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LA TRANSUMANTI CULTURALE DA OLTRE ADRIATICO NELLA REGIOONE STORICA ARBËREŞË (Kielgnenë ziapë dji e lljopà, pà diturë ku jan e venë  i tue shëajturë)

LA TRANSUMANTI CULTURALE DA OLTRE ADRIATICO NELLA REGIOONE STORICA ARBËREŞË (Kielgnenë ziapë dji e lljopà, pà diturë ku jan e venë i tue shëajturë)

Posted on 13 luglio 2024 by admin

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Napoli (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – È diventato uso comune, rifugiarsi in azioni a dir poco inopportune per non dire senza alcuna fondatezza storica e, prive di ogni minimale formazione, che dia agio o dignità a quanto si espone al pubblico giudizio.

Infatti i comuni operatori culturali, appaiono privi di ogni dignità, in tutto, senza una minimale vela maestra, capace di fornire un minimo di aderenza al pennone che potrebbe far muovere quella minuscola caravella, preferendo a questo, apparire per praterie dove calpestano le radici della memoria dello storico protocollo consuetudinario Arbëreşë.

Miseri stracci o, rattoppi di lenzuola vengono utilizzati a modo di vela, millantata di buona fattura, sin anche in grado di solcare le onde storiche della cultura locale; ma purtroppo per i straccivendoli, non si trova mercato, se non nei vicoli Furcillense, presentate al comune viandante, come mercanzia di eccellente fattura tessile.

Purtroppo non è cosi, in quanto non basta possedere ago e filo di Adelaide e, rammendare stoffe multicolori per coprire, forme intime illudendosi di non apparire equivoche alla vista delle altrui genti.

A tal proposito si potrebbero elencare un numero elevato di attività portate a inutile e dannoso fine di rappresentanza, le stesse che hanno innescato e prodotto la deriva, oggi divenuta peggiore del “Mercato Furcillense dei pacchi colmi di adobe e non seta rara”.

Quello noto sino a qualche anno addietro, perché ogni pacco, rifilato per buono, conteneva mattoni usati e sporchi di cemento, il cui risultato produceva truffe a discapito dei malcapitati che sorridenti si allontanavano da questi luoghi, certi di aver fatto un buon affare, con poco danaro.

Un tempo questo avveniva solo nella capitale del regno, ma purtroppo, oggi è uso comune anche nei piccoli centri, resi culturalmente simili alla Furcillense via, naturalmente, usando lo stesso metodo per fare eccellenza e, i pacchi invece di contenere mattoni, contengono principi culturali fasulli, come ad esempio: Borghi indigeni per Katundë Arbëreşë; Sheshi per Piazzette; Gjitonie per Vicinato; Bambini pronti a stipulare matrimonio; santi per condottieri; vili cavalieri per nobili erranti; oltre una miriade di pacchi preconfezionati presentati come consuetudine di eccellenza del Governo delle donne Arbëreşë, in tutto, una notevole quantità di pacchi opera dei transumanti che emulano le cose della consuetudine di radice storica di quello che un tempo era oltre adriatico.

Lo stesso gregge senza testa, che oggi è diventato vanto di stolti, i quali, senza alcuna consapevolezza delle cose che espongono nei loro mercatali atti, garantendo, siano avvenute nei luoghi di memoria locale, le stesse che i saggi considerano vergogna culturale.

Si parla delle famiglie storiche locali senza alcun contegno e, al solo pensiero per quanto dolore abbiano generato e profuso nei confronti di madri, figli, mariti e Gjitoni per molto tempo, i transumanti culturali proprio per questo immaginano che non sia più memoria di pena locale infinita.

Capita di sovente che per elevare il valore culturale delle consuetudini più intime, i comuni transumanti, per più elevarsi a scapito delle consuetudini più intime degli ambiti Arbëreşë, si cimentano in costumanze a dir poco offensive, disponendo nei banchi mercatali di arrivo in festa, le dette “Transumanze Inopportune Albanesi Moderne e Occulte” (T.I.A.M.O.), i quali, sbarcando in regione storica ritengono,  sia vanto addobbarsi con effigi mussulmane, oltremodo sormontate da caprini cornati, mirando a illustrare a noi Arbëreşë, come fare per non essere migliori dei credenti Bizantini.

Non ultimo, ma si ritiene sia il più inopportuno, osservare nel cimentarsi in costumanze a dir poco offensive, disponendo nelle manifestazioni finanziate con soldi pubblici, modificare e rendere più vuote di valori e colori locali le prospettive storiche per farle apparire che non avrà mai un orizzonte Arbëreşë.

È sovente trovare possedimenti abitativi appartenuti a quanti vennero sterminati e, oggi proprietà non della parentela di nuova generazione, che vergognandosi del maltolto, per distrarre la memoria locale, assembla atti e documenti non di storia vera ma di cicli brevi del comune apparire o affrancare numeri a volumi storici.

Ormai i percorsi di transumanza sono innumerevoli al punto tale da essere considerati, giubilo locale, per questo, esistono allestitori locali di campanile, che invece di esporre storia vera, impolverano cose spargendo farina al vento, la stessa che non potrà mai più essere usata per fare pane buono.

L’essere campanili ed apparire è diventato regola, mentre la coerenza delle cose esposta diventa un atto complementare o aperitivo culturale di liberi assaggi culinari, che ogni volta terminano in “abbuffate campestri collettive”, le stesse che servono solo ad annebbiare la mente, prima e dopo la digestione, al solo scopo di rigenerare vutti e lavinai mai dismessi, gli stessi che portano da secoli cose indicibili in fondo al mare, per essere consumati dal tempo e dall’acqua.

È diventato uso comune proporre il protocollo di vestizione della sposa in pubblica piazza e, per rendere la cosa più suggestiva, si usa utilizzare minorenni ancora da latte con apparati della medicina empirica a dir poco inopportuni.

Uno dei protocolli di vestizione che delinea e stabilisce solidamente i valori con cui la minoranza Arbëreşë, unisce indelebilmente, le cose di casa e la credenza Bizantina, ovvero, la famiglia.

Certamente non è un bel vedere, ogni volta, sceneggiare inopportunamente, vestizione in pubblica piazza e oltre esponendo generi esposti alla pubblica Furcillense e sia pel l’età delle spose con Bërëlocù, proprio quanti dovrebbero essere tutelati dai genitori maggiori, ancora acerbi, per le attività di genere perché ancora troppo acerbi di generare, al pari delle donne, quanto pronte pe essere moglie, poi madri, in tutto, ruolo di rappresentanza attraverso la vestizione della sposa, quale naturale sorgente di nuovi generi di una famiglia Arbëreşë.

Ma su questo ci sarebbe molto da dire e redarguire, tutte le figure che dagli anni novanta del secolo scorso, realizza inopportune manifestazioni popolari, come se le intimità di una famiglia, siano cose da veleggiare ed esporre in pubblica piazza, come si fa con le lenzuola che dopo lavate si stendono candide al sole ad asciugare.

Infatti per tramandare cose e consuetudini, nei tempi passati gli Arbëreşë, aveva allestito con opportuni protocolli la Gjitonia ovvero; il governo delle madri che ogni figlio e figlia doveva avere come guida, onde evitare di portare l’intimo in pubblica piatta dove ogni genere metteva in mostra il suo essere figura dignitosa di garbo e cultura finemente approvata dalle genitrici.

La regione storica diffusa e sostenuta in Arbëreşë è un insieme di protocolli non scritti e, per questo solo chi conosce e comprende quei pochi e fondamentali sostantivi uniti dai congiuntivi, potrà interpretare i valori dei sistemi di iunctura urbana, capaci di riverberare identicamente e per secoli gesta, fatti e suoni vocali irripetibili.

Per questo in ogni Katundë della regione storica, non servono i transumatoti di montoni che prediligono stazionare, non nelle colline o le valli con effigi Bizantine, ma disporsi sulle cupole mussulmane a dichiarar vittoria sul drago, lo stesso che attende il maturare del tempo e lo scorrere dell’acqua, per uscire dalla tana e bruciare con il suo ardore il seminato di biancore fatuo ormai da troppo tempo lasciato libero di annebbiare menti e ragioni storiche Arbëreşë.

Oggi si vedono erigere totem orientativi e pietre su cui deporre l’eroe quando fu mussulmano a cavallo, e nessuno di essi sa indicare una cosa giusta, ma quello che più colpisce e la figura dell’eroe mussulmano che viene depositato sempre pronunciando le spalle alla sua terra e più ancora nel dettaglio il suo luogo natio dove sono sepolti i suoi cari.

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COSTRUÌ IL PRIMO PONTE SOSPESO SU CATENARIE ERA UN INGEGNERE E ARCHITETTO ARBËREŞË

COSTRUÌ IL PRIMO PONTE SOSPESO SU CATENARIE ERA UN INGEGNERE E ARCHITETTO ARBËREŞË

Posted on 07 luglio 2024 by admin

DpendNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Le iniziative sociali, economiche, culturali e politiche che oggi abbracciano il tema della viabilità meridionale Italiano, con atto prevalente, le necessità del ponte sospeso sullo stretto di Messia, denota una fondamentale carenza storica, nei confronti del precursore o, meglio genio, capace a predisporre come predisporre le cose utili a questo modello di comunicazione di fondamentale utilità.

Allo scopo, si commette grave mancanza di memoria e rispetto alla Minoranza Storica degli Arbëreşë, la stessa che in Calabria e in Sicilia ha storicamente segnato la svolta culturale, politica ed economica nel corso degli ultimi sei secoli.

Le figure istituzionali, culturali e del genio locale a cui è doveroso fare riferimento a memoria, sono innumerevoli e, nello specifico in questa fase di assetto del significativo luogo Calabrese, che vorrebbe unire le terre d’Italia, ovvero lo stivale e la sua isola più prossima, senza avere cura di svelare, chi è stato il genio primo, di questa indispensabile disciplina per unire fraternamente popoli, con l’utilizzo di catenarie sospese.

Questo progetto antico, serve ad unire i due fari estremi, calabrese e siciliano, per questo dovrebbe avere almeno una minimale nota di merito, non per tutti gli addetti che in queste terre si sono prodigati, prima come migranti, poi operatori agricoli e dopo la parentesi di formazione culturale, diventare emblemi della politica, la scienza esatta, e l’economia, contribuendo non con poco, affinché l’Italia, fosse una e indivisibile.

Riferisco della popolazione che oggi compone la Regione stoica diffusa e sostenuta in lingua Arbëreşë, la stessa che il presidente Mattarella a San Demetrio Corone nel 2018 li definiva “Modello di accoglienza e integrazione solido e duraturo, di tutto il Mediterraneo in età moderna.

A tal proposito è bene citare alcune fasi fondamentali di questa specifica disciplina che ha inizio nel 1808 a Napoli quando veniva istituita a impronta francofona la “Il Corpo di Ponti e Strade con annessa Scuola di Formazione” la cui opera suddivideva il territorio del regno in zone omogenee dove operare e, in ognuna di esse avere un referente specifico, ma il costume di intervenire autonomamente delle popolazioni o referenti locali, relego l’istituzione a una innumerevole quantità di giudizi.

La questione non fu di semplice risoluzione e si trascinò per molti anni, nei quali furono molti gli episodi che misero in dubbio il futuro del Corpo e, intorno al 1817 rischiò persino il fallimento visto il gran numero di giudizi cui veniva continuamente sottoposto.

