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NON DUE GAMBE, MA “AGENZIE DELLA CONTINUITÀ”  Riflessine sull’articolo di Giuseppe Chimisso in “Il Dia rio ” di Castrovillri, anno  XV, n. 3, pag. 7

Protetto: NON DUE GAMBE, MA “AGENZIE DELLA CONTINUITÀ” Riflessine sull’articolo di Giuseppe Chimisso in “Il Dia rio ” di Castrovillri, anno XV, n. 3, pag. 7

Posted on 17 marzo 2017 by admin

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TROPPI CREDONO CHE SIA LA STORIA?

TROPPI CREDONO CHE SIA LA STORIA?

Posted on 07 marzo 2017 by admin

ClanNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Se dovessi dipingere l’arberia e il suo seguito di addomesticatori, gli darei il corpo di un vigoroso cavallo, inseguito lungo gli anfratti collinari della regione storica, da antiquari napoletani, palermitani, romani, baresi, potentini, leccesi, e cosentini, che cercano di sellarlo non col basto, ma con la sella turca.

Tuttavia viene da chiedersi quanto durerà questa innaturale, vergognosa e insana farsa, che vuole piegare questo antico ceppo linguistico per il volere di inadatti antiquari, allocati alla guida di fantomatiche strutture non per i meriti, ma per la loro appartenenza politica.

Quante cose rimangono ancora indelebili negli ambiti d’arbëria, quante sono in grado di conferire significato alla Regione storica Arbëreshë per sostenerla degnamente?

Quali sono state le frizioni culturali che hanno consumato la volontà di azione e di movimento che in altri tempi e presso altre generazioni tonificava il sistema intellettivo, sociale e morale del nocciolo duro d’arbëria?

Ad oggi non è più un dato che si possa ritenere noto, tuttavia rimane un inestimabile e corposo sistema arbëreshë che va ripreso, consolidato, ripristinato e tutelato con tutte le risorse cultural, sociali ed economiche possibili.

La nebbia sale imperterrita dalle gole della R.s.A. e avvolge ogni cosa, solo chi ha vissuto e vive la parte alta è in grado di conoscere quali saranno gli effetti negli anfratti del territorio.

Intanto da quei luoghi ormai privi di riferimento s’innalzano lamenti di chi non riesce più a distinguere il mare dalla spiaggia, come in un girone dantesco, vivono immaginando di essere in una terra che non c’è.

Quale è la misura quotidiana del patrimonio identitario che viene annienta giorno dopo giorno tra gli ingranaggi di questo secolo, smettiamo di distrarci dalle piante sempre verdi del vicino perché esse non portano frutti, ma solo illusione e la morte del ricordo.

È idoneo chiedersi, per questo, perché si lasciamo ignari praticanti di bottega, a cibarsi delle nostre radici, solo per il piacere effimero di emulare un domani che non ci appartiene.

Perché scambiare la metrica del canto con quello della musica, eppure un grande uomo d’arberia diceva: che nella battaglia infinita tra musica e canto, riteneva quest’ultima quale frutto originario.

Perché non diamo un più alto significato alla nostra consuetudine e come in altri secoli, raffigurati in forma di mari, fiumi, tempeste, sismi e fiamme?

È un eufemismo continuare a ritenere che la cultura è allocato nella mente di nonna Elisabetta, di zia Clementina o abbarbicata negli ambiti murari di una gjitonia che materia non è.

Se dovessimo dare una forma materica al secolo trascorso e quello in corso, non mi viene in mente nulla, se non il grigiore della cenere, che poi sono quello che resta delle radici identitarie bruciate.

Pochi sono i fiori che ancora restano integri, non facciamo che l’inverno (i litiri) li trovi impreparati, diamogli una possibilità e innalziamo solidi presidi (Arbëreshë) per far crescere queste rare piante, le uniche in grado di risvegliare a primavera i sensi di un’antica tradizione.

Non servono venti nuovi in arberia, “perché il vento è uno solo” soffia da est verso ovest e porta con sé profumi e voci rarissimi; solo un arbëreshë li può avvertire e alimentare gli antichi principi di fratellanza che da secoli si rivelano come i più caparbi in tutto il mediterraneo.

Non servono canti alloctoni in luoghi sacri, perché così facendo si violentano i principi della propria identità religiosa, un luogo che t’identifica non deve e non può essere violato da ideologie litirë, che poi è il tarlo che consuma e rende in polvere ogni cosa.

