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AI SINDACI ARBËRESHË DELLA R.s.A.

AI SINDACI ARBËRESHË DELLA R.s.A.

Posted on 09 febbraio 2018 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Oggetto: Convegno; Un esempio di accoglienza e integrazione nel meridione Italiano dal 1468 al 2018;

La Minoranza Storica Arbëreshë”.

 

sono l’arch. Atanasio Pizzi, nativo del comune arbëreshe di S. Sofia d’Epiro in provincia di Cosenza, ricercatore, studioso e sostenitore degli ambiti materiali ed immateriale della minoranza in oggetto.

Mi permetto di evidenziare l’opportunità, che offre la ricorrenza dei cinque secoli e mezzo della presenza arbëreshe nel meridione italiano e l’approssimarsi dei riti di Pasqua.

Ritengo sia doveroso rendere riconoscimento e memoria con dovizia di particolari, alle persone, i luoghi (in uno della cultura) alla parte, consistente e ancora viva della Regione storica Arbëreshë, che in maniera corale si appresta a vivere secondo il consuetudinario ortodosso il periodo che segue il ricordo dei defunti.

A tale fine, si vuole suggerire un evento/convegno, che riferiscano e illustrino quanto è avvenuto, in circa sei secoli di storia, con protagonisti luoghi, uomini e avvenimenti, (il genius loci Arbëreshë) in aderenza con la e genti indigene ospitanti, dando luogo al modello d’integrazione della Regione Storica Arbëreshë, divenuta parte indispensabile della Nazione Italiana.

Gli Arbëreshë pur vivendo in perfetta sintonia con le popolazioni locali, hanno mantenuto alto il valore storico della consuetudine, la metrica del canto, l’idioma e la religione; in altre parole “il patrimonio storico dalla terra di origine”.

Viste le dinamiche sociali odierne innescate dai processi della globalizzazione, che tende ad appiattire ogni cosa, è opportuno illustrare, rendere pubbliche, dinamiche sociali, culturali della collettività Arbëreshë, al fine di avvicinare con interesse e cognizione storica le nuove generazioni, sempre più assenti.

Realizzare un “momento d’incontro pubblico”, tracciare la storia e non solo il ricordo, per il giusto riconoscimento, verso quanti hanno reso vitale la popolazione Arbëreshë sino ai giorni odierni; tuttavia la manifestazione non vuole ne deve essere solo un momento di rievocazione di leggende, ma assegnare una funzione dignitosa per ogni macro area e  valorizzare l’economica locale .

In attesa di un gradito riscontro

Distinti Saluti

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                                     Napoli 2018-02-09

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ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSE

ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSE

Posted on 01 febbraio 2018 by admin

ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La Calabria cosentina arbëreshë, nel pentagono descritto dai comuni di Santa Sofia d’Epiro, Acquaformosa, San Basile, Civita e San Giorgio Albanese, conserva le essenze più raffinate dell’ortodossa vestizione nuziale.

Un insula la cui posizione geografica gli consentì di essere scelta quale purpignera del processo religioso e identificativo sin dalla metà del XVII secolo.

Non a caso, all’interno di questo macro sistema sociale di origine Arbëreshë, a tutt’oggi rimane come caratteristica indelebile, sia le tracce ortodosse che quelle dell’arte sartoriale, mentre tutte le altre comunità, di simili radici, seguono da molto tempo la via della sintesi.

Gli aspetti caratteristici forgiati nel tempo resistono solo grazie alla caparbietà e agli aiuti, che eccellenze di arberia, munite di grande conoscenza del consuetudinario storico, nel pieno rispetto, hanno con garbo e raffinatezza frenato la piena del latinismo.

Il costume tipico arbëreshë è il simbolo del matrimonio, tuttavia oggi riveste anche il ruolo di testimone indispensabile per la prosecuzione della specie tra le vecchie e nuove generazioni.

Le ultime portatrici sane, dell’antichissimo emblema, non lo indossavano frettolosamente o sinteticamente, in quanto conoscevano il ruolo e il messaggio di ogni sua parte, metrica non scritta da tramandare.

Gli elementi e il modo di indossare il costume devono essere interpretati come un rito, pura rievocazione di valori identitari da non esporre secondo, modelli alieni o di sintesi.

All’interno del pentagono su citato, chi voglia o debba esporre in manifestazioni ufficiali, che non siano relegate alla mera funzione dell’apparire, deve portare rispetto è avere cognizione di quale responsabilità assume, in quando in quegli attimi rappresenta la massima “espressione dell’ortodossia minoritaria”.

L’atto è un rito, evento irripetibile, appuntamento con la storia; tradurlo come sintesi dell’apparire o evoluzioni alloctone, non fa altro che deturparlo e sottoporlo all’atto del sacrilegio;

Oggi Purtroppo e con grande rammarico va constatato che la deriva della vestizione, è colma, essa  tende alla estinzione del manufatto sartoriale e del suo significato; tutti noi che sappiamo e conosciamo il valore dobbiamo opporci a tale china.

Miletë, Coha e Xhipùni, e ogni accessorio ha un solo senso, la misura e calibratura sono la cornice indispensabile; tuttavia se poste nelle disponibilità di aliene/i o inadatte/i figure/sagome, quei preziosi, diventano altra cosa ed è inutile autoproclamarsi stilisti e detentori dell’antico costume, utilizzando il paraventi di tempo e di luogo senza senso.

Essendo diventata oggi regola la non regola è bene correre ai ripari e ricordare quali siano quelle linee fondamentali che il costume deve rispettare e di cui non si possa fare a meno, per rientrare nel seminato dell’ortodossia arbëreshë.

Il trattato del complesso costume, richiede tempi, modi che nell’arco e nello spazio di un articolo non possono essere disquisite, tuttavia iniziare per grandi linee e istruire quanti utilizzano  libere interpretazioni che si vanno seminando per monti, valli e boschi è già un buon segno di saggezza condivisa.

Ogni cosa va prima indossata, poi calibrata e in fine fissata, con raffinata perizia, manualità e dedizione; il costume richiede regole precise, per questo indossate le vestizioni intime e la linjë si continua con sutàninin, poi sutàna me rasë e in fine còha.

