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SANT’ATANASIO E I SOFIOTI

SANT’ATANASIO E I SOFIOTI

Posted on 01 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Già prima che approdassero nelle rive della sibaritide, gli arbëreshë che avrebbero popolato gli anfratti di Pedalati e Santa Sofia Terra si affidarono alla guida spirituale di Sant’Atanasio di Alessandria d’Egitto.

In quelle terre della presila una volta acquisiti gli idonei equilibri, la popolazione di Santa Sofia ebbe nell’animo, profondamente religioso, di costruire una nuova chiesa matrice  in onore del Santo difensore dell’Ortodossia.

I lavori del perimetro religioso ebbero inizio ad opera del reverendo Biagio Baffa, che nel 1665 tracciò il piano fondale.

Terminata ed aperta al culto nel1742, dell’Arciprete Marchianò, alla chiesa fu donata, per mezzo dell’Arcivescovo di Ravenna, la reliquia del S. Patrono che viene conserva gelosamente in un’apposita teca.

Oggi la chiesa dopo tante trasformazioni che hanno avuto inizio nel 1944 ad opera del reverendo padre Capparelli, ha assunto una veste prevalentemente Greco-Bizantina, con affreschi di ottima fattura secondo i dettami della scuola cretese.

Ancor prima del 1742, e senza soluzione di continuità i sofioti festeggiano il due di maggio quella che si ritiene la festa del Patrono Sant’Atanasio, quella più rappresentativa del centro arbëreshë, in cui la processione delinea il culmine di questa giornata.

Un duro calvario che si snoda lungo il vecchio tracciato che collega la chiesa con la cappella, edificata in onore del Santo nel cozzo dove confluiscono la Serra Cona e la Serra di Cicco , mentre il ritorno verso il santuario, oggi, avviene lungo la nazionale realizzata ad inizio del 1900.

Il luogo, cozzo della Cona, fu teatro della leggenda secondo cui l’effige del santo venne abbandonata dai malintenzionati che l’avevano sottratta ai sofioti; Continue Reading

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CUGLIECET NDH PASCH

CUGLIECET NDH PASCH

Posted on 04 aprile 2012 by admin

NAPOLI ( di Atanasio Pizzi) – Dei riti che accompagnano l’etnia arbëreshë nel corso dell’anno solare, quello della Pasqua è anticipato da un singolare abitudine: accumulare selezionando un rilevante quantitativo di uova.

Mia madre era consuetudine depositare una cesta di vimini, su uno dei due bauli nella stanza da letto e di giorno in giorno accumulava le uova che le sue galline le offrivano, quando il cesto era colmo del selezionato alimento, la Pasqua era puntualmente alle porte.

Una disattenzione grave era considerato che una o più galline del pollaio diventassero da cova, poiché anche il contributo in uova giornaliero di una sola gallina, era importante.

Il fenomeno la costringeva a rivolgersi a chi eccedeva nella produzione di uova, con la frase: “nhngh cam vee… di Poglia mu bhen Closh”.

Le uova segno fondamentale della Pasqua, sono l’ingrediente primario per realizzare i manufatti dolciari, che diverranno l’emblema sulle tavole degli albanofoni.

Il rito, per la produzione dei consistenti manicaretti, aveva inizio con la setacciatura della farina per poi produrre, con gesti e ritualità autoctone, l’impasto che prima dell’alba, doveva essere posto a lievitare, così durante tutto l’arco della mattina la preziosa malgama avrebbe avuto il tempo idoneo per ottimizzarsi senza particolari espedienti. Continue Reading

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MILANO 1-9 APRILE 2012 – LA PASSIONE DI CRISTO NELLA TRADIZIONE POPOLARE ARBËRESHË.

MILANO 1-9 APRILE 2012 – LA PASSIONE DI CRISTO NELLA TRADIZIONE POPOLARE ARBËRESHË.

