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GIACULATORIA INNALZATA! ( per gli Arbëreshë ghe vieshëe e shëluer)

GIACULATORIA INNALZATA! ( per gli Arbëreshë ghe vieshëe e shëluer)

Posted on 19 settembre 2021 by admin

Miracco ii

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La chiamano l’Athena della cultura minoritaria e qui, come accadeva nell’antica Grecia, fattori di genere, abilità fisiche, condizioni economiche, qualità culturali rendevano concreto “l’esposizione”, ampiamente accettata e contemplata per secoli.

Oggi accade che le figure più in vista, sono scelte secondo una strana  “giaculatoria” innalzando  valori di culturali, frutto di studi altrui, come si faceva tra scolaretti quando si copiava il compito del compagno di banco, per poi nel cortile, a missione compiuta gridare:

NE HO FATTO FUORI UN ALTRO!

La premessa serve a individuare lo stato di fatto del luogo dell’inadeguatezza storica, ove senza soluzione di continuità, si carpiscono i concetti e le scoperte culturali di quanti sono cresciuti e formati a Napoli, come  successo nel decennio francese e invece di elevarli per rendergli merito, si buttano a terra volgarmente come una Vieshë buttata li per disonorare .

Sono sempre i comunemente a dominare la scena, con falsità, tenendo ben stretto a denti stretti, il filo che lega bugie su bugie,  una trama labile e perversa; essa da un momento collasserà, per il troppo carico di bugie, falsità e tradimenti;  nessuna intercessione celeste si produrrà per sostenere, quel luogo di pena infernale, castello di carta in salsa di favola e tradimenti.

Se un paese è appellato, capitale di cultura, similmente alla capitale della Grecia antica, le eccellenze che vi nacquero, andrebbero sostenute e poste in prima fila, non abbandonate per poi avvicinarle con lo scopo di creare canali di favore ed esporre i maltolti culturali agli ignari di turno, perché miseri formati, i quali per incompetenza storica preferiscono atto poco nobili, il cui risvolto  termina con il lascito del tempo che trovano.

Una carovana di saltimbanchi dei corridoi degli archivi pronti ad allargare la deriva; la cui meta si finalizza nell’atto di fare scena irreale, pesci da circo fuori d’acqua,  si agitano sventolano le pinne a modo di fazzoletti al vento, aooariscono muti senza nenia, un elevato inutile che subito dopo precipita a jàcere.

Se il luogo della “giaculatoria” è inteso come porto sicuro, per gli instancabili pescatori di storia, questi dovrebbero essere protetti, non perennemente buttati a mare e come se non bastasse, nel momento del massimo confronto culture, preferirli alla povertà di contenuti, alla ricchezza culturale ereditata.

Da quando l’uomo è diventato civile, a trionfare non è stato la “giaculatoria” del buttare, perché la forza del contro canto innalzato con sentimento e credenza è più pregante e vince perché sostenuta cose con senso e radice:

VERGOGNA! VERGOGNA! VERGOGNA!

( Turpë! Turpë! Turpë!)

Si potrebbe ipotizzare che fare errori è umano, ma quando la deriva della non cultura, persiste da oltre un millennio, si potrebbe ipotizzare che  luogo, l’aria, il vento, il sole o l’acqua che sono malevoli, ma una buona dose di colpa senza ombra di dubbio spetta al genere umano che risiede.

Chi vi soggiorna è una comunità abbandonata a se stessa, nonostante abbia avuto innumerevoli possibilità per emergere non è stata mai in grado di attingere cose buone, preferendo  sempre il faceto e volgere lo sguardo dove tira il vento e la sabbia fine imperterrita da fastidio alla vista e con la sua consistenza appiattisce la prospettiva culturale.

