Archive | settembre, 2018

LETERA ALL’IGNOTO CULTORE

LETERA ALL’IGNOTO CULTORE

Posted on 25 settembre 2018 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando agli albori del 1978 varcai la porta dell’Archivio di Stato di Napoli, non avrei mai immaginato che dopo due decenni sarei stato uno dei componenti il gruppo di progettazione per la sua riqualificazione e restauro, traendo per questo un bagaglio professionale d’ineguagliabile spessore, ne che la documentazione che avrei di li a poco consultato, per iniziare ad indagare la storia della Regione storica, sarebbero state l’avvio di un calvario culturale di confronti con quanti uso identificare come “l’ignoto cultore”.

Relativamente al motivo che mi aveva portato a varcare la soglia dell’Archivio di Stato,  per la ricerca di documenti e definizione di nuovi stati di fatto della Regione storica e ambientale Arbëreshë,  appellata ancora oggi in maniera vetusta, dall’ignoto cultore,  “arberia”.

Oltremodo vorrei  precisare che per “ignoto cultore” si vorrebbero individuare quell’esercito, causa delle gravi ferite, inferte per incompetenza alla regione storica, resa per questo, irriconoscibile dal punto di vista linguistico, consuetudinario, metrico, religioso e del genius loci.

Le mie ricerche comunque hannodato avvio a un nuovo stato di fatto, legato al genius loci arbër, la rotta seguita non si è ostinata a voler scrivere messali in arbëreshë, a guisa dei rumeni bizantini; o a tutti i costi usare la grammatica Grerca e Latina; menare a sostituire vocaboli Arbëreshë con Albanesi di radice turca, ma, invece, produrre un nuovo modo di idagare e restituire certezze alla definita Regione storica e ambientale Arbëreshë.

Studiare la geografia del territorio occupato dagli arbëreshë,  tracciare le macroaree di locazione e comprendere i motivi di tale disposizione, per individuare il sistema metrico più attendibile di tutti i centri con simili origini. 

In seguito, sono stati fondamentali  cercare gli enunciati che descrivessero suntamente, la disposizione urbana, i rioni, le gjitonie e i gruppi familiari, al fine di fornire un metodo di lettura degli ambiti urbani limitrofi, in tutto, definire la storia urbanistica e architettonica della regione arbëreshë italiana, associata alla toponomastica della terra di origine.

tutto ciò ha avuto il suo culmine in occasione di misurarsi con i  vertici politici nazionali, nel corso della delocalizzazione di Cavallerizzo, avendo ricevuto  investitura ufficiale perché C.T.P. dell’Associazione Cavallerizzo Vive; l’unica Associazione che si è adoperata per evitare la più terribili disavventure che vede protagonisti gli arbëreshë di questo secolo .

Certamente la grande esperienza accumulata in anni di studio, la metrica  attinta nei corsi dalla facoltà di Architettura di Napoli, la fortuna di aver frequentato questo luogo con docenti di altissimo spessore, la conoscenza delle tradizioni, la lingua e le caratterizzazioni tipiche dei paesi di minoranza , sono stati i segmenti ideali per chiudere solidamente il cerchio con la mia innata predisposizione.

Sono trascorsi quattro decenni da allora e ancora oggi l’“ignoto cultore”  adducendo eresie senza tempo, senza luogo, ne memoria per la storia della regione, come se non bastasse, non avendo argomenti da aggiungere, si ostina a presentare trattazioni  irriconoscibili, invece di confrontarsi con i nuovi enunciati di studio.

Nemo propheta in patria, è una locuzione in lingua latina che significa: “Nessuno è profeta nella [propria] patria”; l’espressione vuole indicare la difficoltà delle persone di emergere in ambienti a loro familiari.

Raramente stato invitato in manifestazioni nei luoghi della regione storica, in cui l’“ignoto cultore” per aver letto i miei scritti, ambisce a emergere ad ottenere certificazioni urbanistiche e storiche per scopo di sopravvivenza locale, invitandomi a certificazioni gratuite; NO cari signori io non sono una ONLUS e non credo in questo tipo di illusori meccanismi sociali.

