Archive | Storia

I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

Posted on 05 aprile 2021 by admin

DA PATUNDË A KATUNDËNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Il patrimonio storico fatto di cose, persone e fatti riferibili alla Regione storca diffusa Arbëreshë, non è stato il tema d’interesse per le istituzioni di ogni ordine e grado, nonostante, evidenti indicatori rilevassero le eccellenze ancora presente in questi anfratti insulari e peninsulari del meridione italiano.

Allo stato dei fatti, vive senza soluzione di continuità un fenomeno di resilienza attiva, il cui valore poggia nei principi di convivenza di uomini, cose in armonia con la natura.

In altre parole sono luoghi della memoria innalzati secondo antichissime consuetudini, esperimento difensivo, tra i più singolari, perché non  nascono come forma difensiva, verso nessuno, per questo la regione storica, che per tradizione realizza tali centri, assume il ruolo di fucina per il confronto sostenibile tra, uomini, società, culture e religioni.

Ambiti costruiti in cui l’uomo utilizza le risorse fornite dall’ambiente naturale, attraverso antichi protocolli ereditati grazie a codici non scritti ma tramandati oralmente per innalzare presidi per comuni intenti tra dinastie generi e religioni.

Gli arbëreshë per questo si possono considerare il popolo capace a intercettare i luoghi ideali per divenire a tale risultato, senza forme invasive o che possano mettere in crisi gli equilibri naturali, nell’adempiere alle operazioni per la difesa degli spazi naturali e costruiti.

Un modello che avvia una nuova era, priva di barriere o murazioni per la difesa fisica degli uomini,; non come avveniva in altri ambiti circoscritti dove  se ricco avevi il privilegio di vivere dentro le mura dei borghi, se povero nei pressi delle murazioni dalla parte esterna alla mercé di ogni invasore.

Il modello aperto dei centri antichi nati in età moderna nascono secondo una nuova prospettiva che si basava sul principio dell’accoglienza perché modello urbanistico aperto in cui la risorsa per la difesa era rappresentata dal luogo; nascono così, lentamente, prima in forma estrattiva e poi additiva gli Sheshi, “i Labirinti Costruito”.

Essi sono composti di moduli abitativi essenziali, strade e spazzi disposti secondo l’orografia e sulle pieghe del parallelismo ritrovato si dispongono per accogliere e potersi espandere come cerchi concentrici all’infinito, perché senza barriere.

Un patto stretto tra uomo e territorio in cui tutti ne traggono beneficio e valore; nascono così due elementi caratteristici: il primo sarà esempio di razionalismo abitativo; il secondo, la radice della moderna industria, basato sui principi di famiglia Kanuniana, la filiera corta o  “proto industria”.

I centri antichi detti di radice arbëreshë, nascono per accogliere, nascono per convivere, nascono per rendere il luogo vivibile secondo consuetudini antiche che non temono lo straniero, quest’ultimo non si avvicina per invadere o distruggere, non si avvicina per dominare, essi arrivano perché i Katundë arbëreshë, hanno tante strade che  accolgono, per offrire un’opportunità per una nuova vita

Esempio unico nel genere, sono espressione di confronto tra popoli in leale convivenza senza che alcuno debba compromettere la propria identità pur avendo  prospettive non simili.

Prova di questa ideologia che unisce è il tratto della via Hegatia, dell’antico Epiro che da Durazzo sino al confine con la Grecia, era noto come luogo dove trovavano allocamento, in comune convivenza, Chiese Latine, Chiese Ortodosse, Chiese Bizantine a cui nei pressi dimoravano moschee eogni altro presidio di credenza. 

Questo è un processo sociale disegnAto nel territorio con architetture e modelli urbani, secondo esperienze dove i protagonisti sono gli arabi con le loro idee, poi i romani a incidere il primo solco, rifinito in seguito dalla credenza bizantina, contestata dai turchi, per essere difesa, valorizzato e sostenuta  dagli Arbëreshë.

Tutto questo avveniva all’interno di semplici architetture, i tasselli fondamentali dell’urbanistico detta di città aperta o policentrica, la stessa dei processi delle città o metropoli dei nostri giorni.

Gli originari tratti distintivi di questo processo, in forma tangibile e intangibile si possono leggere nell’impianto urbanistico dei tipici rioni, ancora intercettabili e conservati nei tratti originari secondo i quali si svilupparono i Katundë arbëreshë.

Questi in specie e meno quelli indigeni limitrofi, non avendo avuto alcuna tutela si presentano stravolti negli aspetti  esteriori, compromettendo fortemente il paesaggio, tuttavia all’interno rimangono intatti i valori immateriali che  riverberano consuetudini mediterranee, importate dalla terra di origine, amalgamate con i segni delle civiltà che vissero in precedenza queste terre.

Questo patrimonio diffuso, proprio per il carattere distintivo, non tutelato, difficilmente potrà tornare segnare lo scorrere del tempo, se prima non si pone attenzione nel comprendere e ascoltare i lamenti di vetustà per liberarli dai carichi impropri di superfetazioni.