Ogni luogo ha un suo ruolo e gli uomini che li hanno ereditati hanno il dovere di preservarli e lasciarli intatti alle generazioni future, nessuno può arrogarsi il diritto dovere di insudiciarli o di modellarli a propria misura culturale, altrimenti si persegue la via della perdita dell’antica identità.

Non meritate di conoscere dove sono depositate le povere resta del Baffi, se il suo paese, non rispecchia il senso del suo sacrificio; quale nesso avrebbe illuminare un luogo che è lo specchio di una società malata e priva di ogni senso culturale, lo stesso che promuove abbellimenti ed eleva il buon nome di quegli avversari che furono causa della sua dipartita.

Solo una tutela mirata degli ambiti violentati, ormai da molti decenni, potrà restituire senso storico, ma ciò va fatto affidandosi a chi si adopera per restituire la continuità storica più aderente alla realtà, solo così il piccolo borgo avrà modo di acquisire quella veste idonea per accogliere le resta dell’illustre letterato.

La storia non si fa con gli episodi, non si fa con le favole, non si fa con i venti nuovi, non si fa con i discorsi nuovi; il vento come la storia arbëreshë è una sola e non servono personalismi locali a divulgarla, ma occorre impegno, dedizione, professionalità, serietà morale e culturale, quella che manca da oltre due secoli ed è stata in grado di rendere la capitale d’arberia ad un ammasso di episodi senza ne testa e ne coda, allo stesso modo delle province turche da cui sfuggimmo cinque secoli orsono.

Una è la madre E non va mai confusa con altra cosa! Essa va rispettata sempre nel bene e nel male, tuttavia, quand’anche la disperazione l’allontanasse dai suoi doveri, non dobbiamo avere dubbi sulla sua integrità di madre, in quanto i punti di vista dell’inesperienza modificano le immagini che percepiamo, specialmente se alimentate dalla luce del denaro e di tutte le belle cose materiali che ci sono offerte con lo scopo di distrarci persino dal malaffare paterno; un giorno capiremo, ma sarà troppo tardi!

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LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA2Bologna (di Giuseppe Chimisso) – Ho letto sabato 28 febbraio, la costituzione del consorzio UNIARB, che raccoglie realtà associative sperse nei territori dell’Arbëria e quindi esprimo pubblicamente gli auguri di positiva e feconda attività tesa afar vivere la nostra cultura.

Sono però a riaffermare a chiare lettere la necessità della costruzione di un progetto di alto valore politico per la rinascita dell’Arbëria e di quanto la caratterizza: recupero della lingua Arbrisht, della cultura religiosa bizantina, delle sue tradizioni e di tutto quel patrimonio immateriale (oltre che materiale) ancora esistente. Se vogliamo tentare di salvare la nostra Cultura, dobbiamo invertire la tendenza in essere e ribaltare le vecchie e trite logichefrazioniste che tendono al proprio ‘particulare’ per costruire i presupposti affinché i giovani non vadano più a cercare un futuro altrove, diversamente nel giro di questa generazione la Cultura Arbëreshë sarà possibile osservarla attraverso le teche di silenziosi musei; potrebbe divenire una cultura non più viva, ma del nostro passato…

Dobbiamo arrestare lo stato di fatto presente e cioè quello che definisco ‘l’etnocidio culturale silente‘ che opera a tenaglia con l’invasiva attività dei mass-media e d’altro canto con l’inarrestabile spopolamento (soprattutto dei giovani) dei paesi arberesh. E non solo…

Certo, un’opera titanica ci attende; c’è lo spazio e la necessità vitale per una grande iniziativa politica nel senso più ampio e nobile del termine che sappia raccogliere il meglio tra la popolazione arbëreshë, al di là degli schieramenti, delle fedi, delle visioni della società, dei partiti e delle associazioni, ma trasversale a tutti questi. Dobbiamo costruire un progetto che sposi la salvaguardia della Cultura Arbëreshë con lo sviluppo economico dei nostri territori; insomma costruire un Progettoper una Nuova Rilindja politico-culturale che inneschi un circuito virtuoso economico: èl’unicastrada.

La grande partita da giocare non è solo quella per la salvezza dell’Arbëria, che ci interessa in primis e per la quale scrivo, ma nello stesso tempo quello del ripristino della democrazia linguistica in questo Paese che pur avendo una Costituzione democratica, la tradisce quotidianamente purtroppo da troppi decenni. Non è un caso che tutte le minoranze linguistiche (tranne le tedesche del Tirolo e quelle Patois della Valle d’Aosta, ma queste ultime tutelate solo grazie ad accordi internazionali) vivono in condizioni di inferiorità linguistica, come fossero nei fatti delle colonie interne.

