Archive | Folklore

-DA CONDOTTIERI A POVERI INFERMI SULLA SEDIA AROTELLE-

-DA CONDOTTIERI A POVERI INFERMI SULLA SEDIA AROTELLE-

Posted on 07 ottobre 2017 by admin

Arberia oggiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Certo che studiare a largo spettro, la storia della R.s.A., ti fa rendere conto di quanto siano decadute le caratteristiche che hanno distinto le eccellenze arbër in Europa.

All’alba dell’illuminismo, mentre le genti di tutta Europa rimanevano relegati dietro le cinte murarie monocentriche, avendo persino timore di aprire le porte di accesso, gli albanesi circoscrivevano i perimetri dei presidi urbani policentrici.

Addentrandoci ancora negli ambiti della storia sociale e architettonica va sottolineato il valore che veniva dato al nucleo fondamentale della società, ovvero il gruppo familiare allargato, esso aveva un suo direttivo e un responsabile, che non era il più vecchio o il più saggio, ma la persona più dinamica e pronta rispondere a tutte le esigenze del gruppo; questo mi sembra sia i prototipo di un gruppo imprenditoriale moderno.

Se poi analizziamo il pensiero e le note storiche che hanno visto protagonisti: Pasquale Baffi, Luigi Giura, Pasquale Scura, Mons. Francesco e Giuseppe Bugliari, Cav. Vincenzo Torelli, Giorgio Ferriolo, non faremo altro che rievocare la storia degli ultimi tre decenni della Repubblica Italiana; sarebbe come rievocare le stesse vicende e gli identici eventi degli uomini che hanno contribuito con il loro sapere per non stallare allo stato di fatto che ha preso la rotta odierna.

Dopo questi uomini nulla è stato fatto per tenere alta la bandiere delle eccellenze della R.s.A., dando avvio a uno stato di fatto degenerativo senza eguali.

Ormai all’interno della R.s.A., non si fa altro che andare allo sbaraglio inventando e ponendo in essere, avvenimenti senza senso; sicuramente a tutti voi non sarà passato inosservato, che negli anni ottanta quando la tendenza generale, di tutta Europa, mirava alla valorizzazione e al ripristino degli elementi caratterizzanti i centri antichi, pedonalizzando queste aree di inestimabile valore.

Ebbene come per incanto in tutta la cinta Sanseverinense, e anche oltre, si sono avviati i processi di devastazione dei centri antichi, per il fine di veicolare l’interno di ogni, paese, borgo e frazione.

Il senso della ragione ormai è smarrito e se non ci si ferma a ragionare davanti alla scesa, il dinamismo crescente  impedirà una  lettura completa delle anomale identità, stese al sole.

Se a ciò aggiungiamo il dato che si è smarrito il senso anche all’interno dei presidi religiosi, greco bizantino che fino agli anni ottanta era saldamente protetta dalla iconostasi; occorre ridare senso alle cose e ognuno di noi deve fare la sua parte sia chi siede  davanti e chi deve saper stare dietro le iconostasi, altrimenti vale la regola che abbiamo perso una grade porzione della nostra identità.

In ultimo ma non per importanza, in questi giorni è rimbalzata la notizia della costituzione, di un consorzio di eccellenze, Civili, Istituzionali, Dipartimentali, Associativi e Religiosi che dovrebbe dare avvio alla svolta per una campagna di recupero del tempo e delle cose perdute.

Il mio auspicio è che si possa arrivare a brillanti risultati, tuttavia ritengo che non andrà così, in quanto l’elenco dei partecipanti “alla competizione” lasciano presagire  un nulla di fatto epocale.

Questa è una mia personale punto di vista e in cuor mio mi auguro di aver frainteso tutto; tuttavia gli addetti che si preparano a partecipare alla “manifestazione di interesse”, hanno già ispezionato i percorsi, le asperità territoriali e gli avversari; essi  indossato già pantaloncini, scarpe da corsa, magliette, con numero, logo raffigurante l’aquila bicipite, questa  mi auguro che assieme a loro ci sia una sostanziale novità, ovvero, lasciar partecipare alla competizione anche chi è munito di sedia a rotelle, quelli che oggi appelliamo con grande rispetto diversamente abili, almeno si garantirà quel vantaggio, che non lascerà scampo ai tanti rinnovatori, senza arte, parte e titolo acquisito sul campo.