Al fine di raggiungere la vestizione le linee di riassuntive devono entrare in sintonia; sul davanti è lineare da sotto il seno fino all’estremità inferiore della coha; sui fianchi e il di dietro, deve descrivere un arco di cerchio per poi allinearsi subito con andamento lineare; il contorno inferiore, Galuni deve risultare perfettamente livellato e il davanti sfiorare la punta delle scarpe, la cui regola si ottiene variando lo spessore del tacco.

La parte superiore dalla base del collo sino al seno si deve descrivere un piano inclinato che poi s’innesta con la linea curva della prominenza del seno, sulla linea verticale su citata.

Lo xhipùni, deve aderire perfettamente sulle spalle e allinearsi alle rotondità del seno cui deve rimanere aderente persino nei piccoli movimenti delle braccia che sono coperte sino al polso.

A seguito di tutto ciò e dopo continue verifiche si aggiunge Vandèra e gli ultimi rintocchi rivolti alla vestizione degli ori (orecchini e collana con diadema) e l’apposizione della kesa che copre këshèt; il tocco finale avviene con l’apposizione sul capo o piegata ordinatamente sul braccio del velo dorato.

In fine con l’atto dell’apparire si assume la responsabilità di esporre secoli di storia, racchiusi in quei preziosi filamenti di porpora e oro; tuttavia muoversi con garbo, segue i passi che hanno condotto il popolo, arbëreshë alle mete dell’integrazione.

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LIBERE INTERPRETAZIONI ASSOCIATE ALLA STORIA ARBËRESHË

LIBERE INTERPRETAZIONI ASSOCIATE ALLA STORIA ARBËRESHË

Posted on 05 gennaio 2018 by admin

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA2NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Nota di perplessità

Atanasio Pizzi –  egregi cultori della redazione di Geo; Irina Kastriota, sposò il principe Pietrantonio Sanseverino, il 1539, gli arbëreshë dimoravano nel principato citeriore di Calabria dal 1471; il vestito arbër, non lascia dieci centimetri dalla punta delle scarpe; il velo è dorato; i capelli non li sistema la parrucchiera ma la comare che copre il tutto con la Kesa. Sono uno studioso Arbëreshe e quella che avete illustrato non è l’arberia in cui mi riconosco!!!!

Risposta

Geo – Gentile dottor Atanasio Pizzi, le diamo atto della incongruenza cronologica relativa al matrimonio tra Erina Castriota e Pietrantonio Sanseverino. Purtroppo, è una “vulgata” molto diffusa e nel caso specifico si è evidentemente trattato di un lapsus del nostro ospite, tradito forse da una certa emozione. È innegabile però che quel matrimoni abbia comunque portato significativi vantaggi agli Arbëreshë.Riguardo al costume arbëresh, come saprà, esso varia significativamente per foggia, colori, particolari da una zona all’altra dell’Arbëria, non solo calabrese. Restando nel Cosentino, ad esempio, il costume delle comunità del versante sinistro della Valle del Crati è parecchio diverso da quello della Presila Arbëreshe, e questo da quello delle comunità del Pollino, a sua volta distinguibile in due aree. All’interno di una stessa area, poi, vi sono differenze minori che identificano singole comunità. Così, limitandoci agli elementi da lei evidenziati, nelle comunità del versante sinistro della Valle del Crati, la lunghezza della gonna è decisamente sopra la caviglia, come sopra la caviglia (ma un po’ meno) è anche a Frascineto ed Ejanina (zona Pollino).La cosa è ancora più complicata dall’altezza di chi lo indossa se parliamo di costumi antichi indossati da ragazze dei nostri giorni, decisamente più alte delle loro ave. Allo stesso modo, il velo è (prevalentemente) in trina d’oro e rettangolare nelle comunità della Presila, ma è sempre in tulle bianco ricamato in bianco o in oro (in relazione alle disponibilità economiche della famiglia) nelle altre zone e addirittura ha forma triangolare nelle comunità del versante sinistro della Valle del Crati.

Circa l’acconciatura, prima ancora della comare, la condicio sine qua non per la realizzazione di quella tradizionale (kshetët) è che la persona che indossa il costume abbia i capelli di lunghezza sufficiente a consentire di intrecciarli nella maniera prescritta e poi formare lo chignon sul quale fissare la keza. Difficile oggi trovare ragazze che soddisfino questo requisito.

Semplicemente perché ognuno vive nel proprio tempo e il nostro tempo è questo.

Di donne e ragazze che, in occasione di feste e ricorrenze, indossano con orgoglio l’abito tradizionale pur sfoggiando acconciature moderne se ne vedono ormai tante da tempo! 

E del resto, per la stessa ragione, ormai anche nei paesi il/la parrucchiere/a ha da tempo sostituito le comari di una volta. 

Nulla rimane fisso nel tempo, ogni realtà si evolve.

In questo senso, il problema degli Arbëreshë non è la lunghezza della gonna o l’acconciatura. È piuttosto la loro sopravvivenza linguistica e culturale in realtà globalizzata che li sta sopraffacendo e in un contesto in cui, a causa della sua applicazione fortemente lacunosa, anche la tutela “debole” derivante dalla legge 482/1999 resta di fatto inefficace.

Chiarimenti e note storiche

Spett.le Geo,  Erina Castriota, sposa di Pietrantonio Sanseverino, purtroppo, in quel di Cassano allo Jonio aveva ben altri patimenti familiari da risolvere, che concentrarsi sulle pene degli arbëreshë.

Riguardo al costume arbëreshë, mia madre è stata una delle ultime sarte storiche di questa bandiera albanofona e quando parlo di costume, so bene quale è il senso, conosco il significato dei colori, le proporzioni e chi e come deve indossarlo; sia essa della macroarea del pollino, delle miniere, della mula e di tutte le sedici che compongono la Regione storica Arbëreshë.

Le ragazze Arbëreshë sono note per la loro bellezza, e il costume femminile è l’espressione per valorizzare ognuna di loro, se poi vogliamo fare spettacolo, non stiamo parlando e ne trattando della consuetudine minoritaria più antica del mediterraneo, facciamo altra cosa! 