A questa ‘scommessa’  dobbiamo dare energia e tempo.

Spero che  questa ‘scommessa’ sia negli intenti di UNIARB, se non lo fosse, spero che lo sia presto.

Con la costituzione di UNIARB, dopo la F.A.A. (Federazione Associazioni Arbëreshë), dell’anno scorso, abbiamo le due gambe per fare cominciare a muovere l’Arbëria, prima timidamente e poi possibilmente a farla correre; importante è che si costruiscano rapporti di collaborazione e di competitività positiva e che i due organismi non divengano, per parafrasare il Manzoni, come i due polli che appesi e legati alle zampe, si beccano a vicenda (magari per un chicco di grano)mentre vengono portati nel paiolo. Il mio auspicio è che sia UNIARB che la F.A.A. non facciano la figura dei polli, altrimenti nel paiolo ci finisce l’Arbëria.

“Giuseppe Chimisso – Cittadino Onorario di Civita e Presidente Ass. Skanderbeg di Bologna”

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“SI GNË VASHES ARBËRESHË”

“SI GNË VASHES ARBËRESHË”

Posted on 24 settembre 2016 by admin

ghe-arberesh2eNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando rileggo “i trattati” gli avvenimenti, le vicissitudini che hanno portato l’arberia al rapido depauperamento del suo prezioso patrimonio culturale oltre che religioso, mi chiedo come mai non ci sia stato un controllore in grado di porre un freno per tracciare i limiti oltre i quali l’erba non poteva e si doveva brucare.

L’arberia avrebbe dovuto affidarsi all’acume che caratterizza, purtroppo, pochi dei suoi sapienti uomini per non finire imprigionata in quella gabbia dorata che le impedisce di vivere le primavere negate e per questo diffuse come valje.

La rassegnazione che si millanta con la frase “non è rimasto più nulla” rappresenta il paravento che si vuole immaginare per non far avvicinare nessuno a quel tesoro che rimane nelle disponibilità segrete degli imperterriti litiri.

Dovessi dipingere l’arberia oggi, rappresenterei “Gnë Vashes Arbëreshë” imprigionata in una gabbia dorata, nelle disponibilità esclusive “dell’orco” che l’ha rapita e nell’attesa che si abbrutisca la tiene coperta affinché nessuno possa apprezzare le sue eccellenze fisiche e morali.

I floridi e ricchi territori che sino al dopo guerra erano considerati un serbatoio di cultura solidamente connessa con gli ambiti paralleli, in quanto, luoghi di un miracolo linguistico/consuetudinario irripetibile, oggi, sono diventati i territori delle leggende e delle favole che non hanno ne senso e ne luogo per identificarsi.

Troppi progetti e atteggiamenti anomali hanno visto come teatro la Regione dov’è nata la nostra, “Vashes Arbëreshë” ciò nonostante non c’è stato un protagonista che ponesse dei limiti al continuo stravolgimento culturale che ha prodotto più danni di un cataclisma.

Se a ciò aggiungiamo tutti gli avventori figli della legislazione Italiana (il picco del cataclisma) assume valori esponenziali insostenibili, motivo per il quale è indispensabile non fare un passo in dietro o di lato, ma ritengo che sia opportuno, fermarsi e pianificare un progetto che dia fine alla sofferenza che si incute alla indifesa “ Vashes Arbëreshë” che intanto rimane relegata nella sua piccola gabbia d’orata in attesa di un domani migliore per lei e i propri figli.

È tempo che la primavera accolga “ Vashën Arbëreshë” si diffonda secondo l’antico rituale della “Sapienza” e non rimanga più nelle disponibilità clientelari della politica locale, dell’incapacità culturale di alcuni dipartimenti o addirittura di chi ha fondi cospicui da elargire privatamente.

Qui si tratta di individuare chi veramente ha le capacità di cogliere il valore culturale dell’arberia, solo queste figure private (forse anche istituzionali) sono in grado di dare continuità storica, senza costringere ad assumere all’indifesa “ Vashes Arbëreshë” ruoli più umili che non appartengono alla sua nobile ed antica origine.

