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Piazza

VALLJ MADË HËSHËT IMJ! “La piazza è mia!”

Posted on 27 luglio 2026 by admin

PiazzaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Il titolo non è un grido di possesso, ma soprattutto di appartenenza, un riverbero sempre presente che viene dalla memoria di chi è partito e, sa che una piazza non si eredita, ma si custodisce, si attraversa, si racconta e, quando serve, la si difende perché fa parte del proprio corpo e del ricordo condiviso.

Ogni arbëreşë dovrebbe sentire il dovere di proteggere la piazza dove è stesa la storia evolutiva del proprio Katundë, senza lasciare inutili spazi a viandanti della breve sosta che, con l’entusiasmo di chi ha sfogliato qualche edito o raccolto frammenti nei corridoi di qualche dipartimento, ignorando la complessità del nostro mondo arbëreşë, distribuisce storie gratuite come fossero verità scolpite nella pietra.

L’ironia è che il Mediterraneo, molto prima di diventare un argomento universitario, aveva già intrecciato popoli, lingue e destini in un’integrazione senza precedenti e, i nostri luoghi di confronto e movimento ne sono testimoni evidenti, viventi e, non note a piè di pagina.

Per questo la piazza appartiene a chi la vive non per distruggerla, ma con la memoria che resta sempre pronta a coltivare semi buoni e genuini colmi di storia che la fanno germogliare con rigore, passione e anche con quel pizzico di ironia che smaschera le certezze troppo comode, ma senza mai perdere l’onore del confronto.

La piazza è mia, lo dico senza superbia e senza pretendere privilegi e, lo dico perché appartengo a questo luogo più di quanto questo luogo appartenga ad altri.

Prima della piazza c’era il confine con il bosco, poi venne il margine alto e quello basso, la terra nuda, il punto in cui la natura concesse agli uomini di fermarsi senza smettere di ascoltarla, nessuno progettò un monumento e, così nacque una comunità.

La chiesa non occupò quel luogo per caso, ma fu il primo tentativo di dare un ordine al tempo, agli uomini, alle stagioni e persino alle inquietudini della terra.

La fontana arrivò dopo, perché una comunità senza acqua è destinata a disperdersi e, attorno a quella sorgente si incontravano la fede, la fatica, la parola, il silenzio e, fu li che ebbe a costruirsi il katund, giorno dopo giorno.

Poi vennero coloro che vollero spiegare la piazza prima ancora di comprenderla e, la catalogarono, la interpretarono, la divisero in epoche, stili e teorie.

Ma una piazza non è un reperto, ma un organismo vivente che si rigenera e si respira con chi la attraversa e conserva una memoria che nessun archivio riesce a contenere interamente.

Infine arrivarono i viandanti del nostro tempo, i quali cercarono di ascoltare, senza capire che quelle pietre, che mancavano non erano necessarie come erano spogli i muri dell’intonaco e, il tutto fosse superfice disponibili a ogni gesto, a ogni colore, a ogni firma.

Dimenticarono che anche un muro possiede una dignità e che non tutto ciò che è antico è in attesa di essere reinventato.

La memoria non è fragile perché è vecchia e per non violala basta osservarla dall’alto, perché essa è sempre fragile e basta poco per sostituirla con un racconto più semplice, più comodo, più ventoso, specie se viene dall’alto.

Per questo dico ancora e con solida memoria: la piazza è mia e, non nel senso del possesso, ma della custodia.

Non per escludere chi arriva, ma per ricordare che ogni ospite entra in una casa costruita da molte generazioni e, la buona ospitalità degli arbëreşe non chiede di rinunciare alla memoria; chiede, semmai, di condividerla con rispetto.

Chi parte non cessa di appartenere, ma porta con sé il paese, il vento, il suono dell’acqua e il profilo delle pietre.

E quando ritorna, scopre che la piazza lo ha aspettato senza chiedergli conto del tempo trascorso, perché l’essere un arbëreşë non significa soltanto conservare una lingua o celebrare un rito ma, significa riconoscersi custodi di un equilibrio raro, nato sulle Terre di Sofia, dove il bosco incontrò la pietra, l’acqua e costruì il luogo della fede e la memoria comprese cosa fare per convivere con il futuro.

La piazza, allora, non è mia perché posso rivendicarla, è mia perché, finché avrò voce, continuerò a difenderne il significato.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre Adriatiche).

Napoli 2026-07-27

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SOLE

IL SOLANICO CHE NON HA ILLUMINATO CON TITOLO IL PARLATO E L’SCOLTO ARBËREŞË diali nëngë hëstë ghënesë e shjuitùrë

Posted on 26 luglio 2026 by admin

SOLENAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Una comunità diasporica che per secoli ha fondato la propria sopravvivenza culturale sull’esercizio del parlato e dell’ascolto sviluppa inevitabilmente una particolare concezione della conoscenza e dell’autorità. In essa, il sapere non è un bene da esibire, bensì un patrimonio che si costruisce nella reciprocità della parola pronunciata e dell’ascolto consapevole.

Parlare significa assumersi una responsabilità nei confronti della comunità e, ascoltare significa riconoscere che la verità richiede tempo, attenzione e disponibilità a lasciarsi trasformare dall’esperienza dell’altro.

La forza di una simile tradizione risiede proprio nell’equilibrio tra chi prende la parola e chi sa riceverla e, questa forma di civiltà incontra oggi una difficoltà senza precedenti.

La società contemporanea è caratterizzata da una sovrabbondanza di rumori materiali e simbolici, senza mai astenersi dal continuo susseguirsi di stimoli e, la competizione permanente per l’attenzione, la comunicazione incessante si annida nella spettacolarizzazione della presenza pubblica che innescano fattori ambientali nei quali l’ascolto diventa una facoltà sempre più rara anzi un irriconoscibile riverbero.

Non è soltanto il silenzio fisico a scomparire, ma il silenzio interiore, quello che rende possibile comprendere il significato profondo della parola.

Per una comunità educata nei secoli alla disciplina del parlato e dell’ascolto, questa trasformazione rappresenta una condizione di particolare vulnerabilità e, i suoi esponenti più autorevoli, proprio perché estranei ai linguaggi della propaganda, della produttività ideologizzata e dell’affermazione spettacolare del sé, finiscono spesso per trovarsi privi degli strumenti richiesti dall’attuale spazio pubblico.

Essi non competono sul terreno dell’urlo, dell’immediatezza o dell’esibizione, ma su quello della misura, della riflessione e della continuità del dialogo.

E proprio queste virtù, oggi, rischiano di apparire invisibili, determinando così un capovolgimento dei criteri di riconoscimento sociale e accademico.

L’attenzione collettiva tende a premiare coloro che occupano lo spazio acustico e mediatico con maggiore intensità, mentre chi conserva un’antica educazione all’ascolto viene progressivamente relegato ai margini. La notorietà sostituisce l’autorevolezza e, la capacità di imporsi prevale sulla capacità di comprendere, ed è così che la continua esposizione di sé diviene più efficace della profondità del pensiero.

Non è raro che professionisti dell’enfasi o figure costruite secondo i codici dell’apparenza ricevano maggiore credito di uomini e donne la cui autorevolezza nasce da una lunga pratica del dialogo e dell’ascolto reciproco.

Una simile dinamica non impoverisce soltanto le comunità diasporiche, ma l’intera società e, quando il parlare perde il proprio legame con l’ascoltare, la parola cessa di essere luogo di ricerca comune e diventa semplice competizione per la visibilità.

Perché quando l’ascolto non costituisce più il criterio della formazione del sapere, anche la figura del saggio perde il proprio riconoscimento pubblico, non perché il suo sapere sia diminuito, ma perché è venuta meno la capacità collettiva di riconoscerlo.

La vera questione, dunque, non riguarda la nostalgia per un passato idealizzato, bensì il destino di una forma di civiltà fondata sulla convinzione che nessuna parola possa è dirsi autenticamente sapiente se non nasce dall’esperienza dell’ascolto.

Una comunità che ha custodito questa disciplina per secoli possiede ancora oggi un patrimonio antropologico e culturale di straordinario valore.

La sfida consiste nel comprendere se la modernità, immersa nel rumore e nell’accelerazione permanente, sia ancora capace di creare le condizioni affinché tale patrimonio possa essere ascoltato, e non semplicemente udito.

Oggi è sempre più raro incontrare persone capaci di ricostruire, attraverso il parlato e l’ascolto, il lungo sviluppo storico delle comunità arbëreşe.

Pochi sono in grado di spiegare come esse abbiano attraversato epoche diverse, confrontandosi con il mondo romano, bizantino, longobardo e cistercense, fino a costituirsi come realtà storica e culturale riconoscibile con il nome di Arbëreşë.

Questa continuità non rappresenta una semplice successione cronologica di eventi, ma un processo di stratificazione culturale che soltanto una memoria condivisa e una tradizione viva possono rendere intelligibile.

Si va progressivamente perdendo anche la conoscenza del profondo significato simbolico del costume femminile arbëreşë.

Non se ne comprendono più le differenze che accompagnavano le stagioni dell’essenza in forma di abito della fanciulla, della donna, poi sposata, madre, reggente della casa, custode del focolare, di vedova certa e di vedova incerta.

Ogni veste costituiva un linguaggio sociale, morale e comunitario, capace di raccontare una condizione personale senza bisogno di parole e, la lettura richiedeva un sapere condiviso che oggi rischia di scomparire.

Allo stesso modo, termini fondamentali della civiltà arbëreşe, come sheshi e Gjitonia, vengono spesso pronunciati senza che se ne colga più il significato antropologico.

Lo sheshi non era soltanto uno spazio fisico, ma il luogo della parola pubblica, dell’incontro e del riconoscimento reciproco e della vigilanza.

La Gjitonia non designava semplicemente il vicinato o un condominio orizzontale, bensì una forma di organizzazione sociale fondata sulla prossimità, sulla solidarietà quotidiana, sull’ascolto e sulla corresponsabilità tra famiglie.

In questi luoghi prendeva forma quella cultura del parlato e dell’ascolto che ha consentito alla comunità di conservare la propria identità attraverso i secoli.

Il paradosso della contemporaneità consiste nel fatto che, mentre cresce il numero di coloro che parlano degli Arbëreşë, diminuisce quello di chi è realmente in grado di restituirne una visione organica e, lo spazio pubblico è occupato da voci rumorose, da interpreti che privilegiano la frammentazione, l’aneddoto o la rappresentazione folklorica, oppure da autori che costruiscono narrazioni pittoriche prive del contatto diretto con la tradizione vivente.

Ne deriva una conoscenza discontinua, incapace di ricomporre in un quadro unitario la storia, la lingua, le istituzioni comunitarie, i simboli, i riti e le pratiche quotidiane.

Una civiltà fondata sul parlato e sull’ascolto non può essere compresa attraverso una successione di nozioni isolate.

Perché essa pretende una memoria capace di collegare ogni elemento all’altro, di mostrare come la lingua illumini il costume, come il costume richiami l’organizzazione sociale, come quest’ultima rimandi alla storia e come la storia trovi il proprio significato nella continuità della comunità.

