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ALLERTA GIALLO; LA REGIONE STORICA LO HA VISSUTO ANCHE IN ROSSO.

ALLERTA GIALLO; LA REGIONE STORICA LO HA VISSUTO ANCHE IN ROSSO.

Posted on 26 agosto 2018 by admin

Napoli (di Atanasio Pizzi) – A Civita, lunedì venti agosto una tragedia, ha scosso l’animo di tutta la regione storica ambientale Arbëreshë e l’Italia intera.

Sono morte dieci persone e un numero ancor maggiore è ricorso a cure mediche di emergenza vitale; la responsabilità è presumibilmente attribuibile al non aver compreso cosa il saggio del paese, seduto sulla solita panchina in piazza, ripete agli ospiti in lingua arbëreshë.

Letteralmente tradotto, enuncia quanto segue: “una volta che ha piovuto nel territorio di Civita, è il caso di addentrarsi lungo le gole del diavolo, solo dopo tre giorni di sole e senza alcun tipo di precipitazione specie verso monte”.

Una sorta di manuale orale/storico per l’uso delle gole del Raganello; così come tutti i manuali d’arbëria, giacché, fanno parte della saggezza popolare, unico codice caratterizzante i modi d’uso di regione.

Un dispiacere immane ha colpito le famiglie delle povere vittime, lasciando nello sconcerto ognuno di noi arbëreshë che conosciamo bene la storia del territorio, degli uomini, in tutto, il parallelismo ambientale vissuto dal genius loci arbëreshë dopo la diaspora.

A seguito del tragico accadimento, la danza delle responsabilità ha avuto inizio e alcuni immaginando che bastasse brandire “vessilli multimediali colorati”, avrebbe alleviato i dolori altrui e le lacrime di dolore non avrebbero solcato i dintorni di Civita; a questo punto non è prevalso neanche il buon senso antico, su quando si riferiva, dell’unicità del sito, la sua forma e persino sfoggiando sapere con manualità equatoriale.

L’atteggiamento riporta la mente ad altre tragedie di vite violentate e consuetudini interrotte, per una cattiva gestione idraulica/idrogeologica del territorio di regione arbëreshë; allo stato degli avvenimenti odierni appare a dir poco irriverente verso quanti hanno vissuto la tragedia e vivono oggi quest’ultima; la mala gestione appartiene sempre a chi e di fronte a noi, gli stessi che dovrebbero fare fatti e non inviare messaggi generici a una regione che, pur se studiata da secoli, non trova una una regola di equilibrio territoriale.

Sono proprio le persone atte a fare prevenzione che sono mancate, lievitando da non so dove dopo il triste e sconcertante avvenimento con il loro bagaglio di  saggezza.

Se si usa una scatola di colori per fare prevenzione, ad essa deve corrispondere una scala di comportamenti, unica e inscindibile, riferita ad ogni comune Italiano, generalizzare con i colori in un territorio come quello della penisola, per usare un eufemismo, potremmo associala a dei bambini dell’asilo quando giocano a disegnare il sole con il giallo, le pecore di marrone e le case con sembianze antropomorfe nere, bianche e rosse.

chi non ha fatto questo emergei  da altre dolorose vicende, per le quali si è smarrita l’affidabilità, di valutazione, attraverso i comunicati di colore e non sono riusciti a dare credibilità ai loro enunciati, ne il giorno previsto, ne in quello seguente e ne dopo oltre quindici anni dalla emanata previsione, la stessa che oggi invece di essere evitata si è tentato di annotare/annunciare.

Civita è stata segnata da un’immane tragedia, molto più profonda del solco del Raganello (alto mille metri e largo quattro a forma di mani parallele convergenti), cui lo stato e le istituzioni preposte devono dare solide risposta per i parenti delle ignari vittime.

Il fine che si deve perseguire deve mirare a strategie che non conducano a eventi di questa gravità; tuttavia nessuno si deve innalzare dal coro, per infangare nessuno o mettendo in dubbio le attività altrui  , la credibilità gli esperti di settore, o presunti tali, la devono conquista con la prevenzione con fatti concreti e materiali, non millantando valori satellitari diffusi, gli alchimisti del duemila hanno fatto il loro tempo, a questi è bene ricordare che numerosi malcapitati vivono a tutt’oggi, un’agonia che è peggiore della morte, dura da decenni e attende la redenzione dei devoti satellitari.

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HAI MAI VISTO O SENTITO COSE DI QUESTO TIPO

HAI MAI VISTO O SENTITO COSE DI QUESTO TIPO

Posted on 12 agosto 2018 by admin

la-storia-secondo-la-disposizione-delle-pietre-arbereshe

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Dopo la fioritura primaverile dei tulipani, le danze del ventre e dei busti nella longobardica calabrese, la sposa a cavallo di mulo, le borse griffate associate alle stolje in terra madre, lo ignorare il significato tra Giorgio il Grande e alessandro il grande, i messali in rumeno, le sonate gjamaj-cane e la ricerca delle tipiche disposizioni circolari del vicinato arbëreshë, è stato deciso di verificare, lo stato del cono mentale e visivo nelle macroaree più vivaci.

Sono innumerevoli i cartelloni che riassumono attività di promozione della Regione storico/ambientale Arbëreshë, attraverso progetti Gjitonia” quali: manifestazioni, divulgazioni librarie mirate, iniziative di accoglienza,  canti e balli fuori da ogni regola, nomine bizzarre oltre a ogni espediente suggerito dall’ambulante di turno al mercato e nell’ora di punta.

