Archive | aprile, 2022

CORMORANI E MAYA, CANTO NUOVO GERMOGLIO DI SAN DEMETRIO

CORMORANI E MAYA, CANTO NUOVO GERMOGLIO DI SAN DEMETRIO

Posted on 29 aprile 2022 by admin

Cormorani 1966 2

Tra Napoli e San Demetrio Corone (di Atanasio Pizzi Basile) – Correva la seconda meta degli anni sessanta del secolo scorso e da San Demetrio si elevavano armonie e un canto nuovo grazie ad alcuni giovani lungimiranti, i quali, pur rispettandole, lasciavano le antiche melodrammatiche canzoni di radice in amore, per prospettive più luminose e propositive.

Il gruppo dei Cormorani nel 1966 era composto da Torchia Gennaro (chitarra basso) – Antonio Loricchio (batteria) – Demetrio Loricchio (chitarra solista) – Aldo  Strigari (sax) – Angelo Luzzi (cantante). Questi giovani intrepidi, con la loro passione per la musica e l’arte canora in senso più passionale del temine, riempivano di sonorità nuove i vicoli stretti di San Demetrio.

Seminavano così i primi germogli per ascoltare canti e ambientazione musicale anche nei paesi Arbëreshë della Calabria Citeriore, che sino ad allora era rimasta  relegata alla memoria della terra natia abbandonata.

Per ascoltarli diffusamente e riconoscerli come noti, non dovette scorrere molta acqua nei torrenti che descrivevano il promontorio detto “Murmurica”, in quanto valicarono il centro antico , negli anni settanta del secolo scorso, cambiando appellativo, ormai maturi per cavalcare palchi e dare spunto a noi giovani per  ascoltarli e ballare .

Sì sono proprio loro, “I Maya” .

Per molti ragazzi che iniziavano a respirare il vento nuovo degli anni settanta, Demetrio Loricchio – Gennaro Torchia – Mario Torchia – Antonio Loricchio – Gianni Loricchio –  Adriano Gallo – Angelo Luzzi – Aldo Strigari – Cenzino Santo – Pina Luzzi; dal 1972 aprendo le vie dell’accoglienza, anche con il cantante di colore Justin, atto che rese la generazione dell’epoca più ricca di valori.

In altre parole costituirono un gruppo di scintille che si univa per fare il fuoco nuovo  attorno al quale si ascoltava  musica e canto, la luce pulsante per un’alternativa di ascolto, a impronta di quanto proveniva dalla capitale londinese e dilagava nel mondo delle nuove generazioni, segnandole con indelebili valori di fratellanza.

Sfido chiunque abbia vissuto negli ambiti della nostra Presila, a non riconoscersi o ricordare balli accompagnati dalle lieti note e il bel canto dei Maya. Esso non era più dello storico ricorso Arbëreshe, di melodiche storie d’amore o di cuori infranti di inflessione Romana, Napoletana, Siciliana,Genovese, Bolognese o Barese.

Loro, i Maya, cantavano secondo la metrica di quanti attraversavano fieri e sorridenti, la strada, “sulle strisce pedonali”, sicuri, eseguendo canzoni come “Senza Luce”, e seguire la retta via, fatta di tanti amori nati tra quelle generazioni, che si andavano formando e cercavano un modo nuovo di fare storia e cultura.

La loro metrica sperimentale aprì un’epoca nuova di pensiero, specie nel canto, con l’idioma  importato da altri paralleli terrestri,  libera da stereotipi, la stessa che consente allora come oggi, il dialogo tra le culture più diversificate del pianeta.

Dopo un periodo che durò oltre un decennio, ogni elemento del gruppo ebbe famiglia e intraprese la propria via.

Ciò nonostante, ancora oggi, ogni volta che si ode una canzone degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, a chi di noi  non tornano in mente “I Maya”?

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LE MINORANZE STORICHE MERIDIONALI DESCRITTE COME INSIEMI ACRÒLITI

LE MINORANZE STORICHE MERIDIONALI DESCRITTE COME INSIEMI ACRÒLITI

Posted on 27 aprile 2022 by admin

AcrolitoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – L’accolito è un modo per realizzare statue economiche dai tempi dell’antica Grecia, il sostantivo è composto da: ἀκρόλιθος, akròlithos, “dalle estremità di pietra”, da àkros, ” cima, alto, estremo” e lithos, “pietra”.

