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I KATUNDË ARBËREŞË SONO IL SUNTO STORICO URBANO/ARCHITETTONICO E SOCIALE DEI LUGHI RITROVATI

I KATUNDË ARBËREŞË SONO IL SUNTO STORICO URBANO/ARCHITETTONICO E SOCIALE DEI LUGHI RITROVATI

Posted on 14 luglio 2024 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Quando i canali culturali dei media e istituzionali di ogni ordine e grado, trattano, analizzano o esprimono pareri sui centri abitati di radice arbëreşë, ovvero i Katundë, questi diventano argomento variegato di interpretazioni di epoche con cui non hanno nulla da condividere, perché sono la risorsa abitativa di luoghi in comune convivenza con le cose della natura che protegge l’uomo.

Ogni Katundë e, mi riferisco a quelli nati o ripristinati dopo la morte dell’eroe nazionale Giorgi Castriota e, sino all’essedo concordato di termine del Impero Romano d’Oriente del 1533, rispetta lo stesso ordine dell’edificato, secondo quattro rioni tipici, che perimetrano spazi urbani, secondo iunctura dei gruppi familiari allargati arbëreşë.

La chiesa, l’antico loco indigeno, il promontorio, il nuovo edificato arbëreşë, sono il sunto dei rioni da cui prende avvio lo sviluppo di ogni Katundë, questo rappresenta il sostantivo in grado di riassume il valore di tutto il centro antico e nel corso del tempo di quello storico definendosi in lingua parlata della minoranza, luogo di movimento: Ka – indica un luogo; Tundë – sinonimo di Movimento.

Comunemente si riferisce di un “centro di radice Arbëreşë” definendolo, Borgo, identificandolo con disposizioni e tipologie urbane circolari e sociali, appellate Gjitonie, Sheşi o Quartieri, per poi tipizzare questi ultimi, nati attorno o nei pressi di palazzi nobiliari, dove sono conservati, pergamene, costumi e cose di varia natura, perché trascinate nei bauli ai tempi della diaspora del XIV secolo immaginando l’era medioevale come quella moderna della globalizzazione.

Si può da subito notare che nulla di ciò appartiene alla “Regione storica diffusa e sostenuta degli Arbëreşë”, quando si prende la via di approfondire argomenti e sostantivi, senza averne i requisiti di studio specifico, ma neanche basi di semplice lettura di un comune dizionario.

Specie se ci soffermiamo sul significato di Borgo, Sheshi e Gjitonia; secondo cui il primo dovrebbe essere una città murata e i Katundë degli Arbëreşë sono tutto e non vi è murazione che ne definisca termini e perimetri; il secondo dovrebbe essere uni spiazzo o piazza piccola e invece è un  “Rione”, dove la Iunctura familiare è fatta da Katoj, Vicoli ciechi, Orti, Vally, Supportici e viuzze strette e articolate; il terzo dovrebbe essere uguale al vicinato, ma se fosse realmente cosi, perché non lo si specifica e si usa questo sostantivo invece di Gjitonia e si spiega, cosa vuol dire? come qui di seguito faremo con dovizia di particolare ogni cosa.

Un Borgo è l’esatto contrario di un Katundë, in quanto, quest’ultimo, è realizzato secondo i canoni della città aperta, la stessa che oggi l’era modella appella come città metropolitana; lo Sheshi è un rione di Iunctura sociale, che non può essere definito da quanti non hanno titoli specifici in campo urbano o di valori sociali della storia degli uomini.

Uno Shëşi è un insieme costruito, fatto da case, vicoli articolati, orti, Vally e suppostici, dove la percorrenza del viandante ò regolata dalla articolata e difficile percorrenza delle strade pubbliche dove sono apposte gradinate e archi per la lenta percorrenza, queste ultime strette e colme di accessi delle piccole Kallive e, il più delle volte non conducono a spazi liberi se non in articolati spazi definiti Vally o negli orti di Iunctura dove non vi è via di fuga.

La Gjitonia è un termine con il quale gli arbëreşë, si organizzavano socialmente, negli ambiti del centro antico, definito “luogo dei cinque sensi”, lo stesso condotto diretto e sostenuto dal Governo delle donne che parlano vestono e crescono le nuove generazioni secondo protocolli rigorosamente in arbëreşë

A tal fine è bene precisare che un centro per essere definito di radice Arbëreşë deve contenere all’interno del suo perimetro primario, i Shëşi strategici di prima epoca, ovvero; il Loco degli indigeni locali e la Chiesa, a cui fanno seguito nell’attimo della riedificazione arbëreşë il Promontorio, il Loco di approdo, tutti disposti per consentire l’articolarsi e il confrontarsi secondo i principi di iunctura mediterranea.

Queste ‘architetture’, sia che nascessero con l’intento di integrarsi nei diversi ambiti culturali, sia che facessero dell’isolamento e dell’essere difesi dalle cose naturali il loro tratto distintivo, hanno contribuito a creare spazi urbani e luoghi dell’abitare, dotati di caratteri tipicamente ‘Arbëreşë’, continuando a vivere e svilupparsi radicandosi nei vari contesti paralleli ritrovati.

Le epoche che vanno dal XIV secolo Al XIX secolo definiscono spazi, vie e l’edificato, che nel corso della forbice prima citata, assume diverse tipologie e di espansione planimetrica, volumetrica e del tipo architettonico.

Questi si possono riassumere in: monocellulare piano, poi altimetrico, con profferlo, sino al XVII secolo, per poi assumere dopo il 1783 edificando la conformazione palazzata, naturalmente secondo le categorie economiche e sociali in differente crescita.

La tipologia monocellulare che dal greco individua la cellula abitativa tipica, ovvero Katoj o Katoj dirsi voglia, è una cellula primaria che racchiude i bisogni familiari primari, di rifugio e produzione e conservazione degli alimenti primari della dieta mediterranea o, delle tra “V” in arbëreşë, Verë, Vallë e Verdüràtë.

È qui che i valori di casa e le attività comuni di proto industria trovavano agio grazie alla fratellanza familiare che univa le madri nel tipico governo delle donne e produceva alimenti di conservazione di raffinata e eccellenza.

La mono cellula primari si componeva di uno spazio quadrangolare disposto lungo il vicoletto di transito pedonale con il lato più corto che in genere non superava i quattro metri e quello più esteso perpendicolare alla strada che aveva uno sviluppo variabile e poteva anche raggiungere i sei metri e oltre.

Il pianoro abitativo era ricavato scavando e rendendo piano nel solido terreno per la porzione utile a descrivere il perimetro interno della mono cellula che non aveva alcun sistema fondale, assicurato dalla solidità del terreno e quindi il perimetro murario che descriveva lo spazio casa aveva appoggi differente per i quattro muri perimetrali.

Gli agglomerati diffusi arbëreshë nascono secondo regie disposizioni e grazie al modello di famiglia allargata, secondo quanto disposto nel Kanun.

I Rioni, del Katundë, ovvero Kishia, Moticèlleth o Kalivë, Sheshi, Bregù e Nxertath, o di espansione, rappresentano il percorso evolutivo seguito per restituirci l’attuale assetto planimetrico.