Verificare la metrica con cui tali disposizioni sono immaginate, innalzate e prodotte, quali istinto li genera e quanti segni lasciano indelebili per un adeguato ritorno economico sul territorio, non è dato a sapersi e ne con il tempo portano migliorie economiche, di tutela, per non entrare in argomento istituzionale dei Katundi verso la prevenzione  sismica o del dissesto idrogeologico.

Visto e siccome ciò non viene considerata una priorità, con questo scritto si vuole indagare per comprendere lo stato in cui versano gli agglomerati disposti dall’alto jonio cosentino seguendo la via del Pollino, l’Appennino calabrese, sino alle montuosità che degradano verso il Tirreno, per poi ritornare sulle pendici della Sila Greca lungo la linea dell’infinito calabrese; una ricognizione, alla ricerca di elementi tangibili e intangibili dei luoghi attraversati addomesticati e costruiti sia dai laici e sia dai clericali arbëreshë.

Sicuramente produrre un evento che vuole rilanciare prodotti tipici o la cucina della Regione storico/ambientale Arbëreshë, senza prima, creare un momento di confronto e di rappresentazione, si ritiene che sia inutile o addirittura dannoso al consuetudinario di minoranza, specie se, mentre si consumano pietanze anonime si viene ammagliati dalle danze del ventre e del busto, volto all’indietro, che non fa parte del rigido disciplinare  storico.

Non certo aiuta a comprendere il senso delle nostre origini, lo strimpellare sonorità musicali che notoriamente non sono mai appartenute alla storia degli arbëreshë, a nota di ciò, corre in aiuto il noto critico musicale di Barile, che nell’ottocento a Napoli, nei locali che si disponevano lungo la cortina che oggi è la piazza municipio, faceva un grande sfoggio di questo principio canoro, confrontandosi con Gaetano Donizetti, Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi, che lì si recavano a confrontarsi e ascoltarlo.

Altro dato che sino ad oggi è passato inosservato, camminando lungo le Rhugë (Vicoli) e le Hudë (Strade) gli Sheshi (Piazzette) dei piccoli Katundj (che non sono Borghi) è la facilità con cui sono state violentate pendenze e gli anfratti a favore di un “veicolare dannoso”, quest’ultima scienza inesatta,, ha avuto il sopravvento anche sui famosi “sedili” che storicamente segnavano il territorio e razionalizzavano il senso di appartenenza.

Nelle ristrutturazioni generali e diffuse dei centri storici, hanno il sopravvento aperture di ogni tipo e grado, finestre, balconi, porte e ingressi veicolari, che presuppongono interruzione di un continuo murario di murature in genere realizzate con materiali di spogliatura.

Essi rappresentano i continui murari più pericolosi che l’uomo ha prodotto per una necessità, anzi oserei dire una povertà, economica e mentale, che attenaglia ancora gli stessi ambiti.

Questo dato volge verso il basso il grado di vulnerabilità sismica, ma non solo, se questo lo associamo alla sostituzione di solai in cemento armato e lamie di copertura a cui sono associate le diffusissime travi lamellari, disposte in maniera da offrire il più scenografico aggetto.

Questi elementi che interrompono il continuo murario, “bucature” (finestre, balconi, con relativi aggetti, porte e ingressi di garage), associate alle piastre rigide (solai in cemento armato o travi in ferro e laterizi), a cui coronamento sono allineati in numero rilevante le strutture delle lamie di copertura (travi lamellari) rendono le strutture murarie dell’involucro abitativo fortemente compromesso sotto l’aspetto della flessibilità o rigidità sismica, se non si corre subito ai ripari e senza entrare sin anche nei meriti degli aumenti incontrollati di volumi/quadrature, in caso di evento, naturale o indotto, gli elevati e gli orizzontamenti non saranno in grado di rispondere neanche al valore più basso consentito dalla legge in vigore in merito agli adeguamenti sismici.

In genere in maniera poco intelligente si racconta che: non sia rimasto niente e che a nessuno interessa niente della antiche consuetudini arbëreshë; per certi versi è una premonizione, ma non perche non si seguono le regole di scolarizzazione linguistica, o si insegnano alle giovani leve come e cosa indossare del costume tipico o addirittura che il ballo non è una caratteristica.

La vera ragione sta nel dato, che se si continua a violentare le Kalive, i Katochi e i Palazzi Nobiliari ed ecclesiali, con gli artefici che ho elencato prima, in caso di evento di smottamento naturale o indotto dall’uomo, come in maniera fraudolenta è già avvenuto, nella regione storica, non resterà più nulla e siccome le istituzioni tutte, non hanno alcuna consapevolezza del costruito storico, perché non vincolato, ci ritroveremmo a vivere ambiti algerini, sotto carene rovesciate, tetti piani e inclinati, rifiniti da laminate di ardesia ligure, perché i soggetti attuatori, hanno altro a cui pensare o non conoscono il territorio e la sua storia.

Tutto ciò per parlare degli elevati laici, se dovessimo aprire un discorso per quanto concerne quelli clericali, la questione diventa un labirinto da cui è difficile trovare l’uscita e sfugge da ogni regola o ragionevole controllo.

