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LA CULTURA È L’UNICO BENE CHE NE FRATELLI E NE GJITONI POTRANNO MAI PORTARCI VIA (Haretë e thë zënërveth jian thë ngruiturath cë ne vëlezerë e ne Gjitonërat nënghë mën na maren te gjiela cë jame scomi)

LA CULTURA È L’UNICO BENE CHE NE FRATELLI E NE GJITONI POTRANNO MAI PORTARCI VIA (Haretë e thë zënërveth jian thë ngruiturath cë ne vëlezerë e ne Gjitonërat nënghë mën na maren te gjiela cë jame scomi)

Posted on 08 novembre 2019 by admin

(AP Photo/Joe Rosenthal)                                                             Questi in figura hanno alzato la bandiera, si sono meritati un monumento e voi che l’avete stesa?

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Uno dei principi indelebili che sostengono i valori della Regione storica minoritaria è racchiuso nella cultura, da non confonde con allegorie di sperimentazione   locale senza senso alcuno, anche se attuate da  katundarë,  Gjitoni, fratelli, gijirij vicini, a media distanza o lontani.  

La cultura è un dono, nasce innestato nell’animo e nella mente di chi la possiede,  le uniche titolate ad apparire per segnare  indelebilmente il territorio e le persone che da secoli hanno fatto la storia di ben identificate macro aree.

Una figura di cultura non inventa, perché il fine di apparire, ma studia intrecci e divulga nozioni ed eventi in armonia con la storia degli uomini e del territorio.

La cultura è prima di ogni cosa studio, poi confronto  multidisciplinari tra uomo, territorio ed epoche; semplicemente la valorizzazione del genio locale.

Chi la possiede conosce il senso delle cose, come presentarle al cospetto degli altri indossando sempre l’abito giusto, specie se si tratta dei colori caratteristici di una ben identificata minoranza, che per la loro consuetudine si rigenerano senza perdere  la rotta  della propria identità.

Addentrarsi in questi campi disciplinari  o si è nati con il dono di comprendere la minima inflessione consuetudinaria e linguistica  o si produce danno per se e per la comunità intera.

Una bandiera ha il suo valore quando, sventola perché rappresenta la vita, il vigore dei rappresentati e per questo si erige sulla vetta di un pennone per segnare uomini e il territorio.

Essa non deve mai cadere a terra o rimanere stesa in nessun suolo; la bandiere stesa a terra rappresenta la capitolazione, la resa, la morte e quanti ne fanno un uso  in tal senso, sicuramente non sono figli di quelle antiche terre, ma nemici infiltrati.

Tanti sono i valorosi che per raccogliere, la bandiere caduta in terra, durante la battagli hanno danno la vita per innalzarla come segno di continuità di appartenenza  cultura o di specie .

La bandiere stesa a terra, accerchiata da figure femminili, nel consuetudinario minoritario, è la rappresentazione teatrale del funerale e le donne poste ad arco indicano la via da seguire al defunto che non tornerà più invita.

Queste rappresentazioni poco attente e prive di senso, se poi vengono sommate ad argomenti elementari, restituiscono la misura della poca cultura che aleggia, tra le fila di quanti la dovrebbero tutela specie se  si erigono a rappresentati locali; ma questa è un’altra storia, troppo complicata e difficile da comprendere, per mancanza del senso della bandiera o addirittura di baluardi più personali quali gli stendardi  locali.

Allo stato delle cose non rimane altro che dissociarsi da questo imperterrito movimento franoso, che macina e amalgama radici fusti e piante, anche se i nostri padri  saggi avevano lasciato segni toponomastici precisi dei luoghi e delle cose da evitare per innalzare i luoghi della vita e li appellarono prudentemente castagneti.

Se una precisa e circoscritta comunità allocata dei fianchi di Sila Greca, non si accorge delle ilarità, personali messe a regime, preferendo tecnici romani più vicini di quelli partenopei, rende l’idea dell’orientamento culturale oltre al senso geografico delle scelte poste in essere.

Questo è il quadro nel quale si traggono le idee culturali  attraverso le quali escono  allo sbaraglio  eminenti e  titolate figure, le quali osano confrontarsi persino a  con quanti possiedono cultura da vendere , non avendo alcun rispetto e per questo certificato con il silenzio, temi minori  come la Kaliva, il Balivo, o la toponomastica locale, ritenendo inconcepibile le trattazione; per certi versi incutono profonda tristezza,  perché  misurano chi ha in affido il protocollo identitario per consegnarlo alle generazioni future.

Addirittura rilevano le trattazioni di Kaliva e Baliaggio come una caduta di attendibilità; “questi“ sono poi gli  “Diogene di Skip”  che dal 1973 vagano imperterrito affermando che la “Gjitonia è come il Vicinato”, confondendo un modello sociale mediterraneo con le consuetudini (leggi mai scritte) degli Arbanon, oltre a tutto ciò confondono clamorosamente Valije  che sono canti, ritenendoli addirittura i balli nati all’indomani di una inesistente vittoria dell’eroe nazionale Albanese “ comunemente denominato Scanderberg”.