I Romani, più parsimoniosi dei predecessori, realizzavano la testa, le mani e i piedi, utilizzando pietra, marmo o  altri materiali pregiati, completando il manufatto, con materiale meno pregiato e deperibile o addirittura mancanti e l’asciati all’immaginario collettivo, rivestita nelle parti mancanti con panneggi variegati; continua mutazione in linea con le esigenze delle epoche e il tempo che passava.

La trattazione nella sua radice più semplice porta ad immaginare il diffondersi delle caratteristiche tipiche di una qualsiasi minoranza del vecchio continente.

Specie quelle delle regioni che s’incuneano nel mediterraneo; queste  pur avendo propria testa, mani e braccia, di alto valore, sono poi completate, con panneggi globalizzati per l’uso e il  consumo di quanti si trovano su scanni a illustrare cose  non di pregio, o meglio le culle vuote, tradotti in linguaggio santifico, le strutture che per radice matematica non sono alla portata di tutti.

Se una minoranza storica si rigenera, ormai da sei secoli, e di questa si riconosca di pregnante solo l’idioma, il canto,  le consuetudini, sostenute dal credo religioso, non si fa altro, che seguire l’esempio parsimonioso dei romani in  acrolito con testa, piedi e mani sostenuta da una struttura, su cui poi, allestire panneggi gratuiti o imprestati dagli indigeni locali.

Nulla di più errato è stato prodotto dalla storia nell’inquadrare le minoranze storiche, immaginando che esse siano il componimento di tre numeri; il quattro, l’otto e il due, mentre tutto il resto fatto di matematica o scienza esatta,  utile a tracciare linee ignote sulla lavagna lasciata vuota.

Una statua è pregiata perché unica, tutto il suo sviluppo esprime un modello e racconta una storia, essa non è mutabile o deperibile, perché di materiali solidi.

Il suo valore irripetibile, non muta nel tempo; certamente quanti non sono in grado di leggere ogni piega, ogni scalfittura realizzata dell’artista compositore, li immaginano come incertezza.

Leggere un componimento di tale fattura è complicatissimo, tuttavia, se sino a oggi è stata lasciata nelle competenze dei “mono formati”, oggi vista la complessità delle cose in campo sociale e culturale è il tempo che a salire sullo scanno a trattare con completezza, siano quanto hanno visione tecnica a largo spettro e si consultano continuamente con il territorio, le cose e quanti possono riferire su temi specifici.

La Regione storica  non è un acrolito esperimento idiomatico, essa è un componimento artistico fatto di architettonici, urbanistica e uomini che condividono l’ambiente naturale, quest’ultimo dopo essere stato curato in forme solide, fornisce il ponte sicuro per essere attraversato e dare la via al modello mediterraneo detto  dell’integrazione.

In tutto un manufatto in figura tridimensionale capace di consentire il volgere lo sguardo, le mani e aprire la via ai cromatismi dal sole mediterraneo, quando appare e illumina il percorso che va da oriente verso occidente, senza diffondere perplessità e incertezze.

Tuttavia a Napoli esiste una strada di nobili “figure in pietre pregiate”, ciò nonostante nella medesima, ha anche germogliato a margine di piramide rovesciata, un’ e acrolito; fatto di testa ambigua, mani affilate e piedi per  apparire………….il di cui corpo è ancora ignoto.

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UN MAGISTRATO ARBËRE SENZA OMBRE: ROSARIO GIURA DA MASCHITO (Ngà vith hësth mendë itija)

UN MAGISTRATO ARBËRE SENZA OMBRE: ROSARIO GIURA DA MASCHITO (Ngà vith hësth mendë itija)

