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NASCERE E CRESCERE SECONDO IL FOLCLORE ARBERESHE

NASCERE E CRESCERE SECONDO IL FOLCLORE ARBERESHE

Posted on 24 maggio 2020 by admin

AAAAAAAA1NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – L’insieme delle nozioni popolari, distinto dal patrimonio e dall’orientamento culturale superiore ed egemonico, nelle manifestazioni della vita culturale genericamente popolare, s’identifica nel folclore.

Il termine è formato da due parole, di origine anglosassone e rispettivamente sono: “popolo e sapere”e mirano ad associare per tramandare le tipologie di tradizione in forma oralmente, concernenti, usi, costumi, miti, narrazioni, credenze, musica, canto, il tutto riferito a una determinata area geografica, di una ben identificata popolazione.

Quando tutto questo insieme di nozioni si ha la fortuna di coglierle nel corso dell’adolescenza, in armonia con i dettami caratteristi e caratterizzanti il sociale tipico di quel identificato territorio, è segno che il tassello del folclore è stato coniato.

Un bagaglio la cui radice culturale ti è affidata dalla tua genitrice, la stessa che per essere rimasta, orfana ha recuperato l’amore materno mancato, nell’accogliere di buon grado la nuova figura, riconoscendo attraverso consuetudini antiche le caratteristiche locali dei cinque sensi di vita locale che non ha potuto ricevere dall’originario amore materno.

Più di un secolo di storie avvenimenti e consuetudini, canti, appuntamenti religiosi e manifestazioni ripetute ogni anno senza soluzione di continuità; questo e null’altro sono l’insieme di radici che poche persone possono aver avuto in eredità; da qui ha origine la radice di ricercatore, di studioso ben distante dalle false ideologie, quelle che messe a confronto tra uomo territorio e natura, si polverizzano nel tempo di un fuoco di paglia e il vento le porta via.

Essere un arbëreshë, privilegiato, erede di radice del folclore, non è un fatto che capita per caso, perché oltre ad essere abituato a cogliere odori, colori, sapori, e pieghe di vita, di chi ti segnava la strada, indossando con garbo e dedizione l’abito tipico secondo il rigido protocollo immateriale, bisogna essere in grado saper leggere e interpretare i segni dell’identità che ti lasciava.

Specie se si tratta dell’insieme di “cultura, idioma, consuetudini, metrica, in armonica credenza greca bizantina”; la radice fondamentale che poi è un insieme inscindibile cui non devi ne aggiungere e ne sottrarre nulla, ne tanto meno sottrarre o cambiare quantità e qualità.

Se poi la figura paterna è un ottimo fabbro, che per le sue capacità di arte, sa come temprare, sino a rendere solida, inattaccabile e indeformabile, la propria indole, è segno che i principi per progettare e seguire la giusta rotta nel corso della vita diventa certezza.

Nascere e crescere nel quartiere simbolo dell’operosità arbëreshë, con il suffisso e l’identificativo “Ka lemi”, al fianco di gjitoni che giornalmente verificano la tua parlata perché, (a detta loro), corri il rischio di essere scambiato per un figlio di zingaro provenienti dai paesi limitrofo e finisci di essere portato via, è la misura che conferma l’appartenenza alla tipica gjitonia arbëreshë.

Allora è segno che provieni dal mondo fatto di “biblioteche viventi”, “una fonti raffinate”, “istituzioni inestimabili”, in tutto sei il figlio di madri che ti avvolgono e ti allattano del loro sapere, secondo una ben identificata tavolozza di colori, con cui poi in seguito potrai lasciare il segno disegnando un quadro unico e irripetibile, opera di folclore, quella che ad oggi manca alla regione storica, la cui conferma non di “alchimisti litirë” ma da “ rari genitori e gjitoni arbëreshë”.

Quando poi arricchisci e affinai con titoli a tema sei perfettamente in grado di tracciare le arche idonee da cui partire e dare senso, sia dal punto origine: la tua famiglia, e poi ai relativi cerchi concentrici, perché possiedi un tesoro inestimabile, in senso di valori intangibili che ti consentono di raggiungere sin anche il tangibile da illustrare agli altri.

Una cinta di valori, storicamente ordinati e indissolubili, principi inequivocabili, con priorità rivolto al senso, di sociale, consuetudinario, idiomatico e religioso, gli stessi che danno forza al folclore, la famiglia, alla fratellanza, alla gjitonia, al costume, alle tradizioni e  ogni elemento che caratterizza la minoranza e il suo ambiente naturale. 

Alla luce di ciò, ritengo, affermo e ripeto che la storia degli arbëreshë “non è stata mai fatta”, ora soltanto può iniziare, perché gli avvenimenti che prima parevano slegati e inesplicabili, finalmente descrivono una trama legata che trova ragione, senso, e verità di essere.

Più di un secolo e mezzo di storia consuetudinaria conservata e catalogata in fascicoli che nessun dipartimento, universitario contiene e ne mai potrà riuscire ad uguagliare, sino a quando si persevera nell’allocare i più preferiti dai più formati.

Questa inesorabile scelta è una deriva non volgere attenzione nella storia generale, scritta secondo i fati, gli avvenimenti, gli uomini e i Katundë, cosi facendo è stata ulteriormente spregiata, da  proponimenti senza alcuna forma di protocollo attendibile o verificata sul territorio.

Quale attendibilità la storia degli arbëreshë può avere, se tracciata in disarmonia con i rigidi protocolli consuetudinari delle famiglie matriarcali arbëreshë, secondo cui ogni giorno e ogni cosa ha un significato in ritualità uniche e insostituibili.

