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ASPETTI DI SANTA SOFIA D’EPIRO

ASPETTI DI SANTA SOFIA D’EPIRO

Posted on 10 marzo 2012 by admin

S. Sofia si distende su un’amena spianata della vasta costiera dei contrafforti silani che, tra poggi e valloncelli, scendono digradando fino alle rive del Crati.

Dista 47 Km dal capoluogo di provincia Cosenza. All’altezza di 560 m  sul livello del mare, gode un clima dolce e sereno e da essa la vista spazia per prospetti ricchi ed estesi.

A nord la vasta scena lontana dell’Appen­nino, che sul confine della provincia, formando la catena del Dolcedorme dalle molte vette nevose, ai cui piedi giace Castrovillari, si divide in due rami l’uno che volge verso lo Ionio terminando nel monte di Cerchiara e l’altro che si dirige ad occidente verso il Tirreno, dopo aver formato la cima della Mula.

Tra quelle negre foreste di faggi e di castagni, che seguendo l’ossa­tura delle montagne si prolungano sin sulle cime di esse diradate a balze e rupi inaccessibili, scorgete di mattino, quando i sorgenti raggi inargentano quelle coste solatie, ben 28 villaggi.

Se poi dai monti lo sguardo, stanco di mirare quelle meraviglie, discende giù nella valle, scorge tra il nereggiare dei folti ontani, delle tamerici e dei lecci il lucido serpeggiamento del Crati che lento và.

Ad est un ampio arco cerulo del mar Ionio. E’ coronata da un incanto di querceti boscosi e di castagneti. Il suo territorio vastissimo è solcato da due torrenti, il Galatrella che ha come affluente il torrente del Duca, e il Vote, che incanalati lungo le colline con le loro acque dati vita a giardini, ortalizi ed agrumeti.

Ricca di sorgenti limpidissime di acqua potabile, tra cui primeggia l’incantata sorgente di Moroito alle radici di un bosco di quercioli. Vi ha anche una vena, poco sfruttata, di acqua ferrugginosa.

La terra, dimagrita un dì dall’abbandono, era diventata cespugliosa e boscosa: gli Albanesi la dissodarono, rendendole la primiera feracità.

Durante l’episcopato di Mons. Lorenzo Varano (1792-1818) che molti favori fece ai sudditi di S. Sofia, ricevettero per la prima volta il permesso di fare delle piantagioni, permesso concesso nel 1795 a Baffa Do­menico, a cui egli stesso procurò i piantoni d’ulivo perché di migliore qualità.

Da allora il territorio, adatto a qualsiasi coltura è diventato oltremodo ubertoso, specie verso il Crati. In esso allignano i gelsi che giovano all’ industria della seta, i castagni e le querce che formano foreste.

Sono tante le specie di frutta estive, nelle pianure vi ha grandi estensioni di terreni da pascolo.

Su per le colline si incontrano di tanto in tanto bianche casine.

Il vasto borgo è pur esso cosparso di giardini che nella stagione rendono ameno ai forestieri il soggiorno, le strade dell’abitato sono larghe e sempre pulite per l’innato amore alla pulizia.

D’ inverno la posizione inclinata del paese facilita l’esito delle acque piovane sicché non si formano sporche pozzanghere.

La grande piazza è ombreggiata da acacie e ailanti, vi sono dei palazzi di bell’ aspetto forniti preziose e sontuose masserizie, abitato una volta dalla nobile famiglia Becci ,che da Ferdinando I d’Aragona (1458-1494) ebbe il titolo baronale in persona di Marco Becci Seniore.

Un suo nipote sposò una discendente di Scanderbeg, la famiglia si estinse con la nobile Carolina Becci maritata a Luigi Marchianò.

I Sofioti hanno formazione regolare della persona: il volto da bel­lo ovale greco li rende facilmente distinguibili dai popoli vicini calabresi, la carnagione bianca, i capelli di color castagno scuro gli occhi dello stesso colore danno loro un’espressione di vivacità e d’intelligenza.