Il processo di trasformazione dell’ambiente naturale in quello costruito è avvenuto secondo i parametri morfologici, floristici, orografici e climatici; fondamentali per gli esuli, giacché simili a quelli della terra d’origine.

È in queste macro aree che le costanti dei sistemi urbani: il recinto, la casa e il giardino, hanno trovato l’ambiente ideale per restituire gli ambiti odierni; il recinto delimita il territorio, ove la famiglia allargata aveva il controllo assoluto; la casa, anch’essa circoscritta dal cortile e l’orto botanico era costituita da un unico ambiente in cui conservare le poche suppellettili e alimenti; il giardino è luogo della prima spogliatura, dimora dell’orto botanico e stagionale.

Nel periodo che va dal XV al XX secolo, gli esuli lentamente hanno riposto il modello familiare allargato per quello urbano e poi, in tempi più recenti vive quello della multimedialità.

Quando la famiglia allargata inizia ad assumere la conformazione urbana, da agio al realizzare dei primi isolati (manxane), secondo schemi articolati o lineari.

Inoltre lo sviluppo degli agglomerati tendenzialmente accoglie le direttive dell’urbanistica greca che allocava gli accessi degli abituri sulle strette vie secondarie, rruhat.

La Gjitonia, (dove vedo e dove sento, il governo delle donne), sin dal XVI secolo ha resistito alla modernità diventando il luogo della ricerca dell’antico legame indispensabile per la consuetudine arbëreşë.

La Gjitonia ha origine dal tepore del focolare, si espande con cerchi concentrici, nello sheshi e in tutte le direzioni delle articolate rruhat, sino a giungere negli angoli più reconditi dei territori comunali e non solo.

La Gjitonia si avverte, si respira, si assapora, si vede, si tocca, senza mai poter essere tracciata con precisi confini fisici.

Per questo gli agglomerati arbëreşë rappresentano il cardine che lega lingue, religioni e storie dissimili, in grado di produrre il modello d’integrazione più riuscito del mediterraneo.

Il piccolo abituro, shëpia, in origine realizzato con rami intrecciati poi con blocchi di terra mista a fango e paglia in tutto la nota adobe, in seguito, è stato ottimizzato attraverso l’utilizzo di materiali autoctoni più idonei come: pietre, calce e arena.

Dopo il terremoto del 1783 e la conseguente realizzazione della Giunta di Cassa Sacra, gli stessi ambiti urbani minoritari ebbero un nuovo sviluppo architettonico e gli agglomerati iniziarono a svilupparsi verticalmente.

Gli ambiti urbani calabresi assunsero una nuova veste distributiva che allocava i magazzini e le stalle al piano terra mentre le abitazioni erano al primo livello.

I successivi frazionamenti, richiesero l’uso delle scale esterne, profferlo, in quanto, non tutti avevano la possibilità di costruire nuove abitazioni, modificando radicalmente in questo modo le prospettive all’interno dei borghi. Il ciclo di crescita si arricchisce ulteriormente dopo il decennio francese, con la costruzione dei nuovi palazzotti nobiliari, espressione di una classe sociale emergente.

Ciò avviene solo per le classi più elevate perché quelle meno abbienti continuano a occupare i vecchi abituri e quella media esterna la nuova posizione sociale, imitando frammenti dei palazzi post decennio napoleonico.

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LA TRANSUMANTI CULTURALE DA OLTRE ADRIATICO NELLA REGIOONE STORICA ARBËREŞË (Kielgnenë ziapë dji e lljopà, pà diturë ku jan e venë  i tue shëajturë)

LA TRANSUMANTI CULTURALE DA OLTRE ADRIATICO NELLA REGIOONE STORICA ARBËREŞË (Kielgnenë ziapë dji e lljopà, pà diturë ku jan e venë i tue shëajturë)

Posted on 13 luglio 2024 by admin

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Napoli (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – È diventato uso comune, rifugiarsi in azioni a dir poco inopportune per non dire senza alcuna fondatezza storica e, prive di ogni minimale formazione, che dia agio o dignità a quanto si espone al pubblico giudizio.

Infatti i comuni operatori culturali, appaiono privi di ogni dignità, in tutto, senza una minimale vela maestra, capace di fornire un minimo di aderenza al pennone che potrebbe far muovere quella minuscola caravella, preferendo a questo, apparire per praterie dove calpestano le radici della memoria dello storico protocollo consuetudinario Arbëreşë.

Miseri stracci o, rattoppi di lenzuola vengono utilizzati a modo di vela, millantata di buona fattura, sin anche in grado di solcare le onde storiche della cultura locale; ma purtroppo per i straccivendoli, non si trova mercato, se non nei vicoli Furcillense, presentate al comune viandante, come mercanzia di eccellente fattura tessile.

Purtroppo non è cosi, in quanto non basta possedere ago e filo di Adelaide e, rammendare stoffe multicolori per coprire, forme intime illudendosi di non apparire equivoche alla vista delle altrui genti.

A tal proposito si potrebbero elencare un numero elevato di attività portate a inutile e dannoso fine di rappresentanza, le stesse che hanno innescato e prodotto la deriva, oggi divenuta peggiore del “Mercato Furcillense dei pacchi colmi di adobe e non seta rara”.

Quello noto sino a qualche anno addietro, perché ogni pacco, rifilato per buono, conteneva mattoni usati e sporchi di cemento, il cui risultato produceva truffe a discapito dei malcapitati che sorridenti si allontanavano da questi luoghi, certi di aver fatto un buon affare, con poco danaro.

Un tempo questo avveniva solo nella capitale del regno, ma purtroppo, oggi è uso comune anche nei piccoli centri, resi culturalmente simili alla Furcillense via, naturalmente, usando lo stesso metodo per fare eccellenza e, i pacchi invece di contenere mattoni, contengono principi culturali fasulli, come ad esempio: Borghi indigeni per Katundë Arbëreşë; Sheshi per Piazzette; Gjitonie per Vicinato; Bambini pronti a stipulare matrimonio; santi per condottieri; vili cavalieri per nobili erranti; oltre una miriade di pacchi preconfezionati presentati come consuetudine di eccellenza del Governo delle donne Arbëreşë, in tutto, una notevole quantità di pacchi opera dei transumanti che emulano le cose della consuetudine di radice storica di quello che un tempo era oltre adriatico.

Lo stesso gregge senza testa, che oggi è diventato vanto di stolti, i quali, senza alcuna consapevolezza delle cose che espongono nei loro mercatali atti, garantendo, siano avvenute nei luoghi di memoria locale, le stesse che i saggi considerano vergogna culturale.

Si parla delle famiglie storiche locali senza alcun contegno e, al solo pensiero per quanto dolore abbiano generato e profuso nei confronti di madri, figli, mariti e Gjitoni per molto tempo, i transumanti culturali proprio per questo immaginano che non sia più memoria di pena locale infinita.