Questo adempimento, deve partire dall’analisi del luogo costruito, specificando ruoli e dinamiche di crescita senza confondere, rioni con quartieri, strade con tracciati storici, piazze con rioni, paesi con borghi, poggi con colline e ogni sorta di pronome per spettacolarizzare vestiti comunemente indossati, come abiti da sposa che serve per dare vita alla specie, con quanto si indossa per festeggiare per aver fatto stragi.

Certezza sono i rioni storici secondo i quali nascono i paesi di minoranza arbëreshë, che seguono la via del confronto e dell’accoglienza, modelli urbani aperti e senza distinzioni di classe, ma più di ogni altra cosa senza murazioni fisiche atte a distinguere che deve stare dentro con onore e restare fuori le porte assumendo ruolo di ‘o buàrù.

Questo è lo stato dei fatti per i quali il patrimonio urbanistico storico dei piccoli centri antichi non vanno ritenuti secondari o di poco conto.

Lasciati per troppo tempo al loro inesorabile destino, sono  fortemente vulnerabile ed esposti alle manomissioni di necessità in forma di adeguamento, secondo metriche di un modernismo irriverente, che s’insinuano nelle parti più intime violandone, ogni forma e senso originario e ogni sorta di diavoleria che non lascia scampo al messaggio in essi custodito.

Ad’oggi, servono forme di tutela in “Piani Attuativi” che diano linfa ed evitare che l’emergenza diventi catastrofe.

Realizzare progetti capaci di restituire senso e ruolo ai ‘monumentali modelli’, piani colore e programmi di conservazione,devono dare risposte esaurienti a breve termine.

Questo deve essere il fine comune, non risposta  di una singola opera o manufatto, ma espressione d’i un insieme Sheshi, recuperato con dovizia di particolari, in grado di rispondere alle esigenze odierne, sono la  risposta per il territorio, al fine di rispondere alle esigenze di resilienza moderna di luogo e persone.

Commenti disabilitati su I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

LA GJITONIA ARBËRESHË:  UNA E INDIVISIBILE (non è il tema del vicinato di Lidia da Bari)

Protetto: LA GJITONIA ARBËRESHË: UNA E INDIVISIBILE (non è il tema del vicinato di Lidia da Bari)

Posted on 01 aprile 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: LA GJITONIA ARBËRESHË: UNA E INDIVISIBILE (non è il tema del vicinato di Lidia da Bari)

IL TEMPO DI TRE GENERAZIONI HA COMPROMESSO LA SOTENIBILITÀ ARBËRESHË

IL TEMPO DI TRE GENERAZIONI HA COMPROMESSO LA SOTENIBILITÀ ARBËRESHË

Posted on 27 marzo 2021 by admin

CatturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – A seguito di un’indagine dello stato della sostenibilità, all’interno della regione storica arbëreshë, secondo le risultanze delle ultime tre generazioni, è emerso palesemente un quadro a dir poco allarmante.

Se accenniamo il dato che sino all’alba del settimo decennio del secolo appena trascorso, le generazioni crescevano pensando e dialogando secondo l’ereditato idioma attingendo dei propri genitori, cosa che non avviene più da diversi decenni.

E se solo dopo aver raggiunta l‘età scolare, si aveva la prima infarinatura in forma di dialogo e lettura della lingua italiana, adesso impera senza soluzione di continuità il calabrese diffuso, in espressione delle macro aree dei Kastrum di appartenenza marcatele.

Questo è il quadro a dir poco preoccupante, visto il gran numero di “devastatori culturali certificati e approvati” che divulgano, oltre modo, notizie della stessa matrice indigene,  privi dei minimali requisiti formativi  in diverse discipline, proponendo stereotipi senza fondamento e senso.

Che cosa sia avvenuto dagli anni settanta in avanti, sino ai giorni nostri, è un fenomeno da studiare, nonostante furono emanati leggi di tutela, risorse e componimenti per evitare l’inattesa deriva.

Quest’ultima ha prodotto una breccia incolmabile, a cui si può correre ai ripari solo producendo, stati di fatto su certezze storiche.

Per rievocare ogni cosa, richiede una larga e diffusa trattazione multi disciplinare, che in questo breve saranno accennati in forma palese e indelebile.

Se torniamo indietro con la memoria e ricordiamo tutti i buoni propositi, per i quali furono istituiti numerosi dipartimenti, leggi e istituti, con l’impegno di tutelare e sostenere gli elementi caratteristici delle minoranze storiche italiane, la cui direttiva attingeva dagli articoli tre, sei e nove della Costituzione Italiana.

Vero è che nel tempo di tre generazioni è stato smarrito ogni forma di interesse verso la storia degli ambiti costruiti, la lettura dell’architettura secondo i canoni “ARBËRESHË”, della lingua.  la  metrica, oltre  gli aspetti religiosi, che nel tempo di una benedizione, si cambiavano vesti, riti e  imprestavano asce, chiodi e martelli per distruggere statue e affiggere icone.

Tutto era depositato sotto un pietoso velo grigio, lo stesso che innesca processi di confusione alle chiare prospettive ereditate oralmente dai nostri genitori.

Sono state proprio le anomale figure battezzate dagli articoli 3 – 6 – 9 della Costituzione ad innalzarsi come guide del sapere e smarrire ogni riferimento al fine di  allevare le tre generazioni citate, abbandonate nell’odierna deriva culturale.

