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LA CULTURA DEL NON CONFRONTO IN BASKIA

Protetto: LA CULTURA DEL NON CONFRONTO IN BASKIA

Posted on 21 maggio 2022 by admin

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LA CULTURA NON È ALTRO CHE IL LIEVITO PER FARE IL BUON PANE

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Posted on 16 maggio 2022 by admin

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SULLE BALZE DEL POLLINO ( Katundi Civita)

SULLE BALZE DEL POLLINO ( Katundi Civita)

Posted on 07 marzo 2022 by admin

275297823_5222999894391398_3049577895678805196_nNAPOLI (di Giovanni Panzera) – Sulle balze del Pollino, in Calabria, vi è la massima concentrazione di paesi popolati da profughi albanesi, costretti a fuggire dalla fine del XV secolo dalle proprie terre per l’arrivo degli invasori turchi, frenati, fino a quel momento, da Giorgio Castriota Scanderbeg, morto nel 1468.

Per distinguersi dai fratelli rimasti in Albania sotto il gioco musulmano, gli emigrati stanziatisi in tutte le regioni del “Regno delle Due Sicilie” hanno assunto il termine di arbëreshë. La mancanza di contatti continui tra le due etnie ha creato un solco che si è sempre più allargato tanto che oggi hanno poco in comune.

Sono andato a visitarne uno dei più caratteristici: Civita. Appena mi è comparso all’orizzonte, mi sono fermato perplesso a studiarne la posizione. Ma a chi è venuto in mente di stanziare un gruppo di persone su quel terrazzamento con un burrone a monte e uno a valle? La montagna alle spalle potrebbe franare e sotterrare le abitazioni; oppure il paese potrebbe scivolare verso valle con le immaginabili disastrose conseguenze.

All’ingresso del paese vi è una scultura in pietra che rappresenta un’aquila, dominatrice dei monti del Pollino; osservate la posizione, ha planato, si è posata su una roccia, l’ha afferrata con i potenti artigli, la testa con il becco adunco tra le zampe per abbassare il centro di gravità, ha le ali spiegate unite verticalmente perché il volo è terminato e fra poco le raccoglierà sul corpo.

Poco oltre vedo l’immancabile busto dell’eroe albanese, dell’ ”atleta di Cristo”, di Giorgio Castriota, soprannominato Scanderbeg, Alessandro, in ricordo delle sue imprese contro i persiani al pari del giovane eroe macedone.

Il paese, pur essendo integrato nella civiltà del paese ospitante, conserva usi e costumi di quello originario. Ho visitato il locale museo, nel quale campeggiano oggetti, costumi, ritratti, riproduzioni, pannelli storici delle tradizioni albanesi, come quelli sparsi in tanti borghi dell’Italia rimasti isolati tra le balze dei monti; sono entrato nella chiesa di rito greco-ortodosso, la religione dei padri, come quelle che ho incontrato nei decumani di Napoli, ricreate dagli immigrati dei paesi slavi e balcanici; ho ascoltato le voci e i discorsi in lingua arbëreshë, a me sconosciuta, come i tanti stretti dialetti, che, nonostante l’Accademia della Crusca, si continuano a parlare nelle singole regioni italiane; ho letto i cartelli bilingue, non dissimili da quelli dei paesi al confine con la Slovenia, l’Austria e la Francia.

C’è, però, una differenza fondamentale: il territorio. Gli altri paesi si trovano in zone concentrate a ridosso dei confini. Quelli arbëreshë, invece, sono diffusi in tutte le province dell’ex “Regno delle Due Sicilie” formando una comunità, che dovrebbe essere più connessa di quello che in realtà è.

La popolazione ha resistito alle vessazioni di principi e tiranni, anche per la protezione di Irina Castriota, principessa di Bisignano, pronipote e ultima erede legittima di Scanderbeg. Tutto bello, tutto integrato, in questo paese arbëreshë, cioè italo-albanese, degno rappresentante di questa vasta comunità diffusa.

Civita, però, ha qualcosa che la rende unica: “il ponte del diavolo”. Giù, oltre il burrone a valle, scorre un torrente, il Raganello con le sue gole, i rumorosi balzi tra le rocce, i restringimenti e le zone dove si allarga e riposa, meta di escursionisti dediti agli sport fluviali. Nella piazza del paese si trova il mezzo che vi precipita giù lungo una strada impervia con una pendenza da capogiro che l’esperto giovane autista percorre in una manciata di minuti. Ed eccoci arrivati al “ponte del diavolo”: dal disegno dell’arco si denota e deduce l’origine romana. La vista è stupenda; affacciarsi oltre il parapetto e farsi rapire dallo scorrere dell’acqua che si infila e si contorce tra i grossi massi è uno spettacolo irrinunciabile, nel quale la natura si mette a nudo e mostra i suoi tanti segreti. È un paesaggio da favola trasportato nella realtà di un paese che è impossibile cancellare dalla memoria: Civita.