Le donne conservano ancora la bellezza della loro patria di origine quella bellezza che faceva affermare al Byron essere esse le più belle donne che aveva conosciuto.

Stranieri in queste amene contrade, hanno modificate le loro avite tendenze, sicché non taspira più da essi l’aria marziale e fiera d’un tempo, benché tra gli italo-albanesi, come afferma F. Capalbo, sono quelli che meglio conservano il carattere fiero e saldo all’idioma dei padri.

Essi, laboriosi e vigorosi, convenientemente abbondanti dei beni di fortuna, vivono tranquilli, intenti al lavoro fruttuoso della nuova civiltà.

Grandemente ospitali e frugali, hanno alterezza della loro dignità e conservano pure i costumi famigliari. S. Sofia fu terra sempre ferace di potenti ingegni che si espressero fortemente in diversi rami del sapere.

 

Tratto  da “STOUDION” bollettino delle chiese di rito Bizantino

Autore – Papàs Giovanni Masci

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I SEI GIORNI DI SANTA SOFIA PIETRA MILIARE DEL DECENNIO FRANCESE

I SEI GIORNI DI SANTA SOFIA PIETRA MILIARE DEL DECENNIO FRANCESE

Posted on 09 marzo 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nella trattazione storica che hanno avuto come protagonisti gli albanofoni nel Regno delle due Sicilie si menziona spesso l’omicidio del Vescovo Bugliari, la vicenda vide soccombere dal 13 a 19 agosto del 1806 l’intera comunità di Santa Sofia d’Epiro.

La terribile pagina di storia ebbe inizio con il brutale assassinio di Giorgio Ferriolo insieme al suo piccolo stato maggiore, composto dal fratello e da alcuni uomini fidati, continuò con la devastazione del paese intero e si concluse con il vile assassinio del Vescovo Francesco Bugliari, vero e unico bersaglio.

L’accento dell’eccidio è stato sempre posto sulla domestica Bertina, ma la complicità di indegni personaggi della stessa comunità albanofona fu determinante; alcuni presenti e ripagati con misere suppellettili, mentre i registi assenti, grazie all’eliminazione del prelato poterono rivestire diversi ruoli di rilievo all’interno del regno e solo durante il decennio francese.

Va premesso che il Bugliari aveva avuto solidi contatti con Pasquale Baffi, i due oltre a essere stati gli unici artefici del trasferimento del collegio in Sant’Adriano, si scambiavano ogni tipo di notizia relativa agli eventi che sfociarono con la rivolta del 99.

Una fitta corrispondenza intercose tra lo studio legale del Baffi, allocato nel centro storico di Napoli e l’abitazione paterna del Bugliari posta a monte del centro abitato di Santa Sofia d’Epiro.

Analizzando con perizia storica gli avvenimenti, apparisce molto strano che negli accadimenti napoletani a pagare sia stato solo il Baffi e che a essere devastata, sia stata sola la sua abitazione nei pressi dell’allora Biblioteca Nazionale e non il suo studio dove si conservavano preziosi manoscritti inediti e lettere di corrispondenza privata. Continue Reading

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UN PARCO CULTURALE PER IL COLLEGIO ITALO-ALBANESE

UN PARCO CULTURALE PER IL COLLEGIO ITALO-ALBANESE

Posted on 05 novembre 2011 by admin

SAN DEMETRIO CORONE (di Adriano Mazziotti) – Un parco culturale per il Collegio Italo-Albanese.  E’ l’idea che la maggioranza consiliare ha presentato nell’ultimo civico consesso, illustrata dal consigliere Salvatore Mauro e dal sindaco Cesare Marini.