Capita di sovente che per elevare il valore culturale delle consuetudini più intime, i comuni transumanti, per più elevarsi a scapito delle consuetudini più intime degli ambiti Arbëreşë, si cimentano in costumanze a dir poco offensive, disponendo nei banchi mercatali di arrivo in festa, le dette “Transumanze Inopportune Albanesi Moderne e Occulte” (T.I.A.M.O.), i quali, sbarcando in regione storica ritengono,  sia vanto addobbarsi con effigi mussulmane, oltremodo sormontate da caprini cornati, mirando a illustrare a noi Arbëreşë, come fare per non essere migliori dei credenti Bizantini.

Non ultimo, ma si ritiene sia il più inopportuno, osservare nel cimentarsi in costumanze a dir poco offensive, disponendo nelle manifestazioni finanziate con soldi pubblici, modificare e rendere più vuote di valori e colori locali le prospettive storiche per farle apparire che non avrà mai un orizzonte Arbëreşë.

È sovente trovare possedimenti abitativi appartenuti a quanti vennero sterminati e, oggi proprietà non della parentela di nuova generazione, che vergognandosi del maltolto, per distrarre la memoria locale, assembla atti e documenti non di storia vera ma di cicli brevi del comune apparire o affrancare numeri a volumi storici.

Ormai i percorsi di transumanza sono innumerevoli al punto tale da essere considerati, giubilo locale, per questo, esistono allestitori locali di campanile, che invece di esporre storia vera, impolverano cose spargendo farina al vento, la stessa che non potrà mai più essere usata per fare pane buono.

L’essere campanili ed apparire è diventato regola, mentre la coerenza delle cose esposta diventa un atto complementare o aperitivo culturale di liberi assaggi culinari, che ogni volta terminano in “abbuffate campestri collettive”, le stesse che servono solo ad annebbiare la mente, prima e dopo la digestione, al solo scopo di rigenerare vutti e lavinai mai dismessi, gli stessi che portano da secoli cose indicibili in fondo al mare, per essere consumati dal tempo e dall’acqua.

È diventato uso comune proporre il protocollo di vestizione della sposa in pubblica piazza e, per rendere la cosa più suggestiva, si usa utilizzare minorenni ancora da latte con apparati della medicina empirica a dir poco inopportuni.

Uno dei protocolli di vestizione che delinea e stabilisce solidamente i valori con cui la minoranza Arbëreşë, unisce indelebilmente, le cose di casa e la credenza Bizantina, ovvero, la famiglia.

Certamente non è un bel vedere, ogni volta, sceneggiare inopportunamente, vestizione in pubblica piazza e oltre esponendo generi esposti alla pubblica Furcillense e sia pel l’età delle spose con Bërëlocù, proprio quanti dovrebbero essere tutelati dai genitori maggiori, ancora acerbi, per le attività di genere perché ancora troppo acerbi di generare, al pari delle donne, quanto pronte pe essere moglie, poi madri, in tutto, ruolo di rappresentanza attraverso la vestizione della sposa, quale naturale sorgente di nuovi generi di una famiglia Arbëreşë.

Ma su questo ci sarebbe molto da dire e redarguire, tutte le figure che dagli anni novanta del secolo scorso, realizza inopportune manifestazioni popolari, come se le intimità di una famiglia, siano cose da veleggiare ed esporre in pubblica piazza, come si fa con le lenzuola che dopo lavate si stendono candide al sole ad asciugare.

Infatti per tramandare cose e consuetudini, nei tempi passati gli Arbëreşë, aveva allestito con opportuni protocolli la Gjitonia ovvero; il governo delle madri che ogni figlio e figlia doveva avere come guida, onde evitare di portare l’intimo in pubblica piatta dove ogni genere metteva in mostra il suo essere figura dignitosa di garbo e cultura finemente approvata dalle genitrici.

La regione storica diffusa e sostenuta in Arbëreşë è un insieme di protocolli non scritti e, per questo solo chi conosce e comprende quei pochi e fondamentali sostantivi uniti dai congiuntivi, potrà interpretare i valori dei sistemi di iunctura urbana, capaci di riverberare identicamente e per secoli gesta, fatti e suoni vocali irripetibili.

Per questo in ogni Katundë della regione storica, non servono i transumatoti di montoni che prediligono stazionare, non nelle colline o le valli con effigi Bizantine, ma disporsi sulle cupole mussulmane a dichiarar vittoria sul drago, lo stesso che attende il maturare del tempo e lo scorrere dell’acqua, per uscire dalla tana e bruciare con il suo ardore il seminato di biancore fatuo ormai da troppo tempo lasciato libero di annebbiare menti e ragioni storiche Arbëreşë.

Oggi si vedono erigere totem orientativi e pietre su cui deporre l’eroe quando fu mussulmano a cavallo, e nessuno di essi sa indicare una cosa giusta, ma quello che più colpisce e la figura dell’eroe mussulmano che viene depositato sempre pronunciando le spalle alla sua terra e più ancora nel dettaglio il suo luogo natio dove sono sepolti i suoi cari.

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COSTRUÌ IL PRIMO PONTE SOSPESO SU CATENARIE ERA UN INGEGNERE E ARCHITETTO ARBËREŞË

COSTRUÌ IL PRIMO PONTE SOSPESO SU CATENARIE ERA UN INGEGNERE E ARCHITETTO ARBËREŞË

Posted on 07 luglio 2024 by admin

DpendNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Le iniziative sociali, economiche, culturali e politiche che oggi abbracciano il tema della viabilità meridionale Italiano, con atto prevalente, le necessità del ponte sospeso sullo stretto di Messia, denota una fondamentale carenza storica, nei confronti del precursore o, meglio genio, capace a predisporre come predisporre le cose utili a questo modello di comunicazione di fondamentale utilità.

Allo scopo, si commette grave mancanza di memoria e rispetto alla Minoranza Storica degli Arbëreşë, la stessa che in Calabria e in Sicilia ha storicamente segnato la svolta culturale, politica ed economica nel corso degli ultimi sei secoli.

Le figure istituzionali, culturali e del genio locale a cui è doveroso fare riferimento a memoria, sono innumerevoli e, nello specifico in questa fase di assetto del significativo luogo Calabrese, che vorrebbe unire le terre d’Italia, ovvero lo stivale e la sua isola più prossima, senza avere cura di svelare, chi è stato il genio primo, di questa indispensabile disciplina per unire fraternamente popoli, con l’utilizzo di catenarie sospese.

Questo progetto antico, serve ad unire i due fari estremi, calabrese e siciliano, per questo dovrebbe avere almeno una minimale nota di merito, non per tutti gli addetti che in queste terre si sono prodigati, prima come migranti, poi operatori agricoli e dopo la parentesi di formazione culturale, diventare emblemi della politica, la scienza esatta, e l’economia, contribuendo non con poco, affinché l’Italia, fosse una e indivisibile.

Riferisco della popolazione che oggi compone la Regione stoica diffusa e sostenuta in lingua Arbëreşë, la stessa che il presidente Mattarella a San Demetrio Corone nel 2018 li definiva “Modello di accoglienza e integrazione solido e duraturo, di tutto il Mediterraneo in età moderna.

