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CULTURA E TUTELA DELLA STORIA O COPERTURA ECONOMICA PER LA POLITICA?

CULTURA E TUTELA DELLA STORIA O COPERTURA ECONOMICA PER LA POLITICA?

Posted on 02 marzo 2020 by admin

Asino e CapraNAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi) – Sono continuamente allestite manifestazioni, piattaforme culturali, in cui si vorrebbero valorizzare aspetti e momenti della storia, ciò nonostante, per la scarsa formazione dei rilevatori/relatori, non si lascia mai solco in grado di durare oltre il tempo dell’evento.

Trovare i precursori di questa inesorabile e palese deriva, bisogna cercare nelle pieghe, anomale, della formazione di quanti avrebbero dovuto fungere da pietre miliare e segnare cosa sia libero da interpretazioni e cosa seguire rigidi protocolli.

Queste labili figure essendo state allestite non per meriti, ma per titoli fuori dal seminato, preferirono acque torbide della“acultura”  naviganti di notti perenni.

L’unica ragione plausibile è questa, specie dopo i fari accesi da esperti e formati ricercatori, i quali consapevolmente attenti alle ilarità diffuse in temi e in risultati di una politica senza cultura, segnala continuamente figuranti economici, il cui compito non segue i sentieri del sacrificio culturale, preferendo accumulare consensi elettorali per la gestione politica del territorio.

Chiaramente questa è un’ipotesi che non ha alcuna fondatezza, in quanto, sono sensazioni che emergono sulla base degli elementi di osservazione, di un sintetico dipinto, che non lascia presagire cose buone.

In genere quanti si fingono in difesa o per la giusta diffusione della cultura, non sono storici di raffinata completezza, ma “suonatori senza scrupoli”, il cui fine mira ad impossessarsi di frammenti acquisiti dalle altrui menti, per poi usarli senza ne rispetto e ne garbo, certi che i fruitori dell’evento che vanno a produrre è campo di semina di addetti di una simile deriva culturale.

Fissare le tappe storiche della minoranza e contestualizzarle in presidi territoriali ben identificati, non è un compito facile o alla portata di ogni addetto, in quanto, la lettura di particolarissimi episodi, può essere eseguita solo da quanti hanno nel loro bagaglio culturali, l’intangibile linguistico, tramandato senza segni e ne tomi e quindi nella sola forma orale.

Questo è il motivo che spiega i tanti episodi storici disconnessi, presentati come caratteristica della minoranza storica e sono il frutto acerbo di una non cultura irresponsabile, di quanti si elevano a guida senza averne alcuna formazione.

Gli stessi a preferire al libero arbitrio, pur di non assumere alcuna responsabilità storica, l’unica in grado di impedire il proliferare di anomale e mortificanti figure.

Questo ha consentito alla massa di “acultura” di vagare all’interno della regione storica e seminare “alloctonie”  prive di senso, costringendo l’intero indotto ad abbarbicarsi a Valjie e Gjitonie copiate da temi di ballo e di vicinato, in tutto rendere la regione storica così banale da non essere considerata da nessuno dei canali turistici.

Quanti studiano e impegnano, per la definizione della storia, documenti, risorse e tempo, non possono e non devono essere scambiati come semplici volontari, obbligati ad offrire,  gratuitamente le proprie opere inedite e per questo preziose, a inconsapevoli praticanti.

I quali non hanno la misura di cosa rappresenti la ricerca, l’unica risorsa in grado di contestualizzare, regione storca e la capitale del regno; a tal proposito è bene precisare, che quanti lo pensassero, abbiano almeno l’intuito di scuotersi dal torpore e prendano consapevolezza, che, il lavoro va pagato, se poi è anche esclusivo, va pagato, almeno il doppio anzi direi ancor di più.

Come si può pretendere di fare una mostra, un volumetto esplicativo, contestualizzarli in una ben identificata area metropolitana, secondo il volere di inconsapevoli  ed inadatti attivisti senza titolo, speranzosi che gli vengano affidati o consegnando scritti inediti e di inestimabile valore, ad uso/consumo di operatori, privi dei minimali requisiti di comprensione o competenza?

Se esistono persone che credono che per un momento di gloria, ogni cosa vada posto nelle disposizioni di quanti sono abituati a fare il mestiere di antiquari, per i politici locali, “hanno confuso il requisiti della buona educazione”, quella che sta alla base  del comportamento di chi fa lo storico, “con altra cosa”.

Questo non è dignitoso, non è giusto, non lascia un buon ricordo, di quanti si presentano come tutori di “beni culturali” e poi si rivelano “usurpatori di beni altrui”.

