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LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA2Bologna (di Giuseppe Chimisso) – Ho letto sabato 28 febbraio, la costituzione del consorzio UNIARB, che raccoglie realtà associative sperse nei territori dell’Arbëria e quindi esprimo pubblicamente gli auguri di positiva e feconda attività tesa afar vivere la nostra cultura.

Sono però a riaffermare a chiare lettere la necessità della costruzione di un progetto di alto valore politico per la rinascita dell’Arbëria e di quanto la caratterizza: recupero della lingua Arbrisht, della cultura religiosa bizantina, delle sue tradizioni e di tutto quel patrimonio immateriale (oltre che materiale) ancora esistente. Se vogliamo tentare di salvare la nostra Cultura, dobbiamo invertire la tendenza in essere e ribaltare le vecchie e trite logichefrazioniste che tendono al proprio ‘particulare’ per costruire i presupposti affinché i giovani non vadano più a cercare un futuro altrove, diversamente nel giro di questa generazione la Cultura Arbëreshë sarà possibile osservarla attraverso le teche di silenziosi musei; potrebbe divenire una cultura non più viva, ma del nostro passato…

Dobbiamo arrestare lo stato di fatto presente e cioè quello che definisco ‘l’etnocidio culturale silente‘ che opera a tenaglia con l’invasiva attività dei mass-media e d’altro canto con l’inarrestabile spopolamento (soprattutto dei giovani) dei paesi arberesh. E non solo…

Certo, un’opera titanica ci attende; c’è lo spazio e la necessità vitale per una grande iniziativa politica nel senso più ampio e nobile del termine che sappia raccogliere il meglio tra la popolazione arbëreshë, al di là degli schieramenti, delle fedi, delle visioni della società, dei partiti e delle associazioni, ma trasversale a tutti questi. Dobbiamo costruire un progetto che sposi la salvaguardia della Cultura Arbëreshë con lo sviluppo economico dei nostri territori; insomma costruire un Progettoper una Nuova Rilindja politico-culturale che inneschi un circuito virtuoso economico: èl’unicastrada.

La grande partita da giocare non è solo quella per la salvezza dell’Arbëria, che ci interessa in primis e per la quale scrivo, ma nello stesso tempo quello del ripristino della democrazia linguistica in questo Paese che pur avendo una Costituzione democratica, la tradisce quotidianamente purtroppo da troppi decenni. Non è un caso che tutte le minoranze linguistiche (tranne le tedesche del Tirolo e quelle Patois della Valle d’Aosta, ma queste ultime tutelate solo grazie ad accordi internazionali) vivono in condizioni di inferiorità linguistica, come fossero nei fatti delle colonie interne.

A questa ‘scommessa’  dobbiamo dare energia e tempo.

Spero che  questa ‘scommessa’ sia negli intenti di UNIARB, se non lo fosse, spero che lo sia presto.

Con la costituzione di UNIARB, dopo la F.A.A. (Federazione Associazioni Arbëreshë), dell’anno scorso, abbiamo le due gambe per fare cominciare a muovere l’Arbëria, prima timidamente e poi possibilmente a farla correre; importante è che si costruiscano rapporti di collaborazione e di competitività positiva e che i due organismi non divengano, per parafrasare il Manzoni, come i due polli che appesi e legati alle zampe, si beccano a vicenda (magari per un chicco di grano)mentre vengono portati nel paiolo. Il mio auspicio è che sia UNIARB che la F.A.A. non facciano la figura dei polli, altrimenti nel paiolo ci finisce l’Arbëria.

“Giuseppe Chimisso – Cittadino Onorario di Civita e Presidente Ass. Skanderbeg di Bologna”

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“SI GNË VASHES ARBËRESHË”

“SI GNË VASHES ARBËRESHË”

Posted on 24 settembre 2016 by admin

ghe-arberesh2eNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando rileggo “i trattati” gli avvenimenti, le vicissitudini che hanno portato l’arberia al rapido depauperamento del suo prezioso patrimonio culturale oltre che religioso, mi chiedo come mai non ci sia stato un controllore in grado di porre un freno per tracciare i limiti oltre i quali l’erba non poteva e si doveva brucare.

L’arberia avrebbe dovuto affidarsi all’acume che caratterizza, purtroppo, pochi dei suoi sapienti uomini per non finire imprigionata in quella gabbia dorata che le impedisce di vivere le primavere negate e per questo diffuse come valje.