A tal proposito è bene citare alcune fasi fondamentali di questa specifica disciplina che ha inizio nel 1808 a Napoli quando veniva istituita a impronta francofona la “Il Corpo di Ponti e Strade con annessa Scuola di Formazione” la cui opera suddivideva il territorio del regno in zone omogenee dove operare e, in ognuna di esse avere un referente specifico, ma il costume di intervenire autonomamente delle popolazioni o referenti locali, relego l’istituzione a una innumerevole quantità di giudizi.

La questione non fu di semplice risoluzione e si trascinò per molti anni, nei quali furono molti gli episodi che misero in dubbio il futuro del Corpo e, intorno al 1817 rischiò persino il fallimento visto il gran numero di giudizi cui veniva continuamente sottoposto.

La svolta si ebbe quando nel 1824, quando la direzione fu affidata all’ufficiale Borbone Carlo Afan de Rivera, quest’ultimo oltre ad aver avuto una brillante carriera militare, aveva collaborato per molti anni nelle officine cartografiche del regno, quindi lucido ed esperto conoscitore del territorio, completata da una grande formazione nel campo della botanica.

Egli si assunse la responsabilità di inserire interamente lo statuto che regolava il Corpo istituito e collaudato già in Francia.

In seguito la definitiva svolta si ebbe quando con un budget di circa seimila ducati inviò Luigi Giura, con il titolo di ingegnere e architetto, accompagnato da tre gio­vani ingegneri Agostino Della Rocca, Federico Bausan e Michele Zecchetelli, negli stati italiani, in Francia, in Inghilterra e in alcune località della Svizzera per visitare ed acquisire le nuove metodiche nel campo dell’ingegneria e dell’industri fortemente in rilancio.

Giura partì da Napoli il 18 luglio 1826 per ritornarvi il 27 luglio 1827, il programma di viaggio seguito dai tecnici partenopei, fece capo a una moltitudine di siti, dei quali i più importanti e ricchi di nozioni furono quelli Parigini e Londinesi.

L’ingegnere arbëreshë può ritenersi uno dei restauratori della nostra antica Scuola di applicazione; la quale fu la prima Scuola speciale per gli ingegneri dei Ponti e Strade che possa vantare l’Italia.

Nel 1828 ebbe l’incarico dal Governo napoletano di co­struire un ponte sospeso a catenarie di ferro su piloni singoli in pietra, per unire sul Garigliano lo stato pontificio con quelli del regno Napoletano.

Fu in Italia la prima opera di questo nuovo sistema che evitava di realizzare paramenti murari nel letto del fiume, con il conseguente cospicuo risparmio di tempo e danaro; la novità di questo ponte è rappresentata del conge­gno del pendolo per il quale Giura salì agli onori dei progettisti europei e ancora detiene il primato.

Il doppio pendolo allocato in cima al pilastro di sospensione, era in grado di distribuire precisamente le forze provenienti dalle catenarie al pilastro a cui scaricava solo ed esclusivamente quella dello sforzo normale, mentre alle catene di ritenuta, infisse nel terreno mediante le piastre di trattenuta, le forze risultanti inclinate, questa spartizione delle forze avveniva con qualsiasi carico applicato al tavolato di calpestio.

Ma non solo questo fu l’innovazione del ponte che consentì al Giura di riuscire in questa epocale impresa, infatti egli assieme ai proprietari delle fonderie di Mongiana in Calabria, mise a punto una lega che gli permise di realizzare le catenarie di sospensione, realizzando le maglie con il metodo della trafilatura, metodica ancora sconosciuta in Italia.

In oltre, nel breve tempo grazie ai suoi grafici, mise a punto sia la macchina che potesse realizzare la trafilatura dei metalli, che quella per la prova di carico.

Tutto questo fece definitivamente spegnere gli stessi sorrisi ironici e le critiche, quando le opere del Giovane Ingegnere e Architetto Arbëreşë, videro giungere in pellegrinaggio culturale e scientifico Inglese e Francesi titolati, per copiare e avere spunto, per ponti, sbocchi a mare di bonifica, mentre la genialità del Giura superavano sin anche il genio dei Romani (Vedi condotto del Fucino).

E nonostante il 10 maggio del 1831 tutta la cultura di genio europeo avesse inviato, addetti per vedere il re che precipitava nelle acque del Garigliano, tutti si dovettero ricredere nel vedere che il “doppio pendolo” di sospensione inventato dal genio arbëreşë, funzionare e, aprire una nuova era per collegare e unire popoli, genti per una nuova economia lenta o energica che fosse.

Infatti da quella data si aprì un nuovo scenario che univa per la prima volta due pezzi del Italia, ovvero il Regno di Napoli con la Cristiana Romanità Papale.

Oggi si presentano progetti si fanno riferimenti di memoria, ma nessuno valorizza il genio degli arbëreşë, lo stesso che dalla Calabria citeriore da nord e da sud, riecheggia idee e passioni unitarie, come in nessun altro luogo italiano è stato mai rilevato.

I ponti europei e di tutto il globo sin anche i più estremi o estesi, sono copia conforme del genio arbëreşë; il quale, ha sputo estendere tavolati per unire popoli e dare agio a tutti per migliorarsi.

Vogliono costruire oggi, un ponte per unire la Calabria e la Sicilia, allo scopo e per meglio illuminare le nuove generazioni, non sarebbe il caso di aprire questo nuovo stato di fatto e, dare agio alla minoranza storica di esporre le proprie attività in campi fondamentali del vivere civile del meridione italiano.

La storia dello storico stivale che si estende al centro del mediterraneo dal XIV secolo cita e annota eventi naturali e popoli che dominavano, determinando pene e soprusi di pochi a favore degli altri, tuttavia una popolazione che viveva una emergenza sociale e religiosa, nota come diaspora dei Balcani sbarcavano nelle terre del meridione, in particolar modo in Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria e Sicilia, non per invadere o sopraffare le genti indigene, ma per restare fraternamente uniti e valorizzare quelle terre, secondo i raccolti comuni del trittico mediterraneo.

Nonostante tutto questo continuo faticare, senza tregua di generazioni di uomini buoni, gli stessi che hanno contribuito a valorizzare questi luoghi, con il genio del fare, lo stesso che ancora oggi, come ad esempio il ponte tra le province di Reggio e Messina, continuamente illustrato senza dare merito all’ideatore e alla sua discendenza Arbëreşë, che pur se definita minoranza è vanto di accoglienza e integrazione silenziosa.

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L’ ARBËREŞË VIVE CON: SPERANZA, RINUNZIE, ORGOGLIO E GENIO DEL TITOLO RAGGIUNTO (shëcova pënë tue priturë thë shëluarë pà mëbiedurë drëchiùra i mendë)

L’ ARBËREŞË VIVE CON: SPERANZA, RINUNZIE, ORGOGLIO E GENIO DEL TITOLO RAGGIUNTO (shëcova pënë tue priturë thë shëluarë pà mëbiedurë drëchiùra i mendë)

Posted on 04 luglio 2024 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi, Architetto Basile) – Le dinamiche storiche che caratterizzano e hanno segnato la minoranza Arbëreşë nel corso della storia, sono emblema di speranze, rinunzie, orgoglio e memoria.