Essa rappresenta un riversare continuo di atteggiamenti di vita sociale negli ambiti arbëreshë e in ogni dove diverso si ripropone, diventa una fucina di un metallo le di cui pieghe e sfumature appartengono esclusivamente a quella fascia mediterranea, la stessa, sempre un passo avanti rispetto alle altre genti del globo terrestre.  

La regione storica arbëreshë, comunemente denominata Arbëria sta in cima ai pensieri e agli affetti di ogni studioso, sia ad Est che ad Ovest del mare adriatico e dello jonio, di queste terre sono stati considerati patrioti quanti dicevano di amare la terra natale, amministrando direttamente gli statuti, che dovevano essere il beneficio dei poveri, celebrando i fasti di queste terre in ogni maniera, ornamento e lustro.

Chi a tutt’oggi ha legato al folclore unico e inscindibile di Idioma, consuetudine, metrica del canto e religione, viene considerato o accusato di possedere idee indigene  per un buon arbëreshë.

L’accusa venne fatta in seguito al primi articolo  divulgato in tal senso relativo all’interpretazione storica della kaliva e del significato del baliaggio, recensito, da una conversazione apparentemente benevola, ma che voleva difendere le ilarità storiche monotematiche divulgate.

Cosi come i canti popolari che accomunano e allargano i confini stessi della cultura arbëreshë, ritenendo che quelli odierni di estrazione “Turcofona” nel vasto quadro della cultura dell’Arbëria indifferenziata, possa creare presupposti di dialogo o dialoghi in cima ai pensieri e agli affetti di ogni sorta di studioso.

La Biblioteca Storica o le biblioteche storiche non stanno ne a Napoli, Barcellona, Palermo o Venezia ne tanto meno in Turchia, esse risiedono nei paesi arbëreshë,  sono i lasciti delle nostre madri, quelle madri che hanno saputo  esse sapienza locale, “biblioteche viventi”, “fonte”, “istituzione”, in tutto, tavolozze con cui disegnare il quadro unico e irripetibile, opera folclore; poi gli altri disperdono e non vestono di garbo.

“Per le madri arbëreshë che sapevano vestirsi e non si vergognavano di essere esempio antico , folclore!”.

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MAIUS II N SHEN THANASII PATRI

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Posted on 23 aprile 2020 by admin

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GLI ARBËRESHË, LA STORIA DIFESA CON LA PELURIA

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Posted on 22 aprile 2020 by admin

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VALJIE, GJITONIA, SKANDER, QUARTIERE, BORGO, TANTO PER CITARE L’APPARIRE!

VALJIE, GJITONIA, SKANDER, QUARTIERE, BORGO, TANTO PER CITARE L’APPARIRE!

Posted on 12 aprile 2020 by admin

DiogeneaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La storia con protagonisti gli antichi “Kalabër” ha visto i  generi di questo popolo, confrontarsi secondo canoni costruttivi di tranquilla convivenza in tutte le terre dove essi abitarono o ebbero modo di confrontarsi.

La storica e longeva minoranza, nel percorrere la perenne rotta di confronto e convivenza con i popoli indigeni che ha incontrato, raramente ha fatto “un passo sbagliato”.

Tuttavia quando un passo in tal senso ha avuto luogo, la garanzia del valore culturale ha fatto si che, nulla dei principi da essi seguiti, venisse smarrito in quella rara perdita di equilibrio.

Se oggi esiste, una R.s.A. è un lascito, da quei caparbi camminatori; solo quanti hanno le attitudini identitarie per comprende il costo di quel camminamento o meglio: “calvario”, possono comprendere quanta energia sia stata impegnata per dare vita alla Regione storica Arbëreshë: il modello sociale più completi e solidi di tutto il bacino del mediterraneo.

E se succede che gli adempimenti ereditati in esclusiva forma orale, su cui fondano la propria solidità dovessero sfuggire dal controllo (inciampando per incuria e disattenzione) travalicando così i confini del buonsenso, come nei trattati  della Gjitonia, i Rioni, le Arche le Valje” o la Metrica a supporto dell’idioma,  è facile finire in un burrone senza fondo e non essere più in grado di distinguere, elementi fisici, da quelli immateriali o allegorie cromatiche.

In questi ultimi decenni purtroppo le cadute si sono susseguite più di sovente e nel rialzarsi i frammenti versati dal cesto della propria consuetudine storica, sono stati raccolti o da altri ma comunque riassemblati senza conoscerne il senso e la natura.

Ed è csì che oggi ci ritroviamo a valorizzare di essi, frammenti interlacciati senza alcuna forma sedimentata, pur riconoscendone con sorrisi ironici le distanze di collimazione tra i parallelismi di origine e i vissuti nella R.s.A.

La conseguenza più ovvia sono le diffuse trattazioni, secondo cui i riti di pasqua terminano con ballate ritmate senza alcun fondamento, scambiando il canto di genere unica risorsa di sostentamento dell’idioma con le storiche ironie riservate agli indigeni, cui era concesso un giorno di transito all’inizio dell’estate arbëreshë, per onorare le discendenze del passato.

È per questo paradossale allineamento ha portato a ritenere che i “Kalabër” poi “Arbanon”, poi “Arbëri” e oggi “Arbëreshë” una forbice temporale di oltre un millennio, possano ritenere ,che le Valje, siano l’emblema di battagli del XV secolo, come se questo popolo cosi caparbio è operoso abbia dedicato la forma di sostentamento del proprio idioma come semplice bandiera per disputa e sterminio di altre popolazioni, per poi ballare e cantare.