Si tratta di una indicazione concepita per dare  al Collegio una nuova destinazione compatibile con la lunga e illustre storia dell’Istituto, chiuso nell’anno scolastico 1988/1989 per il forte calo di convittori. Una destinazione non sostitutiva della sua passata funzione ma inserita nel  progetto di recupero di tutta l’aria circostante, da trasformare in  parco naturale, dove inserire il parco culturale che inglobi l’ex convitto e la palazzina dell’ex rettore. Il primo immobile, ampiamente riqualificato e dotato di 42 posti letto, potrà ospitare una scuola superiore post universitaria e residenziale per la formazione di dirigenti amministrativi e funzionari albanesi e dell’area balcanica (una vecchia idea del parlamentare  Pd Cesare Marini). Il secondo edificio sarà riconvertito in Cittadella dell’arte, collegata alla Biennale d’arte e poesia e al Festival della canzone arbëreshe, con annessi una sala audio e uno studio di registrazione. Continue Reading

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CITTÀ PER L’UOMO

CITTÀ PER L’UOMO

Posted on 21 ottobre 2011 by admin

ROMA (di Paolo Borgia) – Giorni fa ascoltavo una giovane donna lamentarsi per l’impossibilità di vivere nel suo paese, distante 20 km dal capoluogo e 40 dal centro regionale, perchè vi manca ogni possibilità di arricchimento culturale. “Come è possibile questo?”: pensavo. Poi, riflettendo, ho dovuto darle ragione: il suo deficit visivo non le permette di guidare una macchina e la costringe a dipendere per gli spostamenti dai mezzi pubblici, i quali, certo, non abbondano nelle ore serali e nei giorni festivi.  Il problema, però, è più generale, basti pensare al disoccupato bracciante mogorese, che senza auto non può andare a guadagnarsi la giornata nei boschi di Santu Lussurgiu a 50 km o alle molte persone anziane che non sono in grado di affrontare le notevoli distanze per le analisi o le visite mediche di routine. In questi casi è necessario per loro un sancristoforo libero e disponibile.

Tuttavia, a ben vedere, ancora più grave è l’esistenza nella città. Tanto che dal punto di vista umano se ne può certificare la definitiva dissoluzione, scaturita dalla sua abnorme crescita, dalla perdita di forma, di proporzione e di carattere. Sia che si tratti della “città diffusa” occidentale, sia che si tratti delle “megalopoli” del III e IV mondo, si può convenire con Françoise Choay per la quale le città sono diventate “le macchine della crisi economica” e generatori di disastri sociali ed ecologici, come Napoli o Palermo. Continue Reading

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STORIA DI UNA COMUNITÀ

STORIA DI UNA COMUNITÀ

Posted on 07 ottobre 2011 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Un vero itinerario storico è generalmente caratterizzato da solide certezze, comparazioni, e letture documentali legate agli eventi del territorio in esame, diversamente si corre il rischio che gli elaborati prodotti, diventano materia informe dai molteplici assetti che inducono ad essere plasmati ad impronta di curiose e vaneggianti rievocazioni.

Nonostante la posa di solidi basi, fornite da uomini illustri, utili a tracciare precise tappe della comunità albanese, nulla è stato prodotto compiutamente per continuare il giusto itinerario storico.

Invece di aggiungere e produrre ulteriori certezze, si è preferito perseguire l’itinerario elementare del sentito dire o acquisire favole dalla nonna o dallo zio, ricalcando percorsi storici sconosciuti, utili solamente a produrre ulteriori dubbi.

Un dato appare inconfutabile, ovvero, che non vi sia la benché minima logica nelle rievocazioni ricalcate, utili a inserire al percorso razionali certezze e continuità storiche.

Le dinamiche del popolo albanofono per quanto attiene agli aspetti sociali, economici e politici oltretutto sono largamente trattate, ma anche se ciò non fosse stato ereditato, sarebbe bastato guardarsi in torno per rendersi conto degli errori e delle inesattezze che si producevano.

Per lungo tempo la rievocazione degli approdi sulle coste del meridione sono stati immaginati con sontuose navi cariche dei bauli colmi di vesti e costumi tipici che accompagnavano le varie classi sociali, ignorando in tale affermazione che la comunità come è enunciato chiaramente nel Kanùn non aveva alcuna distinzione fra i componenti dell’etnia. Continue Reading

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REPUBBLICA NAPOLITANA

REPUBBLICA NAPOLITANA

Posted on 24 settembre 2011 by admin

GOVERNO PROVVISORIO

COMITATO DELL’AMMINISTRAZIONE INTERNA.

