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PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Posted on 25 maggio 2021 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – La minoranza che vive gli ambiti culinari del meridione dell’Italia, nota come arbëreshë, comunemente è posta alla ribalta quale fenomeno immateriale linguistico, senza alcun flebile atto di forma materiale se si escludono le eccezioni sartoriali oltre le attività di rito greco, alessandrino.

Non si fa menzione del genius loci e  del costruito, né della metrica canora quale sorgente fondamentale dell’atto idiomatico, pur non avendo storicamente alcuna forma scritta.

Da questi brevi accenni e inconfutabile, il dato che la confusione vegeta e si auto rigenera sovrana; giacche pochissimi sono in grado di intraprendere una rotta coerente, in grado di fornire elementi utili e senso al passato, al presente in solida coerenza per un futuro sostenibile.

Ritenere che la minoranza storica si tale, perché, parla diverso, sminuisce e traduce secoli di storia in un fenomeno da baraccone che si esibisce senza traccia.

Per questo è il caso di invitare quanti si occupa della trattazione degli ambiti della regione storica, di avere adeguata professionalità e particolare dedizione, nel trattare gli argomenti senza errori, rispettando la scaletta qui di seguito riportata:

  • Realizzare un vocabolario Italiano Arbëreshë, che riporta il corpo umano e gli elementi prossimi a consentire la sua sostenibilità.
  • Indagare il modello urbanistico diffuso, tipico delle città aperte, sulla base dei quattro rioni fondativi che uniscono gli oltre 110 centri antichi, di simili origini, allocati nel meridione italiano.
  • Estrapolare il tipo abitativo, che ha risposto e contiene il riverbero e le necessità storiche degli arbëreshë.
  • Produrre il postulato unitario per il modello sociale noto come Gjitonia.
  • Tracciare le alternanze religiose, poste in essere nel corso dei secoli, oltre tutte le inquietudini imposte, per giungere alla quiete della credenza.

Non è più tempo di vagare, alla ricerca di vicende storiche, protocolli o eventi sociali, negli archivi; è il tempo di studiare i luoghi, attraversati, bonificati, per essere vissuti e valorizzati secondo il modello kanuniano arbëreshë.

Smettere di andare a Barcellona, Madrid, Vienna ,Venezia e ogni altro capitale europea o americana per cercare atti di ambiti costruiti arbëreshë, la storia si cerca scavando con pala e piccone, li dove è stata resa sterile per inadempienze culturali di tutela.

Chi sa fare ricerca, la faccia a casa propria prima di tutto, non in casa di altri, tanto più lontano si va a cercare e meno si sa della propria radice.

Il costume arbëreshë, quello originario della macro area della media valle del Crati, è stato scritto secondo il lume del Collegio Corsini, prima e appena trasferito nel 1794, per comprenderlo serve solo sfogliarlo, leggerlo e riportarlo con garbo, perché non è trascritto in nessun loco, il vestito stesso è il trattato.

Quest’ultimo punto non perché meno importante, è stato elencato per ultimo, proprio perché argomento di questo breve secondo l’itinerario qui di seguito riportato..

Quando il collegio Corsini fu istituito, aveva quale fine la formazione del clero per accompagnare nel corso della vita terrena gli arbëreshë, avendo come fine le attività in senso prettamente culturale.

Tuttavia trascorsi circa due ventenni, chi sedeva a capo dell’istituzione, si rese conto che quanto predisposto in origine era grossolano e non avrebbe condotta verso i risultati attesi di completa identificazione sociale e religiosa.

Infatti, serviva formare anche fuori dal perimetro religioso, attività secondo canoni identitari che potessero trovare conferma, nelle attività clericali.

Quale migliore momento di unione tra chiesa e ambiti laici potevano essere inglobati, se non nell’atto dell’unione matrimoniale e il suo protocollo, prima, durante e dopo l’avvenuto rito.

Il matrimonio più di ogni altra cosa rendeva solida la chiesa e lo scorrere del tempo nelle attività sociali, il costume a questo punto doveva essere il trattato religioso e civile, in cui tutti, senza distinzioni di sorta, dovevano riconoscersi e rendersi partecipi al vivere comune.

Attività consuetudinarie emblemi identificativi, colori, momenti di unione e ogni sorta di struttura in forma di arte sartoriale, racchiudevano la credenza dei generi, nel vivere civile e nel momento di riconoscimento religioso.

Il Collegio Corsini dal 1792 diventa un emblema non solo religioso ma un’identità locale attraverso cui riconoscersi e identificarsi in colori gesta e simbolismi, che finalmente univano gli arbëreshë sotto la stessa luce, divina e solare.

In conformità a queste considerazioni storiche, è palese la ricostruzione che è stata fatta del costume arbëreshë, i cui emblemi le virtù della donna, la trama per diventare donna, la figura maschile primaria, ovvero il padre primo guardiano delle diplomatiche della purezza, lo sposo marito e le diplomatiche della inviolabilità, il confine tra generare ed allevare, la ramificazione della fonte, la chioma regina, tutti avvolti e segnati da trame dorate, temi sartoriali bene auguranti di un fuoco familiare che non si deve spegnere mai.

Sono tutti elementi che quanti si dovessero trovare al cospetto della sposa  arbëreshë, sono di facile lettura, ed è inutile ipotizzare che le risposte di questo manufatto, unico nel suo genere, possano esse trascritte nel documento notarile prodotto nelle aule del Corsini, depositato a Barcellona, quando magri a gestire quei territori era Parigi Capitale.

Il costume arbëreshë della macro area della media valle del Crati, non è un componimento sartoriale nato solo ed esclusivamente da consuetudini sociali e religiose.

Esso rappresenta è un componimento ragionato tra i più sopraffini del mediterraneo, è un tema, anzi una diplomatica storica di radici antiche senza eguali,.

Quanti hanno capacità di osservarli perché conoscono la storia, riescono brillantemente apprezzarne il valore, gli altri, i comunemente, alla vista di una tale opera senza eguali, sanno solo umiliarla indossandola male o consumarne i confini senza alcuna cognizione, perché non sanno cosa dicono e non hanno null’altro da fare.

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LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

Posted on 19 maggio 2021 by admin

AAAAAAAA1Prima con il mito  Giorgio Castriota, le cui gesta sono descritte sin anche negli emblemi di difesa.

Poi a seguire nel XVIII secolo, per fornire identificativi del costume tipico, in media valle del Crati, .

In questo breve, si sottolinea cosa rappresenta, il panno in porpora (Panj), che la signora Adelina B. da Santa Sofia, (in figura), porta avvolto sul braccio sinistro, giacché messaggio di  moglie e madre.

Premesso che il costume della media valle del Crati rappresenta la radice, in forma di arte sartoriale, o meglio, atti di credenza civile è religiosa, arbëreshë.

