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LE CASE, LE CHIESE, IL BOSCO, IL CIELO, LA METRICA, LA STORIA E LE ARTI ARBËRESHË

Protetto: LE CASE, LE CHIESE, IL BOSCO, IL CIELO, LA METRICA, LA STORIA E LE ARTI ARBËRESHË

Posted on 13 settembre 2021 by admin

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NOTE SU GRECI - INVIATE COME LETTERA AL DIRETTORE DEL MATTINO-

NOTE SU GRECI – INVIATE COME LETTERA AL DIRETTORE DEL MATTINO-

Posted on 04 settembre 2021 by admin

GreciGRECI (AV) (di Antonio Sasso) – Un aneddoto che tanti Arbëreshë ricordano e ripetono spesso, è quello relativo a Scanderbeg in punto di morte. Si fece portare un mazzo di rametti ed invitò i presenti a spezzarlo. Nessuno ci riuscì. Chiese quindi ad un giovane di provare e gli suggerì il sistema migliore. Ruppe i singoli rametti e quindi il mazzetto si sfaldò. “Con questo gesto, io, vi volevo dimostrare che se restate uniti nessuno potrà mai spezzarvi, ma dividendovi anche un solo bambino potrà condurvi alla morte”. Detto questo spirò. Credo che questo sintetizzi in pieno l’animo della gente di Greci. Dopo sei secoli sta ancora lì, conserva la lingua, oralmente trasmessa, tradizioni e cultura ed una gran voglia di continuare a lottare per non interrompere questo affascinante amarcord. Più il rischio spopolamento diventa reale, più lo sforzo si moltiplica. Più la generazione avanti negli anni diminuisce, più le nuove ritornano a dare linfa vitale, anche se per periodi sempre più brevi. Il legame con la terra dei propri avi, le consolidate radici, la forza interiore, lo spirito bellicoso che contraddistingue i Grecesi, i forti contrasti che caratterizzano i rapporti interni- a volte gli uni contro gli altri armati – i dissolvono nel momento in cui qualcuno osa chiedere dov’è Greci. Quando si parla di Katundi un unico sentire, un unico ardore, una grande complicità! Da questi impulsi nascono conseguenzialmente, alcune considerazioni. Ognuno nel proprio ambito, sfruttando al meglio le conoscenze e le amicizie, ha cercato rapporti che potessero dare visibilità alla Comunità Arbëreshë. Così si spiega la cortese disponibilità dell’Ambasciatore- prof. Neritan Ceka-a fare la prefazione ad un mio libro e mi piace riportare un brano: “ leggendo il racconto è come vedere quasi un film il passato di Katundi, che somiglia ai paesi albanesi della mia infanzia. Sono innamorato di Katundi sin dalla prima visita nell’agosto del 2014”- e ancora “abbiamo dimenticato le sofferenze e le privazioni e abbiamo conservato gli odori e i colori di una vita semplice e diretta”. Le Istituzioni, in occasione della visita del Presidente d’Albania dott. Ilir  Meta , coincisa con l’inaugurazione del busto di Giorgio Castriota Scanderbeg sono state molto attente e la popolazione tutta ne ha preso atto. E’ stata una festa di popolo! La visita graditissima del Console generale di Albania, il 25 u.s., festa di S. Bartolomeo, Dott. Gentiana Mburimi è un’ulteriore conferma dell’impegno generale. Personalmente ho rapporti cordiali su Facebook con il Ministro della Cultura Albanese Prof. Elva Margariti. A suo merito, mi piace ricordare la presenza dell’Albania all’ultima Biennale di Venezia e i tanti siti recuperati. Questo poi è un anno particolare in quanto ricorre il trentennale dello sbarco della nave “Vlora”. La popolazione di Greci è stata in prima fila ad offrire solidarietà ed ospitalità. Immediatamente si è messa a disposizione al grido di “gjàku i shprishur su hàrrùa” ed ancora oggi sono presenti famiglie, perfettamente integrate, di quel momento storico. Non ultimo è d’uopo ricordare il comune sforzo profuso dalle Acli regionali e dall’arch. Pizzi – anche lui arbëreshë di Napoli – per perorare l’intitolazione di una strada e della relativa targa in via S.Chiara a ricordo degli anni vissuti a Napoli dalla Regina albanese Andronica Arianiti Comneno – vedova di Scaderbeg. Su interessamento del Sindaco De Magistris, la Commissione toponomastica partenopea ha espresso parere favorevole ed una delegazione composta dal Comune di Napoli, dalle Acli e dall’arch. Pizzi, è stata ospite del Comune di Greci il 21 luglio 2021. “Oggi il Paese è bello, sempre più ameno e dolcissimo da gustare: ma quanto è vuoto ahimè! Lo spopolamento sistematico lo sta riducendo ad uno stato di quiescenza che l’anima sola può far rivivere!”  