L’errore, commesso da istituti istituzioni e ogni sorta di privato cittadino, armato di buone intenzioni, è stato in non aver mai avuto elementi idonei a realizzare una base culturale adeguata a sostenere il prezioso protocollo identitario.

Se in qualche disciplina sia transitato un velo di cultura, l’esaltazione, cattiva consigliera ha terminato con l’invadere  altri campi di ricerca più complessi,  rendendo così  paludi  le arche colme di significato che finirono per essere idonei siti per le Anofele.

Per evitare cattivi intendimenti, parliamo del costruito storico e i valori materiali immateriali in forma sociale addomesticati e costruiti secondo precisi protocolli, entro cui sono stati depositati,  all’interno del costruito che negli spazi antistanti consuetudini, antiche di matrice religiosa e pagana.

Vero è che ancora negli anni novanta del secolo scorso, gli studiosi locali e di ambito, ritenevano il costruito storico, come prestito indigeno, non degni di nota o di essere studiati, contemplati o  considerati tema di analisi e studiato.

Intanto accadeva, nel mentre si decideva se erano icone o statue, da venerare, di presentare racconti di fratellanza per battaglie, processioni per fiere dove a primeggiare era il vino, genitori appellati come compagni, oltre  a riferire di metrica canora di genere, in forma di balli di battaglie vinte, perché sostenuti da generi, in attesa di ballare.

Sono questi gli avvenimenti, senza alcuna senso storico, a determinare le pericolose derive, attraverso le quali sono state rese irriconoscibili le cose del protocollo arbëreshë, oggi stese al sole, in sofferenza e scambiate come indigene o di matrice turca.

Se volessimo puntualizzare solo uno di questi argomenti, come non citare della storica nuvola sociale, relegata al mero affaccio dell’uscio delle case, disposti in forma circolare o linearmente su slarghi o strade, come se altri popoli o altre comunità, l’uscio delle case usavano disporlo verso luoghi senza transito, montagne inaccessibili o precipizi.

Questo e molto altro ancora è stato certificato, da un numero di addetti senza titolo, come adempimento attinti dagli indigene, ritenendo,  gli arbëreshë un popolo che viveva  in capanne disposte in ordine circolare, come gli indiani delle Americhe.

Di questi protocolli esistono cospicue trattazioni, in cui si evidenziano forme e dimensioni, mentre nelle planimetrie storiche appaiono, in forme pressoché rettangolari o addirittura triangolari secondo un misterioso trittico urbanistico, importato dalla terra di origine, in tutto un’orgia di alchimie demoniache.

Un quadro per nulla edificante, in cui primeggiano: giullari impazziti, fumosi alchimisti, spose solitarie, pronte a promettere piaceri circolari, per poi terminare in colorite espressioni d’ignote latitudini.

Se a tutto questo, aggiungiamo le gratuite note a cielo aperto di un’estate mai verde, non sostenibile, la di cui conseguenza più ovvia incute energie e risorse negative che ogni giorno compromette la solidità armonica dei “cinque sensi arbëreshë”.

Tutto questo costringe le nuove generazioni, della minoranza storica a sorbire scenari indegni e poco utili al punto tale che neanche il sommo poeta, nella peggiore delle sue tappe, sarebbe stato in grado immaginare.

Dipartimenti istituzioni di ogni ordine e grado, hanno per questo dato avvio a una stonata sinfonia di tutela cavlcando aspetti mobili e immobili, manipolandone a la metrica armonia tra ambiente naturale e uomo, perché suonavano senza rendersi conto che ancora mancava il maestro per dirigere.

Questo è l’errore fondamentale che segna le ultime tre generazioni, le quali hanno immaginato che fare parte della grande famiglia di suonatori, la “regione storica arbëreshë”senza un maestro potevano suonare musica.

Purtroppo questa usanza anomala, specie per chi non ha suonato mai musica come gli arbëreshë, attende che dalla cabina di regia sorga il sole e adombri, i noti saccenti, seguiti dalla innumerevole pletora di servitori inginocchiati.

Allo stato delle cose servono sette saggi, uno per ogni disciplina, al fine di rendere omogenea ogni cosa giusta e attinente con i luoghi vissuti dagli uomini della regione storica, senza dover attingere dalle cose Francofone, Germaniche, Latine, Grecaniche e di ogni altro popolo che non sia riferibile al Kanuniano protocollo, tramandato oralmente.

Gli arbëreshë vivono una stagione assurda, che non ha precedenti nella storia di nessun altro popolo, in quanto, ogni alchimista imita Laurent de Lavoisier, ogni bidello emulare Torelli, credersi Enrico Berti, progettare come Quaroni, tutelare come de Felice, in tutto un esercito di figure che pur di apparire spara basso, immaginando che mirare alle gambe, produca meno danno che sparare dritto al cuore della regione storica.

Nel corso di Composizione Architettonica tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso, un noto professore, mio maestro, prendeva ispirazione per le sue opere, dal pittore Russo Vasilij Vasil’evič Kandinskij, ciò nonostante nessuna delle sue opere realizzate in Italia; sono tante e famose al giorno d’oggi nessuna porta il nome dell’ispitatore pittore Russo.

