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“MIA IMPRESSIONE”  (2 Maggio 1958)

Protetto: “MIA IMPRESSIONE” (2 Maggio 1958)

Posted on 07 marzo 2020 by admin

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QUANDO L' ÓMAGGIO DEI SOFIOTI AL SANTO ERA SENTITO (2 Maggio1958)

QUANDO L’ ÓMAGGIO DEI SOFIOTI AL SANTO ERA SENTITO (2 Maggio1958)

Posted on 07 marzo 2020 by admin

ALTRI TEMPI ( A. Bugliari) – Il “calendimaggio” sotto i pagani, si concludeva con le feste di primavera: oggi, in alcuni paesi delle colonie Italo-Albanese, a causa della trasformazione, attraverso i tempi, nel rito cristiano, si ripetono quindici giorni do­po l’Ascensione con Wlamia e Moterna {fratellanza e so­rellanza).

A Frascineto, dette feste si celebrano i primi tre giorni di Pasqua; a Civita si celebrano i primi tre giorni di maggio.

A Santa Sofia questa festa cristianizzate, diedero ad un atto di culto di venerazione  per il proprio protettore S. Atanasio il Grande il famoso Patriarca di Ales­sandria, tanto veneralo in Occidente ed in Oriente.

E non è privo di significato il fatto che la processione, seguendo una tradizione antichissima, reca il Santo nel sacello eretto a Sua devozione in una tontai­na zona di campagna, sul colle ameno di “Monogò”.

Anche quest’anno è tornata la primavera: all’alba del 23 aprile, annunziata dal suono festante dei sacri bronzi, dallo sparo dei forti petardi, il popolo reverente è accorso netta Chiesa Matrice, dando così inizio ai festeggiamenti preannunziati col manifesto che si riporta in altra parte di questa pubblicazione.

Durante tutto il novenario la statua del Glorioso Santo Atanasio, si è vista rifulgere di vivida luce, e nel giorno della festa il 2 maggio, è passata nella Campagna in fiore – in un’aureola d’incomparabile bellezza, in un’apoteosi di fede e d’amore – accompagnata da una fiumana di popolo, giunto anche da lontano, fra inni osannanti, preghiere, suoni festosi.

E’ il rito che si ripete, è la gloria immortale di S. Ata­nasio che si rinnova più radiosa e che valicando i confini di madre natura, si diffonde nell’armonia dei cieli e si perpetua fra il suo popolo nel massimo splendore.

E’ il Nome che si tramanda da generazione in generazione, per giungere lassù fini a Lui nella luce dei cieli.

Dopo la celebrazione della messa in rito greco – bizantino, il lungo corteo si è snodata dalla chiesa Matrice verso il colle dove sorge il suo cello, attraverso l’ubertosa campagna; eccezionale spettacolo che può eternare solo il pennello di un gran pittore.

Rifulgevano le donne albanesi dai caratteristici costumi; meravigliosa policomia di colori dei mosaici di stile bizantino, di seta e raso prezioso che QUESTE DAME DEL LAVORO E DELLA FEDE, partano con superba maestà, con gelosia tradizionale, segni di una storia di una millenaria civiltà.

E’ un quadro palpitante di devozione, d’implorazione, di benedizioni e di promesse.

E’ l’incontro di un popolo. con la natura e la divinità; è un abbraccio di virtù, di sacrifici, di penitenza, che vi­vifica la figura del Santo – maestosa ed imponente – che ci fa più degni e più or­gogliosi di appartenere alla Chiesa di Cristo.

Al passaggio del corteo, gli atti di fede si ripetono, l’of­ferta cospicua a modesta, non importa, si moltiplica: è un amplesso di dedizione e d’amore, lo dicono i visi di ognuno, di tutti, commos­si fine alle lagrime, mentre i petardi vanno lassù fino in cielo ed un tradizionale pallone di carta affidato all’atmosfera porta fino agli An­geli, ai Cherubini, ai Serafini, la voce del popolo fedele che canta gl’inni al suo San­to Protettore.

Quando di ritorno entra nella Chiesa Matrice, un grido un grido solo sempre dal cuore di tutti e valle in valle e giunge lassù nell’arcana armonie e nella gloria divina dei cieli: Sant’Atanasio.

E’ un incantesimo che tra­sforma l’umano tormento in gaudio ineffabile !

L’ultimo raggio di sole di questa splendida giornata di maggio, in una visione di divino splendore s’irradia sulle creature e sul Creato: la festa è finita; è per tutti una gioia ampia, mista di beata malinconia che s’avverte di più sentendo dindondare i sacri bronzi dalla tor­re campanaria; suoni che vuotano l’anima dal quotidiano cuore, colmandola di melodia connessa all’eternità.