La svolta si ebbe quando nel 1824, quando la direzione fu affidata all’ufficiale Borbone Carlo Afan de Rivera, quest’ultimo oltre ad aver avuto una brillante carriera militare, aveva collaborato per molti anni nelle officine cartografiche del regno, quindi lucido ed esperto conoscitore del territorio, completata da una grande formazione nel campo della botanica.

Egli si assunse la responsabilità di inserire interamente lo statuto che regolava il Corpo istituito e collaudato già in Francia.

In seguito la definitiva svolta si ebbe quando con un budget di circa seimila ducati inviò Luigi Giura, con il titolo di ingegnere e architetto, accompagnato da tre gio­vani ingegneri Agostino Della Rocca, Federico Bausan e Michele Zecchetelli, negli stati italiani, in Francia, in Inghilterra e in alcune località della Svizzera per visitare ed acquisire le nuove metodiche nel campo dell’ingegneria e dell’industri fortemente in rilancio.

Giura partì da Napoli il 18 luglio 1826 per ritornarvi il 27 luglio 1827, il programma di viaggio seguito dai tecnici partenopei, fece capo a una moltitudine di siti, dei quali i più importanti e ricchi di nozioni furono quelli Parigini e Londinesi.

L’ingegnere arbëreshë può ritenersi uno dei restauratori della nostra antica Scuola di applicazione; la quale fu la prima Scuola speciale per gli ingegneri dei Ponti e Strade che possa vantare l’Italia.

Nel 1828 ebbe l’incarico dal Governo napoletano di co­struire un ponte sospeso a catenarie di ferro su piloni singoli in pietra, per unire sul Garigliano lo stato pontificio con quelli del regno Napoletano.

Fu in Italia la prima opera di questo nuovo sistema che evitava di realizzare paramenti murari nel letto del fiume, con il conseguente cospicuo risparmio di tempo e danaro; la novità di questo ponte è rappresentata del conge­gno del pendolo per il quale Giura salì agli onori dei progettisti europei e ancora detiene il primato.

Il doppio pendolo allocato in cima al pilastro di sospensione, era in grado di distribuire precisamente le forze provenienti dalle catenarie al pilastro a cui scaricava solo ed esclusivamente quella dello sforzo normale, mentre alle catene di ritenuta, infisse nel terreno mediante le piastre di trattenuta, le forze risultanti inclinate, questa spartizione delle forze avveniva con qualsiasi carico applicato al tavolato di calpestio.

Ma non solo questo fu l’innovazione del ponte che consentì al Giura di riuscire in questa epocale impresa, infatti egli assieme ai proprietari delle fonderie di Mongiana in Calabria, mise a punto una lega che gli permise di realizzare le catenarie di sospensione, realizzando le maglie con il metodo della trafilatura, metodica ancora sconosciuta in Italia.

In oltre, nel breve tempo grazie ai suoi grafici, mise a punto sia la macchina che potesse realizzare la trafilatura dei metalli, che quella per la prova di carico.

Tutto questo fece definitivamente spegnere gli stessi sorrisi ironici e le critiche, quando le opere del Giovane Ingegnere e Architetto Arbëreşë, videro giungere in pellegrinaggio culturale e scientifico Inglese e Francesi titolati, per copiare e avere spunto, per ponti, sbocchi a mare di bonifica, mentre la genialità del Giura superavano sin anche il genio dei Romani (Vedi condotto del Fucino).

E nonostante il 10 maggio del 1831 tutta la cultura di genio europeo avesse inviato, addetti per vedere il re che precipitava nelle acque del Garigliano, tutti si dovettero ricredere nel vedere che il “doppio pendolo” di sospensione inventato dal genio arbëreşë, funzionare e, aprire una nuova era per collegare e unire popoli, genti per una nuova economia lenta o energica che fosse.

Infatti da quella data si aprì un nuovo scenario che univa per la prima volta due pezzi del Italia, ovvero il Regno di Napoli con la Cristiana Romanità Papale.

Oggi si presentano progetti si fanno riferimenti di memoria, ma nessuno valorizza il genio degli arbëreşë, lo stesso che dalla Calabria citeriore da nord e da sud, riecheggia idee e passioni unitarie, come in nessun altro luogo italiano è stato mai rilevato.

I ponti europei e di tutto il globo sin anche i più estremi o estesi, sono copia conforme del genio arbëreşë; il quale, ha sputo estendere tavolati per unire popoli e dare agio a tutti per migliorarsi.

Vogliono costruire oggi, un ponte per unire la Calabria e la Sicilia, allo scopo e per meglio illuminare le nuove generazioni, non sarebbe il caso di aprire questo nuovo stato di fatto e, dare agio alla minoranza storica di esporre le proprie attività in campi fondamentali del vivere civile del meridione italiano.

La storia dello storico stivale che si estende al centro del mediterraneo dal XIV secolo cita e annota eventi naturali e popoli che dominavano, determinando pene e soprusi di pochi a favore degli altri, tuttavia una popolazione che viveva una emergenza sociale e religiosa, nota come diaspora dei Balcani sbarcavano nelle terre del meridione, in particolar modo in Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia, non per invadere o sopraffare le genti indigene, ma per restare fraternamente uniti e valorizzare quelle terre, secondo i raccolti comuni del trittico mediterraneo.

Nonostante tutto questo continuo faticare, senza tregua di generazioni di uomini buoni, gli stessi che hanno contribuito a valorizzare questi luoghi, con il genio del fare, lo stesso che ancora oggi, come ad esempio il ponte tra le province di Reggio e Messina, continuamente illustrato senza dare merito all’ideatore e alla sua discendenza Arbëreşë, che pur se definita minoranza è vanto di accoglienza e integrazione silenziosa.

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L’ ARBËREŞË VIVE CON: SPERANZA, RINUNZIE, ORGOGLIO E GENIO DEL TITOLO RAGGIUNTO (shëcova pënë tue priturë thë shëluarë pà mëbiedurë drëchiùra i mendë)

L’ ARBËREŞË VIVE CON: SPERANZA, RINUNZIE, ORGOGLIO E GENIO DEL TITOLO RAGGIUNTO (shëcova pënë tue priturë thë shëluarë pà mëbiedurë drëchiùra i mendë)

Posted on 04 luglio 2024 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi, Architetto Basile) – Le dinamiche storiche che caratterizzano e hanno segnato la minoranza Arbëreşë nel corso della storia, sono emblema di speranze, rinunzie, orgoglio e memoria.

Questa è il teorema che unisce le genti Arbëreşë dell’antichità, con quelle delle varie epoche, esclusi chiaramente i modernismi di transumanza culturale, che approfittano degli avvenimenti del secolo scorso, usano in maniera inopportuna gli abbracci naturali lungo le rive dell’Italia meridionale.

I quadranti che uniscono e restituisco la giusta prospettiva storica Arbëreşë, non sono altro che echi ripetuti in forma genuina, atti identici profusi da ogni eccellenza, che viaggiano con colmi di valori indelebili, della propria esistenza, in tutto atti di rinunzia, agio, conquiste di attività senza l’aiuto di messaggi fraterni per fare più ripida la china.

Chi non è partito dal proprio ambito nati senza pena, con la speranza di migliorarsi, rinunziando per questo alle cose più care e intime della propria formazione culturale procedendo, colmo di orgoglio, nuove e incerte prospettive di vita, disdegnando memoria, genio e discendenza.

A tal proposito si potrebbero citare o ricordare storie illustri come: il Deposto P. Baffi, Scrivere Note per V. Torelli, Costruire Ponti e Negazioni di Patibolo dei fratelli R. e L. Giura, Termini di memoria di fondi Marini per F. e G. Bugliari, ma tutto questo sarebbe troppo complicato per “i tutori del parlato o accoglitori di viandanti senza memoria “.

Tuttavia raccontare una storia moderna può essere da stimolo anche per le comuni figure che fanno accoglienza in Terra e i suoi cunei frumentari locali, svelando così quale cattiveria gratuita per il non bene locale, secondo i protocolli dell’ostinazione, dal 17 gennaio del 1977, giorno che si ricorda, Sant’Attanasio Vescovo, detto il Piccolo.

A tal fine va rilevato anche cosa avvenne il giorno prima di quella storica partenza, quando nella piega della via che non attraversa la Trapesa, fu assegnato un compito, al giovane studente, ovvero, studiare e tornare, in quel luogo per dare senso storico e lettura del costruito locale.

E nonostante quel giovane ormai vecchio laureato, ha tenuto fede e conosce le cose di ogni pietra, fondazione, casa luogo toponomastico dell’antico loco natio, oggi è preferito a quanti si presentano dicendo di essere figli/e di caio o del sempronio più inadatto.

Tutta via e per tornare nel nostro racconto, il giovane da quell’incarico non ufficiale ricevuto il quel Trapeso, ne fece una meta fondamentale, iniziando così il giovane studente, la missione acquisendo migliaia di fotogrammi d’archivio di esclusiva locale, con mira del percorso di titolo con maestri a disposizione di ogni allievo che a quell’epoca, elevavano il senso dell’urbanistica e dell’architettura in Monteoliveto di Napoli.

Tuttavia le esigenze di una nascente famiglia obbligò a tornare nel luogo natio l’allievo ancora senza titolo e, dare vita alla famiglia ma, quando si prospettò di allagarla, fu bestialmente imposta la pena di Termine, il 27 febbraio del 1985 della mai nata Hadlë, mira perversa della regia locale di istituzioni civili, religiose e germana certificazione.

E ancora oggi, nonostante siano trascorsi quattro decenni, quanti continuano a perpetrare e diffondere menzogne per rifiutare cultura locale come se nulla fosse accaduto e, tenere le nuove generazioni ben lontane da nuove e rinnovate ricerche in Terra di Sofia.

Tornando al racconto di pena, va rilevato che il maggio successivo fu l’inizio di una Nuova Opportunità Partenopea, per il giovane ricercatore e, questa volta, di valore inestimabile, nonostante le vicende germane diventassero sempre più nere e non certo costruttive di abbracci come avrebbero dovuto essere.

Il camminare culturalmente divenne più intrepido ma, senza distrazione alcuna verso la meta, continuò con non pochi sacrifici e pene, ma una volta raggiunta la meta, si viene premiato con il tiolo accademico, tra i più nobili partenopei, ovvero, “caparbietà senza mai smettere di credere al titolo di se stesso con lode”.

E dopo un tirocinio durato circa un ventennio, precisamente diciotto anni, sempre con mira la professione dell’ARCHITETTO, il 20 ottobre del 2004 un nuovo protocollo, certificato e titolato di memoria Arbëreşë, ha così ufficialmente avuto inizio con certificazione.

In tutto un nuovo studio veniva posto in essere, in componimenti architettonici, urbanistici supportati da una nuova professionalità sino ad allora ignota, la stessa che oggi fa temere ogni genere di cultore, comunemente formato, gli stessi che dicono di sapere, ma ignorano ogni cosa dei temi che non siano idiomatici, di specifici protocolli, confronto, le cose e le figure Arbëreşë sino al 204 hanno ignorato.

Allo scopo sono state poste in essere nuovi concetti con argomento l’Idioma, con mira di Consuetudini Costumi e sviluppo dell’edificato locale, mai portati alla ribalta, con misura perché ritenuti, a torto, simili a quelli indigeni e, fuori dai protocolli linguistici della moderna Albania o Albanistica dirsi voglia.