Parlare della bandiera di ogni macroare ed esporla sotto forma di sintesi, ritengo, che non vada nella direzione che difende il codice, specie se fa parte di un programma televisivo di spessore e di grande bacino di utenza come il vostro.

Il problema degli Arbëreshë è la tutela del suo codice ha bisogno di messaggi precisi e certi, onde evitare confusione negli animi e nelle menti delle generazioni che devono ereditare l’identità storica, tuttavia le leggi di tutela sono fatte dagli uomini e purtroppo non sono gli stessi Arbëreshë che difendono lingua , consuetudine, metrica e religione con caparbietà dal XV secolo .

Quegli uomini che segnarono una strada indelebile antichissima, attraverso le terre del meridione e grazie al quale, si è giunti all’individuazione dei luoghi paralleli poter creare ambiti e proteggere la storica consuetudine linguistica arbëreshë.

È doveroso precisare che gli esuli, per adempiere la promessa data in terra madre, si avventurarono attraverso percorsi impervi, corsi fluviali inesplorati, mari in tempesta e in fine salirono la faticosa china dove apparivano le insule ideali e difendere quanto non andava dismesso.

“La promessa data, (Besa); è stata utile per dare continuità a un’identità antichissima è per noi Arbër del secolo appena iniziato, è un dovere dare seguito al patto fatto per noi dai noi nostri avi”.

Esso ha radici antichissime che dal quattrocento traccia una linea di confine di due distinte società, le stesse che oggi ritroviamo dalla parte arbër, con molta più determinazione rispetto al popolo che vive in Albania e ci riconosce questo merito/primato.

I due diversi atteggiamenti, restituiscono una popolazione che ha difeso il territorio e l’altra che ha tutelalo l’identità; il codice.

Entrambe hanno sacrificato una parte di se stessi, per cui chi ha difeso la terra ha associato al suo unicum una sintesi della vecchia radice culturale; diversamente, chi ha deciso di difendere la radice ha preferito la sintesi territoriale.

Da un po’ di tempo a questa parte ha avuto inizio la stagione dei campanili, dei minareti e del protagonismo a tutti i costi, “una nuova diaspora moderna”, la quale assume aspetti preoccupanti e paradossali, giacché, non va nella direzione di caratterizzare la R.S.A. ma crea un calderone con gli ingredienti delle colonne portanti con eventi alloctoni, questo errore di sintesi ha prodotto l’arberia dei” litìrh,”.

P.S.

Mi rendo conto che i concetti sono molteplici e di grande attenzione per quanti vivono l’arberia e i tempi di un “mesaggino” multimediale non possono sostenere sei secoli di storia e parliamo solo di quella moderna!!

 

Atanasio arch. Pizzi                                                                                

Napoli 2018-01-05

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GLI ARBERESHE QUALE LUCE DIVINA

GLI ARBERESHE QUALE LUCE DIVINA

Posted on 31 dicembre 2017 by admin

GLI ARBERESHE QUALE LUCE DIVINANapoli (di Atanasio Pizzi) – In una “Indiavolata” conversazione di un poco di tempo addietro, mi è all’improvviso apparsa la strada per una nuova ricerca sulla verità storica Arbëreshë.

Essa si basa su un principio fondamentale, che aveva bisogno solo di esse interlacciata con altre mie conoscenze; tuttavia il rispetto e l’educazione che ho avuto dai miei genitori (a confronto di altri che sono cresciuti nei mercati e solo di domenica) mi distraeva nel collegare i principi di un teorema molto semplice.

Una delle mie prime letture per avvicinarmi al mondo della ricerca della storia Arbëreshë è stato il Kanun nelle sue varie spigolature dei gruppi che formavano l’allora Arbëria.

Bene questo è un esercizio che tutti voi potete fare in autonomia e confrontare i principi su cui si basa il Kanun e la religione Ortodossa o greco Ortodossa, troverete similitudini strabilianti che fanno meditare su quale sia l’ideale religioso più affine agli arbëreshë.

Se a ciò associate che gli esuli non hanno mai superato i confini dell’infinito, per la ricerca dei territori paralleli nel regno di Napoli, avrete un quadro completo per domandarvi chi a detto che gli arbëreshë sono di religione greco bizantina?

A chi fa comodo che noi arbëreshë dobbiamo essere associati a una religione che con il nostro consuetudinario non ha nulla a che fare, ed essere utilizzati come una semplice finestra o nel migliore dii casi come balcone?

Siamo proprio certi che il Rodotà con il papa nell’istituire il Collegio Corsini avesse a cuore le nostre anime e il nostro credo religioso, o gli interessi erano molto diversi?

Perché gli arbëreshë non varcarono mai le soglie dell’infinito, se non per approdare e allontanarsi subito dopo?

Quali furono i veri motivi che spinsero il Baffi e il Bugliari a portare la struttura a Sant’Adriano e formare un gran numero di laici?

Sono queste le domande che mi sono balenate, a cui ho dato una risposta

P.S.

Augurando a tutti un Felice 2018, non lasciatevi incantare mai e ricordate che la Cultura e l’educazione non abitano nei fastosi saloni del potere, in quanto, preferisce i dignitosi Katoj degli artigiani!

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IL NATALE COME NASCITA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

IL NATALE COME NASCITA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 14 dicembre 2017 by admin

Natale 2017NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Per la religione cristiana, il Natale simboleggia la nascita del bambinello Gesù, ossia il nostro Messia, atteso fin dai tempi remoti.

Il giorno corrisponde al 25 Dicembre per le chiese, greche ortodosse secondo il calendario liturgico, mentre per quelle orientali cade il 6 Gennaio secondo il calendario Giuliano.

Il termine “Natale” deriva dal latino, e significa: GIORNO DI NASCITA.

Si dice che il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre, inizia la sintesi dei mesi dell’anno che seguirà, in fatti, il dodicesimo giorno corrisponde proprio al 25 dicembre, il giorno della nascita.

L’augurio che faccio a voi tutti è quello di meditare dal 14 al 25 dicembre, o dal 26 al 6 gennaio (secondo il vostro credo) per una nascita di tutta la Regione storica Arbëreshë, al fine di non tessere più, all’ombra dei campanili, dei minareti turchi e degli inutili protagonismi, quel pietoso velo che avvolge e non mette in mostra le bellezze dell’arberia .