Il santo dal suo trono benedice gli astanti, i lontani, i fratelli all’estero, promettendo grazie e benedizioni: noi genuflessi preghiamo, promettendo di onorare sempre più degnamente il nostro protettore.

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Mostra "l'oro arbëreschë a Napoli

Mostra “l’oro arbëreschë a Napoli

Posted on 28 febbraio 2020 by admin

Mostra

NAPOLI (da Un’idea di Atanasio architetto Pizzi)

L’ORO ARBËRESHË A NAPOLI (Haretë Arbrëshë në Napulë)

 

Il Mediterraneo nella storia rappresenta il bacino che unisce, uomini, civiltà, consuetudini, religioni e pratiche di vita differenti.

Napoli sin dai tempi dei suoi fondatori Cumani, fu per le sue peculiarità climatiche, ambientali e strategiche, luogo di approdo, questo spinge l’ideatore di questo progetto a illustrare quale patrimonio culturale sia stato accumulato in secoli di incontri e confronto tra popoli di radice dissimile.

Attraverso l’idea di progetto, di seguito illustrato, si vuole evidenziare il seme dell’accoglienza  e illustrare, le eccellenze della minoranza Arbëreshë, la storica popolazione dell’Epiro che, dal XV secolo, preferì allocarsi nell’allora regno di Napoli.

Porre  in  evidenza gli aspetti storico/sociali, di  nicchia  partenopea,  assieme  a  quelli  notoriamente divulgati, di estrazione ambientale ed estetica, serve a dare completezza al luogo dove furono elevati i valori di democrazia, convivenza e giustizia del meridione.

Il centro antico partenopeo è sempre stato un luogo baricentrico del mediterraneo e per questo vi trovarono approdo, romani, greci, bizantini, normanni, francesi, spagnoli, austriaci e tante altre popolazioni o dinastie di rilievo; ognuna di essi avendo depositato temi indissolubili, nel tempo, si trasformarono in forza, per la popolazione oltre il costruito storico che divenne per questo unico   e difficile da imitare o riprodurre, dal punto di vista storico, sociale e di confronto tra popoli.

Le prospettive naturali, le strade, le piazze, gli edifici e gli elevati di culto, dal cuore ordinato e poi via, via, secondo un apparente disordine verso le periferie, raccontano attraverso le Carmina Convivalia l’identità dei residenti, di cui si nutrono i viandanti dalla breve esperienze turistica di un tempo e quelli di oggi della multimedialità.

La città metropolitana oggi, e il suo centro antico di ieri, meritano una lettura approfondita, specie nei luoghi, dove furono seminati i germogli dell’integrazione di essenza Greco Bizantina e poi anche quella arbëreshë.

L’excursus storico, parte proprio nel cuore del centro antico, in quello spazio dove oggi è collocata la statua che raffigura giacente il fiume Nilo; allestito secondo le regole tipiche del sedile lungo il decumano inferiore, dove la piazza intersecava anche la strada che conduceva alla “porta ventosa”detta vico degli Alessandrini.

Il sistema piazza, decumano, vico e porta, erano gli ambiti frequentati da numerosi commercianti sin dai tempi di Nerone.

L’imperatore, apprezzando notevolmente le adulazioni di queste popolazioni di scuola greca, ne fece venire molti altri: fu così formarono in questa città, una piccola colonia, detta “Nilense” ispirati dal nome del fiume benefico della madre patria.

Il monumento, rappresentato con la figura di un vecchio sdraiato, sul lato sinistro su un rozzo sasso da cui sgorga acqua; l’anziano si presenta nudo nella parte superiore del corpo e le parti inferiori coperte da una veste; sotto i suoi piedi sorge la testa di un coccodrillo e intorno bambini gioiosi, che simboleggiano il prodigio naturale  del fiume le cui acque, secondo la credenza locale, fecondava le terre, le donne e ogni essere che si abbeverasse.

Nei pressi di questo monumento, si presume che vi sia stato un tempio, che gli Alessandrini dedicarono ad Iside, si racconta in oltre, che nel pronao del tempio si depositavano le tavole votive, che attestavano le grazie ricevute dal “Fiume”, la maggior parte delle quali erano di marinai Alessandrini scampati da naufragi.

Davanti al frequentatissimo tempio sostavano donne vestite di bianco che cantando le lodi della dea salutare, dopo le preghiere si trascinavano carponi con la faccia, sul pavimento del tempio, pregando per la salute e il benessere dei loro cari.

Si presume che da queste credenze popolari siano state ispirate quelle partenopee degli ex voto o dei santuari dove tra sacro e profano, si onorano alcuni santi locali.

La via oggi di Mezzocannone, nella sua parte inferiore alle origini dell’espansione muraria era interrata fra le alture dell’Università e di S. Giovanni Maggiore.