L’identificativo della sposa, moglie/madre, rispettivamente, arco temporale attraverso il quale diventa  all’interno del perimetro costruito dove vive la famiglia, per assumere in continuo il ruolo di tutrice del focolaio domestico.

A tal proposito è bene citare la figura Hestia, la prima figlia di Cronos e Rhea, la quale essendo la primogenita, per non sottrarre il trono al fratello minore Zeus, non andò in sposa con nessuni;  il fratello per rendere onore a questo nobile gesto, le fece assumere il ruolo, in tutte le dimore degli uomini, identificandola quale dea del focolare domestico acceso.

Per questo essa è la dea della casa, degli affetti e dell’ospitalità, perché nel centro della casa, trova luogo il focolare, il suo storico altare.

È qui che ricevere ogni bene, assumendo il ruolo di forza trainante della casa, sacro diventa così il focolare, amministrato senza soluzione di continuità; qui trovano asilo i supplici, qui si sacrifica la sposa, essa non è onorata solo al centro delle singole case, ma contemporaneamente nel focolare comune che le comunità accendono quando si riuniscono in pubblica piazza.

Solo attraverso il fuoco possono costituirsi e fiorire nuove famiglie, esso rimane indistinto nel mondo figurativo perché rappresenta la fiamma in continuo mutamento.

Il fuoco è il fulcro, centro, di ogni casa, nell’antichità quando una parte dei suoi figli partiva per insediarsi in nuove terre parallele, si affidava una favilla di fuoco, da poetare nella mano sinistra, al fine di accendere nuovi focolai e potersi ritrovare a casa attorno a quel luogo, che grazie a una favilla della madre casa continuava legittimamente a progredire.

La sposa arbëreshë quando diventa moglie porta sempre il suo panno color porpora nel suo braccio sinistro, specie nei giorni di festa, quando deve ricordare alla sua famiglia che anche quando e festa, che il fuoco della sua casa e sempre vivo.

Il costume arbëreshë della pre-Sila, in media valle del Crati è uno elemento caratterizzante che non trova eguali in nessuna macro area della regione storica.

Spetta alla posa, poi moglie e in seguito madre, ogni volta che indossa quelle vesti, inviare messaggi di continuità storica, spetta alle nuove generazioni comprenderne il valore e il senso di quei messaggi.

Sono questi che una volta fatti propri, in lingua madre nell’atto della vestizione, è opportuno saperli esporre in forma di vestizione e messaggi, con modestia, garbo e buon senso, come dicevano le nostre madri;  magari rimanendo in silenzio, per consentire alla “favilla madre” di illuminare ogni cosa, esposta agli osservatori incuriositi.

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L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË  (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

Posted on 13 maggio 2021 by admin

gjakNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) –

Nota in Anteprima-

Il componimento sartoriale che porta la donna a diventare moglie, è un insieme di messaggi, bene auguranti, che la donna sposa e il marito sposo hanno come prima dote; esso diffonde il giorno delle nozze e nei tempi a seguire ogni volta, indossate o quando sono depositate negli appositi contenitori, i temi di attività condivise, per il proseguimento della specie in senso tangibile ed intangibile.

A tal fine, chi indossa quelle vesti, è opportuno che abbia consapevolezza, dei messaggi e del significato di ogni atteggiamento, postura o elemento indossato di rifinitura, che è esposta.

Agghindarsi con quelle vesti, immaginando che sia puro folclore, sminuisce il valore dell’atto, terminando per essere inopportuni, incoerenti per terminare nel seminato dell’inopportuno, specie se ad essere esposti imprudentemente tratta minori.

L’abito nuziale rappresenta un manuale rigido e chiuso, una fortezza di messaggi, composto da strati in vestizione; insieme di oggetti per confermare l’evoluzione della coppia, dopo l’atto legale e religioso di unione.

Il disciplinare è eseguito da persone adulte, quanti conoscono il senso di quegli oggetti e di quelle vesti,  sono molto cauti e informano l’indossatrice di turno, gli altri cadono in errore e quando non hanno argomenti per difendersi dal volgarmente esposto, considerano le note cquale disprezzo personale.

L’abito nuziale rappresenta un manuale di atteggiamento composto da strati di vestizione, oggetti per confermare lo l’evoluzione della coppia dopo l’atto legale e religioso di unione, eseguito da persone adulte, quanti conoscono il disciplinare sono sempre molto cauti  e informano l’indossatrice di turno, gli altri cadono in errore e quando non sanno come difendersi dal volgarmente diffuso, considerano le note come disprezzo.

Premessa-

Il tema che segue vuole dare lustro e significato al prodotto sartoriale che identifica il matrimonio arbëreshë, forma artistica, realizzata seguendo l’itinerario storico disciplinare consuetudinario, contenuto in ogni dettaglio che da forma al costume nuziale quando è indossato nelle varie fasi della vita della donna.

Si mira, in oltre, a mettere in luce il valore di ogni elemento o facente parte la vestizione, associandolo al matrimonio, espressione del sistema famiglia, portato con orgoglio dalle donne arbëreshë e per questo sintesi della loro vita , prima durante e dopo il matrimonio.

Seguendo per questo la rotta che collega consuetudini di vita quotidiana illuminate dalla luce di credenza diffusa Greco Bizantina.

Prima di dare inizio alla trattazione, è doveroso ringraziare: Caterina e Carmela da Frascineto, Lucia da Santa Sofia, Anna Maria da Vaccarizzo, Gabriella da San Benedetto Ullano, Fortuna Vicchio da Lungro, Anna Rita da Falconara, Adriana di San Demetrio, in quanto espressione contemporanea per come si indossa, si espone il costume e si esegue  la vestizione correttamente.

Va in oltre rilevato che esse hanno contribuito a esprimere pareri e sensazioni di vestizione cogliendo oggi giorno quegli attimi della vestizione di oltre due secoli or sono.

Un’occasione sprecata da un numero considerevole di addette, che ritenendo esse sufficientemente formate, hanno preferito la via fatua del sentito dire, protagoniste in forma illusoria di favole per restare al cospetto della vestizione per caso.

Questi ultimi, in specie, continuano imperterriti a vivere orfani dei principi fondamentali dell’identità arbëreshë, imbibendosi della stessa teoria malevola dei volgari, che invece di unire separano i minoritari, verso mete prive di trascorsi del componimento sartoriale.

Introduzione- 

Di sovente si racconta o si espongono i costumi arbëreshë, elencando cosa lo componga, secondo la mera sequenza in fredde, nel frattempo, colorate vesti; enunciazioni locali, ben distanti dal loro reale significato storico rispettoso del disciplinare generazionale da madre a figlia.

Il più delle volte, infatti, la consegna orale, del prezioso manuale del matrimonio, non avviene come la storia vuole, ma per sentito dire, terminando la consegna nell’esprimere pare su un’ipotetica vestizione, coronando il tutto con errori a dir poco paradossali, amalgamando addirittura arte sartoriale, con attività non proprio di radice e trama tessile.

