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ATTIVITÀ CONGRESSUALI EVENTO SCONOSCIUTO DELL’ARBERIA

Protetto: ATTIVITÀ CONGRESSUALI EVENTO SCONOSCIUTO DELL’ARBERIA

Posted on 16 agosto 2017 by admin

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MUSEI DEL COSTUME O RACCOLTA DIFFERENZIATA?

MUSEI DEL COSTUME O RACCOLTA DIFFERENZIATA?

Posted on 08 agosto 2017 by admin

Musei o discariche

NAPOLI ( di Atanasio Pizzi) – Si definisce museo l’Ambiente o complesso di ambienti adibiti alla raccolta e all’esposizione al pubblico di opere d’arte o di oggetti rari e di importanza storica, culturale, scientifica, al servizio della società, in quanto, emblema del suo sviluppo e delle testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente.

L’istituzione Museo le acquisisce, le cataloga, le conserva, le consegna alle generazioni future, giacché, elementi di studio irripetibili dell’identità culturale d’area.

Con la nota su citata si vuole rilevare quanto sia stata avventata, “l’idea”, di raccogliere e concentrare tanta storia in quelle strutture inadatte; operazione inopportuna cui bisogna porre al più presto rimedio, e parlo di quegli immobili che accolgono le arti minoritarie e impropriamente sono appellati museo (?).

La struttura museo in conformità con le esigenze conservative dei manufatti che deve accogliere, rappresenta un opportunità unica in quanto gli elementi da tutelare appartengono alle generazioni future.

Non è la quantità delle cose contenute che fa un ottimo museo, in quanto, è la capacita di conservare, proteggere dal tempo le opere, questo rende una buona struttura degna di questo appellativo, ogni altra cosa è solo Raccolta Differenziata destinata al macero.

Confondere il concetto di museo con la mera raccolta di oggetti e prodotti sartoriali della stessa essenza, è molto grave, specialmente quanto il luogo di accumulo non ha alcuna caratteristica per proteggere elementi così irripetibili.

Un museo è il luogo dove si tutela, si rispetta e si garantisce longevità all’elemento, che persone in buona fede affidano, all’istituto o istituzione innalzata, per essere tutelate ed esposte.

Raggirare la buona fede, con la velleità che più si accumula e più si sale la classifica museale è una menzogna, in quanto, senza cognizione di causa, si diventa distruttori certificati dell’unica forma d’arte presente negli ambiti della minoritaria.

È in atto lo sterminio più esteso all’interno della minoranza, quando si avrà consapevolezza di ciò, sarà troppo tardi, tra due o tre anni quando inizieranno a degenerare stoffe, pigmentazioni e gli intrecci dei tessuti si sfalderanno, dovrete dare conto alla storia per il danno prodotto oltre a rispondere del gran numero di elementi finiti, che avrete scientemente fatto scomparire.

 

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UN CONTRIBUTO PER L’ARBËRIA.

UN CONTRIBUTO PER L’ARBËRIA.

Posted on 06 agosto 2017 by admin

quadri Chimisso2BOLOGNA ( di Giuseppe Chimisso) – Almeno cento piccole ‘opere’ apparentemente simili, ma certamente diverse l’una dall’altra perché prodotte singolarmente e non in serie (gli ‘addetti ai lavori’ le definirebbero prodotte con tecnica mista), vengono donate e messe a disposizione per coloro che si attivano per iniziative fattive a favore dell’Arbëria; per principiare, verso coloro che favoriscono i lavori del Comitato di Scopo per l’elaborazione  di una nuova proposta di Legge Regionale per la minoranze linguistiche della Calabria.

Ogni raffigurazione fa leva sia sulla dimensione concettuale e simbolica, tanto su quella emotiva che viene suscitata da quest’ultima. Il costante dualismo è al tempo stesso arcaico e moderno, è anonimo ed al tempo stesso carico di aspetti che definiscono e rendono unico ogni piccololavoro.