Come se non bastasse, confondono, rioni con quartieri e addirittura non conoscono la “festa di primavera” che è una consuetudine di quanti abitarono gli antichi, themati dell’Epiro Nova e dell’Epiro Vetus, perché uniti dallo stesso credo Greco Bizantino.

Sono le stesse persone che può avendo avuto titoli e meriti non hanno ricucito nessuno dei tanti e irreparabili strappi (Skip) dell’idioma, della metrica canora, della consuetudine e per non parlare dell’infinita crociata, che non da pace neanche a quanti vivono nell’aldilà.

Tutto questo avviene perché non è stato trovato un modo per rubare la cultura a chi la possiede, ed ecco che la perversione prende il sopravvento, quello che non può essere sottratto neanche con ‘inganno, va debellato e bandito ad ogni costo, preferendo: cantanti che fanno lezioni di storia; alchimisti che fan da ballerini e da sarti; muratori che organizzano eventi;  non parlanti, imporre lezioni di radice idiomatici, per non parlare del genio locale, dell’urbanistica e delle architetture che qui evito, l’ulteriore slegamento dei capelli per piangere.

Se questi semplici fatti storici fanno piangere immaginate  se poi il discorso si dovesse riferire alle architetture sottrattive del periodo di scontro o di quelle additive del tempo del confronto e integrazione,  allo scopo si ritiene che debbano passare ancora altri domani per aprire questi temi fondamentali di lettura del costruito storico minoritario; intanto accontentiamoci di alzare le mani e per incanto metterci a ballare, un ignoto e demenziale ballo tondo(????).

Una piccola parentesi la vorrei aprire sull’argomento strade, ricordando che un buon uomo generalmente, le rimette in sesto appena scadono o vengono giù dalla montagna, non dopo oltre “un decennio di paura indotta”, nonostante la vegetazione e gli alberi cresciuti sulla frana, vengono su, dritti e rigogliosi; lasciando i non fruitori a vive un disagio che per essere lavato senza pena, deve durare ancora per altri due decenni.

 

Un dato è certo Shkoj, mot për mot, e sot, Napul, është e shpikset gjaku arbëresh i harruer.

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UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

Posted on 23 settembre 2019 by admin

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATINAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Era il 6 giugno del 2015 e l’Abstract inviato per la fase preliminare del convegno organizzato da ReUSO a Valenzia, con titolo:” Patrimonio della Regione storica Arbëreshë, Centri minori per la cultura dell’integrazione” era stato approvato e dovevo redigere la relazione finale.

Tra tutti i paesi ricadenti all’interno della Regione Storica Arbëreshë avevo scelto un Katundë di quelli campani ricadenti nei pressi del vicus romano Aequum Tuticum sulla via Traiana a cui si intrecciavano i tratturi e il camminamento della via Francigena sulla Valle del Bovino.

Non avendo riferimenti locali in quella macro area, telefonai al comune e mi fu data l’opportunità di incontrare una delle memorie storiche di quel paese, il Professor Morena M. A.

Quella mattina come un orologio, o meglio come un professore di altri tempi, si fece trovare in piazza in perfetto orario e dopo una breve conversazione preliminare, iniziammo a conversare in arbëreshë su aspetti generali della storia e le consuetudini locali ancora presenti nella memoria.

Mi ero recato all’interno di quelle trame edilizie per verificare le caratteristiche che legano tutti i paesi arbëreshë della regione storica,  al fine di estrapolare anche in quegli ambiti il modulo abitativo primario, “la Kaljva”, di cui si conservano esempi interessantissimi, anche se fortemente modificati, con aggiunta di numerose superfetazioni.

La conversazione con il professore, prima su aspetti generali divenne subito più approfondita verso le vicende e fatti più particolari della storia degli arbëreshë di quella ben identificata area strategica,l’unica dove con molta probabilità il condottiero Giorgio Kastriota vi soggiornò.

Il professore da voce storica locale, molto attento e preciso, mi prese per mano accompagnandomi per le vie del paese, nel breve, il discorso divenne, un esame di indagine locale, a cui la lucida memoria rispondeva con entusiasmo a tutte le domande, rimanendo il professore sempre più stupito delle conclusioni da me esternate.

A un certo punto, si interruppe la conversazione e con fare molto serio il professore esclamò: Architetto di chi sei parente a Greci; a che famiglia appartengono i tuoi genitori qui da noi?

Rimasi senza parole alla sua domanda e aggiunsi, professore io sono di Santa Sofia d’Epiro e conduco una personale ricerca/battaglia a Napoli, Greci per me è uno degli otre cento paesi arbëreshë che studio, anzi le confesso che è solo la seconda volta che lo visito.