Il tratto della cinta, che in origine coincideva con il lato orientale di questa via, fu mutato dopo il 326 a.v. C., l’anno del trattato di alleanza con Roma, per accogliere gli abitanti della città vecchia, (Parthenope) nella cinta della nuova (Neapolis) e così furono ampliate le mura nella parte di occidente con l’unione dell’altura di S. Giovanni Maggiore in principio esclusa dalla città.

Per evitare successivi affanni economici il muro dal vicoletto Mezzocannone a poco oltre la rampa di S. Giovanni Maggiore fu conservato, realizzando a poca di stanza e parallelamente un altro muro, incassando la via fra le due murazioni, chiusa da una porta nell’estremo superiore dalla “Porta della Ventosa”.

Nelle annotazioni delle strade e i vicoli ricadenti nel perimetro di questa  regione,  non  e  superfluo ricordare la strada che si apriva sulla porta, appellata l’Alessandrina per la rilevante presenza di mercanti di quelle terre riuniti qui a pregare e negoziare.

La conferma è resa dalle citazioni di Svetonio e di Seneca; il primo scriveva: autem modulatis Alexandrinorum modulationibus , qui de commeatu Neapolim confluxerunt, e  Seneca: Subilo nobis hodie Alexandrinae naves apparuerunt, quae preamitti solent et nunciare sequuturae clasis adventum.

Camillo Tutini, lega la strada in epoca cristiana riferendo che in questo vico vi fosse stata edificata una chiesa dedicata a S.Atanasio Patriarca d’Alessandria, come si raccoglie dal libro delle visite della Chiesa maggiore Napolitana, ove si legge: S. Athanasius Alexandrinus in regione Nili, in vico dicto Alessan- drinorum.

Alla fratria ricadente in questo rione del decumano inferiore, erano ascritte un numero considerevole di nobili famiglie, tra le più antiche, infatti  dimoravano nei loro sontuosi palazzi di rappresentanza allocati nell’impianto ad impronta greca, gli:

Acquaviva • Afflitto • Avalo • Barberini • Bologna • Brancaccio • Capano • Capua • Capuano • Capece • Carafa • Cardenas • Cavaniglia • Dentice • Filingiero • Frezza • Gaetano • Gallerati • Galluccio • Giudice  •  Guevara • Luna • Milano • Montalto • Piccolomini • Pignatelli • Sangro • Sanseverino • Sarracino • Sersale • Spinelli • Ulcano.

A seguito della diaspora balcanica, varcarono l’Adriatico, apprendisti, soldati, contadini e clerici, con lo scopo di riscattare un mestiere, bonificare terre, difendere lingua, consuetudini e la religione.

Identificati notoriamente come “Greci”, va precisato che tutte le popolazioni del levante seguivano il rito  cosi  denominato,  pertanto  l’appellativo  “va  inteso  più  come  riferito  alla  religione  che  alla nazionalità”; riconducibile ai discendenti di quanti abitarono gli antichi themati dell’Epiro Nova e dell’Epiro Vetus.

Nel marzo del 1444, ad Alessio, Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, comunemente denominato dai turchi, “Scanderbeg” fu posto alla testa dell’esercito in difesa di quelle terre per contrastare l’avanzata degli ottomani.

Il condottiero distinguendosi in numerose battaglie della cristianità, oltre ad onorare il patto dell’ordine del drago, ereditato dal padre, in difesa degli Aragonesi contro le armate Angioine rappresenta il bilico per la divisione dei ruoli del suo popolo.

Durante la sua permanenza  nette  terre  dell’allora  regno di Napoli,   ebbe  modo  di tracciare “le Arché dell’infinito arbër”, linee strategiche dìinsediamento, avevano anche lo scopo di preservare la radice originaria degli arbereshe e nel contempo ripopolae Casali e Paesi abbandonati, (i Katundë Arbëreshë) indispensabili punti di avvistamento e controllo dei territori, o meglio focolai delle ideologie Angioine.

Altra nota degna di citazione è la visita a Napoli di Giorgio Castriota, la sosta a Portici, ospite di nobili locali, la cui dimora era allocata prospiciente all’odierna piazza San Ciro (oggi in parte demolito per dare spazio alla via della Libertà).

È da qui che si mosse la mattina seguente, per giungere nella capitale dal lato orientale della città, proprio nel rione sub urbano detto di Loreto, (esisteva in memoria il vico detto dei greci) qui fece acquartierare le sue armate, mentre lui con il suo seguito si diresse verso il castello, dove venne accolto con tutti gli onori degni di un grande condottiero

Dopo il 1468, anno della morte, restano le gesta irripetibili, la fama e l’impegno di mutuo soccorso dell’Ordine del Drago, per il quale, Andronica Arianiti Commeno, vedova di Giorgio Castriota preferì, Napoli alla cristiana Roma e alla lagunare Venezia.