Il mio auspicio mira a sentimenti antichi che non vanno nella direzione del profitto a scapito di coloro chi partono per difendere i propri ideali, unici e irripetibili.

Arbëreshë di buon senso, solo a voi Auguro un Felice Natale e un 2018 colmo di ribalte, sino a oggi negate, per illuminare con garbo il “codice sociale più solido del mediterraneo”.

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MIRACOLI ARBËRESHË

MIRACOLI ARBËRESHË

Posted on 11 dicembre 2017 by admin

Roberto vertaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – All’indomani della pubblicazione, in gazzetta ufficiale, della legge 482 del 1999, giovani cattedratici, associarono, senza elementi riconducibili di esclusiva arbëreshë, il vicinato indigeno, alla Gjitonia; gli esecutori del enunciato, copiarono frammenti di un’analisi,  eseguita nel dopoguerra per dare senso ad in  progetto di delocalizzazione.

L’irresponsabile gesto di copia/incolla ha innescato un“processo degenerativo senza eguali” e tutt’oggi dopo quasi due decenni, non smette di far “germogliare avena fatua” nel seminato storico della minoranza, più numerosa in Italiano.

Che la Gjitonia sia un modello sociale è innegabile; tuttavia ritenere di poterlo riassumere, in quattro o cinque porte che affacciano sullo sheshi o sulla strada, la pone alla stregua di un moderno abuso edilizio da sanare, per tale motivo  sminuisce a dismidura il valore della consuetudine e il lessico della Regione storica Arbëreshë.

In questi untimi tempi, una lezione su cui meditare ci giunge via etere dalle trasmissioni multimediali di Radio Antenna Duemila; nata per dare parola ad amministratori, addetti locali e operatori del settore folcloristico, e porre all’attenzione delle istituzioni oltre alle proposte, anche le innumerevoli necessità locali, è diventato un nuovo modo di sentirsi “Gjitoni arbëreshë”.

Ogni sera, si illustrano soluzione per rendere solido il senso della minoranza che vede sempre più lontana la rotta  per una ripresa che dia linfa all’antica caratterizzazione minoritaria.

Tuttavia a giudicare dagli ascolti e di quanto succede in questo piccolo Catojo, nel brego di Serra di Leo, ogni sera dopo le 21, 30 supera lei confini entro i quali la trasmissione aveva deciso addentrarsi.

Un piccolo spazio, non più grande di un profferlo, dove per incanto si armonizzano “i cinque sensi” e raccolgono adesioni e interesse da tutto il mondo; un’ora intera, di sana e semplice arbëria.

Senza volerlo attraverso le telecamere di questa emittente, si  riaccendono i riflettori, per la prima volta nella storia, sulla “Gjitonia del nuovo millennio”; e tutti assieme ci ritroviamo a parlare di legami, di luoghi, di religione, di paesi, di progetti e di apparentamenti da consolidare.

Questo fenomeno si attua grazie alla consuetudine radicata in ogni arbëreshë, in quanto quel luogo verticale, ci accomuna, ci avvicina, ci legava, e risveglia quell’antico senso di mutua convivenza, così come faceva con i nostri avi; quando, riuniti davanti al camino in inverno, sotto il sole nascente a primavera, all’ombra delle acacie in estate o protetti dai vitigni e dagli ulivi in autunno, tutti assieme, tesseva i legami parentali per continuare a seguire quella rotta fatta di consuetudine, idioma, canto e religione.

Qui, nel Catojo di Serra di Leo, hanno cantato, discusso, ballato, giudicato, condannato e aiutato nella piena consapevolezza di continuare a sentirsi orgogliosamente arbëreshë, indirizzati dal grande cuore e con la passione che ci accomuna, abbiamo magicamente risvegliato in ognuno di noi il concerto dei cinque sensi.

Ebbene, in queste sere in radio antenna duemila non è stato fatto altro che utilizzare la magia ricetta arbëreshë, denominata “GJITONIA”.

Se questo miracolo è stato possibile nello stretto di un Catojo, perché non amplificarlo e renderlo possibile anche all’interno dei Comuni, delle Associazioni o di ambiti multimediali meglio organizzati?

Sicuramente, grazie alla opportunità offerta dal nuovo modello comunicativo, possiamo trasformare la gjitonia multimediale in uno strumento per avvicinare e rendere più solida tutta l’arberia.

Appare evidente che aver ben chiaro, cosa sia la gjitonia, è un valore indispensabile per il futuro degli albanesi; un emblema ideale su cui ricostruire quei legami e quegli affetti che sino ad oggi non potevano in alcun modo essere concertati per renderli possibili.

Occorre dare avvio alla stagione dei CONVEGNI STORICI, che pongano le basi per una nuova politica di tutela e custodia, una solida piattaforma che parta dall’inno degli antichi del settecento e dell’ottocento d’arberia “la storia degli arbëreshë unica e indivisibile” al fine di restituire il giusto garbo a tutta la Regione minoritaria.

Occorrono progetti condivisi, che abbiano come unico fine la tutela del tangibile e dell’intangibile a tutti i costi, senza protagonismi, campanili o egocentrismi.

La Regione storica Arbëreshë è tutta bella, tutta interessante, e tutti hanno contribuito nel bene e nel male a renderla magica; ciò nonostante nessuno dei protagonisti, ha mai rinunciato all’idioma, alla consuetudine, alla metrica del canto e alla religione, greca bizantina, nel aver assunto un qualsivoglia ruolo nella storia.

Avviare la stagione dei congressi è indispensabile, ( inutile andare a cercare nel luogo dove avvenne la divisione, perché, ormai tutto è cambiato), le domande e le risposte vanno fatte e cercate all’interno della R.s.A., solo in questo modo, chi riferisce, potrà essere individuato da quanti millantano e tutti finalmente possiamo sollevare quel velo pietoso d’inesattezze, che hanno manomesso  le solide fondamenta d’arbëria.

Amministratori, cattedratici e tutti i cultori che si occupano delle vicende che vedono protagonista la R.s.A., devono fornire le certezze e curare adeguatamente le radici  del buon senso, storico/culturali, sofferenti da troppi decenni.