Studio e produco certezze, cercando di misurarmi e confrontarmi con l’“ignoto cultore” che continuamente sfugge; egli ha da sempre parlato di arberia (?????”’), come paradiso terrestre dove hanno vissuto solo nobili e ricchi cavalieri, non sopporta che i miti che imprudentemente ha innalzato gli vengano scalfiti, ne ha interesse per realizzando un ambito logico in cui delineare come sia stata conquistata la scena del palco europeo dalle nostre eccellenze culturali.

Studio e produco certezze per la “regione storica” e se alcuni hanno dubbi sulle mie risorse culturali ed economiche, sappiano che non sono quelle delle istituzioni o dei canali equipollenti; esse  non sono altro che il frutto della caparbie scelte di VITA e per questo ritengo di averle meritate sul campo, lo stesso dove l’“ignoto cultore” teme di confrontarsi per sfuggire ai  fantasmi messi in campo.

 

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LA REGIONE STORICA AMBIENTALE ARBËRESHË E I SUOI NERI!

LA REGIONE STORICA AMBIENTALE ARBËRESHË E I SUOI NERI!

Posted on 21 settembre 2018 by admin

IL RODITORE ASCOLTA E STA RINTANATO IN SOFFITTA CON I TARLINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il Nero rappresenta il buio, la morte, il male, il mistero, il caos delle origini, il male in senso univoco; i nostri antenati personificavano le forze oscure dalle quali si sentivano minacciati proiettando terrificanti e maligne creature delle tenebre.

Tuttavia a oggi non molto è cambiato, poiché ancora si preferisce compostarsi come farfalle spaventati, di fronte a ciò che non si conosce o si comprende.

La Dea Ecate, percorreva la terra nelle notti senza luna assalendo gli atterriti viandanti alla biforcazione delle strade, consuetudine che ancora oggi in alcuni rioni della regione storica rimane  viva nella misera intenzione sociale.

Il nero socialmente indica la volontà di andare contro la massa e il non voler seguire le linee guida dettate dalla società, per intraprendere la rotta cui ambisce la propria volontà per brillare nelle notti di luna piena.

In queste poche righe si racchiudono le gesta che hanno innalzato la regione storica per i miseri canali turistici, che non è assolutamente quella fatta di cavalieri uomini illustri e gesta di accoglienza e raffinata dedizione verso i  valori identitari.

Queste sono le gesta di quanti giorno per giorno distruggono la storia di noi tutti, ideali senza senso, raccolti e assemblati nel pieno delirio dell’apparire a tutti i costi, con il fine di far sembrare bianco il nero, quello,  del loro cuore e della loro anima, allevati nel  profondo delle tenebre o nei pascoli notturni della cattiva educazione.

In questo mio breve non voglio trattare di quelle fonti da cui tutti attingono e riferiscono alla bene o meglio, del modo e le gesta brillanti con cui la fama di un numero ben identificato di arbëreshë, i bianchi, ha raggiunto gli annali della storia e della notorietà europea, quella che conta veramente.

Voglio trattare, di quell’esercito di “neri” che mira direttamente al benessere dei propri giardini; generalmente non sono persone regolarmente acculturate, si traveste di poche frasi a memoria le uniche che ripete, non parla “la  lingua non scritta”, opera esclusivamente per il suo fine, in tutto rappresenta il, glitiri economico.

I più virulenti si presentano come eredi nobili di una dinastia che per un perverso gioco politico culturale, mira alla conquista del codice identitario, un antico e perverso progetto turco, che ancore nella regione storica non è stato compreso, per questo mi rivolgo a tutti gli arbëreshë bianchi e di buonsenso affinché stiano vigili nell’adottarlo nelle giusta misura, anzi fare in modo di rivedere e nel caso far scomparire, cancellare o addirittura cancellare dalla toponomastica storica e identificativa.