Un’altra metodica che ormai è diventata regola certificata, consiste nel proporre il tema della vestizione nuziale,  divagando liberamente in tesi di laurea o esperimenti editoriali, i cui docenti o esperti/e di riferimento, non essendo titolati/e in tal senso, finiscono per approvare, invece di correggere, quanto portato inventato dagli improvvisati stilisti della storia.

Questi comuni atteggiamenti, producono un duplice danno verso quanto dovrebbe essere sostenuto e valorizzato del prezioso modello, arbëreshë; il primo consiste nel avere un prodotto di tutela certificato da istituti, che non posseggono alcuna capacita culturale in tale area; il secondo ancor più pericoloso, in quanto lascia variegati componimenti scritti che primo poi sarà adottato come originale, traducendo tutto in una perdita della tradizione più intima della minoranza.

In questi componimenti che poi non sono altro che riversamento malevolo di concetti senza alcuna attinenza, con il protocollo quadrangolare chiuso arbëreshë, si fa grande sfoggio nel citare l’appartenenza in forma della tipica parlata, senza avere alcuna consapevolezza del significato dell’oggetto esposto o misura, sia dal punto di vista pagano o religioso.

Questo è il motivo che ha determinato la deriva, senza precedenti, mina vagante, del significato della vestizione in sposa; le cui parti, da quando le università e l’editoria hanno ritenuto tutelare e promuovere ben distanti dai temi della ricerca, aspettando seduti nelle cattedre che gli elementi sfilassero al loro cospetto senza alcun metro di misura, ricerca storica o titolo.

Tutto ciò ha condotto l’unico elemento artistico della regine storica confondere persino il tema di cinque sensi, liberando nelle disponibilità di quanti non avevano e ne hanno olfatto, tatto, lungimiranza, gusto e orecchio.

Premessa al discorso della vestizione-

Il matrimonio rappresenta l’unione fisica, morale e legale dell’uomo (il marito) e della donna (la moglie) in completa comunità di comuni intenti e vita, al fine, di fondare “la famiglia e perpetuare la specie”.

Il termine matrimonio come genericamente lo intendiamo, non collima con gli usi delle popolazioni del passato, in cui le unioni coniugali hanno avuto forme svariatissime per innumerevoli atti complessi, sin anche riferibili alla durata del rapporto in senso di tempo e di fatti.

Pochi sono i popoli che concepiscono il vincolo coniugale come indissolubile e nella maggior parte degli altri, la separazione, sotto forma di abbandono, di ripudio, di divorzio, largamente praticati, spesso per la sola volontà del  marito; meno spesso per il deliberato proposito della donna, che generalmente persegue la meta del tetto maritale.

Dalla disposizione che mostrano i popoli a contrarli, con persone della famiglia, della parentela o della tribù; o con  persone estranee al  proprio gruppo,  i  rapporti  matrimoniali si chiamano endogamici o esogamici.

Una forma estrema di endogamia è il matrimonio tra fratello e sorella, che si è osservato in vari luoghi, sebbene  per lo più, entro l’ambito delle classi sociali più  elevate.

Fra le norme che regolano l’endogamia, non va dimenticata quella in cui il fratello può sposare la sorella, ma non la maggiore di età.

Partecipano del principio endogeno le unioni obbligatorie entro le caste o le classi, nati allo scopo di mantenere integra la purezza del sangue o delle tradizioni genealogiche. 

L’orrore del sangue, cioè dei rapporti sessuali fra consanguinei, è alla base delle unioni esogamiche, le quali sono  variamente stabilite, secondo che l’interdizione o tabù riguarda il gruppo intero o il sottogruppo. 

Presso molte genti la proibizione ha un campo più ristretto specie le popolazioni riunite in clan o le fratrie, a queste ultime, se differenti è permesso il legame coniugale. 

Questo perché le fratrie sono divise in più clan, che formano dei veri e propri aggruppamenti esogamici, la caratteristica del clan totemico, per la mitica genealogia che affratella tutti i suoi membri.

Ordinariamente, in rapporto col sistema di parentela adottato o seguito dai differenti  nuclei  etnici, secondo che la genealogia segue la linea femminile o maschile, il matrimonio è vietato nella parentela maternale ammesso in quella del padre, o viceversa.

Gli atti che nella vita popolare dei primitivi intervengono a formare o a sanzionare le unioni coniugali, possono rappresentare o il contrasto delle parti, per il possesso forzato o violento della donna; o l’accordo delle stesse, per la  cessione della  sposa.

Da qui i due principali tipi di connubio, che portano i nomi di matrimonio per ratto e per compra-vendita della donna, queste divengono il manifesto dei rapporti sociali o regime di convivenza tra popoli:

  • il primo caratterizza la vita dei nomadi sfruttatori del suolo, e cacciatori sin anche della figura femminile.
  • il secondo caratterizza la vita dei sedentari, pastori, agricoltori, per i quali la donna, diventa o costituisce un valore aggiunto, al pari di tanti altri oggetti che  rappresentano la  proprietà.

È chiaro che se questi erano i presupposti antichi nel corso delle varie epoche, i principi si sono uniformati verso altre forme più rispettose specie nei confronti della donna, ciò non toglie che nelle consuetudini non troppo lontane, dalle nostre ere, il rito che precede e segue, l’atto del matrimonio celi nelle pieghe ritualità che attingono a da questi estremi modelli di porre in essere l’atto della procreazione riconosciuta.

Se a questi brevi accenni sono allocati all’interno del percorso, evoluivo/consuetudinario arbëreshë, danno la misura e rendono più chiaro ancor la linea seguita nelle tappe del matrimonio riferibile al popolo arbanon.

Sicuramente rappresenta l’evoluzione da modello endogeno a esogeno per giungere alle ritualità di unione,espresse sino agli inizio del secolo scorso, sia in forma materiale se sia in espressioni immateriali.

Certamente avendo ben chiare tutte le ritualità che si adopera nel matrimonio arbëreshë, si possono intercettare, quanto sia il valore dello sposo e della sposa rispetto e la parità degli sposi e cosa è rimasto ancora presente come atteggiamento in forma di emulazione rituale.

Di tutti i piccoli segni subliminali, valga il detto che: lo sposo deve non appartenere alla medesima gjitonia, “il luogo di ricerca della radice familiare, attraverso l’esame sensoriale dei cinque sensi”.

Il ratto figurato o simbolico, in età moderna, si risolve in una serie di formalità che le parti compiono dopo l’intesa o dopo la stipulazione dei patti, per la consegna della sposa .

Tali formalità possono assumere, talvolta, la forma di veri e propri giochi, secondo l’usanza esogamica, che porta il  fidanzato dopo  aver condotto a termine  le trattative con la famiglia  della donna, si  reca nel giorno  stabilito a rilevare la sposa, seguito  dai parenti e dagli amici, ai quali è affidato il compito di trarre in inganno la fanciulla e di per condurla  nell’abitazione maritale. 