Posted on 21 aprile 2022 by admin

Rosario Giura1NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nell’angusto e breve  corso dedicato alla “Famiglia Giura in Maschito”, sulla facciata dell’ antica dimora, una sbiadita lapide, dettata da Giustino Fortunato ricorda:

i cittadini di Maschito vollero scolpiti i nomi de’ fratelli Rosario e Luigi Giura nati nello scorcio del secolo XVIIII di Francesco Saverio e Vittoria Pascale, il primo valoroso giureconsulto e integro magistrato deputato nel 1848 al parlamento napoletano, morto esule a Nizza 1854; il secondo ingegnere scrittore insegnante per ogni aspetto singolarissimo ministro de’ lavori pubblici nel 1864; perché fossero di civile esempio e di nobile ammaestramento alla terra natale sempre memore delle prime genti qui scampate per amor di libertà dall’oppresso regno d’Albani

XXIII settembre MCMXII

Francesco Saverio Giura, (dottore in utroque, con riferimento a chi professa con laureati in legge la giurisprudenza), unito in matrimonio con la Nobl Donna Vittoria Pascale  nel 1801 diede alla luce Rosario.

Rosario frequentò le « Pie Scuole  di Calasanzio», le quali dettero argine al primo tipo di scuola popolare in Europa, i corsi gratuiti, frequentato da ragazzi di tutti i ceti, ebbe il suo battesimo nel 1597 a Roma, ideata dal grande educatore Giuseppe Calasanzio, canonizzato da Clemente XIII nel 1767, che procurò unanime plauso ed aiuto ad altri religiosi, propagandandosi in quasi tutte le regioni italiane ed all’estero

Il Giura giovanissimo si addotto in giurisprudenza, seguendo la sua vocazione e concorse con brillante esito nella Magistratura raggiungendo i più alti incarichi fino a Procuratore Generale.

Intese il suo ufficio di Magistrato nella pienezza della sovranità e si scrisse di Lui di aver avuto carattere d’acciaio al servizio di un’idea che non lo fece mai piegare.

Chiamato alla Procura generale di Napoli constatò che imperavano per mal costume, soprusi, prepotenze ereditate da chi lo aveva preceduto, impose la giustizia.

Per avere misura dello stato delle cose lasciate da altri procuratori che lo avevano preceduto, bisogna leggere la pregevole pubblicazione del Cotugno, “Tra Reazioni e Rivoluzioni”.

Rosario Giura Magistrato da Maschito, partecipò alla storia dei Borbone di Napoli, esponendone la capitale come la città dove imperava, la non giustizia in un regime di vero terrore, dove vigeva i  l’imprigionare il condannare, secondo una vera e propria tormenta in offesa ad ogni legge umana, contro  il fior fiore dell’intelligenza.

Una delle cure più gravi ed assidue del Governo fu quella di piegare ai suoi voleri la Magistratura e pertanto istituiva nell’ottobre 1849, col pretesto di purgarla da elementi sovversivi, una organizzazione delle Corti Speciali, per l’epurazione dei magistrati, indagando sulla loro condotta politica e morale.

Si era così creato un ambiente chiuso non suscettibile, per le correnti fucinate dal conterraneo del Rosario Giura, come Mario Pagano e da tanti altri.

E ben disse il Croce che quel dissidio tra monarchia e cultura fu la causa fondamentale del crollo del regime borbonico.

Contribuirono ancora a quanto appariva inaccettabile, le famose lettere del valente uomo di Stato della Gran Bretagna, Guglielmo Gladstone, spedite a un suo amico, dopo il soggiorno di quattro mesi a Napoli.

Le lettere che svelavano gli errori che si commettevano dal governo Borbone, con la frase famosa ripetuta in tutta Europa: “a  Napoli la negazione di Dio eretta a sistema di Governo”, aprendo in questo nuovo modo di affrontare le cose, le vie dell’esilio e le galere si schiudevano ai nomi più illustri del Regno.

In un elenco, di mirabile eloquenza dei tempi, fra le vittime inizia ad annoverarsi la figura del Magistrato Rosario Giura, per aver opposto delle osservazioni ad un rescritto del Re, che contro legge, ordinava che un accusato fosse dispensato di costituirsi in carcere.

L’energico atto fu accolto come una sfida alla Maestà di Ferdinando II e costo al Giura l’immediato trasferimento in Calabria.

Lo screzio all’uomo dalla toga incontaminata suscitò non pochi fremiti d’indigna­zione e disprezzo del popolo, che apprezzando la sua fermezza e rettitudine lo mando al Parlamento.