La nobile vedova dopo un periodo trascorso all’interno del Maschio Angioino, si trasferisce in un palazzo nobiliare nei pressi del Monastero di Santa Chiara, proprio a ridosso del decumano inferiore e prima di piazza del Gesù.

Tommaso Assan Paleologo nel 1518 costruì a Napoli una chiesetta padronale dedicata a SS. Apostoli e nel 1522 eresse un altare gentilizio nella basilica di San Giovanni Maggiore la chiesa prospiciente l’antica via degli Alessandrini.

Fu scenario di accoglienza la piazza del Nilo e la strada detta degli Alessandrini ora detta Mezzocannone, quando, cadute Corone e Modone, Carlo V accolse con tutti gli onori l’esodo delle popolazioni cristiane giunte a Napoli con le navi di Gian Andrea Doria.

Nel luglio del 1534 va citato l’episodio, in quanto, solo in quella giornata vi giunsero a Napoli più di 8000 esuli, di questi più della metà trovarono accoglienza nelle regioni del regno.

Questi cenni e molti altri caratterizzarono la storia di Napoli e del meridione italiano in senso di accoglienza il cui seme ha iniziato a germogliare dalla piazza del Nilo, il decumano inferiore e le vie limitrofe, espandendosi in ben sette regioni del meridione italiano.

Divenendo per questo teatri di vita a cielo aperto dove anche gli arbëreshë furono e sono tutt’oggi protagonisti in quanto portano alta la bandiere del modello d’integrazione più solido del mediterraneo. Oggi le gesta di Zoti Gjergj detto Scanderbeg in favore di Ortodossi, Bizantini, Alessandrini e Cristiani rappresentano una parentesi incancellabile degli accadimenti a partire, dal XV secolo.

Le gesta dell’eroe e la disponibilità partenopea del mutuo soccorso racchiudono il senso dell’integrazione e il rispetto dei popoli diversi, vero è che proprio per questa opportunità le genti di queste terre furono divise in Albanesi e Arbëreshë, due dinastie ben riconducibili alla radice originaria, ma con compiti e menzioni da portare avanti.

Gli Albanesi si assunsero l’onere di preservare i confini e difenderli a discapito della propria tradizione identitaria, di li a poco rimaneggiata e identificata come Shqip.

Gli Arbëreshë assumono il ruolo di conservatori fedeli della radice identitaria originaria, quella che si compone di gruppi familiari allargati, accumunati dalle ereditata forma orale; nella consuetudine; nella metrica del confronto canoro fra generi; nella religione greca ortodossa, da cui attingere e riversare le proprie credenze in pacifico rispetto con le genti indigene.

L’integrazione di queste popolazioni nei territori ritrovati cosi come nella capitale Partenopea, avvenne a seguito di quattro distinte fasi storiche di sedimentazione:

  1. 1. la prima, di scontro o del nomadismo e identificato come dei “Materiali alterabili”;
  2. 2. la seconda, di avvicinamento o dei “Materiali inalterabili”;
  3. 3. la terza, di confronto con le comunità indigene “Festa di primavera”;
  4. 4. la quarta, della formazione politico culturale “Le menti Arbëreshë”;

Quando a Napoli nel 1734 si insediò Carlo II di Borbone, Il 26 febbraio del 1733 a San Benedetto Ullano (CS) aveva aperto i suoi battenti, il nuovo seminario di formazione per la minoranza Arbëreshë, con 17 alunni e 3 professori, ben presto la regione definita dalla Piazza del Nilo, il Decumano Inferiore oltre i cardini superiori e inferiori ad esso connessi, divennero i luoghi di riferimento per gli esuli, in senso di valori culturali, sociali, economici, della scienza esatta, della politica e della religione.

Un fiume di rinnovamento allineato alle politiche unitarie e di riscatto del meridione, senza distinzione di appartenenza sia sociale e sia religiosa.

È l’era degli uomini illustri e Napoli si confronta con il resto dell’Europa, ed è in questo capoluogo ad offrire alle menti più illustri il palcoscenico ideale per confrontarsi con Bugliari, Baffi, Torelli, Giura, Scura, Masci, Crispi, e tanti altri illustri che per le loro idee liberali contribuirono al rendere più efficaci aspetti in ambito culturale economico e scientifico, con lo stesso entusiasmo degli indigeni, che li consideravano fratelli.

La piazza del Gesù con le emozionanti prospettive delle chiese li allocate, sono il luogo più rappresentativo per riunirsi in religiosa “concelebrazione religiosa pontificale”, già spazio per la dimora dei Sanseverino nella capitale del regno e che per una serie di annoverate vicissitudini divenne l’emblema religioso che domina la Piazza.