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IL LESSICO CROMATICO DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

IL LESSICO CROMATICO DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 03 dicembre 2017 by admin

il lessico dei coloriNAPOLI ( di Atanasio Pizzi)  –

Premessa

Nell’antichità, la scoperta di sostanze tintorie era strettamente legata alla ricerca di piante officinali e materie dotate di poteri curativi o presunti tali.

I pigmenti, per questo, assumevano agli occhi del popolo anche la funzione di potere magico, diventando il fulcro di grandi superstizioni, in alcuni casi, persino medicali.

Non stupisce che per i Greci i pigmenti fossero ritenuti farmaci (pharmaka) e le sostanze di base, sapientemente miscelate, consentivano di ottenere un numero rilevante di tonalità e colori che spaziavano dal giallo, passando per il rosso, sfociando al viola.

È largamente noto, che per ottenere questa gamma di colori, si utilizzassero quattro prodotti fondamentali:

Il primo – la murexo Purpura haemastoma, cioè una chiocciola marina di particolare specie da cui si poteva ottenere la porpora (i Fenici la diffusero in tutto il Mediterraneo);

Il secondo – il chermes, un minuscolo insetto parassita del leccio, importato dalla Libia;

Il terzo – la garanza, la radice di una pianticella chiamata robbia;

Il quarto – lo zafferano;

Le sfumature del blu o del verde più intenso erano complicate da ottenere, motivo per il quale si ricorreva alle sostanze fornite da altri popoli, ricavate dall’indaco, dai lapislazzuli e dal guado.

I primi colori verso cui l’uomo fu attratto furono gli scenari che lo circondavano:

Il bianco, associato alla luce alla purezza;

Il nero, associato alla negazione assoluta, al notte, il buio;

il rosso, associato al sangue delle ferite;

il giallo, associato al sole;

il verde, associato alla vegetazione;

il blu, associato alla notte e al mare.

il marrone, associato alla terra

Tuttavia, non esiste una civiltà umana che non sia stata attratta o abbia fatto uso del colore, quale protagonista o complemento, essenziale, della creazione artistica e distintiva della società.

Il colore si può affermare, senza commettere errore, fosse associato all’idea stessa di bellezza, forza, se non addirittura magia.

Il Corano, in tal senso riporta questo passo: “I colori che la terra stende ai nostri occhi sono segni manifesti per coloro che pensano”.

Goethe, associava ai colori delle vere e proprie affinità quali ad esempio; verde, essenza dell’equilibrio; blu, la contraddizione, composta di eccitazione e di pace’; giallo, l’identificazione della luce; viola, la funzione d’integrazione degli opposti e delle ambivalenze; marrone, l’espressività della terra oltre che al carattere ancestrale femminile e materno; grigio, la mescolanza fra bianco e nero, che poi erano la negazione di entrambi.

Kandinsky, definiva il rosso come colore, inquieto, simbolo di energia vitale; il verde, come immobile, soddisfatto di sé; il grigio, immobilità desolata; il nero come un rogo combusto, qualcosa inerte e insensibile a tutto ciò che gli accade intorno; il bianco è l’uguaglianza o l’equilibrio, in quanto non contiene alcuna dominanza di colorazione; simbolo della purezza, quindi dell’innocenza e della castità, silenzio non morto, ricco di possibilità.

Jung, studiò i tipi psicologici, dagli atteggiamenti, d’introversione o di estroversione, soffermandosi a quattro funzioni dominanti: l’azzurro, colore del cielo, è associato al pensiero, il rosso, il colore del sangue e della passione; il giallo, colore della luce, dell’oro, all’intuizione; il verde il colore della natura e della crescita alla sensazione.

Rousseau, considerava i colori come una forma di linguaggio dell’anima universale, come una chiave in grado di aprire la porta di misteri antichi, il mezzo che può condurre alla comprensione dell’universo.

I colori

La PORPORA, nella tonalità ha assunto un “ruolo”, caratterizzandosi come simbolo di potere e rango sociale. Il senso metaforico attribuito a tale pigmento, scoperto dalla popolazione fenicia, richiedeva, infatti, un procedimento lungo e complesso di estrazione derivata da un mollusco la cui secrezione ghiandolare, di colore violaceo, permetteva la tintura delle fibre tessili, donandogli una colorazione intensa e duratura.

Il rosso, I Kuqh è il primo colore dell’arcobaleno e si ritiene sia il primo a cui tutti i popoli hanno dato un nome, in latino “rubens” (rosso)  è il colore del cuore e dell’amore, il colore del fuoco, del sangue, degli slanci vitali e dell’azioni
Il blu (i Jerisderi9 è il colore della contemplazione e della spiritualità, il colore del mare e del cielo, induce alla quiete, alla placida e profonda soddisfazione, adattamento e armonia.

Il blu riflette anche il significato di pulizia perché è il colore dell’acqua, quindi è immediato il suo riferimento al cielo e al mare, nella percezione visiva offre sicurezza e solidità.

Il verde (i gjelbër) è il colore della vegetazione, della rinascita primaverile, della vita, della natura specie se associato al blu e al marrone.

Il colore rappresenta, forza, equilibrio, stabilità, solidità, perseveranza, costanza di comportamento

Il verde è associato a Venere, dea dell’amore e della fertilità, è anche associato ad una simbologia negativa; è anche associato alla putrefazione, del veleno e dell’invidia.

L’AZZURRO (i kaltër) è il colore del cielo terso, rappresenta la giornata buona e quindi poter lavorare i campi senza patimento.

Il giallo (i Verdhë) è il colore del sole, dell’oro e del grano, dell’allegria, della felicità e della fantasia.

Il viola, nasce dalla mescolanza del rosso e del blu, rappresenta la metamorfosi, della transizione, la mistica, indica l’unione degli opposti, la suggestionabilità, l’occulto, il magico e l’arcano.

Il marrone (i Verdhë si both)è la mescolanza tra il rosso e il verde, è il colore della terra, del tronco degli alberi, della sicurezza, dell’amore per le proprie origini, della prudenza, della pazienza e tenacia.