Il Parlamento Borbonico poggiava su tre malfermi cardini: ignoranza delle masse, il tiranneggiare della nobiltà ed un esercito in funzione di polizia

Ogni deputato evitava di esporsi in Parlamento, per timore di rappresaglie, ma il Giura, tempra Arbër approdata in Lucania, terminò il suo mandato, con un discorso pieno di fermezza e indignazione, pensiero che gli apri le porte delle carceri e che per fortuna eluse, trovando scampo in esilio, e dopo aver viaggiato in vari stati dell’Europa si fermò a Nizza Marittima.

Dalle “Memorie del Duca Sandonato” si evince che nell’albergo “le ville in Genova” dove fu realizzato il famoso banchetto, servito a tutti i profughi napoletani, organizzato dal Deputato e giureconsulto Giardino di Aquila, ove, una schiera dei più eletti nomi sedettero a pianificare cose nuove, come: Giovanni Nicotera, P. E. Imbriani, Raffaele Corti, Girolamo Ulloa, Salvatore Tommasi, Giacomo Coppola e tanti altri, leggonsi anche i nomi dei nostri illustri lucani: del Deputato Nicola D’Errico, di Pasquale Scura, integerrimo magistrato in Basilicata, che dovette esulare in occasione del processo del famigerato Canonico Peluso, per l’assassinio del Carducci, colon­nello della Guardia Nazionale, trucidato dalla reazione capitanata dal Peluso e del nostro Rosario Giura.

Di questa rara natura d’uomo, spiccata personalità, inconcepibile oggi, spe­sero i suoi contemporanei, le frasi più acconce per sublimarne la figura morale non disgiunta dalle grandi doti d’animo.

Siamo portati ad ammirare questi luminari esaminandoli e seguendoli nel loro aspro cammino, crescendo la nostra ammirazione secondo la varietà delle circostanze e del modo come si dipartirono.

La verità il più delle volte è frutto di dispiaceri, di patiboli, di strazi.

La verità ci viene dall’apoteosi del Golgota e ben l’apostolo Paolo impresse: “ Sine sanguinis effusio non sit remissio”.

La fortezza d’animo, la rassegnazione cristiana con la quale il Giura affrontò le avversità in terra straniera ingigantisce la figura e ci sollecita a dire l’Imbriani : Uomo sempre incorrotto ed incorruttibile.

Il Giura spese le sue tristi giornate d’esilio col preparare dotte pubblicazioni; Scritti politici e sociali e Saggi di filosofia del diritto.

Da Nizza, divenuta francese, nel 1360 il fratello Luigi si premurò di far trasportare la salma nel camposanto di Napoli, ove s’erge un monumento nel recinto degli uomini illustri con l’iscrizione dettata da Filippo Abignente:

QUI RIPOSA IL FRALE DI

ROSARIO GIURA IL CUI SPIRITO MANDATO DA DIO IN MASCHITO

DI BASILICATA IL 1 ANNO DEL SECOLO

RICCO DI MERITI DEL MAGISTRATO DEL LEGISLATORE,

DELL’ESULE RITORNÒ A LUI IL III SETTEMBRE MDCCCLIII

IN NIZZA DIVENUTA FRANCESE

IL MDCCCLX FREMEVANO AMOR DI PATRIA QUESTE OSSA

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ARCHITETTURA: INDICATORE STORICO DIFFUSO DELLA GUERRA

ARCHITETTURA: INDICATORE STORICO DIFFUSO DELLA GUERRA

Posted on 20 aprile 2022 by admin

MuroNAPOLI (dia Atanasio Pizzi Basile) – Ogni qual volta si vuole diffondere l’inizio, lo svolgimento e la fine di una guerra, non sono le ragioni o i principi per i quali essa nasce, ma le immagini filmiche, fotografiche e pittoriche che la ricordano, incutendo preoccupazione a quanti inermi, subiscono mentre altri giubilano per la conquista incassata.

Quello che più di sovente appare non sono le crude immagini d’individui che in diversa misura sono coinvolte, ma le architetture devastate, ferite e brutalmente, le uniche a fornire la misura del danno pubblico, quale scenografia di pena per gli invasi per opera d’invasori in giubilo.