Commenti disabilitati su -DA CONDOTTIERI A POVERI INFERMI SULLA SEDIA AROTELLE-

CANTANDO E BALLANDO AL RITMO DI VALIE CHE NON APPARTENGONO AL CONDOTTIERO

CANTANDO E BALLANDO AL RITMO DI VALIE CHE NON APPARTENGONO AL CONDOTTIERO

Posted on 01 ottobre 2017 by admin

Albania

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Al giorno d’oggi, ogni inesattezza o manifestazione, per avere più forza e credibilità storica, si dice che sia appartenuta al consuetudinario arbëreshë, che è corso dal 6 Maggio del 1405 al 17 Gennaio del 1468, come se l’arberia sia nata e si sia dissolta nel tempo di una generazione.

Fortunatamente non è così, essa è molto più antica, anzi proprio alla fine dell’intervallo su citato, ha esternato la sua solidità storica, utilizzando il cuore e la mente; la sua parte migliore per difendersi.

Cercare di avere ragione di questo dato di fatto è complicato, specie se il confronto avviene con quanti non conoscono la consuetudine; non hanno dimestichezza della metrica del canto (escluse poche formiche bianche oltremodo ignorate e considerate, addirittura, diversamente abili); non rispettano il disciplinare religioso al di la e al di qua dell’Iconostasi; non sanno parlare l’idioma arbër; tuttavia proprio per questo in questi ultimi tempi si sono attivati processi di auto tutela che se ben accolti dovrebbero recuperare il maltolto.

Chi ha competenza e titoli per questo si devono attivare e assumere il ruolo di Iatrua” e predisporre le metodiche più idonee e debellare un virus antico, che dopo “circa seicento anni” è diventato virulento anche all’interno della Regione storica Arbëreshë e va assolutamente debellato.

Specie quando coinvolge i giovani che frequentano le scuole dell’obbligo, proprio questi , sono costretti a scimmiottare un modello che non ha senso, proprio perché  presidi atti a formare e non piegare alle volontà fuori dai programmi ministeriali della Repubblica Italiana.

Alla fine degli anni quaranta del secolo scorso si chiamava analfabetismo, quando fu avviata la procedura per sconfiggerla, appariva un’impresa titanica, ma poi la buona volontà e tanti accorgimenti, attuati dalla sapienza degli uomini, già negli anni settanta del secolo scorso portarono alla meta prefissata, è la totalità della popolazione riusciva a firmare senza utilizzare il segno della croce.

Oggi purtroppo l’alfabetizzazione identitaria mira a cose più complicate, per le quali si deve possedere un bagaglio multidisciplinare più completo, motivo per il quale, i risultati finali non mirano ad ottenere la mera firma del proprio nome, ma il riconoscimento di un’identità culturale, che ormai per colpa di quella firma, associato al saper leggere ha portato a intorbidire le acque identitarie della minoranza.

Nonostante gli accademici si ostinino a richiedere capitolazioni e ogni sorta di documento di archivio, (anche se in molti casi sono documenti notarili realizzati nella totale inconsapevolezza dei rappresentanti del tempo), chi va avanti sono le masse di cultori locali (senza alcuna formazione, nel canto, nelle danze di macroarea) e innalzano eventi privi di ogni sostanza identitaria riferibile a tuta la Regione storica Arbëreshë.

È largamente noto che lo “storico” è una sorta d’imprenditore culturale con capacità innate, in grado di mettere in sintonia, archeologi, architetti, antropologi e geologi, che studiano analizzano ed esaminano il territorio oltre al suo costruito, tuttavia queste figure vanno coadiuvate con le ricerche documentarie, scritto grafiche e di analisi sul territorio, a cui va poi aggiunta la selezione delle memorie storiche d’ambito.

Purtroppo sino a oggi in luogo della R.s.A., “storico” è considerato, a torto, chi ha una nonna e ha disponibilità economiche per recarsi a Napoli o addirittura a Barcellona, (a fare cosa non è dato a sapersi) poi, che esso sia un suonatore di flauto (dei topi) o altro, ma comunque senza alcuna formazione, nell’interpretare, documenti, leggere il territori e in alcuni casi eclatanti, neanche  parlante l’arbëreshë, “poco importa” (almeno per i saggi che rimangono sempre muti ad osservare gli eventi ed esternare mosse di sorrisi ironici).

Questo quadro, che purtroppo si trascina dagli anni ottanta del secolo scorso, invade gli ambiti di quasi tutte le macroaree e nonostante i saggi si ostinino a parlare di capitoli e di platee, quello che più appare e lascia il segno sul territorio, sono le manifestazioni estive e i convegni, dove i soliti noti se la cantano e se la ballano secondo una infinita battaglia che lo Scanderbeg ha continuato a fare prima, durante, e dopo la sua morte.