È inconfutabile che se gli arbëreshë hanno avuto un antagonista imperterrito e instancabile, in terra ritrovata, esso è identificabile nella infinita crociata romana che non ha mai smesso di logorare la corteccia del codice identitario della minoranza.

A tal proposito e bene rievocare che sbarcammo sei secoli or sono pregando in ortodosso, poi ci imposero di guardare verso Roma, ma siccome queste non erano possibile dal meridione, ad alcuni fu chiesto di guardar verso Costantinopoli pregando in latino e non in greco.

A questo punto si è cercato di dare un senso che si guardava si ad est ma pregando in arbëreshë, ora il ciclo era completato, una lingua fedele ai latini in competizione con il grecismi ortodossi; ì intanto vennero a mancare gli istruttori, allora si è deciso di chiedere ai rumeni, che non parlano arbëreshë, ma questo poco importa, tanto l’importante è scimmiottare con il D.N.A. della regione  Jonica  per ammagliare l’ortodossia più estrema.

La crociata deve continuare, tanto gli arbëreshë sono serviti per il comodo del re, per spaventare e per quello del papa, per ammagliare.

Nel frattempo il re è morto, adesso c’è il presidente che è del PD; rimane sempre il papa che continua l’inarrestabile crociata, anche se nel frattempo lo scudiero ha mutato, veste strano, si muove sui tacchi e  parla  pure strano.

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MISERIA E NOBILTA

Protetto: MISERIA E NOBILTA

Posted on 31 maggio 2018 by admin

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LETTERA AD UN AMICO

Protetto: LETTERA AD UN AMICO

Posted on 16 aprile 2018 by admin

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LA FIAMMELLA CHE INDICA LA VIA

LA FIAMMELLA CHE INDICA LA VIA

Posted on 30 gennaio 2018 by admin

LA FIAMMELLA CHE INDICA LA VIANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sabato 3 febbraio saranno ricordati e onorati i morti per chi crede nella Regione storica Arbëreshe, una consuetudine che affonda le sue radici nell’alto valore che i minoritari assegnano al ricordo dei defunti.

Ogni famiglia da Domenica mantiene acceso la fioca luce a olio; essa serve a indicare alle anime in pena, il luogo dove vissero nella piena armonia dei cinque sensi.

Una tradizione antica che è impunemente riportata, nell’inconsapevolezza generale, ma la sua paternità è attribuibile solo ed esclusivamente a Pasquale Baffi.

Un appuntamento antico che gli arbëreshë rievocano prima nel privato davanti al camino delle abitazioni e poi tutto il villaggio unito negli ambiti di sepoltura (quest’anno il 3 di Febbraio).

Essa rappresenta la luce che va in cielo, la fine dell’inverno, presto sarà il solstizio di primavere e il sole tornerà a illuminare i territori dove indigeni e arbëreshë hanno condiviso dolori e gioie.

La primavera, l’appuntamento della rinascita, il momento della fratellanza, fu il Baffi a comprendere quale momento della partecipazione e integrazione, tra esuli e indigeni titolandola quale primavera d’Arbëria.

La giornata rappresenta il momento cruciale del ricordo dei morti, prima in forma privata poi pubblica, a febbraio, poi condivisa tra genti e popoli con ideali e valori diversi, a primavera inoltrata.

Essa potrebbe sembrare una funzione religiosa, ma così non è, in quanto, il ricordo dei morti viene prima di ogni religione, essa non ha forme o ideali da contrapporre tra noi e i nostri cari.

Gli abitanti della Regione storica Arbëreshë, sanno che questo è un momento d’intimità diretta, ci rechiamo in quei luoghi, senza l’ausilio di terze cose, idoli o persone, non esistono spazi che possono o debbano allontanare il nostro cuore da quello dei nostri cari.

Solo alla fiammella e nulla più, essa rappresenta la dimensione per avvicinare i nostri sensi e quelli dei nostri cari.

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ACCADEVA LA SERA DEL 11 NOVEMBRE DEL 1799 NELLA NOTA PIZZA DI NAPOLI

ACCADEVA LA SERA DEL 11 NOVEMBRE DEL 1799 NELLA NOTA PIZZA DI NAPOLI

Posted on 11 novembre 2017 by admin

1799NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Parafrasando Alfonso M.; duecento, un decennio e otto anni sono passati: correva il novembre del 1799 e il carnefice non si dava ancora riposo. L’11,  era di lunedì e nel solito luogo del Mercato, veniva afforcato l’uomo colto e bibliotecario “D. Pasquale Baffi”.

A questa esecuzione si ag­giunge un orribile particolare, nel buttarlo giù, il carnefice, si rese conto che  la corda era sciolta e  senza darsi pena, scese dal patibolo e con un coltellaccio, cattivamente diede seguito al mandato.

Il terribile particolare narrato dai cronisti e osservatori dell’epoca, lasciò a dir poco perplessi gli osservatori, che scrivono: “Fu anche scannato per essere stato cattivamente afforcato”.

Quell’undici novembre alle 17 e 1/2, la compagnia composta da otto coppie di soldati accompagno Pasquale Baffi al Patibolo, il corteo, preceduto da un crocifero usci dal castello dove era rimasto per venti quattro ore a pregare, verso le ore 18 e dopo un breve percorso lungo la strada che collegava il castello giunse a piazza del mercato, dove le guardie consegnarono il detenuto a carnefice, che diede seguito alla terribile fine di Pasquale Baffi da Santa Sofia d’Epiro.

