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BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Protetto: BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Posted on 02 dicembre 2018 by admin

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SI PAGA PEGNO PER TRANSITARE SUL PONTE ARBËRESHË COSTRUITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

SI PAGA PEGNO PER TRANSITARE SUL PONTE ARBËRESHË COSTRUITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Posted on 29 novembre 2018 by admin

San Nicola BariNapoli (di Atanasio Pizzi) – San Nicola di Myra, è venerato come Santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane, fu vescovo greco di Myra, una città situata nell’attuale Turchia.

San Nicola è così diventato già nel Medioevo uno dei santi più popolari del cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati.

Una leggenda narra che Nicola, già vescovo, resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne; per questi episodi e molti altri ancora san Nicola è ritenuto Santo benefattore e protettore, specialmente dei bambini.

Le icone ortodosse lo raffigurano con tre mele in mano, segno di prosperità; i tre frutti sono anche interpretati come forme di piccoli panetti, da qui l’antico appuntamento della benedizione e la distribuzione per i poveri e per ringraziare nostro signore per i raccolti,.

Questo rito il giorno della sua morte viene idealmente condivisa con tutta le popolazione meno fortunate.

Esso rappresenta un ponte che noi arbëreshë, abbiamo costruito per unire oriente e occidente, realizzato con materiali come gli ideali di credenza e tradizione orale, che sono indistruttibili, specie per gli arbëreshë.

Quanti  i ricordi da bambini, che ritornano alla mente, il giorno sei di Dicembre , marinando addirittura la scuola, e seguire messa per ricevere in dono, quei piccoli panetti fatti a nostra misura, che poi non erano altro che grandi  messaggi di pace e prosperità.

Quell’appuntamento dei primi giorni di Dicembre rappresentava un giorno particolare, nei piccolo centri di regione storica e non solo, la festa di San Nicola di Myra, prevalentemente per gli abitanti ka Kushetë, “i territori Comunali”, che si recavano in chiesa, con cesta colme di piccoli panetti appena sfornati, in alcuni casi anche terminata della funzione rimanevano tali esaltando la loro fragranza.

Il rito voleva condividere il buon raccolto e così facendo si voleva ringraziare il Santo con quel segno di abbondanza ed esaltare la benevolenza, che attraverso i bambini messaggeri, si diffondeva innocentemente il messaggio di benessere e abbondanza.

Tutto avveniva in forma religiosa/laica gratuita, o meglio spontanea e  ad essere felici in particolare erano i bambini, che fungevano da legante, (il ponte) tra chiesa, comunità e casa.

Tempi che non sono poi così remoti, pochi decenni fa per quelli più anziani, ma anche le generazioni del secolo appena iniziato sono cresciute, sotto questi auspici religiosi; purtroppo tutto termina, restano i ricordi di una tradizione che grazie a piccole forme di pane univa, adulti e bambini, “in tutto le comunità”.

Oggi purtroppo i ponti cadono, nonostante si paghi pedaggio per il loro mantenimento, se si tratta del ponte Morandi di Genoa, sarà complicato trovare i responsabili di questa grave disattenzione di tutela; tuttavia i nostri ponti come quello costruito dell’ingegnere arbëreshë Luigi Giura, non invecchiano mai e non hanno bisogno di oboli o pegni  per sostenere le volte sacre, ove sono collocati i tavoli della distribuzione, previo pagamento del passaggio .

VERGOGNA!!!!!! per quanti mettono in atto tali “ blasfemie ” e i preposti che non provvedono a terminare la devastante deriva liberamente applicata, quale ricchezza o agiatezza si può raggiungere, facendo pagare pegno per un omaggio offerto a nome di San Nicola di Myra, non è dato a sapere, sicura è la vergogna di  trasformre  i bambini in messaggeri di  propaganda economica.

Voi lì in “regione storica” vi distraete, intanto da Napoli, nonostante tutto, si ricompone il sangue versato, per quanta ponete, in essere, per fini economici.

Un canto popolare di Lungro, paese arbëreshë in provincia di Cosenza, si ricorda S.Nicola come ” pronubo” dei giovani e delle giovani del posto.

“Shin Kolli me at bastùn, na marton ghith këtà guagjun “!!!