L’opera di quanti si occupano di storia e offrono solide risposte di luogo, di tempo e di uomini, va incentivano, non obbligato a produrre cento pagine di storia inedita, con immagini e documenti per lasciarli nelle disponibilità di quanti confondono sin anche: Bernardino di Salerno, con Bernardino di Bisignano; in fondo nulla di male si compie scrivendo ciò, solo un salto generazionale di tre secoli e per chiudere il cerchio siamo tornati all’inizio di questo breve.

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ATANÀSIO DI ALESSANDRIA O IL GRANDE (Alessandria 18 gennaio 295 - ivi 2 maggio 373) (tra realtà e leggende Arbëreshë di un Katundë)

Protetto: ATANÀSIO DI ALESSANDRIA O IL GRANDE (Alessandria 18 gennaio 295 – ivi 2 maggio 373) (tra realtà e leggende Arbëreshë di un Katundë)

Posted on 12 gennaio 2020 by admin

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PRIMA DI ANDARE A VOTARE

PRIMA DI ANDARE A VOTARE

Posted on 01 gennaio 2020 by admin

Elezioni in calabria indexNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) –  Questa magnifica provincia è fertile oltre misura. Non vi cresce solo tutto ciò che serve alle necessità della vita, ma anche tutto ciò che serve alla salute.

Tutti i monti e le valli sono utili e non improduttivi, vi cresce in grande abbondanza ogni tipo di frumento, vino e frutta, tutto della miglior qualità.

Lo stesso vale per l’olio, il formaggio, lo zucchero, il miele, la cera, lo zafferano, il cotone, l’anice, il coriandolo in gran quantità, come pure per la resina, la pece, la trementina e lo storace.

Non mancano miniere d’oro, d’ar­gento, di ferro talco e altri come il sale minerale e il sale marino, il marmo, l’alabastro, il cristallo, la marcasite, il gesso di tutt’e tre i ti­pi, il minio, il buolo, l’allume, lo zolfo, la calamite, la pietra d’aquila.

Si producono naturalmente consistenti partite di canape e lino e v’è più seta in questa regione che nel resto d’Italia.

Si trovano oltremodo bagni termali, alcuni caldissimi, altri caldi, altri tiepidi, altri ancora freddi, giovevoli in molte infermità.

Sulle sponde dei suoi mari, come pure all’interno, vi si trovano i più bei giardini di limoni, cedri ed aranci di ogni tipo.

La regione è ricchissima di corsi d’acqua, grandi e piccoli, come pure, sulle colline dell’Appennino, dove trovano l’ideale dimora folti boschi di pini, aceri, larici e querce, in clima ideale dove cresce il fungo agarico, candido, profumato, e riluce di notte.

Luogo di pascolo ideale giacché consente transumanze brevi grazie ai suoi pascoli di pianura collina e montagna, in queste ultime trovano dimora ricche riserve di caccia.

Per ciò, non mancano i cinghiali, i cervi, i caprioli, le lepri, le volpi, i ricci, le focene, le martore, le linci, i tassi, i ca­mosci, gli stambecchi, le capre selvatiche, le tartarughe di terra e di ma­re etc. I suoi mari sono pescosissimi e in molti punti vi crescono i coralli bianchi e rossi, tutti della migliore qualità.

Sulle spiagge si trova anche la pietra di paragone di cui ci si serve per l’oro, l’argento e altri metalli.

Secondo la descrizione della Calabria del XV secolo se  associamo il florido approdo, che fu per molti popoli che vi si trasferirono, non per conquistarla ma per viverla in comune accordo con le genti indigene,   più di ogni altra regione, una magia innata che possiede solo questa terra  e quanti hanno avuto la fortuna di nascervi la deve avere.

E’ opportuno per questo che alla eccellenze naturali siano associato il più idoneo e appropriato indotto culturale su base consuetudinaria,  di questa regione,  servono allo scopo  figure con alto bagagli culturale e sensibilità in grado di avviare l’irripetibile macchina culturale ed ambientale, con processi sostenibili, per dare luce a quanto sino ad oggi è rimasto imbrigliato nei veli provenienti da altre latitudini, gli stessi che per la loro rozzezza richiedono  considerevoli energie su base  culturale per spazzarle il più distante possibile.

Alla luce di tutto ciò, sarebbe il caso che tutte le persone di buon senso, chiamate alla fine di questo mese di gennaio, a scegliere quali programmi e chi dovrà governare, tutelare e preservare questo patrimonio, senza essere assoggettati a falsi  personalismi di partito come spesso inducono ad errore; il momento pretende una saggia riflessione di voto, per una ponderata scelta di  futuro sostenibile,  atteso dalla calabria e dai calabresi ormai da diversi secoli.