Il corpo dopo la macabra esecuzione, fu abbandonato ai piedi del patibolo sul selciato e solo l’amore della moglie Teresa, sostenuta da poche fidate, a tarda ora, quando la fioca luce delle icone votive che a quei tempi illuminavano la piazza, consentirono di non essere identificate nel contravvenire ad un ordine regio.

Con sommo rispetto delle povere reste, le avvolsero in un lenzuolo e dopo un breve tratto di strada raggiunsero la chiesa dedicata a Sant’Nonlomeritate; qui venne tumularlo in un loculo preparato per accoglierlo nel totale anonimato.

Pasquale Baffi finalmente poteva riposare e la moglie Teresa C. i suoi figli, Michele e Gabriella avevano un luogo per sentirsi per sempre vicini al loro caro estinto.

Nessuno seppe nulla di quel luogo, né Teresa confida ad alcuno dove il marito era stato tumulato, in quanto, le modalità dell’arresto e l’ostinazione a volerlo giustiziare nonostante una detenzione, colma di illusioni e umiliazioni, lasciavano presagire il tradimento da parte di consanguinei che in seguito rivestirono cariche giuridiche ed istituzionali.

Alcuni anni orsono in una mia intervista a G. Marotta, egli rispose a una mia precisa domanda, dicendo che: il Baffi non poteva essere scarcerato e lasciato libero, perche il suo crimine e quello di tutti i temerari del 1799 era stato l’atto del pensiero libero da ogni vincolo di potere economico e istituzionale; da allora gli uomini e gli intellettuali hanno pensato sempre sotto l’ombra di un potere occulto, per questo gli idealisti del ’99 andavano eliminate fisicamente assieme ai loro manoscritti e che il gesto fosse da monito, come in effetti avvenne per tutti gli afforcati del ’99, “ad esclusione di una parte degli scritti del Baffi che furono conservati e utilizzati impropriamente sino al 1821” e questo lo aggiunge lo scrivente!

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LE MAGICHE SENSAZIONI DELLA VËLLAZËRIA DI KAZALLVEQI

LE MAGICHE SENSAZIONI DELLA VËLLAZËRIA DI KAZALLVEQI

Posted on 18 luglio 2017 by admin

LE MAGICHE SENSAZIONI DI FRATELLANZACASALVECCHIO DI PUGLIA  (KAZALLVEQI) – (di Atanasio Pizzi) – Ho accolto con entusiasmo l’invito Ing. Noè Andreani e l’Assessore, Arch. Nicola Orsogna, del Comune di Casalvecchio di Puglia (FG) (KAZALLVEQI), per fornire alla loro comunità elementi ulteriori del legame che il borgo del Subappennino Dauno ha con la Regione storica Arbëreshë.

Per tre giorni, dal quattordici al sedici di luglio, sono stato ospite, assieme a gruppi provenienti dall’Albania, dal Molise, dalla Calabria e dal Salento.

Arbëreshë divisi da oltre sei secoli di storia, rotte diverse che hanno avuto modo di intersecare e confrontarsi a Casalvecchio al fine di condividere Idioma, Metrica del canto, Consuetudine e Religione Greco Bizantina.

L’aver dialogato con rappresentanti istituzionali, ascoltato gruppi folk, provenienti da paesi del nord e dal sud d’Albania; incontrato i ragazzi e le ragazze che tutelano le eccellenze canore provenienti dalle macroaree del Pollino, del Limitone, del Biferno e della Sila Arbëreshë è stata la conferma che l’arberia non è stata assolutamente scalfita dal tempo.

Vero è che durante la passeggiata illustrativa all’interno dei rioni storici, riascoltare le Antichissime sonorità dei fratelli Albanesi; riverberate da quelle mantenute vive in terra italiana dalle comunità di Frascineto, Ururi e San Marzano, esaltate dalle coreografie delle ragazze e dai ragazzi di Santa Sofia, (i figli dei miei compagni d’infanzia) ha innescato i presupposti per risvegliare l’antico rituale di coesione sociale; la Gjitonia.

I Casalvecchiesi hanno contribuito indicando “la rotta” ai partecipanti e usufruire delle strade (Uhdat), delle strette vie (ruhat), delle piazzette (sheshet), delle similitudini toponomastiche, delle quinte degli elevati storici (Kaliva e Kisha); i rioni appellati secondo la consolidata consuetudine d’arberia, e per questo  hanno scosso gli animi dei partecipanti allargando la profondità degli orizzonti futuri e unire coralmente il vissuto di oggi con quello del passato.

Nel corso della manifestazione “ Vëllazëria Arbersesh”, percorrendo le vie del paese assieme a mia moglie, accompagnati dalle avversità metereologi simili a quelle di un anno solare; l’essere riconosciuti lungo le strade del centro antico dai suoi abitanti che si rivolgevano a noi in arbëreshë per salutarci e chiedere approfondimenti sulla loro storia, mi ha fatto rivivere sensazioni antiche identiche a quelle del mio paese; come quando prendevo la via serenamente per casa, perchè atteso dai miei genitori.