Quando questa capacità di tenere insieme il tutto viene meno, non si perde soltanto una serie di conoscenze: si smarrisce l’immagine unitaria di una civiltà che, per secoli, ha affidato la propria esistenza alla forza della parola condivisa e dell’ascolto reciproco.

Una prospettiva finora poco esplorata negli studi finalizzati alla comunità diasporiche arbëreşë riguarda il significato antropologico del costume femminile quale espressione di un percorso civile, religioso e comunitario.

Esso non può essere interpretato come un semplice insieme di elementi ornamentali né come una testimonianza folklorica del passato.

Il costume costituisce, piuttosto, una grammatica simbolica attraverso la quale la comunità ha rappresentato la continuità della propria esistenza e la trasmissione dei propri valori civili e di credenza.

Nel suo sviluppo storico, il costume accompagna le diverse età della donna rendendo visibile non soltanto una condizione personale, ma anche una responsabilità sociale.

Ogni trasformazione dell’abito corrisponde a una diversa funzione all’interno della comunità e rende leggibile, senza bisogno di spiegazioni, il rapporto tra la persona, la famiglia e il bene comune.

In questa prospettiva emerge un elemento di particolare rilievo, finora raramente posto al centro della riflessione: il costume femminile segna idealmente il cammino che unisce il focolare domestico all’altare della chiesa.

Esso custodisce e mantiene “pulita” quella strada simbolica lungo la quale la vita quotidiana incontra la dimensione del sacro.

La donna, attraverso il proprio abito e il proprio comportamento, non rappresenta soltanto se stessa, ma diviene il principio di continuità tra la casa, la comunità e la fede, mantenendo vivo un ordine morale che si rinnova ogni giorno nel passaggio tra questi due poli fondamentali dell’esistenza.

Una tale concezione può essere compresa soltanto all’interno di una civiltà del parlato e dell’ascolto, nella quale il significato dei gesti, gli abiti, i luoghi e le relazioni erano trasmesso attraverso la memoria condivisa e l’esperienza comunitaria.

Quando questa tradizione si interrompe, anche il costume perde il proprio linguaggio e viene ridotto a un oggetto estetico o museale, privato della funzione che per secoli ne aveva giustificato l’esistenza.

Per questa ragione appare sempre più difficile trovare oggi interpreti capaci di restituire un’immagine unitaria della civiltà arbëreshe.

Lo spazio pubblico è frequentemente occupato da un parlare rumoroso, frammentario e autoreferenziale, che privilegia la visibilità rispetto alla comprensione. Ma una civiltà costruita sul parlato e sull’ascolto non può essere spiegata da chi conosce soltanto il rumore delle parole. Essa richiede una memoria capace di ricomporre in un’unica visione la storia, la lingua, la Gjitonia, lo sheshi, il costume e il loro profondo significato antropologico.

Solo allora il parlato diviene realmente conoscenza condivisa e l’ascolto torna a essere lo strumento attraverso il quale una comunità riconosce sé stessa e trasmettere la propria identità e, il costume femminile come segno del percorso simbolico tra il focolare e l’altare, non come semplice elemento etnografico o contributo antropologico, un’interpretazione culturale, sostenuta, nel prosieguo del lavoro, da testimonianze, tradizioni orali o altre fonti che ne mostrino il fondamento.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre Adriatiche).

Napoli 2026-07-26

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COME PROGREDIRE, CRESCERE, PARLARE, E NON SMARRIRE I CINQUE SENSI ARBËREŞË  u rìtà me mëmenë tatenë thë dèrà jonë i thë nànëve

COME PROGREDIRE, CRESCERE, PARLARE, E NON SMARRIRE I CINQUE SENSI ARBËREŞË u rìtà me mëmenë tatenë thë dèrà jonë i thë nànëve

Posted on 05 maggio 2026 by admin

Santa soofiaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – A ben vedere il tempo generato dalla iunctura familiare nei rioni di Terra era fatto di, parlato, ascolto, simboli, consuetudini e vita comunitaria, secondo cui ogni cosa aveva una funzione profondamente formativa, orientando le generazioni in crescita, verso orizzonti luminosi.

Quelli erano i tempi in cui recarsi alla fonte significava non soltanto soddisfare un bisogno primario, ma anche rigenerarsi interiormente e, l’atto, rappresentava uno spazio di luce, di guida, di prova del senso di orientamento generale e, cosi erano anche gli atti devozionali rivolti ai santi, che assumevano ruolo fondamentale e spirituale; mentre la famiglia, i genitori tutti, con i vicini, incarnavano la prima e più significativa scuola per intraprendere le vie della vita.

Nella contemporaneità, tuttavia, tali significati appaiono in parte svuotati e, oggi i medesimi luoghi, un tempo colmi di riti hanno esaurito la dimensione originaria per assumere una nuova forma, talvolta contraddittorie, di azioni paradossali.

Oggi gli spazi pubblici sono diventati contesti di giudizio più che di condivisione e, quella che un tempo era la critica costruttiva oggi rappresentano le celle dove relegare in solitudine i non prescelti.

E cosi ha cambiato senso anche la partecipazione religiosa che ormai è diventata gesto formale, secondo cui le pratiche devozionali si intrecciano con aspettative individuali di beneficio immediato.

Parallelamente, anche l’istituzione familiare attraversa un processo di ridefinizione, in cui la costruzione dei legami appare sempre più mediata dal ricorso a supporti esterni, istituzionali per terminare in mero orientamento dipartimentale.

Questo mutamento epocale solleva interrogativi rilevanti sul rapporto di tradizione e modernità, nonché sul ruolo delle istituzioni ormai diventate simbolo di formazione dell’individuo che poi determina la complessità odierna di uno specifico luogo.

Nella fase contemporanea, la deriva culturale che si è progressivamente ampliata sembra aver inciso anche sulla coesione dei gruppi diasporici, favorendo forme di isolamento individuale a discapito della dimensione comunitaria dei prescelti restanti, statici, incantati e sempre vestiti a festa per fare balli e canti.

La produzione simbolica e comunicativa appare sempre più frammentata o resa fumosa,  moltiplicando immagini o rappresentazioni che, risultano prive di aderenza rispetto ai modelli originari, i quali pur essendo stati caratterizzati da rigore espressivo, misura formale e profondità di sentimento, sono ritenuti a misura di contro riforma.

In questo contesto, si assiste alla diffusione di contenuti che, pur richiamando radici culturali specifiche, si presentano talvolta in forme semplificate o banalizzate, come nel caso di traduzioni automatiche che finiscono per alterare il senso del messaggio, fornendo una immagine offuscata e irriconoscibile, come cita il poco noto per gli storici linguisti, Massimo B.

L’elaborazione estetica e linguistica se non idoneamente prodotta da competenze accademiche specifiche, perde la parte più solida della sua funzione, generando distanza tra pronuncia immagine e significato.

E la rappresentazione immagine, quando combina la dimensione visiva o narrativa palesando tratti oscuri e dissonanti, specie se si associa una “scrittura simbolica” carica di tensione, incapace d’innescare un senso di smarrimento del presente.

È in questa cornice che si può cogliere la percezione di un passaggio critico, quasi un affacciarsi collettivo su un limite, un “baratro”, e riprendere un evocativo, varrunë, che segna la necessità di una riflessione più profonda sulle forme della comunicazione, dell’identità di memoria culturale.

Infatti, a ben vedere più si rimaneva solidamente, vicini al modello familiare allargato tipico dei diasporici e più solida era la formazione con cui si acquisivano gli insegnamenti di radice linguistica consuetudinari di credenza.

Un elemento che caratterizzava questa fonte patrimoniale era il sistema di formazione che non aveva titoli o elementi formali da assegnare una forma cartacea per essere incorniciata, perché la formazione si palesa alla luce del sole con atti di parlato e movenze.

Quel ruolo che oggi la scuola si trova a svolgere in forma molto ampia, rispetto al passato e, mentre una volta l’educazione era distribuita tra famiglia, comunità e tradizioni condivise; oggi molte di queste strutture si sono indebolite, e la scuola istituzionale viene chiamata a colmare vuoti educativi enormi, non dal punto di vista grammaticale ma con momenti di coronamento, formali, con un titolo cartaceo terminale.

Camminare, parlare, bere, vestirsi, lavarsi, mangiare sono compiti materni al massino familiari che si estendono massimo sino alla soglia di casa e con la porta chiusa.

Questo significa che gli insegnanti di casa sono i primi istitutori e solo in eseguiti in condizioni più sostanziale, si completa la formazione con il supporto o la correzione sociale, che non a bisogno di promuovere l’allievo ma indirizzarlo ad affrontare il resto del mondo.

È vero però che esistevano criticità reali e, la formazione iniziale poteva apparire un tempo troppo teorica ma, il confronto intergenerazionale era costantemente presente e, non certo come avviene oggi con molti docenti giovani che siedono in cattedra con poca esperienza pratica e i vicini di casa assenti o distratti per altre cose.

Se poi a questo si aggiungono classi più eterogenee con troppi lljtirë, tecnologie nuove di apprendimento traduzione, che seguono le mode dei mutamenti in continuo mutare, la via scelta per elevarsi parlanti arbëreşë è sfida impari e senza traguardo.

D’altra parte, dire che i titoli siano “vuoti” o che ci sia solo un “vagare continuo” rischia di semplificare eccessivamente il problema.

Ci sono anche molti insegnanti motivati, con la volontà di innovare, cercando di costruire proprio quel senso di guida che diffusamente manca, ma non possono sostituirsi alla prima fase di vita di casa sino alla soglia, perché essi pur avendola vissuta ne hanno smarrito la memoria.

Forse il punto centrale del discorso è questo, giacché manca un equilibrio tra formazione tecnica e formazione umana, tra scuola e comunità coscienziosa e lucidamente consapevole del problema.

E questa è la ragione dell’enigma che si vuole affrontare, perché senza alleanza tra famiglia, società e la scuola a fare da contorno, è difficile creare un percorso solido per le nuove generazioni, che vogliono crescere sulla soglia di casa dove primeggia la lingua della madre arbëreşë.

Per avere davvero misura del patrimonio incamerato negli ambiti natali e fino alla giovinezza, mi sono trovato nella necessità di allontanarmi, non tanto per rifiuto quanto per esigenza di chiarezza, come se la prossimità, che pure aveva nutrito ogni mia percezione, finisse per rendere indistinti i contorni di ciò che invece meritava di essere osservato con precisione da una prospettiva lontana.

Solo prendendo distanza ed essere un “Partente”, ho avuto agio, misura e prospettiva idonea per iniziare a distinguere ciò che prima mi appariva come un fondo unico e compatto.

Secondo cui gesti, parole, silenzi, abitudini sedimentati nel tempo, è stato possibile distinguerli dai componenti di un patrimonio che non era semplicemente materiale, ma soprattutto emotivo e culturale, costruito giorno dopo giorno nell’ascolto e nel rispetto familiare.

In quel contesto originario ogni cosa sembrava naturale, quasi inevitabile e, proprio per questo difficilmente interrogabile, in quanto tutto era acquisito come vivere o essere immersi in una lingua con le gestualità che parlano senza mai chiedersi da dove provenga o quali regole la governino.

L’allontanamento, invece, ha introdotto una distanza capace di restituire profondità a ciò che prima era superficie, fornendo gli elementi indispensabili a riconoscere il valore di ciò che avevo interiorizzato in due decenni senza mai nominarlo davvero.