Buon Voto! e ricordate che i domani per la tutela diventano sempre meno, ragion per la quale sappiate usarli con garbo, grazia e rispetto.

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La salita della sapienza (discorso - VII°) IL TERRENO MIGLIORE SU CUI SPARGERE IL SEME DELLA CULTURA

La salita della sapienza (discorso – VII°) IL TERRENO MIGLIORE SU CUI SPARGERE IL SEME DELLA CULTURA

Posted on 27 dicembre 2019 by admin

OlivetariNAPOLI (Atanasio Basile Pizzi) – Due mondi apparentemente lontani legati dalle consuetudini degli arbëreshë si possono incontrare e germogliare, specie se i cultori ostinatamente producono presupposti di tutela e valorizzazione.

Quando un seme antico è nelle disponibilità da un sapiente contadino, difficilmente si spreca, se poi quest’ultimo è di origini arbëreshë, possiede nel suo intuito di visione generale di luoghi, la capacità di riconoscere ambiti di semina per un’ideale e proficua resa.

Questa sera, un giovane la cui discendenza locale appartiene alle colline ai piedi della Sila arbëreshë, ha saputo scegliere il terreno migliore su cui spargere il seme della “Cultura Smarrita”.

Vero è che in forma di Amministratore, un discendente, di quanti resero, gli ambiti attigui ai corsi fluviali, tra la sede citeriore dei Sanseverino e il casale terra di Santa Sofia, tanto floridi da meritarsi lo pseudonimo di Giardini delle delizie, ha preferito, per una serie fortuita di avvenimenti, discutere di valorizzazione e tutela della regione storica arbëreshe non un luogo panoramico o rilevante sotto l’aspetto dell’architettura, ma l’ambito di vendita che un tempo fu delle delizie del monasteri degli Olivetari partenopei, oggi adibito a semplice marciapiede.

Una scelta casuale e fortuita, comunque è stata la prima volta che un amministratore della regione storica si è recato a Napoli chiedendosi, di cosa è intrisa questa capitale, dopo sei secoli dalla venuta gi Giorgio Castriota per tracciare le note “Arche dell’infinito arbëreshë”.

In apparenza la visita potrebbe sembrare semplice o addirittura una gita turistica, ma nonostante tutte le apparenze essa rappresenta un momento storico da cui ripartire per rendere più chiare la nebulosa di avvenimenti senza senso, che ad oggi riempiono convegni, eventi, scaffali editoriali e ogni sorta di avvenimento che ha come argomento la popolazione, che ancora oggi pur parlando una lingua minoritaria non è in grado si scriverla e leggerla fraternamente.

Incontrarsi in quello che era considerato il mercato degli Olivetari, non è un caso, se poi a questo volessimo aggiungere che proprio li di fronte, ha sede la chiesa che ha contribuito alla questione meridionale, sotto l’aspetto politico legislativo e scientifico, non è certo dire poco, specie se parliamo dei luoghi dove ruotava la forza culturale degli arbëreshë a Napoli.

A tal proposito si può affermare che l’atto di spargere il seme è stato compiuto, ora bisogna attendere la stagione buona per veder germogliare le prime essenze floreali, il produrre frutti, solo il tempo e i domani lo potranno confermare, il gesto rimane come cosa fatta.

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Comunicato Stampa -  Associazione Skanderbeg di BOLOGNA

Comunicato Stampa – Associazione Skanderbeg di BOLOGNA

Posted on 02 settembre 2019 by admin

GJITHË GJINDIA T’ GJEGJENBOLOGNA (di Giuseppe Chimisso) – La pluridecennale cultura del dono, caratteristica intrinseca e distintiva dell’Associazione Skanderbeg di Bologna, ha una nuova occasione per manifestarsi in Santa Sofia d’Epiro, Katund dalla antica e nobile storia, della Regione storica Arbëreshë calabrese. Al Museo del Costume Arbëreshë di S. Sofia saranno donate la reception, cinque sedute ed una piccola libreria per arredare l’ingresso, attualmente vuoto, così da poter accogliere nel modo più conveniente e dignitoso i visitatori. L’iniziativa sarà posta in essere dalla dott.ssa Annalisa Marchianò, sofiota di nascita e residente in Bologna, che ha contattato personalmente il nuovo giovane Sindaco del Comune, Avv. Daniele Sisca, il quale in luglio aveva prodotto apposita delibera dalla Giunta Comunale per l’accettazione della donazione. Questa iniziativa vuole essere da viatico ad uno scambio relazionale che va oltre le cose donate e ricevute. Per dirla a chiare lettere, pensiamo infatti sia importante la diffusione di una conoscenza, seppure epidermica, degli elementi importanti per la gestione corretta del patrimonio materiale tessile della nostra cultura, ed in specie del Museo di S. Sofia, ma non solo di questo; il nostro messaggio è rivolto in primis agli amministratori pubblici, che sono rappresentanti e responsabili delle politiche dei territori nei quali sorgono ambiti museali. Ai più sensibili tra questi amministratori che orienteranno le loro politiche di tutela e conservazione del patrimonio culturale in questa direzione al fine di organizzare articolati progetti di studio, indagini diagnostiche ed interventi conservativi per preservare il patrimonio tessile, a questi amministratori diciamo che la nostra collaborazione sarà sempre aperta e disponibile. Il nostro messaggio vuole essere anche elemento di stimolo e diffusione di indispensabili conoscenze di base, tra le numerose associazioni e gruppi che animano il mondo arbëreshë ed i possessori, anche privati, di preziosi costumi da festa, semi-festivi e giornalieri che caratterizzano la minoranza italo-albanese e che metaforicamente, rappresentano visivamente la propria bandiera identitaria nel bacino del Mediterraneo.