Uno scenario a dir poco surreale dove si baratta tutto per un momento di gloria che non avrà mai un seguito, s’innestano fiori nel deserto, si danno libri a chi non ha modo di leggere, si scambia ogni cosa per un attimo di gloria e l’incoscienza arriva a un punto tale che si compongono canzoni e non si difendono i valori materiali e immateriali di agglomerati interi (canzoni per paesi).

Tutti tacciono l’attuarsi di questo dramma epocale, tutti ridono, ballano e cantano, denotando un dato fondamentale, ovvero, che non comprendono o forse non hanno mai saputo cosa dilapidano assumendo queste posizioni di accomodamento politico/sociale.

“ Gnë Vashes Arbëreshë” non si compra, non si porta sull’altare promettendo una vita dorata, per poi chiuderla in una gabbia, pur se dorata, coprirla agli occhi del mondo con la Zoghä perché gelosi, rifinire poi quest’ultima all’interno con spine che incutono, pena, sofferenza per farla piangere nel silenzio di quella preziosa gabbia; atteggiamento oltremodo deleterio.

Se non si è in grado di sentire i gemiti di dolore “thë Vasheses”, la passione che essa ha per diffondere tanta grazia e sapienza intorno a noi, quale futuro possiamo assicurare alle generazioni che verranno; chi di noi sarà in grado di aprire questa gabbia dorata, dove è racchiusa la parte migliore della tradizione e farla volare come una farfalla ha bisogno quando verrà primavera.

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LA PARABOLA DEI MINORITARI

LA PARABOLA DEI MINORITARI

Posted on 24 giugno 2016 by admin

La parabolaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La parabola differisce da una favola giacché espone i fatti con la personificazione dei fenomeni; essa rappresenta la similitudine più vicina alla realtà e restituisce le proporzioni di un racconto, li rende comprensibili verosimilmente in forme religiose o morali.

La forza della parabola è contenuta nella comparazione, senza il bisogno di ricercare l’identificazione dei singoli personaggi o delle azioni svolte.

Una parabola può raffigurare gli avvenimenti che vedono protagonisti amministratori, antiquari e venditori di fumo degli ambiti detti “minori”.

Il cui comportamenti, nella gestione di quanto posto nelle loro disponibilità, appare priva di ogni logica e coerenza storica, per questo si collocano ben distanti dal seminato del garbo e della modestia culturale.

Ai gestori inconsapevoli, è riconosciuto il ruolo di “galline dalle uova d’oro”, i quali vengono sistematicamente circuiti da rampanti cultori, che forti della posizione all’interno di benemeriti dipartimenti universitari, si recano nei piccoli “furiki”, millantando oro, incenso e mirra.

Il risultato di questo modus operandi, ormai consolidato, mira prevalentemente a elementi indefinibili d’ignota fattura, il cui culmine è rappresentato, sotto la luce dei riflettori dei mas media locali, dalla fatidica inaugurazione seguita dal convegno, il cui indicatori fondamentali sono due: il primo è l’apparire; il secondo, rendere poco chiari i contenuti del realizzato, per questo, l’uovo è ingurgitato dal cultore; il contenitore e il fumo resta alle galline.

Solo il gesto del taglio assume un ruolo, chiaramente negativo, perché innesca l’interruzione tra identità del passato, quella del presente e depauperano le radici per il futuro identitario.

L’atteggiamento ormai consolidato non rappresenta altro che la svolta secondo cui, la ricerca assume concetti a spettro molto prossimo al ieri; elementi di un passato troppo recente che non ha alcuna attinenza con le origini storiche di macroaree, è per questo intorbidisce rarissimi lasciti culturali per le nuove generazioni, compromettendo irreparabilmente la logica di rilancio degli stessi ambiti.

Un vecchio saggio del mio paese che abitualmente, nei lunghi pomeriggi di calura estiva, sedeva nei gradini del profferlo “the sheschi lemë letirit”, diceva: prima di manomettere ogni cosa, per renderla duratura, devi avere consapevolezza di come funziona e a cosa serve, altrimenti finirai per danneggiarla o dismetterla per sempre.

Contrariamente a questo principio, la gallina dalle uova d’oro, affidandosi a queste sterili o grigie figure, che pongono in essere incompiute vergognose, tutti avvolti dal mantello dalla funzione che rivestono,  di cui non hanno alcuna capacità operativa o di attuazione.