Questo vale anche per quando si dice del modello sociale Kanuniano denominato gjitonia, perché, invece di comprenderne il significato, la radice e il valore sociale, al fine di dare univoca esposizione , negli anni settanta del secolo scorso, si è preferito copiare il tema dalla compagna di banco, Lidia da Bari, sostituendo al soggetto del suo tema “Gjitonia” con  “Vicinato”.

Ormai le cesta che porta l’asino, dal  saggio padrone, sono: sono tornate a casa una colmo di errori senza senso; l‘altra con certezze di quanti in forma privata fanno coltura di qualità.

Quanto prima l’asino solitario giungerà alla meta e non servirà a nulla isolare gli autori del cesto la storia non fa sconti perché è lenta e imperterrita, a breve si confronteranno i contenuti; a tal proposito valga l’esempio di Fabio G., noto cantante arbëreshë, al quale durante la processione di Sant’Atanasio del due di Maggio del 2003 venne chiesto: ma a scuola quando la tua generazione frequentavi le lezioni di “Alberese” , quelle realizzate dalle istituzioni, quale beneficio ti hanno fornito:  rispose secco: Thanà nengh fijsinë si më fieth Nana; u jiam arbëreshë.

Per terminare questo breve, si ritiene sia doveroso rilevare quali siano le cose degli arbëreshë, avendo consapevolezza di non poterle tutelare solamente perché si fanno convergere  aspetti di q minoranza nella miscela alchemica dell’idioma con accenni Arbëreshë è valenze Albanese condite per la parte mancante di macinati latini e greci; altrimenti si torna indietro nel tempo all’epoca del 1835, con Torelli che redarguisce e fa tornare  il figlio del mugnaio a casa, con il macinato era anomalo.

Non basta credere di essere, bisogna saper fare l’arte dell’architetto, l’urbanista, l’antropologo, il sociologo, il ricercatore per  sommare le cose della storia e degli uomini,  per innalzarli  certi di non distruggerli.

Cosa diversa è l’apparire per moda,  sostenuta dalla luce e dal vento della natura, che per  funzione, sono in continua mutazione.

Commenti disabilitati su IL TEMPO DI TRE GENERAZIONI HA COMPROMESSO LA SOTENIBILITÀ ARBËRESHË

UN PAESE ARBËRESHË (Një katundë arbëreshë)

UN PAESE ARBËRESHË (Një katundë arbëreshë)

Posted on 20 marzo 2021 by admin

indemoniatiNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Comunemente si contano e si dice che i paesi arbëreshë siano poco più di una quarantina in tutta Italia, ma questo non è vero, infatti senza avere cognizione alcuna, di cosa siano e rappresentino dal punto di vista del genius loci, al percorso caratteristico di piattaforma urbanistica, in senso di agglomerato diffuso o città aperta, si preferisce restringe la conta, rispetto a  numeri effettivi, molto più consistenti.

A tal proposito si ritiene che nulla di più errato sia stato diffuso sulla storia degli arbëreshë, da quanti hanno preferito il mono tema idiomatico per la rileva, seguendo teorie vetuste, replicate incoscientemente da quanti non ebbero cultura verso aspetti antropologici, sociali, economici, dell’architettura minore e della storia.

Un paese arbëreshë nasce perché un luogo sicuro, dove le originari genti depositarono tutti gli elementi caratterizzanti la loro storia, ambiti paralleli dove territorio uomo e natura trovano il giusto equilibri per continuare a convivere nel mutuo rispetto e crescere secondo riti e consuetudini antiche, le stesse che non temo il tempo o gli indigeni con cui si confrontano, nel reciproco rispetto, sostenibile, dei propri patrimoni identitari.

Da quando è stato avviato  un nuovo stato di fatto analitico, in tal senso, è stato possibile determinare, migrazioni, allocamenti e modelli urbani realizzati, dagli esuli provenienti dai Balcani, in un arco temporale, che conta, poco meno di un secolo, eccezioni a parte.

Nel passato sono state numerose le figure che imperterrite seguono con ostinazione, l’inadatta semina di ricerca o di analisi storica, senza mai confrontarsi con altre discipline, perché devono  difendere concetti, illustrando atti e carte di radice notarile, in loro discolpa, come se ogni episodio della vita delle genti arbëreshë, erano certificati non  dove sono avvenuti i fatti, ma a Barcellona, Berlino, Napoli, Madrid, Venezia, Parigi, Valentia, Lamezia Terme in inverno e Catanzaro Lido in estate.

Vero è che quando si tratta o si disquisisce di minoranza storica e degli ambiti attraversati, vissuti e costruiti da arbëreshë in modo particolare, non si può e non si deve prescindere dai processi d’insediamento, residenza e resilienza, delegando ogni cosa esclusivamente a quanti  provarono a scrivere grammatiche dell’Albania da quando è moderna.

Ridurre gli atti e le vicende della minoranza arbëreshë, nota come l’unica del vecchio continente a sostenere la propria storia attraverso  idiomatica metrica canora , consuetudine e il credo greco bizantino, all’esclusivo studio dell’idioma, delegando la raccolta nelle città degli atti al altre figure è riduttivo.