  • Se oggi il luogo è noto sin anche per viltà  germana, non ha consapevolezza del perché il re preferì reclutare a meta settecento, un prete locale,  eccellenza di fedeltà cristiana e sociale a cui affidare la credenza e le anime di quanti componevano l’esercito noto come Real Macedone;
  • Se nel vasto Regno di Napoli nel 1798, in questo luogo, nessuno ha avuto il coraggio di innalzare l’albero della pace, nonostante un suo figli era ministro di quel governo, che doveva essere unico e indivisibile;
  • Anzi va aggiunto che quando quel governo terminò la sua breve parabola e il figlio“esposto, fini per essere cattivamente afforcato”, preferirono ignorare l’accaduto, rievocandolo addirittura solo un secolo dopo la disfatta, rimanendo nel contempo a vivere come topi nelle proprie dimore estrattive;
  • Se per cinque giorni, pochi anni dopo lo scorrere di quel secolo, ignorarono il Vescovo, per essere terminato rimanendo tutti fermi vigili e nascosti, dopo essere stato spogliato di ogni bene, in quelle cinque vergognose giornate che non terminano mai;
  • Se non si ha memoria del prete, che per la sua morale religiosa e civile fu nominato Vescovo di rito Bizantino nel tempo in cui il sole traccia un giorno, perché serviva elencare cosa fosse ancora indenne dell’istituzione fiore all’occhiello del bizantinismo meridionale e deciderne le sorti;
  • Se non si ha consapevolezza di segnare, marcare o circoscrivere dove è avvenuto il primo delitto istituzionale del meridione in età moderna;
  • Se ancora oggi non si ha alcuna consapevolezza di cosa rappresenti e denoti la vestizione tipica femminile arbëreshë, giornaliera, di festa e di matrimonio, unico componimento artistico non scritto, perché consuetudine ereditata oralmente;
  • Se non si ha consapevolezza delle cose da preservare per evitare questo stato di cose che non avrà mai fine cosa si puù mettere in campo di costruttivo senza aver preso provvedimenti relativamente a tutto ciò?

Tutte queste citazioni assieme a tante altre che rimarranno ignote, per la troppa fiducia i verso proponimenti di seggiola jàcere; allo scopo servirebbe cambiare totalmente registro e aprire la scena  a quanti la ricerca sono in grado di confrontarla con il territorio, essi sono gli unici capaci a farlo perché hanno seguito percorsi accademici e curriculum specifici, quelli indispensabili a leggere forme di progetto storico di natura e uomo.

Per terminare e rendere merito a un “figlio alto” che pochi conoscono ma molto ha fatto, , si vorrebbe rilevare il valore di questa figura locale del secolo scorso; egli dopo aver costruito il focolare  per la madre Carmela, si sedeva con lei  e annotava ogni cosa per confrontarla con i lucidi anziani che lui spesso si recava a trovare.

Il fine di questo antico modo di tutelare era quello di comprendere in maniera razionale, come realizzare i solchi dove depositare i semi della cultura identitaria locale, nel giardino, dell’INA Casa,  e pochi anni dopo la sua dipartita quei germogli sono diventati,  quello di cui disponiamo oggi  e senza misura disperdiamo; lui si chiamava “T. Miracco”.

Di lui non c’è via, non c’è luogo, non è stata predisposta la ben che minimale manifestazione, evento o nota in suo ricordo, nonostante oggi, la consuetudine locale vive  delle sue regole, nella festa padronale e a tante altre manifestazioni durano per  l’impegno profuso quando si applicare alle cose arbëreshë.

La sua opera, avremo modo di approfondirla, con più particolari, in quanto era una vera forza naturale e trainante della consuetudine arbëreshë; va accennato che segnò la nascita e il proseguo della Banda Musicale, del Gruppo Folcloristico, le regole che seguivano prima, durante e dopo il matrimonio, i festeggiamenti religiosi locali, la pronunzia, senza mai tralasciare ogni piccola ricorrenza, indispensabile allo svolgersi delle stagioni arbëreshë.

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RICORDATA PER VOLERE DI LUIGI DE MAGISTRIS IL PORTO SICURO DI DONICA ARIANITI COMNENO LA MOGLIE DI GIORGIO CASTRIOTA

RICORDATA PER VOLERE DI LUIGI DE MAGISTRIS IL PORTO SICURO DI DONICA ARIANITI COMNENO LA MOGLIE DI GIORGIO CASTRIOTA

Posted on 16 settembre 2021 by admin

LAPIDE DI VIA SANTA CHIARANAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Per discutere dei tanti luoghi della storia arbëreshë qui a Napoli, non molti mesi addietro, ebbi modo di affinare un episodio fondamentale, grazie alla guida attenta dallo studioso ing. Giovanni Panzera, relativi agli eventi, secondo i principi dell’ordine del drago, videro accolta  a Napoli la moglie dell’eroe nazionale Albanese Giorgio Castriota, “comunemente appellato Scanderbeg”.

Alla luce dei fatti, risulta che dal 1468 al 1502 la regina dimorò a Napoli e dall’agosto del 1469, presso S. Chiara, per chiudersi nel più riservato dolore di regina e madre afflitta dedicando, il suo tempo alla preghiere, sino a quando per volere della Regina Giovanna di Trastámara (anche Giovanna III) per avere un fido supporto come madama di corte.