Il grigio è il colore della perfetta neutralità, mescolanza tra nero e bianco, terra di nessuno priva di vita; rappresenta la nebbia, l’ombra il crepuscolo, è sinonimo di eleganza e distinzione.

Il nero (i zezë) rappresenta la negazione assoluta, il “no” radicale, è la tinta dell’opposizione dietro la quale può esprimersi una rivendicazione di potere.

Il BIANCO (i bardhë) è il colore della purezza e dell’innocenza per le donne e la castità per gli uomini, simbolo delle discipline umanistiche.

Il Lessico Cromatico

Gli Arbëreshë, storicamente noti per non avere forme o pratiche scrittografiche, associarono il messaggio dei colori, alla consuetudine e al rito; il lessico dei colori che ancora vivo nelle parlate locali è riconducibile al bianco (i barëdh), il nero (i zij), il rosso, (i kuq), il giallo (i verdë), il verde (i kielbur), l’azzurro (i kaltër); questi i più noti in tutta la R.s.A., saldamente consolidati, a cui va associato il ventagli di tonalità del marrone (Associato alla terra), del blu (i Associato al mare) e una miriade di colori (Associati a dinamiche del tempo e della naturala); tuttavia ogni colore nel consuetudinario lessicale arbër viene sub associate a (pàk i sbardur)* poco chiaro o (shumë i nxìjtur) molto scuro.

Ragion per cui il lessico cromatico in arbëreshë, si può riassumere nelle seguenti basi cromatiche: bianco, nero, rosso, giallo, verde e azzurro, i cui termini lessicali diffusi in tutta la R.s.A. sono i seguenti:

i barëdh        = bianco (indica la neve, l’acqua, la purezza)

i zezë            = nero (indica più che altro sfumature di grigio e la negatività assoluta)

i kuq         = rosso (indica il colore del sangue, del rame, del vino o del nettare)

i klemez    = rosso acceso (il colore del porporato)

i vetdhë      = giallo (indica il colore dei germogli, del miele, della sabbia).

i kaltër        = l’azzurro (indica il colore del cielo terso, l’ottimismo)

i gjelbër      = il verde (il colore del corpo malato, la malattia)

i jerisderi    = il blu (il colore del mare, delle solidità sociali)

il lessico comunque mette in evidenza, nei fatti, la propria penuria di termini rispetto ad altre lingue.

L’affinamento dei colori, per gli arbëreshë è comunque legato al corpo umano e alle attività lavorative dei prodotti naturali, così come lo è per la lingua nella forma più arcaica, motivo per il quale il bianco, il nero, sono identificati con una parola propria, assieme al rosso; tutti gli altri colori, rappresentano la raffigurazione di un evento tipico della consuetudine.

Un valore aggiunto, il lessico dei colori, l’ha ottenuto alla fine del settecento quando è stato ripristinato, la memoria del costume, mescolandola con la manualità sartoriali dalle capitale del regno.

Nascono cosi le note “Stoli”, abiti nuziali, che hanno assunto il ruolo di messaggeri identificativo della macroare e grazie all’accostamento dei colori, diffondono il messaggi antico della consuetudine arbëreshë.

La cura con cui furono affiancati i colori rappresenta, “il codice” e “il costume arbëreshë”, il valore dei minoritari nell’unica forma artistica, ovvero, l’attività sartoriale; la prima vera creazione artistica materiale, che senza soluzione di continuità, invia messaggi ogni qual volta viene esposto, quale bandiera della regione storica.

Gli arbëreshë, non avevano necessità di identificare il colore in maniera specifica, escluso i fondamentali che sono legati alla luce, alla notte, al sangue, alle malattie e al cielo; ciò denota anche, che non avessero una particolare predilezione per le arti se non per le attività legate alla salute, al sostentamento e al credo religioso.                                                                                    

I lessico cromatico rappresentano messaggio di una condizione sociale, e tutti assieme a secondo degli accostamenti identificano una precisa macroarea di appartenenza.

È per questo, alla fine del settecento, il costume assume il ruolo d’identità territoriale e sociale circoscritta, conferendo alla donna il ruolo che essa aveva all’interno del gruppo familiare.

Il costume arbëreshë, diventa la prima rappresentazione artistica, di un popolo che non ha avuto mai bisogno di forme identificative al di fuori del consuetudinario familiare se non attraverso l’esclusiva forma orale.

L’abito, entra a far parte, della consuetudine e rappresenta l’arte figurativa arbëreshë, attraverso la quale gli indigeni Italiani, iniziarono a leggere i messaggi, grazie alla raffinatissima arte sartoriale.

Se per l’uomo il bianco prevale, rispetto alle rifiniture e le fasce con filamenti in rosso e nero, ma comunque resta un prodotto di sintesi con poche connotazioni; per la donna il vestire diventa un segno identificativo all’interno dell’ambito locale, per esse, il vestito e un messaggio inviato attraverso forme opportunamente pigmentate e lavorate a coste con rifiniture di merletti e tessiture in oro.

Le pigmentazioni, ottenute con processi naturali, più ricorrenti, sono il verde, il rosso, il bianco, il viola, l’azzurro e il blu, diversamente le tessiture e filamenti in oro, rifiniscono e caratterizzano i bordi del vestito, la parte superiore dell’abito è valorizzata dalla giacca, anch’essa rifinita con bordi in oro e simboli caratteristici sulla schiena e lungo le maniche.

Le spalle, la schiena e il collo sono valorizzati, dal merletto di cotone, che funge anche da ombrello protettivo per il vestito.

Conclusioni

Identificare il significato dei pigmenti nella storia è fondamentale in particolare quelli che caratterizzano e rendono armonioso il costume Arbëreshë.

Il simbolismo del colore, varia secondo le epoche e la storia; se durante il periodo rinascimentale e medievale, i pigmenti ha molto in comune con il simbolismo, oggi, differisce a secondo delle varie culture e specifiche aree.

Spesso erano i colori più costosi, come il rosso e il viola a definire le classi sociali e dirigenziali, civili e religiose; comunque si possono trarre conclusioni specifiche se la ricerca è mirata ad aree circoscritte, a questo punto diventa prioritario focalizzare l’attenzione sia su una particolare regione e sia, su uno specifico intervallo storico.