La compravendita e il ratto della moglie vanno insieme, il contratto segue il ratto, come il baratto dopo il furto.

E che la compravendita sia la forma più recente di matrimonio si rileva dal fatto che il matrimonio si concretizza attraverso un ben noto protocollo, non scritto, secondo il quale all’interno della nuova unione, ogni facente parte depone la sua dote sia in forma di mestieri o arti e sia in forma di solidità economica con mobili immobili e ori. 

La fusione della consistenza economica nuziale, relativa alle disponibilità che si attribuisce alla donna richiesta dall’uomo richiedente, determina anche la raffinatezza di tutti gli elementi che compongono l’abito della sposa e rappresenterà l’emblema della famiglia anche dopo il matrimonio, svolgendo ance nel proseguo della vità l’emblema rappresentativo in ogni occasione pubblica sia religiosa e sia civile.

In  un primo momento le offerte hanno il valore di compensi; in un momento successivo, l’idea  del compenso  è mascherata  da quella del dono;  onde,  nel primo caso, il matrimonio  per compravendita  reale; e, nel secondo, per compravendita  simulata  o simbolica.

Il Costume e la sua radice.

Gli elementi più rilevanti della riforma amministrativa promossa nell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, generalmente sono identificati nei meccanismi che governarono le istituzioni e i conseguenti processi storici definitori dei referenti.

Soprattutto per il Regno di Napoli, gli studiosi hanno rivolto la propria attenzione ai meccanismi amministrativi, trascurandola configurazione territoriale e nello specifico delle macro aree locali.

Questo modo di indagare ha adombrato i legami con la più generale strutturazione del territorio e con l’importanza che strade, architettura, arte e paesaggio incisero sull’evoluzione in forma tangibile e intangibile.

Solo di recente, anche, nel campo degli studi meridionali è emersa la necessità di occuparsi degli sviluppi che hanno prodotto la configurazione territoriale e i confini tra comuni e comunità.

Essi rappresentano foriere di grande novità, nel panorama degli studi meridionali, per questo, le ricerche danno frutti, di fondamentale importanza che in molti casi ribaltano la sequenza degli accadimenti, rappresentando una vera e propria radiografia degli insediamenti.

La nuova metodica, d’indagare del territorio in età moderna, apre nuove prospettive per leggere meglio, il rapporto tra abitato e campagna, un quadro della geografia feudale, lasciato in cantina perche difficile da interpretare.

L’emergere di nuove strutture amministrative autonome, fanno perno nei primi decenni del Seicento, sulla fiscalità dei casali e sulla loro richiesta di autonomia in occasione dell’avvio di analisi per il catasto conciario.

La discussione preparatoria della legge del 14 dicembre 1789, che anticipa lo stesso ritaglio della maglia dipartimentale per l’evidente necessità di sostituire con istituzioni più solide le municipalità rivoluzionarie, nate nel caos dei mesi precedenti, prospetta l’opportunità di porre un limite demografico al di sotto del quale non si sarebbe potuto costituire il comune, indicandolo in 4-5 mila abitanti, con l’evidente disegno di sottrarre i piccoli insediamenti alla più facile influenza della chiesa e della nobiltà, ma anche per la non meno evidente carenza di un sufficiente numero di cittadini attivi, reclutabili per l’amministrazione della comunità.

In Italia il problema dell’adeguamento della maglia amministrativa si pone definitivamente con la nascita della Repubblica Cisalpina e, poi, con la Repubblica Italiana e con il Regno d’Italia per la Lombardia, il Veneto e gli altri territori di riferimento.

Per quel che attiene il Mezzogiorno, la legislazione d’impianto della riforma amministrativa e della configurazione territoriale relativa alle istituzioni locali arriva all’ombra delle armate dell’aquila imperiale durante il regno di Giuseppe.

Nel periodo precedente gli studiosi ricordano due tentativi recenti, il primo al tempo della Repubblica Napoletana del 1799, che attraversa come una cometa, il firmamento dell’universo politico italiano del tempo e l’altro durante la prima Restaurazione Borbone che per la verità in qualche modo richiama il progetto del 1767, relativo anche a un articolato piano di gerarchizzazione del territorio.

Con i nuovi provvedimenti sono finalmente riempiti di contenuti e attività amministrativa e giu­diziaria, ma quello che più conta e dalla prima nota territoriale al nostro discorso la divisione di compartimenti territoriali cui faranno parte da ora e sino all’unità d’Italia le macro aree della regione storica arbëreshë e in particolare i mandamenti territoriali di Calabria citeriore.

Esaminando con dovizia di particolari i paesi che sono la fucina di studio del nostro discorso, sotto l’aspetto amministrativo, sociale e religioso, si rileva che i paesi contenenti la quasi totalità degli elementi caratteristici del costume tipico da sposa, fanno parte dello stesso mandamento e sono sotto la giurisdizione religiosa di radice, Greco Bizantina, e per questo caratterizzato, indelebilmente il territorio.

Questo conferma un dato inconfutabile, in altre parole, dalla fine del 1767 in avanti, il voler identificare con radice, meno appariscente all’interno del presidio religioso più incisivo, la caratterizzazione religiosa non più forgiabile si caratterizza con le attività di unione matrimoniale, attraverso, il tipico costume arbëreshë che ne contiene fondamenta, radice di prosecuzione, crescita e guida.

Le consuetudini nella settimana prima della domenica di vestizione-

La rotta storica che andremo a percorrere mira a focalizzare non la mera esposizione delle vestizione o la elencazione sterile  degli elementi che compongono il costume tipico, cuore pulsante della consuetudine arbëreshë, ne tantomeno realizzeremo illustrazioni o apparizioni comunemente interpretate con sceneggiate di vestizioni, appartenute ad altre donne, con evidenti differenti anatomie, per questo senza  avere consapevolezza di cosa si va a compiere o si finisce di rappresentare il profano e non il sacro vincolo.

Per questo ogni cosa esposta o raffigurata, mira a rendere noto il significato che nel matrimoni assume quel determinato capo di abbigliamento, sia esso intimo, intermedio o visibile, tratteremo i temi di ognuno di essi e cosa rappresentano, a partire da ogni piccolo dettaglio in forma figurata o di pigmentazione.

Un discorso di continuità generazionale raccontato, cui si da ruolo e senso alle vesti, compreso il significato che hanno le eventuali movenze e posture che inconsciamente si assumono nel corso della vestizione

Quella vestizione che in molti inopportuni sceneggiati viene attuata da persone improvvisate, ma quello che più duole senza alcuna grazia conoscenza del rito, si elevano a saggi di atti che per questo si traducono in atteggiamnti a dir poco volgari per una sposa.

La vestizione della sposa il giorno del matrimonio, segue un protocollo antico e si compone di adempimenti, disposti nell’arco temporale della settimana che precede la domenica del matrimonio, generalmente nell’arco temporale dell’estate arbëreshë.