Questo atteggiamento alla luce dei fatti e delle risultanze non trova spiegazione in nessun manuale di ricerca, perché esclude le forme di arte ingegno e manualità, ritenuto sia  di poco conto, irrilevante e ininfluente, per la via della ricerca..

A tal fine è opportuno precisare che ogni centro antico, di estrazione sociale e culturale di radice arbanon, elevato tra la fine del XIII e tutto il XVI secolo, è il contenitore fisico entro cui è stata depositata l’identità e ogni sheshë, ovvero, il labirinto impenetrabile dove l’articolazione del costruito, le vie, descritte dalle case, l’articolazione di crescita urbana, definiscono la culla impenetrabile.

È qui che venne creato il vurvìnaro (purpignera) dove depositare i germogli della lingua, della consuetudine, della metrica e della religione portati dal cuore e dalla mente di ogni arbëreshë 6se6nza più temere le ire del tempo, di animali, di uomini e di avversari.

A tal fine è opportuno precisare che un “Paese Arbereshe” ( Katundë) si articola notoriamente, secondo i rioni storici, quali: la Chiesa, il Promontorio, lo Sheshi e il katundè; fulcro del centro antico di ogni agglomerato, alla luce di ciò, si può affermare che i nascono in ambiti baricentrici tre la montagna e la pianura, sempre a non meno di quattrocento metri, sul livello del mare.

I quartieri sono strategicamente allocati e identicamente allocati, tale che, all’interno dei perimetri citati, ha visione diffusa, rispetto a quanti salgono la china o scende la montagna, avendo, questi ultimi difficoltà a intercettare o vedere il luogo d’insediamento, se non quando si è giunti nelle immediate prossimità.

Da ciò il costruito dei centri antichi arbëreshë, quando in seguito diventa storia, rappresentano, un libro a cielo aperto che racconta vicende, delinea il corso della storia sociale, oltre a raccontare le conquiste, nel senso più ampio, avvenute nel corso dei secoli, nel regno di Napoli, poi Italia e oggi globali al resto del mondo.

Questi naturalmente sono aspetti che non possono essere analizzati o intercettati dall’esercito dei comunemente, che pur se muniti di volontà, notoriamente non possiedono alcun titolo e tantomeno formazione, al punto che possano connettere territorio, documenti, eventi, uomini e natura per generare una traccia completa e indivisibile degli avvenimenti.

Notoriamente gli arbanon, arbëri o arbëreshe, quando lasciarono le loro terre avevano, quale missione prioritaria, la tutela della propria radice materiale ed immateriale oltre il bagaglio di credenza, che rappresentava la forza più intima del loro essere; cosi come quanti rimasero nelle terre di origine, per difendere i confini.

Gli arbëreshë questa missione l’hanno portata a termine in maniera egregia con caparbietà e senza mai perdere la rotta, tuttavia come tutte le belle storia anche questa a un certo punto ha avuto la sua deriva di tutela per una errata visione dello stato di fatto.6

E dagli anni settanta del secolo scorso si è ritenuto classificarli come Albanesi, immaginandoli come una provincia dell’impero romano, in cui  la tutela era campo esclusivo per l’idioma, abbandonando il senso della radice, preferita usarla con esperimenti sino a renderla deperibile, divenuta oggi al pari di “solanacea dal sesso fluido “.

Questi accenni vogliono essere solo un accenno della deriva che attende di essere arginata, attraverso un’indagine più dettagliata e solida, che mira a far svanire l’errato principio secondo il quale,  un paese è arbëreshë solo perché quanti vivono, parlano l’antica lingua, abbandonando consuetudini, impianti urbanistici, architettura e il modello sociale, ritenuti il ratto scenografico perpetrato contro il vicinato latino.

Nulla di più sbagliato è stata espresso dalla mente umana in campo della storia, salvo quanti comunemente immaginano che parlare di ambiti specifici della minoranza storica e come raccontare cosa accadeva nei confinanti paesi latini o genericamente mediterranei, confondendo per questo ambiti intimi e privati dei gruppi familiari allargati kanuniani, con quelli di mutuo soccorso di commarato indigeno.

Per trovare una figura fuori dalla pletora di comunemente, bisogna attendere il millenovecento e cinquantaquattro, quando nasce nel rione, lëmi lëtirith, chi dopo qualche decennio inizierà a seminare il panico all’interno delle regione storica, perché dalle ideologie dal gregge che imitava e imita ancora oggi i fratelli Grimm.

È lui che avrà modo, con dovizia di particolari storici, a dover tracciare le storiche vicende che vedono gli arbëreshë protagonisti e  rendere merito al modello di integrazione più solido all’interno del mar mediterraneo.

La ricerca di approfondimento nasce per essere condotta non come un esperimento moderno alla ricerca di notorietà, ma semplice visione multidisciplinare dell’argomento senza l’ausilio di chitarra organetti tamburi o mandolini.

La ricerca nasce perché si è avuto la fortuna di essere stati allevati in un paese arbëreshë, affianco di storici sani della consuetudine, i quali per passione trasferivano un modo di essere all’interno degli ambiti arbëreshë degli anni sessanta del secolo scorso; li dove avevano mosso i primi passi i Bugliari, il Masci e il Baffi in Lëmi Litirit.