Noè, Giovanni, Iolanda, Ulderiga, Nicola, Maria Giusy, Antonello, Graziella, Mario, Loris, Michele, Maria Grazia, i “Casalvecchiesi tutti” e gli ospiti partecipanti; a voi tutti rivolgo il mio personale (associato a quello di mia moglie Maria Palma) “GRAZIE DI CUORE” per avermi dato l’opportunità di rivivere l’armonia dei cinque sensi arbëreshe, (Gjitonia), associato all’amore e al rispetto, lo stesso che cerco di spiegare con le parole, a quanti si sentono arbëreshë e non hanno avuto la fortuna di incontrare i CasalVecchiesi di Puglia – Kazallveqi.

 

P.S.

Quando un’arbëreshë fiduciosa semina bene, ci vorrà del tempo ma il seme buono, alla fine darà i suoi frutti; chi avrà la fortuna di coglierli dovrà dire grazie alla sapienza di chi ha saputo scegliere il seme migliore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         alla prof.  Filomena

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ALBANESI NEL MEZZOGIORNO E LA ROTTA ARBERESHE

ALBANESI NEL MEZZOGIORNO E LA ROTTA ARBERESHE

Posted on 13 maggio 2017 by admin

Arberia oggiBenevento ( Articolo Apparso su Ottopagine.it  – il 2017-05-13)    –   Ginestra degli Schiavoni ha ospitato l’importante evento organizzato dall’Ordine professionale degli Architetti di Benevento, Foggia, Avellino e Campobasso con il patrocinio del Comune.

Sono intervenuti: per gli Ordini degli Architetti i presidenti Michele Orsillo (dell’Ordine di Benevento) e Gaetano Centra (dell’Ordine di Foggia); i sindaci Zaccaria Spina (Ginestra degli Schiavoni), Donatella Martino (Greci) e Noè Andreano (Casalvecchio di Puglia); il dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo “O. Fragnito” di S. Giorgio la Molara, Salvatore Rampone; l’arch. arbëreshë Atanasio Pizzi; l’arch. albanese Skender Luzati.

“Albanesi nel mezzogiorno la rotta arbëreshë di Ginestra degli Schiavoni” il tema del convegno, accompagnato dalla mostra dal titolo “Idromeno per il ritratto architettonico di Scutari d’albania urbanistica ed Architettura durante il rinascimento e l’indipendenza dell’Albania” di Luzati.

Hanno ascoltato con grande interesse le relazioni i tantissimi architetti intervenuti al convegno (ai quali sono stati attribuiti crediti formativi professionali).

I sindaci Spina, Martino ed Andreano hanno introdotto i lavori esprimendo vicinanza istituzionale alle tematiche dell’evento.

Negli interventi dei due Sindaci dei Comuni arbëreshë doc, Greci e Casalvecchio di Puglia, non sono mancati termini in lingua arbëreshë, a testimonianza che ancora oggi nelle proprie comunità è ben radicato l’albanese antico.

“Emerge – ha affermato il sindaco Spina – che già esiste una rete di comuni Arbereshe che va continuamente supportata e rafforzata ed ora in avanti anche Ginestra degli Schiavoni entrerà in questo circuito Arbëreshë”.

Il dirigente Rampone ha sottolineato che “la scuola è attentissima a seguire questa tematica ed è pronta ad interagire ed intercettarne le potenzialità in ambito culturale ed educativo”.

Il presidente Orsillo ha ricordato che l’Ordine degli Architetti PPC territoriale di Benevento ha sottoscritto nel novembre 2015 un Protocollo di Accordo (Memorandum of Understanding) con il Vice Ministro dello Sviluppo Urbano del Governo Albanese ed il Presidente dell’Associazione degli Architetti d’Albania.

Protocollo al quale è seguita come prima manifestazione la Mostra “Idromeno per il ritratto architettonico di Scutari d’Albania – Urbanistica ed Architettura durante il rinascimento e l’indipendenza dell’Albania”, tenutasi a Napoli, prima ancora che a Ginestra degli Schiavoni, in occasione della Mostra Arkeda 2016.

I presidenti Orsillo e Centra hanno rimarcato l’attenzione degli Ordini degli Architetti alla rete Arbereshe.

Centra si è anche detto contentissimo di interagire e stringere solidi rapporti istituzionali con il Comune di Ginestra degli Schiavoni.

Il sindaco Spina ha accolto con piacere le parole di Centra, affermando che “già la sua presenza era indicativa di attenzione verso i nostri territori”. Poi ha detto: “La collaborazione con l’Ordine degli Architetti si potrebbe allargare all’Area Vasta del Fortore e Paesi limitrofi che intende aprirsi in un discorso di interregionalità con Puglia e Molise.

Sicuramente potrebbe essere, fra gli altri, un gancio molto importante”.

L’architetto Luzati ha illustrato la sua Mostra soffermandosi sull’artista albanese Idromeno ed illustrando l’Architettura durante il rinascimento e l’indipendenza dell’Albania trovando similitudini con tipologie architettoniche italiane.

L’architetto Pizzi, supportandosi con slide molto esaustive, ha tenuto una lunga ed esaustiva relazione su “Storia, tutela e conservazione dei centri arbereshe”.

Si è soffermato sulla normativa italiana ed europea che, a tutela delle popolazioni minoritarie e quindi anche di quelle della Regione storica Arbëreshë, favorisce ed incentiva la salvaguardia e la difesa delle identità e delle diversità culturali.