LIBERTÀ – EGUAGLIANZA

Napoli, il di 26 piovoso anno7.° della Liber­tà ( 14 febbraio 1799, v. s. )

II Governo provvisorio considerando, che un popolo il quale passa in un tratto dalla schia­vitù alla libertà, non possa dirsi compitamente rinato ad uno stato così felice, se istruzioni uni­formi di dura morale, e di vero patriottismo non formino ugualmente in tutti gl’individui lo spirito e il costume pubblico, vero sostegno delle buone leggi; è venuto a disporre che questo Comitato dell’Interno formi una commessione di sei Ecclesiastici, per costumi e per dottrina riputati, i quali dovranno dirigere le predicazioni ed istruzioni che debba fare il Clero secolare e regolare; dovranno formare nel più breve termine un Catechismo di mo­rale all’intelligenza di tutto il popolo, presen­tarlo a questo Comitato per l’approvazione, e quindi farlo insegnare in tutti i luoghi, vigi­lando sulla condotta degli Ecclesiastici per l’esatto adempimento di tali oggetti di pubbli­ca istruzione, e coll’intelligenza dell’Ordinario locale, il quale dovrà significare il voto della Commessione, e sospendere le persone poco abili dall’esercizio di tali funzioni. Questo Co­mitato elegge voi cittadini, Bernardo della Torre , Aniello d’Eloise, Michele Passaro, Gennaro Cestari, Marcello Scotto, Vincenzo Troise per membri della Commessioine, conoscendovi forniti di tutte le qualità necessarie.

Salute e fratellanza. Continue Reading

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ITALIANI, BRAVA GENTE!

ITALIANI, BRAVA GENTE!

Posted on 19 settembre 2011 by admin

ROMA (di Paolo Borgia) La costituzione dello Stato unitario italiano compie 150 anni. Una costruzione – ancora incompleta – che diede allora una definizione istituzionale ad una penisola appenninica già caratterizza da una cultura molto ricca e multiforme ma dotata da un carattere unitario che era andato crescendo nel tempo secolare. La commemorazione del 150° anniversario è l’occasione per riscoprire le ragioni storiche della unità d’Italia, la sua identità e la sua “missione”. E’ un riscoprire le radici culturali e politiche che possono servire da base per il mantenimento dell’unità e della dignità politica dell’Italia: scopo stesso del processo politico fisiologico che si deve fare carico di traghettare l’unità di partenza all’unità di arrivo, confermata e consolidata, e che l’apparato politico oggi non realizza.

Il Risorgimento costituì l’epilogo di un notevole sviluppo identitario iniziato molto tempo prima, alla cui costruzione contribuì in modo fondamentale l’opera della Chiesa romana con le sue istituzioni educative ed assistenziali, con le sue rigide norme comportamentali, con le sue efficienti configurazioni istituzionali ma anche nei rapporti sociali, nell’arte ed altro. Ma in modo particolare la scaturigine del Risorgimento si deve alla diffusione del messaggio irradiato dalla rivoluzione francese e napoleonica, coagulando nei 50 anni, che precedettero il 1861, adesioni alle rivendicazioni di libertà e ai moti rivoluzionari.

Come dice Costantino Mortati «il principio unitario della volontà sovrana», la “nazione” non veniva espressa direttamente dal popolo ma da una classe illuminata, gli eletti, senza vincoli di mandato elettorale. Questa classe di appartenenza borghese si autodichiara “classe generale”, tendente a realizzare uno stato moderno centralistico liberale. Si tratta di una unità istituzionale, dove la “sovranità popolare” non è considerata prioritaria. Si tratta di una “volontà generale” di una minoranza, in cui la mancanza di una “sovranità popolare” porterà alla mancata realizzazione di 2 dei 3 principi del “trittico” del 1789 (uguaglianza e fraternità) e perciò della parziale realizzazione del concetto di “cittadinanza”. Da ciò inevitabilmente scaturisce il ritardo italiano nella reale emancipazione, nella “sproletarizzazione della società civile”, già presente sulla attuale carta costituzionale ultracinquantenaria.