Tornando ai giorni nostri, questa storia di accoglienza, non avrebbe avuto la giusta misura di lustro se grazie alla mia ventennale amicizia che mi lega al collega e Consigliere Comunale di Napoli, architetto Gaetano Troncone il quale si è subito prodigato a farmi conoscere il sindaco Luigi De Magistris, quest’ultimo nell’immediatezza del nostro incontro, ben accolse la proposta di allocare una lapide in memoria, di quanto gi veniva esposto con dettagli e particolari inediti, specie qundo veniva sottolineato, il dato secondo il quale la nobile mogli dell’eroe Albanese, a Napoli  trovo il porto mediterraneo sicuro, dove poter vivere ricordando e onorando l’eroe Albanese deceduto.

Questo incontro avvenne nel mese di febbraio nella sede comunale di Palazzo San Giacomo di questo anno, a seguito mi affrettai a disegnare il manufatto marmoreo da apporre.

Nel contempo, coinvolsi il Sindaco, il Vicesindaco e studiosi locali di Greci, l’unico Katundë Arbëreshë, dove ancora si parla l’antica lingua e si vive secondo regole consuetudinarie antichissime.

L’amministrazione Comunale di Greci ha subbito predisposto misure per ricambiare, in forma di rispetto, l’accoglienza che i partenopei rivolsero alla nobile donna, l’atto si concretizza nel donare il manufatto in marmo per ricordare il luogo della memoria del condottiero scomparso, con una duplice dicitura in italiano e in Arbëreshë.

Il sindaco de magisteri ha preso a cuore la storia di Scanderbeg e della moglie Donica Arianiti Comneno e nel breve temine ha riunito la commissione toponomastica, la quale letto e trovato conferme, ha approvato l’apposizione della manufatto marmoreo, nei pressi del Monastero di Santa Chiara, lungo l’omonima via, dove a breve avrà modo di essere allocata il marmoreo di ricordo.

Una nota di merito va al Consigliere Comunale Gaetano Troncone, per aver innescato tutto ciò, ma un plauso inestimabile, che tutta la Regione storica Arbëreshë e l’Albania deve riconoscergli, va al Sindaco Luigi De Magistris, il quale pur dovendo amministrare una città che conta milioni di abitanti, e le relative problematiche a cui va rivolto  tanto impegno, ha espresso interesse particolare al momento storico, svoltosi nei pressi del complesso di Santa Chiara; diversamente da tanti altri amministratori minori, i quali avendo meno impegni, sprecano e cancellano la memoria delle cose arbëreshë, preferendo esclusivamente attività  senza radice che terminano, nel lasciare il tempo che trovano.

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LE COSE CULTURALI PREROGATIVA AI TEMPI DI LLALË COSTA B., POI VENNE IL NULLA

LE COSE CULTURALI PREROGATIVA AI TEMPI DI LLALË COSTA B., POI VENNE IL NULLA

Posted on 20 agosto 2021 by admin

COsta

Nell’era moderna, per “Bene o Cose del Patrimonio Culturale” s’intende cosa e quanto contribuisce per tracciare la storia di una ben identificata macro area.

Il patrimonio, per questo, abbraccia un vastissimo numero di elementi definiti e indefiniti, ragion per la quale i legislatori per evitare di omettere ogni bene, li identifica come:

“cose del patrimonio storico culturale”

Di esse sono parte inscindibile:

  • i Beni d’interesse archeologico, mobili o immobili, testimonianza irripetibile, di un territorio;
  • i Beni d’interesse storico e artistico, mobili o immobili aventi relazioni con la storia culturale;
  • i Beni di natura ambientale come i paesaggi, naturali o trasformati dall’uomo e le strutture insediateve (urbane e non) valori di civiltà, espressione del genius loci;
  • i Beni “librari” quali manoscritti, carte geografiche, incisioni, produzioni letterarie etc.

Un ventaglio di cose che sfugge alla sensibilità condotta dai comunemente, i quali per scarsa formazione e rispetto delle cose del pesato, le identifica come superfetazioni o elementi vetusti, di poco conto, dei quali si ritiene più comodo farne a meno, sostituendoli o rifinendoli con inopportuni apparati.

Questo succede per strade, piazze luoghi ameni, edifici privati, pubblici e di culto; è proprio di quest’ultima categoria che si vuole menzionare un aneddoto, che per molti a suo tempo sembrò una reazione inopportuna, ma con il seno del tempo, oggi dobbiamo rendere merito all’intuito dell’anziano tutore delle cose e della storia arbëreshë di Santa Sofia.

