nella popolazione parlante, che continua a vivere idioma, consuetudine e metrica.

Il processo d’inventare una forma scritta dell’antico codice fu rifiutato nel settecento dal Baffi già, che garbatamente non produsse, per sua scelta, nessuna opera il tal senso; tuttavia fu l’unico arbëreshë a intuire cosa succedeva nella Calabria Jonica e corse ai ripari.

Nella prima metà dell’ottocento, ignari personaggi privi di adeguati titolo e senza alcuna cognizione storico/sociale, avviarono la stagione delle romanze in arbëreshë, (operazione pubblica che voleva esternare un disagio privato) attingendo dall’alfabeto greco e latino.

Gli immaturi avventori, nonostante V.Torelli, fosse di tutt’altro parere, diede seguito ad avvenimenti che ancora ad oggi non si riescono a contenere tanto sono diventati malevoli.

Vero è che in Albania agli albori del novecento, erano stati elevati alfabeti che raccoglievano i sorrisi ironici dei maggiori salotti culturali europei, un singolare allineamento di lettre, che variava dalle ventisei alle cinquantaquattro unità, prospettando addirittura per il futuro ventagli molto più ampi.

La conferma di questo disastro alfabetario, lo ritroviamo oggi nel gran numero di personali parlate private, la cui fonte da cui attingere sia allocata nelle terre albanesi dalla terra madre, nonostante la regione storica conserva indelebilmente quei dettami che i temerari Arbëreshë riversarono per non essere contaminati dal futuro Albanese.

Oggi il danno prodotto si cela dietro il paravento del rotacismo o secondo l’enunciato che tutte le lingue si devono evolvere e addirittura, che gli arbëreshë non hanno capacita è i numeri per farlo; tuttavia a tutte queste persone vorrei ricordare che probabilmente nel loro curriculum formativo; è sfuggito lo studio secondo il quale, “l’Arbëreshë non è una lingua, ma notoriamente un “codice ””.

Nella china intellettuale che gli uomini arbëreshë intrapresero per dare lustro alla regione storica va ricordato l’apporto di Pasquale Baffi e Mons. G Bugliari da Santa Sofia, L. Giura da Maschito, V. Torelli da Barile, P. Scura da Vaccarizzo, Mons. F. Bugliari da Santa Sofia e pochi altri che non superano la meta delle dita di una mano.

Essi pur rappresentando circa un secolo e mezzo di storia, sono stati capaci a dare senso alle vicende letterarie e politiche in maniera irripetibile, tuttavia non hanno potuto nulla contro la marea che di li a poco avrebbe soprafatto il codice arbëreshë dalle incongruenze e dalle incoerenze.

Nonostante l’opera delle brillanti menti arbereshe abbia fatto entrare, la regione storica, in tutti i salotti culturali d’Europa, essi sino a quando sono stati in vita non hanno mai smesso di pensare, sognare e interpretare le loro idee in arbëreshë.

Tutti e nelle diverse epoche in cui vissero, ogni volta che notizie malevoli, giungevano a Napoli con protagonista l’arbëria, si prodigavano a dare senso politico, culturale, scientifico, giuridico e intellettuale di altissima qualità.

Il prodigarsi di Baffi e F. Bugliari per elevare la qualità culturale nella provincia citeriore calabrese alla fine del settecento o le note negative che V. Torelli espresse quando, rimandando a casa l’ignaro scrittore, che utilizzava, lettere greche e latine, per dare forza culturale all’idioma arbëreshë hanno comunque lasciato un segno, a noi rimane il dovere di ricordarlo e mantenerlo vivo.

Questi uomini di grande rispetto per l’arberia, hanno provato a tracciare i confini politico culturali della regione storica; finito il tempo delle eccellenze, a frenare il linciaggio dell’arberia furono l’avvento delle guerre mondiali del secolo scorso e la ricostruzione della nazione, questi eventi nel bene o nel male congelarono il malevolo fenomeno editoriale.

Ma come avviene anche in meteorologia dopo la quiete, arriva la tempesta e con un crescendo devastante, dagli anni settanta con le ideologie sessantottine, la libera università e la legge 482/99 a tutela delle minoranze storiche italiane, hanno riavviato il fenomeno di faglia culturale e nuovi fenomeni tellurici hanno invaso tutta la regione storica.