La rassegnazione che si millanta con la frase “non è rimasto più nulla” rappresenta il paravento che si vuole immaginare per non far avvicinare nessuno a quel tesoro che rimane nelle disponibilità segrete degli imperterriti litiri.

Dovessi dipingere l’arberia oggi, rappresenterei “Gnë Vashes Arbëreshë” imprigionata in una gabbia dorata, nelle disponibilità esclusive “dell’orco” che l’ha rapita e nell’attesa che si abbrutisca la tiene coperta affinché nessuno possa apprezzare le sue eccellenze fisiche e morali.

I floridi e ricchi territori che sino al dopo guerra erano considerati un serbatoio di cultura solidamente connessa con gli ambiti paralleli, in quanto, luoghi di un miracolo linguistico/consuetudinario irripetibile, oggi, sono diventati i territori delle leggende e delle favole che non hanno ne senso e ne luogo per identificarsi.

Troppi progetti e atteggiamenti anomali hanno visto come teatro la Regione dov’è nata la nostra, “Vashes Arbëreshë” ciò nonostante non c’è stato un protagonista che ponesse dei limiti al continuo stravolgimento culturale che ha prodotto più danni di un cataclisma.

Se a ciò aggiungiamo tutti gli avventori figli della legislazione Italiana (il picco del cataclisma) assume valori esponenziali insostenibili, motivo per il quale è indispensabile non fare un passo in dietro o di lato, ma ritengo che sia opportuno, fermarsi e pianificare un progetto che dia fine alla sofferenza che si incute alla indifesa “ Vashes Arbëreshë” che intanto rimane relegata nella sua piccola gabbia d’orata in attesa di un domani migliore per lei e i propri figli.

È tempo che la primavera accolga “ Vashën Arbëreshë” si diffonda secondo l’antico rituale della “Sapienza” e non rimanga più nelle disponibilità clientelari della politica locale, dell’incapacità culturale di alcuni dipartimenti o addirittura di chi ha fondi cospicui da elargire privatamente.

Qui si tratta di individuare chi veramente ha le capacità di cogliere il valore culturale dell’arberia, solo queste figure private (forse anche istituzionali) sono in grado di dare continuità storica, senza costringere ad assumere all’indifesa “ Vashes Arbëreshë” ruoli più umili che non appartengono alla sua nobile ed antica origine.

Uno scenario a dir poco surreale dove si baratta tutto per un momento di gloria che non avrà mai un seguito, s’innestano fiori nel deserto, si danno libri a chi non ha modo di leggere, si scambia ogni cosa per un attimo di gloria e l’incoscienza arriva a un punto tale che si compongono canzoni e non si difendono i valori materiali e immateriali di agglomerati interi (canzoni per paesi).

Tutti tacciono l’attuarsi di questo dramma epocale, tutti ridono, ballano e cantano, denotando un dato fondamentale, ovvero, che non comprendono o forse non hanno mai saputo cosa dilapidano assumendo queste posizioni di accomodamento politico/sociale.

“ Gnë Vashes Arbëreshë” non si compra, non si porta sull’altare promettendo una vita dorata, per poi chiuderla in una gabbia, pur se dorata, coprirla agli occhi del mondo con la Zoghä perché gelosi, rifinire poi quest’ultima all’interno con spine che incutono, pena, sofferenza per farla piangere nel silenzio di quella preziosa gabbia; atteggiamento oltremodo deleterio.

Se non si è in grado di sentire i gemiti di dolore “thë Vasheses”, la passione che essa ha per diffondere tanta grazia e sapienza intorno a noi, quale futuro possiamo assicurare alle generazioni che verranno; chi di noi sarà in grado di aprire questa gabbia dorata, dove è racchiusa la parte migliore della tradizione e farla volare come una farfalla ha bisogno quando verrà primavera.

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LA PARABOLA DEI MINORITARI

LA PARABOLA DEI MINORITARI

Posted on 24 giugno 2016 by admin

La parabolaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La parabola differisce da una favola giacché espone i fatti con la personificazione dei fenomeni; essa rappresenta la similitudine più vicina alla realtà e restituisce le proporzioni di un racconto, li rende comprensibili verosimilmente in forme religiose o morali.

La forza della parabola è contenuta nella comparazione, senza il bisogno di ricercare l’identificazione dei singoli personaggi o delle azioni svolte.