Era la fine degli anni quaranta del secolo scorso e la chiesa matrice dedicata a Sant’Atanasio, allocata nell’omonima piazza dedicata al piccolo, veniva segnata con apparati caratteristici della chiesa latina.

Il progetto voluto dall’allora Parroco G: Capparelli, mirava a sostituire la cadente copertura a due falde contrapposte, con una più moderna a forma di carena rovesciata in cemento armato.

L’esperimento strutturale, adottato e collaudato dai tecnici vaticani, i veri progettisti, rispondeva a questa esigenza diffusa, nell’aquilano, in mote chiese di quella regione.

Il progetto mirava a calettare all’interno del perimetro murario antico, un telaio strutturale di pilastri, travi perimetrali e soletta verticale di irrigidimento, per sorreggere volta e campanile.

Per l’epoca il progetto si riteneva all’avanguardia e migliorava la fruibilità in sicurezza del sacro volume Sofiota, ad opera di manovalanze locali e maestranze indigene.

Quando l’opera era al termine e le risorse risultate, grazie alle donazioni dei fedeli, soverchianti, indusse l’entusiasmo del prete locale a sostituire anche la storica porta dell’ingresso principale a due battenti, in legno massello, rifinita da un particolare bugnato.

Opera di un falegname, che per sfuggire al carcere certo nel 700, trovo riparo in chiesa e per ricambiare la popolazione per  garantito il rifugio, si adopero a realizzare tutte le opere di falegnameria di cui la chiesa mancava, dai tempi dai sua edificazione.

Nel cantiere di fine quaranta del secolo scorso, ormai al termine dei lavori della copertura, si aprì una discussione tra contrari e favorevoli, i di più per sradicare l’antico varco di legno, per uno più moderno, lucido, nuovo e duraturo.

La sera quando il cantiere chiuse, uno degli operai, nel transitare davanti alla casa di llalë Kosta (Zio Costa), essendo lui uno degli attenti finanziatori locali, domandò, all’operaio, come si procedeva e se le cose andavano bene, nell’avere come risposta, la novità di voler sostituire la storica porta principale, per una più bella, lasciò a dir poco perplesso il vecchi saggio.

All’indomani di buon ora, il saggio Sofiota, si fece trovare  davanti alla chiesa e quando, prete, geometra e i referenti mastri del cantiere furono tutti presenti, pretese che gli si rendesse conto di cosa li avesse spinti a quella malevola manomissione.

Segui un vivace confronto verbale, dal quale emersero tante cose buone per conservare e tutelare lo stato del sacro varco, rispetto alle irresponsabili motivazioni per dimetterlo e con il ricavato riscaldare il focolare di qualche capomastro, ragion per la quale, llalë Costa Baffa, ebbe ragione su tutti.

Nel mentre, si allontanava l’anziano tutore di cose antiche, non fece a meno di brandire il suo bastone esclamando: è fatto dello stesso legno della porta e se qualche addetto, ha dubbi sulla solidità di questa essenza, si faccia avanti e in ogni momento sarò pronto a dimostrare la durezza di questa essenza, dandolo in testa, a quanti mettono in dubbi la solidità di quel varco lavorato.

Sono trascorsi quasi otto decenni da quel dì, la porta maggiore della chiesa di Sant’Atanasio, continua ad aprirsi e chiudersi segnando tempo ed epoche, nessuna delle mattonelle del suo raggio d’azione ha scalfitture alcune, dando ragione alla previsione del vecchi saggio Sofiota.

 

P.S. il racconto è gentilmente staro reso noto da Benito Guido, che come llalë Costa interviene ogni volta che si manomettono le cose del nostro paese, purtroppo non ha il bastone, allora accade che i comunemente prevalgono sulla saggezza e la durevolezza della storica essenza.

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DUE LINGUISTI E UN GIURISTA NON POTEVANO FARE UN PROGETTO DURATURO DI TUTELA

Protetto: DUE LINGUISTI E UN GIURISTA NON POTEVANO FARE UN PROGETTO DURATURO DI TUTELA

Posted on 06 luglio 2021 by admin

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COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

Protetto: COME PROTEGGERE LA REGIONE STORICA ARBËRESHË DAI COMUNEMENTE

Posted on 11 giugno 2021 by admin

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DA ATTORI PROTAGONISTI A TURISTI DI PASSAGGIO

DA ATTORI PROTAGONISTI A TURISTI DI PASSAGGIO

Posted on 06 giugno 2021 by admin

GJITONIA

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Per realtà degenerata, mediocre o senza storia, s’intende l’atto di imporre percezioni sensoriali, attraverso informazioni che degenerano la prospettiva del vivere natio, specie nel baricentro dal costruito storico,  quando a valorizzare  l’uomo e la natura, sono immagini senza storia.