Dal secolo appena iniziato a oggi, comincia un’altra storia di spogliatura della consuetudine, della metrica, strapazzando a dismisura il credo religioso e l’idioma, ma questa è un’altra storia che quanto prima racconteremo.

Oggi viviamo con la speranza che si ricompongano i pezzi sparsi su tutto il territorio della regione storica e le cose genuine opportunamente unite possano partorire la soluzione ideale per dare senso al quel patto fatto dai nostri avi a se stessi e per noi tutti.

 

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INSIEME SIAMO DI PIÙ

INSIEME SIAMO DI PIÙ

Posted on 02 agosto 2017 by admin

insieme siamo di piuNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando E. Fabbricatore agli albori degli anni settanta del secolo scorso, rileggendo le frasi storiche di cui ne faceva un vanto, suscito un certo interesse quando nel corso di una riunione con zoti G. Capparelli, brandi pubblicamente questa frase, con voce cupa tremolate; il suo modo tipico di esporsi.

Da allora il raffinato prelato, ne fece buon uso sino a renderla partecipata e condivisa da tutte le persone che hanno avuto modo di apprezzare e condividere molte delle sue scelte immateriali, (per quelle materiali avremo modo di discutere in altri termini).

Certamente essere di più facilità nel perseguire un traguardi, tuttavia, la solidità morale e fisica degli elementi che compongono l’insieme, legati da simili ideali, non garantisce l’omogeneità richiesta all’insieme, motivo per il quale lungo l’itinerario tutto deteriora e si disgrega.

Motivo per il quale non basta essere di più e avere un solido progetto da perseguire, perché se uno o più elementi dell’insieme risultano essere deteriorati, è la macchina che cambia direzione e produce danno.

Dal canto mio sono anni che analizzo studio e sottopongo a verifica l’insieme della Regione storica Arbëreshë, nonostante abbia cercato di individuare i sotto sistemi omogenei, manca sempre un elemento nella valorizzazione dei quattro pilastri portanti dell’arberia.

Esistono: regole ben chiare da seguire; uomini e donne di cultura con grandi capacità interpretative eccellenti; prelati integerrimi per la migliore lettura religiosa; sono questi che da secoli guidano e conducono l’arberia attraverso i secoli e con grande stupore va rilevato, che l’elemento mancante è quello istituzionale; “la politica!”.

Rileggendo gli eventi storici dagli anni sessanta a oggi, la caratterizzazione linguistica, canora, consuetudinaria e religiosa della R.s.A. è stata mantenuta viva dall’opera di cultori; uomini e donne, sia civili che religiose, nell’assenza totale delle istituzioni.

Queste ultime quando sono intervenute, l’hanno fatto in ritardo o quando i problemi erano già stati risolti da cultori o appassionati della propria identità.

Tutte le volte che sono state chiamate in causa, le istituzioni si sono presentate addobbate per prendersi i meriti di vicende e sacrifici che ancora oggi continuano a non comprendere.

Come non apprezzare gli studi e le partecipazioni per la caratterizzazione dei tanti E. Fabbricatore o le vicende che hanno dovuto affrontare gli instancabili Zoti Capparelli; al fine di lasciare segni tra i più raffinati della R.s.A.

Si potrebbe continuare a raccontare vicende e aneddoti all’infinito tuttavia sfido chiunque a riportare un episodio dove un politico abbia aggiunto un granello di sabbia che avesse coerenza con la storica consuetudine arbëreshë.

È vero che “ INSIEME SIAMO DI PIÙ” ma se sappiamo, dove andare, è meglio!

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SËN SOFIA DIJE E SOTH (30 Luglio 1899 –  soth)

SËN SOFIA DIJE E SOTH (30 Luglio 1899 – soth)

Posted on 25 giugno 2017 by admin

SËN SOFIA DIJE E SOTH2NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sino agli anni sessanta del secolo scorso tutto ha avuto un senso crescente per il piccolo borgo albanese della Sila greca, tuttavia, per ovvie ragioni, la parabola ascensionale da più di cinque decenni procede imperterrita alla spogliazione culturale del paese più rappresentativo di tutta la Regione storica Arbëreshë.