D’altra parte l’espressione “Stato nazionale” appare artificile e precaria laddove storicamente preesistevano “nazionalità spontanee” e la loro integrazione forzata attraverso l’imposizione di una lingua unica, di una educazione scolastica con programmi unificati, della coscrizione obbligatoria mostrano con chiarezza che si trattò di introduzione di una “nazionalità dominante” di “moderati” (Antonio Gramsci). Oggi, però, si è costituita una identità nazionale che riesce a convivere, in una tensione continua e problematica, con le nazionalità spontanee italiane. Ciò non ha nulla di miracoloso ma è dovuto al cammino di sofferenza comune del Paese ma anche a quella tradizione di sacralità civile che si chiama Neri, Bosco, d’Acquisto, Olivelli, Moro, Livatino, Falcone, Borsellino, Rossa, Bachelet, Biagi…

Oggi celebriamo l’unità d’Italia, consapevoli che ci sono antichi problemi, solo parzialmente risolti, e nuove sfide da affrontare. Oggi celebriamo “gli italiani, brava gente” che hanno sempre saputo ripartire da un nucleo fondamentale di valori condivisi, direi congeniti, alla cui base sta, prima di ogni cosa, la fraternità.

Riproporre oggi il “trittico” del 1789 non è una ingenuità, è proporre la fraternità come via per dare piena espressione della libertà e dell’uguaglianza, come risorsa civica, politica per far fronte al recupero delle ragioni dell’Unità del Paese. Paese in cui esistono i cittadini, resi stranieri a se stessi. Solo così potremo vivere nonostante le differenze esistenti tra di noi, non come cause di conflitto ma come occasione per accettare il nostro uguale diritto di essere diversi.

L’Italia è stata costruita dai giganti e può essere distrutta da nani. Abbiamo bisogno di giganti e lo possono essere i comuni cittadini: non perchè dotati di chissà quali attibuti o genialità ma perchè resi grandi dalla loro salda coerenza ad un’idea, quell’idea che ci fa essere quello che siamo.

Storia, cultura, intelligenza ma soprattutto decisione e volontà di essere, oggi, l’idea-Italia.

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IL GRANDE ARCHITETTO SI RIVOLTA NELLA TOMBA

IL GRANDE ARCHITETTO SI RIVOLTA NELLA TOMBA

Posted on 08 settembre 2011 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi ) – Sul mio libretto universitario, che conservo gelosamente, il primo esame per il conseguimento della laurea da me sostenuto, porta la firma del prof. Ludovico Quaroni.

Conoscendo la fama del professore, seguii quel corso senza mai perdere una lezione, alla fine del quale mi ritrovai con un ricco bagaglio di nozioni progettuali e il principio secondo cui gli uomini e i contesti della progettazione vanno rispettati.

Per trovare il terreno ideale dove questa affermazione non trova il ben che minimo riscontro basta recarsi nello sconfinato e variegato scenario delle pertinenze minoritarie. Questo è sempre più ricco di labili teorie dissociate del contesto, rappresentazione di istanze ed esigenze demenziali da soddisfare, poiché privi dell’adeguata preparazione storica a cui fare riferimento.

Eppure c’è chi usa questo nome per arrogaesi il diritto o dovere di stravolgere e violentare gli anfratti e la storia architettonica delle minoranze del meridione e non solo.

Questo accade perché non essendo in grado di realizzare adeguate analisi e sintesi volte a definire i requisiti, le forme e le dimensioni dell’intervento architettonico, attraverso cui dare forma e configurare gli elementi costruttivi ed esecutivi, per poi metterli rigidamente a confronto con le preesistenze ambientali, al fine di dare continuità alle vicende storiche del contesto, si realizzano modelli vuoti di ogni riferimento.