A tal proposito, vorrei precisare che, l’esercito di questo condottiero turco-albanese, prediligeva eliminare fisicamente i nemici e non fare prigionieri, come può essere possibile oggi, ballare al suono di tarantelle, secondo coreografie che emulano accerchiamenti, per fare prigionieri che devono pagare pegno, è la caratteristica del nostro popolo?

Non è più possibile andare avanti in questa direzione, basti pensare che uno dei casali di un noto paese (che vive inconsapevolmente una maledizione culturale dal 1806), non trova la collocazione di uno dei suoi casali; eppure bastava andare nella biblioteca diocesana locale e trovare dove è collocato san Benedetto.

Questo è solo un esempio del percorso storico orfano delle figure fondamentali, come il dato che ritiene simili i paesi minoritari da quelli indigeni, tralasciando e ignorando il “genius loci”, uno dei principi fondamentali su cui si basa la storia dell’architettura e dell’urbanistica.

Lo stato di fatto posto in essere, dalle amministrazioni e dagli istituti di formazione è diventata paradossale non avendo oggi alcun che di nuovo da argomentare, ne mete nuove da perseguire, motivo per il quale urge darsi delle regole in cui la R.s.A. non sia proprietà territoriale di coloro che si ostinano a scrivere una lingua che si avvale esclusivamente della forma parlata, della consuetudine e un poco meno del canto e dei valori religiosi davanti e dietro l’iconostasi.

Occorre un percorso nuovo che distingua albanesi da arbëreshë, in modo netto e ben differenziato; con il  fine di seguire la rotta per la ricerca delle motivazioni che hanno innestato questo disciplinare storico nelle regioni del meridione; oggi diventato il modello di integrazione idoneo a garantire gli eventi migratori in atto, gli stessi che creano identiche instabilità sociali e religiose  sei secoli orsono.

Commenti disabilitati su CANTANDO E BALLANDO AL RITMO DI VALIE CHE NON APPARTENGONO AL CONDOTTIERO

“hoj gàcë ku jie”

“hoj gàcë ku jie”

Posted on 21 settembre 2017 by admin

O MIA SCURE DOVE SEI!NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Un’arbëreshë di Acquaformosa al seguito di Garibaldi, durante una delle battaglie sul fronte lucano si rese conto che caricare il fucile era una perdita di tempo; e al grido di “hoj gàcë ku jie” stacco la baionetta dal suo fucile e affrontò il nemico.

Certamente oggi nella battaglia per la tutela delle eccellenze della Regione Storica, chi sente e avverte il che i propri valori sono calpestati e resi irriconoscibili, istintivamente gli ritorna in mente il grido dell’acquaformositano, per scacciare le innumerevoli inesattezze messe in campo.

Eppure l’estate appena terminata aveva fatto ben sperare dopo il convegno di Ginestra degli Schiavoni a maggio e in seguito a Luglio con la Vëllazëria di Casalvecchio di Puglia, purtroppo non è stato così, per colpa dalla mancata educazione storico culturale dei saltimbanchi che vagano come zombi affamati nei territori del principato Citeriore e Ulteriore, aldilà del faro.

Alle soglie del sesto secolo di tutela del codice più antico che vive, in quello che s’identifica come il vecchio continente, invece di seguire la rotta tracciata dai nostri avi, si preferisce seguire il turpiloquio, in cui la tarantella calabrese è il momento più coerente, a cu fa seguito l’armata di saltatori addomesticati, urlatori non parlanti e musicanti muniti di clarinetto, tamburelli e fisarmonica.

Parlare o discutere di turismo congressuale in questi scenari è come cercare di dare la benedizione al diavolo, in quanto tutti credono di possedere il contenitore del codice, inconsapevoli che in realtà non è altro che un “pacco napolitano”.

Le danze aprono le rievocazioni di avvenimenti mai esistiti, parlate alloctone, tradizioni diversamente abili, movenze turche, sonorità di tradizioni che spaventano e fanno fuggire i pochi studiosi e turisti accorsi.

La consuetudine, l’idioma, la metrica, la religione Greco bizantina, sono patrimonio unico e inscindibile, cercare di renderli indipendenti l’l’una dall’altra per il proprio tornaconto è come essere irrispettosi verso il buon nome di tanti valorosi che per difenderli attraversarono monti mari e ancora monti, sicuri che i loro discendenti nel corso dei secoli li avrebbero difesi allo stesso modo e onorato quel sacrificio in egual misura.