Il dono al Museo di Santa Sofia d’Epiro vuole rappresentare quindi il segno concreto di una grammatica relazionale da costruirsi al fine di preservare, manutenere e diffondere conoscenze di base per la tutela del nostro patrimonio culturale, in questo caso tessile, nella sua specificità tridimensionale del costume.

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GIORGIO CASTRIOTA I PRIMI 614 ANNI (06 maggio 1405 – 06 maggio 2019)

Protetto: GIORGIO CASTRIOTA I PRIMI 614 ANNI (06 maggio 1405 – 06 maggio 2019)

Posted on 07 maggio 2019 by admin

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STORIA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

STORIA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

Posted on 02 aprile 2019 by admin

Storia di un architetto

Napoli (di Atanasio Pizzi) –  Quando il giovane diplomato, dopo un periodo di orientamento a Reggio Calabria, decise di trasferirsi all’Università Federico II° di Napoli per iniziare il suo percorso formativo, non poteva immaginava che avrebbe accumulato tanto dispiacere, nel aver voluto studiare e comprendere le dinamiche che caratterizzano il genio locale di una ben identificata regione .

Il giorno della sua partenza nel fare il giro e salutare, amici e parenti, in Largo Trapësa incrociò un suo vicino, che gli raccomandò di addentrarsi  con profitto alle discipline architettoniche, così “i racconti” della nostra storia arbëreshë avrebbero avuto supporti anche dagli elementi tangibili  che quella disciplina multi settoriale offriva.

Cadeva di Martedì quel 18 gennaio del 1977 e per il giovane Atanasio, quelle parole segnarono il suo percorso formativo in maniera indelebile, nonostante siano trascorsi oltre quattro decenni, da quella data e  superato chine, scese impervie, l’allievo architetto Sofiota, forgiato nel mandorleto dei Bugliari, non dimenticò mai quelle parole.

Dal primo giorno che iniziò a frequentare Napoli, non smise mai di pensare e guardarla l’architettura da arbëreshë e quanto peso avesse avuto la regione storica per l’Italia, oltre a quanto nelle sue diplomatiche vi fosse custodito.

Alla luce di ciò, oltre a seguire il percorso universitario, allargò i confini della sua formazione, sia in biblioteche che in archivi, ma più di ogni altra cosa confrontandosi con eminenti docenti e dare forza vitale a quel seme piantato in  Largo Trapësa.

La sua apparizione pubblica avvenne all’Istituto Universitario l’Orientale di Napoli per confrontarsi con l’allora direttore del dipartimento di Albanologia, dopo essere stato particolarmente colpito, ndë Katundë, sulle divagazioni di alcuni relatori che parlavano di Gjitonia nel Luglio del 2003.

Furono proprio quelle nozioni a dir poco elementari, nozioni senza senso diffuse liberamente nello stesso ambito dove pochi anni addietro veniva sancita , la stessa sala Consiliare del Comune che per ” ladifesa della diversità culturale arberesche “(??????).

Dal 2003, dopo aver ascoltato, inizia a scrivere, ma per la fragilità dell’italiana cultura, cadde ripetutamente in errori grammaticali, tuttavia mai di concetto, nonostante ciò veniva duramente redarguito dalle stesse figure che avevano sorvolato per decenni e ancora oggi parlano di una gjitonia che nasce sullo sheshi ad opera di 5/6 porte; appellano il Kastriota con idiomi turcofoni appellandolo Scanderbeg; scambiano la metrica del canto delle valjie, in danze sacrificali da guerra ed è meglio fermarsi qui, con le divagazioni inviate in stampa, senza ne luogo e ne tempo.