Una parabola può raffigurare gli avvenimenti che vedono protagonisti amministratori, antiquari e venditori di fumo degli ambiti detti “minori”.

Il cui comportamenti, nella gestione di quanto posto nelle loro disponibilità, appare priva di ogni logica e coerenza storica, per questo si collocano ben distanti dal seminato del garbo e della modestia culturale.

Ai gestori inconsapevoli, è riconosciuto il ruolo di “galline dalle uova d’oro”, i quali vengono sistematicamente circuiti da rampanti cultori, che forti della posizione all’interno di benemeriti dipartimenti universitari, si recano nei piccoli “furiki”, millantando oro, incenso e mirra.

Il risultato di questo modus operandi, ormai consolidato, mira prevalentemente a elementi indefinibili d’ignota fattura, il cui culmine è rappresentato, sotto la luce dei riflettori dei mas media locali, dalla fatidica inaugurazione seguita dal convegno, il cui indicatori fondamentali sono due: il primo è l’apparire; il secondo, rendere poco chiari i contenuti del realizzato, per questo, l’uovo è ingurgitato dal cultore; il contenitore e il fumo resta alle galline.

Solo il gesto del taglio assume un ruolo, chiaramente negativo, perché innesca l’interruzione tra identità del passato, quella del presente e depauperano le radici per il futuro identitario.

L’atteggiamento ormai consolidato non rappresenta altro che la svolta secondo cui, la ricerca assume concetti a spettro molto prossimo al ieri; elementi di un passato troppo recente che non ha alcuna attinenza con le origini storiche di macroaree, è per questo intorbidisce rarissimi lasciti culturali per le nuove generazioni, compromettendo irreparabilmente la logica di rilancio degli stessi ambiti.

Un vecchio saggio del mio paese che abitualmente, nei lunghi pomeriggi di calura estiva, sedeva nei gradini del profferlo “the sheschi lemë letirit”, diceva: prima di manomettere ogni cosa, per renderla duratura, devi avere consapevolezza di come funziona e a cosa serve, altrimenti finirai per danneggiarla o dismetterla per sempre.

Contrariamente a questo principio, la gallina dalle uova d’oro, affidandosi a queste sterili o grigie figure, che pongono in essere incompiute vergognose, tutti avvolti dal mantello dalla funzione che rivestono,  di cui non hanno alcuna capacità operativa o di attuazione.

La storia dovrebbe dare certezze sulle vicende che hanno caratterizzato questi ambiti, i quali hanno impregnato il costruito, ma l’incapacità interpretativa e l’inadeguatezza culturale, non oso dire altro, di questi avvoltoi della finanza, ha reso tante volte labile la solidità degli ambiti, per cui occorre porre nelle disponibilità di gruppi multidisciplinari quanto ancora riesce a rimanere abbarbicato nei centri di questi borghi, altrimenti non ci sarà più tempo per un domani.

Bisogna intervenire subito, ricollocando ambiti, tradizioni e tutto ciò che caratterizza il territorio dei minori, da quelli indigeni seguendo una logica geografica che distingue almeno i meridiani dai paralleli.

Tutto quanto sul dato che anche se un centro è qualificato minore, i piccoli frammenti della sua storia gravitati entro il suo perimetro territoriale fanno parte di aree ben più ampie e rappresentano le  cerniere che sostengono avvenimenti, consuetudini, idioma e religioni della storia del globo.

Molti errori sono stati compiuti e per certi versi sostenuti nell’inconsapevolezza generale, ma una volta individuati e come incongruenze storiche, devono essere banditi pubblicamente come malevole, senza dover ricorrere alla consolidata nenia: che tanto nulla è certo e qualsiasi cosa è sempre idonea per attirare attenzione e sollevare l’indice di ascolto.

Questi non sono gli ambiti della televisione, questi sono gli ambiti della storia e chiedono rispetto, così come in chiesa un comportamento va mantenuto, anche gli ambiti minoritari devono essere considerati come un luogo sacro e nei luoghi sacri bestemmiare è un grave peccato.