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IL COSTUME, DELLA MEDIA VALLE CRATI UN PONTE CHE UNISCE LA CASA E  LA CHIESA ARBËRESHË

Protetto: IL COSTUME, DELLA MEDIA VALLE CRATI UN PONTE CHE UNISCE LA CASA E LA CHIESA ARBËRESHË

Posted on 19 luglio 2021 by admin

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COME RIPETERE L' ESTATE TURBATA

COME RIPETERE L’ ESTATE TURBATA

Posted on 13 luglio 2021 by admin

Firma1NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Avere vicino chi fa finta di stenderti la mano, senza coerenza, perché abituato a saltare da un pensiero a un desiderio, senza pace, porta la mente a un evento antico proposto con le stesse cadenze di agosto; ritrarre la mano onde evitare legami, è il minimo dovuto verso quanti si apprestano ad esporsi in altare.

Poi se tutto termina proprio li dove il vile avvenimento ebbe luogo è il segno che essersi allontanato da quei luogo, è stato un gesto saggio e distingue “uno”, rispetto i tanti parenti di quella vergognosa pagina di storia.

Cercare un posto lontano, è il gesto più coerente da attuare, per elevarsi rispetto a questi eterni pendolari della cultura religiosa e di consuetudine civile scambiata per llitirë.

Regione storica di artificiosi paradisi, palloni che non volano e nel silenzio, ovunque vanno scuotono le anime e producono rovine peggio di come il Vesuvio fece in Pompei.

Palloni gonfiati silenziosi, mossi da sibillini rumori orizzontali, colmi da insoddisfazioni perenni a cui si sommano personali turbamenti e vestizioni  di genere senza garbo e senso.

Fuggire dal mondo prodotto da questi esseri colmi di falsa boria, abbarbicati ai valori dell’ignoranza, per questo pura finzione disperata, è il gesto più nobile che possono fare le persone normali e di buon senso, che di agosto prendono le distanze.

Come in un gioco perverso, sono gli stessi comunemente che subiscono il fascino del profano scambiato per sacro, spargendosi, sin anche la testa di cenere per diventar poeti e confonde il tragico dal genuino della barbarie più cruda.

Sono gli stessi che imperterriti, senza mai avere consapevolezza dei loro gesti e teoremi divulgati, valgono meno di una posa di avanspettacolo, parabola di gesti mai attuati dalla storia; tutti accolgono di buon grado, tanto alla fine si prepara la tavola imbandita, dove si moltiplicano pani e ogni sorta di manicaretto vegetariano, animale e idoneo comunque per spartire.

Così facendo conquistano il palcoscenico pieno di luci sublimi, inconsapevolezza, di un nulla prodotto, se la meta di poter  spartire le cose ingorde, di vite mediocri, meschine e non certo di estrazione nobile.

Essi vivono sotto vuoto e in perenne stato d’assedio, combattono nemici spietati, generati nella perfidia figlia dell’ignoranza, dalla noia e dai legittimi derivati della loro mente.

Hanno voglia di salire sempre più in alto, per urlare e mostrare i falsi battiti del cuore e la perversa mentalità, il cui fine mira esclusivamente al vergognoso luogo di provenienza dove primeggia, l’ignoranza allo stato puro.