L’anno appena iniziato per “emergenza sanitaria” che interessa senza distinzioni il genere umano in atto, ha fermato ogni tipo di attività  in senso generale, come capita quando si finisce a terra dopo essere inciampati;  saggezza della natura vuole, che prima di rialzarsi e ripartire, sarebbe opportuno assicurarsi  che ogni cosa sia al proprio posto, senza sovrapposizione di tempo, di luogo e di generi.

La Pasqua che ha raggiunto il suo apice e volge al termine, durante la quale ogni attività è stata disposta, evitando raggruppamenti o non realizzata, l’auspicio vuole che questa sia l’occasione di rivedere come  disporre le proprie consuetudini al fine di rendere  più solidali accostando con più saggezza i cocci  che sono rovinati a terra..

Alla luce di ciò, sicuramente non avranno luogo e ne saranno realizzati, gli appuntamenti del martedì, che vedono protagonisti numerosi paesi o macro aree della “Regione storica Arbëreshë”, (R.s.A., mai acronimo è stato immaginato e trascritto per descrivere con dovizia di luogo il senso della minoranza) il duemilaventi,deve essere usato come momento di meditazione, una pietra miliare da cui ripartire, per il regolare cammino nel pieno rispetto dello storico patrimonio.

Quest’anno non saranno “doverosamente” realizzate le danze, di guerra, impropriamente appellate “Vaglje”, l’ espressione più malevola della minoranza, mina vagante dell’identità più intima, ragion per cui, se la dittatura degli “stati generali” o degli “operanti economici” non si mette da parte e lascia la via libera a quanti procedono secondo dovizia di particolari e risorse personali come fa nello specifico Diogene, l’unico capace di fornire la luce sufficiente per emergere dal buio del pozzo , sino ad oggi lasciata al libero arbitrio di chi non sa ne di luce e ne di sole. 

Un modo per essere illuminati senza impegno di spesa e trovare la via dove è depositato il sapere; solo pochi  eletti;  si contano con meno delle dita di una mano, ma solidamente formati  di  intelletto e linfa “Arbëreshë” quella degli eredi legittimi dei “Kalabër” poi “Arbanon” .

Figure inestimabili, in numero di quattro, a impronta di Aristotele, Demetrio, Diogene, Talete,  potranno senza errori ricomporre, la tessitura compromessa, dai figli Orientali, impropriamente partoriti sulle rive del Surdo e del Settimo, dalla romana Sapienza, avendo ben chiara l’emergenza in atto, e se nel corso di quest’anno non saranno incentivate piattaforme a sostegno del quadrilatero culturale è segno che la solida minoranza mediterranea, è giunta, anche essa come le altre mediterranee, alla fine dei giorni.

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CHI RICORDA?  da ( “Lungro a quadretti”)

CHI RICORDA? da ( “Lungro a quadretti”)

Posted on 02 aprile 2020 by admin

img2LUNGRO (di Alex Rennis) – A tutti noi dell’asilo infantile di Lungro, in prossimità delle elezioni del 18 aprile 1948, è stata consegnata questa immagine da portare a casa ai nostri genitori : la testa di Garibaldi – figura scelta a rappresentare il Partito d’Azione sui manifesti di allora – che, girata di 180 gradi, si trasformava ( e si trasforma !) in quella di Stalin, a ricordare che votando Garibaldi si sarebbe votato per il P.C.I., per Stalin, per la Russia e contro l’Italia. Ecco: l’ho ripescata tra le cose dimenticate in un cassetto, ma ricordo benissimo quella campagna elettorale. Giorni frenetici, scontri in comizi, ma anche qualche scontro fisico fra comunisti e democristiani del paese. In particolare, in una campana elettorale di alcuni anni dopo, ricordo il comizio di un ex prete, padre Tondi, che dopo aver gettato la tonaca alle ortiche ( come si dice) , si era iscritto al P.C.I , aveva visitato la Russia e veniva portato in trionfo ad illustrare “ le magnifiche sorti progressive” che viveva l’allora Unione Sovietica, da realizzare anche in Italia con la vittoria del PCI. Ma la DC del tempo non se stava con le mani in mano: ed ecco il simpatico cosentino Don Luigi Nicoletti partire in giro per i paesi a sostenere la DC e contrastare, così, il Tondi traditore. Arriva a Lungro e non parla in piazza Casini, ma in corso Skander proprio dalla loggetta in alto di fronte al negozio di Dominique, oggi casa Kaciqj (buonanima), dove Nanandi Paçafrangut, con pochi altri suoi amici, aveva preparato nientepopodimeno che una specie di microfono, ricavato da un gracchiante giradischi, appena amplificato con la tromba “La voce del padrone”: ben poca cosa, ma meglio di niente! Iniziamo? Iniziamo. Accanto a don Luigi c’è papàs Stamati ( eh….che grande parroco e poi illuminato Vescovo di Lungro !!!) che presenta l’oratore del momento; ma appena don Luigi si accinge a parlare scatta una trappola che i comunisti lungresi avevano preparato davanti al Dopolavoro. Una ciuccia in calore – per caso ??? – era stata legata nei pressi del portone e – sempre per caso ???- in quel momento irrompono sul piazzale due somari: in un baleno scoppiano ragli aggressivi, accresciuti dagli sghignazzi dei comunisti disseminati qua e là e la rabbia dei democristiani che accorrono a spegnere la scenetta. Finalmente don Luigi può parlare e, indicando i protagonisti: …. “ Eh!!!! Madonna mia bedda,   n’haiu dittu na sola parola e l’avversari i mia già protestanu ! Cazzarola !!1 “ All’ascolto di quest’ultimo sfogo…dialettico, papàs Stamati ha un moto di sorpresa e conseguente strofinio alla sua rada barbetta. La reazione   non sfugge a don Luigi, che subito, invece di scusarsi, rincara la dose : …” e no, don Giova’, ngùnu cazzicìellu quànnu ce vo’ ce vo’ !” Il resto lo lascio immaginare. Ma che dire di cosa è successo a Lungro la notte dell’ allarmante falso annuncio della vittoria PCI ? Non dico più. Forse in altra pagina farò sapere.