Il 30 Luglio 1899 la sala dove si era riunita la comunità sofiota per onorare il compianto letterato Pasquale Baffi risultava essere affollatissima; parteciparono il Sindaco sig. Vincenzo Bugliari con la Giunta ed il Consiglio, il Capitano Bugliari, il Deputalo provinciale sig. Vin­cenzo Fasanella, i professori G.C. Bugliari, Becci e Pizzi e le scuole elementari maschili e femminili con il rispettivo corpo docente.

Occasione in cui nessuna delle persone illustri e di cultura che facevano parte della comunità si astenne dal partecipare.

Aprì il discorso, un illustre oratore che con frase elegante e co­lorala, inizio a discorrere della vita del Baffi: descrive commosso i supremi momenti e finì con il raccomandare ai cittadini di avere sempre un culto verso la memoria del compianto Pasquale Baffi e della cultura arbëreshë in generale, applausi prolungati accol­sero le ultime parole dell’oratore.

Sor­se poi a parlare il sig. Vincenzo Fasanella, i professori Giusep­pe Becci e G. C. Bugliari, seguirono l’esattore sig. Giuseppe Becci e il giovane Domenico Bellizzi, chiuse con tre sonetti di squisita fattura, il prof. Vincenzo Pizzi.

La cerimonia si chiuse con calorosi applausi, dopo di che il Sindaco ringra­ziò gli interventi promettendo che l’un­dici novembre prossimo, ricorrendo il centenario della decapitazione del Baffi, il Municipio darà maggiore solennità alla festa patriottica con dedicare all’illustre estinto una lapide che verrà collocata sulla facciata del Municipio.

Questo è quanto organizzava l’Amministrazione Comunale, un secolo addietro per ricordare l’unico intellettuale di tutta l’arberia, grazie al quale, la comunità sofiota assunse il ruolo di capitale della R.s.A.

L’intellettuale P. B., l’unico arbëreshë ad aver compreso il valore dell’idioma non scritto, per queste non si adoperò mai per scriverlo; lo stesso rituale che sino agli inizi degli anni sessanta con Bugliari, Capparelli e Miracco, ancora risultava essere intatto.

Negli ultimi cinque decenni tuttavia è stato deturpato a dismisura, in quanto, posto nelle disposizioni di letirë privi di ogni forma di cultura e garbo idoneo a tutelare “il rarissimo cerimoniale arbëreshë”.

La manchevolezza ha trasformato le ricorrenze, gli appuntamenti e qualsiasi sorta di occasione istituzionale, che con orgoglio si sarebbero potuti depositare negli annali della storia sofiota, in allegorie senza alcun valore.

I vigili urbani nelle manifestazioni istituzionali sono stati sempre presento e le immagini storiche confermano quanto detto; Gennaro Pizzi, poi in seguito rispettivamente, Giuseppe Marchiano, Cesare Cardamone e il figlio di quest’ultimo Francesca, non disertarono mai assieme a sindaco e assessori una manifestazione in cui il buon nome del paese doveva apparire; mai le istituzioni civili religiosi e militari, del paese si sono presentate in momenti istituzionali privi del gonfalone, la bandiera.

Le istituzioni tutte erano sempre in prima linea e seguivano gli emblemi, poi venivano appresso, le persone che credevano in quel momento di rappresentanza cittadina.

I partecipanti poteva essere tutta la popolazione, pochi o nessuno, tuttavia a mancare non erano mai e poi mai le vesti e le figure istituzionali del “ rarissimo cerimoniale arbëreshë”., co vigili urbani, bandiera italiana è gonfalone, senza di esse diventava una mera festa di carnevale, senza senso.

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ANTONIO CAPUTO,ORIGINARIO DEL CENTRO ARBERESHE, DI GINESTRA

ANTONIO CAPUTO,ORIGINARIO DEL CENTRO ARBERESHE, DI GINESTRA

Posted on 27 gennaio 2017 by admin

Antonio Caputo a dxGINESTRA (di Lorenzo Zolfo) – La notizia di una nomina importante, quale presidente del comitato “Salviamo la Costituzione del Piemonte e della Valle D’Aosta” del dott. Antonio Caputo, originario di Ginestra, paese posto alle falde del Vulture, di poco più di 700 abitanti, è subito rimbalzato come un tam-tam nel piccolo centro arbëreshë. Nato a Ginestra il 12.10.1949,Antonio Caputo, partito da piccolo,è diventato torinese di adozione.