Lo stesso nobile casato della Calabria i nobili che accolse la parte più consistente di migranti del XV secolo e oggi conservano identicamente gli elementi caratteristici in seno alla lingua le consuetudini la metrica e la religione, dopo che la diaspora ebbe inizio.

Cenni del rito greco -bizantino

Gli esuli Arbëreshë, in seguito dell’imperare dominazione ottomana, fuggirono dalle terre natie nel XIV sec.,per non essere soffocati anche della propria credenza religiosa; e si insediarono, secondo le arche disegnate in comune accordo tra il re Alfonso I d’Aragona e il condottiero Giorgio Kastriota, nell’allora Regno di Napoli.

Gli esuli legati alle peculiarità del rito Greco-Bizantina alla fine di questa secolare vicenda, videro elevarsi l’Eparchia di Lungro, in Calabria, promulgata da Papa Benedetto XV con la bolla “Catholici fideles ritus graeci…”, del 19 Febbraio del 1919.

Poi affiancata , nel 1937, dall’Eparchia di Piana degli Albanesi sotto la giurisdizione di un proprio eparca in Sicilia, con bolla Apostolica Sedes di papa Pio XI.

È opportuno focalizzare questa nascente finestra di confronto tra la chiesa di oriente e quella di occidente, citando brevemente le frizioni che nascono dopo l’insediamento degli esuli, con la realtà dottrinale, seguita dai Vescovi locali.

Inizialmente  gli  arbëreshë  furono  lasciati  ai  riti  dei  prelati  che  li  accompagnarono  nei  territori  di pertinenza delle varie Diocesi latine, immaginando queste ultime, che costoro pur avendo le proprie tradizioni liturgiche e religiose orientali, ben presto avrebbero seguito la via dei latini.

Lo scopo mirava al dato che sarebbe bastato fermare vietando il canale di ricambio di nuovi prelati provenienti dalle terre di origine “i nuovi ortodossi” per questo furono argomento e bersaglio, di accuse, violenze, soprusi, vessazioni di ogni genere, però, non sufficienti a piegarli alle tradizioni liturgiche e religiose latine, e oggi in ossequio, al tempo “ ortodosso”; secondo il rito cattolico greco-bizantino.

La soluzione di questa secolare vicenda raggiunge l’inizio della soluzionwe nel 1742 con l’intuizione di Samuele Rodotà di San Benedetto Ullano, che con l’istituzione del Collegio Corsini, consenti di formare nuovi prelati, in terra meridionale, nominati dal vescovo di Bisignano.

Prima nella sede Ullanese sulla sinistra del fiume Crati e poi in quella destra, lungo lo scorrere dello stesso fiume, nel convento di Sant’Adriano nei pressi di San Demetrio Corone, tutto ciò sino alla vigilia dell’istituzione della prima diocesi, dell’Eparchia di Lungro, la quale apre formalmente il colloquio tra le chiese di oriente ed occidente, tutt’oggi legato da un costruttivo e florido confronto.

Al fine di lasciare un impronta indelebile si vogliono porre in essere le seguenti manifestazioni:

  • In occasione si  auspicano di una concelebrazione religiosa pontificale di rito Greco Bizantino.
  • Raduno dei sindaci dei paesi della regione storica, con gonfalone e ragazza vestite in costume tipico
  • Convegno: storia Arbëreshë e le Arche del regno;
  • Mostra “ NAPOLI E L’ORO ARBËRESHË”;
  • Conferenze, tavole rotonde, per la popolazione scolastica della città metropolitana;
  • Conferenze, tavole rotonde, museo archeologico di Napoli;
  • Conferenze, tavole rotonde, nei plessi Universitari;

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IL “CORONAGRIMM 64” DELL’IDIOMA ARBËRESHË NON SI RIESCE A DEBELLARE

IL “CORONAGRIMM 64” DELL’IDIOMA ARBËRESHË NON SI RIESCE A DEBELLARE

Posted on 27 febbraio 2020 by admin

DiogeneaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – L’ostinata ricerca di favole e racconti locali, riferiti in arbëreshë, senza alcuna attenzione nel comprendere se appartengono ai focolari del territorio o esclusivamente alla minoranza storica, non si riesce ancora a debellare dal 1964.

Nonostante le innumerevoli avvisaglie che avrebbero dovuto far desistere, non tanto i poco formati allievi, ma chi sedeva e aveva il dovere storico culturale a privilegiare, il percorso tracciato dai fratelli Grimm.

Ciò nonostante si è proceduti nel legare il senso delle favole alle parlate, secondo le diplomatiche che consentirono alle nazioni germaniche di sottostare all’innalzato idioma standard.

Tuttavia è poco noto che i fratelli Germanici non partirono dalle favole, per tracciare una lingua unitaria, ma dal corpo umano e gli elementi naturali comuni, in altre parole tutto ciò che consentiva la vivibilità sul territorio, o meglio vita condivisa tra uomo e natura.