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NON METTIAMO A SALDO ALBANESE PURE LA VETRINA DEL 2019 ARBËRESHË

NON METTIAMO A SALDO ALBANESE PURE LA VETRINA DEL 2019 ARBËRESHË

Posted on 26 novembre 2018 by admin

ARISTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Le occasioni susseguitesi in quest’anno che va a terminare, hanno cercato di lasciare un solco identificativo per gli arbëreshë, che vivono all’interno del bacino del mediterraneo, ma avendo adoperato strumenti impropri, nulla rimane se non quello che anticamente era stato tracciato. .

Inventarsi contadini al giorno d’oggi  senza un minimo di regola, sentimento e garbo, è come organizzare un funerale privo di benedizione o funzione religiosa,  e organizzare,  balli, canti,  allegorie irrispettose per quell’anima in pena del defunto.

Tuttavia per noi arbëreshë, la caparbia regola di vita religiosa e sociale, non nasce e non termina nell’intervallo di venticinque anni di gloria, ma nel rispetto del passato e dei suoi uomini, senza mai dimenticare l’impegno preso, per tutelare un codice antichissimo per le generazioni future.

Essere arbëreshë oggi non vuol dire brillare delle vicende economiche, sociali e guerresche di un solo condottiero o di un solo letterato.

Illustrare la nostra missione religiosa e sociale solo con questo presupposti offende l’intelligenza di quanti si sono prodigati a realizzare, il ponte ideale di collegamento tra la religione storico Ortodossa e quella più moderna Cristiana; se a ciò associamo il modello di integrazione più riuscito del mediterraneo, l’intero pacchetto di ideali portato a buon fine, rendono gli arbëreshë un esempio da seguire in questo travagliato millennio appena iniziato.

Rodotà, Baffi, i Bugliari, Ferriolo, Bellusci, Torelli, Giura, Scura, Crispi, Fortino, sono nell’ordine i cognomi che avrebbero dovuto riecheggiare ed essere innalzati in questi appuntamenti di rievocazione della storia degli arbëreshë, tuttavia nella piena inconsapevolezza storica si è preferito puntare su altri personaggi secondari di poco peso o del paese di fronte la cui essenza forte  tipica arbëreshë non è stata mai riscontrata.

Siamo apparsi davanti a Presidenti, Papi e ministri, preferendo il faceto, alla nostra nobile causa che portiamo avanti con umiltà e dovizia di particolari, avvolti in quel codice antico che abbiamo preferito difendere, a costo di perdere la terra natia.

A cosa serve andare davanti ai vertici istituzionali/religiosi senza evidenziare e dare atto che siamo un ponte religioso, sociale e culturale solido, fatto con il cuore e la mente di quegli arbëreshë che dal XV secolo hanno iniziato a costruirlo e portarlo a buon fine nel XVIII.

È da allora che funziona perfettamente e non crea disagi né ai rigidi Ortodossi, né ai moderni Cristiani, esso ha portato benessere alla chiesa come nessun’altra rotta sia stato in grado di fare.

Ciò nonostante ci prostriamo davanti al Papa, partendo da presupposti di ambiguità per regalare bambole utili a riti malefici, non so se siano state dati anche gli spilli, ma conoscendo i luoghi e quanti hanno realizzato questa manifestazione di matrice mussulmana, ritengo gli indispensabili  oggetti facessero parte del dono.

L’anno che sta per iniziare, offrirà altre opportunità di rilancio della minoranza arbëreshë, il mio auspicio è quello che Ambasciate, Amministrazioni, laiche e clericali, abbiano la lucidità appropriata e comprendere gli errori fatti e rendere merito con dovizia di uomini, tempi e luoghi ai riti, alla storia, alla religione, in tutto, ai veri momenti , luoghi e personaggi che hanno reso possibile questa opera irripetibile.

Nella seconda decade del febbraio prossimo, inizia il primo giubileo, l’auspicio  vorrebbe preferire le cose di garbo e sensibilità, caratteristica fondamentale di quanti contribuirono a sostenere la pace nella nuova terra ritrovata.

Non andiamo a prostrarci davanti ai vertici religiosi, portando bevande anomale per il gusto di protagonismo o di un gemellaggio senza senso(lento come quello della tartaruga) riferendo di luoghi e tempi  privi di contenuti storici, sia in terra di origine che in quella ritrovata della regione storica.

Dobbiamo recarci in udienza, quando sarà, con i simboli della “nostra bandiera” scritta tra le diplomatiche del “costume arbëreshë della presila”  Sintetizzato in quelli dell’antica diocesi di Cassano.