E’ legittimo chiedersi se un tempo queste figure ambirono veramente a spronare il giovane architetto, o, sicuri della dipartita culturale. Si divertirono perversamente a indicare una strada che non avrebbe mai percorso, sicuri che le loro ilarità sarebbero rimaste impunite e mai verificate perché senza progetto e quindi senza un senso pratico.

A conferma di ciò corrono in aiuto gli addobbi e le trasformazioni delle strade, i vicoli, gli elevati edilizi e ogni genere di elemento finito o spazio pubblico circoscritto, che identificava le tracce della storia arbëreshë, che imperterriti, hanno continuato e continuano a violare.

In poche parole le manomissioni e la perdita di valori, che gli ambiti minoritari non hanno avuto grazie al buon senso dei saggi cultori di un tempo, nel breve di un decennio sono stati trasformati senza alcun senso, simile ad una violenza di gruppo, tradotto in lessico moderno si potrebbe ipotizzare una sorta di bullismo architettonico verso una minoranza indifesa.

L’auspicio è che si riprenda la metrica seguita sino agli anni sessanta del secolo scorso e il 27 di Aprile prossimo, i gruppi che, il mese successivo, avranno il privilegio di sedere nella cabina di regia del Katundë arbëreshë, sono questi che nel transitare nell’ideale Largo Trapësa, possano essere intrisi della stessa caparbietà culturale che avvolse quel giovane Sofiota diventato architetto.

È a loro che deponiamo tutte le nostre ultime speranze nel  percorrere quel selciato davanti alle sedi comunali, giacché luogo sacro intriso di buoni propositi, li inizia o finisce la storia della minoranza arbëreshë; quel largo idealmente contiene i valori consuetudine di tutta la regione storica, perché  sono innestati i semi della “Storica Scuola Locale”.

Non è concepibile che ancora oggi dopo due decenni non siano state corrette quelle intenzioni sgrammaticate, che sono lo specchio della tutela; da ora in avanti prima di mettere in cantiere progetti di abbellimento è bene valutare se, sia opportuno demolire un muro o è meglio consolidarlo; rendere veicolare un antico tracciato pedonale, per far parcheggiare  vecchi rottami o è meglio restaurarlo per restituirgli l’antico splendore; costruire prima  il luogo della tutela e dell’esposizione, prima di razzolare assumendosi la responsabilità di conservare manufatti sartoriali irripetibili; conoscere la stria del proprio Katundë prima di modificare gli antichi percorsi religiosi, ecc., ecc., ecc..

È vero che i Katundë non possiedono vincoli delle sovrintendenze, se non per la chiesa e il palazzo nobiliare e le raffigurazioni artistiche, ma nel 2019 non si può attendere ancora, che istituzioni terze si preoccupino della difesa dell’identità culturale, contenuta, in ogni elemento dei nostri centri antichi; Spetta agli amministratori avere un bagaglio culturale è la giusta sensibilità per farlo, e non serve ripetere incoscientemente, che non è rimasto nulla o non abbiamo avuto mai nulla, giacche il valore delle cose non si misura in piazza giocando a carte o facendo colazione al bar, ma sedendosi nelle sedi istituzionali e parlando con esperti che sappiano riferire compiutamente di ogni cosa.

È giunta l’ora di smettere di pensare che la tutela delle emergenze dei nostri Katundë siano esclusiva dipartimentale, specie se queste hanno matrice letterale e non storica, bisogna lasciare spazio a quanti si occupano di questi argomenti non come tema generale, ma specifico d’ambito.

Allo stato delle cose quanti avranno il privilegio di condurre le sorti materiali ed immateriali del nostri Katundë, prestassero particolare attenzione nell’intervenire all’interno del centri antichi dei Katundë, e da ora in avanti quando si tratterà di abbellirli abbiate cura di seguire alla lettera le “Carte del Restauro e della Conservazione”, lasciando ad altri ambiti il libero pascolo secondo i segni di un’architettura che distrugge  seminati in grano, come se fossero pascoli da brucare.

La Scuola Sofiota esiste ed è stata sempre viva, sono i politici che negli ultimi decenni si sono distratti, immaginando che gli antiquari, che migrano dagli altri ambiti, siano più raffinati e capaci dei propri figli.

Le eccellenze di ogni Katundë, esistono e abitano li vicino a voi, hanno dimora sulla vostra destra e sulla vostra sinistra, non dovete fare altro che girare la testa e farli accomodare per esprimere il loro sapere che non può avere nessuno, specie se formato in ambiti specifici, quelli tipici della Regione storica Arbëreshë, che è cosa ben diversa da quella albanofona

Non è più tempo di emarginarli ai margini dei progetti di rilancio culturale che i Katundë attendono da troppo tempo; solo chi è tipicamente formato può fornire elementi indispensabili per realizzare “la caratterizzazione locale”, l’unica arma in grado di difendere questi modelli irripetibili dai processi della globalizzazione, che ad attendere per violentare e triturare ogni cosa.