Questo è un dato rilevantissimo che è sfuggito a chi si è adoperato in questa disciplina, presumibilmente, si può ipotizzare che nella foga di voler primeggiare essi non hanno  neanche terminato di leggere la frase, che descriveva, l’operato dei fratelli germanici, incentrato tra ambiente costruito, quello naturale e l’uomo.

Una distrazione imperdonabile misura e il valore, di quanti da un numero di decenni superiore alle preziose dita di una mano, imperterrito non smette di produrre danno e seminare inutili diplomatiche come facevano i romani.

Esiste un principio secondo il quale le radici danno linfa, solidità del tronco di un albero e i rami con le foglie forniscono il giusto equilibrio energetico per tutelare il sistema vitale.

Se si comprende questo principio, si è in grado di dedicarsi a progetti di una tutela condivisa, altrimenti si finisce di emulare modelli alloctoni che non hanno alcuna referenza, per sostenere nel tempo, la solidità di un idioma privo di segni e tomi condivisi.

Il dato, lascia a dir poco perplessi, se non basiti, vista la distrazione storica degli addetti, nel tralasciare elementi fondamentali, per una ricerca svolta secondo i canoni della progettualità.

Essi sono la fase: ricerca, preliminare, definitiva e in ultimo l’innalzamento esecutivo sul territorio.

Quanti sino a oggi si sono adoperato per produrre elementi utili in campo linguistico, letterario, storico, sociale, antropologico, urbanistico e architettonico, all’interno della regione storica arbëreshë,  senza seguire i protocolli storici, non ha fatto altro che produrre inutili focolai di contaminazione.

Come si può ritenere utile o legare le caratteristiche di una popolazione che tramanda il proprio essere con la sola forma orale, immaginando come legante della regione storica dove essi vivono le favole del focolare.

Una teoria priva di senso, che se mai voglia essere per pena, presa in considerazione può assumere eventualmente il ruolo di ambito “ultra, ulteriore”, il che la pone molto distante dal “citeriore“ di una lingua antica.

Una lingua per essere analizzata compresa ed eventualmente tutelata, la si deve scanzire iniziando da presupposti storico identitari, per poi muoversi secondo le tematiche di progetto; avendo come prioritari la figura umana e l’ambiente?, mi spiego; se una radice linguistica si vuole attribuire a una minoranza storica, essa deve partire non dai racconti del focolare che è un adempimento di necessità secondario e ben lontano dalla sua origine, ovvero, la descrizione e al modo di appellare il corpo umano; Apparati, Organi e Sistemi, ben legati alle opportunità che offre l’ambiente naturale per la sopravvivenza”.

Una teoria che nasce secondo i canoni storici del progetto e in specie gli architetti adoperano e senza di esse non segnano arche, per evitare sconcertanti e inopportuni adempimenti, a favore degli usufruitori, per evitare di  rendergli nuove pene e disagi.

Questa è la radice, questo è il suo cuore, questi sono i suoi sensi di origine, le favole e le altre musiche culturali, lasciamole a quanti fanno valje in forma di ballo, gjitonie come il vicinato, rioni e quartieri, immaginando ancora che gli Arbëreshë sono gli odierni Albanesi e non non sanno dei valorosi Arbanon.

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L’ATTO DELLA VESTIZIONE E DELL’APPARIRE “ME STOLJTH”

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Posted on 18 febbraio 2020 by admin

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Il CANTO GLI ARBËRESHË E IL SUONO DEL PAESAGGIO

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Posted on 17 febbraio 2020 by admin

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GJITONIA: L’ INCUDINE E IL MARTELLO PER LA FORGIATURA DEGLI ARBËRESHË

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Posted on 09 febbraio 2020 by admin

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L’INDESCRIVIBILE SENSAZIONE NELL'ASCOLTARE UNA VALJIA ARBËRESHË A NAPOLI

L’INDESCRIVIBILE SENSAZIONE NELL’ASCOLTARE UNA VALJIA ARBËRESHË A NAPOLI

Posted on 19 gennaio 2020 by admin

Antonella-Pelilli

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) –  Se a oggi gli spigoli del quadrilatero che sostiene il senso della regione storica arbëreshë, sono più volte labili, si deve alla mancanza di titoli per quanti dicono di averli voluti consolidare per sostenere il raro modello consuetudinario.

L’ostinazione di ritenere che i progetti per la valorizzazione dell’idioma, la consuetudine, la religione e la metrica del canto potessero nascere senza alcuna formazione di ricerca è un dato che esula da ogni ragionevole discorso, i risultati sono confermati in ogni appuntamento che voleva distinguere, invece globalizza nella forma più malevola.