Le cose della radice umana, manipolate di sovente dai comunemente, propongono atti pittorici, lì, dove l’uomo non è più attore delle sue cose e del suo vivere quotidiano, ma un semplice spettatore passivo o in veste di turista che passa e va.

Unica risorsa ancora viva, disponibile al genio locale, rimane la ribellione dei cinque sensi, che imperterriti non si adattano a queste espressioni del vissuto figurato, oltretutto pensato da altrui menti, sicuramente successo in stupore e divertimento per i viandanti; ma colpo al cuore per quanti sentono, vedono, odorano, assaporano, parlano senza riverberi tipici del focolare materno.

Un tempo era l’uomo che faceva il ciabattino, il fabbro, il maniscalco e ogni sorta di mestiere con i passanti locali spettatori.

Quando da piccolo si aveva “ghë nge” letteralmente tradotto “una voglia” ancor più nota dall’arbëreshë volgare come “gnë n’guli” erano le nostre madri  a soddisfarle con prodigiosi manicaretti la nostra esigenza di irrequietudine e non certo ci affidavano alle trovate, delle altrui genti o  ignoti passanti.

Un tempo erano i bambini che riempivano piazze e anfratti con la libertà dei loro giochi.

Un tempo erano le nostre madri e le nostre sorelle a riunirsi negli anfratti storici, contro vento e riempire quei luoghi ameni, annotando e intrecciando la storia locale durante i pomeriggi assolati.

Un tempo era la comunità a fare festa per identificarsi in valori della propria religione.

Una volta eravamo noi i protagonisti della nostra vita, dentro le scene del quotidiano vivere in comune.

Un tempo erano le nostre madri, che risparmiavano in tutto, compresa l’acqua sporca, riversata “Kasanë” ambiti naturali dove, le correnti ascensionali, assorbivano i maleodoranti miasmi e la terra rigenerava i reflui per produrre eccellenza.

Un tempo le nostre madri si riunivano per tessere e consolidare rapporti parentali, predisponendo strategie di mutuo soccorso.

Un tempo erano le nostre madri a vivere serene, perché i luoghi dei gioco dell’adolescenza erano sicuri e sotto l’occhio vigile degli adulti che divertiti assistevano.

Un tempo le nostre madri si vestivano a festa per fare atti coerenti, garbatamente vestite e senza eccedere negli atteggiamenti di confronto.

Una volta le nostre madri ci abituavano ad affrontare la vita, rispettando gli altrui generi, mai ritenuti in alcun modo mira di scherno o usati per dominarli o sottometterli, in quanto, ritenuti nostri pari con abilità uniche (a tal proposito si possono fornire prove e avvenimenti).

Un tempo le mostre madri, quando stanche restavano davanti all’uscio di casa, il luogo di spogliatura dei prodotti del trittico mediterraneo, attendevano il premio della loro abnegazione in forma di  ritorno dei propri cari dalla campagna, non per finta ma per vita vissuta.

Un tempo la vita del paese era fatto di noi tutti, sia si trattasse del centro storico, sia delle frazioni o di ogni Kota/Rashë di terreno lavorato.

Quelli erano i tempo in cui le uniche onde  del mare nostro, erano  prodotte dallo scorrere lento del Galatrella; carezze simili alle materne, e  ti crescevano c senza pericoli, perché fatte di lievi abbracci di docili  acque.

Oggi la realtà degenerata, mediocre o senza storia, mira a rubare il futuro, impone scenari per le nostre cose e dalle vie quotidiane, trasformandoci in spettatori senza forza e cosa più grave siamo scippati sin anche dall’attivare i nostri cinque sensi.

Il genere umano è strano, anzi potrebbe dirsi degenere o perverso, in quanto, invece di rendere la vita partecipata nei centri minori, si preferisce illustrarla secondo le metriche di giullari senza futuro, che producono abusi edilizi perché modificando sin anche il senso certificato delle cortine edilizie.

Tuttavia, per quanti non hanno  letto un libro, non hanno partecipato al vivere civile delle piccole comunità, è bene far sapere che lo scorrere del tempo non è dettato dalle onde del mare in burrasca o da voci altre; gli ambiti dei piccoli centri antichi, le prospettive le disegnano, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, quanti vivono e attivano i cinque sensi, coerentemente da oltre sei secoli di vita condivisa tra generi e ambiente naturale in crescita. 