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“MIA IMPRESSIONE”  (2 Maggio 1958)

Protetto: “MIA IMPRESSIONE” (2 Maggio 1958)

Posted on 07 marzo 2020 by admin

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QUANDO L' ÓMAGGIO DEI SOFIOTI AL SANTO ERA SENTITO (2 Maggio1958)

QUANDO L’ ÓMAGGIO DEI SOFIOTI AL SANTO ERA SENTITO (2 Maggio1958)

Posted on 07 marzo 2020 by admin

ALTRI TEMPI ( A. Bugliari) – Il “calendimaggio” sotto i pagani, si concludeva con le feste di primavera: oggi, in alcuni paesi delle colonie Italo-Albanese, a causa della trasformazione, attraverso i tempi, nel rito cristiano, si ripetono quindici giorni do­po l’Ascensione con Wlamia e Moterna {fratellanza e so­rellanza).

A Frascineto, dette feste si celebrano i primi tre giorni di Pasqua; a Civita si celebrano i primi tre giorni di maggio.

A Santa Sofia questa festa cristianizzate, diedero ad un atto di culto di venerazione  per il proprio protettore S. Atanasio il Grande il famoso Patriarca di Ales­sandria, tanto veneralo in Occidente ed in Oriente.

E non è privo di significato il fatto che la processione, seguendo una tradizione antichissima, reca il Santo nel sacello eretto a Sua devozione in una tontai­na zona di campagna, sul colle ameno di “Monogò”.

Anche quest’anno è tornata la primavera: all’alba del 23 aprile, annunziata dal suono festante dei sacri bronzi, dallo sparo dei forti petardi, il popolo reverente è accorso netta Chiesa Matrice, dando così inizio ai festeggiamenti preannunziati col manifesto che si riporta in altra parte di questa pubblicazione.

Durante tutto il novenario la statua del Glorioso Santo Atanasio, si è vista rifulgere di vivida luce, e nel giorno della festa il 2 maggio, è passata nella Campagna in fiore – in un’aureola d’incomparabile bellezza, in un’apoteosi di fede e d’amore – accompagnata da una fiumana di popolo, giunto anche da lontano, fra inni osannanti, preghiere, suoni festosi.

E’ il rito che si ripete, è la gloria immortale di S. Ata­nasio che si rinnova più radiosa e che valicando i confini di madre natura, si diffonde nell’armonia dei cieli e si perpetua fra il suo popolo nel massimo splendore.

E’ il Nome che si tramanda da generazione in generazione, per giungere lassù fini a Lui nella luce dei cieli.

Dopo la celebrazione della messa in rito greco – bizantino, il lungo corteo si è snodata dalla chiesa Matrice verso il colle dove sorge il suo cello, attraverso l’ubertosa campagna; eccezionale spettacolo che può eternare solo il pennello di un gran pittore.

Rifulgevano le donne albanesi dai caratteristici costumi; meravigliosa policomia di colori dei mosaici di stile bizantino, di seta e raso prezioso che QUESTE DAME DEL LAVORO E DELLA FEDE, partano con superba maestà, con gelosia tradizionale, segni di una storia di una millenaria civiltà.

E’ un quadro palpitante di devozione, d’implorazione, di benedizioni e di promesse.

E’ l’incontro di un popolo. con la natura e la divinità; è un abbraccio di virtù, di sacrifici, di penitenza, che vi­vifica la figura del Santo – maestosa ed imponente – che ci fa più degni e più or­gogliosi di appartenere alla Chiesa di Cristo.

Al passaggio del corteo, gli atti di fede si ripetono, l’of­ferta cospicua a modesta, non importa, si moltiplica: è un amplesso di dedizione e d’amore, lo dicono i visi di ognuno, di tutti, commos­si fine alle lagrime, mentre i petardi vanno lassù fino in cielo ed un tradizionale pallone di carta affidato all’atmosfera porta fino agli An­geli, ai Cherubini, ai Serafini, la voce del popolo fedele che canta gl’inni al suo San­to Protettore.

Quando di ritorno entra nella Chiesa Matrice, un grido un grido solo sempre dal cuore di tutti e valle in valle e giunge lassù nell’arcana armonie e nella gloria divina dei cieli: Sant’Atanasio.

E’ un incantesimo che tra­sforma l’umano tormento in gaudio ineffabile !

L’ultimo raggio di sole di questa splendida giornata di maggio, in una visione di divino splendore s’irradia sulle creature e sul Creato: la festa è finita; è per tutti una gioia ampia, mista di beata malinconia che s’avverte di più sentendo dindondare i sacri bronzi dalla tor­re campanaria; suoni che vuotano l’anima dal quotidiano cuore, colmandola di melodia connessa all’eternità.

Il santo dal suo trono benedice gli astanti, i lontani, i fratelli all’estero, promettendo grazie e benedizioni: noi genuflessi preghiamo, promettendo di onorare sempre più degnamente il nostro protettore.

