Archive | febbraio, 2020

L’ATTO DELLA VESTIZIONE E DELL’APPARIRE “ME STOLJTH”

L’ATTO DELLA VESTIZIONE E DELL’APPARIRE “ME STOLJTH”

Posted on 18 febbraio 2020 by admin

jaku i sprischiur su harruaU.K .(di Atanasio Basile Pizzi) – Quando si indossa uno dei vestiti nuzioli caratteristici delle macroaree della regione storica Arbëreshë, è indispensabile, a meno di non voler giocare con le proprie radici culturali, sapere che quell’atto riassume la storia, il presente e il futuro di un popolo, che rimane legato a un’identità culturale, tramandate attraverso quella vestizione e i conseguenti gesti di portamento.

Avviare una trattazione e indicare cosa sia auspicabile fare e non fare, sarebbe troppo semplice e conveniente per quanti si adobbano, dicendo di vestire “stoljith Arbëreshë” e non lo fanno, anzi, per ogni figura di genere vestita bene, ne corrispondono almeno “ghë setë”, senza garbo, coerenza e completezza nell’ apparire.

Il costume tipico è la trattazione di valori cristiani e pagani profondi, un messaggio per lo sposo e le genti della comunità, è credenze in ordine di valori inscindibili.

Il giorno delle nozze, un tempo, rappresentava l’inizio di una nuova generazione, un nuovo gradino aggiunginto all’ultimo, il passaggio di testimone di valori e credenze antichissime; il costume èra la vetrina di tali auspici e le movenze davano il senso della vita e la via migliore per affrontarla.

Queste sono state da sempre abbarbicate e sintetizzate nella scelta delle stoffe e dei colori, la manifattura di ogni elemento, ogni piccolo particolare indispensabile a coprire il corpo della donna; essa rappresentava la natura, la terra florida per generare, gl’indumenti rappresentavano la storia, ogni suo gesto era messaggio, un invito a produrre ed augurare domani prolifici, per il gruppo familiare che andava a formarsi, sintetizzati dal manuvatto che veniva valorizzato dal modo in cui veniva indossato ed esposto.

Zoga, sutanini, gipuni, merletto, Kesa, shiali, le mille pieghe, i ricami, lascelta dei colori predominanti e ogni genere apparato o episodio sartoriale/artigiane indossato è messaggio.

Tali rimangono le gesta di piegare, l’arrotolare o il posizionare le vesti prima, durante e dopo la funzione religiosa.

Ogni cosa ha un senso e un tempo attraverso il quele apparire in forma pubblica o privata, certamente non è coerente ad esempio alzare la zoga davanti al marito, mentre si è nell’altare della chiesa davanti al prete,  il “marito” arrotolato pubblicamente è il segno di fertilità pronta o di piacere da condividere, cosi come non si deve mai, pubblicamente sollevare il “padre” che non deve essere usato con imprudenza, facendo intravedere il bianco candore della “ligna”.

Cosi come le bretelle del “Suttanino” non si devono intrecciare o stare sullo stesso piano di quelle che sostengono la “Zoga” ne tantomeno indossare un “Gipuno” corto che non descriva le linee tipiche della doga pontificale, la stessa sibtetizzata attraverso linee costruite tra la parte sommitale del capo e la costruzione della pettinatura su cui va depositata la “Kesa”.

Questi sono alcuni dei messaggi che il costume tipico Arbëreshë, deve inviare e purtroppo non avendo consapevolezza di cio che esso conserva gelosamente nelle diplomatiche create dai saggi esecutori di quelle vesti, è come possedere una ricchezza inestimabile e nel contempo vivere in un’isola i cui conviventi sono generi che attendono solo di agredirti, al fine di cibarsi delle povere resta.