Chi vuole salvarsi da questa cattiva perfidia deve, per forza emigrare, salire più in alto che può, con il suo irripetibile bagaglio di cultura; solo così la parabola del corvo e dell’aquila ha modo di attuarsi, quando si raggiungono i confini dei comuni volatili, è allora che finalmente il corvo cade e nell’impattare a terra, mostra i limiti e vergogne di nudità, millantate per illibate.

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PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Protetto: PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Posted on 25 maggio 2021 by admin

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LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

Posted on 19 maggio 2021 by admin

Annetta1NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Il monte Olimpo con le sue figure più rappresentative ha ispirato storicamente le vicende e le consuetudini degli arbëreshë nel corso della storia sin anche gli aspetti più reconditi della tipica consuetudine.

Prima di attingere e presentare come mitico personaggio Giorgio Castriota, raffigurato nelle gesta e gli emblemi di difesa, è opportuno delineare cosa abbia caratterizzato la definizione, durante lo scorrere del XVIII secolo, degli elementi caratteristici e caratterizzanti il costume della pre-Sila, in media valle del Crati.

In questo breve si vuole rilevare cosa rappresenta, il panno in porpora(Panj), che la signora Annina F. da Santa Sofia, (in figura), porta avvolto sul braccio sinistro, storico messaggio di consuetudine per ogni moglie e madre, regina del fuoco domestico.

Premesso che il costume della media valle del Crati rappresenta la radice, in forma di arte sartoriale, o meglio, atti di credenza civile è religiosa, arbëreshë; è un identificativo completo della sposa, moglie e madre, rispettivamente arco di tempo a seguito del quale  all’interno del perimetro costruito, dove vive la famiglia, diverrà  il luogo dove la donna, sposa e poi madre assumerà il ruolo di regina del focolare .

Lei come, Hestia, la prima figlia di Cronos e Rhea, per non sottrarre il trono al fratello minore Zeus, assume il ruolo, in tutte le dimore degli uomini, identificandosi, dea del focolare domestico acceso.

Per questo essa è la dea della casa, degli affetti e dell’ospitalità, perché nel centro della casa, trova luogo il focolare, il suo storico altare.

È qui che ricevere ogni bene, assumendo il ruolo di forza trainante della casa, sacro diventa così il focolare, amministrato senza soluzione di continuità; qui trovano asilo i supplici, qui si sacrifica la sposa, essa non è onorata solo al centro delle singole case, ma contemporaneamente nel focolare comune che le comunità accendono quando si riuniscono in pubblica piazza.

Solo attraverso il fuoco possono costituirsi e fiorire nuove famiglie, esso rimane indistinto nel mondo figurativo perché rappresenta la fiamma in continuo mutamento.

Il fuoco è il fulcro, centro, di ogni casa, nell’antichità quando una parte dei suoi figli partiva per insediarsi in nuove terre parallele, si affidava una favilla di fuoco, da poetare nella mano sinistra, al fine di accendere nuovi focolai e potersi ritrovare a casa attorno a quel luogo, che grazie a una favilla della madre casa continuava legittimamente a progredire.

La sposa arbëreshë quando diventa moglie porta sempre il suo panno color porpora nel suo braccio sinistro, specie nei giorni di festa, quando deve ricordare alla sua famiglia che anche quando e festa, che il fuoco della sua casa e sempre vivo.

Il costume arbëreshë della pre-Sila, in media valle del Crati è uno elemento caratterizzante che non trova eguali in nessuna macro area della regione storica.

Spetta alla posa, poi moglie e in seguito madre, ogni volta che indossa quelle vesti, inviare messaggi di continuità storica, spetta alle nuove generazioni comprenderne il valore e il senso di quei messaggi.

Sono questi che una volta fatti propri, in lingua madre nell’atto della vestizione, è opportuno saperli esporre in forma di vestizione e messaggi, con modestia, garbo e buon senso, come dicevano le nostre madri;  magari rimanendo in silenzio, per consentire alla “favilla madre” di illuminare ogni cosa, esposta agli osservatori incuriositi.