Tuttavia,  nel paniere che porteremo in dono, non ci devono essere  liquidi anonimi, ma un solo messaggio con un teso il cui contenuto riferisca quanto segue: “Siamo i messaggeri della Regione storica Arbëreshë,  i precursori dell’avvicinamento della religione Ortodossa d’oriente con quella Cristiana di Occidente, per questo ci prodigandosi a mantenere la fiamma sempre accesa per  rifocillare i due pensieri religiosi; essa  arde dal XVIII secolo e gli arbëreshë vennero scelti, dagli ideatori di questo progetto di pace, proprio per le doti innate di integrarsi sapientemente con le genti indigene, sicuri che avrebbero continuano  a rispettare l’impegno assunto”.

E quando la Santità, la Domenica seguente affacciato in quella finestra che viene ascolta dalle genti del mondo, riferirà della nostra missione, gli arbëreshë riceveranno la linfa ideale per continuare a portare avanti il loro mandato.

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A MAGGIO CON I VOTI E I DEVOTI SI SPERA CHE RITORNI SENSO, GARBO E SAPER FARE!!

A MAGGIO CON I VOTI E I DEVOTI SI SPERA CHE RITORNI SENSO, GARBO E SAPER FARE!!

Posted on 06 novembre 2018 by admin

19517NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando i direttivi per la gestione del bene materiale, della credenza popolare sono sospesi autoritativamente e il ruolo di molti, viene affidato a un singolo a questo punto è bene porre una pausa di riflessione costruttiva, non di vendetta, su quanti dovranno assumere il ruolo nella prossima tornata.

Appare evidente che correre ai ripari, per ripristinare nel breve termine il senso delle cose, sia dal punto di vista materiali che immateriale di una specifica comunità,  priorità inderogabile.

L’auguri che tutte le persone di buon senso, non abbiano più motivo di ripetersi e quanti si rendano disponibili a guidare il tangibile e l’intangibile della comunità siano sagge e di limpida morale, al fine di fornire la linfa idonea per la continuità della storia e delle tradizioni, specifiche di quei luoghi, di quelle persone e dei Santi locali.

La storia di un luogo e di quanti lo vivono, nel corso degli anni ciclicamente alterna momenti di luce a ombre, tuttavia anche se quest’ultima può apparire malevola, serve a rifocillare e rigenerare quanti avviano le attività interrotte del bene comune.

Ciò che non dovrebbe mai accadere e rintanarsi scientemente nei meandri oscuri e lasciarsi risucchiare nel malevolo vortice dove non si è in grado più di riconoscere le cose buone da cattive.

Viviamo una pausa di riflessione unica, in quanto, essa abbraccia sia la sfera materiale, sia quella immateriale, in altre parole sia il laico e sia il profano, giacché sospese, la prima per dispute, la seconda si spera che non sia di mero bisogno terreno.

Il punto, o meglio, il mese di non ritorno, viene a maggio, i primi giorni uniscono le genti attorno al Santo e tutti seguono la statua con gli stessi voti e la stessa devozione; tuttavia e da almeno sei decenni che le autorità preposte, lasciano che lungo la via del ritorno, come prima era abitudine rifocillarsi con pane e acqua, adesso quieta la sete con birra liquori e ogni sorta di raffinato prodotto alcolico, locale e non, al punto che giunti davanti al sacro perimetro, le menti sono offuscate o addirittura buie.

È chiaro che lo stato di fatto non rende lucidi gli ultimi giorni del mese, quando i buoni intenti dovrebbero essere messi in atto per scelte terrene, specie se questo è indispensabile per conservare intatta sia l’identità culturale e sia il bene comune di uomini e territorio.

Sono trascorsi ormai sei decenni e lo stato di salute di Sofia è pietoso, sotto ogni punto di vista, morale, estetico oltre che nell’atto di saper accogliere ospiti.

Essa ha perso la testa e non ricorda nulla di se e degli altri, ma quello che preoccupa di più,è lo stato mentale dei suoi figli, i quali, esaltati dal gioco dei ruoli si cimentano in attività ignote, vagando raminghi nelle discariche, ritenendole il luogo dei beni e della memoria.

Gli ultimi giorni di maggio per questo diventano fondamentali sia per il bene del luogo, di quello delle persone vive, di quanti ci hanno lasciato e dei Santi; occorre saper scegliere persone garbate che hanno a cuore la sorte di Sofia, inutile sperare o puntare su quanto di inutile è stato accumulato dalle discariche.