Tutti gli adempimenti di conoscenti, nëdrikùla, familiari, sposi e shëniagnëth svolgevano nell’ora e il giorno stabilito per adempiendo i doveri di credenza e di consuetudine.

I più salienti erano l’allestimento del letto nuziale il giovedì precedente il matrimonio e la mattina di domenica quando la sposa veniva vestita, con quelle sacre e rappresentative vesti.

Le Vesti della Sposa da nuda-

Scutina: Una fascia di cotone che si avvolgeva tra le parti intime a modo di mutando.

Petilia:  Una fascia di seta rettangolare che conteneva i seni nella parte anteriore, legata alle spalle con quattro lacetti di cotone che erano fissati nei quattro angoli del rettangolo,una sorta di reggiseno a fascia senza i tiranti superiori

Linjè-a: Camicia di cotone bianco a contorno del collo e l’unione dei seni dal Merletto (Mèrlletin) di tulle ricamato a mano e rigidamente impostato sino alla vita; questo rappresenta il limite di appartenenza, dalla vita sino ai polpacci come luogo per generare e dalla vita sino al collo come il luogo per allevare, uno rappresenta la semina, e il secondo la fonte per la prole.

Petilè-a: Striscia di stoffa rettangolare in seta con legacci in cotone annodati alle spalle, sul davanti contiene il seno e interrope all’altessa superiore del seno l’ampia scollatura che scende dal collo;

Sutanin-i: Sottoveste bianca ricamata alla base finemente con allegorie delle virtù della sposa, fissata in corrispondenza della vita, in corrispondenza di Linjè, si estende verso il basso sino nella parte delle gambe tra polpacci e caviglie;

Sutanin-i verd: Sottoveste a trame, (Pieghe) perpendicolari, pigmentate secondo le priorità di credenza familiare, tessuto in raso, con rinforzo nella parte della vita, questo serve ad avvolgere uniformemente le caratteristiche anatomiche dalla vita in giù della sposa, oltre ad assumere il significato allegorico di confine o frontiera invalicabile del suo primo tutore maschio: il padre.

Sutanè-a razi: Sottogonna in raso pieghettata con un bordino d’oro, essa rappresenta la dote e quindi la figura paterna, simbolo di rispetto e solidità morale della giovane; il padre perche nelle consuetudini antiche rappresentava il primo tutore maschio della giovane figlia; le pieghe rappresentano la barriera esoterica e religiosa dell’inviolabilità della donna a cui si affida il padre tutore che sarà sempre il riferimento ultimo per la difesa,

Cohè-a Gonna pieghettata di raso in seta e oro, così denominata, perche rappresentano il marito e la casa che assieme andranno a costruire; duecentoquaranta pieghe rappresentano la barriera esoterica e religiosa dell’inviolabilità della donna affidata dal padre alle attenzioni del marito.

Xhipun – i Nastri: Corpetto con ricami in oro e colore porpora: azzurro, rosso, verde, di stoffa; rappresenta la storia della famiglia che si va a formare; riassunto delle nove generazione che dall’unione e dalla fonte del seno materno renderà possibile la prosecuzione della specie, unione tra uomo e donna che attraverso la fonte materna genera e da senso alla unione che si va ad attuare.

Kezè – a: Diadema nuziale riposto in testa; di estrazione o meglio di radice dogale prende spunto dalla massimo esponente sociale e religioso di quella società, unico e solo ad avere la direzione di ogni cosa, in quale fonte insostituibile di sapere e tutela.

Il  tipico copricapo con la sfera nella parte sommitale posteriore rappresentava la fonte materna di ogni cosa,;m cosi anche per il costume arbëreshë, riposta in capo alla donna, sopra la topica pettinatura figurativamente emulava, il seno in senso di saggezza che attinge dal passato, le prospettive del futuro.

Kallucieté, -t: Calze bianche lavorate a mano; erano l’emblema della calore a che tiene sempre solida l’istituzione che genera la prole, prua e divinamente inviolabile.

Kèpucè, -t: Scarpe realizzate dello stesso tessuto della “Zoha” rappresentano le fondamenta della famiglia e per questo filate e tessute in oro, la rappresentazione del divino, in quanto, espressione di luce senza origine.

Per terminare questo breve si vuole accentuare il valore sociale del costume, che vuole rappresentare un’insieme di valori consuetudinari, pagani e religiosi, essenza bene augurante, per il sostenere e valorizzare attraverso i colori e raffinate stoffe lino, cotone, raso, broccato, di seta e oro, in una armonica combinazione, la fonte di un’identità che si consolida nel tempo e non smette di esistere.

                                                                                                            Napoli 2021-05-13

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L’ARBËRESHË NON È UN ACROLITO

Protetto: L’ARBËRESHË NON È UN ACROLITO

Posted on 08 maggio 2021 by admin

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DAL VENERDÌ PRIMA DELLA PASQUA (Valje, le ridde tra Arabi e Saracena?)

DAL VENERDÌ PRIMA DELLA PASQUA (Valje, le ridde tra Arabi e Saracena?)

Posted on 08 aprile 2021 by admin

TRADIZIONI TRASVERSALE

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – È da venerdì che senza alcuna soluzione di continuità, si postano commenti, foto e video dell’evento caratterizzante  martedì, seguente la Pasqua  arbëreshë.

Non un ripensamento, non una riflessione condivisa è stata realizzata, se non libere  interpretazioni, fuori dai protocolli arbëreshë.

Dopo due anni di mancata rievocazione  la mante avrebbe dovuto reagire per correggere quanti  distrattamente hanno inteso, l’appuntamento di martedì, come espediente per confermare, la deformata del costume, divenuta libera interpretazione o sintesi globalizzata di inesistenti avvenimenti.

Da tempo studi specifici rivolti alla minoranza  arbëreshë, hanno palesato quante inesattezze sono state ritenute vere,  mentre dubbi avvolgevano tutte le conclusioni relative, inducendo, per questo a desumere che tutte queste dovevano essere sovvertite, a cominciare fin dai primi fondamenti e preparare saldamente un  duraturo protocollo identitario, per le generazioni future della minoranza.

Questa nei fatti è diventata un’operazione assai impegnativa, nell’attesa che i tempi maturassero per non dover aspettare un’altra generazione per impadronirsi del disciplinare.

Per questo il tempo che rimane per agire, lo si utilizzi a fini di una pianificata tutela, vista la pausa di riflessione che a ben vedere supera le pieghe che ha un costume arbëreshë.

Le Valje, Vaglie o Valie raggiungono storicamente il loro apice nel periodo di post Pasqua, notoriamente esso rappresenta il primo appuntamento religioso condiviso dalle chiese Latine e Grecaniche.

Le vicende conseguenti il Concilio di Trento intorno alla metà del XVI secolo, disposero scelta di indirizzo  a favore della chiesa latina con espedienti più pregnanti nel territorio di competenza; i vescovati alla luce di ciò, imposero  in senso generale con più forza i loro riti e così fu anche a scapito degli arbëreshë.