È per questo che bisogna stare molto attenti, nell’ esternare, sbagliando, le cose più elementari e non voglio trattare e dilungarmi su cosa succede quando si vanno a sporcare riti, che affondano le radici negli anfratti più intimi del codice arbër.

La storia dell’arberia non inizia nella seconda decade del ‘800, che rappresenta invece il momento cruciale della violazione del codice, per opera di uno scellerato che ogni qualvolta che a napoli iniziavano le rivolte, tornava a casa con la scusa di avere dolori addominali (prima di lui e molto meglio di lui) hanno illuminato la scena d’arberia, culturale e scientifica d’Europa, in maniera molto più pregnante e con argomenti e dati di gran lunga più seri.

Non sono pochi i dipartimenti nati per la valorizzazione di questo codice, che per non aver attuato come guida un progetto di ricerca, hanno perso la rotta e il lume della ragione, scavando a fare i piccoli archeologi (ironia della sorte o per incapacità interpretativa) lì dove tutto era cominciato sei secoli orsono, proprio lì dove i nostri avi avevano preferito fuggire, pur di non soccombere alle anomalie che avrebbero compromesso irreparabilmente il prezioso codice.

Oggi alle soglie del sesto secolo, ignari studiosi, hanno ritenuto che proprio quelle persone che volevano distruggere il codice potevano fornire elementi utili per arricchirlo, avviando così addirittura una trattativa culturale proprio con chi ambiva alla manomissione del codice; peggio di così, in un Europa così vasta, non si poteva inciampare

Tornando ai giorni nostri, non è concepibile che la tradizione e la metrica possa essere arricchita da chi la voleva distruggere, in altre parole non facciamo altro che alzare la bandiera bianca dopo sei secoli di onorato lavoro.

Scambiare canzoni con danze, persone anziane con carne cotta, parlate rarissime con scimmiottamenti turcofoni, il costume solenne per un abito di carnevale, solamente perche una legge elargisce risorse alle persone che amano flagellarsi; volendo usare un eufemismo, sarebbe come una mandria di bufali che corre su di un prato e punta verso bambini ignari che giocano.

Non resta che confidare nelle persone di buonsenso, che anche se poche sono comunque più preparate dei bufali, alle quali se si toglie il fieno a piccole dosi; augurandoci così che si sfianchino e non possano più calpestare il codice fatto di: famiglia, fratellanza, onestà e rispetto.

Commenti disabilitati su “hoj gàcë ku jie”

ATTIVITÀ CONGRESSUALI EVENTO SCONOSCIUTO DELL’ARBERIA

Protetto: ATTIVITÀ CONGRESSUALI EVENTO SCONOSCIUTO DELL’ARBERIA

Posted on 16 agosto 2017 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: ATTIVITÀ CONGRESSUALI EVENTO SCONOSCIUTO DELL’ARBERIA

MUSEI DEL COSTUME O RACCOLTA DIFFERENZIATA?

MUSEI DEL COSTUME O RACCOLTA DIFFERENZIATA?

Posted on 08 agosto 2017 by admin

Musei o discariche

NAPOLI ( di Atanasio Pizzi) – Si definisce museo l’Ambiente o complesso di ambienti adibiti alla raccolta e all’esposizione al pubblico di opere d’arte o di oggetti rari e di importanza storica, culturale, scientifica, al servizio della società, in quanto, emblema del suo sviluppo e delle testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente.

L’istituzione Museo le acquisisce, le cataloga, le conserva, le consegna alle generazioni future, giacché, elementi di studio irripetibili dell’identità culturale d’area.

Con la nota su citata si vuole rilevare quanto sia stata avventata, “l’idea”, di raccogliere e concentrare tanta storia in quelle strutture inadatte; operazione inopportuna cui bisogna porre al più presto rimedio, e parlo di quegli immobili che accolgono le arti minoritarie e impropriamente sono appellati museo (?).

La struttura museo in conformità con le esigenze conservative dei manufatti che deve accogliere, rappresenta un opportunità unica in quanto gli elementi da tutelare appartengono alle generazioni future.

Non è la quantità delle cose contenute che fa un ottimo museo, in quanto, è la capacita di conservare, proteggere dal tempo le opere, questo rende una buona struttura degna di questo appellativo, ogni altra cosa è solo Raccolta Differenziata destinata al macero.