Non voleva crederci, in quanto diceva che le domande e le considerazioni che traevo alle sue nozioni consuetudinarie calzavano a pennello, nessuno poteva conoscere se non un figlio di una memoria storica locale.

Spiegai che parlavo secondo la consuetudine che legava tutti i paesi arbëreshë che avevano avuto la stressa radice innestata nelle terre del meridione, secondo parallelismi territoriali antichi, importati dalle terre di origine dalle famiglie allargate Kanuniane.

A quel punto decise con forte determinazione che io dovessi urgentemente incontrare gli amministratori locali e quelle precisazioni storico locali, che avevo a lui riferito, dovevano essere note anche a loro.

Non avendo alcuna necessità in tal senso mi chiesi come mai questa sua volotà, o meglio questa urgenza impellente, ma lui senza dare spiegazioni tornava a dire che era fondamentale che anche le “voci altre” mi ascoltassero.

Lo segui in comune poi in un cantiere, ma nessuno gli diede ascolto, a quel punto decisi di partire, perché l’ora era tarda e nessuno avrebbe dato udienza al professore e tanto meno a me.

Fortemente convinto nel dover essere ascoltato, a quel punto, per intrattenermi mi condusse a casa sua e iniziò a riempirmi di doni per darmi pur d’intrattenermi, foto, libri e iniziò un racconto locale di una festa antica ormai dismessa da decenni e serie di eventi locali in disuso.

Mi resi conto che “ndë Katundë”, era in atto un progetto di valorizzazione locale portato avanti da “voci altre ” e non volendo assolutamente, in alcun modo,  intaccare il lavoro accademico delle“voci altre” salutai il professore ringraziandolo dell’accoglienza e delle notizie fondamentali che mi aveva fornito.

Era  rimasto male, non per la mia decisione di andare via, ma per non essere stato ascoltato dai locali; continuai a seguire nello specchietto retrovisore della mia autovettura, quella persona delusa in mezzo alla strada, che per la prospettiva diventava sempre più piccolo, fino ad una piega della strada, che lo fece sparire dalla mia visuale.

Dopo pochi mesi seguenti a quell’incontro, il professore Morena passo a miglior vita, ogni volta che penso a Greci mi chiedo, cosa sarebbe cambiato se quel giorno le “voci altre” gli avrebbero dato ascolto?

Sicuramente le pale eoliche, le “voci altre” e una serie di esperimenti canori che parlano di treni in arrivo dalla Germania, non avrebbero fatto parte dell’ambiente, della consuetudine storica e della metrica del canto arbëreshë, ma questa è un’altra storia; quello che più mi preme sottolineare è la pena di quella figura storica locale, che in mezzo ad una strada, diventava un’ulteriore voce arbëreshë, sempre più piccola e inascoltata, sino a sparire.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - X° - Integrazione e Inclusione).

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – X° – Integrazione e Inclusione).

Posted on 31 agosto 2019 by admin

X- Integrazione e InclusioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Ho visto la roccia contro la quale impattano, da diversi secoli, quanti cercano di scrivere, raccontare, cantare e ballare, deturpando scientemente  il consuetudinario storico che senza soluzione di continuità tiene uniti gli arbëreshë, dai tempi della capitale Costantinopoli.

Nonostante ciò, a essere riconosciuti quali guide sicure delle rotte arbëreshë, non sono quanti navigano in quest’oceano colmo d’insidie, seguendo le costellazioni, ma il gregge di naviganti inconsapevoli dell’imminente bagliore d’impatto.

È giunto il tempo e non esistono proroghe o domani, bisogna al più presto realizzare un progetto d’indagine storica, il cui tema siano le politiche di conquista e dell’economia perseguite da Principi, Cavalieri, Armatori, Dogi, Sultani, Papi e Re.

L’azione deve tenere alto l’interesse verso il periodo dell’integrazione tra gli emigranti e le genti indigene, le frizioni che sono state ignorate per secoli dai regnanti, sino alla fase dell’inclusione iniziata con i liberi pensatori del 1799.

È urgente attivarsi a produrre un progetto culturale di ricerca, realizzato all’interno della regione storica, con la piena consapevolezza dell’inclusione, comunicando, scambiando e ponendo sul tavolo informazioni comuni, dove a prevalere sia intersoggettività tra gli addetti e non lo sterile personalismo idiomatico, noto per i danni prodotti, nonostante tante eccellenze del settecento e dell’ottocento lo avessero deliberatamente ignorato.

Quando si attuano iniziative sulla base dell’inclusione, ovvero, fare le cose assieme, fornendo diffusamente e senza preconcetti gli strumenti idonei a partecipare alle attività, senza creare barriere, limiti o confini culturali di genere, il fine mira a dare certezze forti, condivise e senza prevaricazioni.

La parola d’ordine è “inclusione”, piuttosto che “discriminazione o esclusione”, soprattutto, verso quanti portano argomenti nuovi, avendo avuto grande educazione personale e professionale, per il lascito alle nuove generazioni, le stesse a cui urge fornire certezze della storica minoranza.