Ripristinare l’antico senso delle cose pubbliche e private, distinguere il perimetro dei Santi con i percorsi profani è fondamentale badare bene a chi si affidano i nostri voti e le nostre devozioni, specie se al nostro cospetto, arrivano con auto fiammanti, sin anche le solite figure.

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SALUTIAMO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA SERGIO MATTARELLA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ALBANESE LLIR META.

Protetto: SALUTIAMO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA SERGIO MATTARELLA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ALBANESE LLIR META.

Posted on 05 novembre 2018 by admin

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RICORDIAMO CHIANDUNIN E SPUNGUNIN IL GIORNO DEI MORTI

RICORDIAMO CHIANDUNIN E SPUNGUNIN IL GIORNO DEI MORTI

Posted on 01 novembre 2018 by admin

MalevolenzaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Se gli stati generali non hanno avuto fiducia dei nostri avi, per la genuinità dei luoghi in cui depositarono rispettivamente: Chishen, Bregùn, Sheshinë e Katundinë, facendosi abbindolare da tecnici senza alcun requisito di conoscenza idiomatica, sociale e storica, credendo persino nella riproposizione di elementi “irripetibili” quali: Chianduni e Spunguni, quanta solidità storica ha sperperato il ramengo economista di turno?

Certo che se sono passati questi messaggi senza che nessuno della vecchia, vetusta, testarda ed egocentrica generazione, battesse ciglio, palesa quanto poco siano formate queste anime in continuo fermento economico.

Tuttavia è bene ricordare l’univocità e la riproposizione in ogni Katundë dei rioni storici, al fine di non confonderli, addirittura con altra cosa, in quanto, essi rappresentano i luoghi ideali dove le abitudini intrinseche ed estrinseche del gruppo familiari Arbëreshë si distinguevano con quelli delle genti indigene.

Per quanti hanno fissato questo “stato di fatto certo” diventa una pena vender confonder i luoghi della nostra storia con quelli di altre realtà sociali limitrofe.

Questo è un danno provocato da antropologi che hanno menato a fare i geologi, politici che si sono eletti architetti, per non parlare di un’innumerevole quantità di professioni, che ormai da secoli riversano bottiglie di aceto, sperando che diventi buon vino.

Un esercito d’ignari, la cui portata culturale non sa distinguere una regione storica da un sostantivo generico; la R.S.A. nasce e si forma in tre momenti fondamentali; essa è legata alle inquietudini economiche, politiche e religiose, che vedeva coinvolte le grandi potenze europee alla ricerca di terre da conquistare e popoli da sottomettere.

Essa non nasce per caso, in quanto, è una volontà politica dell’epoca e definisce le linee di confine delle velleità di conquista da ovest verso est e viceversa, con alcune sacche di esuli predisposte dal vaticano per realizzare e preparare la crociata più lunga che la storia ricordi.

Parlare oggi di regione storica vuol dire aver individuato le pietre miliari del percorso intrapreso dagli arbëreshë, conseguenza della diaspora balcanica, non racchiusa solamente in quella realizzata nell’allora regno di Napoli, oggi Italia centro meridionale, ma con tante sparse lungo le terre prospicienti l’adriatico, da definire e studiare nei meriti .

Tutti i grandi progetti di ricerca hanno alla loro base delle linee di ricerca preliminare, ci sono persone che seguono questa strada e gli altri.

Questi ultimi si potrebbero definire come “le menti altre”, fanno fracasso, vendono le bandiere dei loro genitori per danari lussuriosi, vanno per campi di avena fatua a cercare il grano, sicuramente sono burattini manovrati da quanti hanno investito in cose sbagliate e per evitare di perdere i capitali coprono tutte le genuine attività private.

Allo stato, solo il buon senso di quanti siedono davanti ai cursori delle cabina di regia, può salvare l’irripetibile patrimonio storico della regione e la particolarissima consuetudine ereditata oralmente.

Solo un cambio di rotta rivolta ad affidare a soggetti titolati, questi si contano in meno di una decina, può evitare la morte certa, servono certezze storiche, risposte con teoremi coerenti, senza mai dimenticare che fuori piove e  quando la pioggia aumenta, con le sue gocce, distrugge con il passare del tempo, ogni cosa!