Tuttavia non tutti i paesi di minoranza arbëreshë, accolsero di buon grado tale direttiva, specie in quelle macro aree, ricadenti in diocesi, con patti storici con la Romana Chiesa.

Dai tempi di quell’imposizione, dal 19 marzo l’inizio dell’estate secondo il calendario bizantino e in particolar modo per gli arbëreshë, sino a Pasqua inoltrata, tutti gli appuntamenti religiosi diventarono occasione per mostrare la propria identità, in forma d’ironica protesta, nei confronti delle autorità civili e clericali, naturalmente fuori dai perimetri religiosi e all’interno dei centri antichi.

In origine protestare per la propria identità non era impresa facile, per cui, facendo apparire le manifestazioni come la festa della fratellanza (Vlamia) tra indigeni e minoritari, divenne il modo per camuffarle il messaggio tra parlanti l’antico idioma.

Il canto e le movenze, che attraverso il bagliore di raffinati costumi, inviavano messaggi di profonda ironia e ogni genere di rancore palesato, verso le autorità locali che ignare applaudivano divertite.

La Valja per questo è da ritenere la massima espressione dell’identità arbëreshë; in quanto, attraverso la metrica che sostiene l’antico idioma, (canto fra generi), valorizzato dell’arte sartoriale, che nel corso dei secoli si veniva a comporre, rappresentano le forme più espressive in senso tangibile ed intangibile per i minoritari facente parte della regione storica.

La Valja è la massima espressione canora per gli arbëreshë, essa non va associata a ipotetiche battaglie dell’eroico Giorgi Castriota, che in questo caso non centra nulla, o addirittura Ridde tra Arabi e Saraceni, ne tanto meno danze senza garbo, dove ad essere compromessa è la storia del costume settecentesco arbëreshë, la prima espressione in forma di arte materia.

A tal fine e per terminare questo breve, si ritiene opportuno azzerare tutti gli eccessi e le anomale interpretazioni, che ormai non hanno senso e motivo per replicarsi in futuro e  per il bene della continuità storica vanno a breve giro di Valja accantonate, sperando che  la memoria perda questa brutta composizione senza  finalità identitaria.

Il prossimo anno tornerà la nuova estate per gli arbëreshë, per tanto a partire da oggi, “urge instaurare un tavolo di lavoro”, per un saggio ravvedimento, tanti giorni quante sono le pieghe della veste che rappresenta il padre sommate a quelle dello sposo, sono di auspicio che i tempi sono maturi.

A tal fine è urgente riunirsi attorno al seme della radice e quello del nuovo fiorire, per disponendo con dovizia di particolari, gli ingredienti indispensabili per le nuove generazioni di fare valjia, senza “mai inginocchiarsi” innanzi a gonfaloni stesi, in segno di resa.

 

 

 

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LA RISIGNIFICAZIONE ARBËRESHË NON È UN BELVEDERE një i bënur i rij, nëngë ësht dëritsor i motitë

LA RISIGNIFICAZIONE ARBËRESHË NON È UN BELVEDERE një i bënur i rij, nëngë ësht dëritsor i motitë

Posted on 23 marzo 2021 by admin

RicollocazioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – I centri antichi di origine arbëreshë, per le note caratteristiche distintive hanno subito, senza soluzione di continuità, in forma di demolizioni, sostituzioni e risignificazione, in sostanziali porzioni dell’abitato costruito o addomesticato.

Allo stesso modo e senza alcuna tutela, sono stati sottoposti a ogni genere di colorita angheria culturale, cento e nove ambiti costruiti, che diffusamente disegnano la regione Storica, in modo indelebile dal XIII secolo.

Comprendere come abbiano potuto, i detti Stati Generali di Tutela, rimanere imperterriti nel vedere violato il loro ideale di tutela, non è dato a sapersi; tuttavia resta un mistero, il dato secondo cui, nel mentre si prodigavano ad annotare espedienti di ogni genere, le quinte e la terra che li sosteneva e li avvolgeva, spariva dall’orizzonte percettivo.

Il culmine è stato raggiunto, quando mentre i medesimi stati, s’impegnavano a produrre foto e compilare esperimenti grammaticali, le istituzioni, dismettevano un’intero centro antico, di inestimabile valore urbanistico e architettonico, perché gli abusi edilizi moderni realizzati senza controllo, non avevano trovato la misura di equilibrio con l’ambiente naturale.

È vero che questo è stato un singolo episodio, ma comunque tutti gli altri cento e otto rimanenti, subivano angherie generalizzate come ad esempio, la densità del centro e il peculiare rapporto con l’orografia, che ne impediva la rotabilità veicolare, attuando per lo scopo, gli operatori locali, demolizioni e ricostruzioni, delle genuine quinte storiche, abbarbicate ancora al valore storico, dei poco noti  sheshi.

Nella transizione che va dal loro innalzamento sino all’unità d’Italia, i katundë di origine arbëreshë, come gli altri indigeni,  seguono una crescita in linea con le esigenze e le direttive di esperienza, a diretto contatto con l’ambiente naturale, basati su una temeraria e duratura economia agro silvo pastorale, che terminava la sua filiera breve, proprio all’interno del centro antico.

La deriva abitativa ha avuto inizio dagli anni cinquanta del secolo scorso, per rispondere alle richiesta di manodopera delle industrie del nord Italia e dell’Europa.

Ha inizio così lo spopolamento delle generazioni più giovani e attive, le quali come ricompensa, inviavano risorse economiche ai loro cari, avviando così il processo di decadimento del valore architettonico del genius loci.

Notoriamente anche se organizzati secondo peculiarità di macro area, oggi sono impropriamente appellati Borghi, ma questo è il minore dei mali, infatti, dagli anni settanta del secolo scorso è stata messa a nudo una piaga ancor peggiore; essa consiste nel aver adoperato strategie di abbellimento architettonico e strutturale a dir poco elementari, i cui esecutori si possono individuare sia negli uffici preposti, dediti al controllo e il rispetto delle normative, ma più di ogni altra cosa è stata la poca professionalità degli esecutori, in forma di pensiero ed esecuzione, i cui sottoposti manovali, venivano imprestati dall’agricoltura, che in estate riposa.

Strada dopo strada e casa dopo casa, è stata messa in mostra la peggiore strategia per intervenire all’interno o ai margini dell’edificato della centro antico.

Se tutela deva esse, certamente non lo è stata, giacché ha prevalso la risignificazione degli oggetti d’intervento a fini  globalizzati, dove ha prevalso la regola che tutto era da abbellire e tutto poteva essere stravolto o sin anche demolito per rilanciarne, l’uso in forma moderna.