Concetti ermetici, simboli, emozioni e passione che si ritrovano nel dibattito all’interno dell’Arbëria e per l’Arbëria, sono raffigurate e fanno ’bella’ mostra di sé nei colori classici della Cultura albanofona: il rosso ed il nero; assieme a questi, ma non in tutte le rappresentazioni, compare l’oro per definire l’aquila bicefala e la parola Arbëria.  La parola, l’acronimo R.s.A. (Regione storica Arbëreshë) ed il simbolo bicefalo compaiono su un campo di coloriprestampati che si uniscono ortogonalmente e che di base vanno dal celeste al blu scuro, dalle sfumatura del rosa al rosso cupo passando per l’arancio, con un nota ondivaga spesso verde.

Un’avvertenza: le persone che riceveranno la singola piccola ‘opera’, incorniciata e sotto vetro, sono chiamate ad impegnarsi fattivamente ed unitariamente per l’Arbëria che rischia di perdere le proprie caratteristiche essenziali, in poche parole di sparire, come spariranno, nel tempo, i colori simbolo della stessa, applicati sulle stampe; colori che potranno divenire evanescenti come l’Arbëria e sparire assieme a questa se i suoi tanti cultori, continueranno a ‘parlare’ per creare fossati e non per colmare quelli esistenti. Le diversità esistenti, caratteristica precisa che arricchisce la cultura arbëreshë, ma che non deve divenire elemento di paralisi per la stessa, diversità, dicevo, di visioni, di riti, di organizzazioni e quant’altro presente nel suo seno, devono puntare ad obiettivi comuni per la sopravvivenza della nostra cultura, attraverso un lavoro comune di base per la costituzione di un Progetto Politico di ampio respiro che dia una speranza nel futuro per tutte le popolazioni dell’Arbëria.

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QUISISANA O DE LOCO SANO, LUOGO SANO, KA-SANA

QUISISANA O DE LOCO SANO, LUOGO SANO, KA-SANA

Posted on 04 luglio 2017 by admin

kasanaNapoli (di Atanasio Pizzi) – Nella toponomastica storica di Santa Sofia “Uhda Kasanesh” rappresenta un’altra delle incongruenze storiche cui non è stata data una coerente lettura; per questo essa ha assunto frettolosamente il ruolo di strada che conduce a Cassano dello Jonio, appellandola.

Essendo i Sofioti un popolo attento, preciso e determinato, oltre tutto la storia ci conferma che sono stati, gli unici a insediarsi all’interno del territorio più prossimo a Bisignano, ad essi sono riconosciuti, il senso della misura e i precisi obiettivi da perseguire, senza smarrire in alcun modo il senso dell’orientamento, tuttavia qualcuno ritiene che una strada che conduce ad Est, con il nome di un centro nevralgico come Cassano allo Jonio che si trova in direzione Nord abbia ragione di essere.

E chiaro che l’enigma va ricercato nella zona o la conca che la strada taglia perpendicolarmente e rappresenta il luogo più sano climaticamente di Santa Sofia, giacché area coltivabile a dimora ortofrutticola autoctona del piccolo centro.

Alla quale va affiancato un altro toponomi Sofiota di cui avremo modo di trattare in seguito

La conca aveva ed ha, nonostante le modificazioni avvenute dagli anni sessanta sino a oggi per opera dell’uomo; una conca a forma di ventaglio il cui vertice e la parte più alta, punta verso la località detta kiubica, mentre la base si adagia tra la località Chiesa Vecchia e il cozzo detto Mezzo-Naso. La conca essendo attraversata dai torrenti di Kroi Malit, Galatrella e Pedata Shën Mërish, lo rendono salubre sotto il punto di vista ambientale.

Le Correnti ascensionali rendono il luogo temperato per la sua forma particolare, che mantiene a regime costantemente un vortice di ventilazione ascensionale in direzione Nord, sud; in oltre la superficie a tre dorsali riesce a distribuire acque genuine e ricche di Sali minerali, che caratterizzano univocamente i suoi prodotti posti a dimora.

Quisisana o De loco Sano, Luogo Sano, sono generalmente appellate sin dall’antichità queste rarissime aree di salubrità, microclimi ideali dove le caratteristiche della natura trovano dimora per offrire l’armonia de eccellenza; da qui il toponimo: Ka-Sana; il resto della storia, la tratteremo più in la, quando Le Amministrazioni! faranno l’appropriato “mea culpa pubblico” per gli errori fatti a scapito del preziosissimo borgo dagli anni sessanta, senza soluzione di continuità, del secolo scorso a oggi.