Posted on 29 marzo 2012 by admin

GINESTRA  (di Lorenzo Zolfo) – Le immagini della Via Crucis del Venerdì Santo di
Barile, sacra rappresentazione della Passione di Cristo con personaggi viventi, la più antica della Basilicata e probabilmente del Sud Italia, approdano in Lombardia. Dal prossimo 1 aprile e fino al 9 aprile al Circolino di Crescenzago di Milano si possono ammirare le foto della Via Crucis di Barile, dove Fede, tradizione e storia si tengono per mano. E’ una giornata in cui il paese rivive la sua vicenda umana con orgoglio e passione, conservando una tradizione che costituisce la storia naturale di questo popolo, custode geloso della propria civiltà. L’idea di allestire questa mostra è venuta ad un emigrante di Barile, Giuseppe Carfagno. Romanzi, racconti, poesie, e poi fotografia, pittura,
scultura: Giuseppe Carfagno è l’incarnazione dell’animo poliedrico. L’esperienza di docente, ed il conseguente quotidiano rapporto con generazioni sempre nuove, lo spingono all’incessante ricerca di finalità e metodi espressivi originali, ed alimentano la sua potente vena artistica. Autore di 20 tra romanzi e raccolte narrative, giocoliere impudente di realtà quotidiane come divulgatore infaticabile e poi insaziabile ricercatore e coinvolgente umorista, Carfagno scommette su passato e futuro come farebbe un bambino, senza paure. È l’audacia di chi guarda alla vita con la voglia di stupirsi, che lo porta poi a stupire noi. Contattato, il prof. Carfagno, spiega i motivi di questa mostra: “L’idea nasce quasi due anni fa. Era agosto, avevamo da alcuni giorni inaugurato una grossa mostra fotografica al Palazzo Frusci, dal titolo “Sessant’anni di scatti fotografici a Barile”, con foto di mio padre e mie lungo un arco, appunto, di sessant’anni.  Arrivò un gruppetto di giovani di Firenze, di passaggio per turismo e, vedendo alcune immagini della Via Crucis, mi dissero: – Perché non ne organizzi una anche a Milano? Così saranno in molti a conoscere questa spettacolare rappresentazione e una volta che avranno visto queste foto, vorranno di sicuro vederla anche dal vivo. E’ anche così che si sviluppa il turismo. Mi sembrò un’ottima idea. Ecco, è stato quell’invito, quello stimolo, a far scattare la  molla. Ho trovato la sala: il refettorio di una splendida abbazia medioevale, Santa Maria Rossa; ho trovato persone disponibili, i membri del Circolino, il Cral collegato, ed ecco che, dopo alcuni mesi di impegno collettivo, la mostra è pronta. Vi sono più di cento opere, quasi tutte di medio-grande formato. La più grande rappresenta una panoramica di Barile, mentre sonnecchia alle 6,30 d’un mattino d’estate, di un metro per cinque. Occupa per buona parte la parete di fondo. La mostra è
dedicata a Remigio, mio padre, che a Barile, dal ’55 al ’75, ha scattato tantissime foto, specialmente alla Via Crucis. Nel 1960 ha realizzato anche un cortometraggio che verrà proiettato nei giorni della mostra”. La mostra è composta da tre sezioni:il percorso dei personaggi lungo le vie del paese (5km) con alcuni confronti col passato, che mettono in evidenza i cambiamenti nei costumi dei personaggi e la continuità della devozione;il backstage:
i personaggi sono ritratti alla fine della vestizione e prima del percorso;i volti: primi piani di alcuni dei personaggi più caratteristici.

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CATOI: UN MODELLO DI ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE MINORITARIA

CATOI: UN MODELLO DI ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE MINORITARIA

Posted on 13 marzo 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Le tracce dei popoli si ricercano attraverso la loro operosità e i presidi che hanno contribuito alla  produttività, attraverso le metodiche sostenibili.

Nei sistemi economici evoluti l’industria assume una veste più pregnante ed invasiva nel territorio, segnando il paesaggio attraverso acciaierie, stazioni ferroviarie, opifici; volumi edilizi non residenziali che rimodellano significativamente aree urbane e sub urbane.

Negli ambiti più disagiati ed economicamente meno evoluti, come le regioni meridionali, essa assume una veste più discreta, in quanto occupa gli stessi ambiti delle tipiche residenze, i “catoi”.

I modelli industriali del passato, esaurita la loro funzione produttiva, sono stati dismessi e abbandonati per nuovi più
innovativi, ad oggi i primi s’identificano come aree di interesse storico archeologico, quelli minoritari invece non vengono adeguatamente valorizzati perché meno noti.

Entrambi rappresentano un preciso intervallo storico e sono un canale attraverso cui individuare i patimenti sociali di quegli ambiti: macchine per processi produttivi, edifici, infrastrutture, attrezzi, ma anche documenti e archivi di impresa, formulano un preciso percorso, non tanto sull’estetica e sulla bellezza dell’opera, quanto piuttosto sulla sua funzionalità e rilevanza economica.