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Il CANTO GLI ARBËRESHË E IL SUONO DEL PAESAGGIO

Il CANTO GLI ARBËRESHË E IL SUONO DEL PAESAGGIO

Posted on 17 febbraio 2020 by admin

CaptureU.K .(di Atanasio Basile Pizzi) – Trattare l’argomento delle Valje, il loro significato e cosa rappresentato per gli Arbëreshë, che vivono gli ambiti della regione storica è un argomento molto profondo e non si puo concludere nel tempo di un ballo o nel ricordo di una strage a favore di una delle parti antagoniste, iniziata prima e finita proprio dopo Pasqua.

A tal fine sarebbe il caso di approfondire e rendere merito allo “strumento metrico” che regola la parlata e la storia Arbëreshë, sin dalla notte dei tempi.

Di essa ha trattato G. Schiro ritenendola espressione canora condivisa tra generi; Pasquale Scura, che valorizzando il senso puramnente canoro della manifestazione e Vincenzo Torelli  nel suo periodico rendeva merito all’epressione del canto rispetto all’ambientazione, creata da strumenti musicali che li riteneva complementari.

Canto e musica sono gli elementi che oggi producono sensazioni e attivano ricordi, sollecitando i sensi, un tempo per gli Arbëreshë l’ambientazione era l’ispirazione per produrre il canto, ed è per questo che la musica rappresentata la quinta, l’ambito dove operare, festeggiando e ritrovandosi esclusivamente in tonalità canore ispirate dall’ambiente circostante.

Il canto rappresenta il pennello che attinge i colori e rifinisce il quadro, l’unica espressione metrica prodotta negli scenari delle terre da coltivare, nei vigneti da rasodare uliveti da tutelare, un trittico musicale mediterraneo unico per far vibrare le note delle stagioni.

La quinta che ispirava e da il ritmo al canto condiviso sono le vallate assolate, l’ambientazione del luogo di lavoro è la musica, le bracciia le mani, le gambe e i piedi strumenti di lavoro; la voce ispirata da ciò rendeva più dolci le lunghe giornate di operosità, linfa con cui alimentaris ed elogiare o ironizzare il futoro, colmo di domani.

Sono gli studi degli ambiti geografici, l’interazione tra canto, spazio e luoghi, sono essi a stabilire relazioni tra canto, paesaggi e regioni: il canto viene ispitato dalle sonorità e dalle prospettive «paesaggio sono» e identità locale il medium capace di diffondere nello spazio idee, oggetti o rappresentazioni storico/ culturali.

La valjia è tutto questo, canto di genere, accompagnato dalle sonorità  prodotte dalle quinte che la nanura mette a dispone nel corso delle stagioni, in precisi e determinati luoghi.

Ritenere che le vajie siano altro, non è un buon segno di tutela, cosa fare per rendere innoffensiva questa deriva storica è semplice, si dovrebbero attivare dipartimenti le cui fondamenta abbiano come legante indispensabile l’analisi secondo i canoni delle ricerche e solo in seguito di ciò, produrre, concreti e solidi progetti di tutela.

Questo sia in campo canoro come si è acennato in questo breve e poi sia di altri temi, molto più compromessi, di cui si conoscono le ilarità,  preferendo volgere lo sguardo e l’interesse su altro per non fare torto a quanti si sono cimentati senza regole, garbo ed esperienza .

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GJITONIA: L’ INCUDINE E IL MARTELLO PER LA FORGIATURA DEGLI ARBËRESHË

GJITONIA: L’ INCUDINE E IL MARTELLO PER LA FORGIATURA DEGLI ARBËRESHË

Posted on 09 febbraio 2020 by admin

INCUDIINENAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Graniticamente convinto, nel diffondere da diversi decenni, che la Gjitonia è la regione sociale dei cinque sensi, priva di confini e per questo senza frontiere, muri o porte entro cui descriverla.

In questo breve, si vuole approfondire l’irripetibile fenomeno arbëreshë, di sovente ritenuto simile o identificabile in fenomeni indigeni o  prestiti da far lievitare.

Essa va intesa prioritariamente come il luogo del mutuo soccorso a tutela dell’originario gruppo familiare allargato, ereditato secondo nobili principi della sostenibilità sociale, a tutela delle proprie radici.