Comunque rimango speranzoso nel ritenere che, alla fine, acquisiscano consapevolezza e chiedere scusa a chi si è stato chiamato a corte da Napoli senza avere poi ricevuto udienza.

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LA STORIA  NON È LA FAVOLA DI CORONE O LE VALJE

LA STORIA NON È LA FAVOLA DI CORONE O LE VALJE

Posted on 18 maggio 2017 by admin

LA STORIA ARBËRESHË NON È LA FAVOLA DI CORONENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’appuntamento elettorale degli anni ottanta e senza soluzione di continuità finanche l’ultimo di tre anni orsono, si distinguono perche nulla è mutata a proposito della caratterizzazione storico/minoritaria indispensabile per il rilancio della R.s.A..

Poco più di mezzora negli anni ottanta, il tempo di una tarantella; come tre anni orsono, il tempo di due telefonate; per avere consapevolezza che la piramide the Kushevet, era rimasta identica e nulla sarebbe cambiato.

Egocentrismo diffuso e la latitanza di formazione storica caratterizza la campagna di rinnovamento da molti anni e cosi questa ultima occasione si è rivelata ben presto come l’ennesima delusione di tutti coloro che preparavano l’esposizione delle “coperte ricamate” (Palacàt) nelle balconate e sui davanzali delle finestre.

Come negli anni ottanta anche gli interlocutori di tre anni orsono, hanno quale denominatore comune, il non essere arbëreshë D.O.C e non avere alcuna conoscenza della storia.

Una sorta di maledizione che avvolge la realtà di questo piccolo centro e gli impedisce di assumere il ruolo per il quale è stato innalzato nel XV secolo; ovvero essere capitale e non rimanere relegata al ruolo di cenerentola davanti al camino che per rifocillarsi consuma di giorno in giorno pezzi irripetibili della sua identità.

Uno stato di fatto che ho rilevato osservando il miracolo generazionale che ha fatto nascere un esercito di Antiquari.

A tal proposito volevo rilevare che non abbiamo bisogno di eccellenze alloctone che vengano a raccontare il nostro passato e la nostra storia, abbiamo risorse uomini e mezzi capaci di seminare tanta storia capace di dare lustro a tutta l’intera R.s.A.

Purtroppo gli stessi ambiti che avrebbero dovuto tutelare, valorizzare, innalzare collocando nella giusta casella una delle realtà territoriali minoritarie tra le più ricche di tutta la Regione storica Arbëreshë è diventata il territorio ideale per far divulgare inesattezze e ilarità.

L’intervallo storico che riferisco e identifico come “migrazione delle professioni per ambire al titolo di antiquari di minoranza” è stato il più penoso dal 1740 a oggi.

Nozioni e personaggi volatili che si scambiano i ruoli balzando dallo storico, al linguistico, al consuetudinario, all’antropologico senza regola o decenza.

Favole scambiate per storia, uomini utilizzati secondo le proprie necessità locali; un esercito di garibaldini che secondo una statistica supera il milione di giubbe rosse; cuochi che fanno gli storici, muratori che diventano architetti, giullari che diventano re, antiquari che si credono letterati, raccoglitori di spazzatura storica che si credono guide ed esperti di una realtà che ignorano, in quanto non hanno ne titoli e ne capacità o spessore culturale.

Un quadro che non ha ne colori né logica di pensiero, un mondo oscuro dove prevale l’egocentrismo e la velleità che tutti gli interlocutori, posseggono gli stesi itinerari di studio di chi ha permesso tutto questo; un progetto fatto in malafede con il fine di coprire le inesattezze diffuse; nozioni errate senza alcuna cognizione che possa essere comparata ad alcun che.