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PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Protetto: PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Posted on 25 maggio 2021 by admin

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DALLE CITTÀ, SI TORNA A RESPIRARE CON LA FILIERA CORTA DEI CENTRI RURALI DIFFUSI

DALLE CITTÀ, SI TORNA A RESPIRARE CON LA FILIERA CORTA DEI CENTRI RURALI DIFFUSI

Posted on 23 maggio 2021 by admin

19517

NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – La fuga dalle Metropoli, consigliata da quanti, le allestirono, con quartieri e rioni senza identità, palesa in che misura si conosce la storia, visto che  sommariamente suggeriscono di correre verso il buio medioevale dei “Borghi”.

Quanti attraverso i media riferiscono di allontanarsi dal purgatorio metropolitano, indicando quale alternativa ideale l’inferno medioevale,  denota quale impegno in fase formativa hanno seguito in campo storico e sociale, al punto tale da ignorare l’esistenza dei paradisi abitativi minori, dove ha trovato loco ideale, il trittico mediterraneo.

L’incauto, suggerimento evidenzia la non padronanza storica e lessicale di quanti si riconoscono nella categoria degli ” archi crusconi” notoriamente irrispettosi dell’Accademia Sopraffina.

Nasce così la parabola antropologica senza ne storia e ne radice, ideata per contrastare il senso della storia e la cultura locale, ben prima della Pandemia, iniziasse a evidenziare la deriva. 

Se le stesse figure, ancora oggi, sono in prima linea a dispensare consigli secondo i quali, è opportuno corre  verso i luoghi meno adatti alle esigenze del “nostro prossimo futuro”,  indicando soluzioni in muri classisti e fossati invalicabili per gli uomini normali, non è certo un bel consiglio.

Gli “archi crusconi stellati” dopo aver allestito boschi verticali, al nord, foresta d’acciaio che generano d’ombra, al sud, boschi multi piano e ogni sorta di alchimia mediterranea, oggi allestiscono senza titolo il progettano preliminare, per il futuro; e alla luce di ciò, non sarà certamente roseo, se prodotto sulle ceneri dei borghi del medio evo.

Oggi bisogna concentrarsi e leggere le nuove forme sociali all’interno dei piccoli centri antichi, non come  gruppo di nostalgici compagnoni, con il cuore sagomato sull’estate del 1967, epoca che doveva cambiare tutto, facendo solo ed esclusivamente il contrario del corrente vissuto.

La deriva di ciò ha inizia quando nel tempo dell’industrializzazione, furono costruiti gruppi di residenze, rioni/quartieri in prossimità degli insediamenti industriali, in forte ascesa, con una solida ragione esclusivamente economica.

In seguito, per la crescita sociale, si ritenne continuare con lo stesso accatastamento di individui, avendo cattiveria sufficiente, per sottrarre la fonte industriale e raggiungere l’ironico traguardo privando i rioni sin anche dei minimali sistemi di collegamento, innescando così la ribellione del malaffare organizzato, la cui risposta sociale al questo fenomeno si concretizzò nel costruire i carceri di prossimità sub urbani.

Trovandosi, adesso, ad abbandonare le città, quale peggiore modello indicare, se non quello ancor più buio e dismesso, proprio  perché non in grado di rispondere alle strette necessarie medioevali, noti oggi in appellativo di ” Borgo”.

Il frettoloso percorso concettuale a ritroso, immaginato senza respiro, non lascia spazio alla ragione e alla storia, perché dalla fine del secolo scorso, è andata ad affermarsi la cultura diffusa, in forma  più turistica che paesaggistica sostenibile, dove si è mescolata ogni cosa per meglio operare disinvoltamente.

L’evidente risultato porta a essere comunemente abbagliati dalle stradine storte e massiccia di pietra, il profferlo a stringere vichi, il rudere archeo-religioso, in tutto, elementi sminuiti del valore e le sofferenze sociali, considerando ogni cosa come alternativa benevola, al martoriato respiro cittadino.

Appena è stata negata la libertà di fare viaggi esotici, anzi direi ultra-turistici, ci rendiamo conto da dove siamo venuti e ci inginocchiamo al nostro patrimonio genetico-architettonico, promettendo di tornare alle abitudini, di cibi,  regole e tempi di una realtà che non abbiamo mai studiato se non per sentito dire, pur avendole avute da sempre alla nostra portata.

Il modello alternativo tanto diffuso noto come “Libertà di espressione e pensiero” ci ha fatto precipitare, in una Metropoli diffusa, che solo oggi, nel costatare il danno prodotto, ci fa correre indietro sperando di recuperare il danno prodotto.