Tutto ciò per confermare che le tappe storiche della regione diffusa, non appartengono a nessun dipartimento, scrittore, amministratore, strimpellatore o genere di autore, che “a torto”, ritiene più opportuno impedire che i legittimi prosecutori minoritari, abbiano idonei strumenti per proseguire  senza errori e armonia con le proprie radici.

Oggi ciò che appare sono cose senza senso, prive di applicazione in nessun anfratto territoriale di tutta la regione storica e quanti portano avanti simile esperimenti, ritenendole “genuine prelibatezze sotto olio” non avendo consapevolezza che l’olio protegge per breve tempo e poi degenera, quindi o sono in mala fede o fanno finta di vendere prodotti ritenendo che tutti noi siamo abituati a cubarci culturalmente di trapesati.

Non è più sopportabile a oggi parlare raccontare disquisire e illuminare inutilmente un paradiso terrestre dove solo poeti scrittori cavalieri e ogni sorta di giullare ha fatto solo la cosa giusta senza peccare, credetemi non è cosi!

Egregi professori, ricercatori, sindaci, presidenti, amministratori tutti, laici e clericali, è giunto il tempo di confrontarsi, non per una mera polemica disfattista, ma costruire la storia degli arbëreshë, secondo quel l’enunciato unitario: la storia una e indivisibile.

La regione minoritaria diffusa oggi si mantiene su piccoli esperimenti, come le sagre estive, in cui i partecipanti si recano per vivere un momento di confusione, giacche gli inquieti riferimenti storici divulgati non trovano nessuna dimora, per la quale l’ospite trova giovamento ed eccellenza per ritornare.

La meta da perseguire deve mirare all’ordine storico l’unica e sola strada che conduce alla caratterizzazione, sotto ogni punto di vista sia laico e sia clericali, solo in questo modo potrà terminare la deriva intrapresa che deteriora e sciupa ogni cosa.

Non è concepibile andare avanti indagando i centri storici con mere edizioni, di personaggi, di onciari, di astronomia, di capitoli, di prodotti locali, mai riferibile e certificati nel territorio, oltre a ciò, non bisogna dimenticare i sciagurati prodotti editoriali, di una scrittura mai esistita, questa in specie persegue i principi di una crociata mai terminata e immaginata dopo la prima metà del XV secolo, scrivendo e transgenderando in shëkipë costantinopolitano.

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L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

Protetto: L’ARATRO SI LASCIA SOLO QUANDO SI COMPLETA IL SOLCO!!!

Posted on 14 luglio 2019 by admin

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IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI  IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALI

IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALI

Posted on 24 giugno 2019 by admin

IERI LA LUNA NUOVA “CHIAMAVA” IL MAIALE OGGI IL SOLSTIZIO LE SAGRE CULTURALINAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Come ormai consuetudine di questi tempi e con la stessa pena, mi appresto a scrivere questa nota, certo del dilagare della deriva culturale che non termina o cambiare rotta.

Le sagre e gli eventi a modo culturale si esauriscono nell’atto di ingurgitare una salsiccia o bere vino, nei bicchieri diamantati, come ricordavano, non poco tempo addietro sin anche gli organi di controllo della legalità, non solo culturale.

Di questi eventi continuano a rimanere cenerentole, gli stati di fatto della storia, l’ambiente, il territoriale, le articolazioni urbane e le architetture, lasciate attorno ai tavoli in attesa di confronto; diversamente dalle sorelle linguistiche salite sui tavoli, (secondo lo scrivere dalle eccellenze culturali)che non smettono di ballare senza decenza.

Quello che comunque si coglie da questo vero è proprio costume d’irriverenza, è la totale mancanza di una visione generale di quello che si dice e si fa, continuando a diffondere messaggi privi dei minimali connotati per un idoneo passaggio del testimone tra generazioni.

Il comportamento si esaurisce nell’atto dell’apparire previo naturalmente l’allestimento di presidi tra i più allegorici avendo cura di spogliarli preventivamente di ogni più elementare indumento per la decenza.

In poche parole si semina perplessità ed indignazione, in quanto ancora si ignora che i confini della vituperata gjitonia, che prima degli anni novanta consentiva questo modo di comportassi, tuttavia da due decenni con le tecnologie della comunicazione di massa, tutti siamo osservati e questo modo di comportassi, non è più ammissibile, in quanto sminuisce il valore storico della minoranza.

Motivo per il quale, la novità di costume, il ritratto storico, il capitolo o la vestizione perfetta sono immediatamente riconosciuti, se veri o falsi e posti alla stregua di episodi senza luogo ne tempo, singoli segmenti di una discorso molto pi esteso e articolato, per cui non interessa a nessuno, se non un ristrettissimo numero di addetti, amici e parenti compresi.

La minoranza storica più solida del mediterraneo è molto più di singoli filamenti che non hanno lo spessore per fornire la solidità storica già trovata e che attende solo di essere divulgata, in maniera diffusa.