Formato sotto la guida del sapiente padre, che lo abituò ad ascoltare prima di operare verso ogni cosa, per toccarla solo dopo averne compreso il senso e il funzionamento, e solo doo di ciò adoperarsi a renderla funzionale.

Nozioni applicate sul campo, durante la formazione di scuola superiore, coadiuvato dalle menti storiche più eccelse del paese, entrare in case palazzi e Katoj, e diventare memoria di strade, luoghi e delle pene che gli ambiti subirono perché allestiti, alle esigenze anomale e fuori luogo della modernità.

Quando poi la carriera universitaria e lavorativa lo pose, per il suo sviluppato intuito al fianco di Quaroni, Cocchia, Bisogni, de Fez, de Felice, di Stefano, e tanti altri esperti nel campo del restauro e della valorizzazione dei beni materiali, tutto divenne più facile.

Torna con la mente e applica tutto il suo bagaglio di sapienza, multi disciplinare con titoli, inizia a dare una svolta alle gratuite divagazioni, che i comunemente senza titolo riferiscono verso gli aspetti antropologici, sociali e architettonici del costruito arbëreshë.

Sopporta persino che un comune cattedratico, porta al cospetto del suo luogo natio una dubbia figura, che prima è architetto poi ingegnere e poi né uno e né l’altro, la quale avrebbe dovuto spiegare le cose che in adolescenza hai visto crescere e vedere violate da amministratori senza coscienza passione e identità culturale

Un dato rimane fondamentale, non sui può, essere esperti arbëreshë perche si conosce la lingua e si arroga il diritto di miscelarla con le divagazioni albanesi; altrimenti si termina di creare confusione in numerose discipline, che una volta innescate intorbidiscono ogni materia che disciplina una specifica identità

Oggi viviamo una stagione peggiore di quanto si potesse immaginare di vivere e peggio di così nessuno avrebbe mai voluto vedere quegli ambiti ormai senza futuro nonostante, per sentito dire, fortemente acculturati.

La sostenibilità del complicato patrimonio che sostiene gli arbëreshë oggi è nelle mani e nelle disponibilità di acerbe figure, cresciute nel frastuono di musiche senza senso, per questo, mirano a produrre istallazioni a dir poco demenziali; esperti della storia locale che nella noia più totale si armano di valige di cartone, credono di poter essere ricercatori storici, se a questi sommiamo ogni sorta di inqualificabile personaggio, che si ciba delle nozioni, interpretate male, e ripetute come facevano i bambini a natale con le poesie oggi via etere, si ritiene sia giunto il tempo di riflettere e lasciare il campo a chi merita al più presto.

Prima si correrà ai ripari, più frammenti si possono ricollocare al loro posto, restituendo forma e significato alle inadatto vestito portato male e imposto all’antico e rigido protocollo arbëreshë.

Commenti disabilitati su UN PAESE ARBËRESHË (Një katundë arbëreshë)

LE RADICI PROFONDE DELLA CULTURA ARBËRESHË

LE RADICI PROFONDE DELLA CULTURA ARBËRESHË

Posted on 14 marzo 2021 by admin

StoriaarberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Quando si affronta un tema così delicato e “profondo”, come la radice dell’identità di un determinato popolo, bisogna essere opportunamente formati e avere, un bagaglio di ricerca acquisito a seguito di un caparbio percorso di ricerca.

In tutto, esperienza storica supportata con titoli e dati dati, la cui trattazione è  professionalmente rilevata, sia nell’ambiente naturale e sia in quello del costruito, nei tempi e nei modi dei protocolli che garantiscono il giusto prosegui di quanto posta a dimora.

Non basta  vestire  colori variopinti in forma idiomatica, stringendo comunemente per mano, laceri volumi trovati in archivi e biblioteche,  per ritenersi capaci di selezionare  l’humus ideale, perché così saccenti, non si offre alle radici trapiantate nei paralleli luoghi, la giusta ossigenazione, producendo pena culturale, per i futuri germogli.

Operare o delineare la storia di minoranze storiche, si deve conoscere passato, presente per essere in grado di proiettare nel futuro le reali necessità di tutela, dei parallelismi mediterranei posti tra il 18etismo e il 42esimo parallelo,  fascia in cui la radice riconosce diffusamente il suo ambiente naturale,basta solo risalire la china collinare; non serve altro specie i noti e ripetuti  adempimenti sterili in forma culturale, come da diversi decenni  operano,  verso la sostenibilità fuori terra, della radice arbëreshë.

Per questo motivo è giunto il tempo di iniziare a dare significato alla storia degli arbëreshë, dai tempi in cui errano appellati  Arbanon o Arbëri, dalla radice pura della, famiglia allargata Kanuniana, vera è unica risorsa organizzativa, consuetudinaria, in senso di scuola di tradizioni, valori, rispetto mai tanto solidi e radicati in altri popoli del mediterraneo.

La loro notorietà germoglia quando l’impero romano era tanto esteso che la capitale fu trasferita a Costantinopoli e l’impero per difendere i suoi confini inventò i famosi gruppi militari di frontiere, tra cui brillarono nelle aree balcaniche gli Stradioti, “Soldato Contadino”.