La stessa che vive ancora oggi è diventata, transumanza linguistica Albanese, in tutto, componimenti inadatti secondo cognizioni senza nessuna ricerca storica di senso riferito, in adunanza pubblica.

Una nuova era di componimenti in diplomatiche culturali, che porteranno l’esempio di Terra Sofiota, nei palcoscenici per la difesa dei paesi Arbëreşë, comunemente paragonati a semplici “News Town”.

Vero resta il dato che nelle discussioni con alti livelli politici e legali governativi, il vecchio laureato, sortisce vittorioso nel 2014 e, da allora niente e nessuno ha preparazione culturale per potersi misurare, a questo contribuisce in favore degli Arbëreşë.

Anche se penosamente in difficoltà, il 29 giugno del 2020 impedirono di partecipare al vecchio saggio laureato, perché non avevano risorse per l’ammontare di 63, 00€, (sessanta tre euro), per ospitarlo, nonostante era già preferito dagli organi regionali come: “direttore artistico di un finanziamenti di scopo”.

Lui, caparbio e colmo di memoria storica, non smetterà mai di pensare e progettare cose che un giorno saranno realizzate, daranno a questi luoghi, il più idoneo rilancio, lo stesso che va ben oltre il dipingere prospettive senza alcuna radice locale o deporre componimenti lapidei nei Vutti storici locali.

L’entusiasmo è tale ed elevato, al punto che i direttori locali, fano politica nel buio più degenerare, secondo un antico progetto, sin anche contro una concepita bimba mai nata e, ostinatamente dopo decenni di trascorsi in pena abbiano sottratto al nero locale due cose buone, le stesse che ancora non sa di aver perso per sua colpa.

Nonostante tutti questi malefici diretti verso chi si prodiga per superare le difficoltà storiche degli Arbëreşë, la caparbietà come quella del titolo non degenera e lotta per elevare gli ambiti di Terra e dei suoi agri, tanto da divenire protocollo da imitare da tutti i conduttori della regione storica e della capitale Napoli.

Il protocollo di studio condotto prende spunto degli studi comparati di Pasquale Baffi, portati a buon fine e stampati nel 1765, la cui impronta ha ispirato e suggerito il protocollo da eseguito dalla fine degli anni ottanta del secolo sorso dal vecchio Laureato di Terra.

Infatti grazie alle comparazioni sociali, di genio dei protocolli architettonici e urbanistici, diffusamente applicati, si è giunti ad ottenere il risultato, più avanti esposto più in dettaglio.

E grazie all’affiancamento e la sovrapposizione digitale dei modelli cartografici, delle varie epoche, è stato possibile risalire alla tipizzazione dei Katundë Arbëreşë, che non risultano essere né Borghi e né come quelli dei limitrofi indigeni Civitate locali realizzati a impronta di sistemi chiusi o murati.

Quello che gli Arbëreşë, portarono negli atti di memoria ritmica, sono riconoscibili da chi è in grado di confrontarsi ascoltare e dedurre secondo le antiche consuetudini, le stesse concepite grazie all’ascolto di lingua Arbëreşë, che non è paragonabile né al moderno Albanese e né all’Albanistica di transumanza che oggi liberamente senza aspettare stagioni si diffonde, la stessa colma di Islamismi o espressi di consonanti mute.

Trattando e analizzando, argomenti architettonici e urbanistici, all’interno dei centri antichi è stato possibile estrapolare il modulo primario dell’edificato e poi attraverso le vicende telluriche e dell’economia conseguente si sono definite le crescite in direzione orizzontale, occupando gli interi lotti di Iunctura pertinenziale e, poi in forme verticali, con il piano terra adibito a deposito, il primo piano di residenza sormontato da tetto multi falda con sottotetto pertinenziale di mitigazione degli eventi estivi e invernali.

L’indagine di studio prende avvio dalle vicende storiche che coinvolgono la Calabria ai tempi della Sibari Fannullona, continuano con le vicende della terminazione della Diocesi di Thurio, a cui fanno seguito i termini per la difesa tra Bizantine e Longobarde, continuano con i Fortilizi della Grancia Cistercense.

Questi ultimi allocati a misura di giornata per valorizzare i cunei agrari con credenza Latina, tuttavia la vera svolta territoriale nelle pertinenze Giordane della Calabria si concretizza con l’arrivo delle Famiglie legate alla Iunctura Arbëreşë di promessa data, sino ai nostri giorni, con il continuo riverberare, di una parlata che riecheggia in questi ambiti, da sei secoli circa e costruisce cose secondo la consuetudine più antica del vecchio continente.

Ed è proprio la tendenza culturale di sostenere e valorizzare esclusivamente questa parlata che, ha distratto i grandi canali culturali.

Figure culturali secondarie hanno preso piede con testi miscele letterarie ad impronta di Dante, Petrarca e Boccaccio, immaginando di dare solidità a una cultura parlata che doveva essere indagata con più elementi culturali, come genio credenza, scienza e fenomeni sociali.

Una deriva che oggi ha come emblema le transumanze che da est verso ovest e viceversa, sporcano i cieli e le acque del fiume mediterraneo che li imparziale mantiene i suoi abbracci e le irrequietezze delle rive sempre più basite.

L’osservare i tanti intrecci di deriva rinforza sempre di più la teoria del Vecchio Laureato, imperterrito continua la sua china, dando risposte certe a quanti dopo Convegni, Incontri e Confronto di acculturazione tornano con la mente disturbata, per le irripetibili teorie senza alcun fondamento di radice Arbëreşë.

Il grande vecchio Laureato vi attende a Napoli, sempre pronto a rispondere a ogni cosa, senza citare i meno adatti cultori, come supporto, senza avere spunto dagli editoriali dai locali inesperti che scavano con la speranza di trovare, Cani, Lupi, Cavalli Capre o emblemi da esporre a conferma di una storia mai esistite fatta di islamica radice.

Questi prodi erranti senza Orecchio, Cuore e Memoria è bene che rammendino che La Regione Storica Diffusa Sostenuta dagli Arbëreşë è una sola e indivisibile, e si mantiene storica mente grazie al quadrangolare delle “V” perché gli altri apparati proposti senza cognizione sono “reflui di lavinai culturali” che dal Surdo e il Settimo dopo aver intercettato il Crati, inquinano le terre di valle della “Terra Giordana” dove resiste la memoria dello Jonio; naturalmente quello attraversata e vissuto con dignitose regole Arbëreşë.

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NAPOLI E’IL CENTRO PER LA CULTURA LA STORIA E LA SOSTENIBILITÀ DEGLI ARBËREŞË (NAPULLË HËSHËT MESÌ E THË SCUARETË I THË BËNËRATË E MBAITURATË ARBËREŞË)

NAPOLI E’IL CENTRO PER LA CULTURA LA STORIA E LA SOSTENIBILITÀ DEGLI ARBËREŞË (NAPULLË HËSHËT MESÌ E THË SCUARETË I THË BËNËRATË E MBAITURATË ARBËREŞË)

Posted on 01 luglio 2024 by admin

ladri di idee

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – A seguito di accurate indagini eseguite e portate a buon fine con progetti mirati di ricerca e approfondimento, hanno consentito il definire le cose prodotte per la resilienza della Minoranza Storica Arbëreşë.

Allo scopo è stato inequivocabilmente rilevata la fonte della saggezza per la sostenibilità elevata dalle numerose figure qui accolte, poi divenuta polvere ormai non più accettabile, con le istituzioni in seguito approdate e, senza titolo specifico, definite le partorienti, dopo circa un secolo di incertezze, la legge 482/1999 che non tutela gli Arbëreşë, ma l’Albanese.

Infatti analizzati gli argomenti della storia, degli uomini, il genio, l’intellighènzia locale partecipata emergono palesemente fatti, uomini, cose, e luoghi, con logica migliorativa.

Ed è grazie a queste attività che si riesce a costruire quel fenomeno storico di valore inestimabile, dello specifico territorio, dove prevale non la conquista con forme di guerriglia, ma attraverso cunei condivisi o atti migliorativi del benessere comune di quelle genti che oggi vivono: La Regione Storica, Diffusa e Sostenuta dagli Arbëreşë con Capitale Napoli.

Allo scopo si ritiene indispensabile allestire una Fondazione o Istituto Culturale, che ponga un freno al proliferare di questa anonima farina bianca di bosco fatuo, che offusca la mente e l’udito del parlato.

Infatti, serve sottolineare la centralità della cultura ad iniziare proprio dal lessico Arbëreşë utilizzando per lo scopo, come “Titolo Maiuscolo”, in favore di quanti giunsero dal 1471 al 1535 nel meridione italiano; la cui specifica centralità sia rilevata usando il sostantivo: “Mèsë o Mesì” e non certamente “Cènderë o Chienderë, dirsi voglia, che risulta essere libera opera delle adolescenti in opre di ricamo o tomboli con ami di libero arbitrio”.

Le vicende che definiscono e sanciscono la storia degli Arbëreşë, vanno coltivate attraverso le cose lasciate germogliare a misura del sentito, dato che essi sono, e su questo non vi è dubbio alcuno, una minoranza che si sostiene con valori identitari del parlato, ascoltando chi ti cresce, non secondo visione oculare di lettura.

Allo scopo va menzionato il ricercatore, unica eccellenza della lingua parlata degli Arbëreşë, Pasquale Baffi, il quale è stato l’emblema figurato, del parlato. tendenzialmente incline a scaraventare calamai e libri, il primo usato per scrivere, il secondo per leggere, contro il mentore che voleva dare lezioni di cose scritte male e lette peggio.  

Prova ne sono le gesta di Domenico, che ereditato da un suo avo prete, una corposa biblioteca di testi greci e latini, non sapendo egli leggere e scrivere, li utilizzava il mattino presto, per innescare il fondamentale fuoco del camino, per lui più utile di ogni cosa, evitando subito di patire il freddo, nel tempo della giornata colma del suo sentire al caldo del focolare materno.

Ciò nonostante, alcuni anzi troppi emeriti, dei trascorsi di ricerca, fanno uso ostinato per cercare metodi e cose da legge, composti da uno o più partecipanti, e nonostante siano firmati esclusivamente con, decima analfabeta, denotando senza alcun dubbio la radice storica Arbëreşë e, quindi, “atto non valido”.

Titolare i centri abitati diffusi realizzati in iunctura di solidità familiare, definendoli impropriamente con il sostantivo Germanico di “Borgo”, lascia a dir poco perplessi, specie per quanti conoscono l’assuntivo parlato, dove sono presenti sia il sostantivo per identificare, il costruito e sia i cunei agrari di sostentamento dei generi, ovvero: Katundë e Ka Valljetë Tònà.

Oggi si è giunti al punto di far apparire l’antica scuola Olivetara, una disposizione culturale allevata e cresciuta in favore delle incoerenze lungo la via Egnatia, nel tratto vissuto e illuminato dalla cultura Arbëreşë, poi abbandonato dal 1471e, da allora nelle disposizioni delle cupole e dei minareti di vergogna, secondo accenni di preghiera belata.

Adesso BASTA! il momento di svelare con coerenza storica, le vicende che hanno reso Napoli, la capitale della Regione Storica, Diffusa e Sostenuta dagli Arbëreşë, va rivelata non elencando capitoli platee e onciari dirsi voglia, o promettere editi realizzati da figure che non trovano agio nei loro natii presidi, si dilettano a parlare di cose lontane di cui non hanno mai avuto misura conoscenza e rispetto.