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SANTA SOFIA D'EPIRO 2 MAGGIO 2016

Protetto: SANTA SOFIA D’EPIRO 2 MAGGIO 2016

Posted on 07 maggio 2016 by admin

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VALJE

Protetto: VALJE

Posted on 10 aprile 2016 by admin

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I PATTI DELLA SCRITTURA, LA VOLUBILITÀ CONSUETUDINARIA E LE CERTEZZE ARCHITETTONICHE

Protetto: I PATTI DELLA SCRITTURA, LA VOLUBILITÀ CONSUETUDINARIA E LE CERTEZZE ARCHITETTONICHE

Posted on 22 marzo 2016 by admin

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GRECI - KATUND “Apertura di un nuovo spazio di fatto”

Protetto: GRECI – KATUND “Apertura di un nuovo spazio di fatto”

Posted on 21 febbraio 2016 by admin

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PERCHÉ LA TRADIZIONE ARBËRESHË È DIVENTATA TRASVERSALE

PERCHÉ LA TRADIZIONE ARBËRESHË È DIVENTATA TRASVERSALE

Posted on 07 febbraio 2016 by admin

TRADIZIONI TRASVERSALENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Per ricucire il continuo delle tradizioni, all’interno della R.s.A., si è ricorso all’utilizzo dello “slogan del Recupero della Tradizione” inconsapevole modello dei mali prodotti.

Due termini antitetici a ben interpretare, in quanto, il senso della parola “Recuperare” intende rimettere in funzione una cosa nelle disponibilità, che per un periodo prolungato è stata dismessa o in parte dimenticata.

La “Tradizione” rappresenta il filo ininterrotto delle conoscenze e quindi legano l’essere senza cesure o soluzione di continuità; come si può allora recuperare una continuità da cui non si può prescindere?

L’opera del recupero ha come fondamento la certezza che la tradizione si sia interrotta per il determinarsi di una nuova scienza, di un rinnovato concetto da storia-racconto da storia-problema, o per lo sviluppo dei nuovi processi, sociali, industriali ed economici.

Se l’ultimo punto è molto chiaro, gli altri due vanno analizzati con più attenzione.

Il termine Tradizione (dal latino traditiònem deriv. da tràdere = consegnare, trasmettere) assume il significato di passaggio di nozioni e racconti, soprattutto in forma orale, così come è fortemente radicato nei paesi albanofoni.

La consegna di nozioni da una generazione all’altra, richiede la contemporanea presenza di chi riceve e chi da: il racconto orale non può avvenire che con la partecipazione dell’azione.

Chi racconta è sullo stesso piano di chi ascolta, entrambi devono appartenere alla stessa categoria idiomatica ed entrambi partecipare all’azione più volte, perché i mezzi a loro disposizione sono identici e appartengono allo stesso gruppo cui fa parte il rito da tutelare.

La tradizione implica contatto diretto tra chi tramanda e chi apprende, ciò comporta che le due sfere coinvolte appartengono allo stesso ambito, in funzione della vicinanza parentale.

La tradizione non è altro che il passaggio dell’esperienza vincolata ad alcune regole fondamentali la cui attendibilità del messaggio è garantita dall’appartenenza, del comunicatore e dell’ascoltatore.

A fare da contro altare a ciò è la prassi largamente diffusa dell’esperimento che affonda le radici in presupposti dissimili dagli enunciati originali, l’approssimazione è padrona, e le lacune per questo, cercano l’allineamento senza mai trovarlo, perché perpendicolare alla linea della tradizione originale, producendo così surrogati senza senso, tempo e luogo.

Appare evidente che nel momento in cui si è andato a rispolverare elementi fortemente radicati nelle singole macroaree, immaginando di rivitalizzare o dare continuità a riti, consuetudini, costumi, attraverso il contributo di figure che hanno vissuto ai margini della comunità, il messaggio diffuso è fortemente distorto e colmo d’incongruenze.

Questo penoso atteggiamento è stato possibile vista la statica degli addetti istituzionali storici e clericali, i quali invece di intervenire, energicamente, alla messa in opera del modello trasversale “ del Recupero della Tradizione”, hanno preferito non intromettersi e attendere gli eventi per criticarli.

Il dato è paradossale, in quanto, sarebbe stato più ragionevolmente e costruttivo, predisporre, almeno un momento di confronto per evitare la messa in atto delle pericolosissime e trasversali nozioni, queste ultime amplificate oltre modo, nel corso di appuntamenti storici delle comunità, che per la mancanza, del indispensabile Tavolo hanno confuso: Primavere con Vale; Carnevali per appuntamenti Istituzionali; Riti Religiosi con Eventi da Stadio.

Questo chiaramente per evidenziare solo gli aspetti più elementari, giacché volendo addentrarsi in aspetti legati all’idioma, all’arte e alla consuetudine per i quali è indispensabile una formazione accademica, la manomissione ha innescato infiniti stati di labilità.