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Mostra "l'oro arbëreschë a Napoli

Mostra “l’oro arbëreschë a Napoli

Posted on 28 febbraio 2020 by admin

Mostra

NAPOLI (da Un’idea di Atanasio architetto Pizzi)

L’ORO ARBËRESHË A NAPOLI (Haretë Arbrëshë në Napulë)

 

Il Mediterraneo nella storia rappresenta il bacino che unisce, uomini, civiltà, consuetudini, religioni e pratiche di vita differenti.

Napoli sin dai tempi dei suoi fondatori Cumani, fu per le sue peculiarità climatiche, ambientali e strategiche, luogo di approdo, questo spinge l’ideatore di questo progetto a illustrare quale patrimonio culturale sia stato accumulato in secoli di incontri e confronto tra popoli di radice dissimile.

Attraverso l’idea di progetto, di seguito illustrato, si vuole evidenziare il seme dell’accoglienza  e illustrare, le eccellenze della minoranza Arbëreshë, la storica popolazione dell’Epiro che, dal XV secolo, preferì allocarsi nell’allora regno di Napoli.

Porre  in  evidenza gli aspetti storico/sociali, di  nicchia  partenopea,  assieme  a  quelli  notoriamente divulgati, di estrazione ambientale ed estetica, serve a dare completezza al luogo dove furono elevati i valori di democrazia, convivenza e giustizia del meridione.

Il centro antico partenopeo è sempre stato un luogo baricentrico del mediterraneo e per questo vi trovarono approdo, romani, greci, bizantini, normanni, francesi, spagnoli, austriaci e tante altre popolazioni o dinastie di rilievo; ognuna di essi avendo depositato temi indissolubili, nel tempo, si trasformarono in forza, per la popolazione oltre il costruito storico che divenne per questo unico   e difficile da imitare o riprodurre, dal punto di vista storico, sociale e di confronto tra popoli.

Le prospettive naturali, le strade, le piazze, gli edifici e gli elevati di culto, dal cuore ordinato e poi via, via, secondo un apparente disordine verso le periferie, raccontano attraverso le Carmina Convivalia l’identità dei residenti, di cui si nutrono i viandanti dalla breve esperienze turistica di un tempo e quelli di oggi della multimedialità.

La città metropolitana oggi, e il suo centro antico di ieri, meritano una lettura approfondita, specie nei luoghi, dove furono seminati i germogli dell’integrazione di essenza Greco Bizantina e poi anche quella arbëreshë.

L’excursus storico, parte proprio nel cuore del centro antico, in quello spazio dove oggi è collocata la statua che raffigura giacente il fiume Nilo; allestito secondo le regole tipiche del sedile lungo il decumano inferiore, dove la piazza intersecava anche la strada che conduceva alla “porta ventosa”detta vico degli Alessandrini.

Il sistema piazza, decumano, vico e porta, erano gli ambiti frequentati da numerosi commercianti sin dai tempi di Nerone.

L’imperatore, apprezzando notevolmente le adulazioni di queste popolazioni di scuola greca, ne fece venire molti altri: fu così formarono in questa città, una piccola colonia, detta “Nilense” ispirati dal nome del fiume benefico della madre patria.

Il monumento, rappresentato con la figura di un vecchio sdraiato, sul lato sinistro su un rozzo sasso da cui sgorga acqua; l’anziano si presenta nudo nella parte superiore del corpo e le parti inferiori coperte da una veste; sotto i suoi piedi sorge la testa di un coccodrillo e intorno bambini gioiosi, che simboleggiano il prodigio naturale  del fiume le cui acque, secondo la credenza locale, fecondava le terre, le donne e ogni essere che si abbeverasse.

Nei pressi di questo monumento, si presume che vi sia stato un tempio, che gli Alessandrini dedicarono ad Iside, si racconta in oltre, che nel pronao del tempio si depositavano le tavole votive, che attestavano le grazie ricevute dal “Fiume”, la maggior parte delle quali erano di marinai Alessandrini scampati da naufragi.

Davanti al frequentatissimo tempio sostavano donne vestite di bianco che cantando le lodi della dea salutare, dopo le preghiere si trascinavano carponi con la faccia, sul pavimento del tempio, pregando per la salute e il benessere dei loro cari.

Si presume che da queste credenze popolari siano state ispirate quelle partenopee degli ex voto o dei santuari dove tra sacro e profano, si onorano alcuni santi locali.

La via oggi di Mezzocannone, nella sua parte inferiore alle origini dell’espansione muraria era interrata fra le alture dell’Università e di S. Giovanni Maggiore.

Il tratto della cinta, che in origine coincideva con il lato orientale di questa via, fu mutato dopo il 326 a.v. C., l’anno del trattato di alleanza con Roma, per accogliere gli abitanti della città vecchia, (Parthenope) nella cinta della nuova (Neapolis) e così furono ampliate le mura nella parte di occidente con l’unione dell’altura di S. Giovanni Maggiore in principio esclusa dalla città.

Per evitare successivi affanni economici il muro dal vicoletto Mezzocannone a poco oltre la rampa di S. Giovanni Maggiore fu conservato, realizzando a poca di stanza e parallelamente un altro muro, incassando la via fra le due murazioni, chiusa da una porta nell’estremo superiore dalla “Porta della Ventosa”.

Nelle annotazioni delle strade e i vicoli ricadenti nel perimetro di questa  regione,  non  e  superfluo ricordare la strada che si apriva sulla porta, appellata l’Alessandrina per la rilevante presenza di mercanti di quelle terre riuniti qui a pregare e negoziare.