Sin dall’antichità, l’efficacia della guerra è raffigurata con le opere dell’architettura devastate e ancora fumati; allora come oggi, quelle immagini attraverso la raffigurazione del tempo, in mura pericolanti e oggi degli elevati ancora fumanti, restituiscono frammenti indelebili di vita quotidiana interrotta, fornendo con particolare violenza, la misura di quanto accade.

Case, palazzi, ponti, strade, luoghi di unione, di spettacolo raccontano di architettura, uomini e macchine per la distruzione in continua evoluzione, al fine di giungere alla peggiore delle efficace, onde evitare il confronto corpo a corpo tra uomini come un tempo avveniva.

La brutalità appare, lascia ancor di più perplessi, perché non è mai presente un antagonista fisico che colpisce il rivale, ma una entità non presente che vilmente, da lontano e senza apparire, colpisce un bersaglio architettonico, entro cui non si ha idea o misura di cosa, chi e quante vite umani vi trovano rifugio di vita.

Non è più il soldato a sopraffare l’antagonista simile, per poi distrugge, gli emblemi dell’architettura più rappresentativi come avveniva un tempo, ma una macchina che ha solo uno dei sensi umani, ovvero quello di vedere un bersaglio da lontano, senza mai avvertire durante il tempo della sua efficacia se ad essere soppresso è grande, piccolo, anziano o addirittura inerme il nemico; ignorando un dato fondamentale, ovvero, se quanti predestinati siano ostili o dediti al vivere quotidiano, all’interno della propria casa per vita.

Quindi è l’architettura che misura le forze avverse, per produrre il danno e se oggi vediamo, solo quanto è devastato non viene fornita alcuna misura del numero di designati, che seguono la corrente, si oppongono o periscono per sempre.

Tutto ciò per riferire che esiste anche un’architettura sotterranea, quella che non appare e svolge un ruolo fondamentale; quanto di essa sia realmente devastato, compromesso o bruciato, solo in pochi lo sanno perché conoscono il valore di questa misura non ufficiale.

Ragion per la quale, il linguaggio dell’architettura per essere compreso in tutta la sua forma, deve apparire in tutto il suo insieme, ovvero: pensiero, progetto, forma fisica di fondazione ed elevato, oltre gli uomini che la fanno, altrimenti si perde il senso completo delle cose.

Solo in questo modo i vincitori preposti a scrivere daranno conto a vinti e ai posteri, in forma completa per quanto devastato; altrimenti tutto diventa prospettiva di comodo scenografico.

L’architettura è un’arte antica, essa non ha eguali, solo quanti la conoscono possono descrivere lo stato delle cose tangibili e intangibili, gli altri, si ferma davanti a quanto appare nell’immagine offerta dai madia, ad uso e consumo delle parti in causa, come preparate dai progettisti di studio e di cantiere, in conformità al desiderio del mandatario pagante.

Esistono casi, dove l’architettura non deve apparire, perché a trionfare, deve essere il senso delle cose, in definitiva prospettive in forma di codice, ma questa è una storia di popoli che non contemplano le forme grammaticali, essi fanno parte di storie minori, quelle che restano all’ombra a riposarsi perché stanche del nulla fare.

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ARCHIVI ARBËR IN PATINA DI CALCE, SULLA FUMIGINE DEI KATOJ DEL TEMPO CORTO (Këlkera te shëpiat me kamënua dimëri)

Protetto: ARCHIVI ARBËR IN PATINA DI CALCE, SULLA FUMIGINE DEI KATOJ DEL TEMPO CORTO (Këlkera te shëpiat me kamënua dimëri)

Posted on 16 aprile 2022 by admin

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UN MILLENNIO TRASCORSO IN FAVOLE SENZA DESCRIVERE IL CORPO CHE UNISCE

UN MILLENNIO TRASCORSO IN FAVOLE SENZA DESCRIVERE IL CORPO CHE UNISCE

Posted on 12 aprile 2022 by admin

CainoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Non esiste una frase più abusata come “le migrazioni degli arbëreshe”, spesso chiamata in causa per nobilitare atti che poco hanno più della mera numerazione, di avvenimenti senza ragione di senso, tempo e luogo.

Questa è la costante che si ritrova ogni qual volta, si narrano i trascorsi in terra ritrovata della Regione storica Arbëreshë dal XIV secolo nel meridione italiana.

