NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Le tracce dei popoli si ricercano attraverso la loro operosità e i presidi che hanno contribuito alla produttività, attraverso le metodiche sostenibili.
Nei sistemi economici evoluti l’industria assume una veste più pregnante ed invasiva nel territorio, segnando il paesaggio attraverso acciaierie, stazioni ferroviarie, opifici; volumi edilizi non residenziali che rimodellano significativamente aree urbane e sub urbane.
Negli ambiti più disagiati ed economicamente meno evoluti, come le regioni meridionali, essa assume una veste più discreta, in quanto occupa gli stessi ambiti delle tipiche residenze, i “catoi”.
I modelli industriali del passato, esaurita la loro funzione produttiva, sono stati dismessi e abbandonati per nuovi più
innovativi, ad oggi i primi s’identificano come aree di interesse storico archeologico, quelli minoritari invece non vengono adeguatamente valorizzati perché meno noti.
Entrambi rappresentano un preciso intervallo storico e sono un canale attraverso cui individuare i patimenti sociali di quegli ambiti: macchine per processi produttivi, edifici, infrastrutture, attrezzi, ma anche documenti e archivi di impresa, formulano un preciso percorso, non tanto sull’estetica e sulla bellezza dell’opera, quanto piuttosto sulla sua funzionalità e rilevanza economica.
È vero, tuttavia, che in certi interessanti e meritevoli casi, strutture industriali, officine, opifici, ecc. siano stati in questi ultimi decenni riscoperti, restaurati e rivalutati in modo da divenire contenitori per centri studi e poli museali, conservando la propria impronta e valenza storica.
La fabbrica, la macchina, gli oggetti e i documenti vanno esplorati, perché parte di un sistema che ha determinato storicamente,
socialmente ed economicamente il territorio, modificando nello stesso tempo il paesaggio, che in questo periodo modifica la qualifica di naturale, assume quella di industriale.
Nelle aree abbandonate in cui edifici minoritari segnano il paesaggio urbano, ma allo stesso tempo possono diventare, grazie al recupero e al riutilizzo, una risorsa per il territorio devono essere riattati continuando a mantenere la loro forma e gli elementi che li caratterizzavano.
Nella realtà attuale, in cui sono veloci e inarrestabili i processi di trasformazione, il recupero di un qualsiasi luogo dismesso diventa anche rievocazione della storia e dell’identità territoriale.
In quest’ottica è importante capire il concetto di bene, inteso anche come veicolo con cui si è trasformato nel corso del tempo l’area.
Rientrano tra i beni anche i reperti e gli oggetti della cultura minoritaria, anche essi carichi di significati e meritevoli di adeguato recupero come memoria storica di ambiti più mirati.
Il modulo abitativo che ha assunto sin dall’antichità una moltitudine di funzioni, tra cui quello della trasformazione e della
conservazione dei prodotti primari, deve essere recuperato e reso disponibile alla comunità, poiché oltre ad esaltare la storia locale, diviene anche un’istituzione culturale al servizio del territorio.
L’archeologia industriale ha regole molto elastiche che pongono alla base del progetto la memoria del manufatto, e precisamente negli elementi strutturali ed architettonici, è utile salvaguardare la memoria dell’operosità degli uomini, attraverso le tradizioni, i mestieri, oltre a importanti testimonianze proprie dell’industria in rapporto con il territorio.
Il piccolo modulo che funge da modello abitativo, era anche l’unico presidio industriale, dove svolgere quelle attività, in scala più ridotta e simili agli opifici delle aree più evolute economicamente.
Il Catoio modulo abitativo a sviluppo orizzontale era composto di due ambienti, il primo prospiciente la strada che conteneva l’accesso ed una piccola finestra di ventilazione, il secondo in successione era completamente buio, escludendo una piccola apertura utile a garantire la ventilazione dell’intero volume, la finestrella era posta a pochi decimetri dal declivio su cui era incastonato l’intero manufatto.
L’unità, piccola azienda agricola, aveva un’unica copertura a falda, essa veniva aggregata a moduli similmente dimensionati seguendo l’andamento del terreno, previa la realizzazione di essenziali pianori.
Gli spazi interni erano razionalizzati in funzione delle attività di cui il gruppo familiare aveva più dimestichezza oltre a fungere da vera e propria abitazione
Al suo interno generalmente vi era allocato, il telaio di tessitura, il forno per la panificazione, gli attrezzi per la macellazione, il necessario per la produzione di latticini, i depositi per le derrate alimentari oltre le suppellettili per dimorarvi.
Uno spazio razionale che doveva rispondere adeguatamente alle esigenze domestiche familiari e fungere da vera e propria fabbrica multi produzione.
Hanno, in oltre, importanza rilevante nella economia minoritaria le macchine per la trasformazione dei prodotti alla base della
catena alimentare, il frantoio a trazione animale, i mulini ad acqua, i palmenti per la vinificazione, i forni per la produzione di calce e mattoni, le gore di macerazione, la cui catena sostenibile aveva il suo ideale completamento all’interno delle abitazioni a catoio.
Di questa tipologia, si conservano all’interno dei centri minoritari ancora oggi validi modelli, che andrebbero al più presto
recuperati, perché i presidi di archeologia industriale seguono la teoria secondo la quale, si rapporta la loro memoria con il tempo che intercorre dalla dismissione sino alla riqualificazione, più passano gli anni più la valenza storica viene smarrita.
Il tempo e l’incuria cancellano la valenza materica e strutturale, unici elementi che consentono di identificare univocamente il manufatto.
Una volta smarrita la traccia, si svuoterebbe di significato il progetto di riqualificazione che a quel punto assumerebbe quello
di realizzare un nuovo manufatto non riconducibile agli episodi di industria minoritaria autoctona.