 

(*) Provocatoriamente dedicato a chi ha dato alle stampe “Dizionari dall’ Arbëreshë all’Italiano”

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QUANDO IL MESTIERE LO FANNO COLORO CHE HANNO L’ARTE NELL’ANIMA

QUANDO IL MESTIERE LO FANNO COLORO CHE HANNO L’ARTE NELL’ANIMA

Posted on 21 novembre 2017 by admin

ArganNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Giulio Carlo Argan, già settantenne il 9 agosto 1976, fu eletto sindaco di Roma alla prima votazione, la preparazione storica e il rispetto che aveva verso il suo mandato lo indirizzò verso il traguardo della valorizzazione culturale della città; non aveva un’idea elitaria della cultura, giacché, riteneva, come ebbe una volta a dichiarare, che “nel mio pensiero la città è cultura, niente altro che cultura”:

 Giulio Carlo Argan per cultura, intendeva la salvaguardia dei monumenti, l’ampliamento dei musei, la salvaguardia del centro storico, ma prima di ogni altra cosa la liberta di vivere e usufruire ogni ambito della città capitolina, nel pieno rispetto degli elementi sociali e culturali che l’avevano da secoli caratterizzata.

La “cultura” per Argan rappresentò l’avvio a soluzione per i problema della città, su base “progettuale” che tenesse conto di ogni esigenza interlacciata con quelle sociali dell’epoca nel pieno rimpetto della storia .

Il vecchio Saggio, di fronte ad una città che, in quegli anni segnati dalla violenza e dall’emergere del terrorismo, tendeva, impaurita, a rinchiudersi sempre di più in se stessa, ebbe il coraggio di inventare attività che diede fiducia ai cittadini per riappropriarsi di quanto avevano smesso di usufruire.

Fu così che si predispose la stagione culturale che ha segnato profondamente la città, e che, ancora oggi ne scandisce la vita, non solo di Roma, ma di tutti i centri urbani italiani.

I piccoli accenni riportati, della grande mole che investe, il sindaco Argan, vogliono essere uno stimolo  per dagli amministratori dei centri urbani della Regione storica Arbëreshe, in quanto, ritengo che oggi i gli ambiti minoritari abbiano smarrito la retta via, come lo è stato per la città capitolina negli anni settanta.

La forza di Giulio Carlo Argan, sicuramente era racchiusa nella sua preparazione storica e la grande forza nel dare risposte certe senza apparire irrispettoso degli ambiti trai più antichi del vecchio continente:

Uomo di grande intelletto e spirito d’intuizione, come quando diede fiducia al giovane Assessore Renato Nicolini perché inventasse qualcosa che potesse ridare fiducia alla città e voglia di uscire di casa in piena sicurezza, avviando una stagione culturale e sociale irripetibile.

Sicuramente il professore era un grande uomo e stagioni che forniscono uomini simili non fioriranno più, tuttavia il suo esempio può servire da guida ai tanti amministratori, che invece di adoperarsi e fornire progetti fotocopia, potrebbero adoperare lo stesso tempo, recandosi al cospetto di chi conosce ed è già formato della indispensabile disciplina e chiedere umilmente udienza.

“Il gesto di pura umiltà culturale”, fornirebbe la linfa indispensabile che da troppo tempo manca alla R.s.A. e per questo relegata ai margini della politica e dei circuiti turistici che contano; sperare,  dopo quasi due decenni, che le risorse della 482/99 possano cambiare la rotta dell’inesorabile destino è pura utopia, in quanto servono progetti.

Il mio auspicio vuole che quanto prima si costituisca un tavolo di trattative in cui escano progetti e la stagione della rinascita culturale degli arbëreshë trovi il seme giusto per rifiorire; secondo la logica che ogni paesi, borgo e frazione abbiano la giusta collocazione storica e  si ponga fine, alla mescolanza di due culture differenti, nate per scelte remote che non possono e non devono essere violentate.

Non si possono ignorare, “sei secoli di storia”, per una bevuta di birra o per una passeggiata sulle povere e nude strade del paese di fronte, strimpellare un inno che ormai non ci appartiene, oltretutto a ritmo di tarantelle Calabresi o addirittura vendere l’Arbëreshë per Skipë per costruire una pericolosa deriva.

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UNO STUDIO MULTIDISCIPLINARE ESEGUITO A RIDOSSO DEGLI ANNI CINQUANTA

UNO STUDIO MULTIDISCIPLINARE ESEGUITO A RIDOSSO DEGLI ANNI CINQUANTA

Posted on 18 novembre 2017 by admin

SAMSUNG CAMERA PICTURES NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il testo che vi apprestate a leggere, per renderlo tipicamente Arbëreshë basta sostituire “Gjitonia” alla parola “Vicinato”, a questo punto avrete titolo per essere antropologi o addirittura storici; che si parli, poi,  di altre persone, altri ambiti e altre culture o il prodotto di analisi sia il frutto di indagini eseguite per emergenze abitative che si riteneva terminare nel primo dopo guerra è poca cosa; tanto il traguardo che si vuole perseguire nel caso degli studiosi del nuovo millennio è di fornire  elementi utili  per entrare trionfalmente  e con titolo nei benefici della legge 482 del 1999.

Questa è la prova, che gli studi delle pertinenze della Regione storica Arbëreshë , sino ad oggi sono state cavalcate da guerrieri senza lode ne cavallo,  rubando la scena ai legittimi protagonisti  d’ambito, che conservano imperterriti  le caratteristiche di minoranza.

La trattazione qui riportata è il codice errato da cui letterati e ogni sorta di cultore ha copiato ripetutamente e senza riguardo ciò che non è il tangibile e l’intangibile Arbër.

Il Vicinato

“‘Vicinato’ è chiamato ai (…..) quel gruppo di famiglie le cui case sono disposte in modo da affacciare su una delimitata area comune.

I vicinati più facilmente riconoscibili sono quelli costituiti da abitazioni affacciantisi sui cortili a pozzo o sui recinti.

Dei vicinati si sono però costituiti anche lungo le strade diritte, del resto assai rare ai (…..)”. Questa la descrizione in termini fisici e spaziali fatta da (…..); ad essa segue e si lega la descrizione in termini sociali: “funzioni principali del vicinato erano quelle di associazione, di mutuo aiuto (…) o di controllo sociale.