Allestimenti innalzati come originali da cento (tanti quanti sono i paesi nel meridione di etnia minore) Armate Brancaleone, che si appoggiano allo slogan e nella migliore delle ipotesi con fare elementare persino nell’utilizzare sostantivi quali: Gjitonia, Rioni, Quartieri, Sheshi, Uhda, Rugha, Shpia, Kaliva, Katoj, Vatra, per gli aspetti urbani; per non parlare di quando i figuranti si auto elevano a ricercatori sotto le vesti di: Linguisti dei Terreni, Scriba, Dottori, Traduttori, Foto-ricalcatori e Antiquari, immaginando che il popolo più anziano del Continente Antico, radicato al solo idioma, si possa interpretare solamente perché si ha nelle disposizioni finanziamenti elargiti, senza cognizione e parsimonia, dalla Comunità Europea o dagli organi preposti per l’emergenza delle calamità naturali.

P.S. – Gli atti volti a individuare le caratteristiche urbanistiche e architettoniche della R.s.A. (Regione storica Arbëreshë) sono stati qualificati secondari o minori, rispetto a quelli confinanti.

Per questo è indispensabile eseguire approfondimenti che partendo dalla lettura geoeconomica, connesse con lo studio degli ambiti storici, urbanistici e architettonici, forniscano elementi utili dai quali e con i quali, identificare il concetto di “Minore”.

Esso va inteso non come inferiore o marginale ma ingrediente indispensabile per scrivere la storia di una macroarea nota; volendo usare un eufemismo sarebbe che: per fare il pane serve tanta acqua e farina “ la Maggioranza”, cui vanno aggiunte piccole dosi di lievito e di salela Minoranza”, ma tutti gli ingredienti sono fondamentali per fare il vitale alimento.

Il fine da perseguire deve essere indirizzato verso la ricercare dei diversi contributi delle comunità minori, questi ultimi, nella loro semplicità, hanno caratterizzarono il divenire del paesaggio, visto non tanto come condizionante, ma interconnesso con le realtà attigue, con le quali ha scambiato elementi caratteristici espressi negli ambiti architettonici, urbanistici e ambientali, indirizzati a produrre sistemi sostenibili che ancora oggi sono i contenitori preferiti della micro filiera delle eccellenze.

Va quindi considerato, come scrive L’autore di Sheshi che: “ le comunità, come gli individui, sono dissimili, così come le loro architetture segnano in maniera diversa il territorio dove sono depositati i valori dell’identità culturale”.

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SINO A QUANDO IL MIO PAESE, NON È PIÙ

SINO A QUANDO IL MIO PAESE, NON È PIÙ

Posted on 19 dicembre 2015 by admin

SINO A QUANDO IL MIO PAESENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Non t’importa dove porta il tracciato della cinta Sanseverinense, fondamentale è seguirla per addentrarsi nel fantastico mondo consuetudinario di gesta, parole, canti e segni della cultura arbëri; indelebile modello tramandato oralmente senza soluzione di continuità sin dalla notte dei tempi.

L’arberia combatte, senza tregua, per la sua sopravvivenza, contro le avversità del tempo e degli uomini che per fare salvaguardia e conservazione si sono scambiati ruoli, arti, mestieri, professioni, divenendo fautori di tradizioni mai poste in essere; per questo è opportuno ricordare che:

Il mio paese mi apparteneva quando le stagioni avevano suoni, sapori, odori, colori, che riconoscevi; armonia di sensi che sbocciavano, s’intensificavano e poi scomparivano, per ripetersi identicamente gli anni a venire.

Il mio paese mi apparteneva quando il pane si produceva  in casa, durava un mese e si faceva con farina autoctona, acqua delle fontane naturali, sale di cava, il lievito, quello del XV secolo rigenerato secondo antichi dettami .

Il mio paese mi apparteneva quando le strade non erano utilizzate per collegare un posto con un altro, perché quel segno del tempo, rappresentava la fratellanza e il bene condiviso.

Il mio paese mi apparteneva quando i rapporti del vivere arbëreshë rendeva tutti protagonisti nell’indimenticabile palcoscenico del proprio rione.

Il mio paese mi apparteneva quando Francesco Fusaro, portava il lavoro a casa perché i suoi attrezzi (Ascia, Mazza e tre cunei di ferro) li poteva perdere recandosi a tagliare la legna a casa d’altri, per questo con la sua carriola, trasportava prima davanti a casa sua le grosse quantità di legna(30-60 quintali), per poi consegnarle  tagliate.