 

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PRIMA DI DARE SENSO ALLA REGIONE STORICA ARBËRESHË PARLIAMO DELLO STORICO

PRIMA DI DARE SENSO ALLA REGIONE STORICA ARBËRESHË PARLIAMO DELLO STORICO

Posted on 29 ottobre 2018 by admin

NAPOLI(di Atanasio Pizzi) – Storico, significa della storia, che appartiene a questa, perché indagine, ricostruzione di fatti secondo una linea di sviluppo di ricerche, di studio, di esame, successione di eventi processo che indaga su epoche passate uomini, rapporti sociali intercorsi tra essi, l’ambiente naturale e quello costruito che li circonda a breve e lunga distanza.

Chiaramente tutti questi elementi devono essere realmente esistiti, in contrapposizione all’immaginario, il leggendario e il personalismo a impronta romana che ha diffuso l’abitudine di divulgare cattivamente avvenimenti, uomini e cose.

Sarebbe il caso di fissare per bene il senso di questo nobile mestiere e quanti si “cementano nel monolite inventato, ricordino di conserva il senso specifico di ogni età, della successione delle epoche e, infine, delle costanti che ci permettono di parlare di un’unica e medesima storia.

Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?

Tuttavia quanti fanno un’affermazione a vent’anni, a venticinque, a trenta, e la rifanno a settanta, di solito, sono dei mediocri, perché non può rimanere attaccato come un’ostrica al suo guscio e se lo fa, ha finito di fare lo storico; in quanto fa il teologo o il politico.

Gli storici sono persone che scrivono troppo male per articolare su un quotidiano e riversare il contenuto dei loro editoriali.

Scrivere la storia fonda le radici su criteri di scelta e di valori, di fronte a questo impegno ed ai pericoli dell’arbitrio, lo storico deve descrivere gli avvenimenti «esattamente come si svolsero».

Se chi si carica di questa responsabilità, svolge il proposito con la serietà che si conviene, e con tutte le conseguenze che ne derivano; egli deve sentirsi impegnato ad applicare nel suo compito di scelta e di valutazione non semplicemente i criteri del suo tempo, ma piuttosto di giudicare ogni epoca col metro dell’epoca stessa.

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COME LA DIGA DEL VAJONT

Protetto: COME LA DIGA DEL VAJONT

Posted on 18 ottobre 2018 by admin

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LA REGIONE STORICA AMBIENTALE ARBËRESHË E I SUOI NERI!

LA REGIONE STORICA AMBIENTALE ARBËRESHË E I SUOI NERI!

Posted on 21 settembre 2018 by admin

IL RODITORE ASCOLTA E STA RINTANATO IN SOFFITTA CON I TARLINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il Nero rappresenta il buio, la morte, il male, il mistero, il caos delle origini, il male in senso univoco; i nostri antenati personificavano le forze oscure dalle quali si sentivano minacciati proiettando terrificanti e maligne creature delle tenebre.

Tuttavia a oggi non molto è cambiato, poiché ancora si preferisce compostarsi come farfalle spaventati, di fronte a ciò che non si conosce o si comprende.

La Dea Ecate, percorreva la terra nelle notti senza luna assalendo gli atterriti viandanti alla biforcazione delle strade, consuetudine che ancora oggi in alcuni rioni della regione storica rimane  viva nella misera intenzione sociale.

Il nero socialmente indica la volontà di andare contro la massa e il non voler seguire le linee guida dettate dalla società, per intraprendere la rotta cui ambisce la propria volontà per brillare nelle notti di luna piena.

In queste poche righe si racchiudono le gesta che hanno innalzato la regione storica per i miseri canali turistici, che non è assolutamente quella fatta di cavalieri uomini illustri e gesta di accoglienza e raffinata dedizione verso i  valori identitari.

Queste sono le gesta di quanti giorno per giorno distruggono la storia di noi tutti, ideali senza senso, raccolti e assemblati nel pieno delirio dell’apparire a tutti i costi, con il fine di far sembrare bianco il nero, quello,  del loro cuore e della loro anima, allevati nel  profondo delle tenebre o nei pascoli notturni della cattiva educazione.

In questo mio breve non voglio trattare di quelle fonti da cui tutti attingono e riferiscono alla bene o meglio, del modo e le gesta brillanti con cui la fama di un numero ben identificato di arbëreshë, i bianchi, ha raggiunto gli annali della storia e della notorietà europea, quella che conta veramente.