L’itinerario così descritto porta al prodotto finale che diviene “la costruzione da incubo”.

Per evitare ciò, la stesura del progetto si esprime e si configura attraverso l’interfaccia continua e solidale tra la cognizione creativa delle forme e l’interpretazione tematica di esigenze e funzioni mutuate attraverso la codificazione di prestazioni e requisiti locali.

Le risorse, i mezzi, le procedure, le azioni, gli aspetti morfologici vengono tradotti ed integrati nelle più realistiche e articolate risoluzioni operative e nelle compatibilità univoche del sistema ambiente.

Le proposizioni sistematiche che interessano il progetto, e più propriamente le sue qualità, intese come espressioni di adeguata rispondenza all’uso e come valori che riflettano il giusto rapporto tra prestazioni attese e risorse impegnate, richiedono la rielaborazione di alcuni dei percorsi enunciati, al fine di acquisire la portata di influenze e ripercussioni che essi hanno in definitiva sul progetto.

Essenziale è riprendere quindi il tema della costruzione del progetto, in un momento in cui la progettazione e la produzione edilizia sono percorse da innovazioni che hanno decisive ripercussioni nel modo di concepire ed attuare gli interventi architettonici.

Queste trasformazioni consentono di attuare nuove sinergie che si traducono in rinnovate possibilità di interpretare e valutare le mutazioni che si vanno registrando nelle più recenti realizzazioni architettoniche che impiegano fattori innovativi immateriali, quali la gestione evoluta dell’informazione e la costruzione assistita del progetto.

La immagine architettonica come idea anticipatrice del progetto e la concezione operativa come fase razionale del processo, attraverso le quali si rappresentano e si materializzano le forme immaginate, rifuggono da una susseguenza cronologica che, in pratica, sarebbe tutta da dimostrare ma, soprattutto, escludono gli equivoci.

Progettare è sempre il risultato del porre insieme, confrontare, elaborare, ordinare e rielaborare e ancora, riordinare conoscenze culturali.

Anzi, quanto più il progetto pone insieme in modo coerente discipline, tematiche, aspetti culturali e esigenze autoctone, tanto più esso contribuisce alla crescita e il rispetto delle proprie radici

Ed allora la costruzione del progetto può essere individuata come momento contestuale per produrre architettura, momento nel quale ricomporre espressioni interdisciplinari per rendere le diverse classi del sapere individuate riconoscibili ed egualmente apprezzabili e reciprocamente compatibili.

E’ l’idea condivisa, ma non sempre conseguita in maniera interattiva, in quanto solitamente la ricerca non si spinge oltre una semplice addizione di elaborati, e al più ad una verifica di congruenza degli aspetti che si riconoscono in maniera approssimata nella progettazione pluridisciplinare.

Fare architettura, più di ogni altra attività creativa, implica la costruzione di sistemi coerenti; questa è la prima ragione a cui si affida la definizione di progetto sostenibile, dove la sostenibilità è intesa come progetto o processo integrato nel quale si manifesta la capacità di immaginare l’intervento architettonico e di anticiparne la configurazione delle sue espressioni formali senza traumatizzare i contesti nei quali ognuno dei fruitori si possa riconoscere.

Il meccanismo circuitale tra costruzione, sistema generatore e forme, induce ai valori espressivi che si rivelano nelle forme costruite.

La costruzione deve dimostrare che l’idea immaginata, prima che diventi materia e quindi non più reversibile trovi nel contesto dove si va ad intervenire la giusta misura e l’adeguato equilibrio.

L’informazione e la ricerca, nella costruzione del progetto, possono essere considerati congiuntamente come momenti e come strumenti di conoscenza.

In tal senso, ricerca ed informazione si pongono come termini combinatori delle connotazioni conoscitive necessari tanto al progetto proponibile, quanto alla sostenibilità della sua costruzione.

Il tecnico che produce arte (?) in contesti di grande valore storico e propone forme e segni che sono l’espressione dell’anti architettura è come se commettesse il più subdolo dei reati, ovvero quello di infliggere violenza nei confronti di inermi, indifesi o di qualsiasi essere che non ha la capacità di reagire.

