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ORIGINE E SVILUPPO DELLE COMUNITÀ ARBËRESHË

ORIGINE E SVILUPPO DELLE COMUNITÀ ARBËRESHË

Posted on 11 dicembre 2016 by admin

irigine-e-sviluppo-dei-paesi-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Approfondire lo studio degli insediamenti Arbëreshë nell’Italia meridionale ci per­metteranno di situare in mo­do più coerente questa comuni­tà nella storia e nel tempo.

Particolarmente interessante appare lo studio concernente, l’origine del nome “Arbëreshë”; questo giustifica il legame e l’ap­partenenza degli Arbëreshë all’etnia albanese.

L’origine del termine corrisponde a quello antico della nazionale allocata nei Balcani, infatti il nome “Shqitare” vuole indicare un identificato popolo o comunità linguistica all’interno dell’impero ottomano che aveva inglobato anche l’Albania.

E solo dopo di ciò che il nome “Arbëreshë” ha lasciato il posto al nome «Shqiperia», diversamente dei caparbi conservatori albanesi emigrati in Italia, che sono rimasti legato e hanno conti­nuato a portare con loro il nome che avevano nel loro paese di origine: Arbëreshë (Arbresh) nome con il quale hanno continuato a designarsi fra loro.

Nel loro nuovo paese d’adozione ricevettero un certo numero di apellativ: Greci, Albanesi, Schiavoni, Gjegj, Epiroti.

La lingua e il rito religioso che gli albanesi praticavano sono stati i due grandi ele­menti di distinzione che li hanno fatti stranieri agli occhi degli italiani.

Erroneamente è stato loro conferito il nome di Greci e Italo-Greci a causa della loro lingua liturgica che era il greco e anche del fatto che non sempre la popolazio­ne del circondario sapeva a quale gruppo appartenessero.

Alcune circostanze storiche hanno contribuito alla nascita di un «Albania» Italica. Nell’antichità all’età del ferro le stirpi illire navigavano lun­go le coste dell’Adriatico ed hanno avuto degli scambi dei contatti con le popolazioni delle terre vicine tra i quali i Mesapi e gl’Iapigi.

Dopo la conquista romana e la successiva definizione della provincia Illirica, così anche dopo la divisione dell’impero romano in impe­ro d’occidente ed impero d’oriente, l’Albania del nord ebbe modo di attecchire maggiormente con Venezia, diversamente dagli Stati Ponti­fici e dell’Italia meridionale, che ebbero modo di allargare i rapporti con l’Albania del sud, pas­sata sotto il dominio bizanti­no, l’allora impero d’Oriente.

Il fenomeno da nord a sud e viceversa ha creato delle onde migratorie prima all’interno dell’Albania e poi con le altre popolazioni migranti.

Di questi fenomeni migratori interni e poi verso i territori veneti, dello stato pontificio e del regno di Napoli purtroppo esiste poca documentazione, ma nonostante ciò le dinamiche prodotte dalla storia ci posso fa presuppore con precisione quanto realmente è accaduto.

A partire dal XV fino al XVIIl secolo a seguito delle circostanze sto­riche ci troviamo di fronte a sistematici spostamenti di po­polazioni, dall’Albania verso l’Italia meridionale. Popola­zioni arbéreshe che lungi dal fondersi con la popolazione locale, hanno conservato, quasi esaltato, l’entità etilica originale; fieri della propria origine che ci e pervenuta al di la dei secoli sotto forme diver­se e significative espressioni: vita quotidiana, espressioni religiose ed artistiche, tradi­zioni orali e letterali, idee e concetti dell’appartenenza ad una nazione, sentimenti dell’ unità de’ «’gjaku : shërpri- shur»

La scelta dell’Italia del sud si è imposta per diverse ragio­ni. In primo luogo per la sua situazione geografica e la prossimità al clima mediterra­neo delle terre montagnose; in seguito per i legami economici e commerciali che favoriva l’Adriatico, all’epoca, asse primordiale di cominivazione negli scambi occidente-orriente, infine e soprattutto per le circostanze imposte dalle esigenze politiche, religiose, militari, quanto alla personalità di Skanderbeg.

È attraverso queste circostanze storiche che si distacca la personalità di questo capo albanese, Giorgio Castriota Skanderbeg, il quale, ancor prima della caduta dì Costan­tinopoli e di fronte alla pene­trazione musulmana e all’im­minente invasione dei Turchi, cerca di entrare in contatto col papato e con i sovrani na­poletani.