Voglio trattare, di quell’esercito di “neri” che mira direttamente al benessere dei propri giardini; generalmente non sono persone regolarmente acculturate, si traveste di poche frasi a memoria le uniche che ripete, non parla “la  lingua non scritta”, opera esclusivamente per il suo fine, in tutto rappresenta il, glitiri economico.

I più virulenti si presentano come eredi nobili di una dinastia che per un perverso gioco politico culturale, mira alla conquista del codice identitario, un antico e perverso progetto turco, che ancore nella regione storica non è stato compreso, per questo mi rivolgo a tutti gli arbëreshë bianchi e di buonsenso affinché stiano vigili nell’adottarlo nelle giusta misura, anzi fare in modo di rivedere e nel caso far scomparire, cancellare o addirittura cancellare dalla toponomastica storica e identificativa.

Tuttavia, per quanti non lo avessero compreso questa è una conquista che ancora oggi segna il territorio della regione storica che per incapacità di lettura, anzi ignoranza storica, si continua ad applicare, con protagonisti amministratori ignari, rampanti cultori e gente che adesso approda per dare lezioni dal paese di fronte; essi sono neri senza cultura, raccontano, al cospetto delle giovani generazioni (il cuore pulsante della nostra identità storica) falsità indicibili, eresie, avvenimenti senza luogo frutto di pura demenza culturale

I neri su citati non si rendono conto di un dato elementare che a mio avviso omettono per cattiveria, in quanto è proprio per non sottostare a queste violenze immateriali che gli arbëreshë preferirono l’esilio e mantenersi a distanza da tali emendamenti improponibili.

Sono comunque innumerevoli gli glitir economici alla ricerca del loro momento di gloria lunare, essi si presentano con “discorsi nuovi”  aggredendo lingua, consuetudine, valori religiosi e persino  la metrica del canto, essa già labile, in quanto cerniera  e quindi unica a sostenere l’idioma della nostra regione storica, diversamente da quelle forti che hanno come fondamenta l’isostatica poesia.

Cantare senza adottare le antiche disposizioni, finisce per destabilizzare la lingua arbëreshë, che notoriamente è riconosciuta dalla storia come il codice segreto di una cassa forte; esso per non essere intercettato si modifica con i tempi e i luoghi delle cadenze musicali; tuttavia, se utilizzate in maniera impropria e continuativa, anche noi non potremmo più aprire lo scrigno che contiene le vesti con cui ci siamo distinti dalla notte dei tempi.

Poi esiste un esercito di “ Neri” i glitiri economici, che per colpa di una legge, fatta con i piedi, hanno incominciato a vedere solo il colore della ricchezza, questo ha devastato ogni cosa rimasta intatta nel dimenticatoio, sono stati svuotati, cassetti, bauli, canti,ne, katoj, rioni, gjitonie, strade, palazzi, chiese e ogni sorta di anfratto naturale, per assoggettarlo ora a quel principio ed ora a quella cultura, creando in tutta la regione una miriade di fuocherelli dissociati gli uni dagli altri; allo stato recuperare e ricostruire quanto irrimediabilmente compromesso non è impresa facile, urge iniziare a farlo e servono solo ed esclusivamente bianchi di sana e buona volontà.

Solo i neri perché “socialmente inclini ad andare contro la massa e il non voler seguire le linee guida dettate dalla società” potevano ambire a una deriva così devastante che ha deturpato movenze, costumanze, sonorità e frammenti linguistici, identici a quelli rifiutati per principi identitari sei secoli orsono dai nostri avi; tuttavia solo l’ignoranza di queste figure buie poteva essere irrispettosa delle pene trascorse, di quanti preferirono il ruolo di macchine da guerra per  papa e re,  pur di non essere calpestati dal volere degli invasori della luna calante.

Tuttavia la colpa e sempre dei neri, ma non per il colore esteriore, perché sono le gesta è gli atteggiamenti dettati dal cuore e dalla mente che li dipingono come Dea Ecate, sempre pronta al giornaliero agguato di crocefissione.

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IL PONTE COME LA REGIONE STORICA

IL PONTE COME LA REGIONE STORICA

Posted on 19 settembre 2018 by admin

IL PONTE COME LA REGIONE STORICANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nel corso della piovosa mattinata del quattordici Agosto a Genova, è stato distrutto il continuo di un viadotto, “la rotta”, opera concepita e progettata dal grande ingegnere italiano R. Morandi, l’evento ha negato a troppe persone la vita, a tante altre la propria identità e a noi tutti è stato sottratto un frammento di storia.