La conferma è resa dalle citazioni di Svetonio e di Seneca; il primo scriveva: autem modulatis Alexandrinorum modulationibus , qui de commeatu Neapolim confluxerunt, e  Seneca: Subilo nobis hodie Alexandrinae naves apparuerunt, quae preamitti solent et nunciare sequuturae clasis adventum.

Camillo Tutini, lega la strada in epoca cristiana riferendo che in questo vico vi fosse stata edificata una chiesa dedicata a S.Atanasio Patriarca d’Alessandria, come si raccoglie dal libro delle visite della Chiesa maggiore Napolitana, ove si legge: S. Athanasius Alexandrinus in regione Nili, in vico dicto Alessan- drinorum.

Alla fratria ricadente in questo rione del decumano inferiore, erano ascritte un numero considerevole di nobili famiglie, tra le più antiche, infatti  dimoravano nei loro sontuosi palazzi di rappresentanza allocati nell’impianto ad impronta greca, gli:

Acquaviva • Afflitto • Avalo • Barberini • Bologna • Brancaccio • Capano • Capua • Capuano • Capece • Carafa • Cardenas • Cavaniglia • Dentice • Filingiero • Frezza • Gaetano • Gallerati • Galluccio • Giudice  •  Guevara • Luna • Milano • Montalto • Piccolomini • Pignatelli • Sangro • Sanseverino • Sarracino • Sersale • Spinelli • Ulcano.

A seguito della diaspora balcanica, varcarono l’Adriatico, apprendisti, soldati, contadini e clerici, con lo scopo di riscattare un mestiere, bonificare terre, difendere lingua, consuetudini e la religione.

Identificati notoriamente come “Greci”, va precisato che tutte le popolazioni del levante seguivano il rito  cosi  denominato,  pertanto  l’appellativo  “va  inteso  più  come  riferito  alla  religione  che  alla nazionalità”; riconducibile ai discendenti di quanti abitarono gli antichi themati dell’Epiro Nova e dell’Epiro Vetus.

Nel marzo del 1444, ad Alessio, Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, comunemente denominato dai turchi, “Scanderbeg” fu posto alla testa dell’esercito in difesa di quelle terre per contrastare l’avanzata degli ottomani.

Il condottiero distinguendosi in numerose battaglie della cristianità, oltre ad onorare il patto dell’ordine del drago, ereditato dal padre, in difesa degli Aragonesi contro le armate Angioine rappresenta il bilico per la divisione dei ruoli del suo popolo.

Durante la sua permanenza  nette  terre  dell’allora  regno di Napoli,   ebbe  modo  di tracciare “le Arché dell’infinito arbër”, linee strategiche dìinsediamento, avevano anche lo scopo di preservare la radice originaria degli arbereshe e nel contempo ripopolae Casali e Paesi abbandonati, (i Katundë Arbëreshë) indispensabili punti di avvistamento e controllo dei territori, o meglio focolai delle ideologie Angioine.

Altra nota degna di citazione è la visita a Napoli di Giorgio Castriota, la sosta a Portici, ospite di nobili locali, la cui dimora era allocata prospiciente all’odierna piazza San Ciro (oggi in parte demolito per dare spazio alla via della Libertà).

È da qui che si mosse la mattina seguente, per giungere nella capitale dal lato orientale della città, proprio nel rione sub urbano detto di Loreto, (esisteva in memoria il vico detto dei greci) qui fece acquartierare le sue armate, mentre lui con il suo seguito si diresse verso il castello, dove venne accolto con tutti gli onori degni di un grande condottiero

Dopo il 1468, anno della morte, restano le gesta irripetibili, la fama e l’impegno di mutuo soccorso dell’Ordine del Drago, per il quale, Andronica Arianiti Commeno, vedova di Giorgio Castriota preferì, Napoli alla cristiana Roma e alla lagunare Venezia.

La nobile vedova dopo un periodo trascorso all’interno del Maschio Angioino, si trasferisce in un palazzo nobiliare nei pressi del Monastero di Santa Chiara, proprio a ridosso del decumano inferiore e prima di piazza del Gesù.

Tommaso Assan Paleologo nel 1518 costruì a Napoli una chiesetta padronale dedicata a SS. Apostoli e nel 1522 eresse un altare gentilizio nella basilica di San Giovanni Maggiore la chiesa prospiciente l’antica via degli Alessandrini.

Fu scenario di accoglienza la piazza del Nilo e la strada detta degli Alessandrini ora detta Mezzocannone, quando, cadute Corone e Modone, Carlo V accolse con tutti gli onori l’esodo delle popolazioni cristiane giunte a Napoli con le navi di Gian Andrea Doria.

Nel luglio del 1534 va citato l’episodio, in quanto, solo in quella giornata vi giunsero a Napoli più di 8000 esuli, di questi più della metà trovarono accoglienza nelle regioni del regno.

Questi cenni e molti altri caratterizzarono la storia di Napoli e del meridione italiano in senso di accoglienza il cui seme ha iniziato a germogliare dalla piazza del Nilo, il decumano inferiore e le vie limitrofe, espandendosi in ben sette regioni del meridione italiano.

Divenendo per questo teatri di vita a cielo aperto dove anche gli arbëreshë furono e sono tutt’oggi protagonisti in quanto portano alta la bandiere del modello d’integrazione più solido del mediterraneo. Oggi le gesta di Zoti Gjergj detto Scanderbeg in favore di Ortodossi, Bizantini, Alessandrini e Cristiani rappresentano una parentesi incancellabile degli accadimenti a partire, dal XV secolo.