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L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË  (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

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Posted on 13 maggio 2021 by admin

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L’ARBËRESHË NON È UN ACROLITO

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Posted on 08 maggio 2021 by admin

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DAL VENERDÌ PRIMA DELLA PASQUA (Valje, le ridde tra Arabi e Saracena?)

Protetto: DAL VENERDÌ PRIMA DELLA PASQUA (Valje, le ridde tra Arabi e Saracena?)

Posted on 08 aprile 2021 by admin

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LA RISIGNIFICAZIONE ARBËRESHË NON È UN BELVEDERE një i bënur i rij, nëngë ësht dëritsor i motitë

LA RISIGNIFICAZIONE ARBËRESHË NON È UN BELVEDERE një i bënur i rij, nëngë ësht dëritsor i motitë

Posted on 23 marzo 2021 by admin

RicollocazioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – I centri antichi di origine arbëreshë, per le note caratteristiche distintive hanno subito, senza soluzione di continuità, in forma di demolizioni, sostituzioni e risignificazione, in sostanziali porzioni dell’abitato costruito o addomesticato.

Allo stesso modo e senza alcuna tutela, sono stati sottoposti a ogni genere di colorita angheria culturale, cento e nove ambiti costruiti, che diffusamente disegnano la regione Storica, in modo indelebile dal XIII secolo.

Comprendere come abbiano potuto, i detti Stati Generali di Tutela, rimanere imperterriti nel vedere violato il loro ideale di tutela, non è dato a sapersi; tuttavia resta un mistero, il dato secondo cui, nel mentre si prodigavano ad annotare espedienti di ogni genere, le quinte e la terra che li sosteneva e li avvolgeva, spariva dall’orizzonte percettivo.

Il culmine è stato raggiunto, quando mentre i medesimi stati, s’impegnavano a produrre foto e compilare esperimenti grammaticali, le istituzioni, dismettevano un’intero centro antico, di inestimabile valore urbanistico e architettonico, perché gli abusi edilizi moderni realizzati senza controllo, non avevano trovato la misura di equilibrio con l’ambiente naturale.

È vero che questo è stato un singolo episodio, ma comunque tutti gli altri cento e otto rimanenti, subivano angherie generalizzate come ad esempio, la densità del centro e il peculiare rapporto con l’orografia, che ne impediva la rotabilità veicolare, attuando per lo scopo, gli operatori locali, demolizioni e ricostruzioni, delle genuine quinte storiche, abbarbicate ancora al valore storico, dei poco noti  sheshi.

Nella transizione che va dal loro innalzamento sino all’unità d’Italia, i katundë di origine arbëreshë, come gli altri indigeni,  seguono una crescita in linea con le esigenze e le direttive di esperienza, a diretto contatto con l’ambiente naturale, basati su una temeraria e duratura economia agro silvo pastorale, che terminava la sua filiera breve, proprio all’interno del centro antico.

La deriva abitativa ha avuto inizio dagli anni cinquanta del secolo scorso, per rispondere alle richiesta di manodopera delle industrie del nord Italia e dell’Europa.

Ha inizio così lo spopolamento delle generazioni più giovani e attive, le quali come ricompensa, inviavano risorse economiche ai loro cari, avviando così il processo di decadimento del valore architettonico del genius loci.

Notoriamente anche se organizzati secondo peculiarità di macro area, oggi sono impropriamente appellati Borghi, ma questo è il minore dei mali, infatti, dagli anni settanta del secolo scorso è stata messa a nudo una piaga ancor peggiore; essa consiste nel aver adoperato strategie di abbellimento architettonico e strutturale a dir poco elementari, i cui esecutori si possono individuare sia negli uffici preposti, dediti al controllo e il rispetto delle normative, ma più di ogni altra cosa è stata la poca professionalità degli esecutori, in forma di pensiero ed esecuzione, i cui sottoposti manovali, venivano imprestati dall’agricoltura, che in estate riposa.

Strada dopo strada e casa dopo casa, è stata messa in mostra la peggiore strategia per intervenire all’interno o ai margini dell’edificato della centro antico.