Questo è il risultato cui si giunge quando il genio del singolo è stato posto nelle disponibilità di tanti figuranti.

Quando dico tanti, mi riferisco a tutte quelle persone che avrebbero dovuto curare e rendere merito, a un’opera che sarà sempre il vanto di noi Italiani, purtroppo solo quelli capaci di comprendere quali siano le cose buone da quelle che non hanno ne senso, ne valore e ne garbo.

Se la trascuratezza o meglio la sintesi, nel fare le cose é stata capace di radere al suolo un gigante buono come il ponte Morandi a Genova, immaginate quanti “piccoli uomini” senza rispetto e privi dei minimali requisiti culturali, quanto danno possano produrre verso cose indispensabili alla nostra identità.

La brutta figura che “l’Italia culturale” ha fatto con il resto del mondo, per la distruzione del ponte Morandi è immane; affiancarla al declino della minoranza arbëreshë mi sembra un modo per onorare e dare merito alle cose belle che questa vita ci ha permesso di conoscere.

Il ponte Morandi concepito negli anni dopo la guerra fu inaugurato il 4 settembre 1967; nello stesso tempo la tutela della minoranza arbëreshë ha iniziato ad avere leggi e attenzioni attraverso l’innalzamento dei primi presidi culturali, che furono messi a regime nel 1972.

Il ponte ha iniziato il suo declino con perdite di piccoli frammenti del copriferro, cui in maniera sintetica se senza molta attenzione, si adoperavano innumerevoli pezze colorate che tutti noi abbiamo notato nei servizi televisivi.

Allo stesso modo a iniziare dagli anni settanta anche l’arberia ha perso i primi frammenti che difendevano la struttura linguistica, cui sono state inserite pezze colorate di altra fattura idiomatica e sociale, oltretutto reperiti proprio nei luoghi della diaspora.

Tra gli anni ottanta e il duemila il ponte ha subito una serie d’interventi alla soletta ai giunti e la verifica strutturale degli elementi precompressi e degli stralli.

La regione storica nello stesso periodo ha iniziato ad assumere ruoli diametralmente opposti rispetto alle discendenza strutturale, assoggettandola a elementi linguistica e sociali storicamente improponibili, un po’ come se si fosse intervenuti nella ossatura portante del codice sino ad allora  perfettamente protetto. 

Questo è stato  solco a cui è seguita una serie di fessurazioni irrimediabili per il ponte, perché attraverso quelle micro fratture cementizie, si sono depositati tutti gli elementi chimici che ne hanno determinato l’incontrollato crollo.

Anche la regione storica ha iniziato ad avere un macro sistema fessurativo, continuo e devastante al punto tale da compromettere la solidità; innumerevoli addetti hanno iniziato il lavoro di ricucitura senza avere alcun bagaglio formativo nei meriti di questa antica arte,  per questo, disfacendo l’involucro di questo monolite socio culturale

 A partire dal 1999, anno della privatizzazione di Autostrade, il viadotto passò sotto la gestione privata, e quindi il sistema di controllo per la sua salute strutturale è diventata più articolata, con rimpalli e vicissitudini tra istituzioni pubbliche e società private.

Anche la regione storica arbëreshë nel 1999 e passata nelle disponibilità della legge 482 e un gran numero di privati a vario titolo ha messo in campo prodotti editoriali, concetti e principi a dir poco irriverenti, sono proprio questi a sfibrare la fedeltà culturale, al punto tale che si è smarrito il senso della trama di un continuo storico, importato oralmente.

Il 14 agosto del 2018 il ponte Morandi di Genova, durante una giornata in cui la visibilità di quegli anfratti era molto scarsa, con un gesto come se fosse di vergogna, il ponte, ha tolto il disturbo adagiandosi al suolo senza far vivere a quanti erano abituati a vederlo, l’attimo della sua morte, per quanto possa sembrare assurdo è come se non avesse  lasciare nella mente di piccoli e grandi, il momento della sua mortale ferita.

La regione storica arbëreshë è sulla stessa rotta, non ha strumenti per negare la sua dipartita, in quanto come una “lanterna” senza olio sta per spegnersi lentamente; tuttavia ad alzare la nebbia, i fumi e la polvere per coprire le ferite, sono pronti i tanti strimpellatori di sagre con il fumo degli arrosti e dei Narghilè turcofoni.

 

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