Per questo capita che in quella che dovrebbe essere la capitale della regione storica si confondano: la primavera con i balli, i Santi con le figurine, i banchetti con le processioni, i canti con le tarantelle, il costume con il vestito di carnevale, la chiesa con il teatro e ogni sorta di appuntamento storico di consueto è attribuita a una fantomatica vittoria di Alessandro il Grande; peccato che il più delle volte la data brandita e diffusa, persino attraverso i media, corrisponde a periodi in cui il grande condottiero risultava già deceduto.

Non c’è da stupirsi se poi nell’appuntamento più antico della storia minoritaria, sul palco si rilevi il dato che in pochi parli l’antico idioma e si da inizio a danze e balli di estrazione tipicamente calabrese.

La consuetudine di cui vorrei raccontare e parlare, ha il suo fulcro nel concetto stretto della famiglia tipica minoritaria, la stessa che ha come luogo materiale la casa, il giardino e il cortile; espansione dell’immateriale denominata Gjitonia; ambito senza confini tridimensionali, rappresentativo dei cinque sensi.

Se nella regione storica non si da priorità a questi due punti per iniziare a interpretare idioma, consuetudine, religione architettura, antropologia, e ogni disciplina del tangibile e dell’intangibile; viene da chiedersi ma che balliamo a fare le valje, che oltretutto esistevano, molto tempo prima che nascesse Giorgio Castriota Scanderbeg?

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CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

Posted on 05 aprile 2017 by admin

CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Esistono luoghi costruiti e vissuti dagli arbëreshë, che caratterizzano indelebilmente il territorio, per questo assumono  un ruolo fondamentale l’urbanistica, l’architettura e la ritualità, all’interno e all’esterno dei presidi religiosi.

Essi rappresentano la rotta cui affidarsi per consolidare altre discipline più deboli e per questo inconsapevolmente manomesse nel corso degli anni.

L’urbanistica, l’architettura e i riti vanno intesi quali involucri delle essenze identitarie dell’isola arbëreshë; mantengono caparbiamente vive, nonostante l’idioma abbia assunto, non avendone la forza, il ruolo di panacea di tutela della consuetudine, non più attribuibile o identificabile negli ambiti arbëreshë.

È chiaro che un patrimonio così rilavante, non può o dove essere posto nelle disponibilità di antiquari, musicanti e antropologi egocentrici, perché si avviano stati di fatto alloctoni capaci di sovvertire ogni forma di buonsenso.

In oltre se l’emblema diventa proprietà privata, utile al proprio tornaconto, i segni e le raffigurazioni religiose sono calpestati oltre misura; a questo punto il sacro significato attribuito a quelle immagini non appartiene più alla comunità, rivestendo per questo la funzione di vessillo depauperato dell’antico valore.

Non dobbiamo attendere che le statue si “appesantiscano repentinamente e inchiodarsi a terra” per comprendere che si è raggiunto il punto di non ritorno.

Ripetere quella leggenda al giorno d’oggi è molto difficile, in quanto sono cambiati gli avventori che non vengono da fuori, ma sono parte della comunità, per questo sarà molto difficile trovare le persone in grado di “recuperare il maltolto e riportarlo all’interno del sacro perimetro”, evitando così che le effigi assumano il ruolo vessilli o addirittura scambiati per amuleti.

È bene ricordare che non molto tempo addietro in Calabria il Vescovo di Oppido-Palmi, monsignor Francesco Milito, ha sospeso “lo svolgimento di tutte le processioni della diocesi”, perché impropriamente alcune di esse servivano a porre l’accento, “con la prassi detta dell’inchino”, all’egemonia di pochi rispetto al resto della popolazione.

In questo caso il confronto è molto forte, tuttavia la sostanza non cambia, in quanto, mutare o stravolgere il percorso, depositare statua e vangelo per un tozzo di pane e un bicchiere di vino, spoglia di significato l’evento e si fa peccato!

L’effige religiosa non è di Abele, non è di Caino, non è di Alfonso, non è di Franco, né tantomeno di Angelo, perché i simboli religiosi appartengono al popolo in egual misura, senza distinzioni, personalismi, egocentrismi o prevaricazioni di sorta.

La chiesa ha il dovere di vigilare affinché la funzione all’interno del perimetro religioso si svolga secondo l’antico rito adoperando i simboli bizantini, che sono antichi, rigidi e solidi; la “sezione pagana” con il rito della processione, deve essere unanimemente distribuita a tutta la popolazione ,attraverso il rituale percorso di devozione e penitenza.