Allo scopo, “il modello” assume la funzione di palestra indispensabile o fucina delle nuove generazioni, le stesse che in seguito andranno a dare il giusto apporto per raggiungere l’ideale convergenza culturale, economica, sociale e religiosa dei territori condivisi con le genti indigene.

Questo sta a indicare che la Gjitonia non è semplicemente un luogo idilliaco, come alcuni addetti colturali vogliono far intendere, in quanto, essa rappresenta l’università della formazione sociale e consuetudinari arbëreshë, l’unica in grado di valutare sin da piccoli le capacita di ogni partecipante per poi farli diventare espressione di una società antica che vive con il rispetto degli altri e di se stessa .

Vero è che, le attività delle nuove leve arbëreshë, si svolgevano, sia avvolti dal grigiore di Kalive o i Katoj del proprio gruppo familiare urbano, sia tra le strette rrughe e le quinte lasciate libere di essere oltrepassate, ovvero gli sheschi assolati.

Nel corso della vita di vashësh e gagnunë, la palestra naturale richiedeva impegno costante che durava poco più di un decennio; in questo lasso di tempo gli emblemi di riferimento erano il padre e la madre, esclusi invece tutti gli altri.

Sin da piccoli per le nuove leve, la Gjitonia li abituava alle avversità della vita reale, come ad esempio affidare animali domestici, dai quali nel breve o nel medio termine provare la pena del distacco, in altre parole venivi posto tra un incudine ed un martello ideale  per essere prima temprato a poi modellato alle esperienze che in seguito in altra forma con i propri simili, avrebbero provare simili sensazioni e sentimenti.

Dal protocollo erano compresi germani,parenti e Gjitoni, che assumevano la funzione di figure di prova morbido; ciò sino al periodo adolescenziale, poi e solo per i più capaci, si liberavano da ogni sorta di cordone ombelicale, e dimostravano il loro valore nella palestra più ampia fuori da quella culla di formazione, il vero banco di prova duro della vita da adulto.

Abituarsi a diffidare da  quanti siedono al tuo fianco e condividono la tavola i tuoi spazio, i tuoi momenti di giubilo e di spensieratezza non è un compito facile da svolgere, tuttavia se lo sai fare avendo ben impresso in mente i consigli dei “due ed unici maestri”, avrai modo di non pentirti di nulla nella vita, potrai sempre guardare avanti senza voltarti e vedere se ti seguono spiriti e anime in pena.

La gjitonia non si limitava a formare le nuove generazioni per la mera discriminazione dei simili di altra estrazione, al fine di sopraffarli o sottometterli, essa creava presupposti utili alla vita della regione dei cinque sensi, senza confini materiali o immateriali, in altre parole lo stato in cui vivere e rispettare ambiente naturale, il costruito, gli uomini e leggi che regolano la convivenza.

La regione dei cinque sensi, “la gjitonia” ha seguito questo protocollo per secolo, formando solide generazioni di arbëreshë, la storia ha un elenco interminabile di riferimenti in tal senso, come i bravi fabbri sapevano fare nelle fucine dei rioni storici.

Purtroppo non molto tempo addietro, sarà stato per la qualità del carbone, per l’incapacità di chi dice di essere fabbro, senza tenere conto che far suonare incudine e martello, per prendere il ritmo della modellazione era un rito indispensabile e fondamentale,l’unico capace di imprimere garbo, senso e gusto delle cose .

Tutto ciò ha portato un danni incalcolabili, ovvero, si è persa l’armonia dei sensi, preferendo ritenere più giusto trasformare le rughe in strade, le gjitonie in vicinato e non contenti del danno prodotto si è continuato alla trasmigrazione della gjitonia ora in rione, ora in quartiere, caratteristica fondamentale dei borghi arbëreshë (?????????????) e non contenti di tali eresie si è continuato con trittici architettonici di forme urbanistiche circolari o abbarbicate su crinali e sotto crinali.

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