Ho compreso allora che il patrimonio non si limita a ciò che si eredita in forma tangibile, ma include una trama più sottile fatta di sguardi, di attenzioni, di modalità di relazione che si imprimono lentamente e che solo in seguito rivelano la loro forza strutturante.

Guardare da lontano non ha significato tradire o rinnegare, ma al contrario rendere giustizia a quella eredità, sottraendola all’automatismo e restituendola alla consapevolezza.

In questa nuova prospettiva, ciò che prima era dato si è trasformato in scelta, e ciò che era implicito ha iniziato a emergere come principio attivo di una specifica identità, che consente di ricomporre il passato non più come semplice accumulo, ma come un sistema coerente di significati che continuano a orientare il presente.

Tutto questo per avallare la teoria secondo cui chi resta fa “restanza” e perde la memoria e si trova a vagare per cortei e processioni altrui con l’emblema che segue i musici santificati, diversamente da chi diventa un “partente” che cementifica la memoria avendone continua e cosciente solidità con echi del ricorso ripetuto e innescati dalla distanza dal luogo del cuore che non smette mai di battere colmo di gesta in arbëreşe.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma alle sponde dell’Adriatico).

Napoli 2026-05-05

 

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LA RAZIONALE PROTO INDUSTRIA ALIMENTARE DEGLI ARBËREŞE: IL FORNO

LA RAZIONALE PROTO INDUSTRIA ALIMENTARE DEGLI ARBËREŞE: IL FORNO

Posted on 12 dicembre 2025 by admin

FornoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Nelle piccole Kalljva, le abitazioni tradizionali arbëreşë, il camino e il forno non rappresentava soltanto uno strumento domestico, ma costituiva un vero e proprio centro di vita sociale ed economica.

Questi spazi, spesso modesti per dimensione ma ricchissimi di funzioni, erano concepiti come luoghi di trasformazione e, qui il fuoco diventava motore di proto-industria, strumento di sussistenza e memoria di un sapere artigianale tramandato di generazione in generazione.

Il forno, insieme al camino, era l’elemento più importante della Kalljva e, non serviva soltanto a riscaldare o cuocere, ma era un laboratorio comunitario, la sede di una tecnologia antica in cui si concentravano competenze precise e ritualità quotidiane. L’accensione del forno segnava un ritmo, quasi una liturgia domestica, dalla preparazione della legna alla disposizione delle braci, ogni gesto portava con sé regole, proverbi e un patrimonio di conoscenze pratiche che definivano l’identità arbëreshë.

Una volta portato “a regime”, il forno diventava la macchina principale per la trasformazione delle materie prime.

Qui avvenivano processi fondamentali per l’autosostentamento essiccazioni, cotture lente, tostature e soprattutto la panificazione.

Il pane, con le sue varianti storiche, era molto più di un alimento, perché rappresentava un simbolo di continuità culturale e religiosa, un bene essenziale la cui produzione coinvolgeva tutta la famiglia.

Le donne impastavano seguendo ritmi e ricette codificate, gli uomini preparavano il combustibile e regolavano il calore; i bambini osservavano, imparando attraverso il gesto ripetuto per poi avere in dono un pane a loro misura.

Accanto al pane ordinario, che garantiva il nutrimento quotidiano, esistevano pani rituali e stagionali, con forme, tecniche e significati differenti: pani intrecciati per le feste, focacce cerimoniali, varianti arricchite per i momenti solenni, impasti semplici riservati ai giorni di lavoro.

Ogni tipologia raccontava un rapporto profondo tra ambiente, comunità, fede e forno, quest’ultimo, era un piccolo centro produttivo, dove si trasformava la materia, ma trasformava anche la vita sociale.

Intorno ad esso si riunivano parole, consigli, scambi di lavoro e dello storico criscito; da esso uscivano profumi capaci di segnare un’epoca e di riportare alla memoria la forza di una cultura che ha saputo resistere nel tempo grazie ai suoi gesti più quotidiani.

Tutto ciò che prendeva vita nella Kalliva, come pane, focacce, e varianti rituali e quotidiane, aveva origine da un elemento minuscolo ma preziosissimo: il chicco di grano. Era da questa unità semplice, apparentemente fragile, che scaturiva la forza stessa della comunità arbëreshë.

Ogni raccolto, ogni trasformazione, ogni pane usciva dal forno come un atto di rispetto verso quella piccola semenza e verso la terra che l’aveva vista germogliare.

Il chicco di grano era considerato un dono duplice, in quanto dentro custodiva la parte bianca, pura e nobile, il cuore dell’alimento, in tutto l’endosperma, simbolo di abbondanza e di nutrimento “buono”.

Era questa porzione, tenera e luminosa, che veniva macinata finemente per ottenere la farina più pregiata, destinata spesso al pane delle occasioni o alle preparazioni più delicate.

L’atto di separare la parte interna da quella esterna non era soltanto un passaggio tecnico, ma un gesto simbolico, carico di memoria e consapevolezza del lavoro necessario per ottenere il nutrimento quotidiano.

La parte esterna del chicco, invece, conservava il colore della terra: un marrone intenso, ruvido, che ricordava visivamente le zolle da cui la pianta era nata.

Questa sezione, più densa e carica di fibra, parlava della fatica dei campi, della resistenza della natura e della continuità tra uomo e ambiente.

Non veniva mai considerata uno scarto, ma un elemento essenziale, prezioso a suo modo. Dalla crusca si ricavavano farine più grezze, impasti più rustici e un pane dal sapore robusto, che per secoli ha sostenuto i lavoratori nei periodi di maggiore sforzo.

Il ciclo di trasformazione iniziava con la trebbiatura, continuava con la vagliatura e si perfezionava nella molitura, dove la mano esperta del mugnaio sapeva distinguere consistenze, profumi e umidità.

Ogni fase restituiva al chicco la sua identità, dava corpo indiviso diventava materia differenziata, pronta per assumere forma e significato all’interno del forno della Kalljva.

Così, prima ancora dell’impasto e della cottura, il pane esisteva già nel concetto stesso di separazione e scelta, nell’equilibrio tra la purezza della parte interna e la forza della scorza esterna.

Era in questo dialogo tra bianco e terra, tra nobile e umile, che prendeva forma la cultura alimentare arbëreşë.

Una cultura capace di valorizzare ogni frammento del chicco, riconoscendo che la vita, come il pane, nasce sempre da ciò che è piccolo ma essenziale.

Quella giornata che iniziava con l’impasto di farina criscito acqua e sale la sera prime, non era soltanto un rito per le madri: era anche, a suo modo, la festa dei bambini.

Un giorno speciale, atteso quasi quanto le grandi ricorrenze, perché proprio allora i più piccoli godevano di una libertà che durante l’anno era rara.

Mentre le donne, chine sul grande impasto, seguivano il ritmo antico dei gesti tramandati, i bambini potevano finalmente giocare in autonomia, scorrazzando nei pressi della casa o del cortile senza che nessuno li richiamasse di continuo.

Sapevano però, anche nella loro ingenuità, che quella libertà aveva un prezzo: non avrebbero dovuto disturbare le madri.

Quel lavoro era sacro, faticoso, e richiedeva una dedizione assoluta e, le donne, con le braccia infarinate fino ai gomiti, impastavano come se stessero scolpendo la vita stessa, consapevoli che quel pane, caldo, fragrante, ricco di aromi naturali, avrebbe nutrito la famiglia per un mese intero.

Così i bambini giocavano “facendo i buoni”, un’espressione che quel giorno assumeva un valore quasi solenne.

Si rincorrevano, inventavano giochi con ciò che trovavano, costruivano regni immaginari con pietre e foglie, ma sempre con un orecchio attento a non fare troppo rumore.

Era come se anche loro partecipassero al rito, custodendone il silenzio e, poi c’era la ricompensa.

Tutti lo sapevano: chi non avesse fatto arrabbiare la mamma avrebbe ricevuto, alla fine, un piccolo pane tutto per sé.

Un pane ancora caldo, profumato, morbido, così buono che sembrava un dono prezioso. Quel momento era atteso come una piccola epifania e, le mani delle madri che porgevano la pagnottella, le dita dei bambini che bruciacchiavano appena toccando la crosta, il primo morso che sapeva di forno, di casa, di tradizione.

In quell’attimo, ogni bambino si sentiva parte di qualcosa di grande: non solo spettatore, ma custode silenzioso di un impegno antico che univa generazioni.

Era una festa semplice, fatta di niente eppure ricca di tutto, che rimaneva incisa nella memoria come il profumo di quel pane che nessuno avrebbe mai dimenticato.

 

Il processo che portava il forno a raggiungere la temperatura ideale per cuocere il pane seguiva una procedura molto razionale.

Per capire se il forno fosse “a regime”, cioè pronto per la cottura, si facevano cuocere le lagane: erano una sorta di termometro naturale che permetteva di valutare se il calore fosse quello giusto.

Una volta verificata la temperatura, si procedeva alla cottura del pane e, dopo averlo sfornato, il calore rimasto nel forno, quell’energia imprigionata nella volta ancora sana e calda, veniva utilizzato per preparare altre pietanze, pane e olio con il pomodoro nelle tipiche teglie di alluminio, crocette di fichi secchi infilzati, e tutto ciò che serviva per la cena della sera o per il pasto del giorno successivo.

Questi forni non erano sempre all’interno delle abitazioni e, quando le case erano troppo piccole o semplici, il forno veniva costruito accanto alla porta d’ingresso, e diventava utile anche per le altre famiglie modeste che non potevano permettersi un forno proprio. E quando portavano il pane appena sfornato, quella casa si riempiva degli odori e dell’atmosfera che solo un forno poteva regalare.

Arch. Atanasio Pizzi (Attento Ricercatore Napoletano Arbëreşë Tenace) A.R.N.A.T.

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GLI ARBËREŞË NON HANNO MAI TUTELATO SECONDO UN CSTRUTTIVO INIZIO (nà nënghë bëmi pishjalljoka ne rèdhë pà butë)

GLI ARBËREŞË NON HANNO MAI TUTELATO SECONDO UN CSTRUTTIVO INIZIO (nà nënghë bëmi pishjalljoka ne rèdhë pà butë)

Posted on 18 luglio 2025 by admin

CASA

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Puoi guardare una montagna per ore, pregustando l’arrivo in cima, tuttavia nessuna vetta si avrà modo di raggiungere e vivere con il pensiero, se non per azioni mirate allo scopo.

È come una porta che appare chiusa finché non fai il primo passo e, scoprire dalla nuova prospettiva che la rende aperta.

Ogni minoranza storica rappresenta un patrimonio culturale, linguistico e identitario di valore inestimabile. Tuttavia, nel corso di almeno due secoli, molte di queste macro aree hanno subito fenomeni di marginalizzazione, assimilazione forzata o perdita progressiva delle proprie radici di germoglio e fioritura.

Un progetto di tutela dovrebbe partire dal riconoscimento del ruolo fondamentale che queste minoranze hanno svolto e assumono oggi nei processi sociali, che attendono attuazione per la sostenibilità della memoria collettiva e della diversità culturale del Paese Italia.