Il mio paese mi apparteneva quando fare fritùmetë era dovere di ogni gjiton e tutti erano fieri di partecipare per i dodici giorni che precedevano il Natale.

Il paese mi apparteneva quando alle ore 11.00 del Sabato Santo, alla fine della Santa Messa, le campane suonavano a festa e tutti si davano gli Auguri della Santa Pasqua.

Il paese incomincio a destarmi perplessità quando alle ore 11.00 del Sabato Santo di quest’anno, alla fine della Santa Messa, è stato vietato i suonare le campane a festa e dare gli Auguri della Santa Pasqua, perche si doveva cambiare la consuetudine da Greco Bizantina a Latina.

Il mio paese mi apparteneva quando le strade erano praticabili a piedi e a dorso di mulo e quelle più instabili erano lastricate con le pietre provenienti rigorosamente dalla cava thë pontìth i madh.

Il mio paese mi apparteneva quando i passi del vicino, ritmavano il tempo del mutuo soccorso, conferma vitale dell’antica ricerca parentale.

Il mio paese mi apparteneva quando lavina Shicshònes scorreva tutto l’anno.

Il mio paese mi apparteneva quando le notizie erano diffuse dalle campane; ore, festa, dipartita, allarme e inizio delle novene, battiti noti che riempivano le operose giornate.

Il mio paese mi apparteneva quando nelle sere d’estate i ragazzi riempivano di vita ogni anfratto del centro storico, mentre gli anziani guardavano divertiti.

Il mio paese mi apparteneva quando per pudore s’immaginava che Udha Kassanes, era la via che conduceva a Cassano Ionio.

Il mio paese mi apparteneva quando Tonino aspettava Marino thë Scigata, e lungo la mulattiera, ognuno su un lato della via in silenzio senza conversare si recava al Collegio, con la speranza che acculturarsi li avrebbe resi entrambi migliori.

Il mio paese mi apparteneva quando le donne con le tipiche vesti, nei giorni di festa, portavano in dote al Santo lo splendore delle stolit e Llambadhòr.

Il mio paese mi apparteneva quando B. Michele, B. Ottavio, F. Elio, C. Raffaele, P. Vito, B.S. Domenico, E. Francesco, L. Enzo, facevano le corse me Karozzet lungo Via Ascensione e la piazza, sin dove terminava la chiesa.

Il mio paese mi apparteneva quando i segni della storia su, udha madhe, udha stangoìt e udha ipeshpëk, scaturivano dalle radici e non da acculturazioni anomale e senza alcun senso storico.

Il mio paese mi apparteneva quando ad agosto, nei rioni si depositava la legna per i fuochi di settembre e senza soluzione di continuità il rito si prolungava per realizzare il falò alla vigilia di Natale con il fine di confermare, prima la vitalità , d’ambito e in seguito quella condivisa di tutto il paese.

Il mio paese cominciava a non appartenermi più da quando i fuochi si preparano poche ore prima dell’evento utilizzando autocarri e trattori che hanno tolto il senso e il sacrificio legato all’evento.

Il mio paese ha incominciato a non appartenermi più quando si è deciso di intraprendere la strada dell’accanimento terapeutico per l’affiancamento di una forma scritta, che ha spogliato il continuo storico di molte generazioni.

Il mio paese mi apparteneva quando le favole le raccontavano le nonne ai bambini; piccoli racconti dal grande valore.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando le favole le hanno raccontare i futurologi alle nonne; inutili dialoghi privi di radici.

Il mio paese mi ha dato l’impressione che mi appartenesse quel maggio dell’otta, ma è durato il tempo di un battito di ciglia, cosi anche in quello dell’anno scorso quando sollevando il coperchio della pentola dei contenuti culturali, sono rimasto oltremodo sconcertato.

Il mio paese iniziava a non appartenermi quando i costumi furono raccolti nelle “cristalliere pubbliche/private” e il vestire femminile è diventato farsa, utilizzato impropriamente per rievocare sin anche la leggenda della Nusia o per brillare nelle manifestazioni carnevalesche senza regola e significato.

Il mio paese mi piaceva quando la strada nuova è stata fatta lì dove esisteva un antico limite che divideva la parte alta dalla parte bassa del centro storico.