Ha analizzato dal punto di vista storico l’epoca degli albanesi, la loro migrazione nell’Italia Meridionale e gli stanziamenti, anche in rapporto alle assi viarie tra cui la Via Appia, la Via Francigena e la Via Traiana. Ha detto che “esistono circa 120 Comuni Italiani arbëreshë, che sono uniti dallo stesso denominatore storico che accomuna 16 macroaree (sono nelle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia)” e si è soffermato in particolare sulla nostra area.

Ha analizzato tutte le analogie di insediamento degli albanesi nei vari centri, elencando quelli dove queste peculiarità sono rimaste più integre (è il caso di Greci e di Casalvecchio di Puglia) e quei comuni dove invece si è perso un po’ di più (tra questi Ginestra degli Schiavoni) “pur rimanendo in queste cittadine – secondo lui – evidenti tracce arbereshe”.

Ne ha valutato le cause ed i motivi. “Dall’evento è emerso – ha commentato a margine Spina – uno spaccato di cultura albanese, con l’interfaccia di quella italiana.

Dagli atti del convegno noi prendiamo una consapevolezza maggiore ed anche con il supporto degli Ordini degli Architetti cercheremo di trarne spunti materiali per fare sinergia e rete con gli altri comuni Arbëreshë, e soprattutto con Greci e Casalvecchio di Puglia, ritenendo questa tematica una potenzialità di valenza storico-culturale, ma anche uno dei ganci su cui fondare sviluppo e promozione dei territori”.

 

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APPELLO AI SINDACI DEI COMUNI ARBËRESH  (RilindjaArbëreshë e reja)

APPELLO AI SINDACI DEI COMUNI ARBËRESH (RilindjaArbëreshë e reja)

Posted on 11 aprile 2017 by admin

APPELLO AI SINDACI DEI COMUNI ARBËRESHBOLOGNA (di Giuseppe Chimisso) – La minoranza storica arbëreshë nel suo percorso secolare in Italia sta scivolando pericolosamente sempre più su un piano inclinato che rischia di portarla direttamente ad essere stritolata dalle fauci della cultura egemone: Voi, Sindaci Arbëreshë, potete bloccare questo nefasto processo in divenire.

Rompete finalmente il silenzio ed abbandonate la colpevole inerzia che ha caratterizzato nel passato, per troppi decenni, il ceto politico locale che con una mano fingeva di voler aiutare la minoranza arbëreshë, per poter continuare a raccogliere i suoi voti e con l’altra impediva ogni aiuto concreto, tacitando con miseri finanziamenti  a pioggia, ascari servili, portaborse fedeli e lacchè di tutte le risme.

Questa situazione marcescente ha portato allo sfaldamento del tessuto connettivo economico-sociale quindi culturale e linguistico e degli ambiti architettonici dei Comuni che amministrate; per questo ultimo aspetto, paradossalmente, quanto oggi è ancora integro lo si deve all’incuria ed alla mancanza di consapevolezza del loro valore da parte di numerosi Vostri predecessori.

Spesso sono stati ‘modificati’ ambiti architettonici tradizionali grazie all’intervento di estranee logiche ambientali ed ‘esperti’ alloctoni non riconducibili alla Cultura delle minoranze Arbëreshë, o solo, più banalmente, perché alcuni fondi dovevano essere deliberati velocemente entro una tale data, altrimenti persi.

E’ giunta l’ora di cambiare logica, di voltare pagina.

Formate un cartello di Sindaci dei Comuni Arbëreshë, dotatevi quindi di un programma chiaro, semplice e praticabile di largo respiro per la Rinascita economica dei territori dell’Arbëria, solo così salverete la Sua cultura.

Fissate un percorso comune per giungere alla costituzione degli Stati Generali dell’Arbëria, momento nel quale lanciare precise proposte per lo sviluppo dei Vostri territorialle autorità regionali e statali; chiedete il riconoscimento della Regione storica Arbëreshë (R.s.A.), come Unità Amministrativa Autonoma delle numerose enclaves formanti l’Arbëria; certo questo poche note paventano un lungastrada da percorrere, ma chi ben comincia è già alla metà dell’opera e l’Arbëria non può più attendere.

Sappiamo che è difficile fare il Sindaco in un piccolo paese, ove chiacchiericcio ed acredine gratuito sono merci a buon mercato che siete costretti a sopportare.

Non arrendeteVi all’ineluttabile ed a volte tediante moto ondoso dell’esistenza come amministratori di paese, fate uno scatto d’orgoglio e mentre gestite il quotidiano, guardate ad orizzonti più vasti: alla Rinascita dell’Arbëria.

Cominciate nel sostenere e stimolare con proposte il Sindaco di Spezzano Albanese Ferdinando Nociti, neo Presidente di una delle Fondazioni per le Minoranze della provincia di CS, non lasciatelo solo.

Spezzate il coro delle litanie ed abbandonate lo sport diffuso della ricerca dei ‘colpevoli’ dello stato di cose presenti; non fate o rischiate una cosa qualsiasi, ma ciò che è giusto per l’Arbëria, non ondeggiate nel possibile ma afferrate coraggiosamente la realtà presente per cominciare a modificarla: non nel susseguirsi dei pensieri c’è la libertà, ma solamente nell’azione. UNITEVI – solo nell’unione c’è la forza.

Dobbiamo considerare che il termine ‘minoritario’ implica sempre la relazione con un maggioritario, quindi rapporti che sono sfavorevoli al più debole degli elementi della diade correlata.