Un percorso che non nasce da personalismi o preferenze senza ordine, perché i percorsi religiosi sono la sintesi storica del progredire di tutta la popolazione in sinergia con i bisognosi.

A questo punto credo sia utile fare autocritica e riflettere , affinché si addivenga alla “religiosa ragione” sia nel perimetro sacro e sia con le processioni, queste ultime possono anche contenere episodi pagani o allegorici, purché non divengano la regola perché la linea è una sola, indivisibili e non frazionabile.

Lungo il percorso di penitenza non si devono “tentare” i fedeli con gli strumenti del diavolo, che provoca i fedeli e gli fa perdere la ragione, con scorte di vino e alimenti di vario genere; la processione è il simbolo del sacrificio e non deve trasformarsi in occasione per rifocillarsi, smarrendo così gli ideali perché occupati a svicolare da una tavola imbandita all’altra.

I percorsi religiosi, “La Processione” si seguiva un percorso antico solido e comprovato storicamente, (almeno sino a quanto la ragione ha avuto il sopravvento), così come segue: la croce apre il corteo, seguita da fanciulli e giovani; poi le autorità civili, religiose, militari e i cantori; tutti davanti all’effige da venerare, portata a turno da fedeli e devoti; i fedeli, le allegorie musicali e ogni tipo di saltimbanco, chiude rispettivamente la processione.

I percorsi urbani ed extra urbani sacri, sono il frutto di un pensiero condiviso molto antico e non vanno mutati in maniera irrazionale, né si possono tentare i fedeli al fine di smarrire la retta via; provocare i fedeli con tavole imbandite con il fine di annebbiare il significato del percorso con rievocazioni senza un futuro.

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NON DUE GAMBE, MA “AGENZIE DELLA CONTINUITÀ”  Riflessine sull’articolo di Giuseppe Chimisso in “Il Dia rio ” di Castrovillri, anno  XV, n. 3, pag. 7

Protetto: NON DUE GAMBE, MA “AGENZIE DELLA CONTINUITÀ” Riflessine sull’articolo di Giuseppe Chimisso in “Il Dia rio ” di Castrovillri, anno XV, n. 3, pag. 7

Posted on 17 marzo 2017 by admin

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TROPPI CREDONO CHE SIA LA STORIA?

TROPPI CREDONO CHE SIA LA STORIA?

Posted on 07 marzo 2017 by admin

ClanNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Se dovessi dipingere l’arberia e il suo seguito di addomesticatori, gli darei il corpo di un vigoroso cavallo, inseguito lungo gli anfratti collinari della regione storica, da antiquari napoletani, palermitani, romani, baresi, potentini, leccesi, e cosentini, che cercano di sellarlo non col basto, ma con la sella turca.

Tuttavia viene da chiedersi quanto durerà questa innaturale, vergognosa e insana farsa, che vuole piegare questo antico ceppo linguistico per il volere di inadatti antiquari, allocati alla guida di fantomatiche strutture non per i meriti, ma per la loro appartenenza politica.

Quante cose rimangono ancora indelebili negli ambiti d’arbëria, quante sono in grado di conferire significato alla Regione storica Arbëreshë per sostenerla degnamente?

Quali sono state le frizioni culturali che hanno consumato la volontà di azione e di movimento che in altri tempi e presso altre generazioni tonificava il sistema intellettivo, sociale e morale del nocciolo duro d’arbëria?

Ad oggi non è più un dato che si possa ritenere noto, tuttavia rimane un inestimabile e corposo sistema arbëreshë che va ripreso, consolidato, ripristinato e tutelato con tutte le risorse cultural, sociali ed economiche possibili.

La nebbia sale imperterrita dalle gole della R.s.A. e avvolge ogni cosa, solo chi ha vissuto e vive la parte alta è in grado di conoscere quali saranno gli effetti negli anfratti del territorio.

Intanto da quei luoghi ormai privi di riferimento s’innalzano lamenti di chi non riesce più a distinguere il mare dalla spiaggia, come in un girone dantesco, vivono immaginando di essere in una terra che non c’è.