Questa è il teorema che unisce le genti Arbëreşë dell’antichità, con quelle delle varie epoche, esclusi chiaramente i modernismi di transumanza culturale, che approfittano degli avvenimenti del secolo scorso, usano in maniera inopportuna gli abbracci naturali lungo le rive dell’Italia meridionale.

I quadranti che uniscono e restituisco la giusta prospettiva storica Arbëreşë, non sono altro che echi ripetuti in forma genuina, atti identici profusi da ogni eccellenza, che viaggiano con colmi di valori indelebili, della propria esistenza, in tutto atti di rinunzia, agio, conquiste di attività senza l’aiuto di messaggi fraterni per fare più ripida la china.

Chi non è partito dal proprio ambito nati senza pena, con la speranza di migliorarsi, rinunziando per questo alle cose più care e intime della propria formazione culturale procedendo, colmo di orgoglio, nuove e incerte prospettive di vita, disdegnando memoria, genio e discendenza.

A tal proposito si potrebbero citare o ricordare storie illustri come: il Deposto P. Baffi, Scrivere Note per V. Torelli, Costruire Ponti e Negazioni di Patibolo dei fratelli R. e L. Giura, Termini di memoria di fondi Marini per F. e G. Bugliari, ma tutto questo sarebbe troppo complicato per “i tutori del parlato o accoglitori di viandanti senza memoria “.

Tuttavia raccontare una storia moderna può essere da stimolo anche per le comuni figure che fanno accoglienza in Terra e i suoi cunei frumentari locali, svelando così quale cattiveria gratuita per il non bene locale, secondo i protocolli dell’ostinazione, dal 17 gennaio del 1977, giorno che si ricorda, Sant’Attanasio Vescovo, detto il Piccolo.

A tal fine va rilevato anche cosa avvenne il giorno prima di quella storica partenza, quando nella piega della via che non attraversa la Trapesa, fu assegnato un compito, al giovane studente, ovvero, studiare e tornare, in quel luogo per dare senso storico e lettura del costruito locale.

E nonostante quel giovane ormai vecchio laureato, ha tenuto fede e conosce le cose di ogni pietra, fondazione, casa luogo toponomastico dell’antico loco natio, oggi è preferito a quanti si presentano dicendo di essere figli/e di caio o del sempronio più inadatto.

Tutta via e per tornare nel nostro racconto, il giovane da quell’incarico non ufficiale ricevuto il quel Trapeso, ne fece una meta fondamentale, iniziando così il giovane studente, la missione acquisendo migliaia di fotogrammi d’archivio di esclusiva locale, con mira del percorso di titolo con maestri a disposizione di ogni allievo che a quell’epoca, elevavano il senso dell’urbanistica e dell’architettura in Monteoliveto di Napoli.

Tuttavia le esigenze di una nascente famiglia obbligò a tornare nel luogo natio l’allievo ancora senza titolo e, dare vita alla famiglia ma, quando si prospettò di allagarla, fu bestialmente imposta la pena di Termine, il 27 febbraio del 1985 della mai nata Hadlë, mira perversa della regia locale di istituzioni civili, religiose e germana certificazione.

E ancora oggi, nonostante siano trascorsi quattro decenni, quanti continuano a perpetrare e diffondere menzogne per rifiutare cultura locale come se nulla fosse accaduto e, tenere le nuove generazioni ben lontane da nuove e rinnovate ricerche in Terra di Sofia.

Tornando al racconto di pena, va rilevato che il maggio successivo fu l’inizio di una Nuova Opportunità Partenopea, per il giovane ricercatore e, questa volta, di valore inestimabile, nonostante le vicende germane diventassero sempre più nere e non certo costruttive di abbracci come avrebbero dovuto essere.

Il camminare culturalmente divenne più intrepido ma, senza distrazione alcuna verso la meta, continuò con non pochi sacrifici e pene, ma una volta raggiunta la meta, si viene premiato con il tiolo accademico, tra i più nobili partenopei, ovvero, “caparbietà senza mai smettere di credere al titolo di se stesso con lode”.

E dopo un tirocinio durato circa un ventennio, precisamente diciotto anni, sempre con mira la professione dell’ARCHITETTO, il 20 ottobre del 2004 un nuovo protocollo, certificato e titolato di memoria Arbëreşë, ha così ufficialmente avuto inizio con certificazione.

In tutto un nuovo studio veniva posto in essere, in componimenti architettonici, urbanistici supportati da una nuova professionalità sino ad allora ignota, la stessa che oggi fa temere ogni genere di cultore, comunemente formato, gli stessi che dicono di sapere, ma ignorano ogni cosa dei temi che non siano idiomatici, di specifici protocolli, confronto, le cose e le figure Arbëreşë sino al 204 hanno ignorato.

Allo scopo sono state poste in essere nuovi concetti con argomento l’Idioma, con mira di Consuetudini Costumi e sviluppo dell’edificato locale, mai portati alla ribalta, con misura perché ritenuti, a torto, simili a quelli indigeni e, fuori dai protocolli linguistici della moderna Albania o Albanistica dirsi voglia.

La stessa che vive ancora oggi è diventata, transumanza linguistica Albanese, in tutto, componimenti inadatti secondo cognizioni senza nessuna ricerca storica di senso riferito, in adunanza pubblica.

Una nuova era di componimenti in diplomatiche culturali, che porteranno l’esempio di Terra Sofiota, nei palcoscenici per la difesa dei paesi Arbëreşë, comunemente paragonati a semplici “News Town”.

Vero resta il dato che nelle discussioni con alti livelli politici e legali governativi, il vecchio laureato, sortisce vittorioso nel 2014 e, da allora niente e nessuno ha preparazione culturale per potersi misurare, a questo contribuisce in favore degli Arbëreşë.

Anche se penosamente in difficoltà, il 29 giugno del 2020 impedirono di partecipare al vecchio saggio laureato, perché non avevano risorse per l’ammontare di 63, 00€, (sessanta tre euro), per ospitarlo, nonostante era già preferito dagli organi regionali come: “direttore artistico di un finanziamenti di scopo”.

Lui, caparbio e colmo di memoria storica, non smetterà mai di pensare e progettare cose che un giorno saranno realizzate, daranno a questi luoghi, il più idoneo rilancio, lo stesso che va ben oltre il dipingere prospettive senza alcuna radice locale o deporre componimenti lapidei nei Vutti storici locali.

L’entusiasmo è tale ed elevato, al punto che i direttori locali, fano politica nel buio più degenerare, secondo un antico progetto, sin anche contro una concepita bimba mai nata e, ostinatamente dopo decenni di trascorsi in pena abbiano sottratto al nero locale due cose buone, le stesse che ancora non sa di aver perso per sua colpa.

Nonostante tutti questi malefici diretti verso chi si prodiga per superare le difficoltà storiche degli Arbëreşë, la caparbietà come quella del titolo non degenera e lotta per elevare gli ambiti di Terra e dei suoi agri, tanto da divenire protocollo da imitare da tutti i conduttori della regione storica e della capitale Napoli.