La storia dovrebbe dare certezze sulle vicende che hanno caratterizzato questi ambiti, i quali hanno impregnato il costruito, ma l’incapacità interpretativa e l’inadeguatezza culturale, non oso dire altro, di questi avvoltoi della finanza, ha reso tante volte labile la solidità degli ambiti, per cui occorre porre nelle disponibilità di gruppi multidisciplinari quanto ancora riesce a rimanere abbarbicato nei centri di questi borghi, altrimenti non ci sarà più tempo per un domani.

Bisogna intervenire subito, ricollocando ambiti, tradizioni e tutto ciò che caratterizza il territorio dei minori, da quelli indigeni seguendo una logica geografica che distingue almeno i meridiani dai paralleli.

Tutto quanto sul dato che anche se un centro è qualificato minore, i piccoli frammenti della sua storia gravitati entro il suo perimetro territoriale fanno parte di aree ben più ampie e rappresentano le  cerniere che sostengono avvenimenti, consuetudini, idioma e religioni della storia del globo.

Molti errori sono stati compiuti e per certi versi sostenuti nell’inconsapevolezza generale, ma una volta individuati e come incongruenze storiche, devono essere banditi pubblicamente come malevole, senza dover ricorrere alla consolidata nenia: che tanto nulla è certo e qualsiasi cosa è sempre idonea per attirare attenzione e sollevare l’indice di ascolto.

Questi non sono gli ambiti della televisione, questi sono gli ambiti della storia e chiedono rispetto, così come in chiesa un comportamento va mantenuto, anche gli ambiti minoritari devono essere considerati come un luogo sacro e nei luoghi sacri bestemmiare è un grave peccato.

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SANTA SOFIA D'EPIRO 2 MAGGIO 2016

Protetto: SANTA SOFIA D’EPIRO 2 MAGGIO 2016

Posted on 07 maggio 2016 by admin

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VALJE

Protetto: VALJE

Posted on 10 aprile 2016 by admin

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I PATTI DELLA SCRITTURA, LA VOLUBILITÀ CONSUETUDINARIA E LE CERTEZZE ARCHITETTONICHE

Protetto: I PATTI DELLA SCRITTURA, LA VOLUBILITÀ CONSUETUDINARIA E LE CERTEZZE ARCHITETTONICHE

Posted on 22 marzo 2016 by admin

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GRECI - KATUND “Apertura di un nuovo spazio di fatto”

Protetto: GRECI – KATUND “Apertura di un nuovo spazio di fatto”

Posted on 21 febbraio 2016 by admin

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PERCHÉ LA TRADIZIONE ARBËRESHË È DIVENTATA TRASVERSALE

PERCHÉ LA TRADIZIONE ARBËRESHË È DIVENTATA TRASVERSALE

Posted on 07 febbraio 2016 by admin

TRADIZIONI TRASVERSALENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Per ricucire il continuo delle tradizioni, all’interno della R.s.A., si è ricorso all’utilizzo dello “slogan del Recupero della Tradizione” inconsapevole modello dei mali prodotti.

Due termini antitetici a ben interpretare, in quanto, il senso della parola “Recuperare” intende rimettere in funzione una cosa nelle disponibilità, che per un periodo prolungato è stata dismessa o in parte dimenticata.

La “Tradizione” rappresenta il filo ininterrotto delle conoscenze e quindi legano l’essere senza cesure o soluzione di continuità; come si può allora recuperare una continuità da cui non si può prescindere?

L’opera del recupero ha come fondamento la certezza che la tradizione si sia interrotta per il determinarsi di una nuova scienza, di un rinnovato concetto da storia-racconto da storia-problema, o per lo sviluppo dei nuovi processi, sociali, industriali ed economici.

Se l’ultimo punto è molto chiaro, gli altri due vanno analizzati con più attenzione.

Il termine Tradizione (dal latino traditiònem deriv. da tràdere = consegnare, trasmettere) assume il significato di passaggio di nozioni e racconti, soprattutto in forma orale, così come è fortemente radicato nei paesi albanofoni.

La consegna di nozioni da una generazione all’altra, richiede la contemporanea presenza di chi riceve e chi da: il racconto orale non può avvenire che con la partecipazione dell’azione.

Chi racconta è sullo stesso piano di chi ascolta, entrambi devono appartenere alla stessa categoria idiomatica ed entrambi partecipare all’azione più volte, perché i mezzi a loro disposizione sono identici e appartengono allo stesso gruppo cui fa parte il rito da tutelare.

La tradizione implica contatto diretto tra chi tramanda e chi apprende, ciò comporta che le due sfere coinvolte appartengono allo stesso ambito, in funzione della vicinanza parentale.