Il centro culturale analizzato in tutte le sue componenti, consente di individuare i luoghi degli eventi e, le analisi delle parti o porzioni del centro antico partenopeo, dove il vissuto di fatti, uomini e cose, nasce non per campanilismi esasperato, ma lento avanzare, segnare e formare i luoghi come qui nel centro antico di Napoli Capitale ha sempre fatto l’acqua.

La stessa che scendendo dalle colline ha delineato nelle varie epoche percorsi di vita vissuta e condivisa, facendo in modo che la capitale diventasse luogo di semina fertile, della cultura Arbëreşë dal XIV. 

Allo scopo saranno posti in evidenza luoghi, residenze, strade vichi, palazzi, porticati, orti, fontane e monumenti, dove i segni indelebili della storia, sono stati seminati per dare germoglio fruttifero.

Segnando e valorizzando i luoghi di soggiorno e confronto di Giorgi Castriota poi della moglie e nel corso dei secoli, a tutte le attività che hanno visto attori di prima linea, figure di eccellenza del cuneo culturale degli Arbëreşë, seminando Attività che dal punto di vista culturale, di scienza esatta, dell’editoria, della musica, la politico, il sociale, di fratellanza europea e  religione, svelando e certificando i letterati che sono stati in grado della prima comparazione linguistica, la stessa che dopo le vicende del 1799 si è arenata e non ha saputo più dare agio unitario o prosperità linguistica di radice.

Sono innumerevoli i segni da seguire e interpretare, nel centro antico partenopeo, dentro e fuori le mura, le stesse che aiutano a comprendere come si sono distinti, nella capitale, un numero considerevole di eccellenze Arbëreşë, le uniche e sole, che per incompetenza di studiosi moderni hanno permesso di esaltare gli ultimi, riportando concetti finemente lucidati per apparire propri e non crusca bianca di quanti li hanno, in questi ambiti, preceduti, specie nelle cose che fanno e definiscono la storia reale, vera o dirsi indivisibile.

Il dolore si sposta, nel vedere piazze e strade segnate dal sangue versato, queste quinte fanno venire voglia di afferrare la testa con rammarico, perché potrebbe non esserci un’altra visione, che faccia in modo di essere un’altra persona e non sentire la violenza subita dalla storia.

Nonostante si cerca ancora di dare un senso a tutto questo e, ancora sentirsi escluso per cose che non sono buone, in tutto rendersi conto che il velo pietoso non è di trama tessile che pur se bianca è come farina, la stessa che fa dimenticare alla percezione del sangue li versato inutilmente da persone buone Arbëreşë.

Tutti pensano di essere al sicuro, rallentati e diretti dallo stesso veleno culturale dell’approssimazione di grano e per questo rubano agli altrui figli, le idee fatte di crusca che vale di più, cosi si illuminano innanzi alla platea distratta, pieni di vita e cultura che non gli appartiene.

Esistono luoghi nella capitale della regione storica degli Arbëreşë che nessuno conosce, tuttavia oggi è arrivato il tempo di illustrarli, onde evitare il proliferarsi di inediti inesatti imprecisi e utili solo a sopravalutare i complementari, rispetto i fondamentali.

A cosa serve al Balcano o all’Arbëreşë visitare Napoli recandosi nella via dei presepi e ingurgitare una pizza mal lievitata, quando la citta e il suo centro storico sono la patria culturale, dove sono incuneate le radici, del genio antico, di queste popolazioni che vissero la diaspora infinita.

Lo stesso che ha germogliato e reso le figure di eccellenza della regione storica e dei Balcani, il genio morale e culturale degli istituti Olivetari partenopei, lo stesso che oggi senza una ragione plausibile viene calpestato dai tacchi dei non addetti, i quali, così facendo termineranno per non alimentare o meglio annaffiare con misura le sempre fruttifere radici dell’operato Arbëreşë.

Napoli non è la citta del turismo mordi la pizza e fuggi, essa rappresenta un protocollo storico irripetibile, capace in tempi dell’isolamento, senza alcun sistema di comunicazione a realizzare con genio e intelligenza, il modello di integrazione mediterraneo che oggi la società e la politica globale non si riesce neanche ad avviare.

 In questo progetto di eccellenza inarrivabile, sia da una parte che dall’altra sono sempre presenti gli Arbëreşë, prima come pensatori, poi come dispositori e poi come attuatori; resta solo un dubbio: perché le odierne forze politiche non si recano qui a chiedere e forse trovare anche una soluzione per il malessere che oggi si lamenta come si faceva allora nella parte iniziale.

Napoli è la patria che adotta accoglie e alleva gli Arbëreşë, non sdegna questi figli adottivi, come è successo e succede in regione storica, dove non sanno e non hanno adeguato rispetto per gli illustri che qui, nella città dei partenopei hanno fatto la storia consolidando la notorietà della minoranza.

Storia per gli Arbëreşë del lessico, le discipline greche e latine, l’editoria, la religione e della scienza esatta e dei valori culturali di confronto culturale, politico e della fratellanza dei liberi pensatori, questi i più puri che la storia ricordi.

Potremmo indicare luoghi edificati o presidi dove tutto ciò è avvenuto, ma conserviamo la notizia per altro edito in allestimento.

Nonostante ciò ancora oggi si assumono gli stessi atteggiamenti verso quanti si prodigano per dare risposte, in senso mirato del consuetudinario storico di vestizione, di iunctura urbana e della toponomastica storica e, oltre a ciò come non menzionare le novelle rimate tradizionali degli odierni cultori, i quali senza formazione diffondono fatuo di candido biancore.

Gli stessi che si ostinano a enunciare e diffondere imprecisioni a dir poco elementari, privi di una minimale logica di luogo e tempo.

Come avviene per il costume tipico, l’organizzazione museale e le trame delle figure seconde diffuse dai campanili utilizzati come minareti mussulmani, per elogiare cupole delle corti persiane, ma questo è tutto inutile, perché basta uno formato a far tremare dipartimenti e capitani di ventura, li insediati per dare agio alla china identitaria ormai in fase terminale, in attesa di vegetale conviviale.

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ARBËREŞË E ALBANESI: LA SOLIDA RADICE E IL FATUO RAMO DI UNA CIVILTÀ ANTICA

ARBËREŞË E ALBANESI: LA SOLIDA RADICE E IL FATUO RAMO DI UNA CIVILTÀ ANTICA

Posted on 27 giugno 2024 by admin

Drago

NAPOLI (Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Sono in continuo affanno le istituzioni a est e ad ovest del fiume Adriatico e, ormai ogni esternazione pubblica di quanti dovrebbero aver capito cosa sono i due fronti, lasciando perplessi e basiti quanti conoscono e hanno consapevolezza della gogna allestita dal XIV secolo.

La regione Storica Diffusa Sostenuta dagli Arbëreşë, è un bacino culturale esempio di caparbia conservazione di fatti, cose e uomini, in tutto, radice linguistica, consuetudinaria, culturale, religiosa della moderna Albania che ancora non sa e non prende misura.

Quest’ultima, invece di avvicinarsi e collaborare con intellighenzia e affiancandosi alla Regione Storica, si prodiga a portare a termine il progetto, che sei secoli orsono, l’invasore non ha avuto modo di completare, estendendolo a tutto il bacino balcano.

Infatti sfuggiti gli Arbëreşë, come la storia ricorda menziona e sottolinea, secondo trama diffusa incerta degli storici moderni, confusi e imprecisi, i prodi che trovarono agio nelle terre parallele del meridione italiano, senza conoscere anche da dove siano giunti e, senza tregua tutelato, sfuggendo all’invasore e, nonostante continuino a tessere valori di terra madre, sono definiti, traditori senza rispetto o figli degeneri, da quanti furono forgiati con forme di cupole e minareti dell’arte islamica.

Tuttavia e come se nulla fosse accaduto in era moderna, per quanto attiene le forme prodotte degli Albanese verso i tutori Arbëreşë, questi ultimi, sono affiancati ad oggi con interesse mirati ed energicamente apporre memorie del nostro eroe Giorgio Castriota, solo perché fu “Scanderbeg con effigi ed elmo non certo di memoria cristiana”.

La tendenza per questo, non è certo a favore o seve a sottolineati gli emblemi per e con i quali ottenne la guida del mutuo soccorso, come è impresso nella porta bronzea Angioina Partenopea, a memoria dei suoi seguaci Arbëreşë, ma con quelli dell’esaltazione di cupole anomale sormontata da effigi improprie e, prive di ogni referenza o valore Cristiano.

Si raccontano migrazioni, senza addurre particolari storici in atto di quello specifico intervallo, si contano, otto, nove, dieci e forse di più approdi, senza considerare la reale necessità balcanica dell’epoca o cose diverse da quelle proposte per la salvaguardi del patrimonio storico, come quello perfettamente conservato, tutelato e difeso sino ad oggi dagli Arbëreşë.

Si esaltano cavalieri battaglie e sterminio di pari dignitari, per valorizzare un valore che non certo la storia ricorda con fatti uomini e cose prodotte per il bene diffuso delle genti in attrito.

Si millanta la provenienza di esaltazione grecanica dell’sud dell’Albania e poi si appellano toponimi o identificativi comuni, riferimento del centro nord, lasciando intendere che furono genti di formazione paritaria alla magna greca storica.

Si numerano migrazioni, ben diverse da quelle innescate per necessità a seguito della battaglia della Piana dei Merli, nota anche come battaglia del Cossovo, combattuta nell’omonima località il 15 giugno 1389.

È da questo atto che nasce la necessità di difesa Cristiana contro l’Invadenza e la prepotenza delle corti con cupole e minareti di esaltazione, che in quell’epoca erano veri e proprie fucine di perversione e arrembaggio di esaltazione.

Tutto questo, nasceva in modo perverso, per ricattare i principi delle terre Balcane una volta circondati e costretti a consegnare la discendenza maschile, per allevarla e piegare al loro volere, morale o fisico dirsi voglia.

Come capito a molte famiglie, delle quali, valgano di esempio quanto incuneato al Castriota Giovanni e al principe Vlad II Tepes, e molti altri ancora come loro.

A tal proposito va ricordato cosa accadde nel marzo del 1444, ad Alessio, quando Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, fu proclamato all’unanimità, guida cristiana, e siccome tutti erano consapevoli, tutti uniti secondo il sancito del mutuo soccorso dell’Ordine del Drago, per affrontare dignitosamente e alcune volte un po’ meno alle ingerenze e soprusi Mussulmani.

Allo scopo è opportuno “rilevare, sottolineato e illustrare che la migrazione Arbëreşë, storicamente valida, è una sola”, ha inizio nel settembre del 1469 e termina nel marzo del 1533, ogni cosa che ha portato migranti prima e dopo questa data, in terra meridionale dell’o stivale mediterraneo, non è da ritenersi migrazione di esuli figli della diaspora Balcanica, perché appartengono ad altra filiera sociale politica e di bisogno culturale, delle due rive del fiume Adriatico.

Va in oltre sottolineato che un flusso latente, tra le due rive è sempre esistito senza mai terminare, per le inquietudini storiche dei Balcani, che hanno sempre innescato frotte di, mercenari contadini, nobili, faccendieri, artigiani e ogni sorta di figura in cerca di agio e tranquillità, nel vedere le rive ad ovest colme di abbracci buoni di accoglienza.