Il protocollo di studio condotto prende spunto degli studi comparati di Pasquale Baffi, portati a buon fine e stampati nel 1765, la cui impronta ha ispirato e suggerito il protocollo da eseguito dalla fine degli anni ottanta del secolo sorso dal vecchio Laureato di Terra.

Infatti grazie alle comparazioni sociali, di genio dei protocolli architettonici e urbanistici, diffusamente applicati, si è giunti ad ottenere il risultato, più avanti esposto più in dettaglio.

E grazie all’affiancamento e la sovrapposizione digitale dei modelli cartografici, delle varie epoche, è stato possibile risalire alla tipizzazione dei Katundë Arbëreşë, che non risultano essere né Borghi e né come quelli dei limitrofi indigeni Civitate locali realizzati a impronta di sistemi chiusi o murati.

Quello che gli Arbëreşë, portarono negli atti di memoria ritmica, sono riconoscibili da chi è in grado di confrontarsi ascoltare e dedurre secondo le antiche consuetudini, le stesse concepite grazie all’ascolto di lingua Arbëreşë, che non è paragonabile né al moderno Albanese e né all’Albanistica di transumanza che oggi liberamente senza aspettare stagioni si diffonde, la stessa colma di Islamismi o espressi di consonanti mute.

Trattando e analizzando, argomenti architettonici e urbanistici, all’interno dei centri antichi è stato possibile estrapolare il modulo primario dell’edificato e poi attraverso le vicende telluriche e dell’economia conseguente si sono definite le crescite in direzione orizzontale, occupando gli interi lotti di Iunctura pertinenziale e, poi in forme verticali, con il piano terra adibito a deposito, il primo piano di residenza sormontato da tetto multi falda con sottotetto pertinenziale di mitigazione degli eventi estivi e invernali.

L’indagine di studio prende avvio dalle vicende storiche che coinvolgono la Calabria ai tempi della Sibari Fannullona, continuano con le vicende della terminazione della Diocesi di Thurio, a cui fanno seguito i termini per la difesa tra Bizantine e Longobarde, continuano con i Fortilizi della Grancia Cistercense.

Questi ultimi allocati a misura di giornata per valorizzare i cunei agrari con credenza Latina, tuttavia la vera svolta territoriale nelle pertinenze Giordane della Calabria si concretizza con l’arrivo delle Famiglie legate alla Iunctura Arbëreşë di promessa data, sino ai nostri giorni, con il continuo riverberare, di una parlata che riecheggia in questi ambiti, da sei secoli circa e costruisce cose secondo la consuetudine più antica del vecchio continente.

Ed è proprio la tendenza culturale di sostenere e valorizzare esclusivamente questa parlata che, ha distratto i grandi canali culturali.

Figure culturali secondarie hanno preso piede con testi miscele letterarie ad impronta di Dante, Petrarca e Boccaccio, immaginando di dare solidità a una cultura parlata che doveva essere indagata con più elementi culturali, come genio credenza, scienza e fenomeni sociali.

Una deriva che oggi ha come emblema le transumanze che da est verso ovest e viceversa, sporcano i cieli e le acque del fiume mediterraneo che li imparziale mantiene i suoi abbracci e le irrequietezze delle rive sempre più basite.

L’osservare i tanti intrecci di deriva rinforza sempre di più la teoria del Vecchio Laureato, imperterrito continua la sua china, dando risposte certe a quanti dopo Convegni, Incontri e Confronto di acculturazione tornano con la mente disturbata, per le irripetibili teorie senza alcun fondamento di radice Arbëreşë.

Il grande vecchio Laureato vi attende a Napoli, sempre pronto a rispondere a ogni cosa, senza citare i meno adatti cultori, come supporto, senza avere spunto dagli editoriali dai locali inesperti che scavano con la speranza di trovare, Cani, Lupi, Cavalli Capre o emblemi da esporre a conferma di una storia mai esistite fatta di islamica radice.

Questi prodi erranti senza Orecchio, Cuore e Memoria è bene che rammendino che La Regione Storica Diffusa Sostenuta dagli Arbëreşë è una sola e indivisibile, e si mantiene storica mente grazie al quadrangolare delle “V” perché gli altri apparati proposti senza cognizione sono “reflui di lavinai culturali” che dal Surdo e il Settimo dopo aver intercettato il Crati, inquinano le terre di valle della “Terra Giordana” dove resiste la memoria dello Jonio; naturalmente quello attraversata e vissuto con dignitose regole Arbëreşë.

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UN ARBËREŞË NON LEGGERE NON SCRIVE PERCHÈ RICORDA E RIMA (ghjieghëni Shanasin parë sat gàpni sitë e bëni mbëkàtë)

UN ARBËREŞË NON LEGGERE NON SCRIVE PERCHÈ RICORDA E RIMA (ghjieghëni Shanasin parë sat gàpni sitë e bëni mbëkàtë)

Posted on 02 luglio 2024 by admin

GenerazioniNAPOLI (Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Per millenni gli Arbëreşë hanno trasmesso le proprie conoscenze con il solo strumento della voce e, le informazioni passavano di bocca in bocca, titolando il corpo umano e gli atti naturali per il suo sostentamento.

I generi che ancor oggi come un tempo hanno quale consuetudine primaria la cultura orale, senza alcun adempimento scritto grafico, non possiedono ne documenti, e ne grafiti di memoria, ma ha solo le cose locali riferite in base ai trascorsi storici e di quelli portati nel cuore e nella mente dalle terre prime parallela.

Essi sanno solo ciò che ricordano e per ricordare hanno bisogno di formule come ausili mnemonici, per questo ancora oggi in epoca globale hanno una relazione stretta con le paro­le profondamente diversa rispetto agli altri generi che fanno uso di sperimentazioni nuove.

Resta il dato fondamentale, ovvero, che un Arbëreşë usa l’apparato uditivo per ascoltare e non quello visivo per leggere. Tra i suoi sensi l’orecchio sarà quello considerato più importante, perché esso vive all’interno di una cultura in cui non esistono né testi scritti a mano né stampe o grafiti di memoria che non fanno parte del protocollo, infatti, il sapere è organizzato in modo tale da poter essere facilmente mandato a memoria.

In questa cultura del parlato, ogni cosa si traduce la conoscenza in pensiero o memoria dirsi voglia, espressa ciclicamente all’interno di moduli bilanciati di specifici contenuti ritmici e, per questo, deve strutturarsi in ripeti­zioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in epiteti ed espres­sioni formulaiche, in tutto, temi semplici in forma di proverbi costantemente uditi e rammentati con facilità da una generazione all’altra.

Essi così diventano contenuto formu­lato e ritmico per un facile apprendimento e ricordo, in altre for­me a funzione mnemonica, di pensiero intrecciato ai sistemi di memoria, che determinano anche l’unità del significato.