Nel 1461 intrapren­de una spedizione per aiutare Alfonso V d’Aragona, minac­ciato dagli Angioini, libera i posti di Trani e di Barletta e in seguito rafforza la dinastia Aragonese, ricevebdo per questo come ricompensa le terre nelle Puglie.

L’invasione dell’Arbëria da parte dei Turchi nel XV sec. è la ragione per la quale costrinse la popolazione albanese che gia aveva subito un rimescolamento interno a migrare e trovare modelli territoriali paralleli a quelli della terra di origine in Italia meridionale, e in Sicilia.

Si possono conoscere in modo sufficientemente esauriente le fondazioni di un gran numero di comunità e la via che seguirono per giungere nei siti di destinazione.

Risalire alle date di imbarco in Albania e di sbarco nelle terre del Regno di Napoli è difficile in quanto era facile rimbarcarsi per brindisi e dopo raggiunte le coste dello jonio discendere la costa per poi risalire le colline e ritrovare simili parallelismi territoriali. I documenti che riferi­scono i fatti sull’esodo alba­nese non danno molte infor­mazioni; riguardo al modo di transito di queste popolazioni si sa che Venezia la cui politi­ca oscillava in funzione dei propri interessi, come pure gli Stati a nord dell’Albania, non permettevano il diritto di pas­saggio e ancor meno l’instal­lazione di Colonie nel loro territorio, motivo per il quale non rimaneva che transito attraverso il mare.

Le migrazioni del 1470 a seguito della morte di Scanderbeg assieme a quella del 1532 da Corone e Morea, popolate prevalentemente da albanesi, oggi inclusa nella Grecia, sono state le due più caratterizzanti le popolazioni arbëreshë che oggi preoccupano i territori meridionali conservando usi e costumi.

D’al­tronde non è da escludersi che una parte di questi albanesi siano originari del Nord e centro Albania, scesi in Epiro in seguito a difficoltà incon­trate con gli slavi e a causa dell’arruolamento nell’arma­te estradiate, infatti dopo la caduta di Scutari sono segnalati alcu­ni gruppi di emigrati che pro­venivano probabilmente da questa città o dai suoi dintorni.

La maggior parte delle emigrazioni riguardano le regioni dell’Alba­nia del Sud, regioni mon­tagnose rifugio e asili favore­voli nella resistenza e hanno permesso a que­ste valorosi di rimanere più a lungo ed emigrare più tardi rispetto a quelli delle pianu­re.

L’onomastica, le differenze somatiche, la fonetica grammaticale delle diverse parlate, testimoniano la diversa provenienza migratoria e la loro eterogeneità.

L’antroponimia evidenzia l’orientamento delle stirpi provenienti dal Nord e dal Sud dall’Albania , la discendenza delle quali si può trovare in Italia meridionale; avere una certa sensibilità relativamente alle trasformazione avvenuta nelle macroaree di accoglienza, come ad esempio alcuni cognomi hanno acquisito un lessico tale che la propria origine risulta defigurata.

D’altra parte i ca­pitoli, quando esistono, con­tengono documenti preziosi che ci danno la possibilità di conoscere la data di fondazio­ne della comunità arbëreshë, anche se si ritiene che i capitoli siano stati contratti solo dopo l’arrivo degli albanesi con prassi replicate in cui si sostituivano ogni volta solo i luoghi di destinazione.

Gli atti trascritti con il feudatario e alcuni capi rappresentanti i gruppi degli esuli rendono ancora molto più difficile la determinazione della provenienza dall’Albania.

Gli atti capitola­ri riferiscono quindi delle condi­zioni di vita degli esuli escludendo un ritorno in tempi brevi, lasciando poche speranze speranza di un pronto ritorno nella Madre Patria.

Le loro clausole divulgano informazioni sul modo di vivere: habitat, oneri feudali, tasse, diritti e soprattutto doveri dei nuovi arrivati.

Nonostante i sovrani accor­dassero privilegi, i viceré domi­nati da orgogliose ambizioni, non si preoccuparono sempre di ricordare e mantenere gli antichi diritti verso i sudditi arbëreshë.

I baroni, i vescovi, facevano pesare la loro oppressione tanto più che gli albanesi si di­mostravano a volte ribelli nel­la fierezza della loro cultura.