Confondere il concetto di museo con la mera raccolta di oggetti e prodotti sartoriali della stessa essenza, è molto grave, specialmente quanto il luogo di accumulo non ha alcuna caratteristica per proteggere elementi così irripetibili.

Un museo è il luogo dove si tutela, si rispetta e si garantisce longevità all’elemento, che persone in buona fede affidano, all’istituto o istituzione innalzata, per essere tutelate ed esposte.

Raggirare la buona fede, con la velleità che più si accumula e più si sale la classifica museale è una menzogna, in quanto, senza cognizione di causa, si diventa distruttori certificati dell’unica forma d’arte presente negli ambiti della minoritaria.

È in atto lo sterminio più esteso all’interno della minoranza, quando si avrà consapevolezza di ciò, sarà troppo tardi, tra due o tre anni quando inizieranno a degenerare stoffe, pigmentazioni e gli intrecci dei tessuti si sfalderanno, dovrete dare conto alla storia per il danno prodotto oltre a rispondere del gran numero di elementi finiti, che avrete scientemente fatto scomparire.

 

Commenti disabilitati su MUSEI DEL COSTUME O RACCOLTA DIFFERENZIATA?

UN CONTRIBUTO PER L’ARBËRIA.

UN CONTRIBUTO PER L’ARBËRIA.

Posted on 06 agosto 2017 by admin

quadri Chimisso2BOLOGNA ( di Giuseppe Chimisso) – Almeno cento piccole ‘opere’ apparentemente simili, ma certamente diverse l’una dall’altra perché prodotte singolarmente e non in serie (gli ‘addetti ai lavori’ le definirebbero prodotte con tecnica mista), vengono donate e messe a disposizione per coloro che si attivano per iniziative fattive a favore dell’Arbëria; per principiare, verso coloro che favoriscono i lavori del Comitato di Scopo per l’elaborazione  di una nuova proposta di Legge Regionale per la minoranze linguistiche della Calabria.

Ogni raffigurazione fa leva sia sulla dimensione concettuale e simbolica, tanto su quella emotiva che viene suscitata da quest’ultima. Il costante dualismo è al tempo stesso arcaico e moderno, è anonimo ed al tempo stesso carico di aspetti che definiscono e rendono unico ogni piccololavoro.

Concetti ermetici, simboli, emozioni e passione che si ritrovano nel dibattito all’interno dell’Arbëria e per l’Arbëria, sono raffigurate e fanno ’bella’ mostra di sé nei colori classici della Cultura albanofona: il rosso ed il nero; assieme a questi, ma non in tutte le rappresentazioni, compare l’oro per definire l’aquila bicefala e la parola Arbëria.  La parola, l’acronimo R.s.A. (Regione storica Arbëreshë) ed il simbolo bicefalo compaiono su un campo di coloriprestampati che si uniscono ortogonalmente e che di base vanno dal celeste al blu scuro, dalle sfumatura del rosa al rosso cupo passando per l’arancio, con un nota ondivaga spesso verde.

Un’avvertenza: le persone che riceveranno la singola piccola ‘opera’, incorniciata e sotto vetro, sono chiamate ad impegnarsi fattivamente ed unitariamente per l’Arbëria che rischia di perdere le proprie caratteristiche essenziali, in poche parole di sparire, come spariranno, nel tempo, i colori simbolo della stessa, applicati sulle stampe; colori che potranno divenire evanescenti come l’Arbëria e sparire assieme a questa se i suoi tanti cultori, continueranno a ‘parlare’ per creare fossati e non per colmare quelli esistenti. Le diversità esistenti, caratteristica precisa che arricchisce la cultura arbëreshë, ma che non deve divenire elemento di paralisi per la stessa, diversità, dicevo, di visioni, di riti, di organizzazioni e quant’altro presente nel suo seno, devono puntare ad obiettivi comuni per la sopravvivenza della nostra cultura, attraverso un lavoro comune di base per la costituzione di un Progetto Politico di ampio respiro che dia una speranza nel futuro per tutte le popolazioni dell’Arbëria.

Commenti disabilitati su UN CONTRIBUTO PER L’ARBËRIA.