Se il centro antico su cui si vuole intervenire per ricollocarlo secondo un preciso itinerario storico e turistico dell’era moderna, è opportuno indagare lo stato dei luoghi, del territorio, le sue peculiarità, il suo aspetto, l’architettura e la scienza d’equilibri all’interno degli scesci; labirinti fatti di prodotti di natura locale e costruito, capaci a difendersi, nel confronto con il territorio limitrofo, gli uomini e la natura.

Tutto questo non si può accomunare in una sola parola, ma differenziare ogni cosa secondo le epoche, le esigenze sociali di chi li ha innalzati a fini e scopi precisi, secondo un precisa esigenza locale su base sociale, non globalizzato, ma peculiarità esclusiva del luogo.

Un borgo ha la sua storia in Germania, in Francia e nei paesi a nord dell’Europa dove sorsero per esigenze dissimili, da quelle della lingua di terra che si stende nel bacino del mediterraneo; è qui che  sorsero Castrum, Casali, Motte, Villaggi, Frazioni, Terre, Vichi, Poggi, Oppidum, Civitas, Vichi e molti altri componimenti urbani ancora, tutto secondo una precisa espressione di tempo, di luogo, di economia e politica territoriale, ben intrecciata con il territorio.

Allo stato delle cose per rilevare descrivere e pianificare il futuro sostenibile per i centri antiche delle colline italiane, bisogna tornare con i piedi per terra, anzi direi che andrebbero appoggiati nelle traversa dei bachi di scuola per renderli solidi e stabili, al fine di rimanere composti, come dicevano i nostri vecchi professori, per poter leggere attentamente e con profitto quanto di storico si acquisiva leggendo.

Quanti hanno seguito quei consigli oggi sanno distingue gli agglomerati da recuperare perché sanno riconoscerli e collocarli nel giusto itinerario della storia, perché buoni tecnici osservatori.

Quanti  hanno di fatto, preferito restare scomposti,  fanno i giullari, motivo per il quale, si occupano del territorio, di recupero, di consolidamento e  del costruito storico,  fa per  spettacolarizzare, o creare boschi impropri o accanimenti impropri verso in costruito storico.

Sono pochi gli addetti di buon gusto e auspicio che sentono di essere  parte di un processo di sostenibilità, per questo restano  composti e con i piedi saldamente a terra, sapendo che così facendo, rendono più sicuro l’equilibrio della storia,  secondo  regole che rispettano natura, uomo e architettura .

L’edificato del centro antico, non è soltanto la casa da cui affacciarsi all’interno del labirinto “sheshi”, in quanto, essa stessa è artificio di quella quinta e di quel preciso e identificato costruito.

L’insieme del costruito storico nasce per ospitare tare contadine/operai quando furono edificati, nobili/borghesi in seguito, per terminare oggi ad essere il vanto della proto industria locale e memoria storica dello scesci.

I centri antichi si possono leggere in diverse forme di abbandono e decadenza, in tutto ambito di residenza fittizia per proprietari che, nella migliore delle ipotesi, ne cedono i locali  o vi dimorano pur con notevoli spese, perché residenti  in luoghi più a contatto con i servizi.

L’architettura storica, in cui il mantenimento delle caratteristiche estetiche è considerato con sempre crescente accanimento terapeutico, assurge oggi a ruolo di teca espositiva o, nei casi più gravi, si è vista compromessa ogni dignità di esistenza o rapporto con la storia.

Essa viene lasciata al degrado più assoluto perché non rientra nei piani di bilancio economico del comune o della regione, le stesse che a ogni tornata elettorale la promuove come riscatto dell’identità da recuperare, per poi allo stato dei fatti, finiscono imperterriti per incutere ancor di più decadenza formale estetica e materica; un quadro d’insieme decadente a favore  dell’ambiente naturale che giorno dopo giorno avanza e copre o cancella ogni segno e forma, opera degli uomini.

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UNA DIPLOMATICA ARBËRESHË

Protetto: UNA DIPLOMATICA ARBËRESHË

Posted on 11 marzo 2021 by admin

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GJITONIA

Protetto: GJITONIA

Posted on 15 febbraio 2021 by admin

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SPERANDO CHE FINISCA L’INFERNO

SPERANDO CHE FINISCA L’INFERNO

Posted on 13 febbraio 2021 by admin

PIsa1NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Quando la tutela della diversità storica, culturale, civile e religiosa, palesemente mira all’apparire, coinvolgendo per questo testimonianze di secondo ordine è il segno che il diffuso interesse è complementare al singolo.

La metodica del gruppo ormai è palese in tutte le manifestazioni, per quanti conoscono e hanno consapevolezza dei ricorsi storici e di come vengono allestiti.

Alla luce di ciò ogni volta che si esprimono teoremi, concetti o divagazioni su cosa, siano gli elementi caratteristici e caratterizzanti i minoritari o i luoghi in forma di città aperte, si termina in ogni sorta di alchimia attribuita alla macro area d’interesse, utilizzando la solita metodica, che inizia, si svolge e termina, in un nulla di fatto.

Se poi si sostituisce l’inverno all’estate, generando, come di sovente avviene, uno stato che non esiste, si può affermare con estrema precisione che il vaso di pandora è pubblicamente aperto e il comunemente dilaga senza vergogna.

Ancora oggi dopo una lunga stagione di leggi, provvedimenti e atti, allestiti rispettivamente sotto la falsa bandiera della tutelare, del tangibile e dell’intangibile, si dispongono le più variegate purpignere (vurvinë), avendo cura che siano ben distanti dalle latitudini di interesse, anzi addirittura non mediterranee.

Poi se si cerca di approfondire quale sia la ricetta, si entra in un mondo di paradossali favole; percorso di ricerca, in cui lo scrivere del favellare è sempre anomalo.

La compilazione dei temi è a dir poco elementare, volendo essere magnanimi, si potrebbe dire da scuola media di primo grado, questi in specie trattano divagazioni che spaziano dal comune idioma, alla trattazione senza titolo, di elementi urbanistici, architettonici, sociali e materici per terminare, nel luogo senza identificativo.

Oggi si fa un gran parlare dei temi di accoglienza, fratellanza, integrazione o non discriminare i generi, in pubblica piazza o sul palco per apparire, poi nel chiuso delle istituzioni, si lavora alacremente per trovare gli elementi che dividono, annotando cosa rende diversi gli uni dagli altri, sia essa una minoranza storica o maggioranza territoriale, terminando nell’intercettare addirittura cosa rende ogni individuo diverso dall’altro che gli sta accanto, con la frase:  noi  diciamo così.

Si parla senza consapevolezza della diversità culturale di macro area in ogni centro abitato, pubblicando addirittura adempimenti editoriali di parlata locale, con la nota di espressione d’area, in altre parole si va alla ricerca di cosa divide e non di cosa unisce.

Sarebbe più utile rilevare cosa caratterizza o cosa accomuna tutti i centonove agglomerati urbani della regione storica, specie le aree dove trovano espressione identica il costruito, sia dal punto di vista delle architetture e sia della disposizione urbanistica.