Cosa diversa sono gli Arbëreşë, che istituirono con garbo rispetto e opera di genio locale, la regione storica, secondo principi e prospettive di assenso specifiche e, se poi a questi nel corso dei secoli si sono sovrapposte altre genti proveniente dagli stessi ambiti, oggi continuano a sottolineare la diversità culturale di radice debole per i dissimili protocolli di promessa data.

Sono Arbëreşë tutte le genti che giunsero a seguito della permanenza partenopea di Donica Arianiti Commento, dopo la scomparsa del consorte Giorgio Kastriota, colui che i mussulmani appellavano impropriamente Scanderbeg.

Questa fu una pianificazione che Giorgio, realizzo con dovizia di particolari con i regnanti Aragonesi, assicurando loro che gruppi o macroaree abitate, potevano fornire oltre che valore al territorio, una più eccellente vigilanza di queste popolazioni di suoi sudditanti, garantendo la rinascita dei territori il controllo degli Arbëreşë fedeli oltre ogni misura umana in favore dei regnati, che per questo diedero agio sino al 1563.

Oggi queste attività di comune accordo sfuggono dalle diplomatiche dei comuni studiosi, i quali, perdono tempo nel realizzare elenchi di approdi, privi di senso e capacità insediativa, come se le attività di confronto, dialogo e cooperazione che hanno consentito la finalizzazione del modello irripetibile, di integrazione mediterranea, sia un caso fortuito caduto nelle braccia levate al cielo perché incompresi.

Restano alla memoria dell’era moderna gli atteggiamenti che dall’Albania hanno avuto come mira gli Arbëreşë, storicamente individuati come figli degeneri o fratelli traditori, ad iniziare dalla doppia decima del secolo scorso, con gli ecidi di quanti si esposero per rialzare la deriva che il paese delle aquile viveva quando erano terminate le guerre mondiali.

A memoria non vanno sottovalutate le azioni o atteggiamenti a seguito di questa doppia decade, che non sono mai stati benevoli o tipici di una fraternità riverberata nell’aria, ma nei fatti espressa con misura di provincia pronta ad essere occupata per poterla piegare come non si riuscì fare sei secoli orsono.

Oggi vediamo un andare dietro e avanti, di ogni sorta di figure, che appaiono come falchi millantano di essere Aquile Bicipite e, nel corso dei diversificati eventi, denotano solo due facce della falsa medaglia che vuole elevare minareti e non certo campanili di fratellanza.

È inutile elevare miti, effigi, scalfiti marmorei o scritto grafici moderni, privi dei minimali apporti storico linguistici di radice e, non approfondiamo nulla del protocollo di pronunzia linguistica, riferito al corpo umano e delle sue pertinenze.

Questo ultimo accenno avrà a breve una più ampia diplomatica, al fine di terminare questa deriva, nata con la legge che doveva essere di tutela degli Albanesi e che invece ha fatto più danno che l’invasore mussulmano agli Arbëreşë.

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TORNANO NEI KATUNDË SENZA ARTE MA ARMATI CON LO SCUDO DI LODE OLIVETARA (Viceù Karusjtë thoj: janë profesùra mosë ju chias se bëgnènë dëme)

TORNANO NEI KATUNDË SENZA ARTE MA ARMATI CON LO SCUDO DI LODE OLIVETARA (Viceù Karusjtë thoj: janë profesùra mosë ju chias se bëgnènë dëme)

Posted on 22 giugno 2024 by admin

Immagine

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – La diplomatica che delinea questo trattato di storia è il risultato di oltre un quarantennio di ricerca, eseguita con confronti e approfondimenti documentali, interpretati dal genio di numerose figure dipartimenti partenopee, oltre lo studio in Geographic Information System (G.I.S.), attraverso il quale è stato possibile produrre e proporre contenuti responsabili e certi, dei trascorsi Arbëreşë, dai tempi del regno di Napoli sino ad oggi, Meridione Italiano.

Se a questo sommiamo il saper interpretare le cose vernacolari dell’idioma, il genio locale e le nozioni ereditate dalle eccellenze locali più illustri e trainanti, sia nel loco natio che nella capitale del regno, la genuinità dei contenuti non può essere che eccellenza.

L’intento qui perseguito, senza soluzione di continuità, quindi, mira a fornire agio e solidi principi, per quanti devono esercitare il ruolo o essere funzionari della salvaguardia, le cose e i contenuti, materiali ed immateriali, dei luoghi che le figure su citate, hanno esposto per i principi di salvaguardia, promozione e tutela, delle radici incuneate nel terreno più fruttifero della storia locale.

L’auspicio quindi, mira ad innalzare l’operato dei compiti a disposizioni delle istituzioni tutte, ogni volta che dovranno adoperarsi a divulgare o promuovere cultura e cose del passato, in tutto un solido impegno diffuso, al fine di segnare ogni cosa, soprattutto nei tempi di maggior disagio, come quelli che stiamo vi­vendo da un secolo e, nel quale prevale la crisi di valori fondamentali, gli stessi che hanno intaccato l’operato di molti addetti, convinti di dover vivere un disagio storico disarmante senza alcuna nozione che possa recuperare interamente quanto già compromesso diffusamente.

Questa diplomatica, affiancata ad altre iniziati­ve “Socio-Culturali-Agili”, hanno tutte consentito di produrre atti sufficienti per la stampa di cinque volumi i cui contenuti sono qui ripostati: il primo; sulle vicende che definirono l’esodo nelle terre parallele del meridione Italiano; il secondo, riferito alle figure emblematiche che salvaguardarono il genio locale e articolarono la cultura e le credenze; il terzo, sui tipici sistemi urbani dei centri storici, facente parte la regione storica diffusa sostenuta in Arbëreşë; il quarto, riferito al costume tipico e del valore di sostenibilità morale della minoranza, il percorso tra casa e chiesa; il quinto, la trattazione e l’uso del canto affiancato in età moderna dalla musica secondo i temi di metrica per conservare l’originario idioma.

Il tutto cer­tamente consentirà la diffusione a tutti i nuovi e antichi parlati e, soprattutto ai giovani inesperti o acerbi cultori, senza alcuna formazione plausibile, o meglio senza titoli di maturità, in specie di tutti i generici, subito rincasati dopo essere stati coronati, di comuni strumenti con lode, mai validato con le cose antiche della storia di radice esclusivamente Arbëreşë.

Questi in particolare i più determinanti alla perdita di ogni valore antico atto a comprendere meglio e di più, le motivazioni che hanno determinato lo stato della realtà fortemente penalizzante barcolla od oggi in ogni evento prodotto.

I cinque temi citati, sono stati soprattutto realizzati con – l’auspicio, il coraggio e la volontà – di porre in essere una diversa mentalità, oltre un più fattivo modo di interagire con le multiformi dinamiche dei tempi nuovi, che non certo collimano con le cose del passato, garantendo futuri solidali di una identità parallela che ormai si va estinguendo in nome non degli arbereshe, ma della moderna Albania balcanica (?).

È convinzione che questo lavoro sminuisca l’inquietudine, lo smarrimento e le dif­ficoltà di ogni genere che si autoelegge o viene eletto in attività di oggi, o del passato breve e secolare, addebitando, a tutti i livelli istituzionali, senza alcu­na remora, la cattiva conduzione dei privilegiati, i quali privi di ogni sorta di substrato culturale adeguato, considerano la funzione pubblica, qualsiasi essa sia (politica, amministrativa, scolastica, ecc.), come uno strumento di potere e non di servizio.

Questo ha fatto sì che una nuova epoca nascesse per condurre a superare le difficolta di questo cuneo anomalo, geometricamente piatto, seminando per questo, nostro mal grado, raccolti che non possono alimentare le cose della nostra esistenza, asservendola ad interessi personalistici e spesso giunge ad utilizzare il po­sto di responsabilità per tessendo oscure e adombranti tele, il cui messaggio finale non conduce a nobili principi di fratellanza leale.

In queste contingenze, la conoscenza della storia locale potrebbe apparire un insi­gnificante artificio o vano esercizio al modello di iunctura locale, non potendo rappresentare la soluzione dei grandi temi che interessano e coinvolgono la resilienza posta in esame.

Tuttavia, premesso che tale soluzione è una questione di ricambio generazionale, nella speranza che quelli che verranno, saranno migliori di noi, a ben considerare, il contesto in cui la storia locale è inserita, costituisce uno strumento insostituibile per la presa di coscienza di taluni risvolti dei tempi prossimi e lontani che siano; l’importante è adesso, per questo serve segnare­ un percorso ben determinato a cui si dovranno organizzare i Katundë gli şeşi e i due governi locali: ovvero quello delle Donne la Gjitonia e quello degli Uomini Kuşetë.

Una presa di coscienza che, mira ad abiurare all’uso delle più nobili facoltà umane, per fare un primo passo per interagire con le contingenze attuali e, non fre­nare ulteriori riflessioni sul passato per confrontarlo col presente con mono temi o riflessioni che co­stituiscono un valido mezzo per “leggere e comprendere” le complesse dinamiche odier­ne riversate, come si fa con l’aceto quando, la speranza, è l’unica arma per far diventare buon vino l’aceto corrente.

Sono proprio le cose minime che ci permettono di comprendere meglio ogni cosa della nostra storia locale che unisce la regione storica, perché più vicine al nostro animo e al nostro quotidiano, laddove le vaste conflittualità internazionali tendono a sacrificare ciò che è ritenuto marginale.

La ricerca dei fatti, per quanto di portata limitata, che hanno interessato un qualsiasi Katundë, costituisce un mezzo formidabile per avvicinarsi alla verità, laddove i documenti ufficiali, proprio in quanto tali, testimoniano per lo più solo ciò che l’ufficialità deve dire proporre o dimostrare in favore dei poteri forti.

Per questo diventa fondamentale “tradurre per capire” le cose necessarie, oggi più che mai, dal mo­mento che gli artifici dei messaggi politici sono intesi solo ad assicurare il consen­so ma non a risolvere i problemi che un certo tipo di politica ha causato nello svolgersi delle cose.

Siamo coscienti che in questi ambiti e in queste contingenze ci vuole coraggio nel proporre di seguire la strada della conoscenza e della coscienza, anche individua­le, e a proporre di lasciare uno spazio per “pensare con solare mira”.

Tutto questo è necessario farlo, af­finché la via prescelta nella qualità di operatori culturali non sia stata percorsa in­vano.

Ecco allora una “proposta” di lettura di alcuni “temi fondamentali” della regione storica diffusa sostenuta in Arbëreşë, che si possono identicamente riversare in ogni Katundë.

Storia di estremo interesse che affonda le sue radici nei tempi della magna Grecia, poi dei Romani, i Longobardi, i Bizantini, i Cistercensi sino alle vicende che dal 1473 iniziarono sollecitare la diaspora balcanica, quando tramite vari insediamenti agricoli costoro occuparono il territorio ispirati dagli abbracci posti ad ovest del fiume adriatico, sino dove riposa lo Jonio; se ne ha traccia nei pochi cocci che ancora si possono rilevare nella modeste Kallive prime, inglobate nel costruito del palazzi nobiliari ottocenteschi.