Quale è la misura quotidiana del patrimonio identitario che viene annienta giorno dopo giorno tra gli ingranaggi di questo secolo, smettiamo di distrarci dalle piante sempre verdi del vicino perché esse non portano frutti, ma solo illusione e la morte del ricordo.

È idoneo chiedersi, per questo, perché si lasciamo ignari praticanti di bottega, a cibarsi delle nostre radici, solo per il piacere effimero di emulare un domani che non ci appartiene.

Perché scambiare la metrica del canto con quello della musica, eppure un grande uomo d’arberia diceva: che nella battaglia infinita tra musica e canto, riteneva quest’ultima quale frutto originario.

Perché non diamo un più alto significato alla nostra consuetudine e come in altri secoli, raffigurati in forma di mari, fiumi, tempeste, sismi e fiamme?

È un eufemismo continuare a ritenere che la cultura è allocato nella mente di nonna Elisabetta, di zia Clementina o abbarbicata negli ambiti murari di una gjitonia che materia non è.

Se dovessimo dare una forma materica al secolo trascorso e quello in corso, non mi viene in mente nulla, se non il grigiore della cenere, che poi sono quello che resta delle radici identitarie bruciate.

Pochi sono i fiori che ancora restano integri, non facciamo che l’inverno (i litiri) li trovi impreparati, diamogli una possibilità e innalziamo solidi presidi (Arbëreshë) per far crescere queste rare piante, le uniche in grado di risvegliare a primavera i sensi di un’antica tradizione.

Non servono venti nuovi in arberia, “perché il vento è uno solo” soffia da est verso ovest e porta con sé profumi e voci rarissimi; solo un arbëreshë li può avvertire e alimentare gli antichi principi di fratellanza che da secoli si rivelano come i più caparbi in tutto il mediterraneo.

Non servono canti alloctoni in luoghi sacri, perché così facendo si violentano i principi della propria identità religiosa, un luogo che t’identifica non deve e non può essere violato da ideologie litirë, che poi è il tarlo che consuma e rende in polvere ogni cosa.

Ogni luogo ha un suo ruolo e gli uomini che li hanno ereditati hanno il dovere di preservarli e lasciarli intatti alle generazioni future, nessuno può arrogarsi il diritto dovere di insudiciarli o di modellarli a propria misura culturale, altrimenti si persegue la via della perdita dell’antica identità.

Non meritate di conoscere dove sono depositate le povere resta del Baffi, se il suo paese, non rispecchia il senso del suo sacrificio; quale nesso avrebbe illuminare un luogo che è lo specchio di una società malata e priva di ogni senso culturale, lo stesso che promuove abbellimenti ed eleva il buon nome di quegli avversari che furono causa della sua dipartita.

Solo una tutela mirata degli ambiti violentati, ormai da molti decenni, potrà restituire senso storico, ma ciò va fatto affidandosi a chi si adopera per restituire la continuità storica più aderente alla realtà, solo così il piccolo borgo avrà modo di acquisire quella veste idonea per accogliere le resta dell’illustre letterato.

La storia non si fa con gli episodi, non si fa con le favole, non si fa con i venti nuovi, non si fa con i discorsi nuovi; il vento come la storia arbëreshë è una sola e non servono personalismi locali a divulgarla, ma occorre impegno, dedizione, professionalità, serietà morale e culturale, quella che manca da oltre due secoli ed è stata in grado di rendere la capitale d’arberia ad un ammasso di episodi senza ne testa e ne coda, allo stesso modo delle province turche da cui sfuggimmo cinque secoli orsono.

Una è la madre E non va mai confusa con altra cosa! Essa va rispettata sempre nel bene e nel male, tuttavia, quand’anche la disperazione l’allontanasse dai suoi doveri, non dobbiamo avere dubbi sulla sua integrità di madre, in quanto i punti di vista dell’inesperienza modificano le immagini che percepiamo, specialmente se alimentate dalla luce del denaro e di tutte le belle cose materiali che ci sono offerte con lo scopo di distrarci persino dal malaffare paterno; un giorno capiremo, ma sarà troppo tardi!