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LE FIGURE DELLA SOSTENIBILITÀ POLITICA, CULTURALE, SOCIALE E RELIGIOSA DEL MIO PAESE

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Posted on 12 dicembre 2021 by admin

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GJITONIA: IL LUOGO DEI CINQUE SENSI (Gjitonia: ku shogh e ku gjiegjgnë)

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Posted on 30 ottobre 2021 by admin

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GIACULATORIA INNALZATA! ( per gli Arbëreshë ghe vieshëe e shëluer)

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Posted on 19 settembre 2021 by admin

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LE CASE, LE CHIESE, IL BOSCO, IL CIELO, LA METRICA, LA STORIA E LE ARTI ARBËRESHË

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Posted on 13 settembre 2021 by admin

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NOTE SU GRECI - INVIATE COME LETTERA AL DIRETTORE DEL MATTINO-

NOTE SU GRECI – INVIATE COME LETTERA AL DIRETTORE DEL MATTINO-

Posted on 04 settembre 2021 by admin

GreciGRECI (AV) (di Antonio Sasso) – Un aneddoto che tanti Arbëreshë ricordano e ripetono spesso, è quello relativo a Scanderbeg in punto di morte. Si fece portare un mazzo di rametti ed invitò i presenti a spezzarlo. Nessuno ci riuscì. Chiese quindi ad un giovane di provare e gli suggerì il sistema migliore. Ruppe i singoli rametti e quindi il mazzetto si sfaldò. “Con questo gesto, io, vi volevo dimostrare che se restate uniti nessuno potrà mai spezzarvi, ma dividendovi anche un solo bambino potrà condurvi alla morte”. Detto questo spirò. Credo che questo sintetizzi in pieno l’animo della gente di Greci. Dopo sei secoli sta ancora lì, conserva la lingua, oralmente trasmessa, tradizioni e cultura ed una gran voglia di continuare a lottare per non interrompere questo affascinante amarcord. Più il rischio spopolamento diventa reale, più lo sforzo si moltiplica. Più la generazione avanti negli anni diminuisce, più le nuove ritornano a dare linfa vitale, anche se per periodi sempre più brevi. Il legame con la terra dei propri avi, le consolidate radici, la forza interiore, lo spirito bellicoso che contraddistingue i Grecesi, i forti contrasti che caratterizzano i rapporti interni- a volte gli uni contro gli altri armati – i dissolvono nel momento in cui qualcuno osa chiedere dov’è Greci. Quando si parla di Katundi un unico sentire, un unico ardore, una grande complicità! Da questi impulsi nascono conseguenzialmente, alcune considerazioni. Ognuno nel proprio ambito, sfruttando al meglio le conoscenze e le amicizie, ha cercato rapporti che potessero dare visibilità alla Comunità Arbëreshë. Così si spiega la cortese disponibilità dell’Ambasciatore- prof. Neritan Ceka-a fare la prefazione ad un mio libro e mi piace riportare un brano: “ leggendo il racconto è come vedere quasi un film il passato di Katundi, che somiglia ai paesi albanesi della mia infanzia. Sono innamorato di Katundi sin dalla prima visita nell’agosto del 2014”- e ancora “abbiamo dimenticato le sofferenze e le privazioni e abbiamo conservato gli odori e i colori di una vita semplice e diretta”. Le Istituzioni, in occasione della visita del Presidente d’Albania dott. Ilir  Meta , coincisa con l’inaugurazione del busto di Giorgio Castriota Scanderbeg sono state molto attente e la popolazione tutta ne ha preso atto. E’ stata una festa di popolo! La visita graditissima del Console generale di Albania, il 25 u.s., festa di S. Bartolomeo, Dott. Gentiana Mburimi è un’ulteriore conferma dell’impegno generale. Personalmente ho rapporti cordiali su Facebook con il Ministro della Cultura Albanese Prof. Elva Margariti. A suo merito, mi piace ricordare la presenza dell’Albania all’ultima Biennale di Venezia e i tanti siti recuperati. Questo poi è un anno particolare in quanto ricorre il trentennale dello sbarco della nave “Vlora”. La popolazione di Greci è stata in prima fila ad offrire solidarietà ed ospitalità. Immediatamente si è messa a disposizione al grido di “gjàku i shprishur su hàrrùa” ed ancora oggi sono presenti famiglie, perfettamente integrate, di quel momento storico. Non ultimo è d’uopo ricordare il comune sforzo profuso dalle Acli regionali e dall’arch. Pizzi – anche lui arbëreshë di Napoli – per perorare l’intitolazione di una strada e della relativa targa in via S.Chiara a ricordo degli anni vissuti a Napoli dalla Regina albanese Andronica Arianiti Comneno – vedova di Scaderbeg. Su interessamento del Sindaco De Magistris, la Commissione toponomastica partenopea ha espresso parere favorevole ed una delegazione composta dal Comune di Napoli, dalle Acli e dall’arch. Pizzi, è stata ospite del Comune di Greci il 21 luglio 2021. “Oggi il Paese è bello, sempre più ameno e dolcissimo da gustare: ma quanto è vuoto ahimè! Lo spopolamento sistematico lo sta riducendo ad uno stato di quiescenza che l’anima sola può far rivivere!”  