Le gesta dell’eroe e la disponibilità partenopea del mutuo soccorso racchiudono il senso dell’integrazione e il rispetto dei popoli diversi, vero è che proprio per questa opportunità le genti di queste terre furono divise in Albanesi e Arbëreshë, due dinastie ben riconducibili alla radice originaria, ma con compiti e menzioni da portare avanti.

Gli Albanesi si assunsero l’onere di preservare i confini e difenderli a discapito della propria tradizione identitaria, di li a poco rimaneggiata e identificata come Shqip.

Gli Arbëreshë assumono il ruolo di conservatori fedeli della radice identitaria originaria, quella che si compone di gruppi familiari allargati, accumunati dalle ereditata forma orale; nella consuetudine; nella metrica del confronto canoro fra generi; nella religione greca ortodossa, da cui attingere e riversare le proprie credenze in pacifico rispetto con le genti indigene.

L’integrazione di queste popolazioni nei territori ritrovati cosi come nella capitale Partenopea, avvenne a seguito di quattro distinte fasi storiche di sedimentazione:

  1. 1. la prima, di scontro o del nomadismo e identificato come dei “Materiali alterabili”;
  2. 2. la seconda, di avvicinamento o dei “Materiali inalterabili”;
  3. 3. la terza, di confronto con le comunità indigene “Festa di primavera”;
  4. 4. la quarta, della formazione politico culturale “Le menti Arbëreshë”;

Quando a Napoli nel 1734 si insediò Carlo II di Borbone, Il 26 febbraio del 1733 a San Benedetto Ullano (CS) aveva aperto i suoi battenti, il nuovo seminario di formazione per la minoranza Arbëreshë, con 17 alunni e 3 professori, ben presto la regione definita dalla Piazza del Nilo, il Decumano Inferiore oltre i cardini superiori e inferiori ad esso connessi, divennero i luoghi di riferimento per gli esuli, in senso di valori culturali, sociali, economici, della scienza esatta, della politica e della religione.

Un fiume di rinnovamento allineato alle politiche unitarie e di riscatto del meridione, senza distinzione di appartenenza sia sociale e sia religiosa.

È l’era degli uomini illustri e Napoli si confronta con il resto dell’Europa, ed è in questo capoluogo ad offrire alle menti più illustri il palcoscenico ideale per confrontarsi con Bugliari, Baffi, Torelli, Giura, Scura, Masci, Crispi, e tanti altri illustri che per le loro idee liberali contribuirono al rendere più efficaci aspetti in ambito culturale economico e scientifico, con lo stesso entusiasmo degli indigeni, che li consideravano fratelli.

La piazza del Gesù con le emozionanti prospettive delle chiese li allocate, sono il luogo più rappresentativo per riunirsi in religiosa “concelebrazione religiosa pontificale”, già spazio per la dimora dei Sanseverino nella capitale del regno e che per una serie di annoverate vicissitudini divenne l’emblema religioso che domina la Piazza.

Lo stesso nobile casato della Calabria i nobili che accolse la parte più consistente di migranti del XV secolo e oggi conservano identicamente gli elementi caratteristici in seno alla lingua le consuetudini la metrica e la religione, dopo che la diaspora ebbe inizio.

Cenni del rito greco -bizantino

Gli esuli Arbëreshë, in seguito dell’imperare dominazione ottomana, fuggirono dalle terre natie nel XIV sec.,per non essere soffocati anche della propria credenza religiosa; e si insediarono, secondo le arche disegnate in comune accordo tra il re Alfonso I d’Aragona e il condottiero Giorgio Kastriota, nell’allora Regno di Napoli.

Gli esuli legati alle peculiarità del rito Greco-Bizantina alla fine di questa secolare vicenda, videro elevarsi l’Eparchia di Lungro, in Calabria, promulgata da Papa Benedetto XV con la bolla “Catholici fideles ritus graeci…”, del 19 Febbraio del 1919.

Poi affiancata , nel 1937, dall’Eparchia di Piana degli Albanesi sotto la giurisdizione di un proprio eparca in Sicilia, con bolla Apostolica Sedes di papa Pio XI.

È opportuno focalizzare questa nascente finestra di confronto tra la chiesa di oriente e quella di occidente, citando brevemente le frizioni che nascono dopo l’insediamento degli esuli, con la realtà dottrinale, seguita dai Vescovi locali.

Inizialmente  gli  arbëreshë  furono  lasciati  ai  riti  dei  prelati  che  li  accompagnarono  nei  territori  di pertinenza delle varie Diocesi latine, immaginando queste ultime, che costoro pur avendo le proprie tradizioni liturgiche e religiose orientali, ben presto avrebbero seguito la via dei latini.

Lo scopo mirava al dato che sarebbe bastato fermare vietando il canale di ricambio di nuovi prelati provenienti dalle terre di origine “i nuovi ortodossi” per questo furono argomento e bersaglio, di accuse, violenze, soprusi, vessazioni di ogni genere, però, non sufficienti a piegarli alle tradizioni liturgiche e religiose latine, e oggi in ossequio, al tempo “ ortodosso”; secondo il rito cattolico greco-bizantino.

La soluzione di questa secolare vicenda raggiunge l’inizio della soluzionwe nel 1742 con l’intuizione di Samuele Rodotà di San Benedetto Ullano, che con l’istituzione del Collegio Corsini, consenti di formare nuovi prelati, in terra meridionale, nominati dal vescovo di Bisignano.

Prima nella sede Ullanese sulla sinistra del fiume Crati e poi in quella destra, lungo lo scorrere dello stesso fiume, nel convento di Sant’Adriano nei pressi di San Demetrio Corone, tutto ciò sino alla vigilia dell’istituzione della prima diocesi, dell’Eparchia di Lungro, la quale apre formalmente il colloquio tra le chiese di oriente ed occidente, tutt’oggi legato da un costruttivo e florido confronto.