L’obiettivo principale è promuovere la salvaguardia e la valorizzazione di questo patrimonio, attraverso interventi concreti che ne sostengano la lingua, la cultura, i diritti e la piena partecipazione alla vita sociale, di cui possono essere radice.

La prima fase del progetto dovrebbe perseguire il principio di un’attenta analisi dei bisogni fondamentali per questa comunità, in ascolto diretto con i suoi membri, con i quali delineare in condivisione i percorsi di tutela della propria fioritura sostenibile.

Le idee sono importanti, ma senza l’azione restano sogni chiusi in un cassetto e, se all’idea non si dà seguito con azioni razionali e non di impeto, resta solo teoria, buona forse a parole ma sterile nei fatti.

Certamente avendo cura di non avere discepoli o praticanti politici, con mente e mani non libere ma intrise di colori e prospettive disegnate per ambire a fini che tradiscono l’essenza stessa del pensiero libero e della responsabilità civile.

La via intrapresa secondo cui la sola sostenere il parlato affiancandolo a inadatti alfabetari in grado di sostenere la memoria e la forza di un popolo, storicamente radicato in abitudini durature, si dimostra oggi più un’aspirazione idealistica che una via concreta da promuovere e caparbiamente proseguire.

Eppure, proprio lì, nelle parole tramandate, nei canti, nei racconti pronunciati in una lingua antica, si cela il codice o meglio la chiave della storica resistenza culturale.

Oggi, quel teorema largamente diffuso rende più precario l’equilibrio e la tutela di questo esempio di integrazione mediterraneo ritenuto unico e irripetibile, visti i tempi per maturare.

L’attività in senso generale è un gesto che non guarda solo al passato, ma costruisce un futuro dove la diversità non è debolezza, ma radice fatta di luoghi fatti, cose e generi.

Gli arbëreşë non sono i soliti giullari che parlano una lingua strana per intrattenere il padrone o prelato di turno.

Appartenere a una minoranza storica è paragonabile a uno scrigno o un baule antico che pulsa ragioni di vita, in cui si conserva un valore inestimabile, una memoria collettiva, una visione del mondo, una storia di resistenza, un progetto antico ancora applicabile alla società moderna.

Il suono del parlato non è un’opera musicale esotica, ma un codice identitario, un ponte che può unire tempo, genere umano e natura.

Difendere un simile protocollo non è nostalgia, ma un atto di cultura, un gesto di giustizia verso un popolo che, senza gridare o manifestare, ha custodito un’eredità preziosa per loro stessi e per tutti i popoli maggiori ad essa confinanti.

Quando non si è mai viaggiato lungo questi ambiti con mira specifica perché non si è mai dato senso ad un inizio o essere mai partiti mai partiti.

È una riflessione che può avere anche un senso metaforico, che conferma che a volte non realizziamo nulla perché non facciamo nemmeno il primo passo.

L’analisi dei modelli abitativi vernacolari rappresenta un punto di partenza fondamentale per un progetto di tutela delle minoranze storiche, in quanto rivela l’intimo legame tra cultura, ambiente e organizzazione sociale. Le tipologie edilizie tradizionali, spesso costruite con materiali locali e secondo tecniche tramandate oralmente, non sono semplici strutture abitative, ma testimonianze tangibili dell’identità culturale di una comunità.

Emblematico, in questo senso, è l’interesse mostrato da Le Corbusier, il padre dell’architettura razionalista europea, che durante i suoi viaggi in Italia studiò con attenzione l’architettura rurale e popolare e monastica, da cui trasse spunti fondamentali per il suo linguaggio formale.

Questo denota come anche le espressioni architettoniche più moderne riconoscano il valore e la sapienza insiti nell’abitare tradizionale.

L’indagine sui modelli abitativi vernacolari, attraverso rilievi, documentazioni, interviste e presa visione dello stato attuale, consente dunque non solo di salvaguardare un patrimonio, ma anche di costruire ponti tra passato e futuro, tra tradizione, che analizzata secondo protocolli annoverati diventa innovazione, in chiave sostenibile e partecipata.

Per questo il progetto di analisi condotto e diretto dall’Olivetaro Partenopeo rappresenta un pilastro essenziale di tutela della comunità minoritaria storica arbëreşë.

Questo approccio parte dallo studio delle tipologie edilizie tradizionali, costruite con materiali locali e tecniche tramandate di padre in figlio, capaci di riflettere la cultura, le condizioni ambientali e le esigenze della vita quotidiana delle macro aree in esame.

Le risultanze abitative tradizionali quali Turàtë, Kallivetë e Shëpitë, immersi nei modelli di iunctura, consentono di cogliere la relazione tra spazio domestico, identità culturale e sostenibilità ambientale. Integrando un’analisi tipologico‑funzionale, esempio secondo il metodo sviluppato nelle macro aree collinari o pre montane si può contestualizzare ogni abitazione dentro una logica comunitaria e ambientale, costruendo una base solida per interventi di recupero, valorizzazione o didattica territoriale che ad oggi non ha mai avuto attenzione istituzionale, non avendo la legge di tutela delle minoranze, ovvero la legge 482/99, alcun riferimento nei meriti dell’articolo nove della costituzione.

In virtù delle testimonianze raccolte e per volontà del cuore che custodisce il sapere delle madri,
si decreta e si rende noto che il matrimonio, così come tramandato nelle Terre di Sofia,
non fu mai semplice accordo tra famiglie, ma rito sacro, vestito di silenzio e cucito con pazienza.

Per mano di donne sagge, tra cui si annovera la stimata sarta di questo paese, mia madre il cui ago non fu mai strumento di mestiere soltanto, ma penna con cui ricamare la storia degli affetti, gli stessi che furono mantenuti vivi in gesti antichi, che davano al giorno delle nozze il valore d’un’incoronazione.

Il corredo non era ostentazione, ma promessa e, ogni lenzuolo, ogni fazzoletto, ogni bordo d’abito,
raccontava la storia della sposa e della sua casa dove il bianco candore della stagione lunga non era vuoto, ma pieno di attese, il pane, spezzato a tavola, era vincolo più saldo dell’anello.

Si ricorda dunque, e si tramanda, che l’amore non nasce nell’abbondanza ma nella cura;
che le nozze vere non risuonano in clamore, ma in silenzi condivisi secondo l’antica voce,
quando vi era chi sapeva disporsi per ascoltare.

In omaggio a chi ha saputo serbare queste verità nelle mani e nei giorni, e affinché la memoria non si perda tra le mode, venga questo Editto custodito, non nei libri soltanto, ma nei gesti che si ripetono,
come aghi che passano il filo tra generazioni.

Dato oggi, in spirito e in affetto, da chi porta nel sangue e nel cuore l’arte antica del matrimonio vissuto.

Tra le pieghe del tempo e il silenzio delle colline dove sorge Terra di Sofia, vive ancora la voce degli antenati.

È una voce che senza soluzione di continuità parla una lingua antica, che racconta memoria, pregando rivolgendosi a Dio nella forma più intima dell’identità arbëreşë.

In ogni gesto quotidiano, in ogni rito familiare, in ogni festa di paese, si rinnova il legame profondo con le radici di un popolo fiero, venuto da lontano ma radicato con forza nella terra che oggi chiama casa.

Il passaggio generazionale delle consuetudini non è solo trasmissione di usanze o custodia dell’anima.

Perché nei racconti dei nonni, le figlie le nipoti e le pronipoti davanti le case in pietra, i più giovani scoprono chi sono.

È nelle ricette tramandate, nei costumi tradizionali indossati con orgoglio, nella lingua parlata ancora oggi in alcune case e chiese, che si intrecciano memoria e futuro.

Ogni generazione che accoglie, rinnova e trasmette le consuetudini del mondo arbëreşë diventa anello di una catena preziosa, che resiste all’omologazione e tiene viva una cultura minoritaria, ma straordinariamente ricca.

Non si tratta di semplice folklore, ma di identità viva, che si evolve senza mai dimenticare le proprie origini, quando si tramandano tradizioni.

In tutto questo c’è un atto d’amore che vuole onorare la storia, dei padri, della comunità, in esso c’è un senso di responsabilità che non pesa, ma nobilita e oggi significa essere ponte tra passato e futuro, custodi del tempo, e chi si assume questa responsabile arte viene eletto dalla storia narratore di una bellezza che ancora ha molto da dire.

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                            Napoli 2025-07-18

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VALLJE E LA STAGIONE LUNGA (Verà  Arbëreşë).

VALLJE E LA STAGIONE LUNGA (Verà Arbëreşë).

Posted on 15 marzo 2025 by admin

Estates

NAPOLI (Atanasio Pizzi Architetto Basile) – C’è una stella pronta a illuminare la storia e le cose degli arbëreshë, ciò nonostante, si preferiscono quanti passano la vita a cercare di capire come vivono gli altri, senza mai riuscire a guardare come vive lui e il suo ristretto prossimo familiare.

Oltremodo recandosi in ambiti dove vive il governo delle donne arbëreshë, privi di ogni minimale conoscenza o sapienza del parlato di questa antico popolo che sostiene la sua cultura con il parlato, il canto e movenze di codice.

Diffondendo così incoscientemente il culto di polvere sottratte e pietre da schivare, convinto che abbia un significato profondo il dialogo con ogni artifizio innaturale, senza comprendere alcun che o cosa, che sia vero motivo che costituisca il fondamento di questa storica minoranza del vecchio continente emigrata nel meridione Italiano.

Il risultato a cui addivengono questi ricercatori della vita di chi è storicamente organizzato, come gli arbëreşë, è molto penoso specie per queste piccole figure cultural-economiche, senza misura di ascolto, per questo, non hanno titolo e intelletto per comprendere il valore culturale o i messaggi con cui è intriso Katundë.

Infatti per identificare per affermare cose, serve saper ascoltare e tradurre gli elementi distintive apposti nei portali delle chiese e, delle case dove hanno vissuto quanti contraeva matrimonio con gli indigeni e non, valorizzando, famiglie, luoghi abitati e sepolcrali.

Una consuetudine ereditata e trasportata nel cuore e nella mente dalla terra madre e, qui nei luoghi paralleli ritrovati, segnarono senza soluzione di continuità ogni cosa, degnamente valorizzando quanti si resero protagonisti. 

Nel rispetto di questo principio, gli arbëreşë, designarono anche un mese a primavera, durante il quale i Katundë ereditari o riedificati, fossero aperti ad ospitare le mutue russale, ovvero, organizzazioni di solidarietà locale, con un forte spirito di comunità integrata, in cui i membri si aiutavano reciprocamente, senza scopo di lucro.

In tutto, solide comunità che celebravano l’antico paese dove erano avvenuti gli alti fatti nobilmente compiuti.

Il tutto aveva un forte valore di fede e speranza, mirando a non perdere il valore dei figli dell’antica patria e, ogni persona chiunque essa sia e dove si trovi, conosca l’opera compiuta da questi, per non perdere la memoria e rendere vivo anche a noi l’entusiasmo per le opere queste portate a compimento per onorare il culto completo e l’entusiasmo di appartenenza.