Occorre per questo aprire a nuovi stati di fatto, che nono si possono trovare nell’amalgamare episodi senza ne tempo e ne luogo, occorre utilizzare canali multidisciplinari, al fine di rendere solide le fondamenta di quel ponte che unisce Balcani e Meridione Italiano.

Purtroppo gli appuntamenti di oggi giorno e quelli in atto di questa stagione  “culturali”, sono simili alla luna nuova dopo l’epifania.

E quanti hanno vissuto nei piccoli centri minori, ricorderanno il pranzo prima della lavorazione e confezionamento degli indispensabili alimenti, che a mangiare partecipavano non chi aveva contribuito alla “fine del suino”, ma solo quanto si erano adoperati a tenere ben salda la coda sacrificale animale.

Il pranzo (la storica abbuffata a base di sufrithë) è un’avvenimento indelebile nelle menti di ogni abitante cresciuto nei piccoli Katundë ( è sempre opportuni ricordare che non sono borghi), giacché, la festa dello sheshi, s’insinuava all’interno della privata abitazione e diventavano quel pomeriggio, il luogo di Lucullo.

Qui gli elementi più rappresentativi sedevano a tavola assieme ai cultori di spicco (i giullari locali)  e mentre le donne cucinavano, i detentori incontrastati della regia, per prolungare ed allietare la storica buffata e farla durare il più a lungo possibile; i registi di questo evento intrigavano, inebriavano e ammagliavano i partecipanti, con racconti e avvenimenti di pura immaginazione, ironizzando sugli assenti “nemici” e valorizzare i presenti “amici intoccabili”.

Questo chiaramente era la parabola della luna nuova “ la chiama del maiale” ; è spontaneo chiedersi cosa sia successo di anomalo per rendere questo appuntamento della consuetudine di sostentamento locale, dove non si buttava nulla pecche utile, in manifestazioni  dove tutto si consuma senza lasciare traccia, fermo restando sull’ironizzare verso gli assenti “nemici” e valorizzare i presenti “amici intoccabili”..

Ritengo che essere acculati, come storicamente noto in tutte le parti del maiale, ne i conti e ne la storia, tornano, specie confrontando l’evento lunare con quello del solstizio di primavera: nel primo,  si adopera ogni cosa per produrre e tenere alto il valore economico e sociale ; nel secondo, si fa l’esatto contrario, consumando  risorse senza alcun rispetto e persino su cosa di irreparabile si compromette, modelli preziosi che non appartiene nemmeno dei partecipanti, in quanto affidata per porgerla alle generazioni future.

Tuttavia, a ben vedere nell’esperimento lunare,a fare da padrone sono sempre ed esclusivamente le stesse figure, le quali, con dignità locale mantenendo sempre vivo e atteso l’appuntamento.

Diversamente in quello solare, la dispersione di elementi tangibili alla fine degli eventi, senza cautela e professionalità, disperde e spoglia di significato, frammenti irripetibili del nostro idioma sociale , la  consuetudine, la metrica, la  religione, interlacciati senza soluzione di continuità con gli ambiti attraversati, vissuti e costruiti dagli esuli balcanici.

Motivo per il quale, a ben vedere i due eventi una differenza sostanziale la mantengono; un tempo il maiale veniva allevato in casa e serviva per il comodo e il sostentamento della famiglia; invece oggi si  comprano i pezzi, di carne più magra e non  secondo il disciplinare di ogni famiglia, comunque non ha lo stesso sapore, ma agli amici inconsapevoli si racconta che sono fatte allo stesso modo come li facevano i nostri genitori, ma non è vero,  è non la stessa cosa!

La casa vecchia dove stagionare lentamente le prelibatezze è stata ristrutturata, gli intonaci non sono di strati di calce usata per imbiancare, ma di premiscelati, il solaio in legno è stato sostituito con uno più pesante in cemento armato, la finestra per la ventilazione è di alluminio, i pavimenti di cotto sono di marmo e al posto del camino è stato apposto il termosifone.

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LATIFONDISTI CULTURALI DELL’ARBERIA; (Gli agricoltori disciplinati attendono lo spazio di competenza nella regione storica arbëreshë)

LATIFONDISTI CULTURALI DELL’ARBERIA; (Gli agricoltori disciplinati attendono lo spazio di competenza nella regione storica arbëreshë)

Posted on 03 giugno 2019 by admin

Sacro graalNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il fenomeno del latifondo ha avuto grande rilievo nell’Italia centro-meridionale, nell’assegnare grossi possedimenti e produrre semplici colture, prive di un qualsivoglia modello innovativo  seminativo, preferendo molto spesso il mero fine del pascolo.

I proprietari spesso si curavano solo di garantirsi una buona rendita per consolidare il titolo di proprietà.