Nella cartina sono messe in evidenza: le comunità iniziali, le comunità albanofone, “le comunità di tradizione alba­nese (riti religiosi, usi, consuetudini e lingua comune), tra queste per la non compatibilità caratteriale diedero avvio ad ulteriori frammentazioni e in alcuni accomunamenti.

La scelta dei luoghi in cui si insediarono le popolazioni arbëreshë è stata un connubio tra necessità degli ospitanti e quelle dei profughi, scelte po­litiche dei sovrani spagnoli spinti dalla loro ricono­scenza ma anche dalle necessi­tà che viveva il meridione.

La presenza di abba­zie bizantine o di presidi comunque religiosi garantiva salubrità e la garaznia di ritrovare gli stessi parallelismi territoriali abbandonati.

La di­scendenza di Skanderbeg e le alleanze matrimoniali stabi­lite con principi del luogo proprietari di numerosi feudi, si possono considerare invece solo una leggenda storica, infatti se si esclude la principessa irene andata in sposa a Pietro Antonio Sanseverino, gia marito di sua zia, le altre discendenze vivevano una intensa vita di corte che impegnava a tempo pieno facendo dimenticare i problemi dei poveri esuli sparsi nei territorio meridionali.

Rari sono gli Arbëreshë che si impadroni­rono dei terreni incolti lasciati a loro disposizione, in quanto furono loro concessi luoghi incolti e da rassodare il che li rese praticamente autonomi, isolandoli in modo che non potes­sero riunirsi e costituire così una forza pericolosa, proi­bendo loro sino al 1535 persino di costruire case in muratura.

Le terre e i casali affidati agli arbëreshë, per questo, si presentavano incolte impervie o abbandonate o de­vastate dalle guerre, carestie o distrutte da calamità naturali.

I signori locali ap­profitteranno di questi esuli per affidarono terre incolte con obbligo di una quota sulla produzione procedendo in questo modo alla valorizza­zione del loro feudo.

Gli storici suddividono in sette il numero delle principali emigrazioni situandole tra il 1448-1825 ma flusso latente non si è mai interrotto e continua ancora anche in età moderna.

Agli inizi del XV erano essenzialmente formate da truppe di soldati a disposizione dei principi locali, l’ ar­mata doveva difendere la Sicilia contro le incursioni angioine e dopo i successi militari, ebbero il permesso di installarsi a Contessa Entellina, Mezzojuso Palazzo Adriano.

Lo stesso contingente rimasto in Calabria fondò i paesi della provincia di Catanzaro, tra i quali Caraffa, S. Nicola dell’Alto e Carfizzi Pallagorio.

Le migrazioni successive ebbero come protagonista Skanderbeg nel 1461. Alcuni di questi soldati fecero venire la loro famiglia e rima­sero nei feudi dati al capo al­banese tra il 1461-1467, nelle Provincie di Foggia, Campo­basso e Lecce.

Ma le migrazioni più consistenti si ebbero solo in conseguenza della morte del Castriota, avendo i picchi più elevati tra il 14681 e il1532 suddividersi in due ondate: nel dopo la mor­te di Skanderbeg la grande corrente migratoria fece nascere le co­munità di Lucania, Barile nel 1477, in Calabria citeriore, Santa Sofia, Sant’Adriano, Vaccarizzo, San Cosmo, San Giorgio, Frascineto, Ejanina, Civita, Acquaformosa, S. Benedetto Ullano, Piataci. S. Basile ed altri centri della stessa etnia.

La migrazione nota come della religione e dei nobili(?) Morea e di Corone ebbe luogo nel 1534 sotto l’imperatore Carlo V e corri­sponde ad un esodo delle po­polazioni delle città di Coro­ne, Modone, Nauplia, cadute nella mani dei Turchi.

Gli esuli in questo caso vennero salvati dalle navi di Andrea Doria, genovese, per intercessione del re Carlo V, che aveva messo a loro disposizione con le sue numerose galere con il viceré delle due Sicilie Don Pedro di Toledo.

Questa emigrazione andò a caratterizzare quelle comunità già in via di insediamento e che portarono in dote il rito religioso greco bizantino.

Altre migrazioni si sono susseguite nel tempo ma le caratterizzazioni territoriali erano ormai in via di completamento e da adesso in poi ha inizio la vera storia di queste popolazioni

La storia e lo sviluppo di queste Comunità Albanesi at­traverso i secoli sono stretta­mente legate alla posizione geografica, al pittoresco rilie­vo di queste regioni, difficil­mente accessibili, in cui sono impiantati questi villaggi; le­gate pure ai contesto religioso e socio-economico del sistema feudale e dalla politica dell’Italia.