QUISISANA O DE LOCO SANO, LUOGO SANO, KA-SANA

QUISISANA O DE LOCO SANO, LUOGO SANO, KA-SANA

Posted on 04 luglio 2017 by admin

kasanaNapoli (di Atanasio Pizzi) – Nella toponomastica storica di Santa Sofia “Uhda Kasanesh” rappresenta un’altra delle incongruenze storiche cui non è stata data una coerente lettura; per questo essa ha assunto frettolosamente il ruolo di strada che conduce a Cassano dello Jonio, appellandola.

Essendo i Sofioti un popolo attento, preciso e determinato, oltre tutto la storia ci conferma che sono stati, gli unici a insediarsi all’interno del territorio più prossimo a Bisignano, ad essi sono riconosciuti, il senso della misura e i precisi obiettivi da perseguire, senza smarrire in alcun modo il senso dell’orientamento, tuttavia qualcuno ritiene che una strada che conduce ad Est, con il nome di un centro nevralgico come Cassano allo Jonio che si trova in direzione Nord abbia ragione di essere.

E chiaro che l’enigma va ricercato nella zona o la conca che la strada taglia perpendicolarmente e rappresenta il luogo più sano climaticamente di Santa Sofia, giacché area coltivabile a dimora ortofrutticola autoctona del piccolo centro.

Alla quale va affiancato un altro toponomi Sofiota di cui avremo modo di trattare in seguito

La conca aveva ed ha, nonostante le modificazioni avvenute dagli anni sessanta sino a oggi per opera dell’uomo; una conca a forma di ventaglio il cui vertice e la parte più alta, punta verso la località detta kiubica, mentre la base si adagia tra la località Chiesa Vecchia e il cozzo detto Mezzo-Naso. La conca essendo attraversata dai torrenti di Kroi Malit, Galatrella e Pedata Shën Mërish, lo rendono salubre sotto il punto di vista ambientale.

Le Correnti ascensionali rendono il luogo temperato per la sua forma particolare, che mantiene a regime costantemente un vortice di ventilazione ascensionale in direzione Nord, sud; in oltre la superficie a tre dorsali riesce a distribuire acque genuine e ricche di Sali minerali, che caratterizzano univocamente i suoi prodotti posti a dimora.

Quisisana o De loco Sano, Luogo Sano, sono generalmente appellate sin dall’antichità queste rarissime aree di salubrità, microclimi ideali dove le caratteristiche della natura trovano dimora per offrire l’armonia de eccellenza; da qui il toponimo: Ka-Sana; il resto della storia, la tratteremo più in la, quando Le Amministrazioni! faranno l’appropriato “mea culpa pubblico” per gli errori fatti a scapito del preziosissimo borgo dagli anni sessanta, senza soluzione di continuità, del secolo scorso a oggi.

Comunque rimango speranzoso nel ritenere che, alla fine, acquisiscano consapevolezza e chiedere scusa a chi si è stato chiamato a corte da Napoli senza avere poi ricevuto udienza.

Commenti disabilitati su QUISISANA O DE LOCO SANO, LUOGO SANO, KA-SANA

LA STORIA  NON È LA FAVOLA DI CORONE O LE VALJE

LA STORIA NON È LA FAVOLA DI CORONE O LE VALJE

Posted on 18 maggio 2017 by admin

LA STORIA ARBËRESHË NON È LA FAVOLA DI CORONENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’appuntamento elettorale degli anni ottanta e senza soluzione di continuità finanche l’ultimo di tre anni orsono, si distinguono perche nulla è mutata a proposito della caratterizzazione storico/minoritaria indispensabile per il rilancio della R.s.A..

Poco più di mezzora negli anni ottanta, il tempo di una tarantella; come tre anni orsono, il tempo di due telefonate; per avere consapevolezza che la piramide the Kushevet, era rimasta identica e nulla sarebbe cambiato.

Egocentrismo diffuso e la latitanza di formazione storica caratterizza la campagna di rinnovamento da molti anni e cosi questa ultima occasione si è rivelata ben presto come l’ennesima delusione di tutti coloro che preparavano l’esposizione delle “coperte ricamate” (Palacàt) nelle balconate e sui davanzali delle finestre.

Come negli anni ottanta anche gli interlocutori di tre anni orsono, hanno quale denominatore comune, il non essere arbëreshë D.O.C e non avere alcuna conoscenza della storia.

Una sorta di maledizione che avvolge la realtà di questo piccolo centro e gli impedisce di assumere il ruolo per il quale è stato innalzato nel XV secolo; ovvero essere capitale e non rimanere relegata al ruolo di cenerentola davanti al camino che per rifocillarsi consuma di giorno in giorno pezzi irripetibili della sua identità.