Sono loro organizzati secondo il modello di famiglia allargata Arbanon che diventano esempio di garanzina di confine, autonomamente sostenibili e nello stesso tempo garantire remunerazioni annuali  al governo centrale.

Essi rispondevano oltre modo a due domande; la prima alla sostenibilità del gruppo familiare rendendo fertili i terreni a loro disposizione; oltre a garantire una figura all’esercito di frontiera, adeguatamente formato, armato e agile cavaliere.

Sono questi uomini che ben presto renderanno famosi gli arbëreshë, nelle strategie militari, specie a seguito della battaglia dei merli, nell’odierno Kosovo.

A seguito di questa storica battaglia  fece seguito, dopo qualche anno, la stipula dell’Ordine del Drago, un patto di mutuo soccorso per quanti non potendo, da soli, battersi contro le soverchianti forze militari turche, la cui finalità mirava a ricattare i principi Arbanon, sottraendo la discendenza maschile, per terminare la conquista, senza incutere distruzioni radicali al territorio.

Tra questi faceva parte anche il principe Giovanni Castriota, cui  sostrati i quattro figli subì l’inesorabile ricatto, sino a che, Giorgio, in più piccolo dei figli diverrà, dopo una lunga serie di avvenimenti, una spina nel fianco dei turchi.

La sua strategia di conservazione, conoscendo la potenza di fuoco dei turchi lo fece diventare l’ago della bilancia che intensificò l’esodo degli esuli albanesi nelle terre parallele del meridione, da un lato; e dall’altro dispose strategie per non sgretolare le terre degli storici governatorati.

L’esodo  sempre stato florido dalle terre dei Balcani verso l’adriatico, vide prima  Venezia protagonista , dove la richiesta in garzoni di bottega a riscatto vedeva preferire gli arbanon per il forte attaccamento ai patti stabiliti; poi in seguito nelle coste delle Marche come bonificatori eccellenti per porre a dimora il trittico mediterraneo, che ancora oggi caratterizza quelle colline.

Tuttavia, Giorgio Castriota, volgarmente denominato Scanderbeg (*), dalla battaglia di Terra Strutta nei pressi di Greci (AV) e le innumerevoli partecipazioni dirette e indirette a favore dei casati Aragonesi, gli stessi facente parte del patto di mutuo soccorso dell’Ordine del Drago, divenne lo stratega che disegnò  le arche di allocamento che diedero modo di occupare agli arbëreshë, secondo un progetto strategico studiato a tavolino, quando a Napoli fu ospite del re Aragonese.

Se escludiamo alcuni aiuti militari che i principi albanesi offrirono ai regnanti del meridione, al papato, a Venezia e le restanti insule bizantine, il vero esodo degli Arbanon verso il meridione, dal 18etismo e il 42esimo parallelo,  iniziato dopo la battaglia di Terra Strutta, intensificandosi dopo la morte dell’eroe Giorgio Castriota, nelle odierne sete regioni meridionali, secondo arche facente parte di una strategia di controllo a favore sempre degli aragonesi, poi dismessa, escludendo qualche eccezione, solo dopo l’Unità d’Italia.

La stessa strategia che vede accolta a Napoli  nel 1469 la moglie dell’eroe Arbanon e dopo qualche decenni grazie alle direttive degli esuli insediati, porre fine alla congiura dei baroni di simpatia francofona.

Questa ultima nota è la conferma che  i cento e nove paesi che si andavano innalzando, sarebbero stati una garanzia in forma militare e rimanere viva secondo il modello consuetudinari originale, una  forza che radicava la sua difesa nella  lingua parlata non scritta, impenetrabile e un credo religioso in linea, per discendenza, a quello di Roma.

 

“Sono trascorsi i venti minuti, si continua nel prossimo intervento”.

Commenti disabilitati su LE RADICI PROFONDE DELLA CULTURA ARBËRESHË

UNA STORIA AI MARGINI DEL CENTRO ANTICO (Ka Kisja Vieter)

Protetto: UNA STORIA AI MARGINI DEL CENTRO ANTICO (Ka Kisja Vieter)

Posted on 05 marzo 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: UNA STORIA AI MARGINI DEL CENTRO ANTICO (Ka Kisja Vieter)

IL GJITONICIDIO ARBËRESHË

Protetto: IL GJITONICIDIO ARBËRESHË

Posted on 21 febbraio 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: IL GJITONICIDIO ARBËRESHË

LA CHIESA DI SANTA SOFIA

Protetto: LA CHIESA DI SANTA SOFIA

Posted on 11 febbraio 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: LA CHIESA DI SANTA SOFIA

TRE PECCATI INCONSAPEVOLMENTE DIFESI DELLA NOSTRA STORIA: BORGHI ARBËRESHË, ARBËRIA E SCANDERBEG

TRE PECCATI INCONSAPEVOLMENTE DIFESI DELLA NOSTRA STORIA: BORGHI ARBËRESHË, ARBËRIA E SCANDERBEG

Posted on 24 gennaio 2021 by admin

AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTONAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Il patrimonio culturale arbëreshë, notoriamente tramandato attraverso la forma orale e la consuetudini d’ambito, dagli anni settanta del secolo scorso è stato scosso dalle nuove generazioni che hanno intrapreso, a loro dire, la via dei discorsi nuovi.