La geografia ha avuto co­me conseguenza di portare un contributo positivo per ciò che riguarda il mantenimento della Tradizione Arbëreshë, lasciando queste popolazioni sino alla salita al trono di Carlo terzo relegati al ruolo di ottimi contadini rimanendo sino alla prima meta del XVIII secolo lontani dallo sviluppo economico e culturale.

Il rito orientale bizantino è stato un elemento di distinzio­ne per tutta la comunità arbëreshë. Da tutti, credenti o no, è vissuto e percepito come una componente nazionale, parte integrante del patrimo­nio albanese.

Il passaggio for­zato al rito latino, non ha avuto co­me conseguenza, nella mag­gior parte dei casi, in quanto il codice linguistico e i modello consuetudinari sono stati sempre sufficienti ad unire e tenere vivo i valori antichi di queste popolazioni, che pur se lentamente intergrate avevano come codice il ricordo della patria d’origine.

Il crearsi dell’Istituzione religiosa di rito orientale a San Benedetto Ullano pur se considerata un’esile fiammella, ha dato un contributo alla cresci­ta e allo sviluppo arbëreshë si dal punto di vista dell’identità linguistica ma mettendo in luce le qualità culturali e scientifiche.

Le istituzioni volute furono il Collegio Corsini, a San Benedetto Ullano e il Seminario di Palermo, fondati per volere del Papa.

I presidi di formazione, clericale e laico, hanno dato ai giovani arbëreshë la possibilità di ac­quisire una formazione tanto umana, religiosa, quanto scientifica e patriottica.

Nu­merosi furono i giovani del Collegio Corsini che per l’impegno politico religioso di Pasquale Baffi e Mons. Francesco Bugliari che a fine settecento fecero trasferito a S. Adriano, dove la popolazione scolastica ebbe modo di crescere e avere una formazione politica religiosa e culturale di altissimo spessore. Nu­merosi furono i giovani del I Collegio S. Adriano che par­teciparono con zelo al Risorgimento, lanciandosi con un coraggio incrollabile contro l’oppressione del potere feudale degli spagnoli per acqui­stare la liberazione sociale e politica dell’Italia.

I riti del ciclo della vita umana, il calendario Liturgi­co Bizantino come tutti gli usi e costumi che hanno fatto parte della vita degli Arbëreshë, hanno lasciato la loro im­pronta nella fisionomia e nella personalità di questa comu­nità.

Continuare a ritenere che gli arbëreshë siano esclusivamente un popolo che parla una favela diversa, è offensivo e poco dignitoso, in quanto, i contenitori fisici ovvero ,le architetture, i riti e le usanze che ritroviamo ancora oggi presso gli Albanesi in maniera diffusa, testimo­nia in modo univoco l’unità culturale del popolo albanese tutto, senza distinzioni geografiche o meridionalismi culturali che non hanno alcuna fondatezza e ne senso linguistico.

Liberamente tratto da “Origine e sviluppo delle comunità di Albania in Italia”

di Licia Conti e Odette Marquet

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DARDHÀ KU ESHT MUSCARELIA AFER LEMTIT E LIALH NINITH

DARDHÀ KU ESHT MUSCARELIA AFER LEMTIT E LIALH NINITH

Posted on 08 dicembre 2016 by admin

dardha-ku-esht-muscarelia-afer-lemtit-e-lialh-ninithNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – In età moderna per accedere alle proprie risorse economiche si utilizzano codici numerici o ancora più sicuri composti di lettere e numeri (alfa-numerici).

Tutti abbiamo l’abitudine di ricordare mentalmente e non appuntare in alcun modo, né mai fornire a estranei questi numeri e lettere privati.

Così anche i beni materiali li conserviamo in luoghi che non possono essere accessibili o facilmente individuabili se non attraverso una chiave (codice) che possa consentire l’accesso esclusivo per l’utilizzo.

La storia e la lingua Albanese rimangono vive nella loro essenza originaria perché un gruppo di caparbi e valorosi profughi, “gli Arbëreshë”, pur di non sottostare alle angherie degli invasori turchi preferì l’esilio.