È vero, tuttavia, che in certi interessanti e meritevoli casi, strutture industriali, officine, opifici, ecc. siano stati in questi ultimi decenni riscoperti, restaurati e rivalutati in modo da divenire contenitori per centri studi e poli museali, conservando la propria impronta e valenza storica.

La fabbrica, la macchina, gli oggetti e i documenti vanno esplorati, perché parte di un sistema che ha determinato storicamente,
socialmente ed economicamente il territorio, modificando nello stesso tempo il paesaggio, che in questo periodo modifica la qualifica di naturale, assume quella di industriale.

Nelle aree abbandonate in cui edifici minoritari segnano il paesaggio urbano, ma allo stesso tempo possono diventare, grazie al recupero e al riutilizzo, una risorsa per il territorio devono essere riattati continuando a mantenere la loro forma e gli elementi che li caratterizzavano.

Nella realtà attuale, in cui sono veloci e inarrestabili i processi di trasformazione, il recupero di un qualsiasi luogo dismesso diventa anche rievocazione della storia e dell’identità territoriale.

In quest’ottica è importante capire il concetto di bene, inteso anche come veicolo con cui si è trasformato nel corso del tempo l’area.

Rientrano tra i beni anche i reperti e gli oggetti della cultura minoritaria, anche essi carichi di significati e meritevoli di adeguato recupero come memoria storica di ambiti più mirati.

Il modulo abitativo che ha assunto sin dall’antichità una moltitudine di funzioni, tra cui quello della trasformazione e della
conservazione dei prodotti primari, deve essere recuperato e reso  disponibile alla comunità, poiché oltre ad esaltare la storia locale, diviene anche un’istituzione culturale al servizio del territorio.

L’archeologia industriale ha regole molto elastiche che pongono alla base del progetto la memoria del manufatto, e precisamente negli elementi strutturali ed architettonici, è utile salvaguardare la memoria dell’operosità degli uomini, attraverso le tradizioni, i mestieri, oltre a importanti testimonianze proprie dell’industria in rapporto con il territorio.

Il piccolo modulo che funge da modello abitativo, era anche l’unico presidio industriale, dove svolgere quelle attività, in scala più ridotta e simili agli opifici delle aree più evolute economicamente.

Il Catoio modulo abitativo a sviluppo orizzontale era composto di due ambienti, il primo prospiciente la strada che conteneva l’accesso ed una piccola finestra di ventilazione,  il secondo in successione era completamente buio, escludendo una piccola apertura utile a garantire la ventilazione dell’intero volume, la finestrella era posta a pochi decimetri dal declivio su cui era incastonato l’intero manufatto.

L’unità, piccola azienda agricola, aveva un’unica copertura a falda, essa veniva aggregata a moduli similmente dimensionati seguendo l’andamento del terreno, previa la realizzazione di essenziali pianori.

Gli spazi interni erano razionalizzati in funzione delle attività di cui il gruppo familiare aveva più dimestichezza oltre a fungere da vera e propria abitazione

Al suo interno generalmente vi era allocato, il telaio di tessitura, il forno per la panificazione, gli attrezzi per la macellazione, il necessario per la produzione di latticini, i depositi per le derrate alimentari oltre le suppellettili per dimorarvi.

Uno spazio razionale che doveva rispondere adeguatamente alle esigenze domestiche familiari e fungere da vera e propria fabbrica multi produzione.

Hanno, in oltre, importanza rilevante nella economia minoritaria le macchine per la trasformazione dei prodotti alla base della
catena alimentare, il frantoio a trazione animale, i mulini ad acqua, i palmenti per la vinificazione, i forni per la produzione di calce e mattoni, le gore di macerazione, la cui catena sostenibile aveva il suo ideale completamento all’interno delle abitazioni a catoio.

Di questa tipologia, si conservano all’interno dei centri minoritari ancora oggi validi modelli, che andrebbero al più presto
recuperati, perché i presidi di archeologia industriale seguono la teoria secondo la quale, si rapporta la loro memoria con il tempo che intercorre dalla dismissione sino alla riqualificazione, più passano gli anni più la valenza storica viene smarrita.

Il tempo e l’incuria cancellano la valenza materica e strutturale, unici elementi che consentono di identificare univocamente il manufatto.