La cultura agricola e pastorale venne rivitalizzata dai “mo­naci” greci i quali, sulle basi della solidarietà religiosa di  Llighjia, interagendo con l’ambiente naturale, rifondando la nuova civiltà nate lungo i “lavinai” le quali, unite attorno all’edicola religiosa prima, costituirono il nucleo dove il “Genius loci ” diede i frutti che ancora oggi sono rinvenibili. Civiltà che poi si risolse nella dismissione di ogni senso di unità per sfociare in un duro contrasto tra nobiltà e Signoria civile e religiosa.

Superati an­che i dissidi, in tale occasione venne ridotto il rito Ortodosso in favore del Latino e, nel Set­tecento visto la deriva di credenza in atto, si avviò un loco di formazione clericale moderata Bizantina, della società Arbëreşë controllata sempre dai clerici Latini di locale pertinenza una ricchezza che nell’Ottocento inoltrato finì col soggiacere alle diverse dinamiche socioeconomi­che della nuova borghesia dell’Italia unita.

Il substrato religio­so eredità di numerosi luoghi di culto rappresentò sempre un elemento trainante di alcune macro aree della Regione storica.

Terminando con la determinazione due opposte fazioni di rito latino e greco bizantino, determinando anche contingenze e vantaggio di una sempre più stretta cerchia di famiglie, il cui potere si espresse nelle forme consuete di dominio dei Katundë.

Tali aspetti della storia dei centri storici, sono stati ricostruiti dagli autori ricorrendo alle indispensabili ricerche o indagini sul territorio.

Esse rappresentano le basi per ulteriori studi che, tramite saggi monografici, potrebbero contribuire a meglio conoscerne le dinamiche storiche anche dal punto di vista della credenza locale delle diverse macro aree.

Perciò, nella coscienza va considerato un punto di partenza segnato con un edito in tale direzione che deve servire a far emergere nuove domande, e nell’auspicio che anche questo sarà da stimolo a pochi o a molti per farli riflettere sulle proprie radici locali, residenti o emigrati, ma soprattutto ai giovani, affinché, tramite una maggiore presa di coscienza, li aiuti a meglio intera­gire coi tempi nuovi in prospettiva e per costruire un futuro sostenibile con la solida radice Arbëreşë.

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NEI CASTELLI NORMANNI FANNO MESSA IN LINGUA ALTRA SENZA PRETE E ALTARE

NEI CASTELLI NORMANNI FANNO MESSA IN LINGUA ALTRA SENZA PRETE E ALTARE

Posted on 04 giugno 2024 by admin

Miracco ii

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – L’incoscienza del Collegio Olivetaro citeriore che promuove la storia della cultura Arbëreşë, nel cementarsi per sostenere le cose della storia, come: consuetudini, parlata, figure storiche, l’idioma con la frase da noi parliamo così, ponendosi al cospetto delle cose avvenute e prodotte, non trova diplomatica sufficiente, atta a fermare questa implacabile deriva chiacchierata, senza vergogna alcuna.

Ad oggi si parla, si espongono cose, fatti uomini, paesi, costumi, rimanendo nascosti sotto la zògha materna, a cui gli si impediscono sin anche ad accudire al fuoco domestico che riscalda e sostiene e illumina davanti al camino gli arbëreşë.

Ormai non sono i maestri di bottega o gli anziani a formare le menti locali, ma sono giovani studenti, che appena intascato un titolo dirsi voglia radice, tornano nei luoghi natii a esporre Genio senza forma culturale, civile e sin anche clericale.

Nessuno ha più misura delle cose che dice, che che traduce o che fissa con immagini oscure, a favole del proprio gruppo familiare, allargando e spianando strade come se fossero meriti, millantando tuttavia, ogni genere di profitto per la comunità, la stessa che si guarda attorno e si vede povera abbandonata, privata di ogni risorsa di vita possibile, per questo pronta a svendersi al migliore offerente una o più monete.

Si considerano tutti discendenti di cavalieri e di nobili principi, per questo in grado di aver scritto la storia delle cose utili alla minoranza, al punto tale da sentirsi in dovere di seminare storia, parlate e pubblicare editi carpiti e presentati come propri a quanti credono che di poter raggirare e, qui rimangono delusi e scottati di calore.

Oggi si esaltano i neri a cui si dedicano Biblioteche, Strade o s’innalzando busti nei vutti storici, di contro il mercato non è fatto di cose commestibili genuine da portare a casa, ma luogo di pensiero e misura senza “menzà kgurì”,l’unità di misura frumentaria che un tempo faceva economia e benessere di confronto leale, pagando il giusto a garanzia di non essere raggirati pubblicamente davanti la chiesa.

Ormai la deriva che va sempre allargandosi è fatta di aceto riversato non più irrecuperabile, in quando riverso delle generazioni antiche, che titolano e garantiscono una genuinità che non serve a niente e a nessuno se non sminuire il calore del prodotto locale che intanto si sperde.

Un tempo avevamo un luogo di confronto e di economia povera dove chi non aveva risorse riusciva a campare, oggi nel tempo di un ventennio questo luogo è diventato la vergogna locale, dove si espongono le eccellenze storiche di appartenenza a parti invertite nei vutti di cloaca pubblica e privata, senza avere un attimo di vergogna per quello che si espone e dove viene allestito.

Pietre dove un tempo si spegnevano per fare calce, la memoria del letterato primo lontano da casa sue e proprio lì dove era il cantaro pubblico, l’eroe con effigi mussulmane nel vuttò nobile, sono il componimento storico che racconta una pena locale che dura dagli anni ottanta del secolo scorso.

Queste figure oggi, per chi ha la mente lucida e pronta, sono individuati come il risultato perverso di quanti manovrati e se un tempo conoscevano bene il valore del perdono, diversamente da altri che apparendo nobili e fraterni, non palesano orizzonti di miglioramento, in quanto, dal purgatorio perseguono gli anelli più profondi dell’inferno.

Il risultato viene allestito con una sfera semi pietrificata, il busto del letteratura locale lasciato morire con pena e, l’eroico valicatore sormontato dalle effigi del diavolo, in tutto tre cose che riportano la mente a un antico grido di dolore rivolto a chi gestiva Terrae lavorava la terra senza ne frutti e ne prospettive di mercato.

Lo stesso ripetuto in pubblica piazza e per gli sheshi del Katundë, da un indimenticabile personaggio locale, il quale per redarguire l’incauto di turno malevolo e perverso, lo invitava senza fare nome, a tornare nel pascolo acquitrinoso familiare a rotolarsi in quel loco putrido e melmoso, assieme alle sue maleodoranti pecore, con la frase: all’işki, all’işki, all’işki, perché il luogo natio del quel gruppo llhitirë.

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DOPO DANZE MITO E IDIOMA DOBBIAMO PREGARE RIVOLTI AL LOR SIGNORE CHE SORGE

DOPO DANZE MITO E IDIOMA DOBBIAMO PREGARE RIVOLTI AL LOR SIGNORE CHE SORGE

Posted on 30 maggio 2024 by admin

Ina Casa 2

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – La deriva culturale da cui sfuggimmo e, per la quale siamo diventati esuli integrati in queste terre parallele, è racchiuso nel concetto di non aver voluto soccombere e quello che oggi si palesa a casa nostra e, ormai divenuto più sopportabile.

Nonostante la volontà di fare bene e meglio esprimendo e affermando tutto il patrimonio ereditato per discendenza diretta, ha ritrovato nuovamente pena identica qui in terra parallela di quanto i nostri antenati sfuggirono sei secoli orsono.

Due cose sono certe; la prima è lo sfaldamento culturale avuto inizio nel XVII secolo con il vertice di pena nel sessantotto del secolo scorso; la seconda è la caparbietà turcheggiante che non ha mai smesso di inseguirci per piegarci e, oggi dopo il sessantotto hanno riprese le manovre di sottomissione, di consuetudinari, linguistica i costumi e la credenza.

Oggi la deriva, senza confini ci insegue e ci insegna a ballare secondo le anche islamiche senza pudore, siamo invasi secondo le credenze dei loro miti, vendendo sgretolarsi la credenza portata oltre adriatico con non poca pena e sacrifici dai nostri avi.

Vanno dicendo che bisogna rinnovarsi e le parlate devono essere rinnovate, perché le cose antiche non hanno più senso in questo mondo globalizzato e chi volesse studiare o entra nei canali riconosciuta da quella corte ambigua senza credenza, fa meglio a rimane isolate a fare il contadino che ciba lo stomaco e lascia deserto il cuore la mente e l’animo nobile, quello che  abbiamo ereditato dai nostri umili ma sapienti genitori.

Che si cibavano di crusca di grano e non di veli o nebbie generate, dalla “farina fatua” lasciata incautamente nell’aia a prendere sole degenere, non è certo il meglio della cultura che fa la regione storica.

Noi siamo Arbëreşë, voi non so cosa; tuttavia se si esalta l’opera del mugnaio matto, che espone le macine senza l’acqua che le fa ruotare; rappresenta la deriva di un figlio degenere, come chi prestava il grano per entrare nelle famiglie e manomettere le risorse del sudore altrui.

Gli esempi sono molteplici ed oggi, pochi ne conoscono il senso o il valore storico e, se questo accade non viene per caso, visti i temi in fermento, con i quali si trattano integrazione, ponti e, credenze, senza avere misura, di quanto apporto fornì nella storia d’Europa il genio arbëreşë.

La storia degli Arbëreşë è fatta di lavoro sudore, studio, credenza, legalità, genio e diffusione editoriale senza confini o generi da sottomettere o distruggere i popoli di cui erano parte.

A tal fine e per comprendere meglio la misura delle cose, chi si reca negli ambiti, in specie i Katundë della “Regione storica diffusa e sostenuta dagli Arbëreşë”, da oggi in avanti, provvedesse prima di tutto a confrontarsi con quanti studiano, analizzano e promuovono il territorio senza soluzione di continuità da molti decenni e, non con le istituzioni che essendo volontà popolare a scadenza di mandato, mancano di quella formazione storica continuata dalla radice indivisibile.

Venite in “Regione storica Arbëreşë”, ma mi raccomando, onorate i condottieri dell’ordine del drago quando non erano più ricattati per la propria famiglia in ostaggio e il suo popolo che con sacrifico allevava e sosteneva le proprie radici.

Le vostre fatue ragnatele, sono il motivo per il quale, le nostre discendenze preferirono migrare e disegnare paralleli ambientali di genio e di cuore, con credenza antica, la stessa che voi viandanti non dedicate tempo di confronto, con i veri saggi locali, quelli eletti dal tempo e dalla saggezza locale, nel più riservato silenzio ovvero i: nemo propheta acceptus est in patria sua; perchè: Jaku jonë i shëprishur sù harrua!

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L’ACQUA CHE SCORREVA NEI CENTRI STORICI HA SUGGERITO DOVE FARE SHËPI, RRUHA E GJITONI  (chi studia tutela confronta conosce e valorizza cosa tramandare)

L’ACQUA CHE SCORREVA NEI CENTRI STORICI HA SUGGERITO DOVE FARE SHËPI, RRUHA E GJITONI (chi studia tutela confronta conosce e valorizza cosa tramandare)

Posted on 26 maggio 2024 by admin

Sila GrecaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Terra di Bisignano (oggi, Santa Sofia d’Epiro) in origine fu un casale di frontiera, occhieggiante alle vele che approdavano nei naturali abbracci calabresi, della sibaritide.