Il mio paese mi apparteneva quando gli abitanti nati a Ovest del paese, attingevano acqua a Moroìti e quelli nati a Est rigorosamente Stangùa.

Il paese era mio kur grath ndreqëjn murxjielin me bukë è pështier, për burrëth çë veijn e shërbejn asximes.

Il mio paese mi apparteneva quando i ragazzi per stare vicini alle loro ragazze andavano di notte nelle colonie estive creando sconcerto e panico, nonostante depositassero corone di ginestra fiorita.

Il mio paese mi apparteneva quando a Natale il presepe in chiesa lo facevano i giovani del paese e l’albero lo donavamo gli orerai dell’Opera Sila, ed era un pino naturale.

Il mio paese mi apparteneva quando mia nonna per non dirmi di no! Mi diceva :egni, biri nàneh.

Il mio paese mi apparteneva quando nella gjitonia riecheggiavano le frasi: Ndriculà Adolì ke brumìn?; – Menat veme vjelmì!; – Më ndihën sàt scalismi?; – Menatë vemi e cuermi!; – Mhë ndighen sat mbiedmi a tà di ulignë?; – Thë sola gnë lagane!; – Menatë hesht hënëz?; Më huen gnë kravele?

Il mio paese mi apparteneva quando luce, spazio e ordine, erano le cose di cui gli abitanti avevano bisogno, nella stessa misura cin cui avevano necessità di acqua, di pane e di una casa utile a vitalizzare gjitonin.

Il mio paese mi apparteneva quando il cantare era la musica dell’anima e del cuore, così come la vecchia consuetudine albanofona aveva insegnato.

Il mio paese mi apparteneva quando il palcoscenico del canto serviva per alimentare amore e lavoro, con le storiche melodie, diversamente a quanto avviene oggi con le mille comparse che del canto non conoscono il valore, il significato e la pronuncia, divenendo per questo apparati stridenti.

Il mio paese non mi apparteneva più quando a emulare la trafila tradizionale del matrimonio, sono stati i discendenti dalla famiglia che ha menomato una delle più belle storie d’amore arbëreshë e la ragazza rimasta in vita per tutta la sua misera esistenza era abitudine salutare: “malin tim më vran!”.

Il mio paese mi apparteneva quando la vestizione delle preziose stolit e Llambadhòr avveniva secondo le rigide regole conservate da Maria Teresa Baffa, Adelina Basile, Marchianò Rosaria, Erminia Miracco, Carmela Monaco.

Il mio paese non incominciava ad appartenermi quando la regia delle preziose stolit e Llambadhòr grazie alle disposizioni della politica fu affidata alla percezione delle tarantellare silanitide.

Il mio paese non incominciava ad appartenermi quando si è dato spazio alle “tarantellare silanitide” e ai fautori delle “cristalliere pubbliche/private” invece di realizzare una solida e capace mnemoteca molto più utile a conservare la naturale capacità arbëreshë.

Il mio paese mi apparteneva quando la vendemmia terminava con i muli caricati con le capienti sporte.

Il mio paese non mi apparteneva quando la vendemmia era l’occasione per invadere il paese con trattori, e motozappe trainanti i rimorchi che lasciavano segni sui paramenti delle strette vie.

Il mio paese mi apparteneva quando Vicèu Abramith faceva l’orto Moròith nelle terre dei Caccuri/Baffa e l’acqua che non veniva attinta, dalla storica fontana, era raccolta nella Gibia.

Il mio paese mi apparteneva mentre si riempiva la Gibia, per irrigare l’orto e il vecchio saggio realizzava nella storica capanna gli zoccoli per i più poveri del paese, proto industria delle calzature ortopediche.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando per dar spazio all’inventiva, figlia dei fumi del vino, si ammodernò la storica fontana, posta ai piedi thë campanarith, dismettendo sin anche il magico canale di displuvio che sfidava i principi della gravità.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando lungo l’antico percorso “thë stangoit”, costruirono un manufatto abitativo, espressione del più anemico periodo politico.

Il mio paese non mi apparteneva quando udha e ree partiva dalla piazza e arrivava sino al casale dei Fasanella.

Il mio paese non mi apparteneva più quando gervaso per costruire il sentiero veicolare, dovettero piegarsi al volere dell’ignoranza, della prepotenza e della bestialità.