Tutto questo aveva il fine che le nostre popolazioni, pur se ristrette in piccoli Katundë, mantenevano alti i valori dell’antichità; e siccome le diverse classi non si sono disgiunte tra loro, le ultimo partecipano alla conoscenza in egual misura delle prime e, l’educazione particolare e private diviene diffusa in egual misura a tutti gli arbëreşë.

Valori sociali diffusi siano alle famiglie più agiate, le quali allevano i figli propri e, quelle dei meno abbienti, avevano possibilità in egual misura a tutte le nuove generazioni, di migliorarsi e illuminare l’insieme di Iunctura sociale unico e inimitabile, in altri luoghi del vecchio continente.

Per saper leggere tutto ciò non serve dialogare o mettere in risalto figure come il drago sconfitto dall’indimenticabile Giorgio, ne urlare su campanili senza croce, immaginando che la stagione corta, quella della luna di castagneti e noceti, crei più germoglio di quando produca la stagione lunga del sole e dei campanili, in tutto: “Verà i Arbëreşë”.

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                                Napoli 2025-03-14

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GJITONIA “Una canzone scritta per mio Zio Celestino, il primo unico e grande cantante in Terra di Sofia”  (ghë khënduerë përë Jeleunë i biri Vicèutë Abramitë)

GJITONIA “Una canzone scritta per mio Zio Celestino, il primo unico e grande cantante in Terra di Sofia” (ghë khënduerë përë Jeleunë i biri Vicèutë Abramitë)

Posted on 07 febbraio 2025 by admin

photo_2025-02-06_21-28-11NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Gelèù cantava per amici e per parenti, germogliando sentimenti di amore con il senso del suo canto e quando lui ebbe modo di vivere quel mondo rimato, immagino che gli fosse permesso di volare, lo fece con riservatezza ne subì la pena.

Quando immagino lui e le sue gesta, sento rime davanti casa, riecheggiate lungo le vie del centro antico sino al sagrato della chiesa grande per accoglie sposi;

Eseguito per far nascere un nuovo governo delle donne, li dove sono cresciuto;
Ma a te che fai musica e suoni e ti avvolgi di corde e ti copri di polvere di mantice, non certo importa poi molto del cantato arbëreşë, specie quando dice;
“Il piccolo sale e il grande scende, la ragazza scende perché è luna, il ragazzo sale perché è sole;
Il padre davanti casa e il prete sull’altare della chiesa benedicono a modo loro chi e sole e chi è luna e anche le stella, perché voleva cantare volando e gridare:

Gjitonia, Gjitonia, Gjitonia, kijò hësthë Gjitonia ime;

Se non conoscevi questa rima di gesta storiche, adesso che lo sai chissà se diventi migliore;
Perché Oggi davanti la porta di casa hai fatto refluo;
La bellezza della chiesa è stata da tempo graffiata;
E tu rimani legato davanti al camino e vedi solo la polvere del fuoco spento, perché puoi solo inginocchiarti;
Ma io sono qui pronto e non taglio le corde delle mani per farti suonare cose inutili, ma i capelli che ti adombrano gli occhi e le orecchie per sentire canto: E dalle labbra ti strappò il ritmo di sensi, che fa riaccendere il fuoco antico:

Gjitonia, Gjitonia, Gjitonia, kijò hësthë Gjitonia ine;

Tu e altri non pronunciate il mio Nome, ma comunque resta immortale;
Anche se ritenete buoni, solo i semi di casa vostra, che vedete di lode di germoglio migliore;

Intanto mentre fate così, il fatuo invade la terra che nessuno potrà più lavorare di buono;
Ma anche se fosse, a voi tutti cosa importa, del valore che da conoscenza e agio alla cultura che non è per voi;
C’è un’esplosione di luce in paese ma preferite velarlo senza rispetto e, adombrate tutto il bello dell’immortale;
E non importa se voi lo abbiate mai sentito parlare, davanti casa, la chiesa o dove siete arrivati tardi;

Perché preferite ricordare il macello di sangue che scorre nel lavinaio, dove lui non viene per rispetto;
Lui è colmo di saggezza sacra e speranza di fare le cose come si faceva in:

Gjitonia, Gjitonia, Gjitonia, kijò hësthë Gjitonia ime;

Ha fatto del suo meglio, e tutti non si aspettavano un granché perché lui era diverso;
Non provano nulla, di buono per lui e voi adesso che sapete tutto;
Per trovare il vero, immaginate che viene per prendervi in giro;
E anche se è andato tutto storto per voi e non per lui;
mentre l’immortale si ergerà davanti la casa ormai devastata e le mura della chiesa grande ormai non più di bianco candore;
E dalle sue labbra, oggi come allora, uscirà per sempre una rima buona che unisce generi e fa: Gjitonia, Gjitonia, Gjitonia, kijò hësthë Gjitonia jonë.

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CENTRO SOCIALE PER DIVULGARE I VALORI STORICI PER GLI ADULTI ARBËREŞË - UNITA URBANISTICA DI SHESHI E GJITONIA  Atanasio Pizzi Architetto Basile 28 Febbraio 1985 a 22-01-2024

CENTRO SOCIALE PER DIVULGARE I VALORI STORICI PER GLI ADULTI ARBËREŞË – UNITA URBANISTICA DI SHESHI E GJITONIA Atanasio Pizzi Architetto Basile 28 Febbraio 1985 a 22-01-2024

Posted on 23 gennaio 2025 by admin

Gjitonia

Una fontana pubblica, uno slargo, un anfratto soleggiato non ventilato, protetto dal sistema di case del bisogno vernacolare, un arco, un vico cieco, il recinto di un orto botanico, un lavinaio, sono gli ingredienti, indispensabili per avvicinare famiglie.

Un luogo tranquilla costruito dalla natura e sostenuto dal genere umano, dove portare sedie e fare conversazione, lavoro di cucito, ricamo e spogliature dei Solanizzati ancora da maturare, mentre i bambini giocano in sicura spensieratezza, crescendo in compagnia dei loro coetanei.

Una fontana pubblica, uno slargo, un anfratto soleggiato e non ventilato, protetto dal sistema di case del bisogno vernacolare, un arco, un vico cieco, il recinto di un orto botanico, un lavinaio, sono gli ingredienti, indispensabili per avvicinare famiglie.

Quei luoghi dove il genere uomo hanno tempi brevi per la sosta e le notizie di rito del governo; ecco qui esposto l’esempio di «fatti generi e cose» di un’ambiente riconducibile ai trascorsi di Gjitonia.

Il perché di questa breve è presto detto: esso rappresenta la cellula o unità elementare di convivenza organizzata, che unisce le famiglie, sfugge ad una definizione puramente urbanistica, così come ad una sociologia o antropologia pura, anzi si impenna a qualsiasi precisa teorizzazione spaziale, forse ancor più di altri organismi di maggiore complessità.

Gjitonia infatti va piuttosto interpretato come rapporto umano risultante da svariate condizioni sociali, e non come particolare circoscrizione di un intorno fisico o numerico di radice catastale.  

Preferibile dunque, anziché tentare di schematizzarlo o emularlo pubblicamente per forza di un circoscritto serve, cercare attraverso esempi vivi i caratteri che intervengono a formare questo modello di urbanistica e società di ristretti atti e attività da diffondere.

L’idea stessa di Gjitonia fa immediatamente correre il pensiero alla vita dei piccoli e dei piccolissimi centri o di quelle parti di città che meno hanno risentito i profondi mutamenti dei tempi più recenti con palazzotti razionali o unità abitative dirsi voglia.

In altre parole, sembra più facile capirsi guardando ciò che è avvenuto ed avviene in quegli insediamenti talvolta plurisecolari che ancor’oggi continuano a vivere ed a funzionare nei modi loro originari: e si può risalire tranquillamente fino al medioevo.

L’abitazione   medioevale   ignora l’esistenza   di numerosi funzioni e servizi, e non concepisce tale mancanza come un limite, perché è implicito che il soddisfacimento dei bisogni relativi nasca da una integrazione realizzata fuori dalla casa, sull’aia, sulla piazza, così come sulla strada o nel soleggiato anfratto sottovento.

Sono questi elemento che si modellano in favore della famiglia e l’anfratto, là dove il clima lo esige, si modella per il consenso degli edifici più notevoli o le fontane, i lavinai, le gradinate, che finiscono per diventare teatro dove il pubblico partecipante attivo si ritrova ad osservare e criticare ciò che avviene ai suoi piedi, avvolte soleggiati, bagnati e altre volte ventilati ad asciugare.

Il concetto di una integrazione che avviene fuori dalla casa ci illumina subito su alcuni caratteri; principalmente la mancanza di certi servizi individuali e il sussistere di bisogni che possono venir soddisfatti per il singolo solo in quanto lo siano per la collettività, mentre la necessità di comunicazione con il vicino si può specchiare in una riduzione dell’intimità, da tutti riaspettata.

Come si vede, si tratta di caratteri decisamente negativi, i quali per essere superati devono intervenire fatti positivo, il tutto poi diviene constatazione di matematica elementare di adizione e sottrazione.

Sembra dunque difficile ammettere che il permanere di determinati lineamenti urbanistici, una volta soddisfatti i bisogni di cui si è detto, basti da solo ad assicurare la continuità dei rapporti umani di mero vicinato.

Se ci portiamo più a vanti nel tempo ad osservare abitati che risalgono al sei settecento, notiamo che determinati caratteri si spostano, dalla struttura interna delle abitazioni e, si affina, differenziando i locali destinati alle funzioni fondamentali.

Ed ecco che dalla strada, di cui si va impadronendo il traffico, il punto di incontro si sposta più vicino all’abitazione del singolo, quando non addirittura all’interno di essa, come è avvenuto in molti Katundë arbëreşë per vocalizzare ogni anfratto, strada o slargo dirsi voglia. 

Se ne deve dedurre che i confini del vicinato si restringono, e non è difficile controllare come in effetti la partecipazione corale alla comunità si affievolisca col finire delle forme di vita che qui avevano avuto origine.

Un altro elemento da notare è il passaggio dal prevalere della casa unifamiliare alla diffusione del fabbricato collettivo: nel primo caso la vita di vicinato si svolge necessariamente all’esterno, e perciò stesso può dilatarsi in una continuità a catena di cellule successive.

Nell’altro caso è naturale che un collegamento nasca anzitutto tra gli abitanti di uno stesso edificio e che le persone si incontrino sulle scale, o che comunichino da una finestra all’altra, e questo denta l’isolarsi della cellula che diventa casa o appartamento comune.

La città del secolo scorso si è favolosamente moltiplicata senza avvertire la presenza di valori paragonabili alla Gjitonia.

Pur se essa ha cercato di rispondere a dei bisogni quantitativi, graduandone il soddisfacimento secondo criteri di opportunità sociale o politica. 

Nei grandi tagli edilizi che hanno caratterizzato le città d’Europa essi si fregiano di imponenti edifici dove il singolo individuo può anche vivere ignorando il suo vicino; ma dietro a questa sottile cortina si addensano le vecchie case e le straducole impraticabili alle carrozze, dove ognuno sente la presenza di un intorno umano che gli è notoriamente comune.