Il casale nasce nell’entroterra, che fu mira, come tutta la corona di colline che perimetra la valle del Crati, dalla soldataglia longobarda, scossa dai passi cadenzati delle milizie bizantine, punteggiata dagli agrari delle grange francofone, mira dei desideri normanni.

Tutti pronti a disporre del laborioso cuneo produttivo, che da Bisignano conduce sino al promontorio denominato, Sana Vote di Castello.

Un ter­ritorio fertilissimo, circoscritto dai laboriosi torrenti del Duca e del Galatrella, che con le proprie gemme d’acque sostenevano cunei agrari, da cui fiorivano alimenti genuini dalla croce di bosco verso valle e, poi dai porti dello Jonio, lungo il Mediterraneo davano agio alimentare in ogni dove.

Confermato sono le vicende dalla storia che dal VII secolo, poneva il territorio dell’odierna Italia, termine e non più continuo, di pertinenza geo­politica romana, dove, il confine a sud era segnato lungo il corso dei fiumi Crati e Savuto, che dalle coste del Tirre­no di Amantea conducevano sino a quelle Joniche dalla Sibaritide.

Per la difesa di questi lime, nato, dopo la dismissione della diocesi di Turio, trovò dimora una famiglia indigena: i Berlingieri, che per la via e le convenienze Vernacolari offerte dall’acqua, edificarono l’originario nucleo denominato Karkarellët.   

Il tutto nella connessione delle acque limpide e genuine di Morrjitj e le ferrose che scorrevano nel Vallone del Duca, un affluente del Galatrella

In questa storica connessione di Acque buone trovarono dimora, numerosi distaccamenti di soldati Longobardi nel versante nord, a sud si contrapponevano i Bizantini, li lungo la strada di costa che da Rossano conduceva verso Bisignano e Cosenza.

I soldati preposti al controllo, in sicurezza, si disponevano lungo il camminamento storico ispezionando i greti degli affluenti storici del Crati verso la collina.

L’acqua è noto che scorre e segue il tempo, ma il tempo non si ferma, mentre l’acqua si arresta, cambia itinerario, fa solchi, segna i luoghi e, l’umo che osservano dalle prospettive ancora vuote, prende spunto dai quelle vie scalfite dallo scorrere dell’acqua, e costruisce seguendo il tempo che scorre senza sosta. 

A tale scopo si vuole dare memoria dei Katundë Arbëreşë, i luoghi dove le vie, i vicoli sono onomastica viva e riverberano senza pausa il tempo che fa scorrere l’acqua: Lavinë, Parerë, Trapesë, Stangò, Vallj, Shëşë, Cangellë, Sentjnë, Morrj hìutë, Kopëshët, ecc., ecc., ecc.

Quindi a Ovest, nella connessione dei due torrenti Nasce il primo nucleo ai tempi della nascente diocesi di Bisignano e, a ovest nel tempo dei longobardi fermati dai Bizantini, è sempre la salubrità delle acque e il loro operato a dare un nuovo spunto abitativo.

Valga, il Lavinaio, refluo torrentizio, che scorreva da monte a valle, in quello che poi sarebbe divenuto il centro antico, del casale Terra di Sofia, dove lo scorrere naturale lascia sabbia candida, dando così avvio all’assemblare dell’edificato originario primo di piazze vichi, case e la chiesa.

Nascono così numerosi Katundë arbëreşë, in tutto, il risultato di eventi che uniscono uomo, ambiente naturale; ovvero, acqua che si ferma e segna ogni cosa per il tempo che scorre.

Tutto questo a iniziare dal XIV secolo secondo i patti dell’Ordine del Drago che vide giungere nelle rive dello jonio i laboriosi Arbëreşë, con la sola aspettativa di poter vivere queste terre parallele simili o equipollenti alla loro terra natia.

Dove lo scorrere dell’acqua da senso e scandisce il tempo che non ha mai soste e, tutto si trasforma in risorsa, come la sabbia e le sue infinite grammature, in tutto suggerimenti, dalla natura e del tempo per l’uomo.

Prova di questo è l’edificato del XI secolo di radice cistercense, ripreso dagli albanofoni a seguito della peste del 1638, viene eretto quale chiesa padronale, modificati il corso di questa risorsa naturale, in favore di una credenza Alessandrina leggendaria che in altro capitolo sveleremo.

Poi le strategie locali indirizzarono l’acqua, che qui si fermava a depositare sabbia, a dispetto del tempo e, venne fata scorrere, verso altri rioni, che videro innalzate le case dai Baffa, Becci, Rizzuti e sin anche il nuovo monte del grano ad opera in risorsa dei Masci.

Per chiarezza di intenti, qui si useranno toponimi e identificativi, del Katundë di Terra di Sofia, della diocesi di Bisognato, ma per tutti gli altri centri abitati di simile periodo, cambiando i toponimi o l’identificativo famigliare, mentre la trama unifica per tutte il protocollo di sviluppo di centro antico che si va formando in origine, secondo le epoche, in tutto il tempo.

È grazie allo scorrere dell’operosa e instancabile acqua, era rifiniva la sabbia, in quelle aree di iunctura urbana, dove a forza di rotolare, si depositava finemente in diverse grammature, prima che l’acqua prendesse la via dei torrenti per giungere a mare. 

In tutto, acque che scendono da monte, segnando i lavinai, poi divenuti progressivamente cunei stradali, vichi e in alcuni casi ripide scalinate, determinando per questo, il progetto del centro antico, come oggi appare, eseguito dagli uomini nello scorrere del tempo.

Sicuramente il costruito è da attribuire all’opera dell’uomo, ma la traccia dei percorsi, cunei espressione dell’erosione dell’acqua, conducono nei rioni in crescita, divenute, Vie, Vichi o luogo di Piazze, suggeriti dall’acqua esposta al sole e alla luna senza sosta.

Come la storia, il tempo alimenta e talvolta tace o tiene velate cose; l’acqua rimane in vigile attesa per avere forza per incunearsi, scorreva o cadere per segnare luoghi e storia.

L’acqua basta lasciarla libera ed essa prima o poi trova una via per scorrere, e comporre, quei percorsi avvolte comodi, che l’uomo pratica e vive, perché espressione di trame naturali, che l’ambiente concede e, l’acqua mai le abbandona.

Il centro antico qui preso in esame, ma potrebbe esse uno degli infiniti di radice collinare si sviluppa a ridosso di tre percorsi storici, perché per natura erosiva l’acqua trascina sabbia, sminuendo la pietra e quindi i detriti per diversi secoli macinati, tutti poi giungevano nel parerò naturale dove le acque prima di precipitare nel torrente Galatrella e poi Cangellë, lasciavano in questo naturale “cuneo campanaro”, la candida sabbia color oro, per edificare;

  • Il Primo come già accennato è il più naturale e segue la odierna via detta Şigjona, germogliando nella corona, che cinge il paese in tempo denominata Kiubicë (verso la via di cresta), per poi insinuarsi nel paese dove furono erette, le stalle e il palazzo Bugliari di sopra, sempre più vorticosamente affianca le case dei che furono prima dei Baffa e in epoca francese dei Toscano, scalfisce il posto di osservazione ricordato come degli eroi da Bregù, e dopo un breve pendio si distende nella odierna Piazza Sant’Attanasio, per continuare: un tempo per via Şigàtà, da dove si riversava nel più a valle torrente del Galatrella, poi a fine del XVII secolo, con l’edificazione della chiesa del Santo Patrono, dedicata a Sant’Atanasio, venne deviato verso palazzo Tallarico e, passato il lato corto di questo edificato, precipitava nel cuneo dove depositava la sabbia e,  si univano poi al corso delle acque del torrente Cancellj più a valle.
  • Il Secondo Lavinaio è una conseguente biforcazione del primo, nasce dal continuo di Palazzo Bugliari di sopra, l’esenzione prospettica dell’ingresso che guarda a nord, qui raccoglieva i reflui piovani del continuo su citato e, della strada che piegava per Bisignano, affiancato residenza dei Bugliari di sotto, si riversava nel tratto di via Epiro, per piegare su via F. Bugliari e giunta su Piazzale dei Vescovi seguiva la via di fianco al Palazzo dei Fasanella, un tempo il monte del grano, per unirsi al primo e quindi nel pareo della sabbia.
  • Il Terzo è il più interessante, in quanto da origine allo storico toponimo di Trapesa, generato dalle acque reflue e piovane delle residenze a sud ovest, o meglio a monte dell’odierno palazzo Bugliari, oggi sede del Museo e del Comune, si dipartiva per essere il Vutto del palazzo Bugliari e del palazzo degli Elmo, (il palazzotto ad impronta di masseria barcellonese); il braccio che segnava lo spazio di reflui, oggi Trapesa, tagliava la proprietà dei Bugliari per passare davanti la casa di questi in forma più limpida e controllato refluo, anche se il toponimo dà la misura dell’inesistenza purificata del lavinaio, mentre l’altro braccio serviva da refluo naturale di questo e di palazzo Elmo e dei Calvano, per poi riversarsi nello Sheshi Ka Arvomi verso il torrente Cancellj.

Il refluo di meditazione delle Acque, ovvero dove si fermava e non seguiva il tempo, prende il toponimo storico di Trapesa, Vutto della mensa Arcivescovile o, misura di cose preziose, in senso di piccole dosi, o meglio scarti alimentari della mensa arcivescovile lì, in affaccio e, certamente posta più a monte della connessione di reflui corporali che segnavano la discesa verso il torrente più a valle.

Sono questi gli elementi primari che hanno tracciato i percorsi che conservano la memoria, dei Berlingieri Bisignanesi, i Soldati Bizantini, della Grangia Cistercense e degli Albanofoni prima e degli Arbëreşë per chiudere definitivamente questo “recinto antico” che lasciava tutti liberi e, nel contempo difendeva i suoi abitanti indigeni e della diaspora, da ogni ingerenza, maturale o di genere in aguato.

Per lavare igienizzare o sanificare cose, un tempo i Katundarj si recavano nel denominato (Ronzj i Ghëròghëtë), lungo il corso dell’instancabile torrente storico, sempre fedele e presente; mentre per abbeverarsi erano le fonti, i due termini di approvvigionamento, germogliate a seguito di due depressioni, o smottamenti storici.

Gli stessi che dividevano il Katundë, e qui non edificabili, e sino alla fine degli anni sessanta, mai nessuno ebbe fiducia di elevarvi case, stalle o altro tipo di rifugio, se non orti e produrre eccellenza ortofrutticola, ricercata sin anche dalle genti che vivevano nei cunei agrari.

Note erano, Patate, Zucchine, Pomodori per insalata, Fiori di Zucca, Fagioli, Ceci, Piselli, Taccole, Cipolle e come non ricordare, l’inconfondibile basilico e l’ornamentale prezzemolo.

La novità storica per una nuova acqua, giunse nel 1935, quando venne inaugurato il “Civico Acquedotto” il quale doveva dare agio e comodità a tutto il Katundë, anche se in poco più di un decennio, questa bolla di acqua, andò sempre più ad esaurissi e, con essa si è anche accodata la storia del paese, quella che avrebbe dovuto studiare per dissetare la mente per capire, preservare, tramandare cose buone e, non povertà di memoria, questo almeno sino ad oggi.