Un insieme di avvenimenti approvato nelle sedi più alte ed altre, dopo un processo di assemblaggio formale, avviato in assenza  di adeguate competenze, se non in forma di scriba ostinati, i pellegrini che di porta in porta elemosina favole, per poi lasciare, nel miglior dei casi, perplessi quanti aprono ad ascoltare quelle parole ignote.

Secoli di lavoro, durante i quali si è più volte ripetuto il rituale dei “stake holder arbër ” (il palo cui assicurare la scommessa dell’idioma scritto arbër), per dare forma alla grammatica greco/latina, contornata di Italica, Francofona, Germanica, Ispanica macedonia linguistica.

Ne è venuto fuori un componimento, impaginato alla bene meglio, povero di info-grafiche, articolato esclusivamente lungo le rive; dell’idioma, da un lato e della musica dall’altro, attraverso i quali si è cercato di arginare la cultura, in forma di riecheggi musicali, di cui resta ancora ignoto il significato e il termine del fare tutela.

Si parla e si narra del periodo greco o romano per passare da Hora, Civitas a Borgo senza avere la minima cautela sul dato che gli Arber hanno un loro sostantivo per identificare i centri abitati, senza il bisogno di prestiti, perché identificano il loro costruito con:  “Katundë”.

Si parla del tempo prima e durante  i trascorsi Bizantini, per poi volteggiare sulle migrazione dal XIV al XVII secolo, senza avere consapevolezza che tra un periodo e l’altro passano secoli di vissuto, senza che mai un’accenno a qualche avvenimento preparatorio venga fato.

A tal fine e prima di addentrarci nelle vicende storiche che hanno segnato il tempo degli arbër, è bene precisare che ogni cosa sarà valutata e osservata con gli elementi di cautela  specifici. ovvero, l’idioma, la metrica del canto, le consuetudini in forma di genio locale e le credenze, in tutto, la formazione sociale dell’epoca cui si fa riferimento, di volta in volta, senza saltare secoli.

Le terre dove gli Arbër si stanziarono furono luogo di conquista, di numerose popolazioni, queste non vi giungevano per distruggerle e reprimere gli indigeni, ma conquistarle e viverci, motivo questo,  tutte le popolazioni che vi approdarono, nel meridione italiano, depositarono elementi caratteristici e caratterizzanti i luoghi con elementi di  provenienza.

A questo punto è bene precisare, con certezza, che la migrazione tra la sponda a est dell’Adriatico verso quella posta ad ovest è un fenomeno latente che dura da millenni, tuttavia se si deve citare una  che abbia senso per le popolazioni arbër essa si articola tra il 1468 sino al 1502.

Questa ha origine  quando il principe Giorgio Castriota muore e la sua consorte per trovare un porto sicuro dove vivere, nel ricorso del consorte, approda ben accolta a Napoli, dove vive sino al 1502.

È questo intervallo che le genti Arbër armati dei principi di tutela più profondi verso i valori identitari, in precedenza citati, preferisce seguire la principessa Donica e allocandosi lungo le arche del regno partenopeo, dove porre in essere la difesa delle cose identitarie, con volontà di convivenza, che nel medio periodo sfocia nel modello di integrazione, più longevo e solido della storia del mediterraneo.

Altre migrazioni latenti vi furono in sovrapposizione a quanti del 1468 sino al 1502 si stabilirono nel meridione, ma riferite ad altri avvenimenti e cosa fondamentale non fanno parte di quella scelta storica di seguire la principessa Donica Arianiti Comneno.

I fatti succedutisi, dopo la migrazione storica furono di scontro, confronto, terminando nella conviviale integrazione che sino al secolo scorso ha difeso con forza i valori identitari, senza mai perdere la retta via, anzi nel XVIII secolo aggiunse il valore di costume da sposa, nelle macro area della Sila greca e dopo questo storico intervallo, con l’unità d’Italia è iniziata la china che di giorno in giorno disperde cose, valori e orientamento.