Tuttavia, per quanti non lo avessero compreso questa è una conquista che ancora oggi segna il territorio della regione storica che per incapacità di lettura, anzi ignoranza storica, si continua ad applicare, con protagonisti amministratori ignari, rampanti cultori e gente che adesso approda per dare lezioni dal paese di fronte; essi sono neri senza cultura, raccontano, al cospetto delle giovani generazioni (il cuore pulsante della nostra identità storica) falsità indicibili, eresie, avvenimenti senza luogo frutto di pura demenza culturale

I neri su citati non si rendono conto di un dato elementare che a mio avviso omettono per cattiveria, in quanto è proprio per non sottostare a queste violenze immateriali che gli arbëreshë preferirono l’esilio e mantenersi a distanza da tali emendamenti improponibili.

Sono comunque innumerevoli gli glitir economici alla ricerca del loro momento di gloria lunare, essi si presentano con “discorsi nuovi”  aggredendo lingua, consuetudine, valori religiosi e persino  la metrica del canto, essa già labile, in quanto cerniera  e quindi unica a sostenere l’idioma della nostra regione storica, diversamente da quelle forti che hanno come fondamenta l’isostatica poesia.

Cantare senza adottare le antiche disposizioni, finisce per destabilizzare la lingua arbëreshë, che notoriamente è riconosciuta dalla storia come il codice segreto di una cassa forte; esso per non essere intercettato si modifica con i tempi e i luoghi delle cadenze musicali; tuttavia, se utilizzate in maniera impropria e continuativa, anche noi non potremmo più aprire lo scrigno che contiene le vesti con cui ci siamo distinti dalla notte dei tempi.

Poi esiste un esercito di “ Neri” i glitiri economici, che per colpa di una legge, fatta con i piedi, hanno incominciato a vedere solo il colore della ricchezza, questo ha devastato ogni cosa rimasta intatta nel dimenticatoio, sono stati svuotati, cassetti, bauli, canti,ne, katoj, rioni, gjitonie, strade, palazzi, chiese e ogni sorta di anfratto naturale, per assoggettarlo ora a quel principio ed ora a quella cultura, creando in tutta la regione una miriade di fuocherelli dissociati gli uni dagli altri; allo stato recuperare e ricostruire quanto irrimediabilmente compromesso non è impresa facile, urge iniziare a farlo e servono solo ed esclusivamente bianchi di sana e buona volontà.

Solo i neri perché “socialmente inclini ad andare contro la massa e il non voler seguire le linee guida dettate dalla società” potevano ambire a una deriva così devastante che ha deturpato movenze, costumanze, sonorità e frammenti linguistici, identici a quelli rifiutati per principi identitari sei secoli orsono dai nostri avi; tuttavia solo l’ignoranza di queste figure buie poteva essere irrispettosa delle pene trascorse, di quanti preferirono il ruolo di macchine da guerra per  papa e re,  pur di non essere calpestati dal volere degli invasori della luna calante.

Tuttavia la colpa e sempre dei neri, ma non per il colore esteriore, perché sono le gesta è gli atteggiamenti dettati dal cuore e dalla mente che li dipingono come Dea Ecate, sempre pronta al giornaliero agguato di crocefissione.

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IL PONTE COME LA REGIONE STORICA

IL PONTE COME LA REGIONE STORICA

Posted on 19 settembre 2018 by admin

IL PONTE COME LA REGIONE STORICANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nel corso della piovosa mattinata del quattordici Agosto a Genova, è stato distrutto il continuo di un viadotto, “la rotta”, opera concepita e progettata dal grande ingegnere italiano R. Morandi, l’evento ha negato a troppe persone la vita, a tante altre la propria identità e a noi tutti è stato sottratto un frammento di storia.

Questo è il risultato cui si giunge quando il genio del singolo è stato posto nelle disponibilità di tanti figuranti.

Quando dico tanti, mi riferisco a tutte quelle persone che avrebbero dovuto curare e rendere merito, a un’opera che sarà sempre il vanto di noi Italiani, purtroppo solo quelli capaci di comprendere quali siano le cose buone da quelle che non hanno ne senso, ne valore e ne garbo.