Non mi riferisco agli studi dell’architettura, dell’urbanistica, della storia o di altri ambiti di tipo materiale o sociale, ormai notoriamente posti sotto rigida verifica; qui in questo caso,  si vuole evidenziare lo stato in cui versa la metrica del canto, e mi riferisco alla metrica che avrebbe dovuto sostenere dell’idioma tramandato oralmente.

Sonorità alloctone imperversano senza alcuna regola, a vantaggio di arnesi  poste nelle disponibilità di quanti strimpellano al fine di stravolgere, la regola canora di generi scambiata addirittura per danza.

Questi sono le consuetudini diffuse cui si contrappongono studiosi in campo storico, architettonico, sociale, urbanistico oltre del consuetudinario a questi si affiancano  due realtà: una diffusa e numerosa  d disposta lungo l’arche calabrese Sanseverinesi e una numericamente più ristretta ma molto efficace, ai piedi del fortore, che rispondano con garbo e direttive storico/canore di raffinato buonsenso.

A tal proposito,  è il caso di segnalare l’esecuzione di brani storici arbëreshë da parete di Max Fuschetto ai fiati, alla chitarra elettrica Pasquale Capobianco, ai tamburi a cornice Giulio Costanzo e la voce della soprana Antonella Pelilli, questi, attraverso una raffinata sonorità sono stati capaci di ricreare ideali scenari di un tempo, su cui adagiare la metrica canora in linea con l’antico modello Arbanon, detto “Valja, il canto tra generi”.

Una composizione forte e delicata nello stesso tempo, mai perdendo il senso e il rispettoso della metrica, in cui Antonella Pelilli, la soprana, intreccia il suo canto con i suoni dei maestri, creando gli antichi il legame di sonorità tra generi, esclusiva delle genti arbëreshë.

Una rievocazione come Vincenzo Torelli largamente ha descritto nel XIX secolo, oggi questi eccellenti maestri hanno saputo riproporre all’interno della Chiesa monumentale di San Severo al Pendino, secondo l’antica espressione annotata dal maestro Lucano.

Napoli come sempre si conferma il palco ideale della consuetudine della minoranza storica e grazie ad Antonella, Giulio, Max e Pasquale, è stato possibile rivivere l’originaria espressione canora, riverberando la metrica antica secondo i cinque sensi arbëreshë, cosi come gli esuli usavano riconoscersi, anche  nelle terre meridionali, dal XV secolo.

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DIOGENE ALLA RICERCA DELLA REGIONE STORICA PERDUTA

DIOGENE ALLA RICERCA DELLA REGIONE STORICA PERDUTA

Posted on 15 gennaio 2020 by admin

Diogenea

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sono cinquanta i Katundë della regione storica arbëreshë citeriore e non, che in questi giorni ricevono la visita da quanti ritengono, come Diogene, di aver trovato la via per tutelare quanto del patrimonio, minoritario, sia ancora recuperabile.

Si parla di Arbëria, di Gjitonia, di Valje, di Borghi, di progetti per la valorizzazione dei costumi e di tante belle intenzioni, nonostante è imperturbabile lo stato in cui versano gli ambiti attraversati, bonificati e costruiti per essere vissuti dalla minoranza, che dovrebbe essere difesa fosse soltanto perché è modello che si sostiene sui dettami d’integrazione più solidi del mediterraneo.

Se ancora oggi, ostinatamente si disegnano progetti architettonici ritenendo che apporre l’Aquila bicipite, sia sufficiente a valorizzare ambiti storici irripetibili e colmi di storia, non è una buona fine della legislatura ne queste possono essere i solchi di una buona semina.

Questo esempio e tanti altri stati di fatto sono stesi alla luce del sole e possono essere constatati digitando sulle piattaforme multimediali, le parole chiave quali: Rioni, Arbëria, Gjitonia, Valije, Quartieri, Huda, Rruga, Sheshi, Shiniagnë e Ndrikula; vi renderete conto che  leggerete cose fuori da ogni buon senso, lasciando  basiti, quanti sono cresciuti secondo l’antica consuetudine, ma anche quanti hanno consapevolezza di  storia, di urbanistica e di  architettura.

Con tutte le buone intenzioni diffuse mai messe in atto ancora oggi non esiste  una solida istituzione preposta per la tutela della minoranza, in grado di illuminare la retta via e impedire  al libero arbitrio su  tematiche fondamentali, ragion per la quale oggi dovrebbero riflette per iniziare a restituire la giusta collocazione della regione storica con dedizione, garbo, titoli ed esperienza, quella genuina raggiunta con lo studio, oltre la dedizione, nei  secoli scorsi  dai nostri avi, mentre oggi prevalgono i muri di gomma dell’approssimazione degli eletti.