Non si è mai discusso di quali siano stati o sono gli elementi idiomatici che accomunano la regione storica e poi magari solo in seguito a consolidamento avvenuto, accennare le intimità che caratterizzano le varie discendenze attraverso le innumerevoli parlate.

Si esprimono pareri paradossali, che a tutt’oggi non danno ragione al fenomeno sociale, detta Gjitonia, associata comunemente a Quartiere, Rione, o parti distinte del centro, in senso generale, senza distinguere la parte antica da quella storica, tutti comunemente per poi terminare, nel concetto di vicinato; componimento estrapolato da ricerche risalenti al 1954 per altri temi minoritari.

Si esprimono teoremi sulla Valja ritenendola forma di ballo di macro area, senza riflettere sul dato che si tratta solo ed esclusivamente di un canto tra generi senza musica.

Così come non si ha consapevolezza dei Riti di Pasqua, l’inizio dell’estate, l’appuntamento storico del genere umano che lascia l’inverno alle spalle e da inizio alle attività produttive.

Un rito antichissimo importato dalle terre dell’Epiro, il modo antico di suggellare l’integrazione la convivenza tra modi di essere non uguali, unendo in leale convivenza minoranze e maggioritari, al ricordo dei defunti, che in quelle terre trovano perenne dimora, Vlamia.

Questa fa parte di quella manifestazione che ogni paese da luogo e che storicamente era appellata “Verà”: momento solenne dove i minori in costume e con il viso mascherato, accoglievano gli indigeni prima di recarsi in fraterno rispetto, verso i luoghi di sepoltura; e come segno di accoglienza, ironizzavano con canti in lingua diversa facendo apparire il ballo come manifestazione di giubilo, celando lo scherno.

Su questa rotta di adempimenti inopportuni, continuare per grandi e piccoli errori, senza mai terminare nel restituire valore alle cose, al più presto chi di dovere si assuma la responsabilità del tutto perso e nulla  tutelato.

Se si continua ad abbellire la propria meta, senza intuire che quando gli edifici collassano, trascino tutto ciò che lo compone senza preservare nulla.

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IL SUONO, GLI ODORI, LA CONSISTENZA DELLA PASTA E IL SUGO FATTO IN CASA

IL SUONO, GLI ODORI, LA CONSISTENZA DELLA PASTA E IL SUGO FATTO IN CASA

Posted on 31 gennaio 2021 by admin

cera un voltaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La domenica, sino a quando ho abitato con i miei genitori, di sovente mi svegliavo piacevolmente con i ritmati tonfi che provocava l’impasto di (miell) farina, (ujë) acqua, (kripë) sale, (valë) olio e ( thë verdat e vesë) rossi d’uovo, lavorato a mano da mia madre, sopra l’apposito spianatoio, (Kiangùni).

Quando si raggiungeva, con il continuo rivoltare e stendere, la consistenza desiderata, si copriva il panetto, lievemente d’orato, con un canovaccio per lasciarlo riposare; a questo punto, mia madre, si recava in cucina a preparare il sugo, insaporito rigorosamente di carne d’agnello (shëtiërë).

Prima (valë)l’olio, poi (gudur)uno spicchio d’aglio intero sbucciato, (gnë fjetë dhafnie) una foglia di alloro; a questo punto iniziava a tagliare la carne, che avrebbe di li a poco rosolato, mescolando il tutto lentamente a fuoco lento ,assieme ai sapori naturali già elencati.

Quando la superficie della carne creava una lieve patina di crosta, era il segno che avrebbe incamerato gli aromi interni,  quello era il segno di aggiungere le quantità di passata di pomodoro, conserva di casa, che con la lieve cottura avrebbero insaporito il tutto.

I segreti per l’idoneo matrimonio, tra carne e sugo, grazie ai testimoni vegetali a questo punto, erano tre: il fuoco lento, coprire la pentola lasciando uno spiraglio per dissipare con misura i vapori e chicca finale, non aggiungere mai acqua.

A quel punto la casa diventava il paradiso di odori, il segno olfattivo della festa che inebria ogni angolo appena il sugo in iniziava lentamente a borbottare, nel chiuso della pentola.

La lentezza della cottura consente di tornare in sala da pranzo a dare forma alla pasta, procedendo nel toglieva il canovaccio sopra il prezioso impasto e dopo un’ulteriore stesa e ripiegatura  con la spatola (shëtërë) si inizia a realizzare piccoli frammenti di impasto: prima a forma rettangolare e poi cilindrici allungati.

A questo punto le piccole porzioni, si lavoravano con (hekuri) il ferretto, così come segue: si spargeva con maestria sul piano di lavoro farina e con manualità antica s’inizia ad arrotolare i cilindri d’impasto arrotolati al ferretto sul piano di lavoro; questo per non consentire che la pasta aderisca a esso, è lievemente curvo, tale che nella rotazione che consentire al fillilë di prendere la sua forma tipica, si sfili facilmente.

Cosi per un numero di azioni ripetute senza mai perdere il ritmo, prima sullo spianatoio lasciati a prendere la forma, poi si depositano in file ordinate, disponendoli sulla parte libera del tavolo su di una tovaglia opportunamente infarinata.

Terminata l’operazione, si copre tutta la disposizione delle file di pasta con il canovaccio e si ricontrollava la pentola del sugo, che nel lento borbottio raggiunto la consistenza ideale, ristretta e mai con chiazze acquose.

Per impiattare, si mette la pentola con acqua sul fuoco e appena raggiunta il punto di ebollizione s’immergono i fillilë facendoli bollire per pochi minuti e quando l’esperienza ritiene che siano cotti al punto giusto, si scolano per bene disponendoli nel piatto di portata.

La preparazione del piatto a questo punto può iniziare, insaporendo il tutto con il sugo ristretto, un pezzo di carne di coronamento ricoprendo tutta la superficie con una nevicata di pecorino locale, non prima di aver deposto una foglia di basilico di adorno.

Il sugo si preferisce farlo ristretto al punto giusto, perché la pasta essendo fatta in casa, è avvolta da acqua di cottura che si insinua all’interno incavato e rilascia nel momento dell’impiotamento, questi liquidi fondamentali andranno ad amalgamandosi con il sugo di superficie, insaporendo magicamente il tutto con il formaggio a la carne.

Guai a preparare il sugo per i fillilë, molto liquidi, perché poi si finisce di fare una annacquata diffusa, quello che comunemente succede in quei piatti di quanti/e dicono di saper fare e non sanno.

Fare la pasta in casa  secondo la cucina arbëreshë è un atto antico,  tramandato da madre in figlia, per questo non è certo nelle disponibilità di quanti hanno fatto altro in gioventù, gli/le stessi/e che oggi pur di apparire dicono di saper fare, ma questa è un’altra storia solo per fotografie di una pietanza annacquata, che fa sorridere quanti sanno e capiscono che il fare le cose arbëreshë è un’altra cosa.

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