Se la trascuratezza o meglio la sintesi, nel fare le cose é stata capace di radere al suolo un gigante buono come il ponte Morandi a Genova, immaginate quanti “piccoli uomini” senza rispetto e privi dei minimali requisiti culturali, quanto danno possano produrre verso cose indispensabili alla nostra identità.

La brutta figura che “l’Italia culturale” ha fatto con il resto del mondo, per la distruzione del ponte Morandi è immane; affiancarla al declino della minoranza arbëreshë mi sembra un modo per onorare e dare merito alle cose belle che questa vita ci ha permesso di conoscere.

Il ponte Morandi concepito negli anni dopo la guerra fu inaugurato il 4 settembre 1967; nello stesso tempo la tutela della minoranza arbëreshë ha iniziato ad avere leggi e attenzioni attraverso l’innalzamento dei primi presidi culturali, che furono messi a regime nel 1972.

Il ponte ha iniziato il suo declino con perdite di piccoli frammenti del copriferro, cui in maniera sintetica se senza molta attenzione, si adoperavano innumerevoli pezze colorate che tutti noi abbiamo notato nei servizi televisivi.

Allo stesso modo a iniziare dagli anni settanta anche l’arberia ha perso i primi frammenti che difendevano la struttura linguistica, cui sono state inserite pezze colorate di altra fattura idiomatica e sociale, oltretutto reperiti proprio nei luoghi della diaspora.

Tra gli anni ottanta e il duemila il ponte ha subito una serie d’interventi alla soletta ai giunti e la verifica strutturale degli elementi precompressi e degli stralli.

La regione storica nello stesso periodo ha iniziato ad assumere ruoli diametralmente opposti rispetto alle discendenza strutturale, assoggettandola a elementi linguistica e sociali storicamente improponibili, un po’ come se si fosse intervenuti nella ossatura portante del codice sino ad allora  perfettamente protetto. 

Questo è stato  solco a cui è seguita una serie di fessurazioni irrimediabili per il ponte, perché attraverso quelle micro fratture cementizie, si sono depositati tutti gli elementi chimici che ne hanno determinato l’incontrollato crollo.

Anche la regione storica ha iniziato ad avere un macro sistema fessurativo, continuo e devastante al punto tale da compromettere la solidità; innumerevoli addetti hanno iniziato il lavoro di ricucitura senza avere alcun bagaglio formativo nei meriti di questa antica arte,  per questo, disfacendo l’involucro di questo monolite socio culturale

 A partire dal 1999, anno della privatizzazione di Autostrade, il viadotto passò sotto la gestione privata, e quindi il sistema di controllo per la sua salute strutturale è diventata più articolata, con rimpalli e vicissitudini tra istituzioni pubbliche e società private.

Anche la regione storica arbëreshë nel 1999 e passata nelle disponibilità della legge 482 e un gran numero di privati a vario titolo ha messo in campo prodotti editoriali, concetti e principi a dir poco irriverenti, sono proprio questi a sfibrare la fedeltà culturale, al punto tale che si è smarrito il senso della trama di un continuo storico, importato oralmente.

Il 14 agosto del 2018 il ponte Morandi di Genova, durante una giornata in cui la visibilità di quegli anfratti era molto scarsa, con un gesto come se fosse di vergogna, il ponte, ha tolto il disturbo adagiandosi al suolo senza far vivere a quanti erano abituati a vederlo, l’attimo della sua morte, per quanto possa sembrare assurdo è come se non avesse  lasciare nella mente di piccoli e grandi, il momento della sua mortale ferita.

La regione storica arbëreshë è sulla stessa rotta, non ha strumenti per negare la sua dipartita, in quanto come una “lanterna” senza olio sta per spegnersi lentamente; tuttavia ad alzare la nebbia, i fumi e la polvere per coprire le ferite, sono pronti i tanti strimpellatori di sagre con il fumo degli arrosti e dei Narghilè turcofoni.

 

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