Organizzatevi quindi per formulare una piattaforma di richieste economiche, legislative e culturali per sostenere le minoranze che rappresentate.

E’ bene privilegiare ed utilizzare i pochi fondi che avete a disposizione per migliorare le condizioni di vita della famiglie in difficoltà che vivono nei Vostri Comuni; se qualche convegno si deve ancora fare è bene organizzarne per aprire un largo dibattito per delineare ipotesi e proposte per lo sviluppo economico dei paesi italo-albanesi.

Rilanciare l’economia dei Comuni Arbëreshë vuole dire fermare l’esodo dei giovani, quindi aiutare la nostra Cultura a sopravvivere e conseguentemente a salvare la lingua Arbërisht che rappresenta il carattere distintivo e primario, ma non unico, della nostra minoranza.

La minoranza arbëreshë , la più numerosa del Mezzogiorno d’Italia, può salvarsi solo se le problematiche linguistico-culturali si coniugano con lo sviluppo economico della stessa.

La Rinascita dell’Arbëria potrà fare da volano al risveglio economico di interi territori vicini e non ultimo si potrà vincere così la battaglia sul ripristino della Democrazia Linguistica, aspetto da troppo tempo trascurato e sottaciuto, ma non secondario della Democrazia Politica di questo Paese.

Altra strada non c’è, siatene consapevoli. Il destino dell’Arbëria è nelle Vostre mani.

Alzate finalmente la testa e ricordate che non sarete soli in questa battaglia, perché rimane all’interno dell’Arbëria un inestimabile e corposo sistema di resistenza e di continuità della propria Cultura che potrà solo esserVi d’ausilio (associazioni, parrocchie, pro-loco, riviste cartacee ed on-line, istituti universitari e circoli ricreativi, culturali o di danza e tanti valenti intellettuali …………).

La minoranza arbëreshë può ancora essere salvata nel nostro Paese, se con intelligenza e tempestività i Sindaci dei Comuni italo-albanesi si associano in un cartello aperto che rappresenti una formidabile forza d’urto contrattuale nei confronti delle ‘ComunitàMontane’, delle Province, della Regione e perché no, del Governo Centrale Nazionale.

Formulate un Progetto di Rinascita economico-culturale per l’Arbëria e su questo progetto lavorateunitariamente con paziente arguzia.

Un Progetto di alto e nobile valore ‘Politico’ che affasci tutta l’Arbëria non si costruisce con i sentimenti e tanto meno con i risentimenti da accantonare, visto il momento grave, ma con “ impegno, dedizione e professionalità, serietà morale e culturale” .

Le minoranze non tutelate, in primis quelle arbëreshë, vivono in regime di ‘genocidio culturale-linguistico silente’, non possono aspettare ancora perché rischiano l’estinzione.

Voi Sindaci assieme potete fare molto più di quanto pensiate, potete rappresentare la punta di lancia di un Movimento di Rinascita vasto quanto l’Arbëria; bisogna però, che facciate presto e Vi muoviate con intelligenza, passione e lungimiranza nell’ambito della nostra secolare cultura e tradizione.

Il nostro futuro può essere definitosolo se trarrà linfa dalla radici della nostra storia, nel rispetto delle nostre tradizioni forgiate negli ambiti consuetudinari tramandati; diversamente non sarà il nostro futuro. Sei secoli di storia saranno cancellati.

E soprattutto non limitatevi a promulgare meri provvedimenti linguistici per salvarVi la coscienza.

Non potete continuare a non muoverVi, così facendo favorite la penetrazione della cultura dominante latina e tradite i Vostri elettori nelle peculiarità più intime e nel loro essere più profondo.

Abbandonate le pratiche di piccolo cabotaggio politico del passato, volgete lo sguardo al futuro Vostro e delle genti dei Comuni che rappresentate, cominciate a pensare in grande alla ‘grande utopia’ di unaNUOVA RILINDJA dell’ARBȄRIA , perché solo se lavorerete positivamenteoggi, su questa ‘utopia’, la stessa rappresenterà la strada che percorreranno i saggidomani .

Voi , Primi Cittadini dell’Arbëria, non siatelo solo giuridicamente, ma siatelo anche nei fatti; Voi potete impedire ancora che si estingua l’humus culturale che alimenta la lingua avita e con essa tutto un mondo composto da immagini e vjershë, da metafore e vëllamie, da preghiere e vajtim, da contemplazioni e vallje.

Se un domani queste saranno parole morte che riempiranno numerose le pagine dei funebri libri delle antologie, i nostri figli le piangeranno maledicendo l’ignavia e l’ipocrisia dei padri.Il rimpianto e la nostalgia saranno le uniche commemorazioni funebri.

Se vivranno, lo dovranno anche a Voi.Abbiate quindi uno scatto d’orgoglio.

Sindaci dell’Arbëria se ci siete, alzate la testa. Fate sentire, potente, la Vostra voce e l’orgoglio Arbëresh. Ora.

Giuseppe Chimisso: Cittadino Onorario di Civita/ Ҁifti e Presidente Associazione Skanderbeg di Bologna

Cell. 335. 688 3754

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MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUD

MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUD

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUDNAPOLI – (I Vescovi del Sud) –  Siamo convenuti tutti a Napoli per affrontare la penosa e drammatica congiuntura della perdita del lavoro, della disoccupazione, dell’angosciante delusione di larghe schiere di giovani, della pesante ricaduta sulle famiglie.