Se tutela deva esse, certamente non lo è stata, giacché ha prevalso la risignificazione degli oggetti d’intervento a fini  globalizzati, dove ha prevalso la regola che tutto era da abbellire e tutto poteva essere stravolto o sin anche demolito per rilanciarne, l’uso in forma moderna.

Se il centro antico su cui si vuole intervenire per ricollocarlo secondo un preciso itinerario storico e turistico dell’era moderna, è opportuno indagare lo stato dei luoghi, del territorio, le sue peculiarità, il suo aspetto, l’architettura e la scienza d’equilibri all’interno degli scesci; labirinti fatti di prodotti di natura locale e costruito, capaci a difendersi, nel confronto con il territorio limitrofo, gli uomini e la natura.

Tutto questo non si può accomunare in una sola parola, ma differenziare ogni cosa secondo le epoche, le esigenze sociali di chi li ha innalzati a fini e scopi precisi, secondo un precisa esigenza locale su base sociale, non globalizzato, ma peculiarità esclusiva del luogo.

Un borgo ha la sua storia in Germania, in Francia e nei paesi a nord dell’Europa dove sorsero per esigenze dissimili, da quelle della lingua di terra che si stende nel bacino del mediterraneo; è qui che  sorsero Castrum, Casali, Motte, Villaggi, Frazioni, Terre, Vichi, Poggi, Oppidum, Civitas, Vichi e molti altri componimenti urbani ancora, tutto secondo una precisa espressione di tempo, di luogo, di economia e politica territoriale, ben intrecciata con il territorio.

Allo stato delle cose per rilevare descrivere e pianificare il futuro sostenibile per i centri antiche delle colline italiane, bisogna tornare con i piedi per terra, anzi direi che andrebbero appoggiati nelle traversa dei bachi di scuola per renderli solidi e stabili, al fine di rimanere composti, come dicevano i nostri vecchi professori, per poter leggere attentamente e con profitto quanto di storico si acquisiva leggendo.

Quanti hanno seguito quei consigli oggi sanno distingue gli agglomerati da recuperare perché sanno riconoscerli e collocarli nel giusto itinerario della storia, perché buoni tecnici osservatori.

Quanti  hanno di fatto, preferito restare scomposti,  fanno i giullari, motivo per il quale, si occupano del territorio, di recupero, di consolidamento e  del costruito storico,  fa per  spettacolarizzare, o creare boschi impropri o accanimenti impropri verso in costruito storico.

Sono pochi gli addetti di buon gusto e auspicio che sentono di essere  parte di un processo di sostenibilità, per questo restano  composti e con i piedi saldamente a terra, sapendo che così facendo, rendono più sicuro l’equilibrio della storia,  secondo  regole che rispettano natura, uomo e architettura .

L’edificato del centro antico, non è soltanto la casa da cui affacciarsi all’interno del labirinto “sheshi”, in quanto, essa stessa è artificio di quella quinta e di quel preciso e identificato costruito.

L’insieme del costruito storico nasce per ospitare tare contadine/operai quando furono edificati, nobili/borghesi in seguito, per terminare oggi ad essere il vanto della proto industria locale e memoria storica dello scesci.

I centri antichi si possono leggere in diverse forme di abbandono e decadenza, in tutto ambito di residenza fittizia per proprietari che, nella migliore delle ipotesi, ne cedono i locali  o vi dimorano pur con notevoli spese, perché residenti  in luoghi più a contatto con i servizi.

L’architettura storica, in cui il mantenimento delle caratteristiche estetiche è considerato con sempre crescente accanimento terapeutico, assurge oggi a ruolo di teca espositiva o, nei casi più gravi, si è vista compromessa ogni dignità di esistenza o rapporto con la storia.

Essa viene lasciata al degrado più assoluto perché non rientra nei piani di bilancio economico del comune o della regione, le stesse che a ogni tornata elettorale la promuove come riscatto dell’identità da recuperare, per poi allo stato dei fatti, finiscono imperterriti per incutere ancor di più decadenza formale estetica e materica; un quadro d’insieme decadente a favore  dell’ambiente naturale che giorno dopo giorno avanza e copre o cancella ogni segno e forma, opera degli uomini.

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