L’attribuzione territoriale dinastica, particolarmente diffusa nel Meridione, con l’abolizione della feudalità, peggiorò la situazione per via dell’aumento delle tasse e la riforma agraria del 1950, restrinse i possedimenti superare a 300 ettari (3 km²); a memoria di ciò rimane l’esempio dei terreni agricoli abruzzesi della Piana del Fucino, un latifondo di oltre 14.000 ettari (140 km²) che fu diviso tra 5.000 famiglie di contadini.

Riversare questi parametri di latifondisti nella coltura della regione storica arbëreshë, non si compie errore, ne serve molta immaginazione per comparare i circa 3.500 km², ancora oggi suddivisi tra i quattro mandamenti di Sicilia, Calabria e  Basilicata; Campania e Abruzzo; Molise e Puglia.

Quattro famiglie note per l’ostinata consapevolezza di seguire i dettami della deriva che storicamente ha reso fallimentari i latifondi.

I proprietari territoriali per evitare di essere estromessi, dai possedimenti colturali, hanno preferito fare terra bruciata verso quanti miravano verso nuovi stati di fatto e partecipare al consolidamento storico culturale di quei territori e farli emergere dalla nebbia che li avvolge e li consuma.

Occupare un territorio non vuol dire possedere il Sacro Graal per il suo bene, ne tanto meno essere i detentori dei libri sacri; i latifondisti nei fatti non sono altro che i detentori di fotocopie monotematiche, con le quali non sono in grado di fornire alcuna dignità produttiva a un territorio, che mentre loro si distraevano nei palazzi del potere, diventato regione storica.

In definitiva quattro famiglie monotematiche che si possono raffigurare in sofferenti figure predisposte in fila indiana e quanto il primo della fila inciampa, diverrà un rito per gli altri al seguito; essi sono cosi legati alla consuetudine di movimento che ormai dagli anni settanta del secolo scorso non producono più nulla e per il sostentamento del loro cammino, riversano vino da una bottiglia all’altra senza rendersi conto che è diventato pessimo aceto.

Ritenere che la regione storica non sia possa essere considerato altro che un latifondo dove pascolarvi pecore e bovini, è un atteggiamento irresponsabile specie nei tempi che corrono, in cui, il bisogno di coltura delle nuove generazioni è una emergenza improrogabile.

Si potrebbero aprire stati di fatto unici nello scenario politico, sociale e delle inquietudini odierne, in cui le vicende con protagonisti gli arbëreshë, (che non sono albanesi secondo il teorema dell’etnocentrismo), potrebbero diventare un esempio da seguire e da emulare per i processi di integrazione in atto e di cui non si conoscono risposte.

Smettiamola di ostinarci a scrivere il lingua standard per gli arbëreshë, (pascolo) in quanto è più costruttivo (seminare) rendere nota la storia di uomini unici che hanno reso possibili le parole con cui il presidente S. Mattarella, si è rivolto, lo scorso sette novembre a San Demetrio Corone alle genti della regione storica (che non è latifondo arbëria): Gli arbëreshë, costituiscono una storia di integrazione e accoglienza che ha avuto pieno successo un esempio di come la mutua conoscenza e il reciproco rispetto delle culture siano strumento di crescita per le realtà territoriali e per i Paesi in cui le diverse comunità sono. In preservazione delle antiche origini, la reciproca influenza, la fusione armonica di lingua, cultura e tradizioni, sono state nei secoli e sono ancora oggi il “valore aggiunto” di queste comunità. Realtà che svolgono un’essenziale funzione di ponte tra i due “popoli di fronte”, come spesso ci si riferisce ad Albanesi e Italiani”.

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ARBËRESHË!!! CË JAME PËSOMI

ARBËRESHË!!! CË JAME PËSOMI

Posted on 23 maggio 2019 by admin

ARBËRESHË!!! CË JAME PËSOMINapoli (di Atanasio Pizzi) – A un buon osservatore non sfugge, all’arrivo della stagione estiva, cosa patiscono per colpa del barbaro quanti hanno avuto la fortuna di crescere all’interno dei “luoghi formativi dette gjitonie”.

A tal proposito è opportuno fare una premessa sul concetto di «barbaro» come altro, come «alterità» radicale; esso ha origine dai tempi delle guerre che i greci attuarono contro le popolazioni antagoniste.

Tuttavia, il concetto di «alterità» (otherness) non deve essere confuso con «razzismo» e di «razzista», in quanto, la cautela è d’obbligo, allo scopo è opportuno utilizzare termini come «etnocentrismo» per designare il mondo arbëreshë e quello non arbëreshë, a partire dal XV secolo.

Il senso non vuole innalzare muri o barriere per dividere gli individui, giacche il tema, intende sviluppare i modello secondo il quale si producono, gruppi minoritari capaci ad essere solidali per vivere rispettando il tangibile e l’intangibile di cui sono attorniati.

Esso ha una forte connotazione storica, di natura ideologica nella parallela polarizzazione che ebbe inizio tra l’ideale democratico dell’ateniese e il regime tirannico degli stati barbari.