Uno stato di fatto che ho rilevato osservando il miracolo generazionale che ha fatto nascere un esercito di Antiquari.

A tal proposito volevo rilevare che non abbiamo bisogno di eccellenze alloctone che vengano a raccontare il nostro passato e la nostra storia, abbiamo risorse uomini e mezzi capaci di seminare tanta storia capace di dare lustro a tutta l’intera R.s.A.

Purtroppo gli stessi ambiti che avrebbero dovuto tutelare, valorizzare, innalzare collocando nella giusta casella una delle realtà territoriali minoritarie tra le più ricche di tutta la Regione storica Arbëreshë è diventata il territorio ideale per far divulgare inesattezze e ilarità.

L’intervallo storico che riferisco e identifico come “migrazione delle professioni per ambire al titolo di antiquari di minoranza” è stato il più penoso dal 1740 a oggi.

Nozioni e personaggi volatili che si scambiano i ruoli balzando dallo storico, al linguistico, al consuetudinario, all’antropologico senza regola o decenza.

Favole scambiate per storia, uomini utilizzati secondo le proprie necessità locali; un esercito di garibaldini che secondo una statistica supera il milione di giubbe rosse; cuochi che fanno gli storici, muratori che diventano architetti, giullari che diventano re, antiquari che si credono letterati, raccoglitori di spazzatura storica che si credono guide ed esperti di una realtà che ignorano, in quanto non hanno ne titoli e ne capacità o spessore culturale.

Un quadro che non ha ne colori né logica di pensiero, un mondo oscuro dove prevale l’egocentrismo e la velleità che tutti gli interlocutori, posseggono gli stesi itinerari di studio di chi ha permesso tutto questo; un progetto fatto in malafede con il fine di coprire le inesattezze diffuse; nozioni errate senza alcuna cognizione che possa essere comparata ad alcun che.

Per questo capita che in quella che dovrebbe essere la capitale della regione storica si confondano: la primavera con i balli, i Santi con le figurine, i banchetti con le processioni, i canti con le tarantelle, il costume con il vestito di carnevale, la chiesa con il teatro e ogni sorta di appuntamento storico di consueto è attribuita a una fantomatica vittoria di Alessandro il Grande; peccato che il più delle volte la data brandita e diffusa, persino attraverso i media, corrisponde a periodi in cui il grande condottiero risultava già deceduto.

Non c’è da stupirsi se poi nell’appuntamento più antico della storia minoritaria, sul palco si rilevi il dato che in pochi parli l’antico idioma e si da inizio a danze e balli di estrazione tipicamente calabrese.

La consuetudine di cui vorrei raccontare e parlare, ha il suo fulcro nel concetto stretto della famiglia tipica minoritaria, la stessa che ha come luogo materiale la casa, il giardino e il cortile; espansione dell’immateriale denominata Gjitonia; ambito senza confini tridimensionali, rappresentativo dei cinque sensi.

Se nella regione storica non si da priorità a questi due punti per iniziare a interpretare idioma, consuetudine, religione architettura, antropologia, e ogni disciplina del tangibile e dell’intangibile; viene da chiedersi ma che balliamo a fare le valje, che oltretutto esistevano, molto tempo prima che nascesse Giorgio Castriota Scanderbeg?

Commenti disabilitati su LA STORIA NON È LA FAVOLA DI CORONE O LE VALJE

CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

Posted on 05 aprile 2017 by admin

CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Esistono luoghi costruiti e vissuti dagli arbëreshë, che caratterizzano indelebilmente il territorio, per questo assumono  un ruolo fondamentale l’urbanistica, l’architettura e la ritualità, all’interno e all’esterno dei presidi religiosi.

Essi rappresentano la rotta cui affidarsi per consolidare altre discipline più deboli e per questo inconsapevolmente manomesse nel corso degli anni.

L’urbanistica, l’architettura e i riti vanno intesi quali involucri delle essenze identitarie dell’isola arbëreshë; mantengono caparbiamente vive, nonostante l’idioma abbia assunto, non avendone la forza, il ruolo di panacea di tutela della consuetudine, non più attribuibile o identificabile negli ambiti arbëreshë.

È chiaro che un patrimonio così rilavante, non può o dove essere posto nelle disponibilità di antiquari, musicanti e antropologi egocentrici, perché si avviano stati di fatto alloctoni capaci di sovvertire ogni forma di buonsenso.