Contemporaneamente si allungano nelle interminabili periferie i quartieri amorfi del feudalesimo industriale; qui non soltanto l’uomo non può più costruire la propria casa, ma nemmeno può sceglierla, perché una vale l’altra, essa gli viene assegnata come una divisa unica, è tutto l’insieme fa parte di uno stato di necessità, identico a quello in cui tutti si trovano attorno a lui senza alcuna necessità dei valori racchiusi nel bisogno di vicinato. 

Così, la casa diventa qualcosa di sordo e di estraneo, dove si spengono quei fermenti che da essa nascevano: la strada della felicità implica necessariamente una evasione, né si può guardare con amore il prossimo che fa da sfondo alla scena di ogni giorno.

La rapidità e la vastità con cui si sono espansi i centri antichi, del secolo scorso, hanno moltiplicato il numero delle abitazioni prive di ogni sorta di personalità, la stessa che l’uomo non può e non riesce ad amare.

Quale sia il volto di un centro antico odierno lo sappiamo bene: sotto il segno di una stridente disarmonia, assistiamo al sopravvivere di strutture secolari, così come alle profezie di ideali centri che mirano al futuro, mentre va sfuggendo il senso stesso della nostra dimensione di generi che attende un luogo ideale per esprimere se stesso.

Rintracciare adesso elementi positivi comuni entro un intorno fisico anche limitato, sembra impresa senza uscita. 

Questo edito nella sua breve esposizione porta a concludere che una vita di Gjitonia si associa a condizioni di basso tenore di vita e nel corso di questa indagine, gli elementi favorevoli, sono stati evidenziati così come segue:

–  abitazioni che rispondono a bisogni minimali;

– attrezzature e spazio in comune a seconda le ragioni pulsanti;

– l’assenza di alcune comodità (case sprovviste di

acque, mancanza forno, in tutto cellule densamente abitate);

–  molti bambini e spazi, adatti per i giochi, comuni sempre sotto il vigile governo delle donne;

–  un numero sufficiente, ma limitato di attività sempre fuori dal perimetro di Gjitonia (il tutto contribuisce a un numero scarso, di spostamenti delle massaie se non per la via dell’agro);

– un livello di vita laborioso e semplice, che permetta di comunicare e partecipare con il prossimo, a differenza di quanto avviene in condizioni di agiatezza anche modesta, entro le quali si riscontrano atteggiamenti più individualistici.

Per contro l’esperienza di stimolare la socialità tra Gjitoni con l’ausilio di servizi comuni, espresso con un tenore di vita ragionevole, risolvendo numerosi insuccessi.

Qui divengono fondamentali i valori tipicamente domestici si tutelavano ad oltranza diversamente dai nuovi ambiti più moderni, senza che le persone riescano a conoscersi più che in qualsiasi altro tipo di abitazione collettiva.

È, una volta di più, il fallimento di una urbanistica moderna che pretenda di agire sugli uomini, anziché partire dagli uomini per dare loro le condizioni ambientali più adatte.

Così è evidentemente impossibile enunciare qualsiasi concetto urbanistico generale capace di ricreare nei nuovi aggregati la vita di vicinato: solamente dove particolari circostanze segnalino la possibilità, sia pure latente, di un più caldo rapporto umano, l’dovrà porre ogni cura per scegliere anzitutto la dimensione da assegnare all’elemento urbanistico adeguata a ll’ intensità di quel rapporto.

Si può dire che la maggior parte delle famiglie sono scontente dei vicini che hanno, pur sapendo bene di poter contare su loro in caso di necessità urgente.

Il dovere dell’aiuto reciproco, il senso di solidarietà umana sono infatti ancora vivi tra queste famiglie; il piacere di stare insieme a conversare o divertirsi costituisce tuttora lo spunto per un avvicinamento frequente ed amichevole.

Ma è raro il caso di qualcuna che, pensando all’eventualità di cambiare abitazione, mostri il desiderio di avere ancora i vicini che ha attualmente.

Per quanto tali risultati siano sconcertanti, ed ammettendo che la ricerca successiva li confermi, riteniamo sia utile tenerli presenti considerando il problema dal punto di vista pratico.

Dalla nostra ricerca appare chiaro che l’esasperazione dei rapporti tra le famiglie del vicinato ha delle motivazioni abbastanza logiche accanto ad altre meno facilmente ponderabili.

Innanzitutto l’eccessiva vicinanza fisica: i rapporti sono peggiori infatti quanto più le case sono vicine; in secondo luogo il livello economico molto basso che, oltre a creare inevitabilmente in ciascuno uno stato di tensione continuamente in cerca di occasioni per scaricarsi, fa sì che ogni piccola differenza acquisti un valore sproporzionato e crei invidie e rancori.

La maggiore mobilità economico-sociale verificatasi in questi ultimi anni ha aggiunto motivi di dissenso in un mondo fermo per secoli in una greve uniformità di livello, in un mondo in cui «lavoro e sacrificio» erano le leggi comuni della vita, e «contentarsi di poco» il necessario sostegno della dignità individuale.

I valori della vita sono piuttosto espressi in sentimenti che in termini razionali, ed è quindi difficile acquistarne conoscenza dal rimanendone al di fuori.              

I l vicinato possono essere considerati, senza cadere in affermazioni arbitra rie, non soltanto come una unità di cultura, di civiltà, ma come unita di cultura consapevole, e capace i tra smettersi e fondersi in quella più va sta cultura che sta alla base di tutta una società democratica.

I l primo o m mezzo di trasmissione dei v a lo r i culturali è costituito dalla famiglia, m a nessuna di esse è oggi isolata, per quanto possa aspirare a provvedere a sé stessa con i suoi soli mezzi.   

Un   agglomerato occasionale di famiglie con tutti i legami e le fo rm e di associazione che sorgono appunto dal loro vicinato.  

In ogni fa miglia il padre, recandosi al lavoro, è espo­sto a contatti sociali con i compagni di lavoro e alle norme   di vita che regolano l’ambiente dell’officina   o dell’agro 

Entrambi i genitori possono essere membri di associazioni religiose, politiche, sindacali o ricreative, nelle   quali confluiscono punti di vista ed opinioni comuni su interessi   particolari.  

S i incontrano nei negozi, e le varie questioni relative al modo di comportarsi – dovere, civismo, cor­rettezza -vengono in superficie attraverso la discussione e l’esercizio della critica.

I bambini, fino a ll’ età di almeno 11 anni, frequentano una scuola situata nelle immediate vicinanze; giocano insieme nelle strade o nei camp i da gioco, vanno e vengono nelle case dei compagni smi­stando notizie da casa a casa e fornendo occasioni   e   confronti   tra i diversi metodi di educazione.  

I l vicinato è quindi un insieme di «ten­sioni» –tra individui, tra famiglie, tra casa e scuola, tra casa e lavoro, tra opinioni e gruppi i di interesse; le tensioni possono essere importanti e di peso decisivo, le relazioni per­sonali possono degenerare in lite e persino in violenze; ma da tutti que­sti fatti l’insieme, emerge un modo di v iv e r e, con la cultura del vicino.

L a m a gg io r parte della gente che lavora v iv e all’interno di questi limiti ideali, in un Katundë; ma esiste la consapevolezza, ed essi appaiono ben chiarie distintivi, quando accade che antichi legami si spezzino in occasione di spostamenti verso nuove abitazioni o altri siti.

T r e aspetti principali della cultura di Gjitonia sono degni di nota: prima di tutto i detti rapporti di buon vicinato, cioè la premura e solidarietà che si manifestano quando si verificano disgrazie: c’è una regola di vita nei confronti di coloro che sono colpiti verso i quali i diritti non sono rispettati e dove il livello generale è molto basso. 

Il secondo aspetto talvolta si rivela come un tratto spiacevole, a seconda se si abbia o meno qualche cosa da nascondere: è la curiosità.

Se ci è indifferente parlare dei fatti nostri sul pianerottolo o dalla fine­stra, non la condanneremo; ma se desideriamo la riservatezza, ci risentiremo verso i vicini curiosi. 

L’inte­resse che tanta gente prova per gli affari degli altri – le loro fortune disgrazie, le operazioni, le nascite, i matrimoni, le morti – crea nel vicino, una   conoscenza perfetta anche di quello che accade dietro porte chiuse o ambiti aperti. 

Può rappre­sentare un motivo di fastidio, ma può talvolta   impedire   sofferenze   e tragedie, può contribuire in modo po­sitivo a creare più strette relazioni umane, in modo particolare per coloro che sono soli od isolati.

Il terzo aspetto è l’accettazione di un tipo   riconosciuto   di   apparenze esteriori, ossia della così detta «rispettabilità».

Sono i frutti dell’in­nato spirito di conservazione, che si aggrappa a tutto quello che si ritine ne possa essere definito «ciò che è be­ne», e si preoccupa di trasmettere le norme e i principi delle generazioni più vecchie a quelle più giovani.

È un fatto prepotente della vita fa ­ migliorare, perché ogni membro di una fa mig lia ha il dovere, nei confronti degli altri membri, di non lasciare che essi scadano a gli occhi dei vicini.

«L’uccello che insudicia il nido è l’uc­cello cattivo», dice un proverbio; e l’uomo che vuole in frangere il codice riconosciuto va via, verso altri luoghi, dove, vivendo anonimo, può allonta­nare da sé ogni responsabilità.

La rispettabilità indica il tono e definisce la cultura di un vicinato.

Le norme di rispettabilità naturalmente variano, e in certi quartieri non sarebbe consi­derato rispettabile essere in rapporti amichevoli con la polizia.

Attraverso comuni interessi e un comune sentire, tra gli abitanti del vicinato   si   stabiliscono   delle   rela­zioni, e attraverso   regole   general­mente, se non universalmente, accet­tate, il vicinato si rivela come una unità di importanti   valori   morali, intellettuali ed estetici chiaramente individuabili, diventa qualche   cosa su cui è possibile costruire.

 

Queste ed altre ragioni plausibili di tensione, che non staremo qui a considerare, ci sembra siano sufficienti per non farci concludere troppo semplicisticamente che queste famiglie preferirebbero vivere isolate (come del resto qualche

donna ha affermato in un impeto d’ira), o – peggio ancora – che meglio sarebbe far in modo che stiano lontane una dall’altra, perché «i contadini sono individualisti», perché non sono capaci di vita associativa.

È certo che il vicinato ha avuto una funzione sociale e psicologica importante nella vita di questa piccola comunità come mezzo di trasmissione della cultura e quindi di educazione sociale.

I bambini, si può dire, vivono «Gjitonia» più che nella loro famiglia: passano da una casa all’altra, assorbono avidamente tutto quello che possono apprendere osservando i vicini sia direttamente, sia attraverso quello che ne sentono dire in casa nei pochi momenti di isolamento ed intimità familiare.

Quando una madre che non è la propria, commenta col marito o con i figli più grandi i fatti accaduti nel vicinato durante il giorno, l’ultimo scandalo o la lite che ha variato la monotonia della giornata.

Presto imparano anche loro a riferire quello che hanno visto, e l’interesse dei grandi è il migliore stimolo a perfezionare i mezzi di raccolta delle notizie che poi, valutate ed ampiamente interpretate dagli ascoltatori, costituiscono come altrettante lezioni pratiche sulla base delle quali si effettua l’apprendimento degli schemi non solo psicologici e sociali, ma anche morali della comunità.