Una volta smarrita la traccia, si svuoterebbe di significato il progetto di riqualificazione che a quel punto assumerebbe quello
di realizzare un nuovo manufatto non riconducibile agli episodi di industria minoritaria autoctona.

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I DIAVOLI DI SAN DEMETRIO CORONE

I DIAVOLI DI SAN DEMETRIO CORONE

Posted on 20 febbraio 2012 by admin

SAN DEMETRIO CORONE (di Adriano Mazziotti) – Da mezzogiorno di martedi 21 febbraio e fino a sera, il paese sarà in mano a una banda di figure impressionanti, coperte di puzzolenti pelli di pecore e capre, trasgressive al massimo e il volto imbrattato di nero. Trascinando rumorose catene, scorazzeranno per tutto il centro abitato in cerca di offerte in denaro e vivande, urlando e impaurendo i passanti. Grave errore è opporsi e cercare di allontanarle quando bussano nelle case.  Meglio prenderle con le buone, offrendo loro qualcosa, e comunque sempre fuori della porta.

Sono i diavoli del martedì di Carnevale, figure storiche di questa festa a San Demetrio Corone, capaci di suscitare ancora curiosità tra i grandi e paure nei più piccoli, e il loro arrivo è anticipato da lamenti impressionanti e fragorosi rumori di  catene e campanacci.

Mbulli deren, se jan’e arrevonjin djelzit“  (Chiudi la porta, stanno arrivando i

diavoli). Era la divertente raccomandazione spesso lanciata dai residenti nei rioni del centro storico, oggi sempre più spopolato. Se, infatti, si commetteva l’imprudenza di farsi sorprendere con la porta di casa aperta al loro passaggio, cacciarli dalla abitazione non era cosa da poco.

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FESTA DELLA EPIFANIA INCENTRATA SU DUE CERIMONIE MOLTO RADICATE,  CARICHE DI PROFONDO CONTENUTO TEOLOGICO,  FEDELMENTE ADERENTI A UN PASSO DEL VANGELO ED ENTRAMBE CELEBRATE SECONDO LA FORMA DELLA TEOFANIA, OSSIA LA “MANIFESTAZIONE”  DELLA DIVINITÀ DI CRISTO.

FESTA DELLA EPIFANIA INCENTRATA SU DUE CERIMONIE MOLTO RADICATE, CARICHE DI PROFONDO CONTENUTO TEOLOGICO, FEDELMENTE ADERENTI A UN PASSO DEL VANGELO ED ENTRAMBE CELEBRATE SECONDO LA FORMA DELLA TEOFANIA, OSSIA LA “MANIFESTAZIONE” DELLA DIVINITÀ DI CRISTO.

Posted on 05 gennaio 2012 by admin

SAN DEMETRIO CORONE (di Adriano Mazziotti) – E’ un passo del Vangelo II Marco a ispirare, questa mattina a S. Demetrio Corone, la singolare cerimonia de ”il volo della colomba”: “Gesù, all’età di circa 30 anni, si reca sulle rive del Giordano, dove viene battezzato da Giovanni Battista. Uscendo dall’acqua, vede i cieli aprirsi e lo Spirito di Dio  scendere su di lui come una colomba, mentre si ode una voce dal cielo che dice «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto>”.

Poco prima di mezzogiorno, dopo la messa, in processione  i fedeli e il parroco raggiungono piazza Strigari. Qui da una finestra di  palazzo De Bellis, una  colomba sospesa a un filo viene aiutata  a scendere fino a raggiungere  la fontana posta nella piazza. E’ a questo punto che il sacerdote bagna per tre volte la croce nell’acqua davanti alla colomba (lo Spirito Santo) “fatta scendere da Dio”. La consacrazione dell’acqua della fontana, che in altri paesi arbëreshë ancora legati al rito bizantino si tiene senza la presenza della colomba, assume un significato di benedizione universale.

Liberata la colomba, il sacerdote benedice i fedeli che gli passano ordinatamente davanti baciando la croce, e asperge l’acqua benedetta con un ramo di rosmarino. Continue Reading

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42esimo dell’Associazione culturale “Gennaro Placco”

42esimo dell’Associazione culturale “Gennaro Placco”

Posted on 30 dicembre 2011 by admin

Il 4 Gennaio prossimo si terranno a Civita le celebrazioni per il 42esimo anniversario dell’Associazione culturale “Gennaro Placco”, nata il 4 Gennaio del 1970 unitamente alla storica rivista più longeva d’Arberia, “Katundi Ynë” (Paese Nostro). Ospite d’onore della serata, l’attore, drammaturgo e regista teatrale castrovillarese di fama nazionale, Saverio La Ruina che per l’occasione, alle 16,30, presso il Museo Etnico Arbresh, presenterà il suo nuovo spettacolo “Italianesi” e a cui verrà consegnato il premio Pino Loricato d’Oro. Importante premio che l’Associazione riserva a personaggi autoctoni che si distinguono in campo culturale.