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LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA2Bologna (di Giuseppe Chimisso) – Ho letto sabato 28 febbraio, la costituzione del consorzio UNIARB, che raccoglie realtà associative sperse nei territori dell’Arbëria e quindi esprimo pubblicamente gli auguri di positiva e feconda attività tesa afar vivere la nostra cultura.

Sono però a riaffermare a chiare lettere la necessità della costruzione di un progetto di alto valore politico per la rinascita dell’Arbëria e di quanto la caratterizza: recupero della lingua Arbrisht, della cultura religiosa bizantina, delle sue tradizioni e di tutto quel patrimonio immateriale (oltre che materiale) ancora esistente. Se vogliamo tentare di salvare la nostra Cultura, dobbiamo invertire la tendenza in essere e ribaltare le vecchie e trite logichefrazioniste che tendono al proprio ‘particulare’ per costruire i presupposti affinché i giovani non vadano più a cercare un futuro altrove, diversamente nel giro di questa generazione la Cultura Arbëreshë sarà possibile osservarla attraverso le teche di silenziosi musei; potrebbe divenire una cultura non più viva, ma del nostro passato…

Dobbiamo arrestare lo stato di fatto presente e cioè quello che definisco ‘l’etnocidio culturale silente‘ che opera a tenaglia con l’invasiva attività dei mass-media e d’altro canto con l’inarrestabile spopolamento (soprattutto dei giovani) dei paesi arberesh. E non solo…

Certo, un’opera titanica ci attende; c’è lo spazio e la necessità vitale per una grande iniziativa politica nel senso più ampio e nobile del termine che sappia raccogliere il meglio tra la popolazione arbëreshë, al di là degli schieramenti, delle fedi, delle visioni della società, dei partiti e delle associazioni, ma trasversale a tutti questi. Dobbiamo costruire un progetto che sposi la salvaguardia della Cultura Arbëreshë con lo sviluppo economico dei nostri territori; insomma costruire un Progettoper una Nuova Rilindja politico-culturale che inneschi un circuito virtuoso economico: èl’unicastrada.

La grande partita da giocare non è solo quella per la salvezza dell’Arbëria, che ci interessa in primis e per la quale scrivo, ma nello stesso tempo quello del ripristino della democrazia linguistica in questo Paese che pur avendo una Costituzione democratica, la tradisce quotidianamente purtroppo da troppi decenni. Non è un caso che tutte le minoranze linguistiche (tranne le tedesche del Tirolo e quelle Patois della Valle d’Aosta, ma queste ultime tutelate solo grazie ad accordi internazionali) vivono in condizioni di inferiorità linguistica, come fossero nei fatti delle colonie interne.

A questa ‘scommessa’  dobbiamo dare energia e tempo.

Spero che  questa ‘scommessa’ sia negli intenti di UNIARB, se non lo fosse, spero che lo sia presto.

Con la costituzione di UNIARB, dopo la F.A.A. (Federazione Associazioni Arbëreshë), dell’anno scorso, abbiamo le due gambe per fare cominciare a muovere l’Arbëria, prima timidamente e poi possibilmente a farla correre; importante è che si costruiscano rapporti di collaborazione e di competitività positiva e che i due organismi non divengano, per parafrasare il Manzoni, come i due polli che appesi e legati alle zampe, si beccano a vicenda (magari per un chicco di grano)mentre vengono portati nel paiolo. Il mio auspicio è che sia UNIARB che la F.A.A. non facciano la figura dei polli, altrimenti nel paiolo ci finisce l’Arbëria.

“Giuseppe Chimisso – Cittadino Onorario di Civita e Presidente Ass. Skanderbeg di Bologna”

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“SI GNË VASHES ARBËRESHË”

“SI GNË VASHES ARBËRESHË”

Posted on 24 settembre 2016 by admin

ghe-arberesh2eNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando rileggo “i trattati” gli avvenimenti, le vicissitudini che hanno portato l’arberia al rapido depauperamento del suo prezioso patrimonio culturale oltre che religioso, mi chiedo come mai non ci sia stato un controllore in grado di porre un freno per tracciare i limiti oltre i quali l’erba non poteva e si doveva brucare.