I Greci giunsero a conoscere e valutare i gruppi etnici estranei alla propria civiltà, facendo ricadere la responsabilità della barriera a Persiani, Indiani e, a fortiori (geograficamente), i Cinesi, escludendo in questa disanima l’Egitto.

Ricostruire, da un lato, l’atteggiamento dei Greci nel loro incontro con quattro particolari civiltà (i Celti, gli Ebrei, i Romani, gli Iranici) proprio nel periodo della loro decadenza politica, e, dall’altro, le conseguenti acquisizioni culturali che si generarono sotto l’influenza della potenza romana, erede della «sapienza greca» dopo averla inizialmente combattuta.

Roma fece propri questi presupposti con delle peculiarità e secondo un processo evolutivo di adattamento di cui si deve tener conto; i Greci distinguevano se stessi dai barbari in termini di una barriera delineata in modo netto e difficile da superare; i Romani concepivano una sorta di spazio continuo lungo il quale era relativamente più semplice avanzare.

Tornando alle manifestazioni d’inizio estate che vedono sopprimere l’intangibile e il tangibile arbëreshë, sono paragonabili al concetto di «barbaro»; esse si potrebbero paragonare alla regola di Plinio, il quale le connotava tutte le cose negative al brusio sgradevole delle vespe, detto «disuguale» come tra i barbari o (fetus ipse inaequalis ut barbaris); oppure di un tipo di albero della mirra, detto quod aspectu aridior est, sordidaque ac barbara.

Gli individui non etnocentrici, nati e allevati fuori dai “recinti formativi ideali delle gjitonie” acquisiscono delle caratterizzazioni specifiche in relazione al loro apparire nell’orbita Arbëri.

Essi nascono e vivono secondo i disciplinari dei villaggi sprovvisti di fortificazioni culturali, privi di qualsiasi ideale di tutela stabile e affidabile.

Dormono sulle lodi di foglie e paglia estranea, divorando ogni tipo di carne durante le sagre, interessati soltanto alla guerra per primeggiare, senza interesse a produrre secondo l’agricoltura consuetudinaria ereditata dai propri avi, in definitiva, una vita buia, trasversale e senza aver alcuna nozione di scienza, di cultura e di arte arbëreshë.

Questo esercito di percussori, cresciuta e allevata barbara una volta formata non ha alcuna capacita per distinguere quali siano le eccellenze o disturbatori, del passato e del presente, in definitiva va formandosi un esercizio di spontaneità pura, che non trova alcuna collocazione nelle fila del disciplinare storico/consuetudinario da tutelare.

Scambiare i propri limiti artistici o i lievi solchi formativi per il seminato della regione storica è un danno che viene prodotto verso se stessi e alle generazioni che verranno, questi ultimi saranno per questo spogliati di ogni baluardo identitario a cui credere e vivranno per colpa dei barbari una vita piatta e senza orizzonti.

È lo stesso figli di Pasquale Baffi, Michele, il quale, in un suo trattato sulle diplomatiche, ammonisce a non seguire gli esempi dei romani, i quali pur di primeggiare piegavano a loro piacimento i naturali trascorsi storici, lasciando così in eredita fatti mai accaduti che comunque rimangono fissati nei corsi storici e divennero realtà.          

Questo atteggiamento, nonostante le radici storiche, ha attecchito in molti narratori arbëreshë, minando le vicende storiche della minoranza, quest’ultima per la sua solidità consuetudinaria per certi versi ha attutito gli effetti, ritenuti sopportabile sino alla fine degli anni sessanta.

Da allora in avanti, l’acculturarsi diffuso della comunità per i processi di alfabetizzazione preposti dal legislatore, ha innescato una deriva di valori riferibili alla minoranza a dir poco dannosa, se non deleteria.

Infatti, l’acquisizione di titoli accademici ha reso la regione storica, il campo in cui seminare la propria capacità di lettura e interpretazione (sotto la vigile supervisione delle nonne analfabete) tralasciando il dato di verifica e confronti, tra lettura,territorio, tempi e le emergenze ancora presenti sul territorio, ma badando solo all’ego scrittografico e i suoi futuri profitti.

Oggi è giunto il tempo di terminare, anche alla luce delle nuove risorse elargite dalla comunità europea e dallo stato italiano, queste ultime risorse, diversamente da quelle della 482/99 che minarono l’intangibile delle minoranze storiche, puntano direttamente sugli elementi tangibili, che sino ad oggi pur subendo una serie di manomissioni conservavano l’antico senso.

Per senso si vuole intendere custodire il senso dei lioghi e far identicamente riecheggiare una favela antica, oltre il fruscio di quelle meravigliose stolje, incautamente imprigionate, violentando così le aspettative delle nostre madri.