La serata proseguirà con una rappresentazione teatrale in lingua arbresh tratta da una commedia di Vincenzo Bruno. Gran finale della serata, alle 18,30, sarà l’esibizione del coro di bambini, i “Cuoricini  Arbëreshë” dell’Associazione “Officina della Musica” di Lungro, presso la Chiesa di Santa Maria Assunta di Civita, con la direzione artistica di Anna Stratigò.

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PRO-LOCO ZHURIAN – SI RINNOVA IL BABBO NATALE ITINERANTE, MOMENTI DI GIOIA NON SOLO PER I BAMBINI MA ANCHE PER GLI ANZIANI

PRO-LOCO ZHURIAN – SI RINNOVA IL BABBO NATALE ITINERANTE, MOMENTI DI GIOIA NON SOLO PER I BAMBINI MA ANCHE PER GLI ANZIANI

Posted on 27 dicembre 2011 by admin

GINESTRA (di Lorenzo Zolfo) – Ancora una volta la pro-loco Zhurian ha portato a termine con il suo Babbo Natale Itinerante le attività del 2011.Una manifestazione che si trascina da oltre 10 anni. Un Babbo Natale arricchito di una novità da quest’anno,Vanessa (il nome del cavallo) ed il suo calesse, oltre a portare gioia ai bambini del paese (vedi foto), ha portato un gesto di sollievo anche ai tanti anziani del paese che vivono soli (vedi foto). Antonio Summa, proprietario del cavallo di nome Vanessa, ha riferito: “sono anni che si rinnova questa tradizione alla vigilia del Natale portando doni nelle case dei bambini con i mezzi più svariati. Abbiamo iniziato con motocarri, trattori fino ad arrivare al cavallo, gioia per i bambini. Questa manifestazione la facciamo spinti non solo dalla tradizione, ma soprattutto dal cuore, indipendentemente da chi partecipa come figurante e come famiglia”. Annalisa Pipolo emigrata a Milano, si trova in questi giorni a Ginestra dai genitori, è la prima volta che vede il Babbo Natale itinerante: “una manifestazione ricorrente di questo periodo dove nei piccoli centri si rievoca di più l’atmosfera natalizia, rispetto alla città. Complimenti alla pro-loco”. Il momento più esaltante e commovente di questo evento è stato quando dagli anziani del paese, alla vista dei Babbo Natale,usciva un sorriso.

Le foto riprendono momenti del Babbo Natale Itinerante.

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CHIESA MADRE SAN NICOLA VESCOVO – UN PRESEPE ORIGINALE REALIZZATA DALL’ARTISTA LINA DI BARI.

CHIESA MADRE SAN NICOLA VESCOVO – UN PRESEPE ORIGINALE REALIZZATA DALL’ARTISTA LINA DI BARI.

Posted on 27 dicembre 2011 by admin

GINESTRA (di Lorenzo Zolfo) – Tutte le chiese in questi giorni si arricchiscono di un elemento tipico del Natale, il presepe. Quello realizzato nel piccolo centro arbereshe, superando anche l’avversità dello spazio ristretto, è abbastanza originale. Con muschio e tronchi d’albero veri è stato riprodotto il tipico paesaggio natalizio, in più i pastori sono stati coperti con vestiti fatti a mano, come anche le pecore. Autore di questo originale presepe, Lina Di Bari, artista di Ginestra, residente a Nola, insieme al fratello padre Luigi, francescano,che si diletta nel riprodurre manufatti ed opere artistiche. Questo presepe ha ricevuto i complimenti anche dal parroco don Severino, durante la santa messa del giorno di Natale.

La foto ritrae il presepe di Lina Di Bari.

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FESTEGGIAMENTI SANT’ATANASIO – PATRONO DI SANTA SOFIA D’EPIRO

FESTEGGIAMENTI SANT’ATANASIO – PATRONO DI SANTA SOFIA D’EPIRO

Posted on 08 maggio 2011 by admin

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