L’arberia avrebbe dovuto affidarsi all’acume che caratterizza, purtroppo, pochi dei suoi sapienti uomini per non finire imprigionata in quella gabbia dorata che le impedisce di vivere le primavere negate e per questo diffuse come valje.

La rassegnazione che si millanta con la frase “non è rimasto più nulla” rappresenta il paravento che si vuole immaginare per non far avvicinare nessuno a quel tesoro che rimane nelle disponibilità segrete degli imperterriti litiri.

Dovessi dipingere l’arberia oggi, rappresenterei “Gnë Vashes Arbëreshë” imprigionata in una gabbia dorata, nelle disponibilità esclusive “dell’orco” che l’ha rapita e nell’attesa che si abbrutisca la tiene coperta affinché nessuno possa apprezzare le sue eccellenze fisiche e morali.

I floridi e ricchi territori che sino al dopo guerra erano considerati un serbatoio di cultura solidamente connessa con gli ambiti paralleli, in quanto, luoghi di un miracolo linguistico/consuetudinario irripetibile, oggi, sono diventati i territori delle leggende e delle favole che non hanno ne senso e ne luogo per identificarsi.

Troppi progetti e atteggiamenti anomali hanno visto come teatro la Regione dov’è nata la nostra, “Vashes Arbëreshë” ciò nonostante non c’è stato un protagonista che ponesse dei limiti al continuo stravolgimento culturale che ha prodotto più danni di un cataclisma.

Se a ciò aggiungiamo tutti gli avventori figli della legislazione Italiana (il picco del cataclisma) assume valori esponenziali insostenibili, motivo per il quale è indispensabile non fare un passo in dietro o di lato, ma ritengo che sia opportuno, fermarsi e pianificare un progetto che dia fine alla sofferenza che si incute alla indifesa “ Vashes Arbëreshë” che intanto rimane relegata nella sua piccola gabbia d’orata in attesa di un domani migliore per lei e i propri figli.

È tempo che la primavera accolga “ Vashën Arbëreshë” si diffonda secondo l’antico rituale della “Sapienza” e non rimanga più nelle disponibilità clientelari della politica locale, dell’incapacità culturale di alcuni dipartimenti o addirittura di chi ha fondi cospicui da elargire privatamente.

Qui si tratta di individuare chi veramente ha le capacità di cogliere il valore culturale dell’arberia, solo queste figure private (forse anche istituzionali) sono in grado di dare continuità storica, senza costringere ad assumere all’indifesa “ Vashes Arbëreshë” ruoli più umili che non appartengono alla sua nobile ed antica origine.

Uno scenario a dir poco surreale dove si baratta tutto per un momento di gloria che non avrà mai un seguito, s’innestano fiori nel deserto, si danno libri a chi non ha modo di leggere, si scambia ogni cosa per un attimo di gloria e l’incoscienza arriva a un punto tale che si compongono canzoni e non si difendono i valori materiali e immateriali di agglomerati interi (canzoni per paesi).

Tutti tacciono l’attuarsi di questo dramma epocale, tutti ridono, ballano e cantano, denotando un dato fondamentale, ovvero, che non comprendono o forse non hanno mai saputo cosa dilapidano assumendo queste posizioni di accomodamento politico/sociale.

“ Gnë Vashes Arbëreshë” non si compra, non si porta sull’altare promettendo una vita dorata, per poi chiuderla in una gabbia, pur se dorata, coprirla agli occhi del mondo con la Zoghä perché gelosi, rifinire poi quest’ultima all’interno con spine che incutono, pena, sofferenza per farla piangere nel silenzio di quella preziosa gabbia; atteggiamento oltremodo deleterio.

Se non si è in grado di sentire i gemiti di dolore “thë Vasheses”, la passione che essa ha per diffondere tanta grazia e sapienza intorno a noi, quale futuro possiamo assicurare alle generazioni che verranno; chi di noi sarà in grado di aprire questa gabbia dorata, dove è racchiusa la parte migliore della tradizione e farla volare come una farfalla ha bisogno quando verrà primavera.

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