Gli esuli che dal 1471 al 1535, raggiunsero le coste del meridione Italiano rimangono arbëreshë che pur abbandonando quelle terre hanno difeso le loro origine, mantenendo viva la lingua, la consuetudine, ma quello che più conta rimanendo sempre, comunque e dovunque uniti in gruppi fortemente consolidati; diversamente dagli stessi conterranei che in epoche più recenti, una volta sbarcati abbandonarono i loro conterranei di viaggio.

L’approdo dei profughi arbëreshë, i conservatori del codice linguistico/consuetudinario del popolo albanese, sulle terre dell’allora regno di Napoli, avvenne senza traumi, in quanto si insediarono in ambiti territoriali simili alla terra di origine, per questo rapidamente misero a regime agli equilibri culturali, sociali e economici che li caratterizzavano.

Le  regole a cui gli albanesi dovettero inchinarsi, nei nuovo territori furono il baglivagio e la Kaliva, il primo rappresenta la legge a cui dovettero subito inchinarsi   e rispettare , il secondo rappresenta il modulo abitativo, contenitore costruito, modulo architettonico primario entro cui ritrovarsi e conservare il patrimonio orale/consuetudinario.

Oggi spesso ci s’interroga per quale forza o dinamiche sociali, la parlata arbëreshë è ancora presente nel territori, dell’allora regno di Napoli, le risposte passano dal paradossale al ridicolo, in quanto si è abituati a guardare il luogo della risposta negli ambiti ristretti di ogni singolo agglomerato urbano e non quello di macroarea.

Infatti, il dialetto acrese, cosentino, bisignanese, catanzarese e cosi via elencando, sono esclusivi di ogni comunità, all’interno di macro-aree storiche ben identificate, codice di riconoscimento  comportamentale, capace di creare l’effetto osmotico necessario per circoscrivere un limite territoriale ideale che lega tutti gli individui dia un ben identificato gruppo.

Appare evidente che per gli albanofoni, riconosciuti gli ambiti territoriali, definiti i confini, trovandosi gia con un solido codice linguistico consolidato e noto esclusivamente al gruppo di profughi, hanno avuto facilitato il compito è stato molto comodo usare un codice già consolidato, con il quale identificarsi per difendere in maniera solida il loro nascente sistema territoriale per fare economia.

La popolazione arbëreshë per questo più ermetica delle altre macro-aree fu soprannominata in senso dispregiativo nella provincia citeriore calabrese, come Ghégj, confermando per questo la scelta posta in essere degli arbereshe, per questo, cosi come fa il mare con i frammenti di terra, assunsero il ruolo di “codice della lingua albanese divenendo isola di un idioma dalle antiche origini”.

Gli esuli portatori dell’antico codice, furono sottoposti costantemente al fluttuare delle onde indigene, tuttavia hanno avuto la forza di contenere sotto i livelli di guardia l’erodersi delle proprie coste, impalcatura umana, guscio in cui accogliere i codici linguistici, consuetudinari e umani a difesa del proprio essere; membrana osmotica che consente infiltrazioni alloctone a misura tale che la radice non sia mai intaccata, a iniziare dagli indigeni per seguire poi con i dominatori francofoni, ispanici e in età moderna allo tsunami, della globalizzazione.

Nonostante la minoranza albanofona fosse aggredita in maniera latente e continua, le solide membrane sono state in grado di conservare i preziosi “codici”, questi, fisicamente non hanno alcuna consistenza scrittografica, perché sono in sostanza racchiusi e trasmessi oralmente nel tempo di una generazione.

Oggi i “codici” nonostante pressati dalle forze esterne, rimangono l’unica costante antica della lingua albanese, indifesa, solitaria, ferita, deturpata e in alcuni intervalli della storia recente, come figli inconsapevoli, cresciuti sotto l’ombra della storia moderna del 68 fu anche anche motivo di vergogna.

Essi vivevano secondo principi di ribellione ideologica e non secondo progetti di tutela o analisi storiografiche; lo stesso errore di valutazione che fecero i turchi che nel XV secolo costringendo quel manipolo di caparbi arbëreshë a preferire l’esilio.

È definito inculturazione il processo con il quale un gruppo etnico trasmette e riproduce le proprie “tradizioni”al suo interno; acculturazione invece sono i tratti culturali provenienti dall’esterno, e appartenenti ad altre aree culturali che modificano il valore dell’atto del tramandare.