Il mio paese mi apparteneva quando per costruire la strada nuova, (udha e ree) che attraversava il centro storico, furono realizzate le colmate: del vallone del duca, Ka Prati, Thë arra dhën Vicenzith; thë Shèshi Kuaravògnen, thë Màxhit, Për para Marìtit, thë tedera nenit, Prapa Klishësh, thë gabina e thë kstegnet i paulitanit; divenuti i luoghi moderni di aggregazione.

Il mio paese mi apparteneva quando per molti decenni le autovetture arrivate in piazza terminavano la loro corsa.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando con lentezza, prima Klishësha e Vieter, poi Trapësa, Udha Epiro con Udha Shicshònes, ha aperto il transito ai veicoli, violentando oltremodo vecchie consuetudini.

Il mio paese incominciò a preoccuparmi quando all’università dicevano che la gjitonia era funzione dell’uscio e dei paramenti murari o di aspetti ancor più elementari.

Il mio paese incominciò a preoccuparmi quando la sua storia fu scritta immaginando l’agglomerato e i suoi abitanti estranei al territorio e i contesti geografici di macroarea, estrapolandoli e per questo immaginando scenari secondo il principio dello studio ideale.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando la demenziale preparazione storica degli amministratori ha sventrato fischien thë sheshit i caravonit.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando il compianto Padre Giovanni C., ammalato, lasciò lo svolgimento della processione del 2 maggio, che divenne evento da stadio.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando le manomissioni hanno dato avvio alla dismissione di un antico modo di vivere, per consentire alle autovetture di riverberare all’interno del centro storico, sonorità che coprivano le antiche gesta, fatte, di lavoro, voci e canti.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando è stato beolizzato, coprendo e devastando le funzioni e i significati storico religiosi di ogni strada, ogni angolo e ogni piazza.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando morto zio Kosta si è dato avvio alla realizzazione della villa comunale, la centrale telefonica e una strada inutile, violentando il senso di quel luogo ameno.

Il mio paese mi ha sempre destato perplessità giacché un numero considerevole delle eccellenze o martiri che qui ebbero i natali, rimangono addirittura sconosciuti, mentre i pochi a cui è stata dedicata una strada o un struttura pubblica non hanno coerenza con le dinamiche che li ha resi famosi.

Il mio paese mi lascia ulteriormente perplesso per i tanti edifici che hanno partecipato alla storia dell’unità d’Itali sono rimasti nelle disponibilità e nella direttive di ignari privati.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando via lëmi letirith e stata veicolata per coprire il valore storico a una delle più belle gjitonie della consuetudine arbëreshë.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando con un colpo di spregiudicatezza politica sono state rimosse tutte le fontane del paese.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando Thë Trapësa hanno unificato le quinte, replicando una metrica priva delle più elementari proporzioni architettoniche e il bel palazzo che fu la scuola media, Pasquale Baffi, fatto di mattoni  venne intonacato, in tempi recenti persino replicato l’errore.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando l’amministrazione ha ritenuto inutile mantenere vivo il senso di kroin e Stàngoitë.

Il mio paese incominciava a non appartenermi quando l’economia nelle disposizioni degli anemici della cultura, ha deturpato la splendida orografia dell’area a nord della storica Pedalati, dove è stata emulata Bisignano.

Il mio paese mi apparteneva quando nei pomeriggi di primavera le donne si riunivano per cucire rammendare, fare lavori a maglia, esaltando o minimizzando le gesta e gli atteggiamenti di amici e nemici.

Il mio paese non mi appartiene più da quando sono, stati tolti gli antichi riferimenti dell’infanzia, offeso oltremodo la ricerca, la professione e la voglia di tracciare la storia del paese.

Il mio paese non sarà più, in quanto, sono stati distrutti i cardini cui collegare i filamenti per riprendere la trama negata che giorno dopo giorno è stata disfatta.

Tuttavia avverto che il compito più utile da portare a termine sia di radunare il gregge all’interno dell’ovile, per chiudere l’uscio e custodire sotto lo stesso tetto quanto ancora nelle nostre disposizioni e che un domani, speriamo prossimo, vedrà protagonisti coloro che meglio di noi, sapranno vitalizzare e dare senso alle rigide metriche della magica consuetudine arbëreshë.

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UN PROGETTO PER LA SOSTENIBILITÀ DELL’ARBERIA

Protetto: UN PROGETTO PER LA SOSTENIBILITÀ DELL’ARBERIA

Posted on 09 dicembre 2015 by admin

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