Non è sostenibilità andare avanti con limiti tendenti verso il basso delle professionalità e dare ascolto a magie Acritane, antichi dispetti e giuramenti fatti in nome di una rabbia figlia dell’ignoranza; liberatevi da questi veli, essi vi offuscano la menta e non restituiscono a una comunità intera, la stessa credibilità in voi riposta.

Dal mese di maggio del 2019 l’auspicio vorrebbe che Largo Trapësa, dopo aver ufficializzato l’esito elettorale, si dia inizio alla stagione della semina di un momento culturale del sapere sofiota, si allestiscano tavoli di confronto per la comunità arbëreshë intera, chi si sente in gradi di proporre si fa avanti e si misura con i conterranei, nessuno escluso, compresi quanti navigano nelle tenebre, questi in particolare se vogliono riemergere sono i benvenuti, altrimenti tacciano per sempre e nei loro luoghi di esilio, diano inizino almeno alla discussione con se stessi, per capire ameno nella loro mente chi sono e cosa vogliono.

Sono stati tanti i paesi della regione storica che attraverso il sapere del ormai non più giovane architetto cercano conferme delle architetture e l’urbanistica arbëreshë e non parlo solo dei paesi a un tiro di schioppo dallo storico largo, ma anche a quelli di Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, lui! per rispetto della regione storica, lo ha fatto più volte con serenità professionale, tuttavia tutto ha un limite e a Casalvecchi di Daunia è stata abbondantemente superato.

Quello che rimane sono le poche cose che ancora si possono intercettare e valorizzare nei paesi arbëreshë, ormai allo stremo, tuttavia intercettare e innalzare poi non vuol dire far brillare accanto le figure che non distinguono Stefano da Antonio e ne comprendono cosa voglia dire pronunciare in regione storica, Kastriota o Scanderbeg.

Allo stato delle cose rimane la speranza, che duri la pazienza dell’archetto e diminuisca lo sperpero di elementi quotidianamente distrutti, sia dal punto di vista del tangibile e sia di quello più raro dell’intangibile.

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SOTTOSCRITTO IL MEMORANDUM D’INTESA SULLA COOPERAZIONE COMUNALE INTERNAZIONALE CON DUE CITTÀ DEL KOSOVO

SOTTOSCRITTO IL MEMORANDUM D’INTESA SULLA COOPERAZIONE COMUNALE INTERNAZIONALE CON DUE CITTÀ DEL KOSOVO

Posted on 17 febbraio 2019 by admin

CivitaCIVITA (CS) Alessandro Tocci 

 

 

 

 

Comune di Civita

Provincia di Cosenza

Comunicato Stampa

 

Sottoscritto il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione comunale internazionale con due città del Kosovo.

Il sindaco  Tocci: “Con questo accordo apriamo a nuovi scenari di cooperazione e di scambi con  Paesi a noi vicini.

Cosa che facciamo da anni con l’Albania. 

 

Civita – Sottoscritto il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione comunale internazionale tra i comuni di Civita e Frascineto con i comuni di Fushe Kossovo e Lipjan in Kosovo. Questa mattina, in occasione dell’anniversario d’indipendenza del Kosovo, con una cerimonia istituzionale ufficiale tenutasi presso la sede del Ministero dell’Amministrazione del governo locale del  Kosoro, il sindaco di Civita, Alessandro Tocci,  accompagnato dal capogruppo di maggioranza, Andrea Ponzo, e dal consigliere comunale delegato allo Sport, Vincenzo Oliveto, e i   sindaco del comune di Frascineto, Angelo Catapano , di Fushe Kosovo, Burim Berisha, di Lipjan in Kosovo, Imri Ahmeti, e del  segretario generale del Ministero, Rozafa Ukimeraj, hanno sottoscritto il Memorandum d’intesa sulla cooperazione comunale internazionale. L’obiettivo del Memorandum, che si applicherà sulla base della reciprocità e beneficio reciproco, è quello dello “sviluppo e della promozione della cooperazione per la realizzazione di attività culturali e ricreative comuni, per lo scambio delle esperienze delle istituzioni scolastiche e delle associazioni culturali e artistiche, per lo scambio  delle esperienze nel campo dell’arte, della cultura e delle altre attività educativi – accademici e per lo scambio delle esperienze nel campo dello sviluppo locale”. Per il primo cittadino di Civita, Alessandro Tocci, “l’obiettivo della sottoscrizione di questo accordo di cooperazione è quello di far convergere i punti di forza delle esperienze maturate nel campo dello sviluppo locale e, soprattutto, nel campo delle attività culturali e ricreative stabilendo rapporti di cooperazione e scambi culturali al fine di inaugurare una nuova era di cooperazione internazionale che punti sulla valorizzazione reciproca delle realtà aderenti.   Questo accordo sulla cooperazione comunale internazionale – ha sottolineato il sindaco Tocci – è lo strumento per intraprendere nuovi rapporti di cooperazione e di scambi commerciali e culturali con nuove realtà  e far conoscere  il nostro territorio e, soprattutto, le nostre potenzialità e la nostra identità. Cosa che Civita fa già qualche anno con l’Albania. La sottoscrizione di questo Memorandum d’Intesa offre, quindi,  nuove possibilità per la valorizzazione del territorio e delle tradizioni enogastronomiche civitesi che già riscuotono apprezzamenti non solo nel Bel Paese, ma in gran parte del  Mondo”.