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IL COSTUME, DELLA MEDIA VALLE CRATI UN PONTE CHE UNISCE LA CASA E  LA CHIESA ARBËRESHË

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Posted on 19 luglio 2021 by admin

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COME RIPETERE L' ESTATE TURBATA

COME RIPETERE L’ ESTATE TURBATA

Posted on 13 luglio 2021 by admin

Firma1NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Avere vicino chi fa finta di stenderti la mano, senza coerenza, perché abituato a saltare da un pensiero a un desiderio, senza pace, porta la mente a un evento antico proposto con le stesse cadenze di agosto; ritrarre la mano onde evitare legami, è il minimo dovuto verso quanti si apprestano ad esporsi in altare.

Poi se tutto termina proprio li dove il vile avvenimento ebbe luogo è il segno che essersi allontanato da quei luogo, è stato un gesto saggio e distingue “uno”, rispetto i tanti parenti di quella vergognosa pagina di storia.

Cercare un posto lontano, è il gesto più coerente da attuare, per elevarsi rispetto a questi eterni pendolari della cultura religiosa e di consuetudine civile scambiata per llitirë.

Regione storica di artificiosi paradisi, palloni che non volano e nel silenzio, ovunque vanno scuotono le anime e producono rovine peggio di come il Vesuvio fece in Pompei.

Palloni gonfiati silenziosi, mossi da sibillini rumori orizzontali, colmi da insoddisfazioni perenni a cui si sommano personali turbamenti e vestizioni  di genere senza garbo e senso.

Fuggire dal mondo prodotto da questi esseri colmi di falsa boria, abbarbicati ai valori dell’ignoranza, per questo pura finzione disperata, è il gesto più nobile che possono fare le persone normali e di buon senso, che di agosto prendono le distanze.

Come in un gioco perverso, sono gli stessi comunemente che subiscono il fascino del profano scambiato per sacro, spargendosi, sin anche la testa di cenere per diventar poeti e confonde il tragico dal genuino della barbarie più cruda.

Sono gli stessi che imperterriti, senza mai avere consapevolezza dei loro gesti e teoremi divulgati, valgono meno di una posa di avanspettacolo, parabola di gesti mai attuati dalla storia; tutti accolgono di buon grado, tanto alla fine si prepara la tavola imbandita, dove si moltiplicano pani e ogni sorta di manicaretto vegetariano, animale e idoneo comunque per spartire.

Così facendo conquistano il palcoscenico pieno di luci sublimi, inconsapevolezza, di un nulla prodotto, se la meta di poter  spartire le cose ingorde, di vite mediocri, meschine e non certo di estrazione nobile.

Essi vivono sotto vuoto e in perenne stato d’assedio, combattono nemici spietati, generati nella perfidia figlia dell’ignoranza, dalla noia e dai legittimi derivati della loro mente.

Hanno voglia di salire sempre più in alto, per urlare e mostrare i falsi battiti del cuore e la perversa mentalità, il cui fine mira esclusivamente al vergognoso luogo di provenienza dove primeggia, l’ignoranza allo stato puro.

Chi vuole salvarsi da questa cattiva perfidia deve, per forza emigrare, salire più in alto che può, con il suo irripetibile bagaglio di cultura; solo così la parabola del corvo e dell’aquila ha modo di attuarsi, quando si raggiungono i confini dei comuni volatili, è allora che finalmente il corvo cade e nell’impattare a terra, mostra i limiti e vergogne di nudità, millantate per illibate.

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