Al fine di lasciare un impronta indelebile si vogliono porre in essere le seguenti manifestazioni:

  • In occasione si  auspicano di una concelebrazione religiosa pontificale di rito Greco Bizantino.
  • Raduno dei sindaci dei paesi della regione storica, con gonfalone e ragazza vestite in costume tipico
  • Convegno: storia Arbëreshë e le Arche del regno;
  • Mostra “ NAPOLI E L’ORO ARBËRESHË”;
  • Conferenze, tavole rotonde, per la popolazione scolastica della città metropolitana;
  • Conferenze, tavole rotonde, museo archeologico di Napoli;
  • Conferenze, tavole rotonde, nei plessi Universitari;

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IL “CORONAGRIMM 64” DELL’IDIOMA ARBËRESHË NON SI RIESCE A DEBELLARE

IL “CORONAGRIMM 64” DELL’IDIOMA ARBËRESHË NON SI RIESCE A DEBELLARE

Posted on 27 febbraio 2020 by admin

DiogeneaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – L’ostinata ricerca di favole e racconti locali, riferiti in arbëreshë, senza alcuna attenzione nel comprendere se appartengono ai focolari del territorio o esclusivamente alla minoranza storica, non si riesce ancora a debellare dal 1964.

Nonostante le innumerevoli avvisaglie che avrebbero dovuto far desistere, non tanto i poco formati allievi, ma chi sedeva e aveva il dovere storico culturale a privilegiare, il percorso tracciato dai fratelli Grimm.

Ciò nonostante si è proceduti nel legare il senso delle favole alle parlate, secondo le diplomatiche che consentirono alle nazioni germaniche di sottostare all’innalzato idioma standard.

Tuttavia è poco noto che i fratelli Germanici non partirono dalle favole, per tracciare una lingua unitaria, ma dal corpo umano e gli elementi naturali comuni, in altre parole tutto ciò che consentiva la vivibilità sul territorio, o meglio vita condivisa tra uomo e natura.

Questo è un dato rilevantissimo che è sfuggito a chi si è adoperato in questa disciplina, presumibilmente, si può ipotizzare che nella foga di voler primeggiare essi non hanno  neanche terminato di leggere la frase, che descriveva, l’operato dei fratelli germanici, incentrato tra ambiente costruito, quello naturale e l’uomo.

Una distrazione imperdonabile misura e il valore, di quanti da un numero di decenni superiore alle preziose dita di una mano, imperterrito non smette di produrre danno e seminare inutili diplomatiche come facevano i romani.

Esiste un principio secondo il quale le radici danno linfa, solidità del tronco di un albero e i rami con le foglie forniscono il giusto equilibrio energetico per tutelare il sistema vitale.

Se si comprende questo principio, si è in grado di dedicarsi a progetti di una tutela condivisa, altrimenti si finisce di emulare modelli alloctoni che non hanno alcuna referenza, per sostenere nel tempo, la solidità di un idioma privo di segni e tomi condivisi.

Il dato, lascia a dir poco perplessi, se non basiti, vista la distrazione storica degli addetti, nel tralasciare elementi fondamentali, per una ricerca svolta secondo i canoni della progettualità.

Essi sono la fase: ricerca, preliminare, definitiva e in ultimo l’innalzamento esecutivo sul territorio.

Quanti sino a oggi si sono adoperato per produrre elementi utili in campo linguistico, letterario, storico, sociale, antropologico, urbanistico e architettonico, all’interno della regione storica arbëreshë,  senza seguire i protocolli storici, non ha fatto altro che produrre inutili focolai di contaminazione.

Come si può ritenere utile o legare le caratteristiche di una popolazione che tramanda il proprio essere con la sola forma orale, immaginando come legante della regione storica dove essi vivono le favole del focolare.

Una teoria priva di senso, che se mai voglia essere per pena, presa in considerazione può assumere eventualmente il ruolo di ambito “ultra, ulteriore”, il che la pone molto distante dal “citeriore“ di una lingua antica.

Una lingua per essere analizzata compresa ed eventualmente tutelata, la si deve scanzire iniziando da presupposti storico identitari, per poi muoversi secondo le tematiche di progetto; avendo come prioritari la figura umana e l’ambiente?, mi spiego; se una radice linguistica si vuole attribuire a una minoranza storica, essa deve partire non dai racconti del focolare che è un adempimento di necessità secondario e ben lontano dalla sua origine, ovvero, la descrizione e al modo di appellare il corpo umano; Apparati, Organi e Sistemi, ben legati alle opportunità che offre l’ambiente naturale per la sopravvivenza”.

Una teoria che nasce secondo i canoni storici del progetto e in specie gli architetti adoperano e senza di esse non segnano arche, per evitare sconcertanti e inopportuni adempimenti, a favore degli usufruitori, per evitare di  rendergli nuove pene e disagi.

Questa è la radice, questo è il suo cuore, questi sono i suoi sensi di origine, le favole e le altre musiche culturali, lasciamole a quanti fanno valje in forma di ballo, gjitonie come il vicinato, rioni e quartieri, immaginando ancora che gli Arbëreshë sono gli odierni Albanesi e non non sanno dei valorosi Arbanon.

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L’ATTO DELLA VESTIZIONE E DELL’APPARIRE “ME STOLJTH”

Protetto: L’ATTO DELLA VESTIZIONE E DELL’APPARIRE “ME STOLJTH”

Posted on 18 febbraio 2020 by admin

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