 

 

Civita, 17 febbraio 2019

 

Ufficio Comunicazione.

                                                                                                                           Comune di Civita

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PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVA

PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVA

Posted on 14 febbraio 2019 by admin

PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVANAPOLI (Di Atanasio  Basile Pizzi) – Quando il buon pastore latino fu nominato frettolosamente greco, nel 1876, molti immaginavano potesse porre rimedio alla pericolosa deriva innescata sui territori Sanseverinensi e limitrofi.

I recinti dove si credeva, pascolassero pecore per addomesticare antiche terre, erano invece diventati teatro di prevaricazione latina o zona franca per intenti di una fratellanza impossibile.

Il saggio pastore doveva dare seguito al progetto antico che ostinatamente, mirava ad assoggettare l’oriente all’occidente, auspicando di coinvolgere i pastori ortodossi nella struttura piramidale latina.

Gli esuli pastori con i loro greggi, hanno tenuto testa ai turchi per non essere piegati in terra natia e poi quando la sopportazione aveva superato i limiti preferirono insediarsi in ambiti paralleli per allevare identiche radici; tuttavia e nonostante tutto dopo sei secoli, sono stati raggiunti da alias e messaggi subliminali turchi, in ultimo da alcuni decenni, non è stata una buona cosa veder scorrere al nostro fianco l’identica sopraffazione che li costrinse alle pene dell’esilio.

In Puglia, Campania, Basilicata e Calabria le vicende relative, all’identità divina e terrena, sono state sottoposte a simili vicende; prima lasciati ai loro riti; in seguito sottomessi a quelli latini ritenuti meno blasfemi, (vedi la storia dei paesi del Vulture, del Tarantini, del Beneventano/Avellinese e Cosentino sanmarchese, solo per citarne alcune; ma comunque mai lasciati liberi di esprimere i loro valori originari.

Tuttavia chi riesce a uscire indenne allo sterminio dei gregge è l’alta Calabria ionica, che per atti stipulati anticamente non si è potuto rimaneggiare al volere latino.

Ma come si sule dire, l’occasione non va combattuta ma utilizzata per i piropi fini, ed ecco che dal settecento un’annosa piaga fu utilizzata intelligentemente secondo i riti di una crociata mai dismessa; la chiamarono una porta aperta rivolta all’oriente ostinato.

La porta doveva servire ad allargare le basi della piramide per avvicinarsi  di più al cielo,omettendo di precisare che al vertice  avrebbe preso posto il sacro romano.

Chiaramente realizzare un’istituzione religiosa cosi distante da Roma era un rischio che doveva essere opportunamente arginato; ragion per cui, ad allevare e formare i nuovi pastori era l’istituzione corsina, ma la nomina era di pertinenza “terza” fuori le mura di quel complesso.

Il pastore verificatore doveva confermare la genuinità di matrice romana, vestita di ornamenti orientale; false vesti, pericolose bolle di un caseario romano.

Una parabola formativa che fu interrotta quando l’istituto, preso d’assalto dalle frange civili, venne indirizzato per formare e istruire il popolo citeriore secondo la visione  dell’unita italiana, per cui per oltre cinque decenni, invece di pastori di dubbia capacità per le stesse istituzioni che li formavano, si formarono brillanti menti, che resero quella regione modello di intelligenza..

Terminata la parabola politico culturale, riprese l’infinita crociata di avvicinamento dei pastori romani con quelli greci.

Per dare ancora più linfa al progetto fu incaricata un saggia del luogo, egli conosceva tutti i risvolti e le pieghe che avevano subito quelle mura di indirizzamento; il pastore latino/greco, dopo aver stilato due rapporti dettagliati, il primo per lo stato laico ed il secondo per quello clericale, forni gli elementi indispensabili, che studiati attentamente per oltre tre decenni, consentirono di realizzare la scissione in tre segmenti, dello storico monumento di formazione.