Conferma di ciò è, la legge 482/99, la quale risulta essere completamente sbagliata, in quanto non porta nel suo enunciato esplicativo alcun riferimento alle cose proprie agli “Arbër o Arbëreshë, proponendo nei fatti la tutela della lingua “Albanese” quella che si parla oltre Adriatico che è altra cosa, in quando quest’ultima ha subito influenze diverse e seguito un itinerario di sottomissione, lo stesso dal quaele gli Arbër del 1468 cercarono di fuggire.

Prova di ciò, nella citata legge all’Art.2, testualmente riporta: “In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princípi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni Albanesi……….”

In tutto, la legge 482/99, non contemplando la seconda parte dell’articolo 3, ovvero l’adoperarsi a correggere gli errori e non fa alcun richiamo all’Art. 9 fondamentale.

Ciò ha prodotto effetti interpretativi, dimostratisi poi nel tempo come veri e propri colpi di ariete nelle attività del vivere comune e dei costumi; nel scuole trasformandole in presidio di lingua ignota; nei centri antichi consumandone le disposizione delle cose e dei segni.

Se consideriamo che gli assi viari (Rruàthë) dei centri antichi, resi carrabili, oltre i luoghi ameni della memoria, ritenuti strumenti utili per condurre da un posto ad un altro e non per avvicinare le cose e le persone.

Se aggiungiamo l’aver violato il costruito, gli elevati e gli spazio comuni, cancellandone forma e senso, richiamandoli come obiettivi di agenda sicura per i canali turistici, il ventagli del delle cose fatte è completo per evitare il respiro nel risalire la faticosa china Arbër del nuovo millennio, ma a generare tempesta che allontana il senso dalle cose dalla retta via.

Un esercizio proposto come pregevole, per progetti speciali, che a ben vedere, le azione possiedono un denominatore comune: non sviluppano  nulla che abbia continuità con il passata consolidato con presente, per futuri solidi e fatti di cose genuine.

A questo punto sulle strategie, attuate, è opportuno tornare indietro con la memoria e precisare che le vicende che legano i processi d’integrazione nella regione storica arbëreshe, ricordano un consistente numero d’illustri, pochi mediocri e uno da dimenticare, da non rievocare in alcun modo, perché spregevole, vile e dir poco più di Caino.

Anche perché l’emulazione del personaggio malevolo è più facile di quanti con senso, garbo e intelligenza, hanno saputo dare alla Regione storica Arbër, quella notorietà di cui rimangono ancora intrise gli ambienti del sapere, perché avevano come fine il rispetto degli uomini e di tutti i generi che vi nacquero, senza denigrare disprezzare o escludere nessuno.

La forza vera della famiglia allargata Arbër, è contenuta nei valori non scritti del Kanun, ovvero, tutti partecipano al bene comune e coralmente senza distinzioni di genere capacita e forza lavoro e ogni facente parte deve dare il meglio di se, senza invadere per arroganza o convinzione propria, le arti dove altrui uomini sono migliori, altrimenti si fa il segno che marchia la fine.

P.S.

Una nota riferita al periodo che ci apprestiamo ad affrontare; il Martedì di Pasqua non è la giornata dei balli coreutici, delle ridde o la raffigurazione  delle battaglie vinte da Giorgio Castriota, in quanto è storicamente comprovato che esse siano denominate “Valje” ovvero, le giornate di inizio estate, che va da marzo a Maggio: “Vera e Arbreshëvet” il cui messaggio vuole ribadire l’integrazione sostenibile in atto, tra ospiti arbër e ospitanti indigeni.

I balli tipici raffigurano “l’abbraccio” rivolto alle genti indigene; nei meriti è bene precisare che: due uomini aprono il semicerchio, le donne lo descrivono e altri due uomini lo chiudono, tra uomini e tra donne non vi è contatto fisico in quanto sono uniti da fazzoletti tenuti in mano; gli uomini rappresentano la forza delle braccia e delle mani all’estremo di un ipotetico corpo, gli uomini; il corpo vero e proprio è rappresentato dalle donne, le generatrici la finezza delle cose del corpo umano.

I canti in elevati di genere, sono la conferma che un idioma, la cui metrica vive coralmente e uniscono i generi, vantando con i vestiti tipici femminili che con garbo e movenze raffinate, mai estreme e volgari, la propria identità, con il proprio costruito storico in forma di Rruha, Kishia e Shëpi i luoghi dell’opera integrativa e culla della propria identità.

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