Sicuramente la priorità delle cose, le arcaiche privazioni, la fatica per mangiare, il disagio quotidiano e le consuetudini che sopravvivono, li dove la campagna ancora riverbera suoi, valori, attività e cose antiche, non posso essere certamente ricordate da quanti non sanno perché “arche di crusca”  e sanno comunemente solo di borghi.

Sono proprio loro a non rendersi conto, che abbiamo vissuto, abitato e prodotto, economia, per millenni in luoghi senza frontiere e prospicienti la campagna, ambiti minori che diedero la radice alla città, la quale divenuta arroganza credeva di poter essere migliore e sostituirsi a ogni cosa.

Solo oggi diventa ipotesi esistenziale da utilizzare, quale prospettiva, in grado di offrire spazi e luoghi alle nuove energie, idee, forme sociali e aggregative, che prima di essere violate, andavano riproposte, rese note  con parsimonia, garbo e nel pieno rispetto della storica consuetudine.

Sono gli archiRè e quanti hanno visibilità in prima linea che si pone l’invito ad essere rispettosi della storia, prestare attenzione a quanto   dicono e propongono, specie quando,alternativa alle città metropolitane è il comunemente Borgo.

Scappare dalle città metropolitane dove la storia moderna ha raggiunto il suo apice di sostenibilità, per raggiungere i borghi che segnarono il confine tra vita e natura è come scappare dall’olio moderno della padella e cadere nella brace del fuoco camino.

La soluzione: sta nel mezzo e si chiama “paesi diffusi”, luoghi senza murazioni e ne fossati, in quando centri minori costruiti secondo le disponibilità della natura, quando facilita l’opera dell’uomo, il genio locale, questa è la vera rinascita a cui gli uomini e le espressioni dell’architettura, nota la storia, dovrebbero indicare.

È terminata l’era della “brigata degli archi crusconi” non è più il tempo di sintetizzare ogni cosa, tralasciano epoche, espressione artistiche, in forma di urbanistica e architettura per le esigenze degli uomini che rispettavano luogo ambiente, natura e società.

Nel terzo millennio una vite, un ulivo e una distesa di cereali sono la garanzia sostenibile lasciata in eredità dai nostri nonni i quali, bonificarono, la campagna grazie ai piccoli centri minori delle colline del meridione, gli stessi che oggi vorremmo abitare da post-cittadini, perennemente interconnessi, e mediatici, pronti a calpestare ogni cosa come di sovente fanno “gli archi crusconi”.

Un progetto di insediamento urbanistico che è anche una sorta di programma di ri-educazione etica ed estetica, non è impossibile da realizzare; tuttavia deve partire dai centri antichi di origine arbëreshë che ancora resistono nelle colline del meridione italiano e possono essere utilizzati come radice benevola.

Il post- Paese, Frazione, Poggio, Casale, Castro, Motta, Villaggi, Vico, Contrada, Shesho o Katundë non sarà più quello che è stato per secoli, perché i componenti la gjitonia, quelli che si confrontavano secondo le regole dei dei cinque sensi, i cui confini arrivavano sin dove la vista e la voce, adesso dovranno essere supportati delle innovazioni digitali, avendo ben chiaro sempre il tema primario dei loro confini identificativi.

L’urbanistica delle grandi e piccole dimensioni, deve fare i conti con una nuova sequenza di flessibilità che riguardano tutte le attività umane, sia nel luogo abitato e sia nel luogo produttivo, filiera corta sostenibile e rispettosa dei tempi e le peculiarità di un ben identificato territorio.

Possiamo immaginare che gli insediamenti originari possano dar luogo a forme dialettiche innovative oggi impensabili, e parti di città tornino ad essere centro antico, riverberando nella costellazione disseminata sul territorio circostante diventino,” poli sostenibili di un programma diffuso”.

Il fine deve mirare ad attinge dal modello originario attraverso cultura locale, sulle forme più ambite di ricettività ambientale e soprattutto la celebrazione costante del sistema agro-alimentare detto trittico mediterraneo.

Solo se saremo in grado di attuare il duplice sistema progettuale: ambientale e urbanistico, potremmo ambire a valorizzare tutto il territorio collinare, creando il più imponente piano di investimento della storia di questo paese, con la conseguente eliminazione di una consistente fascia di disoccupazione (giovanile e senile), ma per questo ci vorrebbe un’istituzione come è avvenuto ogni volta che nel nostro paese si sono mosse le persone capaci, non quelli che valgono uno, ma che sanno come fare almeno il doppio.