La lotta per difendere il codice, rimane sempre vivo negli ambiti vissuti attraversati e modificati dagli albanofoni, sin dal loro arrivo; i linguisti hanno cercato di comprendere quali fossero i motivi di questa caparbia difesa, quale fenomeno unico in Europa, affidandosi purtroppo a schematismi superficiali cercando le motivazioni facendo unire lingua albanese odierna con quella arbëreshë, in effetti riproponendo quel matrimonio antico che nel XV secolo diede avvio alla storica diaspora.

La minoranza Arbëreshë che vive l’Italia meridionale, resta, entità legata a un codice proprio che sfugge ai ricercatori e rimane un interrogativo aperto, perché, chi studia e si adopera per dare risposte non l’ha mai considerato come il codice di un modello sociale impenetrabile dai non appartenenti al gruppo, perché classificati come malevoli.

L’arbëreshë è il risultato diretto di cultura, religione e lingua di antiche origini, pur assumendo con i suoi uomini migliori il ruolo di attuatore in prima linea agli eventi che si susseguono nel decorso dei secoli, resta legate al codice che la identifica e lo rende sempre più solidale nel tempo.

Per comprendere il valore bisogna nascere, parlarlo e cimentarsi attivamente nella consuetudine ricevendo come prima domanda le dosi massicce d’inculturazione che ti abituano a ricordare mentalmente quel codice.

Cultura pastorale che cresce, si modella e si adopera negli eventi storici della terra che li accoglie; essa rappresenta un’identità autonoma che assume il ruolo di stato multi cefalo senza confini, un popolo solidariamente unito dal codice linguistico e tuttavia disconosce tutte le forme politiche di valorizzazione comune che superi gli ambiti della casa e del cortile.

In Italia “gli Arbëreshë” dopo un breve periodo di scontro, si confrontano con gli indigeni e nasce l’alba culturale con l’avvento di Carlo III; inizia l’ascesa che si protrae sino agli anni sessanta del secolo scorso, per tracollare con andamento logaritmico con la messa a regime della legge 482 del 1999.

È lo stesso Pasquale Baffi, la massima espressione culturale di tutti i parlanti, il vecchio codice albanese, che nel “Discorso sugli albanesi del regno di Napoli” pubblicato in maniera non esemplare dal cugino A. Masci, non lo indagare oltre la comparazione  con altri modelli simili.

Il pericolosissimo processo di lettura e diffusine ha inizio proprio quando dagli ambiti d’Albania si volle realizzare un processo di standardizzazione della lingua, sottovalutando gli anticorpi di difesa che gli arbëreshë conservavano sempre vivi nel loro codice genetico; sono proprio questi che classificano il fenomeno, come malevolo, al pari degli indigeni calabresi e dei dominanti francofoni e ispanici, rigettando il prodotto di sintesi, senza lasciare alcuna possibilità di erodere l’alveo che protegge il codice linguistico originario.

Passi lentissimi, quasi rasentas­sero l’immobilismo, un ritmo di vita scandito per lo più dalle incombenze consuetudinarie, un’economia che si riflette con discrezione anche negli ambiti costruiti dell’architettura, nei riti, nella religione, nelle tecniche di adattamento, facendo apparire il codice linguistico come un mezzo che scandisce sempre lo stesso tempo.

Il presente discorso intende spiegare il senso e non rivelare il cocdice, evidenziare come la lingua, frantumata più che mai dalle continue invadenze albanesi e non, sia capace di rigenerarsi cosi come fa il corpo umano quando è attaccato da codici geneticamente non compatibili.

Se, fino agli anni sessanta del secolo scorso, il ristagno plurisecolare dell’isola “aberia” era pienamente avvertito da illustri osservatori, il quadro che emerge dalla situazione attuale è tutt’altro che confortante: la massic­cia emigrazione, il concomitante abbandono dell’habitat tradizionale, la  più allegra scolarizzazione che non aiuta  il vecchio codice, la sempre più crescente fruizione dei mass-media e l’inar­restabile italianizzazione hanno promosso lo scardina­mento delle strutture tradizionali della vita e del pensiero,  di conseguenza, si avvicinano più velocemente al nucleo che protegge  il codice arbëreshë.

La natura di tanta caparbietà innata negli arbëreshë non è stata mai realmente compresa, affiancando al singolare fenomeno culturale/linguistico nozioni poco attendibili e oserei dire incauti, perché si è scelto di alfabetizzarlo per  rendere noto il codice.