Quando l’apprendimento è completo, i fatti sono ormai riferiti già deformati dalla valutazione soggettiva che si è intanto perfettamente adeguata al modello della comunità.

È facile immaginare come l’individuo, in tempi in cui saper leggere e scrivere era un lusso di pochi, venisse rigorosamente modellato su schemi difficilmente modificabili dei quali diveniva a sua volta depositario e trasmettitore, non solo nell’ambito della sua famiglia, naturalmente, ma di tutto il vicinato.

Un tale elemento può dunque chiamarsi unità di vicinato, e la sua ampiezza non si esprime con calcoli di uni­ versale validità, ma si affida unicamente alla sensibilità di chi progetta.

Nei casi reali che possono presentarsi oggigiorno, la più forte funzion e di collegamento è forse rappresentata dal lavoro, specie se artico lato in attività complementari; ma attività che si svolgano entro un raggio modesto, dall’artigianato fino alla piccolissima industria, così come si verifica in altre regioni. 

Qui i vari mestieri hanno bisogno uno dell’altro per giungere al prodotto finito; e ciò che si può vedere in qualunque cortile dove si aprono le varie botteghe, può agevolmente tradursi in una forma attuale, senza che l’abbandono di caratteri urbanistici negativi abbia a indebolire la necessità del rapporto umano.

Una tale unità di vicinato può concepirsi di nuovo come una integrazione non astratta, anzi come uno strumento che l’urbanista consegna ai suoi simili perché continuino a realizzare ciò che già in essi esiste.

Resta un dato inconfutabile che unisce Vicinato e Gjitonia, esso consiste nel dato che dalle pieghe più intime della propria casa; riverberandosi come cerchi concentrici sin nelle regioni più amene.

Tutti, in prima linea sin anche chi ti è stato germano a, finire dall’impari più lontano, cercheranno di limitare, sminuire o adombrare il tuo lume, avendo in continua consapevolezza che il confronto non è stato mai possibile.

Tuttavia attuano e mettono in campo tutte le risorse perverse nate in quelle case del bisogno, per limitare la corsa che ancora ti lega e, non ti libera dall’essere speciale e impareggiabile Gjitonë o fratello dirsi voglia.

P.S. a mio padre

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                                                                                                                                                      Napoli 2024-01-22

Commenti disabilitati su CENTRO SOCIALE PER DIVULGARE I VALORI STORICI PER GLI ADULTI ARBËREŞË – UNITA URBANISTICA DI SHESHI E GJITONIA Atanasio Pizzi Architetto Basile 28 Febbraio 1985 a 22-01-2024

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LA TEMPESTA DI SOGNI E SPERANZE SOTTRATTE (thë hëndùratë e motitë viedurë)

Posted on 02 settembre 2024 by admin

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C’è stato un tempo in cui l’uomo era onesto e laborioso,
Era il tempo delle voci dai miei genitori e dei nonni tutti
le loro gesta erano vanto del parlato
C’è stato un tempo dove solo la voce era canzone
e faceva fratellanza di generi
C’è stato un tempo quando tutto è andato per musica e danza
Poi ho fatto un sogno pieno di speranza
Dove la voglia di parlare e cantare era tanta
Assieme alla vita che era degna di essere vissuta

assieme ai fratelli e la mia sorella
Ho sognato che il rispetto non potesse mai morire
Ho sognato tutti assieme cambiare le cose in meglio e io l’ho fatto
quando ero giovane, senza paura e colmo di rispetto
quando i sogni venivano creati, usati e sparsi in cielo me corona
Non c’era alcun riscatto da pagare nessuna canzone non cantata
nessun vino senza sapore perché si produceva vite oneste
Ma le tigri sono giunte di notte con le loro voci sibilline
allontanarono la speranza dei sogni sparsi facendoli precipitare
Lui ha camminato al mio fianco Ha condiviso giorni di fraterne illusioni
Ha preso calpestato la mia primavera
e se n’è andato lasciando un inverno buio e piovoso
E ancora Io sogno che venga estate
e vivremo per piantare insieme radici insieme e vedere fiorire il maltolto
Ma ci sono sogni che non possono avversarsi
E ci sono tempeste che non possiamo superare
Ho fatto un sogno in cui la mia vita potesse essere
così differente da quell’inverno che ancora oggi non trova termine

Vivo la nuova estate così differente da ciò che sembrava e che volevo fosse
Resta solo la canzone che racconta I sogni che ho sognato

Tutti quelli che mi hanno sottratto

Restano sparse le figure di quella gioventù nonostante

il prostrarsi ai piedi del nemico per vedere un dì uniti tutti in paradiso

ma purtroppo per danaro anche questo sogno è stato mercatato

 

 

—-versione tradotta dagli Olivetari a cento dieci e lode—–

 

 

Ishte një kohë kur njeriu ishte i ndershëm dhe punëtor,

Ishte koha e zërave nga prindërit dhe gjyshërit e mi

veprat e tyre ishin krenaria e fjalës

Ishte një kohë kur vetëm zëri ishte kënga

dhe krijoi vëllazëri zhanresh

Ishte një kohë kur gjithçka shkonte për muzikë dhe kërcim

Pastaj pata një ëndërr plot shpresë

Ku dëshira për të folur dhe për të kënduar ishte e madhe

Bashkë me jetën që ia vlente

së bashku me vëllezërit dhe motrën time

Kam ëndërruar që respekti nuk mund të vdiste kurrë

Kam ëndërruar të gjithë së bashku për të ndryshuar gjërat për mirë dhe e bëra

kur isha i ri, i patrembur dhe plot respekt

kur ëndrrat u krijuan, u përdorën dhe u shpërndanë në qiell, më kurorëzojnë

Nuk kishte asnjë shpërblim për t’u paguar, asnjë këngë të pakënduar

asnjë verë pa shije sepse u prodhuan jetë të ndershme

Por tigrat erdhën natën me zërat e tyre të fshehtë

ata larguan shpresën e ëndrrave të shpërndara, duke bërë që ato të bien

Ai eci pranë meje Ai ndau ditë iluzionesh vëllazërore

Ai mori nëpër këmbë në pranverën time

dhe ai iku, duke lënë një dimër të errët dhe me shi

Dhe ende ëndërroj që vera të vijë

dhe ne do të jetojmë për të mbjellë rrënjë së bashku dhe do të shohim të lulëzojnë fitimet e marra keq

Por ka ëndrra që nuk mund të parandalohen

Dhe ka stuhi që nuk mund t’i kalojmë

Unë kisha një ëndërr që jeta ime mund të ishte

kaq ndryshe nga ai dimër që ende nuk ka fund sot

Unë e përjetoj verën e re kaq ndryshe nga ajo që dukej dhe çfarë doja të ishte

Mbetet vetëm kënga që tregon ëndrrat që kam ëndërruar

Të gjithë ata që më vodhën

Pavarësisht kësaj, shifrat e asaj rinie mbeten të shpërndara

duke u përulur para këmbëve të armikut për t’i parë një ditë të gjithë të bashkuar në parajsë

por fatkeqësisht për para u hodh në treg edhe kjo ëndërr

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IDIOSINCRASIA PER: ARBERIA, BORGO, SHESHI, BHËRLOCU, VANDERA E VALLJETË I SCANDERBEG  (Dotë e frënònì o kamë mar gòbacènë!)

IDIOSINCRASIA PER: ARBERIA, BORGO, SHESHI, BHËRLOCU, VANDERA E VALLJETË I SCANDERBEG (Dotë e frënònì o kamë mar gòbacènë!)

Posted on 30 agosto 2024 by admin

Ato

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Quando ci si appresta a restaurare monumenti l’unica prospettiva indispensabile dove incuria degrado o distruzione abbiano piegato la resilienza di un manufatto o del circoscritto, bisogna avvalersi delle raccomandazioni elencate nella “Carta di Atene dal 1931” dove si consiglia il rispetto dell’opera “storica ed artistica del passato”, senza proscrivere lo stile di alcuna epoca.

A tal fine dobbiamo sempre dire quello che guardiamo, ma cosa più essenziale, dire cosa vediamo; come i fatti, le cose con protagonisti i Katundë della regione storica diffusa e sostenuta dagli Arbëreşë.

Nello specifico la tutela, diversamente come suggerito dalla carta di Atene, in tutte le ventuno macro aree della R.s.d.s.A., è iniziata male, proseguita peggio, terminata con l’operato degli “esposti”, tutto questo, ad oggi porta a ritenere sia improrogabile allestire una istituzione, che redarguisca, tutti i pretendenti dell’ormai, storico pellegrinare in cerca della discendenza più nobile o illustre.

Cadere in errore al giorno d’oggi e molto semplice, ma se a farlo sono quanti preposti al rispetto dei luoghi, sin anche nei confronti del più distratto o disinformato ascoltatore, si fa violenza non verso chi ascolta, ma si danneggia la prospettiva di questi luoghi, vissuti dai popoli più silenziosi, e più operosi del vecchio continente.

In tutto le persone che hanno versato lacrime di sangue, per far germogliare l’albero della propria identità, senza nulla scrivere o dipingere in alcuna superfice elevata per viverci segnando epoche.

Il fatto che la minoranza non abbia mai fatto uso alcun tipo di scrittura lettura, o grafici di memoria, non è un caso, infatti l’innocente discendenza, ascoltava e apprendeva il parlato dal solidissimo governo delle donne, lo stesso che ad oggi nessun ricercatore ha studiato compiutamente e, questo denota quanta poca esperienza o sperimentazione, sia stata diffusa per fare luce relativamente ai trascorsi di questi vissuti ambiti.

Un protocollo mai allestito da alcun istituto o istituzioni, i quali hanno operato con metodologie a dir poco inopportune e, vorrebbero aggiungere cose senza titolo, attingendo dagli esagerati modernismi Albanesi, terminando nella trincea linguistica, quando l’errore è palese, sin anche con lo scudo circolare, con incisa la frase: da noi si dice così; (nà thòmj këshëtù)

Nasce così l’idiosincrasia; ovvero, l’avversione, e la ripugnanza verso determinati temi, termini e oggetti, per lo più inesistenti, incoerenti, anzi a dir poco diagonali alle cose della R.s.d.s.A., sotto ogni pinto di vista.

Certo che definire la regione storica diffusa e sostenuta in Arbëreşë con l’inadatto, sostantivo “Arberia”, assume una visione geografica, a dir poco inopportuna, perché notoriamente gli addetti, per darsi una valenza di titolo mai avuto con merito, ma per copiature riportate secondo cui la minoranza provenire del sud della antica terra di origine.

Definendo così la provenienza della minoranza dal sud della antica terra di origine, in quanto qui secondo alcuni risiedeva la nobiltà culturale fatta di echi sopraggiunti dalla Grecia, ciò nonostante i protocolli della geografia storica, riconoscano, tale sostantivo, ovvero Arberia, le terre circoscritte del centro e del nord della antica terra di origine, oggi Albania.

Ciò nonostante, viene sottovalutato un dato fondamentale, ovvero, se una regione subisce le angherie di un instabile invasore, come è possibile che ad essere penalizzate o sottoposti a misure di sottomissione morale e religiosa, siano solo le popolazioni del sud e non uniformemente minacciate dell’intera nazione, che senso avrebbe e quale teoria privilegia alcune religioni, dato che di questo si trattava, infatti chi invade non rispettava niente e nessuno dove si trova o dove si colloca e con cosa?