In particolare, a voi giovani del Sud rivolgiamo la nostra personale attenzione e la sollecitudine pastorale di tutte le nostre chiese. Conosciamo il vostro disagio di vivere in un contesto sociale che non favorisce l’inserimento nel mondo del lavoro e non offre prospettive incoraggianti.

Grande è la nostra apprensione per la vostra vita e per le vostre attese, perché siamo consapevoli che la precarietà genera una diffusa instabilità, letale per la vostra intera esistenza e per la tenuta stessa della nostra convivenza civile.

Vogliamo darvi atto, carissimi giovani, che in un momento di diffusa crisi sociale, di fronte alle difficoltà a trovare soluzioni e alle numerose contraddizioni degli adulti, non vi siete arresi. Anzi, avete continuato a credere nel ruolo dello Stato e a sperare. Nonostante l’incertezza del domani non vi siete persi d’animo e avete cercato di inventarvi nuove strade, anche quelle che portano fuori dalla propria terra. Con il rischio reale della desertificazione del Sud e della perdita di risorse umane fresche e di intelligenze. Ma tanti di voi hanno resistito e si sono anche attivati con coraggio e creatività. Per questo c’è da ammirarvi, anche per l’entusiasmo che sapete trasmetterci e che dovete testimoniare sempre più, dando prova dei vostri talenti, portando avanti progetti e iniziative in una logica anche imprenditoriale ed avendo il coraggio di rischiare.

Siamo sicuri che non tradirete la forza della vostra età e delle vostre idee. Puntando su di voi vinceremo la scommessa di dar inizio a un mondo nuovo, in sintonia con l’utopia del Vangelo. La nostra società ha oggi bisogno del vostro protagonismo. Per ritrovare nuovo vigore. Per riacquistare la voglia di cambiare. Per aprire nuove piste.

Siamo convinti che far leva sui giovani sia un atto di lucidità politica, al quale non si vorranno e non si dovranno sottrarre le istituzioni centrali e regionali, deputate a creare le condizioni per incrementare l’occupazione al Sud.

A tale scopo bisogna sgombrare il campo dalle logiche del clientelismo, dalle lentezze della burocrazia, dalla invadenza della malavita organizzata. Ma è necessario soprattutto fare spazio alle nuove frontiere del lavoro, sviluppando modelli organizzativi in linea con l’evoluzione della società e della tecnologia. Per questo rivolgiamo alle istituzioni competenti un caloroso e pressante appello ad intervenire con urgenza e concretezza, mediante politiche appropriate. Oggi più che domani. Perché domani forse sarà troppo tardi.

Questo impegno è per la società civile un atto di responsabilità. Per molti anni essa ha organizzato il suo benessere a debito sulle generazioni future, permettendosi un livello di vita al di sopra delle sue possibilità. E’ immorale mettere in piedi un modello di sviluppo che mortifica la dignità umana e trasforma il lavoro in una merce qualsiasi. Occorre avere rispetto per i giovani e dare anche a loro quelle opportunità professionali, lavorative e sociali che hanno avuto i loro padri.

Il Sud non è privo di risorse: il turismo, l’agricoltura, i beni culturali sono solo alcuni capitoli del suo immenso patrimonio. La sua posizione al centro del Mediterraneo può rappresentare un’opportunità unica di sviluppo. Ma la risorsa più grande siete proprio voi giovani, che, anche se culturalmente preparati e formati, siete costretti spesso a cercare all’estero quello che non trovate in patria.

Per le chiese del Sud questo nuovo corso sarà un atto di coraggio pastorale. Coinvolgere i giovani, professionisti e lavoratori, direttamente nell’azione pastorale delle chiese significa renderla più concreta e funzionale rispetto all’intera comunità e al bene comune, che dobbiamo difendere e promuovere dicendo e praticando anche un netto no alle mafie, alle illegalità, alla corruzione e alla violenza.

In più, mettere al centro i giovani vorrà dire immettere nel tessuto comunitario la loro capacità di aggregarsi, l’abilità di comunicare con semplicità e di andare al cuore dei problemi.

Con questo spirito, confortato dal confronto, dalle idee e dalle proposte di cui si è fatto portatore questo Convegno di tutte le Chiese del Sud a Napoli, vogliamo augurare a voi giovani un futuro radioso, quale meritate, mentre rinnoviamo un accorato appello a tutte le Forze politiche e sociali di operare in funzione di un lavoro “libero, creativo, partecipativo e solidale”, come ne parla-Papa Francesco nelYEvange/ii Gaudinm.

A voi, cari giovani, assicuriamo che non vi perderemo di vista e che vi affiancheremo nel vostro cammino; potete contare sempre sulla nostra concreta, vigile, paterna vicinanza, nella realizzazione delle vostre legittime aspirazioni.

Napoli, 9 febbraio 2017

Per i Vescovi

delle Regioni Ecclesiastiche del Sud

I Presidenti delle Conferenze Episcopali

BASILICATA – S.E. MONS. SALVATORE LIGORIO

CALABRIA – S.E. MONS. VINCENZO BERTOLONE

CAMPANIA – S.EM.ZA CARD. CRESCENZIO SEPE

PUGLIA – S.E. MONS. FRANCESCO CACUCCI

SARDEGNA – S.E. MONS. ARRIGO MIGLIO

SICILIA – S.E. MONS. SALVATORE GIUSTINA

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