È forse questo il punto terminale dell’iter evolutivo dei pastori e dei guerrieri albanofoni d’Italia? Contadini prima e poi uomini di scienza e di cultura, capaci di difendere ed essere co-protagonista delle vicende unitarie, politiche, economiche italiane.

Diventa sempre più urgente porsi il quesito se è il caso di correre hai ripari o mettersi comodamente seduti a subire la vita moderna che tendente ad uniformare comunità e individui?

Spesso si pone la domanda di cosa e chi abbia mantenuto viva la lingua albanofona in terra italiana sino ad oggi, si palesano mille teorie di tempo e luogo alcuni lo attribuiscono alla concomitanza storica del rito religioso greco ortodossi, altri all’isolamento caratteristica del territorio attraversato e vissuto degli arbëreshë, in altre analisi alla loro diffidenza, che vogliono evidenziare personalismi vuoti e che non hanno alcun riferimento o studio comparato di base.

Innanzitutto l’analisi del fenomeno dei codici non va racchiuso solamente in quello delle disposizioni degli arbëreshe che pur se alloctono segue quello dei paesi indigeni calabresi e non solo.

I territori italiani e in particolar modo quelli del meridione oltre il limitone di Eboli, hanno vissuto un isolamento sociale ed economico in cui l’unica risorsa di vita e di confronto erano le attività, agricole, silvicole e pastorali, non vi è dubbio che questa fosse l’unica risorsa di confronto dell’allora modello feudale che pretendeva tutto senza nulla restituire i poveri abituri.

È una conseguenza naturale che nel momento in cui si torna l’interno degli spazi vissuti dali componenti di una determinata comunità si ritiene più opportuno identificarsi con modelli linguistici e consuetudinari che sono anche un modo per identificarsi ed evitare penetrazioni dall’esterno che per le ristrette possibilità economiche potrebbero essere malevole e minare le poche risorse a disposizione.

È alla luce di questo stato di fatto si sviluppava la fiducia e rispetto delle popolazioni verso i regnati che lasciava molto a desiderare, in questo quadro generale si deve ricercare il motivazioni per le quale i dialetti linguistici sia meridionali, quindi indigeni e albanesi hanno trovato la linfa ideale per riverberarsi.

La questione meridionale è stata sempre vista sotto la luce economica che è stata e rimane precarie prima e assistenziale oggi, dato che gli unici strumenti in grado di fare economia nel meridione sono stati dismessi, perche preferiti come serbatoi di manovalanza per svariate attività.

Una diffidenza diffusa tra le categorie sociali e gli organi istituzionali dominanti, un rapporto di sfiducia e diffidenza, mai terminata o tantomeno attenuata, in cui l’unico modo per difendersi rimaneva il codice linguistico.

Un codice che aveva senso se applicato nel territorio circoscritto; come oggi ogni individuo conserva il suo alfanumerico identificativo, che non va mai trascritto o lasciato incustodito.

Due sono gli aspetti più salienti che nascono dal conflitto qui deli­neato tra lingua e dialetti:

   corrosione del dialetto, e dunque, nel avvicinare le grammatiche a danno di evoluzioni autonome plurisecolari.

2) i nuovi rapporti tra lingua e società {o individuo) che vengono ad instaurarsi con la situazione di diglossia e che non sono più vincolati unicamente a requisiti consuetu­dinari ma a molteplici motivazioni di ordine sociale e psicolo­gico.

Sul piano politico e linguistico, il primo fenomeno ha promosso una rinascita della coscienza linguistica dei parlanti arbëreshë che rifiutano la grammatica e la lingua dell’albanese odierno che comunque nasce da presupposti flebili e priva di un’idonea solidità culturale, ma sopratutto intellettuale, anzi direi suggerita dai mas-media che per l’Albania sino al 1991 sono stati l’unica finestra attraverso cui evolversi.

Creare un codice linguistico normativo e tutt’altro che agevo­le; occorre dapprima riconoscere lo status di lingua moderna all’arbëreshë e poi elimi­nare quelle strutture che risultino più abnormi alla sensibilità dei parlanti nativi: due quesiti da affrontare in sede linguistica, ma purtroppo permeati da molteplici connotati di natura extralinguistica che consente a figure anomale e prive delle più elementari titoli socio culturali, di rivestire ruoli sensibili che non gli possono essere attribuiti se chi di dovere avesse un poco di buon senso, ma che la meritocrazia italiana e albanese continua ostinatamente a perseguire.

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