La tradizione non è altro che il passaggio dell’esperienza vincolata ad alcune regole fondamentali la cui attendibilità del messaggio è garantita dall’appartenenza, del comunicatore e dell’ascoltatore.

A fare da contro altare a ciò è la prassi largamente diffusa dell’esperimento che affonda le radici in presupposti dissimili dagli enunciati originali, l’approssimazione è padrona, e le lacune per questo, cercano l’allineamento senza mai trovarlo, perché perpendicolare alla linea della tradizione originale, producendo così surrogati senza senso, tempo e luogo.

Appare evidente che nel momento in cui si è andato a rispolverare elementi fortemente radicati nelle singole macroaree, immaginando di rivitalizzare o dare continuità a riti, consuetudini, costumi, attraverso il contributo di figure che hanno vissuto ai margini della comunità, il messaggio diffuso è fortemente distorto e colmo d’incongruenze.

Questo penoso atteggiamento è stato possibile vista la statica degli addetti istituzionali storici e clericali, i quali invece di intervenire, energicamente, alla messa in opera del modello trasversale “ del Recupero della Tradizione”, hanno preferito non intromettersi e attendere gli eventi per criticarli.

Il dato è paradossale, in quanto, sarebbe stato più ragionevolmente e costruttivo, predisporre, almeno un momento di confronto per evitare la messa in atto delle pericolosissime e trasversali nozioni, queste ultime amplificate oltre modo, nel corso di appuntamenti storici delle comunità, che per la mancanza, del indispensabile Tavolo hanno confuso: Primavere con Vale; Carnevali per appuntamenti Istituzionali; Riti Religiosi con Eventi da Stadio.

Questo chiaramente per evidenziare solo gli aspetti più elementari, giacché volendo addentrarsi in aspetti legati all’idioma, all’arte e alla consuetudine per i quali è indispensabile una formazione accademica, la manomissione ha innescato infiniti stati di labilità.

Allestimenti innalzati come originali da cento (tanti quanti sono i paesi nel meridione di etnia minore) Armate Brancaleone, che si appoggiano allo slogan e nella migliore delle ipotesi con fare elementare persino nell’utilizzare sostantivi quali: Gjitonia, Rioni, Quartieri, Sheshi, Uhda, Rugha, Shpia, Kaliva, Katoj, Vatra, per gli aspetti urbani; per non parlare di quando i figuranti si auto elevano a ricercatori sotto le vesti di: Linguisti dei Terreni, Scriba, Dottori, Traduttori, Foto-ricalcatori e Antiquari, immaginando che il popolo più anziano del Continente Antico, radicato al solo idioma, si possa interpretare solamente perché si ha nelle disposizioni finanziamenti elargiti, senza cognizione e parsimonia, dalla Comunità Europea o dagli organi preposti per l’emergenza delle calamità naturali.

P.S. – Gli atti volti a individuare le caratteristiche urbanistiche e architettoniche della R.s.A. (Regione storica Arbëreshë) sono stati qualificati secondari o minori, rispetto a quelli confinanti.

Per questo è indispensabile eseguire approfondimenti che partendo dalla lettura geoeconomica, connesse con lo studio degli ambiti storici, urbanistici e architettonici, forniscano elementi utili dai quali e con i quali, identificare il concetto di “Minore”.

Esso va inteso non come inferiore o marginale ma ingrediente indispensabile per scrivere la storia di una macroarea nota; volendo usare un eufemismo sarebbe che: per fare il pane serve tanta acqua e farina “ la Maggioranza”, cui vanno aggiunte piccole dosi di lievito e di salela Minoranza”, ma tutti gli ingredienti sono fondamentali per fare il vitale alimento.

Il fine da perseguire deve essere indirizzato verso la ricercare dei diversi contributi delle comunità minori, questi ultimi, nella loro semplicità, hanno caratterizzarono il divenire del paesaggio, visto non tanto come condizionante, ma interconnesso con le realtà attigue, con le quali ha scambiato elementi caratteristici espressi negli ambiti architettonici, urbanistici e ambientali, indirizzati a produrre sistemi sostenibili che ancora oggi sono i contenitori preferiti della micro filiera delle eccellenze.

Va quindi considerato, come scrive L’autore di Sheshi che: “ le comunità, come gli individui, sono dissimili, così come le loro architetture segnano in maniera diversa il territorio dove sono depositati i valori dell’identità culturale”.

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