Il tempo intanto scorreva imperterrito, senza nessun miglioramento di indirizzamento pastorale degli ambiti sottoposti alla guida dei nuovi pastori, solo dopo cinque decenni, un papa accompagnato in pellegrinaggio da un saggio Ullanese diede un nuovo impulso alla parabola pastorale nel 1963.

E nel mentre nei territori citeriori, si produceva un vortice crescente che disorientava vecchie e nuove generazioni, l’Ullanese per la sua capacità di lettura  portava avanti un lavoro raffinato di tessitura che oggi viene considerato come l’unico  e solo manufatto in lana orientali ed occidentali portato a buon fine.

La stessa tela che qui nella Calabria Sanseverinense, non essendo stata compresa, è disfatta giorno per giorno; a questo punto è spontaneo chiedersi: è valsa la pena fare parte di quel gregge di esausti esuli, se i loro preziosi filamenti si vendono per poco più di trentatré danari e senza rispetto di chi detiene la la formula della materia prima.

pochi minuti prima che iniziasse 2019-02-14

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Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë” 	di Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë” di Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

Posted on 28 gennaio 2019 by admin

BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STOEICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERAeNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –                                                      

Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë”

di

               Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

                                                                                                                      

 

Oggetto: 2019 La Regione storica Arbëreshë, attuazione della mutua tutela sociale, storica, culturale e dell’idioma.

 

L’esigenza di dover tutelare urgentemente, la storia e sostenitore l’eccellenze della regione storica in oggetto mi porta a scrivere questa mia, avendo lucidamente chiaro quanto hanno lasciato d’indefinito le manifestazioni e gli incontri culturali che da tempo sono posti in essere, per la valorizzazione, la tutela e il rilancio della Regione storica Arbëreshë.

Ostinarsi a tutt’oggi nel consorziarsi per valorizzare riconosciuti e palesi errori storici, linguistici, consuetudinari e religiosi, non aiutano la vostro opera di Amministratori, che poi rappresenta un frammento che si aggiunge alla storia dei Katundi  e degli Arbëreshë

Volendo solo precisare l’errato appellativo ovvero, arberia, che non trova alcuna logica o  senso, urge una presa di posizione forte, ferma e decisa per evitare che il patrimonio storico culturale di cui sono ancora intrisi i vostri comuni (Kushetë), vada definitivamente perso.

L’anno appena trascorso ha visto protagonista Giorgio Castriota, il Grande condottiero e bandiera Albanese, manifestazioni genericamente di profilo discutibile e senza alcun senso storico, un dato valga per tutti, la poca conoscenza degli avvenimenti oltre agli aspetti caratteriali, sociali ed educativi del valoroso arbëreshë; segno indelebile che denotata la leggerezza con cui il famoso condottiero viene appellato con l’alias “Scanderbeg”  İskender Beğ  pronuncia  turco-ottomano del nome con cui fu battezzato, secondo il rito turco, all’età di sette anni dopo la rituale circoncisione.

Ebbene, noi che siamo arbëreshë e per colpa dei turchi abbiamo dovuto abbandonare le terre natie, dopo sei secoli di patimenti ricordare il valoroso condottiero, secondo i messaggi subliminali di essenza turca, mi sembra paradossale e fuori da ogni logica di rispetto e buon senso.

Se alla base dei prodotti editoriali, di ricerca, divulgazione e appuntamenti pubblici, passano questi messaggi in maniera gratuita, anzi, innalzati con le somme della legge 482 del 1999, immaginate nel sottobosco delle piccole figure locali, cosa possa scorrere senza regola, garbo e rispetto del patrimonio, oltre al rispetto per i dei patimenti dei nostri avi, gli uomini migliori della Regione storica Arbëreshë.

Alla luce dell’inesorabile deriva innescata per la scarsa professionalità e titolarità di ricerca (ui quanto negli ultimi tempi l’arte dell’apparire ha preso il sopravvento) vi esorto a riunirvi, Voi Sindaci in Consorzio Culturale, sotto la sigla (S.H.Ë.P.I.T.) “Sindaci HarbËr per la Promozione degli Itinerari Territoriali” e tenere alta l’attenzione verso il territorio e le genti arbëreshë che vi risiedono, in tutto valorizzare il Genius Loci; l’unica alternativa allo spopolamento diffuso, che vivono tutti i territori  meridione del pianeta.

Nell’attesa

Vi Saluto      

Napoli 2019-10-28

 

P.S.

Le procedure per le caratterizzazioni utili alla difesa della Regione Storica Arbëreshë saranno eventualmente discusse, a seguito di un gradito Incontro di Approfondimento.

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