Se il tema poi si espande alla definizione e il comune parlare dei centri abitati rielaborati ed elevati secondo le necessità tipiche degli arbëreşë, si apre infatti, una violenta tormenta di farina senza precedenti.

Diversamente dai valori sociali e formali contenuti negli innalzati e i sistemi abitativi, germanofoni o medioevali, dirsi vogli, ritenuti simili, uguali o equipollenti al modello di città aperta degli Arbëreşë.

Dato per certo che i Katundë, sono il modello innovativo che non ha eguali, e pur se i suoi innalzati nascono sei secoli orsono, possono essere considerati il germoglio delle odierne città metropolitane, infatti essi sono una rappresentazione di sistemi aperti di Iunctura urbana, dove, i quattro rioni tipici, rispettivamente: Karelletë, Chishia, Bregù e Sheshi; sono le tappe del percorso storico evolutivo di una radice, che si sviluppa e sostiene nel lungo tempo, in tutto, il solido fusto moderno da cui sono nati rami e fioriture consone.

Chiunque si appresta a recarsi per illustrare o presentare gli ambiti di un Katundë, appellando “Borgo Arbëreşë”, si trasforma in un viandante comune, senza meta specifica; come fanno quanti entrano in una chiesa e, invece di fare la croce, vi accedono rinnegando credenza, storia e luce.

Soto il puro aspetto Storico, Urbanistico e Architettonico, un Katundë e un Borgo sono antitetici e perfettamente contrari, perpendicolari diagonali, comunque mai paralleli:

  • Un Katundë, tradotto letteralmente, vuol dire luogo di confronto, lugo di movimento operoso: Ka e Tundë; esso rappresenta l’uguaglianza sociale senza vincoli di un determinato gruppo indigeno a cui gli Arbëreşë si affiancano, per la crescita del luogo e del suo agro. In tutto, forma urbana o patto di iunctura familiare solidale, priva di prevaricazioni, di genere o di gruppi organizzati e tutti uniti esprimono vicinanza solidale di un ben identificato luogo aperto e accogliente le cose dell’agro.
  • Il Borgo, diversamente, rappresenta l’espressione sociale, piramidale, la città chiusa avvolta su se sessa, non contempla uguaglianza di genere, perché piramidale società ellittica, con apposte mura, fossati acquitrinosi e, porte chiuse.

Di queste quatto colonne che fanno la trama storica evolutiva di un centro antico Arbëreşë, ovvero di un Katundë, si potrebbe allargare il tema e farla diventare una vera e propria diplomatica, per l’uso improprio che si fa nel divulgare i il sistema sociale distribuito nei rioni: “Sheshë in Arbëreşë”.

Il sostantivo comunemente è presentato come una piazzetta circolare allivellata, dove si aprono le poste di un numero imprecisato di ingressi privati delle storiche Kallive o Katoj.

Questa una visione a dir poco inopportuna, la cui radice nasce dai sessantottini, che leggevano i giornaletti di Capitan Miki o il Grande Blek, dove in genere le illustrazioni di questi suggeritori delle cose Americane, disegnavano le capanne degli indiani o gli scenari di immaginario, nello spazio circoscritto dalle capanne con pelli di bufalo.

Tornando alle cose, i fatti, i bisogni e le esigenze del vecchio continente, di cui noi Arbëreşë siamo parte essenziale dal nel XV secolo e, in questa breve diplomatica si cerca di essere professionisti maturi, non adolescenti in cerca di avventure di leggenda, specie sulla scorta di risorse pubbliche che non hanno riverbero e, non superarono il circoscritto della storica edicola di Nonino.

Per riparare a questa deformata storica, del protocollo Arbëreşë qui si vuole rendere chiaro, completo, indivisibile e indeformabile, il significato del sostantivo “Sheshë”.

Specie dopo quando esposto da quanti qui si sono recati a stendere themi di laurea, senza un relatore che avesse idea, della storica parlata della R.s.d.s.A. e, mi riferisco a quanto appreso ascoltando come si faceva un tempo, acquisendo fatti e cose dall’orecchio, e non leggendo confuse alfabetari o riversi vocabolari, con lo strumento occhio, l’antico metodo per divulgare sapere.

Per questo sia ben chiaro a tutti voi, viandanti distratti, compresi quanto non trovarono agio e notorietà, nelle frazioni di origine e, qui si sono insediati per fare danno, immaginando di avere gloria impossibile, a imitazione di quanti certi che il popolo fosse ignorante e sempre pronto a credere alle cose, diffuse con metodo dai regnati.

Lo “Sheshë” senza affanni non è; uno spiazzo dove affacciano un numero imprecisato delle porte di casa; in quanto la parola, di radice antica, vuole indicare un sistema di “Iunctura familiare solido e indivisibili” ogni volta che viene organizzato e sostenuto; esso si compone: di case che si sviluppano a ridosso di Rruhat articolate, su cui affacciano gli accessi di porte gemellate a finestrelle, (dal forte valore strategico) archi di misura e metrica, di luogo, Scalinate, vicoli ciechi e orti botanici, in tutto un componimento di sostenibilità e difesa senza mura perimetrali, se non quelle dei Katoj familiari sempre aperti.

Se il modello esposto vi dovesse creare pena linguistica, di titolo e merito, recatevi nei centri antichi di un Katundë della R.s.d.s.A., non da individui supponenti e imparati, ma attenti ascoltatori dello stridulo dei cinque sensi, che ognuno di noi possiede, ma mi raccomando non andate togati perché i cinque sensi non si attivano!

Adesso passiamo a un altro argomento ovvero, “I Musei”: essi iniziato ad essere articolati, con compilazioni di libero dire locale, senza avere una stratificazione che li leghi alla storia del luogo o della macro area relativa, specie nel percorso che univa casa e chiesa, per il proseguimento della specie Arbëreşë.

Il Costume in questi ambiti, diventa indispensabile protocollo, l’unico in grado di tracciare il percorso evolutivo della minoranza, anche se comunemente è stato sottoposto a studio per opera e misura di campanili, tutti articolati in funzione di manifestazioni utili a rendere primi, i dispensatori di turno, oggi di Calabria Citra, domani di quello Ultra e così via, via per decenni, senza mai smettere di vagare e rinforzare gli inutili principi, terminati nell’essere stai ospiti di biblioteche ora di Barcellona, domani di Parigi, dopodomani di Madrid, Valenzia e Monaco, Venezia, Firenze e così via sempre, ramenghi e fuori dal circoscritto del Collegio Corsini dove è nato.

È dalla fine degli anni settanta, del secolo scorso che in maniera a dir poco gratuita, raccogliere vesti, attrezzi e ogni sorta di elemento che vorrebbe fare memoria, in circoscritti di elevato impropri e, senza radice linguistica sono appellati “Musé”.

Una idiomatica deriva che calpesta il parlato Arbëreşë, lo stesso che vorrebbe fosse appellato con radice del parlato in: “Loku menditë”o “Ku mhbami mendë”.

Un sistema difforme, disarticolato o confusione che non fa certo museo antropologico, delle arti e del costume, quest’ultimo, nello specifico è, presentato in maniera a dir poco inopportuna, se non ridicola, esponendo in pubblica piazza la parte più intima della vestizione, assieme a quella più infima e vile indossato da qualche decennio come blasone nobile nel momento del “si” specie sull’altare, davanti al testimone celeste.

Il tutto con l’apposizione pubblica del primo concetto: Bhërlocunë, e il secondo atto Vàndèrenë, il tutto poi  contornato dal voler rendere la cosa, ancora più penosa, con la zògha a modo di ruota o di coda, nella pubblica via e, addirittura in chiesa sull’altare.

Il museo per gli addetti titolati della R.s.d.s.A. è considerato mera raccolta di elementi disarticolati, un’incompiuta di tempo fatti e cose, che diventano mercato domenicale o rionale li disposto, per attendere Kopizènë, e pronte ad essere frantumate e rese patrimonio senza sudore, per i raccoglitori di polvere locale.

Altro argomento di seminato fatuo sono le Inopportune, “Vallje di Scanderbeg”, infatti il soprannome, rievocando e sottolineando la sua appartenenza all’epoca mussulmana, non certo il tempo in cui fu eroe Arbëreşë, anche se comunemente in tutti i centri storici senza misura, si rievocano dal giorno del Termine di memoria e, in estate Arbëreşë queste esternazioni, sono e rappresentano la memoria del passaggio generazionale del parlato.

Intanto con la dicitura di “Vallje di Scanderbeg”, vorrebbero rievocare una giornata di memoria per una epica battaglia, che vide Giorgio Castriota sterminare gli avversari e, per le tante vittime stese inermi, conferma della vittoria, lui che all’epoca era un cristiano praticante, iniziava, con i suoi sottoposti a ballare e cantare, sopra le resta degli avversari inermi, che giacevano in quelle distesa, di corpi senza vita.

Certo che la formazione storica e culturale denota carenze non di poco conto, anche perché, solo quanti non adeguatamente formati ed attenti, promuovono queta figura con le effigi dei Turchi Selgiuchidi, e dei capostipiti Beg.

Di questo ci lasciava notizie anche Giovanni da Fiore, il quale, quando ebbe modo fare memoria, scriveva; Giorgio Castriota, comunemente appellato “Scanderbeg”.

E’ un altro segnale di memoria ereditiamo la toponomastica di Santa Sofia Terra, dove la strada che unisce l’antica chiesa Bizantina del IX secolo, con quella nata Latina del XVII secolo pota a memoria, “Via Castriota”.

Per concludere le “Vallje”, non sono altro che una prova generale dell’avvenuto lascito del parlato e, vuole essere confermato con Canti di genere e Movenze del corpo, per ricordare e sancire il passaggio tra generazioni; è questi non sono altro che i concetti basilari della storia delle comunicazioni.

Relativamente alle attività di memoria delle consuetudini la credenza, la lingua e il costume, si è sempre preso di mira attrezzi, costumi e null’altro al fine di musealizzarle, contornati dalle cose più inopportune e senza logica museale tra di esse.

L’inadeguatezza degli addetti poi ha fatto il resto, dal punto di vista del concetto Museo, verso il costume e gli attrezzi utili a delineare la risalita dell’economia, secondo i dettami dell’antropologia, ed è per questo che sono stati prodotti errori e manomissioni molto pericolose alla memoria dello storico protocollo, in essi racchiuso e, si come ricoperti di polvere e fluidi scuri, non sono oggi più leggibili nei loro contenuti di tempo.

Vedere ascoltare le attività antropologiche riassunte tutte, con le cose più comode e semplici e, interpretate, in maniera povera/semplice sono il percorso condiviso con i tempi e le pieghe della storia che non è mai stata tale, proscrivere il contenuto è nostro obbligo, perché è bastato essere muniti di una “Singer serie Sfinge del 1926”, quest’ultima la data baricentrica delle vesti femminili Arbëreşë che non vanno oltre il tempo della Sposa, la Regina del fuoco, la Vedova e  la Vedova incerta.

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