Gli esempi a cui fare riferimento sono sotto gli occhi di tutti, ma la cosa più grave e sempre la stessa, chi pagherà i danni di questa violenza, chi rimetterà le cose a posto e quando questo sarà attuabile se la cultura della violenza è ancora viva e vegeta?

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LE INCISIONI APPOSTE SULL’INGRESSO DEL PALAZZO DEI MINISTERI DI NAPOLI

LE INCISIONI APPOSTE SULL’INGRESSO DEL PALAZZO DEI MINISTERI DI NAPOLI

Posted on 23 luglio 2011 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Terminata la costruzione del palazzo dei Ministeri di Stato nella città Napoli, ai lati del portone principale, per rendere più rappresentativo l’ingresso, furono apposte due lapidi a celebrazione dell’intervento edilizio per opera dei Borbone.

L’intervento aveva trasformato il disordinato spazio urbano nell’Isola di San Giacomo in un rappresentativo edificio istituzionale.

Dopo la caduto il Regno delle Due Sicilie, nel 1865, le lapidi furono rimosse e sostituite con altre due di parimente dimensione in cui le incisioni ricordano gli uomini che diedero la vita per l’unificazione d’Italia.

Le iscrizioni sono incorniciate da un insieme simbolico che allude; con i fasci littori posti ai lati e le catene con anello spezzato sistemate in basso, la conquista dell’unità e della libertà nazionale italiana; lo stemma civico, in alto, è sovrapposto a rami di quercia e di alloro, piante che emblematicamente ricordano l’eroismo e ne celebrano la gloria.

Le due lapidi rievocative descrivono attraverso i nomi incisi il percorso storico dagli ideali della Rivoluzione francese che raggiunsero presto il Sud della penisola, i quali infiammati i cuori degli intellettuali e le speranze di chi ambiva al cambiamento di governare il Regno diede la propria vita per l’ambito traguardo. Continue Reading

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PASQUALE BAFFI, UN MARTIRE DIMENTICATO

PASQUALE BAFFI, UN MARTIRE DIMENTICATO

Posted on 10 luglio 2011 by admin

NAPOLI ( di Atanasio Pizzi) – Quando il Vescovo danese Münter visitava Napoli nel 1785-’86, l’intellettuale che più lo impressionò fu il famoso grecista Pasquale Baffi da Santa Sofia d’Epiro, non solo per le affinità culturali, ma per la forza di carattere e la viva intelligenza .

Nel suo diario Münter scrisse: Non è un napoletano, non è un calabrese, è un albanese, membro di quella colonia che più di trecento anni fa si stanziò nel Regno, e il suo spirito è nutrito in tutto dallo spirito degli antichi e in modo particolare da quello dei Greci. È un uomo onesto e nobile, incapace di qualsiasi atto che lo possa svilire. Il suo sguardo sfiora dall’alto la plebaglia cortigiana, che ovunque gli frappone degli ostacoli.

L’opinione dei contemporanei era unanime, non solo Baffi era giudicato un famoso filologo, un bibliotecario dottissimo, un paleografo espertissimo, un «savant profond» ma anche, e soprattutto, egli era dovunque ammirato per la profondità del pensiero, l’indole mite, il suo carattere aureo, la sua dolcezza incredibile e la sua infinita modestia, incapace di ambizione veruna.

Ma quella stessa modestia è anche stata la causa del fatto che molti dei suoi scritti non furono mai pubblicati e che oggi questo martire della libertà è pressoché sconosciuto. Nella brevissima descrizione del suo paese nativo, la Guida d’Italia del TCI non fa cenno a Baffi, l’enciclopedia UTET non lo menziona, nel capoluogo Cosenza non vi è una strada che lo ricorda, ed addirittura molti dei suoi connazionali albanesi della Calabria non hanno mai sentito parlare di lui, anzi lo si preferisce a figure meno illuminate della sua. Continue Reading

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