Maturità classica presso il liceo D’Azeglio e laurea con lode in Giurisprudenza, all’Università di Torino, avendo come relatore Norberto Bobbio.

Avvocato di cassazione, abilitato all’esercizio professionale presso le Supreme Magistrature. Presidente coordinatore della Federazione italiana dei Circoli di “Giustizia e Libertà”.  Componente del Consiglio direttivo e cofondatore del Comitato nazionale per il no nel referendum costituzionale presieduto da Alessandro Pace è stato pretore onorario a Torino, giudice presso la Commissione tributaria regionale del Piemonte e Direttore dell’Ufficio del Massimario della Commissione. Ha ricoperto la carica di difensore civico del Piemonte fino allo scorso 2015. Ha proposto il ricorso contro l’Italicum avanti il Tribunale di Torino sul quale si è pronunciato la Corte costituzionale proprio oggi 25 gennaio. Avvicinato ha riferito: “ grazie a questa azione giudiziaria promossa in 22 tribunali, tra questi anche Torino e Potenza,la corte costituzionale è intervenuta, dichiarando illegittima la legge elettorale, la cosiddetta “Italicum”. E’ stata una grande vittoria che consente agli italiani di andare a votare con le regole democratiche”.

A Ginestra, vive Antonio Caputo, classe ’35, un nipote del padre Nicola, ultraottantenne, alla saputa di questa importante nomina del parente omonimo Antonio, ha detto: “ Antonio, nato da Pina e Nicola, fratello di mio padre, Mauro, ha vissuto a Ginestra solo una decina di anni, perché il padre, Nicola, lavorava alla Prefettura di Potenza, prima che lui nascesse. Nel ’60 ebbe il trasferimento in Piemonte, quale capo-gabinetto delle Prefetture italiane e se ne andò con tutta la famiglia. Nicola prima di lasciare Ginestra, fu inviato in guerra e fatto prigioniero in Germania, grazie agli americani, che hanno liberato l’Italia dal regime fascista,riacquistò la libertà! Antonio nei pochi anni che è stato a Ginestra, amava andare in campagna, nei terreni di proprietà della famiglia, la masseria “Caggiano”e con mio padre, Mauro, faceva lunghe passeggiate a cavallo. Già allora dimostrava di possedere scaltrezza e destrezza, due qualità che gli hanno fatto compagnia in seguito. Antonio, ritornava a Ginestra, quando sposò mio fratello Michele, gli ha fatto da testimone, era appena diventato maggiorenne. Fino a 20 anni fa aveva un’abitazione a Potenza, al rione Santa Maria, alla morte del padre, Nicola, l’ha venduta. Sono contento che abbia fatto tanto strada, frutto di sacrifici”. Antonio Caputo, che parla bene l’arbëreshë, nel 2015, insieme al Prefetto di Torino, è stato ospite a Chieri ( To) dell’associazione culturale “Vatrarbereshe”, che ogni anno promuove un concorso di poesie in lingua arbëreshë,presieduto da Vincenzo Cucci, originario di Maschito, che ha avuto modo di conoscerlo ed apprezzare le sue doti di cultore della lingua arbëreshë. Anche dal Vulture la   Rivista Webzine ” Basilicata Arbereshe”, con sede unica regionale in Barile (Piazzetta Skanderbeg .5) , tramite il Direttore-Fondatore Prof. Donato M. Mazzeo , referente LEM Italia, ha espresso alcune considerazioni in merito : “Sulla scia del grande Giurista Costantino MORTATI (di Civita-Cs) uno dei Padri della Costituzione Repubblicana, l’Arberia tutta è orgogliosa del ruolo di notevole prestigio, esercitato, dall’Avv. Antonio CAPUTO (originario di Ginestra) nell’ambito di funzioni importanti legislative. Nella nuova funzione legislativa , dopo essere stato eccellente “Difensore Civico” in Regione Piemonte. Ad maiora dunque!”.

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