 

Altro elemento fondamentale erano i Butti o Vutti secondo le epoche di rotacismo linguistico; cavità naturali o artificiali attigue alle abitazioni sino al Rinascimento e, servivano per lo sversamento di rifiuti e deiezioni, umane.

Per evitare la diffusione dell’orribile puzzo che si alzava da esso, si copriva il butto oli si realizzava nelle zone ventilate al fine di deviare i miasmi, evitando altresì anche che divenissero fucine di gravi infezioni si versava all’interno cenere.

Essi servivano anche come latrine per lo sversamento delle acque nere.

Erano collegate agli orti o direttamente nelle strade, dove vi erano lasciati liberi maiali che fungevano da spazzini.

Nei butti o vutti si deponeva di tutto ivi comprese le suppellettili di casa ed i corredi da cucina e vasellame pregiato nei periodi di pestilenza.

Questi a non avevano regole precise nei piccoli centri ma tutti si stabiliva che tutti dovevano essere attigui, le officine o le periferie del centro.

Per le minime lavorazioni sporche quali il risciacquo degli animali macellati e il lavaggio dei prodotti grezzi dell’artigianato tessile, furono costruite i “guaççatorium” che rappresentavano la parte più bassa delle fontane pubbliche, istituendo la carica di maestro pubblico addetto alla risoluzione del problema dello smaltimento degli scarti

E se la toponomastica non è un’opinione, catastale o bibliotecaria, la memoria va al toponimo: Ka Sanë, che ambiva a indicare un Luogo sanificato o santificato dalla Natura e per incanto ascensionale.

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TRA IL DIRE E IL FARE SOLO IL PONTE DELLA CONOSCCENZA SUPERA IL MARE (I ponti sicuri costruiti dal pensiero arbëreşë quando gli altri rovinavano per finire in mare)

TRA IL DIRE E IL FARE SOLO IL PONTE DELLA CONOSCCENZA SUPERA IL MARE (I ponti sicuri costruiti dal pensiero arbëreşë quando gli altri rovinavano per finire in mare)

Posted on 20 maggio 2024 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Si parla di ponti per unire popoli, pensieri e religioni da unificare, generi da eguagliare senza avere misura, di quando, dove e con cosa, elevarono le prime catenarie in grado di unire i confini sociali e di credenza, senza che rovinassero nell’acqua limpida che scorrendo impetuosa e divideva le cose del nostro paese.

Oggi nell’amata terra mediterranea approdano autorità di ogni levatura e grado diffondendo promesse consegnando premi, in forma di omaggi variegati, assegnando titoli e allori per quanti seminano inutile fatuo giovanile.

Tuttavia nessuno di essi è adeguatamente illuminato o informato relativamente a cosa serve per aggiungere valore, e lustro, onorificenze di primato a quanti da millenni costruiscono ponti di dialogo, creano fratellanze, nel silenzioso rigore dell’umiltà.

Romani, Bizantina, Normanna, Greci, Arabi, Longobardi, Cistercensi, Francofoni, Ispanici Arbër e ogni sorta di popolo in cammino non per conquistare e sottomettere, ma per trovare agio e vivere sereni, in tutto chi è giunto qui non per conquistare o sopprimere, ma per incanto, vivere questa terra buona di sole e oggi, tutti fieri di essere riconosciuti come Italiani, in terra fraterna: la Calabria.

Sono tutti calabresi, si riconoscono sotto la stessa bandiera, pregano con lo stesso orientamento, ma se li senti parlare riconosci la radice sempre viva nelle loro inflessioni dialettali, tutti piacevolmente identificabili per la propria radice antica.

La Calabria quindi resta, detiene e conserva il primato dell’integrazione mediterranea tra le più solide e più fiere del vecchio continente.

Nessuna Istituzione l’ha mai premiata o ha avvertito la necessità di medagliarla, nonostante in questo intervallo storico, si parla solo ed esclusivamente delle vicende che nella storia l’hanno resa protagonista in prima linea; come fa una madre arbëreşë per i propri figli, allargando la sua bontà anche per quanti si trovano in difficolta, perché senza madre.

Qui in particolar modo si vuole trattare dei primordiali “nucleo urbani” dove esse sono vissute mantenendo le radici consuetudinarie in cui riconoscersi per non dimenticarle, in tutto le quinte teatrali fatte di: chiesa, servizi di avvistamento e della Iunctura solidale in difesa della propria identità.

I componimenti storici vernacolari, alloctoni e autoctoni, gli stessi che generarono i Katundë che qui non sono mai stati Borgni  ma: luoghi sociali o di confronto in continuo progredire fraterno secondo una visione di progresso fraterno  amicale dirsi voglia.

Si iniziò con l’edificare abituri razionali incastonati nel terreno, utiliz­zando anche materiali di spogliatura, pre­senti in quell’area a seguito dei terremoti o catastrofi naturali sempre in aguato.

Un insieme di attività racchiuse all’interno di uno spazio fisico privato, che pur se ristretto era all’occorrenza un insieme proto industriale operoso di un determinato insieme di figure note.

Di ciò è stata trovata conferma nell’analisi puntiforme, delle costruzioni originarie estrapolati con metodo, dal continuo del centro antico, dove murature ancora intatte, si identificano scientemente, perché realizzate di calce, sabia, polvere di argilla e pietre locali.

Esse sono facili da individuare, assieme a quanto poi ricostruito in una seconda fase, con l’integro del continuo murario, in resti di spagliatura.

E grazia a questo rimangono tracce indelebili e riconoscibili da chi possiede adeguata formazione, estrapolando così, una seconda epoca, datandola grazie agli eventi tellurici della storia calabrese.

A seguito di una minuziosa indagine effettuata dopo aver acquisito e sovrapposto mappe e immagini storiche confrontato atti catastali di memoria toponomastica, di numerosi “centri antichi”, si è potuto giungere a valori da cui estrapolare modelli abitativi vernacolari e di servizio come la chiesa, le pertinenze per l’osservazione del territorio, oltre a quando fondato dai profughi, che qui si insediarono in ogni epoca di esodo.

Le indagini hanno confermato che dette aree, componevano sempre piccoli centri, secondo uno schema basato sulla iunctura familiare di queste antiche popolazioni: una trama di abituri disposti come si possono rilevare ancora oggi nei “centri antichi” dei loci di provenienza.

La struttura non è di facile lettura, per i non addetti, ma se idoneamente preparati si può facilmente rilevare la disposizione delle abitazioni secondo le esigenze Arabe Greche Romane e Arbër, le più note, le stesse che mettono in evidenza la particolare dispo­sizione mediterranea di Iunctura articolata degli Shëşj o Sheşiola, gli stessi noti in storiografia come rioni, in tutto, un insieme composto e articolato di: Fondaci (Kopshëtj), Botteghe (Putiga), Case (Shëpij), Vanelle (Vallë), Supportici (Supòrtë), Grotte (Varë), Vichi (Rrughà) e Archi (Redhë), (il riferito tradotto e quello degli Arbëreşë).

Questa disposizione non certo casuale o spontanea, rispecchia proprio la concezione di modello urbano aperto, indispensabile per condividere le cose e le attività dell’agro, la vera risorsa di resilienza naturale calabrese.

Sistemi urbani di iunctura e cunei agrari di produzione e trasformazione, che hanno fatto la fortuna delle coline di tutta la Calabria.

Una forza lavoro di convivenza e scambio sociale che non ha avuto mai eguali e, a confermare questo dato di operosità unico e irripetibile, sono le misure riferita al litro di frantoio per la vendita dell’olio, che equivale a quattro pinte britanniche, quando le industrie qui all’avanguardia, si rivolgevano proprio alla Calabria a fine XVIII secolo, per facilitare la rotazione delle machine che contribuiva al nuovo scenario di produzione non più fatto a mano o con i piedi.

Altro fondamentale sistema di sostenibilità diffusa di questi centri abitati erano la Gjitonia, essa equivale a un concetto che si concretizza e si rivela in atti rilevabili in antiche consuetudini, creativi ed educativi, in tutto governo delle donne o spazio aperto senza confini e recinti di sorta.

Un esperimento di scolarizzazione con misura nota, con dimensioni precise di viste ed echi di riverbero a misura locale, gli stessi che ancora oggi non smettono di essere ascolto, specie da quanti in questi spazi vi nacquero per essere formati e cresciuti secondo un patrimonio di valori identitari, purtroppo ignorati dalle nuove generazioni, essendo mutate le docenza vernacolare o di crusca locale, ad opera di generazioni che essendo stati allevati e scolarizzati in altro loco non conoscono il vernacolare e neanche la crusca  locale se non le regole sessantottine a venire.

In tutto sono mutati i presupposti sociali che seguivano regole secolari e, il riverbero in questi luoghi di Iunctura sociale fatta di tipologie, del bisogno alimentate e sostenute dalla crusca locale, ovvero riprodurre e rispondere alle esigenze più utili o indispensabili dell’abitare sociale, conservando le cose prime dell’identità conviviale con rispetto di vestizione, canto e pronunzia.

Il costruito antico, qui descritto per grandi linee, presenta molte affi­nità con le cose rurali, degli agri, da quanti ritenevano di risiede al fianco delle attività sociali per il bene sociale, del territorio e della natura.

Inoltre, l’aspetto che più accomuna l’organizzazione dei centri antichi, sono caratteristiche climatiche e urografiche equipollenti alle terre collinari di provenienza di questi popoli.

Questi ultimi non più in penitenza o sottoposti a riverberi di credenza alloctona o di imposizione altra, da dover subire.

Infatti analizzando anche i riportati della toponoma­stica di memoria storica riverberata dalle generazioni succedutesi, assieme ai relativi rotacismi linguistici di pronunzia, riportano al memoria alla terra madre.

Va sottolineato che gli esuli che vivevano i tempi della diaspora in terra madre, fondavano i loro centri abitati, solo quando il luogo prescel­to o ritrovato, erano riconosciuti i presupposti ambientali e orografici paralleli o similari.

Questa è una costante che si può facilmente riconoscere, intercettare o estrapolare in tutti i centri antichi della Regione Etnica. Diffusa Accolta e Sostenuta dagli Arbëreshë, qui oggetto di studio privilegiato, e qui non si nega che usando lo stesso protocollo o diplomatica storica non è escluso che l’orizzonte possibile non abbia come sorgente gli elementi tipici materiali ed immateriali di memoria simile.

Con edifici che presenta nei cantonali intonacati, anche qualche stemma di legione, presente anche nella chiave di volta del portale delle case, o delle porte principali o secondarie delle Chiese, in alcuni casi anche nelle pietre angolari che determinano le attività di nobiltà per affermare la discendenza.

Sicuramente in questi ambiti non servono statue o busti equestri senza ragione e, di forma anomala, ma riconoscimenti di memoria, dalle istituzioni tutte, le stesse che in questo momento storico di pena e di invasioni diffuse, si preferisce premiare infanti o generi indecisi, che si siccome raggiunti con altre vesti, si vorrebbe piegare come non furono in grado di fare secoli addietro.

Venite il Calabria non per fare ponti e allestire memorie equestri di genere ignoto, con emblemi e mirano dello sguardo rivolto verso abbracci dominanti e non materni, tuttavia potrete venire con più rispetto, vedere, sentire, ascoltare e conoscere i luoghi dove, l’accoglienza ha reso la regione stessa: ponte fraterno solidale, colma di coltura, credenza e uguaglianza sociale, per chi viene e per chi poi da qui vuole ripartire.

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