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BANALE È FACILE (Shëpia sà nà sosenë, harë e dëra gnera cu shoghenë)

Protetto: BANALE È FACILE (Shëpia sà nà sosenë, harë e dëra gnera cu shoghenë)

Posted on 13 maggio 2019 by admin

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VALJE (espressioni canore condivise, tra generi arbëreshë)

VALJE (espressioni canore condivise, tra generi arbëreshë)

Posted on 26 aprile 2019 by admin

ValjeNapoli (di Atanasio Pizzi) – Gli arbëreshë non avendo, nel corso della storia, utilizzato alcuna forma scritta legavano la solidità del loro idioma e del percosso esistenziale alla metrica del canto.

Per questo  affidarono la prosecuzione della loro lingua, il racconto delle proprie gesta storiche e di vita quotidiana al cantare condiviso, i cui componenti non superavano mai la  dozzina, lo stesso numero che aveva la tipica famiglia allargata

Le Valje rappresentano, la conferma del legame familiare, il racconto degli avvenimenti del gruppo allargato, riverberata nella storia dinastia.

L’esecuzione del programma canoro, avveniva predisponendo due distinti gruppi, uno di donne e uno di uomini, un numero complessivo non superiore alla dozzina.

Uno dei due gruppi, iniziava a intonare i primi versi, lasciando al secondo, spiragli di risposta; seguivano a questi una serie d’inviti e risposte che raggiungevano il culmine, in un intreccio melodico senza eguali.

Non esiste arbëreshë che non abbia cantato nel corso della sua vita almeno una volta in una valje, il  cantare in gruppi di donne e uomini, sono trattati in diversi capitoli della storia moderna degli arbëreshë, segnando pensiono la carriera dell’editore V. Torelli, che nel suo giornale musicale, stampato a Napoli, aveva creato una sorta di battaglia ideale tra musica e canto, in cui a trionfare secondo lui, arbëreshë, era il canto.

Questi leggendari racconti, settimanalmente posti in stampa, raccoglievano nei locali (che oggi non esistono più, a ridosso del porto di Napoli) numerosi esponenti della cultura canora e musicale di Europa, in vigorose discussioni per far prevalere uno dei due fondamenti della teatralità d’epoca.

La Valje racconta, la nascita, la morte , l’operosità in tutte le sue forme, le dispute perla tutela della specie e ogni momento di vita che ha visto protagonisti gli arbëreshë, in tutto, rappresenta la memoria del passato, e cercare di valorizzarla con strumenti musicali o cantando quelle melodie in forma esclusivamente femminili o maschile, non si fa altro che disperdere frammenti irripetibili della nostra storia.

Delle Valje, nel corso della storia moderna, ne fanno lunghe trattazioni, numerosi eccelsi della regione storica senza mai mettere in dubbio la radice canora condivisa tra generi arbëreshë.

Essi rappresentano l’inno della regione storica e della stessa Albania,  esclusivamente all’esperimento canoro; scriveva Pasquale Scura, canto puro, privo di un qualsiasi strumento musicale, semplice vibrazione della radice umana.

Il numero degli elementi canori della valje, è funzione del gruppo familiare Kannuniano, infatti, un numero superiore alla dozzina creerebbe confusione e non sarebbe stata gestibile, il oltre, l’originaria esigenza canora nasceva nelle lunghe giornate di duro lavoro nei campi, per alleviare il lavoro e far sentire meno soli gli elementi delle varie attività.

Le valje sono espressione, mai scritta, della storia arbëreshë, attraverso di esse si segnano i tempi; si descrivono gli ambiti attraversati, bonificati e vissuti; si ricordano amori; valorosi e leggendari condottieri; favole e leggende surreali; che poi sono un modo di rendere la vita meno dura e descrive i domani secondo i sogni che ognuno di noi ancora porta nel cuore.

Tuttavia, nei giorni nostri, la confusione ha preso il sopravvento e la deriva canora  vuole assegnare al canto degli arbëreshë una funzione diversa, confondendo ogni cosa che si pone tra la la storia e il canto.

Una cosa è il carnevale, altra cosa è la festa dell’integrazione di primavera e altra cosa è il canto, confondere e non avere consapevolezza di questi tre pietre miliari della regione storica, è grave.

Il ballo tondo per gli arbëreshë non è mai esistito, confonderlo con la festa dell’accoglienza con due ali di folla che accolgono gli indigeni che si recano a onorare i morti li dove in epoche più remote vennero sepolti si fa torto alla memoria di quella discendenza.

Gli arbëreshë non hanno mai ballato, perché l’unico momento di condivisione era quello canoro, sempre dedicato all’operosità o alle vicende che rendevano possibile la prosecuzione della specie in sintonia con le vicende materiali e immateriali dell’integrazione pacifica, nei territori paralleli ritrovati.

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Thë Sheschi

Thë Sheschi

Posted on 14 aprile 2019 by admin

Poesia

 

ka-Kopa

 

 

 

“Ho imparato tutto dell’arbëreshë, persino piangere; tuttavia quando ho male, rimango in silenzio, tanto nessuno capirebbe!”

 

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