Questa è stata l’epoca che ha prodotto la “nuova alba culturale” dove i pittori pur di vedere al loro seguito, generi che sognano bagliori di luce, ne fanno di tutti i colori, escluso, quelli più opportuni o a tema pittorico.

Le manifestazioni di pigmentazione, così attuate, sono drammaticamente penose e variopinte senza alcun senso per il proseguimento del protocollo identitario; per questo, urgono misure preventive atte ad arginare le soverchianti  folgori.

Ormai viviamo una stagione di confusione totale, basti solo porre l’accento sulle innumerevoli manifestazioni prive di senso e di garbo, generalmente aperte al grido di Borghi Arbëreshë, Arbëria e Scanderbeg e tanta altre diavolerie che è vergogna citare, perché si usa vestirsi a mo variopinto con cui disegnare a terra  ruote, cerchi e ridde, immaginando di stupire gli spettatori che allibiti si danno a gambe.

Tutte manifestazioni che lasciano il tempo che trovano e non interessano a nessuno, se non i comuni praticanti, che nel vedersi abbagliati dai riflettori della ribalta, pensano di aver fatto festa, senza rendersi conto di  bruciare quanto non gli appartiene.

A tal proposito e senza dubbio alcuno, dei tre componimenti: Borghi Arbëreshë, Arbëria e Scanderbeg, è bene rilevare, che nessuno di essi trova allocazione nella storia, neanche in forma di ombra, per la popolazione minoritaria che oggi vive la REGIONE STORICA DIFFUSA ARBËRESHË.

Questa deve ricevere rispetto da tutti, sin anche, chi travestito da pifferaio, saltimbanco e ogni genere d’inadatto alchimista, crede di poter disporre a suo piacimento del patrimonio che non ci appartiene, perché ricevuto per consegnarlo alle nuove generazioni, per questo più rimane puro e intatto dalla sua origine storica e più ha durevolezza nei secoli.

Nello specifico iniziamo a porre l’accento, con forza e senza sorta di dubbio alcuno, che la denominazione “Borgo” non ha alcuna attinenza storica, urbanistica, architettonica, sociale, economica culturale, sia di tempo, sia di luogo, sia di uomini;  i paesi arbëreshë sono Katundë, il parente stretto di Castrum, Paese, Casale e rappresentano storicamente l’inizio dei processi urbanistici delle città aperte, oggi metropolitane.

A proposito del concetto di Arberia, per com’è inteso, vorrebbe essere uno stato, con i suoi abitanti, un proprio governo, una propria autonomia, con proprie leggi e comunque si giri e si osservi il concetto, nulla del genere esiste, in quanto gli arbëreshë sono una minoranza storica italiana, verso la quale lo stato offre tutte le tutele di rispetto dovuto a quanti hanno saputo integrarsi e proteggere il territorio con lo stesso senso degli indigeni, gli stessi che li accolsero sei secoli or sono.

Relativamente all’appellativo con cui viene soprannominato Giorgio Castriota di Giovanni, (volgarmente denominato Scanderbeg) bisogna stare molto attenti nell’utilizzare o il nome o l’alias.

Perché l’eroe con intelligente astuzia, per evitare che il suo popolo e le terre di quest’ultimo fossero cancellate dal ricordo degli uomini, realizzo uno degli stratagemmi che la storia ancora stenta a comprendere e valorizzare.

Egli per questo resosi conto che non aveva possibilità di prevalere sui cani turchi, operò la strategia seguente, grazie al patto di mutuo soccorso che il padre Giovanni aveva con Il re di Napoli, Vlad I, i Principi dell’allora Epiro nova e Vecchia, trovando il modo di lasciare un messaggio indelebile, irriconoscibile ai turchi, e unisse quanti vivevano le terre oggi denominate Albania e nel frattempo, salvare lingua consuetudini, metrica e religione nelle terre del meridione allora regno di Napoli.

Alla luce di ciò, quando si fa uso del suo nome, bisogna guardarsi attorno per comprendere cosa pronunziare, per questo se state in terra d’Albania gridate con forza, ai quattro venti, l’appellativo “Skanderbeg”, lo slogan nato per unire e risvegliare antichi legami in senso di confini territoriali.

Tuttavia se vi dovreste trovare, per caso, negli sheshi o ambiti della regione storica, il luogo dove la lingua, le consuetudini, la religione, fa vibrare i cinque sensi Arbëreshë, per non cadere nel banale è d’obbligo usare solo ed esclusivamente Giorgio Castriota il valoroso figlio di Giovanni; null’altro.

Commenti disabilitati su TRE PECCATI INCONSAPEVOLMENTE DIFESI DELLA NOSTRA STORIA: BORGHI ARBËRESHË, ARBËRIA E SCANDERBEG

APPELLO AI SINDACI E ALLE ASSOCIAZIONI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Protetto: APPELLO AI SINDACI E ALLE ASSOCIAZIONI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 01 gennaio 2021 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: APPELLO AI SINDACI E ALLE ASSOCIAZIONI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!