Naturalmente questo è un sogno che non tiene conto delle complessità politiche e culturali di un paese frantumato e confuso ma, come è avvenuto per gli arbëreshë dal XV, i quali senza risorse e con la sola forza delle braccia e della mente, hanno costruito un modello sociale che ancora è vivo e pochi conoscono, luoghi socialmente sostenibili, capaci di superare senza problemi, sin anche i travagli dell’integrazioni diventando per questo i più solidi centri antichi del mediterraneo.

Un modello da cui partire per ricomporre il vocabolario dei piccoli centri antichi, della campagna, e del loro coesistere all’interno di un diverso sistema antropocentrico e ambientale, senza gerarchie e conflittualità da riversare e dare sollievo alle città.

Una nuova “geografia prima di tutto sociale, più economica e urbanistica, espressione di valori”, capaci di tutelare la qualità dei territori, la vera eredità di ogni buon cittadino dei tempi passati odierni e futuri.

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LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

Posted on 19 maggio 2021 by admin

Annetta1NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Il monte Olimpo con le sue figure più rappresentative ha ispirato storicamente le vicende e le consuetudini degli arbëreshë nel corso della storia sin anche gli aspetti più reconditi della tipica consuetudine.

Prima di attingere e presentare come mitico personaggio Giorgio Castriota, raffigurato nelle gesta e gli emblemi di difesa, è opportuno delineare cosa abbia caratterizzato la definizione, durante lo scorrere del XVIII secolo, degli elementi caratteristici e caratterizzanti il costume della pre-Sila, in media valle del Crati.

In questo breve si vuole rilevare cosa rappresenta, il panno in porpora(Panj), che la signora Annina F. da Santa Sofia, (in figura), porta avvolto sul braccio sinistro, storico messaggio di consuetudine per ogni moglie e madre, regina del fuoco domestico.

Premesso che il costume della media valle del Crati rappresenta la radice, in forma di arte sartoriale, o meglio, atti di credenza civile è religiosa, arbëreshë; è un identificativo completo della sposa, moglie e madre, rispettivamente arco di tempo a seguito del quale  all’interno del perimetro costruito, dove vive la famiglia, diverrà  il luogo dove la donna, sposa e poi madre assumerà il ruolo di regina del focolare .

Lei come, Hestia, la prima figlia di Cronos e Rhea, per non sottrarre il trono al fratello minore Zeus, assume il ruolo, in tutte le dimore degli uomini, identificandosi, dea del focolare domestico acceso.

Per questo essa è la dea della casa, degli affetti e dell’ospitalità, perché nel centro della casa, trova luogo il focolare, il suo storico altare.

È qui che ricevere ogni bene, assumendo il ruolo di forza trainante della casa, sacro diventa così il focolare, amministrato senza soluzione di continuità; qui trovano asilo i supplici, qui si sacrifica la sposa, essa non è onorata solo al centro delle singole case, ma contemporaneamente nel focolare comune che le comunità accendono quando si riuniscono in pubblica piazza.

Solo attraverso il fuoco possono costituirsi e fiorire nuove famiglie, esso rimane indistinto nel mondo figurativo perché rappresenta la fiamma in continuo mutamento.

Il fuoco è il fulcro, centro, di ogni casa, nell’antichità quando una parte dei suoi figli partiva per insediarsi in nuove terre parallele, si affidava una favilla di fuoco, da poetare nella mano sinistra, al fine di accendere nuovi focolai e potersi ritrovare a casa attorno a quel luogo, che grazie a una favilla della madre casa continuava legittimamente a progredire.

La sposa arbëreshë quando diventa moglie porta sempre il suo panno color porpora nel suo braccio sinistro, specie nei giorni di festa, quando deve ricordare alla sua famiglia che anche quando e festa, che il fuoco della sua casa e sempre vivo.

Il costume arbëreshë della pre-Sila, in media valle del Crati è uno elemento caratterizzante che non trova eguali in nessuna macro area della regione storica.

Spetta alla posa, poi moglie e in seguito madre, ogni volta che indossa quelle vesti, inviare messaggi di continuità storica, spetta alle nuove generazioni comprenderne il valore e il senso di quei messaggi.

Sono questi che una volta fatti propri, in lingua madre nell’atto della vestizione, è opportuno saperli esporre in forma di vestizione e messaggi, con modestia, garbo e buon senso, come dicevano le nostre madri;  magari rimanendo in silenzio, per consentire alla “favilla madre” di illuminare ogni cosa, esposta agli osservatori incuriositi.

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L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË  (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

Protetto: L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

Posted on 13 maggio 2021 by admin

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