Nelle culture orali primarie, dunque, i pensieri devono essere espressi in versi o in una prosa ritmica, in quanto il ritmo aiuta la memoria anche da un punto di vista fisiologico, determinando l’unitario legame fra ritmi orali, un insieme fatto di pro­cesso respiratorio, i gesti della simmetria del corpo uma­no nelle antiche parafrasi aramaiche, greche e dell’ebraico.

Si racconta che questa usanza è stata utilizzata in tutte le antiche civiltà del vecchio continente, conoscessero a memoria nella loro interezza.

Tutte queste civiltà come gli Arbëreşë fanno ancora oggi passa­no la vita «ruminando», meditando cioè in continuazione, brani, ma tali incredibili performance mnemonica resta possibile anche dal fatto che i testi sacri si ripetono nei perimetri di credenza e sino a pochi decenni addietro come da secoli in esclusiva forma orale.

Chi di noi non ricorda i nostri genitori frequentatori assidui delle chiese Bizantine rispondere al parroco con rime ritmiche in lingua Greca conoscendone il solo esclusivo valore di credenza.

Tutto diventava un racconto ritmato, strutturato in modo da essere facilmen­te memorizzabile e, questa caratteristica si sono perdute con le traduzioni nelle lingue moderne a seguito delle disposizioni Vaticane degli anni settanta.

Nelle culture orali primarie il sapere finisce con l’essere trasmes­so attraverso formule, frasi fatte, proverbi, massime, in breve fi­nisce con l’essere un sapere veicolato in espressioni verbali es­senziali o, per meglio dire, quinte essenziali.

Frasi, proverbi e mas­sime del tipo «Rosso di sera bel tempo si spera», «Divide et im­pera», «Sbagliare è umano perdonare è divino», «Il lupo perde il pelo, ma non il vizio», «Buona è la mestizia più del riso, perché un triste aspetto fa buono il cuore», tutte queste e molte altre in Arbëreşë sono facilmente reperi­bili nei racconti o il fraseggiare delle Gjitonie, in tutto gli ambiti vissuti dove la memoria non termina mai, perché ambito di cultura orale dove nulla si propone come occasione, ma radice del consuetudinario locale più intimo che forma sostanza di pensiero, per il quale diventa ogni cosa pensiero mnemonico, poiché la radice che segna e da tempo al parlato ereditato.

Nelle culture orali primordiali, la memoria occupa un ruo­lo centrale tra i poteri della mente e le persone più sapienti sono quelle che posseggono una memoria solida.

La memoria diventa il custode dell’intero sapere che è sempre espresso in massime formulaiche, del resto, in una cultura orale pensare, in termini non formulaici, non mnemonici, se anche fosse possibile, sarebbe una perdita di tempo, poiché il pensiero, una volta formulato, non potrebbe più essere ricordato e sarebbe perciò conoscenza duratura, ma pensiero fuggevole.

Per questo chi nasce Arbëreşë allena la mente ad essere memoria solida un insieme di Iunctura, come lo sono le strade i vichi, porte, vicoli stretti e articolati dove l’accoglienza del viandante vale se si lega al patto di fratellanza e accoglienza.

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NAPOLI E’IL CENTRO PER LA CULTURA LA STORIA E LA SOSTENIBILITÀ DEGLI ARBËREŞË (NAPULLË HËSHËT MESÌ E THË SCUARETË I THË BËNËRATË E MBAITURATË ARBËREŞË)

NAPOLI E’IL CENTRO PER LA CULTURA LA STORIA E LA SOSTENIBILITÀ DEGLI ARBËREŞË (NAPULLË HËSHËT MESÌ E THË SCUARETË I THË BËNËRATË E MBAITURATË ARBËREŞË)

Posted on 01 luglio 2024 by admin

ladri di idee

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – A seguito di accurate indagini eseguite e portate a buon fine con progetti mirati di ricerca e approfondimento, hanno consentito il definire le cose prodotte per la resilienza della Minoranza Storica Arbëreşë.

Allo scopo è stato inequivocabilmente rilevata la fonte della saggezza per la sostenibilità elevata dalle numerose figure qui accolte, poi divenuta polvere ormai non più accettabile, con le istituzioni in seguito approdate e, senza titolo specifico, definite le partorienti, dopo circa un secolo di incertezze, la legge 482/1999 che non tutela gli Arbëreşë, ma l’Albanese.

Infatti analizzati gli argomenti della storia, degli uomini, il genio, l’intellighènzia locale partecipata emergono palesemente fatti, uomini, cose, e luoghi, con logica migliorativa.

Ed è grazie a queste attività che si riesce a costruire quel fenomeno storico di valore inestimabile, dello specifico territorio, dove prevale non la conquista con forme di guerriglia, ma attraverso cunei condivisi o atti migliorativi del benessere comune di quelle genti che oggi vivono: La Regione Storica, Diffusa e Sostenuta dagli Arbëreşë con Capitale Napoli.

Allo scopo si ritiene indispensabile allestire una Fondazione o Istituto Culturale, che ponga un freno al proliferare di questa anonima farina bianca di bosco fatuo, che offusca la mente e l’udito del parlato.

Infatti, serve sottolineare la centralità della cultura ad iniziare proprio dal lessico Arbëreşë utilizzando per lo scopo, come “Titolo Maiuscolo”, in favore di quanti giunsero dal 1471 al 1535 nel meridione italiano; la cui specifica centralità sia rilevata usando il sostantivo: “Mèsë o Mesì” e non certamente “Cènderë o Chienderë, dirsi voglia, che risulta essere libera opera delle adolescenti in opre di ricamo o tomboli con ami di libero arbitrio”.

Le vicende che definiscono e sanciscono la storia degli Arbëreşë, vanno coltivate attraverso le cose lasciate germogliare a misura del sentito, dato che essi sono, e su questo non vi è dubbio alcuno, una minoranza che si sostiene con valori identitari del parlato, ascoltando chi ti cresce, non secondo visione oculare di lettura.

Allo scopo va menzionato il ricercatore, unica eccellenza della lingua parlata degli Arbëreşë, Pasquale Baffi, il quale è stato l’emblema figurato, del parlato. tendenzialmente incline a scaraventare calamai e libri, il primo usato per scrivere, il secondo per leggere, contro il mentore che voleva dare lezioni di cose scritte male e lette peggio.  

Prova ne sono le gesta di Domenico, che ereditato da un suo avo prete, una corposa biblioteca di testi greci e latini, non sapendo egli leggere e scrivere, li utilizzava il mattino presto, per innescare il fondamentale fuoco del camino, per lui più utile di ogni cosa, evitando subito di patire il freddo, nel tempo della giornata colma del suo sentire al caldo del focolare materno.

Ciò nonostante, alcuni anzi troppi emeriti, dei trascorsi di ricerca, fanno uso ostinato per cercare metodi e cose da legge, composti da uno o più partecipanti, e nonostante siano firmati esclusivamente con, decima analfabeta, denotando senza alcun dubbio la radice storica Arbëreşë e, quindi, “atto non valido”.

Titolare i centri abitati diffusi realizzati in iunctura di solidità familiare, definendoli impropriamente con il sostantivo Germanico di “Borgo”, lascia a dir poco perplessi, specie per quanti conoscono l’assuntivo parlato, dove sono presenti sia il sostantivo per identificare, il costruito e sia i cunei agrari di sostentamento dei generi, ovvero: Katundë e Ka Valljetë Tònà.