La vita familiare era in stretta relazione con la vita del vicinato, l’integrazione vicinato-famiglia aveva notevole importanza, soprattutto per la donna… ”.

Il vicinato assume un “valore quasi istituzionale” e la sua insorgenza, dovuta alla densità abitativa, riveste una “funzione psico-sociale, di solidarietà morale e materiale, di controllo, di influenza per la formazione di atteggiamenti e la modificazione di opinioni”.

In tal modo il vicinato, “mezzo di trasmissione della cultura e quindi di educazione sociale” ha “un indiscutibile vantaggio di precedenza sulla scuola”.

E’ importante rilevare come il vicinato ha una sua “fisionomia precisa” dal punto di vista topografico, dato dal “gruppo di case disposte intorno ad una piazzetta o cortile nel quale si svolge quasi in comune gran parte della vita dei bimbi, delle donne e, in misura minore, degli uomini”.

Tutto ciò “ha messo in luce una grande carica di tensioni negative tra le famiglie dei vicinati studiati, e pochissima coesione nel gruppo”; pertanto, benché esistano ancora prodotti positivi frutto di questo vivere in comune, “è raro il caso” di una famiglia che, “pensando all’eventualità di cambiare abitazione, mostri il desiderio di avere ancora i vicini che ha attualmente”.

Oggi quasi tutti i ragazzi vanno a scuola, molte famiglie hanno la radio, giornali ed opuscoli circolano ovunque, ed al cinema si va con una certa frequenza: sarebbe assurdo pensare che il vicinato potesse (sic) serbare intatta la sua funzione. Nuove forme di vita si vanno inserendo rapidamente sul vecchio sistema di valori, il che è inevitabile e certamente benefico per molti aspetti, ma ha creato un forte squilibrio tra vecchia e nuova generazione”. Nonostante queste valutazioni, chiare e poco opinabili, “forse uno dei mezzi per ricostituire più solidamente ed in un’atmosfera rinnovata e democratica la vecchia trama sociale del mondo contadino è quello di non lasciar naufragare il vicinato, di valorizzarlo e potenziarlo invece come gruppo sociale per meglio agire attraverso esso”.

Questo scrivevano alla fine degli anno quaranta del secolo scorso, sociologi e antropologi incaricati di analizzare i problemi abitativi del dopoguerra e portare la classe operaia verso orizzonti che ad oggi non sono stati ancora raggiunti.

Il progetto per modalità di esecuzione e finalizzazione assomiglia alla vicenda che oggi vive una piccola parte dell’arbëria moderna.

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MESI DELL’ANNO PER LA REGIONE STORICA ARBËRESHË

MESI DELL’ANNO PER LA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 13 novembre 2017 by admin

Calendario Arbereshe1NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’enunciazione, all’interno della Regione storica Arbëreshë, dei mesi del calendario non è concepibile che si possa fermare a maggio  menomata di ben sei mesi.

A tal proposito è bene precisare che il calendario arbëreshë segue, le fasi lunari a cui sono legate le attività terrene; un,attività inscindibile tra consuetudine, credo religioso,  luoghi e attività agresti.

Gli arbëreshë usano appellare i mesi dell’anno come qui di seguito elencati; tuttavia alcuni  variano seconda la consuetudine di macroaree e i mesi, rappresentano sin anche le regole di vita Kanuniane, direttamente legate  “alla consuetudine e la religione”, rigorosamente riferite e pronunciate in Arbër.

  • GennaioJamari – Mese dedicato a Ianus (Giano), Dio bifronte, che segnava simbolicamente il passaggio dal vecchio al nuovo anno; in oltre Ianua in latino significa “porta.
  • Febbraio – Fjovarideriva da  februa  “purificazione”, il mese in cui si praticano le attività per la purificazionedei campi prima della semina.
  • Marzo – Marsi o Shën SepaMese dedicato a Marte, dio della guerra o il mese dell’Equinozio di Primavera cade generalmente il 20 Marzo a tal proposito è bene citare un antico detto: “S. Giuseppe riporta il candeliere in cielo che San Michele aveva portato in terra”.
  • Aprile – Prilj dall’etruscoApru, Afrodite dea greca e prima ancora, fenicia: essa rappresenta la dea della forza vitale, sotterranea, che induce le gemme a fiorire.
  • Maggio – Maji il mese di Maia, dea della fertilità, era in questo mese che nell’antichità si praticavano i rituali mirati alla fertilità dei campi e si apponevano amuleti per allontanare il malefico.
  • Giugno – Querishtua o Curishtuail mese dedicato alla dea Iuno, cioè Giunone; tuttavia è anche il mese delle ciliegie (quèrshi) e dalla mietitura (Cuermi), tagliare accorciare, raccogliere il grano.
  • Luglio – Lionarj – Dedicato a Gaius Iulius Caesar, Giulio Cesare,
  • Agosto – GushtiDedicato a Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus, l’imperatore Ottaviano Augusto.
  • Settembre – VjesgtSettimo mese dell’antico calendario di Romolo che vedeva settembre come settimo mese da marzo, e per alcune culture la numerazione si dilunga sino al dodicesimo mese dell’anno; tuttavia in questo mese cade l’Equinozio di Autunno (22 o 23 Settembre) nel quale il Sole sorge esattamente ad Est .
  • Ottobre – Shën Mitri o Vreshëtottavo mese dell’antico calendario di Romolo, gli arbëreshë attribuiscono a questo mese anche significati consuetudinari/religiosi legati alla raccolta delle uve, da qui Shën Mitri o Vreshët.
  • Novembre – Shën Mërtini o Vereth nono mese dell’antico calendario di Romolo gli arbëreshë attribuiscono a questo mese anche significati religiosi e legati alla maturazione del vino da qui Shën Mërtini o Vereth.
  • Dicembre – Shen Ndreu – decimo mese dell’antico calendario di Romolo esso rappresenta anche la fine del Solstizio d’Inverno che cade il 21 o il 22 Dicembre. In questi tre mesi ultimi mesi il Sole nel cielo è stato sempre più basso ed il suo percorso sarà sempre più breve.

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