Non è più concepibile continuare imperterriti a dare la zappa a chi non la sa usare, e per questo fa danno o addirittura affidare incoscientemente  l’aratro, a quanti non l’hanno mai vista, a questo punto è certo che  passando vicino alle piante ritenendo di dover incidere di più, sia danneggia la radica e il giorno dopo la pianta inizia a morire e non da più frutti.

Continuare a deviare l’acqua dei torrenti per il solo scopo di danneggiare chi possiede il mulino più a valle , non è più un modo per fare economia condivisa o pretendere che a macinare sia sempre il solito o i soliti inesperti manovratori.

Ne si possono mettere a dimora uliveti o vigneti avendo come fine la dipartita del nostro confinate perché  è un  agricoltore più bravo; serve lungimiranza quando si decide di assumere certe posizioni disfattiste, giacché  l’averlo vicino sarà sicuramente un bene quando il terreno che si possiede ha bisogno di rigenerarsi ed essere seminato a cereali. 

I domani sono pochi, plauso a chi sa scegliere cosa coltivare e quando; adesso inizia la stagione delle piogge servono registi dell’agricoltura per la semina e poi in estate dopo il raccolto del grano avviare la stagione dei mulini e fare il pane migliore per portare a regime la martoriata regione.

Diogene può anche tornare da dove è venuto, qui non abbiamo bisogno di cercare, quello che serve lo hanno trovato i nostri avi a tempo debito, oggi a noi resta il compito di raccogliere, ma se a farlo non sono le persone giuste, questa sarà un’altra annata finita male.

Non servirà a nulla, incolpare il tempo o la carestia, prima che venga la neve  urge il pane buono; quello fatto con Farina, Lievito madre, Sale e Acqua nelle giuste proporzioni.

Il forno è pronto, lopata per a infornare anche, spetta agli illuminati il compito di   impastare e  far lievitare l’evitare il composto, avendo cura di proteggere con cura e sapiente attesa.

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LA SALITA DELLA SAPIENZA (discorso - XV° - Un mito o emulazione)

LA SALITA DELLA SAPIENZA (discorso – XV° – Un mito o emulazione)

Posted on 03 gennaio 2020 by admin

ARISTONAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Se nel 1408 l’imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo di Lussemburgo con l’adesione del re Alfonso d’Aragona e dei principi, Giovanni Castriota, Vlad II e di altri, nell’intuire l’indispensabile utilità di costituire l’insula ideale di mutuo soccorso, detto Ordine del Drago, noi oggi non staremmo qui a elevare agli onori della storia falsi miti e leggende editoriali senza senso.

Quando si ritiene di mettere in campo temi, per esaltare le vicende storiche con protagonisti gli Arbëreshë e Albanese si deve prima conoscere la storia e poi magari sventolare il copricapo di chi ha vissuto nel corso del XV° secolo,“ comunemente denominato Scanderbeg”.

Gli Arbëreshë e ancor peggio i cugini/fratelli Albanesi, ignorano completamente il corso, gli eventi e quali uomini hanno reso grande la regione storica Arbëreshë, riverberando anche il valore dell’Albania.

La mancanza di un progetto di formazione culturale ha reso vulnerabile la numerosa schiera di figure che per questo preferisce sintetizzare, tralasciando addirittura, la massima espressione culturale, scientifica, editoriale e clericale luce sin anche alle ideologie di confronto dell’Europa intera.

Si è preferito avvantaggiare i trascorsi di analfabeti che si sono ostinati a dare una forma scritta al codice consuetudinario più antico del vecchio continente, faccendieri guerrafondai e ogni sorta di alchimista che poteva essere di supporto a falsi miti e banali leggende.

Le gesta del comunemente denominato Alessandro il Grande, non sono altro che la riproposizione di un progetto antico da lui eredito e messo a frutto nel XV secolo.

La narrazione della sua nascita, le gesta della sua crescita, le sue vittorie e gli apprezzamenti delle figure più rappresentative delle cristianità di quel tempo, sono simili se non addirittura ispirate dalla storia di Carlo Magno.

Vicende identiche, cui non si può sorvolare senza che non sorgano dubbi, quando si confrontano le vicende del grande della storia cristiana con la figura “ comunemente denominato dai turchi”, combattete di ideali mutevoli, secondo le epoche e i venti che tiravano.

Non è dato a sapere con certezza chi lo abbia volutamente marchiato, se lui stesso o l’inadeguato Ottomano, sicuramente se fosse stato coerente, rispettoso della sua discendenza, non avrebbe dovuto assumere un’alternanza di fronte così volubile.

Se oggi Arbëreshë e Albanesi devono ringraziare figure per la loro icona nella storia del vecchio continente, lo devono a quanti realizzarono l‘Ordine del Drago e i quei quattro illuministi: due di Santa Sofia, Casale di Bisognano, in Calabria citeriore; uno do Maschito e uno di Barile, in terra di Lucania.

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