Oggi si è giunti al punto di far apparire l’antica scuola Olivetara, una disposizione culturale allevata e cresciuta in favore delle incoerenze lungo la via Egnatia, nel tratto vissuto e illuminato dalla cultura Arbëreşë, poi abbandonato dal 1471e, da allora nelle disposizioni delle cupole e dei minareti di vergogna, secondo accenni di preghiera belata.

Adesso BASTA! il momento di svelare con coerenza storica, le vicende che hanno reso Napoli, la capitale della Regione Storica, Diffusa e Sostenuta dagli Arbëreşë, va rivelata non elencando capitoli platee e onciari dirsi voglia, o promettere editi realizzati da figure che non trovano agio nei loro natii presidi, si dilettano a parlare di cose lontane di cui non hanno mai avuto misura conoscenza e rispetto.

Il centro culturale analizzato in tutte le sue componenti, consente di individuare i luoghi degli eventi e, le analisi delle parti o porzioni del centro antico partenopeo, dove il vissuto di fatti, uomini e cose, nasce non per campanilismi esasperato, ma lento avanzare, segnare e formare i luoghi come qui nel centro antico di Napoli Capitale ha sempre fatto l’acqua.

La stessa che scendendo dalle colline ha delineato nelle varie epoche percorsi di vita vissuta e condivisa, facendo in modo che la capitale diventasse luogo di semina fertile, della cultura Arbëreşë dal XIV. 

Allo scopo saranno posti in evidenza luoghi, residenze, strade vichi, palazzi, porticati, orti, fontane e monumenti, dove i segni indelebili della storia, sono stati seminati per dare germoglio fruttifero.

Segnando e valorizzando i luoghi di soggiorno e confronto di Giorgi Castriota poi della moglie e nel corso dei secoli, a tutte le attività che hanno visto attori di prima linea, figure di eccellenza del cuneo culturale degli Arbëreşë, seminando Attività che dal punto di vista culturale, di scienza esatta, dell’editoria, della musica, la politico, il sociale, di fratellanza europea e  religione, svelando e certificando i letterati che sono stati in grado della prima comparazione linguistica, la stessa che dopo le vicende del 1799 si è arenata e non ha saputo più dare agio unitario o prosperità linguistica di radice.

Sono innumerevoli i segni da seguire e interpretare, nel centro antico partenopeo, dentro e fuori le mura, le stesse che aiutano a comprendere come si sono distinti, nella capitale, un numero considerevole di eccellenze Arbëreşë, le uniche e sole, che per incompetenza di studiosi moderni hanno permesso di esaltare gli ultimi, riportando concetti finemente lucidati per apparire propri e non crusca bianca di quanti li hanno, in questi ambiti, preceduti, specie nelle cose che fanno e definiscono la storia reale, vera o dirsi indivisibile.

Il dolore si sposta, nel vedere piazze e strade segnate dal sangue versato, queste quinte fanno venire voglia di afferrare la testa con rammarico, perché potrebbe non esserci un’altra visione, che faccia in modo di essere un’altra persona e non sentire la violenza subita dalla storia.

Nonostante si cerca ancora di dare un senso a tutto questo e, ancora sentirsi escluso per cose che non sono buone, in tutto rendersi conto che il velo pietoso non è di trama tessile che pur se bianca è come farina, la stessa che fa dimenticare alla percezione del sangue li versato inutilmente da persone buone Arbëreşë.

Tutti pensano di essere al sicuro, rallentati e diretti dallo stesso veleno culturale dell’approssimazione di grano e per questo rubano agli altrui figli, le idee fatte di crusca che vale di più, cosi si illuminano innanzi alla platea distratta, pieni di vita e cultura che non gli appartiene.

Esistono luoghi nella capitale della regione storica degli Arbëreşë che nessuno conosce, tuttavia oggi è arrivato il tempo di illustrarli, onde evitare il proliferarsi di inediti inesatti imprecisi e utili solo a sopravalutare i complementari, rispetto i fondamentali.

A cosa serve al Balcano o all’Arbëreşë visitare Napoli recandosi nella via dei presepi e ingurgitare una pizza mal lievitata, quando la citta e il suo centro storico sono la patria culturale, dove sono incuneate le radici, del genio antico, di queste popolazioni che vissero la diaspora infinita.

Lo stesso che ha germogliato e reso le figure di eccellenza della regione storica e dei Balcani, il genio morale e culturale degli istituti Olivetari partenopei, lo stesso che oggi senza una ragione plausibile viene calpestato dai tacchi dei non addetti, i quali, così facendo termineranno per non alimentare o meglio annaffiare con misura le sempre fruttifere radici dell’operato Arbëreşë.

Napoli non è la citta del turismo mordi la pizza e fuggi, essa rappresenta un protocollo storico irripetibile, capace in tempi dell’isolamento, senza alcun sistema di comunicazione a realizzare con genio e intelligenza, il modello di integrazione mediterraneo che oggi la società e la politica globale non si riesce neanche ad avviare.

 In questo progetto di eccellenza inarrivabile, sia da una parte che dall’altra sono sempre presenti gli Arbëreşë, prima come pensatori, poi come dispositori e poi come attuatori; resta solo un dubbio: perché le odierne forze politiche non si recano qui a chiedere e forse trovare anche una soluzione per il malessere che oggi si lamenta come si faceva allora nella parte iniziale.

Napoli è la patria che adotta accoglie e alleva gli Arbëreşë, non sdegna questi figli adottivi, come è successo e succede in regione storica, dove non sanno e non hanno adeguato rispetto per gli illustri che qui, nella città dei partenopei hanno fatto la storia consolidando la notorietà della minoranza.

Storia per gli Arbëreşë del lessico, le discipline greche e latine, l’editoria, la religione e della scienza esatta e dei valori culturali di confronto culturale, politico e della fratellanza dei liberi pensatori, questi i più puri che la storia ricordi.

Potremmo indicare luoghi edificati o presidi dove tutto ciò è avvenuto, ma conserviamo la notizia per altro edito in allestimento.

Nonostante ciò ancora oggi si assumono gli stessi atteggiamenti verso quanti si prodigano per dare risposte, in senso mirato del consuetudinario storico di vestizione, di iunctura urbana e della toponomastica storica e, oltre a ciò come non menzionare le novelle rimate tradizionali degli odierni cultori, i quali senza formazione diffondono fatuo di candido biancore.

Gli stessi che si ostinano a enunciare e diffondere imprecisioni a dir poco elementari, privi di una minimale logica di luogo e tempo.

Come avviene per il costume tipico, l’organizzazione museale e le trame delle figure seconde diffuse dai campanili utilizzati come minareti mussulmani, per elogiare cupole delle corti persiane, ma questo è tutto inutile, perché basta uno formato a far tremare dipartimenti e capitani di ventura, li insediati per dare agio alla china identitaria ormai in fase terminale, in attesa di vegetale conviviale.

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