In oltre se l’emblema diventa proprietà privata, utile al proprio tornaconto, i segni e le raffigurazioni religiose sono calpestati oltre misura; a questo punto il sacro significato attribuito a quelle immagini non appartiene più alla comunità, rivestendo per questo la funzione di vessillo depauperato dell’antico valore.

Non dobbiamo attendere che le statue si “appesantiscano repentinamente e inchiodarsi a terra” per comprendere che si è raggiunto il punto di non ritorno.

Ripetere quella leggenda al giorno d’oggi è molto difficile, in quanto sono cambiati gli avventori che non vengono da fuori, ma sono parte della comunità, per questo sarà molto difficile trovare le persone in grado di “recuperare il maltolto e riportarlo all’interno del sacro perimetro”, evitando così che le effigi assumano il ruolo vessilli o addirittura scambiati per amuleti.

È bene ricordare che non molto tempo addietro in Calabria il Vescovo di Oppido-Palmi, monsignor Francesco Milito, ha sospeso “lo svolgimento di tutte le processioni della diocesi”, perché impropriamente alcune di esse servivano a porre l’accento, “con la prassi detta dell’inchino”, all’egemonia di pochi rispetto al resto della popolazione.

In questo caso il confronto è molto forte, tuttavia la sostanza non cambia, in quanto, mutare o stravolgere il percorso, depositare statua e vangelo per un tozzo di pane e un bicchiere di vino, spoglia di significato l’evento e si fa peccato!

L’effige religiosa non è di Abele, non è di Caino, non è di Alfonso, non è di Franco, né tantomeno di Angelo, perché i simboli religiosi appartengono al popolo in egual misura, senza distinzioni, personalismi, egocentrismi o prevaricazioni di sorta.

La chiesa ha il dovere di vigilare affinché la funzione all’interno del perimetro religioso si svolga secondo l’antico rito adoperando i simboli bizantini, che sono antichi, rigidi e solidi; la “sezione pagana” con il rito della processione, deve essere unanimemente distribuita a tutta la popolazione ,attraverso il rituale percorso di devozione e penitenza.

Un percorso che non nasce da personalismi o preferenze senza ordine, perché i percorsi religiosi sono la sintesi storica del progredire di tutta la popolazione in sinergia con i bisognosi.

A questo punto credo sia utile fare autocritica e riflettere , affinché si addivenga alla “religiosa ragione” sia nel perimetro sacro e sia con le processioni, queste ultime possono anche contenere episodi pagani o allegorici, purché non divengano la regola perché la linea è una sola, indivisibili e non frazionabile.

Lungo il percorso di penitenza non si devono “tentare” i fedeli con gli strumenti del diavolo, che provoca i fedeli e gli fa perdere la ragione, con scorte di vino e alimenti di vario genere; la processione è il simbolo del sacrificio e non deve trasformarsi in occasione per rifocillarsi, smarrendo così gli ideali perché occupati a svicolare da una tavola imbandita all’altra.

I percorsi religiosi, “La Processione” si seguiva un percorso antico solido e comprovato storicamente, (almeno sino a quanto la ragione ha avuto il sopravvento), così come segue: la croce apre il corteo, seguita da fanciulli e giovani; poi le autorità civili, religiose, militari e i cantori; tutti davanti all’effige da venerare, portata a turno da fedeli e devoti; i fedeli, le allegorie musicali e ogni tipo di saltimbanco, chiude rispettivamente la processione.

I percorsi urbani ed extra urbani sacri, sono il frutto di un pensiero condiviso molto antico e non vanno mutati in maniera irrazionale, né si possono tentare i fedeli al fine di smarrire la retta via; provocare i fedeli con tavole imbandite con il fine di annebbiare il significato del percorso con rievocazioni senza un futuro.

Commenti disabilitati su CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

NON DUE GAMBE, MA “AGENZIE DELLA CONTINUITÀ”  Riflessine sull’articolo di Giuseppe Chimisso in “Il Dia rio ” di Castrovillri, anno  XV, n. 3, pag. 7

Protetto: NON DUE GAMBE, MA “AGENZIE DELLA CONTINUITÀ” Riflessine sull’articolo di Giuseppe Chimisso in “Il Dia rio ” di Castrovillri, anno XV, n. 3, pag. 7

Posted on 17 marzo 2017 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: NON DUE GAMBE, MA “AGENZIE DELLA CONTINUITÀ” Riflessine sull’articolo di Giuseppe Chimisso in “Il Dia rio ” di Castrovillri, anno XV, n. 3, pag. 7

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË