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IL TEMPO DI TRE GENERAZIONI HA COMPROMESSO LA SOTENIBILITÀ ARBËRESHË

IL TEMPO DI TRE GENERAZIONI HA COMPROMESSO LA SOTENIBILITÀ ARBËRESHË

Posted on 27 marzo 2021 by admin

CatturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – A seguito di un’indagine dello stato della sostenibilità, all’interno della regione storica arbëreshë, secondo le risultanze delle ultime tre generazioni, è emerso palesemente un quadro a dir poco allarmante.

Se accenniamo il dato che sino all’alba del settimo decennio del secolo appena trascorso, le generazioni crescevano pensando e dialogando secondo l’ereditato idioma attingendo dei propri genitori, cosa che non avviene più da diversi decenni.

E se solo dopo aver raggiunta l‘età scolare, si aveva la prima infarinatura in forma di dialogo e lettura della lingua italiana, adesso impera senza soluzione di continuità il calabrese diffuso, in espressione delle macro aree dei Kastrum di appartenenza marcatele.

Questo è il quadro a dir poco preoccupante, visto il gran numero di “devastatori culturali certificati e approvati” che divulgano, oltre modo, notizie della stessa matrice indigene,  privi dei minimali requisiti formativi  in diverse discipline, proponendo stereotipi senza fondamento e senso.

Che cosa sia avvenuto dagli anni settanta in avanti, sino ai giorni nostri, è un fenomeno da studiare, nonostante furono emanati leggi di tutela, risorse e componimenti per evitare l’inattesa deriva.

Quest’ultima ha prodotto una breccia incolmabile, a cui si può correre ai ripari solo producendo, stati di fatto su certezze storiche.

Per rievocare ogni cosa, richiede una larga e diffusa trattazione multi disciplinare, che in questo breve saranno accennati in forma palese e indelebile.

Se torniamo indietro con la memoria e ricordiamo tutti i buoni propositi, per i quali furono istituiti numerosi dipartimenti, leggi e istituti, con l’impegno di tutelare e sostenere gli elementi caratteristici delle minoranze storiche italiane, la cui direttiva attingeva dagli articoli tre, sei e nove della Costituzione Italiana.

Vero è che nel tempo di tre generazioni è stato smarrito ogni forma di interesse verso la storia degli ambiti costruiti, la lettura dell’architettura secondo i canoni “ARBËRESHË”, della lingua.  la  metrica, oltre  gli aspetti religiosi, che nel tempo di una benedizione, si cambiavano vesti, riti e  imprestavano asce, chiodi e martelli per distruggere statue e affiggere icone.

Tutto era depositato sotto un pietoso velo grigio, lo stesso che innesca processi di confusione alle chiare prospettive ereditate oralmente dai nostri genitori.

Sono state proprio le anomale figure battezzate dagli articoli 3 – 6 – 9 della Costituzione ad innalzarsi come guide del sapere e smarrire ogni riferimento al fine di  allevare le tre generazioni citate, abbandonate nell’odierna deriva culturale.

L’errore, commesso da istituti istituzioni e ogni sorta di privato cittadino, armato di buone intenzioni, è stato in non aver mai avuto elementi idonei a realizzare una base culturale adeguata a sostenere il prezioso protocollo identitario.

Se in qualche disciplina sia transitato un velo di cultura, l’esaltazione, cattiva consigliera ha terminato con l’invadere  altri campi di ricerca più complessi,  rendendo così  paludi  le arche colme di significato che finirono per essere idonei siti per le Anofele.

Per evitare cattivi intendimenti, parliamo del costruito storico e i valori materiali immateriali in forma sociale addomesticati e costruiti secondo precisi protocolli, entro cui sono stati depositati,  all’interno del costruito che negli spazi antistanti consuetudini, antiche di matrice religiosa e pagana.

Vero è che ancora negli anni novanta del secolo scorso, gli studiosi locali e di ambito, ritenevano il costruito storico, come prestito indigeno, non degni di nota o di essere studiati, contemplati o  considerati tema di analisi e studiato.

Intanto accadeva, nel mentre si decideva se erano icone o statue, da venerare, di presentare racconti di fratellanza per battaglie, processioni per fiere dove a primeggiare era il vino, genitori appellati come compagni, oltre  a riferire di metrica canora di genere, in forma di balli di battaglie vinte, perché sostenuti da generi, in attesa di ballare.

Sono questi gli avvenimenti, senza alcuna senso storico, a determinare le pericolose derive, attraverso le quali sono state rese irriconoscibili le cose del protocollo arbëreshë, oggi stese al sole, in sofferenza e scambiate come indigene o di matrice turca.

Se volessimo puntualizzare solo uno di questi argomenti, come non citare della storica nuvola sociale, relegata al mero affaccio dell’uscio delle case, disposti in forma circolare o linearmente su slarghi o strade, come se altri popoli o altre comunità, l’uscio delle case usavano disporlo verso luoghi senza transito, montagne inaccessibili o precipizi.

Questo e molto altro ancora è stato certificato, da un numero di addetti senza titolo, come adempimento attinti dagli indigene, ritenendo,  gli arbëreshë un popolo che viveva  in capanne disposte in ordine circolare, come gli indiani delle Americhe.

Di questi protocolli esistono cospicue trattazioni, in cui si evidenziano forme e dimensioni, mentre nelle planimetrie storiche appaiono, in forme pressoché rettangolari o addirittura triangolari secondo un misterioso trittico urbanistico, importato dalla terra di origine, in tutto un’orgia di alchimie demoniache.

Un quadro per nulla edificante, in cui primeggiano: giullari impazziti, fumosi alchimisti, spose solitarie, pronte a promettere piaceri circolari, per poi terminare in colorite espressioni d’ignote latitudini.

Se a tutto questo, aggiungiamo le gratuite note a cielo aperto di un’estate mai verde, non sostenibile, la di cui conseguenza più ovvia incute energie e risorse negative che ogni giorno compromette la solidità armonica dei “cinque sensi arbëreshë”.

Tutto questo costringe le nuove generazioni, della minoranza storica a sorbire scenari indegni e poco utili al punto tale che neanche il sommo poeta, nella peggiore delle sue tappe, sarebbe stato in grado immaginare.

Dipartimenti istituzioni di ogni ordine e grado, hanno per questo dato avvio a una stonata sinfonia di tutela cavlcando aspetti mobili e immobili, manipolandone a la metrica armonia tra ambiente naturale e uomo, perché suonavano senza rendersi conto che ancora mancava il maestro per dirigere.

Questo è l’errore fondamentale che segna le ultime tre generazioni, le quali hanno immaginato che fare parte della grande famiglia di suonatori, la “regione storica arbëreshë”senza un maestro potevano suonare musica.

Purtroppo questa usanza anomala, specie per chi non ha suonato mai musica come gli arbëreshë, attende che dalla cabina di regia sorga il sole e adombri, i noti saccenti, seguiti dalla innumerevole pletora di servitori inginocchiati.

Allo stato delle cose servono sette saggi, uno per ogni disciplina, al fine di rendere omogenea ogni cosa giusta e attinente con i luoghi vissuti dagli uomini della regione storica, senza dover attingere dalle cose Francofone, Germaniche, Latine, Grecaniche e di ogni altro popolo che non sia riferibile al Kanuniano protocollo, tramandato oralmente.

Gli arbëreshë vivono una stagione assurda, che non ha precedenti nella storia di nessun altro popolo, in quanto, ogni alchimista imita Laurent de Lavoisier, ogni bidello emulare Torelli, credersi Enrico Berti, progettare come Quaroni, tutelare come de Felice, in tutto un esercito di figure che pur di apparire spara basso, immaginando che mirare alle gambe, produca meno danno che sparare dritto al cuore della regione storica.

Nel corso di Composizione Architettonica tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso, un noto professore, mio maestro, prendeva ispirazione per le sue opere, dal pittore Russo Vasilij Vasil’evič Kandinskij, ciò nonostante nessuna delle sue opere realizzate in Italia; sono tante e famose al giorno d’oggi nessuna porta il nome dell’ispitatore pittore Russo.

Questo vale anche per quando si dice del modello sociale Kanuniano denominato gjitonia, perché, invece di comprenderne il significato, la radice e il valore sociale, al fine di dare univoca esposizione , negli anni settanta del secolo scorso, si è preferito copiare il tema dalla compagna di banco, Lidia da Bari, sostituendo al soggetto del suo tema “Gjitonia” con  “Vicinato”.

Ormai le cesta che porta l’asino, dal  saggio padrone, sono: sono tornate a casa una colmo di errori senza senso; l‘altra con certezze di quanti in forma privata fanno coltura di qualità.

Quanto prima l’asino solitario giungerà alla meta e non servirà a nulla isolare gli autori del cesto la storia non fa sconti perché è lenta e imperterrita, a breve si confronteranno i contenuti; a tal proposito valga l’esempio di Fabio G., noto cantante arbëreshë, al quale durante la processione di Sant’Atanasio del due di Maggio del 2003 venne chiesto: ma a scuola quando la tua generazione frequentavi le lezioni di “Alberese” , quelle realizzate dalle istituzioni, quale beneficio ti hanno fornito:  rispose secco: Thanà nengh fijsinë si më fieth Nana; u jiam arbëreshë.

Per terminare questo breve, si ritiene sia doveroso rilevare quali siano le cose degli arbëreshë, avendo consapevolezza di non poterle tutelare solamente perché si fanno convergere  aspetti di q minoranza nella miscela alchemica dell’idioma con accenni Arbëreshë è valenze Albanese condite per la parte mancante di macinati latini e greci; altrimenti si torna indietro nel tempo all’epoca del 1835, con Torelli che redarguisce e fa tornare  il figlio del mugnaio a casa, con il macinato era anomalo.

Non basta credere di essere, bisogna saper fare l’arte dell’architetto, l’urbanista, l’antropologo, il sociologo, il ricercatore per  sommare le cose della storia e degli uomini,  per innalzarli  certi di non distruggerli.

Cosa diversa è l’apparire per moda,  sostenuta dalla luce e dal vento della natura, che per  funzione, sono in continua mutazione.

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LA RISIGNIFICAZIONE ARBËRESHË NON È UN BELVEDERE një i bënur i rij, nëngë ësht dëritsor i motitë

LA RISIGNIFICAZIONE ARBËRESHË NON È UN BELVEDERE një i bënur i rij, nëngë ësht dëritsor i motitë

Posted on 23 marzo 2021 by admin

RicollocazioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – I centri antichi di origine arbëreshë, per le note caratteristiche distintive hanno subito, senza soluzione di continuità, in forma di demolizioni, sostituzioni e risignificazione, in sostanziali porzioni dell’abitato costruito o addomesticato.

Allo stesso modo e senza alcuna tutela, sono stati sottoposti a ogni genere di colorita angheria culturale, cento e nove ambiti costruiti, che diffusamente disegnano la regione Storica, in modo indelebile dal XIII secolo.

Comprendere come abbiano potuto, i detti Stati Generali di Tutela, rimanere imperterriti nel vedere violato il loro ideale di tutela, non è dato a sapersi; tuttavia resta un mistero, il dato secondo cui, nel mentre si prodigavano ad annotare espedienti di ogni genere, le quinte e la terra che li sosteneva e li avvolgeva, spariva dall’orizzonte percettivo.

Il culmine è stato raggiunto, quando mentre i medesimi stati, s’impegnavano a produrre foto e compilare esperimenti grammaticali, le istituzioni, dismettevano un’intero centro antico, di inestimabile valore urbanistico e architettonico, perché gli abusi edilizi moderni realizzati senza controllo, non avevano trovato la misura di equilibrio con l’ambiente naturale.

È vero che questo è stato un singolo episodio, ma comunque tutti gli altri cento e otto rimanenti, subivano angherie generalizzate come ad esempio, la densità del centro e il peculiare rapporto con l’orografia, che ne impediva la rotabilità veicolare, attuando per lo scopo, gli operatori locali, demolizioni e ricostruzioni, delle genuine quinte storiche, abbarbicate ancora al valore storico, dei poco noti  sheshi.

Nella transizione che va dal loro innalzamento sino all’unità d’Italia, i katundë di origine arbëreshë, come gli altri indigeni,  seguono una crescita in linea con le esigenze e le direttive di esperienza, a diretto contatto con l’ambiente naturale, basati su una temeraria e duratura economia agro silvo pastorale, che terminava la sua filiera breve, proprio all’interno del centro antico.

La deriva abitativa ha avuto inizio dagli anni cinquanta del secolo scorso, per rispondere alle richiesta di manodopera delle industrie del nord Italia e dell’Europa.

Ha inizio così lo spopolamento delle generazioni più giovani e attive, le quali come ricompensa, inviavano risorse economiche ai loro cari, avviando così il processo di decadimento del valore architettonico del genius loci.

Notoriamente anche se organizzati secondo peculiarità di macro area, oggi sono impropriamente appellati Borghi, ma questo è il minore dei mali, infatti, dagli anni settanta del secolo scorso è stata messa a nudo una piaga ancor peggiore; essa consiste nel aver adoperato strategie di abbellimento architettonico e strutturale a dir poco elementari, i cui esecutori si possono individuare sia negli uffici preposti, dediti al controllo e il rispetto delle normative, ma più di ogni altra cosa è stata la poca professionalità degli esecutori, in forma di pensiero ed esecuzione, i cui sottoposti manovali, venivano imprestati dall’agricoltura, che in estate riposa.

Strada dopo strada e casa dopo casa, è stata messa in mostra la peggiore strategia per intervenire all’interno o ai margini dell’edificato della centro antico.

Se tutela deva esse, certamente non lo è stata, giacché ha prevalso la risignificazione degli oggetti d’intervento a fini  globalizzati, dove ha prevalso la regola che tutto era da abbellire e tutto poteva essere stravolto o sin anche demolito per rilanciarne, l’uso in forma moderna.

Se il centro antico su cui si vuole intervenire per ricollocarlo secondo un preciso itinerario storico e turistico dell’era moderna, è opportuno indagare lo stato dei luoghi, del territorio, le sue peculiarità, il suo aspetto, l’architettura e la scienza d’equilibri all’interno degli scesci; labirinti fatti di prodotti di natura locale e costruito, capaci a difendersi, nel confronto con il territorio limitrofo, gli uomini e la natura.

Tutto questo non si può accomunare in una sola parola, ma differenziare ogni cosa secondo le epoche, le esigenze sociali di chi li ha innalzati a fini e scopi precisi, secondo un precisa esigenza locale su base sociale, non globalizzato, ma peculiarità esclusiva del luogo.

Un borgo ha la sua storia in Germania, in Francia e nei paesi a nord dell’Europa dove sorsero per esigenze dissimili, da quelle della lingua di terra che si stende nel bacino del mediterraneo; è qui che  sorsero Castrum, Casali, Motte, Villaggi, Frazioni, Terre, Vichi, Poggi, Oppidum, Civitas, Vichi e molti altri componimenti urbani ancora, tutto secondo una precisa espressione di tempo, di luogo, di economia e politica territoriale, ben intrecciata con il territorio.

Allo stato delle cose per rilevare descrivere e pianificare il futuro sostenibile per i centri antiche delle colline italiane, bisogna tornare con i piedi per terra, anzi direi che andrebbero appoggiati nelle traversa dei bachi di scuola per renderli solidi e stabili, al fine di rimanere composti, come dicevano i nostri vecchi professori, per poter leggere attentamente e con profitto quanto di storico si acquisiva leggendo.

Quanti hanno seguito quei consigli oggi sanno distingue gli agglomerati da recuperare perché sanno riconoscerli e collocarli nel giusto itinerario della storia, perché buoni tecnici osservatori.

Quanti  hanno di fatto, preferito restare scomposti,  fanno i giullari, motivo per il quale, si occupano del territorio, di recupero, di consolidamento e  del costruito storico,  fa per  spettacolarizzare, o creare boschi impropri o accanimenti impropri verso in costruito storico.

Sono pochi gli addetti di buon gusto e auspicio che sentono di essere  parte di un processo di sostenibilità, per questo restano  composti e con i piedi saldamente a terra, sapendo che così facendo, rendono più sicuro l’equilibrio della storia,  secondo  regole che rispettano natura, uomo e architettura .

L’edificato del centro antico, non è soltanto la casa da cui affacciarsi all’interno del labirinto “sheshi”, in quanto, essa stessa è artificio di quella quinta e di quel preciso e identificato costruito.

L’insieme del costruito storico nasce per ospitare tare contadine/operai quando furono edificati, nobili/borghesi in seguito, per terminare oggi ad essere il vanto della proto industria locale e memoria storica dello scesci.

I centri antichi si possono leggere in diverse forme di abbandono e decadenza, in tutto ambito di residenza fittizia per proprietari che, nella migliore delle ipotesi, ne cedono i locali  o vi dimorano pur con notevoli spese, perché residenti  in luoghi più a contatto con i servizi.

L’architettura storica, in cui il mantenimento delle caratteristiche estetiche è considerato con sempre crescente accanimento terapeutico, assurge oggi a ruolo di teca espositiva o, nei casi più gravi, si è vista compromessa ogni dignità di esistenza o rapporto con la storia.

Essa viene lasciata al degrado più assoluto perché non rientra nei piani di bilancio economico del comune o della regione, le stesse che a ogni tornata elettorale la promuove come riscatto dell’identità da recuperare, per poi allo stato dei fatti, finiscono imperterriti per incutere ancor di più decadenza formale estetica e materica; un quadro d’insieme decadente a favore  dell’ambiente naturale che giorno dopo giorno avanza e copre o cancella ogni segno e forma, opera degli uomini.

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UN PAESE ARBËRESHË (Një katundë arbëreshë)

UN PAESE ARBËRESHË (Një katundë arbëreshë)

Posted on 20 marzo 2021 by admin

indemoniatiNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Comunemente si contano e si dice che i paesi arbëreshë siano poco più di una quarantina in tutta Italia, ma questo non è vero, infatti senza avere cognizione alcuna, di cosa siano e rappresentino dal punto di vista del genius loci, al percorso caratteristico di piattaforma urbanistica, in senso di agglomerato diffuso o città aperta, si preferisce restringe la conta, rispetto a  numeri effettivi, molto più consistenti.

A tal proposito si ritiene che nulla di più errato sia stato diffuso sulla storia degli arbëreshë, da quanti hanno preferito il mono tema idiomatico per la rileva, seguendo teorie vetuste, replicate incoscientemente da quanti non ebbero cultura verso aspetti antropologici, sociali, economici, dell’architettura minore e della storia.

Un paese arbëreshë nasce perché un luogo sicuro, dove le originari genti depositarono tutti gli elementi caratterizzanti la loro storia, ambiti paralleli dove territorio uomo e natura trovano il giusto equilibri per continuare a convivere nel mutuo rispetto e crescere secondo riti e consuetudini antiche, le stesse che non temo il tempo o gli indigeni con cui si confrontano, nel reciproco rispetto, sostenibile, dei propri patrimoni identitari.

Da quando è stato avviato  un nuovo stato di fatto analitico, in tal senso, è stato possibile determinare, migrazioni, allocamenti e modelli urbani realizzati, dagli esuli provenienti dai Balcani, in un arco temporale, che conta, poco meno di un secolo, eccezioni a parte.

Nel passato sono state numerose le figure che imperterrite seguono con ostinazione, l’inadatta semina di ricerca o di analisi storica, senza mai confrontarsi con altre discipline, perché devono  difendere concetti, illustrando atti e carte di radice notarile, in loro discolpa, come se ogni episodio della vita delle genti arbëreshë, erano certificati non  dove sono avvenuti i fatti, ma a Barcellona, Berlino, Napoli, Madrid, Venezia, Parigi, Valentia, Lamezia Terme in inverno e Catanzaro Lido in estate.

Vero è che quando si tratta o si disquisisce di minoranza storica e degli ambiti attraversati, vissuti e costruiti da arbëreshë in modo particolare, non si può e non si deve prescindere dai processi d’insediamento, residenza e resilienza, delegando ogni cosa esclusivamente a quanti  provarono a scrivere grammatiche dell’Albania da quando è moderna.

Ridurre gli atti e le vicende della minoranza arbëreshë, nota come l’unica del vecchio continente a sostenere la propria storia attraverso  idiomatica metrica canora , consuetudine e il credo greco bizantino, all’esclusivo studio dell’idioma, delegando la raccolta nelle città degli atti al altre figure è riduttivo.

Questo atteggiamento alla luce dei fatti e delle risultanze non trova spiegazione in nessun manuale di ricerca, perché esclude le forme di arte ingegno e manualità, ritenuto sia  di poco conto, irrilevante e ininfluente, per la via della ricerca..

A tal fine è opportuno precisare che ogni centro antico, di estrazione sociale e culturale di radice arbanon, elevato tra la fine del XIII e tutto il XVI secolo, è il contenitore fisico entro cui è stata depositata l’identità e ogni sheshë, ovvero, il labirinto impenetrabile dove l’articolazione del costruito, le vie, descritte dalle case, l’articolazione di crescita urbana, definiscono la culla impenetrabile.

È qui che venne creato il vurvìnaro (purpignera) dove depositare i germogli della lingua, della consuetudine, della metrica e della religione portati dal cuore e dalla mente di ogni arbëreshë 6se6nza più temere le ire del tempo, di animali, di uomini e di avversari.

A tal fine è opportuno precisare che un “Paese Arbereshe” ( Katundë) si articola notoriamente, secondo i rioni storici, quali: la Chiesa, il Promontorio, lo Sheshi e il katundè; fulcro del centro antico di ogni agglomerato, alla luce di ciò, si può affermare che i nascono in ambiti baricentrici tre la montagna e la pianura, sempre a non meno di quattrocento metri, sul livello del mare.

I quartieri sono strategicamente allocati e identicamente allocati, tale che, all’interno dei perimetri citati, ha visione diffusa, rispetto a quanti salgono la china o scende la montagna, avendo, questi ultimi difficoltà a intercettare o vedere il luogo d’insediamento, se non quando si è giunti nelle immediate prossimità.

Da ciò il costruito dei centri antichi arbëreshë, quando in seguito diventa storia, rappresentano, un libro a cielo aperto che racconta vicende, delinea il corso della storia sociale, oltre a raccontare le conquiste, nel senso più ampio, avvenute nel corso dei secoli, nel regno di Napoli, poi Italia e oggi globali al resto del mondo.

Questi naturalmente sono aspetti che non possono essere analizzati o intercettati dall’esercito dei comunemente, che pur se muniti di volontà, notoriamente non possiedono alcun titolo e tantomeno formazione, al punto che possano connettere territorio, documenti, eventi, uomini e natura per generare una traccia completa e indivisibile degli avvenimenti.

Notoriamente gli arbanon, arbëri o arbëreshe, quando lasciarono le loro terre avevano, quale missione prioritaria, la tutela della propria radice materiale ed immateriale oltre il bagaglio di credenza, che rappresentava la forza più intima del loro essere; cosi come quanti rimasero nelle terre di origine, per difendere i confini.

Gli arbëreshë questa missione l’hanno portata a termine in maniera egregia con caparbietà e senza mai perdere la rotta, tuttavia come tutte le belle storia anche questa a un certo punto ha avuto la sua deriva di tutela per una errata visione dello stato di fatto.6

E dagli anni settanta del secolo scorso si è ritenuto classificarli come Albanesi, immaginandoli come una provincia dell’impero romano, in cui  la tutela era campo esclusivo per l’idioma, abbandonando il senso della radice, preferita usarla con esperimenti sino a renderla deperibile, divenuta oggi al pari di “solanacea dal sesso fluido “.

Questi accenni vogliono essere solo un accenno della deriva che attende di essere arginata, attraverso un’indagine più dettagliata e solida, che mira a far svanire l’errato principio secondo il quale,  un paese è arbëreshë solo perché quanti vivono, parlano l’antica lingua, abbandonando consuetudini, impianti urbanistici, architettura e il modello sociale, ritenuti il ratto scenografico perpetrato contro il vicinato latino.

Nulla di più sbagliato è stata espresso dalla mente umana in campo della storia, salvo quanti comunemente immaginano che parlare di ambiti specifici della minoranza storica e come raccontare cosa accadeva nei confinanti paesi latini o genericamente mediterranei, confondendo per questo ambiti intimi e privati dei gruppi familiari allargati kanuniani, con quelli di mutuo soccorso di commarato indigeno.

Per trovare una figura fuori dalla pletora di comunemente, bisogna attendere il millenovecento e cinquantaquattro, quando nasce nel rione, lëmi lëtirith, chi dopo qualche decennio inizierà a seminare il panico all’interno delle regione storica, perché dalle ideologie dal gregge che imitava e imita ancora oggi i fratelli Grimm.

È lui che avrà modo, con dovizia di particolari storici, a dover tracciare le storiche vicende che vedono gli arbëreshë protagonisti e  rendere merito al modello di integrazione più solido all’interno del mar mediterraneo.

La ricerca di approfondimento nasce per essere condotta non come un esperimento moderno alla ricerca di notorietà, ma semplice visione multidisciplinare dell’argomento senza l’ausilio di chitarra organetti tamburi o mandolini.

La ricerca nasce perché si è avuto la fortuna di essere stati allevati in un paese arbëreshë, affianco di storici sani della consuetudine, i quali per passione trasferivano un modo di essere all’interno degli ambiti arbëreshë degli anni sessanta del secolo scorso; li dove avevano mosso i primi passi i Bugliari, il Masci e il Baffi in Lëmi Litirit.

Formato sotto la guida del sapiente padre, che lo abituò ad ascoltare prima di operare verso ogni cosa, per toccarla solo dopo averne compreso il senso e il funzionamento, e solo doo di ciò adoperarsi a renderla funzionale.

Nozioni applicate sul campo, durante la formazione di scuola superiore, coadiuvato dalle menti storiche più eccelse del paese, entrare in case palazzi e Katoj, e diventare memoria di strade, luoghi e delle pene che gli ambiti subirono perché allestiti, alle esigenze anomale e fuori luogo della modernità.

Quando poi la carriera universitaria e lavorativa lo pose, per il suo sviluppato intuito al fianco di Quaroni, Cocchia, Bisogni, de Fez, de Felice, di Stefano, e tanti altri esperti nel campo del restauro e della valorizzazione dei beni materiali, tutto divenne più facile.

Torna con la mente e applica tutto il suo bagaglio di sapienza, multi disciplinare con titoli, inizia a dare una svolta alle gratuite divagazioni, che i comunemente senza titolo riferiscono verso gli aspetti antropologici, sociali e architettonici del costruito arbëreshë.

Sopporta persino che un comune cattedratico, porta al cospetto del suo luogo natio una dubbia figura, che prima è architetto poi ingegnere e poi né uno e né l’altro, la quale avrebbe dovuto spiegare le cose che in adolescenza hai visto crescere e vedere violate da amministratori senza coscienza passione e identità culturale

Un dato rimane fondamentale, non sui può, essere esperti arbëreshë perche si conosce la lingua e si arroga il diritto di miscelarla con le divagazioni albanesi; altrimenti si termina di creare confusione in numerose discipline, che una volta innescate intorbidiscono ogni materia che disciplina una specifica identità

Oggi viviamo una stagione peggiore di quanto si potesse immaginare di vivere e peggio di così nessuno avrebbe mai voluto vedere quegli ambiti ormai senza futuro nonostante, per sentito dire, fortemente acculturati.

La sostenibilità del complicato patrimonio che sostiene gli arbëreshë oggi è nelle mani e nelle disponibilità di acerbe figure, cresciute nel frastuono di musiche senza senso, per questo, mirano a produrre istallazioni a dir poco demenziali; esperti della storia locale che nella noia più totale si armano di valige di cartone, credono di poter essere ricercatori storici, se a questi sommiamo ogni sorta di inqualificabile personaggio, che si ciba delle nozioni, interpretate male, e ripetute come facevano i bambini a natale con le poesie oggi via etere, si ritiene sia giunto il tempo di riflettere e lasciare il campo a chi merita al più presto.

Prima si correrà ai ripari, più frammenti si possono ricollocare al loro posto, restituendo forma e significato alle inadatto vestito portato male e imposto all’antico e rigido protocollo arbëreshë.

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LE RADICI PROFONDE DELLA CULTURA ARBËRESHË

LE RADICI PROFONDE DELLA CULTURA ARBËRESHË

Posted on 14 marzo 2021 by admin

StoriaarberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Quando si affronta un tema così delicato e “profondo”, come la radice dell’identità di un determinato popolo, bisogna essere opportunamente formati e avere, un bagaglio di ricerca acquisito a seguito di un caparbio percorso di ricerca.

In tutto, esperienza storica supportata con titoli e dati dati, la cui trattazione è  professionalmente rilevata, sia nell’ambiente naturale e sia in quello del costruito, nei tempi e nei modi dei protocolli che garantiscono il giusto prosegui di quanto posta a dimora.

Non basta  vestire  colori variopinti in forma idiomatica, stringendo comunemente per mano, laceri volumi trovati in archivi e biblioteche,  per ritenersi capaci di selezionare  l’humus ideale, perché così saccenti, non si offre alle radici trapiantate nei paralleli luoghi, la giusta ossigenazione, producendo pena culturale, per i futuri germogli.

Operare o delineare la storia di minoranze storiche, si deve conoscere passato, presente per essere in grado di proiettare nel futuro le reali necessità di tutela, dei parallelismi mediterranei posti tra il 18etismo e il 42esimo parallelo,  fascia in cui la radice riconosce diffusamente il suo ambiente naturale,basta solo risalire la china collinare; non serve altro specie i noti e ripetuti  adempimenti sterili in forma culturale, come da diversi decenni  operano,  verso la sostenibilità fuori terra, della radice arbëreshë.

Per questo motivo è giunto il tempo di iniziare a dare significato alla storia degli arbëreshë, dai tempi in cui errano appellati  Arbanon o Arbëri, dalla radice pura della, famiglia allargata Kanuniana, vera è unica risorsa organizzativa, consuetudinaria, in senso di scuola di tradizioni, valori, rispetto mai tanto solidi e radicati in altri popoli del mediterraneo.

La loro notorietà germoglia quando l’impero romano era tanto esteso che la capitale fu trasferita a Costantinopoli e l’impero per difendere i suoi confini inventò i famosi gruppi militari di frontiere, tra cui brillarono nelle aree balcaniche gli Stradioti, “Soldato Contadino”.

Sono loro organizzati secondo il modello di famiglia allargata Arbanon che diventano esempio di garanzina di confine, autonomamente sostenibili e nello stesso tempo garantire remunerazioni annuali  al governo centrale.

Essi rispondevano oltre modo a due domande; la prima alla sostenibilità del gruppo familiare rendendo fertili i terreni a loro disposizione; oltre a garantire una figura all’esercito di frontiera, adeguatamente formato, armato e agile cavaliere.

Sono questi uomini che ben presto renderanno famosi gli arbëreshë, nelle strategie militari, specie a seguito della battaglia dei merli, nell’odierno Kosovo.

A seguito di questa storica battaglia  fece seguito, dopo qualche anno, la stipula dell’Ordine del Drago, un patto di mutuo soccorso per quanti non potendo, da soli, battersi contro le soverchianti forze militari turche, la cui finalità mirava a ricattare i principi Arbanon, sottraendo la discendenza maschile, per terminare la conquista, senza incutere distruzioni radicali al territorio.

Tra questi faceva parte anche il principe Giovanni Castriota, cui  sostrati i quattro figli subì l’inesorabile ricatto, sino a che, Giorgio, in più piccolo dei figli diverrà, dopo una lunga serie di avvenimenti, una spina nel fianco dei turchi.

La sua strategia di conservazione, conoscendo la potenza di fuoco dei turchi lo fece diventare l’ago della bilancia che intensificò l’esodo degli esuli albanesi nelle terre parallele del meridione, da un lato; e dall’altro dispose strategie per non sgretolare le terre degli storici governatorati.

L’esodo  sempre stato florido dalle terre dei Balcani verso l’adriatico, vide prima  Venezia protagonista , dove la richiesta in garzoni di bottega a riscatto vedeva preferire gli arbanon per il forte attaccamento ai patti stabiliti; poi in seguito nelle coste delle Marche come bonificatori eccellenti per porre a dimora il trittico mediterraneo, che ancora oggi caratterizza quelle colline.

Tuttavia, Giorgio Castriota, volgarmente denominato Scanderbeg (*), dalla battaglia di Terra Strutta nei pressi di Greci (AV) e le innumerevoli partecipazioni dirette e indirette a favore dei casati Aragonesi, gli stessi facente parte del patto di mutuo soccorso dell’Ordine del Drago, divenne lo stratega che disegnò  le arche di allocamento che diedero modo di occupare agli arbëreshë, secondo un progetto strategico studiato a tavolino, quando a Napoli fu ospite del re Aragonese.

Se escludiamo alcuni aiuti militari che i principi albanesi offrirono ai regnanti del meridione, al papato, a Venezia e le restanti insule bizantine, il vero esodo degli Arbanon verso il meridione, dal 18etismo e il 42esimo parallelo,  iniziato dopo la battaglia di Terra Strutta, intensificandosi dopo la morte dell’eroe Giorgio Castriota, nelle odierne sete regioni meridionali, secondo arche facente parte di una strategia di controllo a favore sempre degli aragonesi, poi dismessa, escludendo qualche eccezione, solo dopo l’Unità d’Italia.

La stessa strategia che vede accolta a Napoli  nel 1469 la moglie dell’eroe Arbanon e dopo qualche decenni grazie alle direttive degli esuli insediati, porre fine alla congiura dei baroni di simpatia francofona.

Questa ultima nota è la conferma che  i cento e nove paesi che si andavano innalzando, sarebbero stati una garanzia in forma militare e rimanere viva secondo il modello consuetudinari originale, una  forza che radicava la sua difesa nella  lingua parlata non scritta, impenetrabile e un credo religioso in linea, per discendenza, a quello di Roma.

 

“Sono trascorsi i venti minuti, si continua nel prossimo intervento”.

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UNA DIPLOMATICA ARBËRESHË

UNA DIPLOMATICA ARBËRESHË

Posted on 11 marzo 2021 by admin

Diplomatica

NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – È stato scritto che esistono due storie, quella, ufficiale menzognera, comunemente diffusa, insegnata e raccontata ovunque, senza remore; poi c’è la storia segreta, “quella vera”, dove si trovano le gesta di uomini, avvenimenti colmi di attività in forma di lealtà tradite, sotterfugi e fatti impronunciabili.

Quale di queste due ha determinato gli ambiti per la permanenza identitaria arbëreshë, in questo breve, sarà lo scopo che si vuole perseguire, tracciando, con cura e dovizia di particolari politici, sociali, religiosi, con padronanza linguistica, al fine di confrontare minuziosamente carte, territorio e uomini.

Una vera e propria diplomatica dei tempi moderni, come si usava fare per scoprire le menzogne dei grandi imperi, gli avvenimenti, gli uomini e le nazioni che ne ebbero i conseguenti benefici, in tutto dei vincitori, specie di quanti senza gloria e meriti, si è seduta, “sulla cattedra”, privi dei basilari concetti di come e quando utilizzare la seggiola trafugata ai giusti.

Per discutere, parlare esporre o dialogare della regione storica arbëreshë, serve consapevolezza, prima di ogni altra cosa, per smettere di appellarla, arberia, in quanto, il sostantivo non ha alcuna attinenza con gli arbëreshë perché, riferisce di una parte minimale del territorio che fu dell’Epiro nuova e dell’Epiro vecchia, ai tempi in cui la capitale dell’Impero romano era Costantinopoli e sino al XV secolo.

Un paese Arbëreshë non è semplicemente un borgo o burgensis napoletano (‘o buvarése), dove abita gente che parla, balla, fa mercato e prega secondo consuetudini diverse, regolati dall’esclusiva metrica linguistica.

A tal proposito è bene precisare che i paesi arbëreshë sono cerniera dove avviene il confronto perenne di accoglienza culture, i cui presupposti ideali per convivere trovano le radici in antichi principi culturali.

Gli stessi che esperti dipartimentali di storia antica e moderna, riferiscono che se fossero stati noti ai romani, essi ancora oggi avrebbero tenuto vivo il loro impero dismesso.

Per questo i Katundë non devono essere considerati museo, piattaforma da cui emergono idee alloctone perché poi ristorate da quanti ignorano il valore del territorio, del costruito e di ogni adempimento vivo all’interno dei centri antichi della minoranza storica.

Un Katundë rappresenta la culla del confronto culturale e il suo futuro non può essere pianificato comunemente, perché solo seguendo la retta via, dettata dalla radice sotto terra riflessa nello sviluppo esterno la rendono, tassello indispensabile del modello d’integrazione tra i più solidi e duraturi del mediterraneo.

Da ciò, ogni volta che si vuole sporcare un muro, trasformare un’abitazione, chiudere una strada, modificare finestre porte apponendo materia anodizzata, sostituire un tetto, violare la toponomastica, piantumare essenze arboree alloctone piantare campi di ulivo o coprire addirittura i corsi storici fluviali, si commette una grave violazione alla propria identità storico/culturale.

Allo scopo, per evitare che si ripetano queste libere consuetudini senza gloria e tempo, occorre un confronto genuino e civile, tra vecchie e nuove generazioni, premesso che, queste ultime ancora non certificate, abbiano ventennale padronanza linguistica, siano in possesso di titolo idonei e umiltà culturale sufficiente, per acquisire i valori da ereditare.

Un “paese arbëreshë” non è un” borgo” e quanti li chiamano per una moda senza senso, ignorano il significato di questo sostantivo, almeno nell’uso che esso aveva nelle vicende storiche di espansione nel regno di napoli dal XIV secolo in avanti.

Un “paese arbëreshë” non si gestisce con gli orientamenti politici, né con le classi comunemente dominanti o organizzate, come avviene nei modelli fallimentari che mutano le idee, secondo chine, stagioni e mode che scorrono senza lasciare memoria.

“Katundë” non a caso vuol dire “il luogo del movimento” e non è ruotare attorno a se come fine prioritario, in quanto luogo del movimento è anche la culla del confronto, dove la radice delle proprie idee rimane intatta, nonostante si apra verso forme di dialogo, ma senza mai capitolare o sopraffare il proprio patrimonio.

Un paese arbëreshë è il luogo in cui si muovono uomo e ambiente naturale; l’uomo costruisce le sue dimore per mitigare le esigenze della natura, questa risponde e offre presupposti climatici, come premio delle comune sostenibilità, gli stessi che l’antica teoria di Aristotele diceva essere la migliore crescita per i buoni popoli, rispetto ad altri non proprio mediterranei.

Un “Centro antico” arbëreshë non è “la gjitonia come il vicinato”, il quartiere, il rione, le porte che menano sulle piazze o su una storta o dritta via, non è neanche il semplice luogo dove si scambia il lievito quando arriva il tempo per panificare.

Quando si discute e si espongono le caratteristiche tipiche dei centri antichi, da con confondere con i centri storici, si tratta di gjitonia  e in queste poche righe si vuole dare una solida e sintetica definizione:essa è il luogo dei cinque sensi arbëreshë, .

Essa non è altro che un laboratorio dove si intercettano le antiche radici del gruppo familiare allargato, lo stesso che nel corso dei secoli ha migrato per imposti modelli economici e sociali: prima nel concetto di famiglia urbana; per terminare oggi, nelle settiche paludi del modello metropolitano che isola persino i conviventi.

Un “casale” arbëreshë, non ha quartieri, potendo però fare un parallelismo con i rioni che nella fattispecie arbreshe si possono per certi versi e non completamente al concetto di sheshi; insieme di strade, vicoli e larghi definiti dagli elevati edilizi dell’antico ceppo.

È  l’insieme di sheshi allocati secondo regole strategiche che definisce l’insieme urbanistico del centro antico dei Katundë arbëreshë, che ha seguito solo dopo che vennero ritrovato i caratteristici ambiti paralleli della terra di origine, realizzando i tipici sheshi, organizzati in maniera  impenetrabile vicino la chiesa, nel punto di strategico di avvistamento, nel luogo più soleggiato e quello dell’unione.

Storicamente hanno gli stessi toponimi e disposizione in tutti i paesi delle regione storica che in sette regioni meridionali sommano più di cento agglomerati, che in egual misura sfuggono nell’essere alla lettura e alla finalita per la quale furono organizzati  

Questo è solo un accenno dedicato a quanti immaginano che parlare per nome e per conto degli arbëreshë e della loro storia, basta andare a scartabellare le carte degli archivi delle diocesi che furono bizantine, per poi proporre percorsi storico identitari che lasciano in tempo che trovano, perché esse stesse sono la negazione di se stesse.

Parlare o definire le tracce storiche degli arbëreshë ha bisogno di studio, intuito, tempo e pazienza, tanto meno si può paragonare a un punto di vantaggio, segnato nella rete di un campo di calcio, dove chi grida di più è ha la bandiera da sventolare crede di essere l’unico ad aver visto la rete gonfiarsi.

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UNA STORIA AI MARGINI DEL CENTRO ANTICO (Ka Kisja Vieter)

UNA STORIA AI MARGINI DEL CENTRO ANTICO (Ka Kisja Vieter)

Posted on 05 marzo 2021 by admin

Elio Formosa 1948NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – I prodigiosi eventi in continua evoluzione, che vorrebbero valorizzare ambiti e manufatti secondo le disposizioni dei Beni Culturali, sfuggono al controllo degli organi preposti, notoriamente pronti ad accogliere le allegorie della manovalanza locale, presa in prestito dalle attività agricole, silvicole e pastorali, in tempo di maggese.

Se in Italia, i Beni Culturali iniziano a essere tutelati in Toscana nel 1571, affinando ancor di più la tutela nel 1602, obbligando la popolazione a munirsi di licenza, rilasciata da giusta commissione Ducale.

Da quell’epoca un susseguirsi di leggi si affina sino decreto lgs. n. 42/2004 per i Beni Culturali e Paesaggistici e per la prima volta si giunge a dare una definizione di bene culturale, con due provvedimenti a tal fine, rispettivamente, in materia di beni culturali e di beni paesaggistici, nel 2008.

Predisponendo leggi per ogni elemento materiale, immateriale e ambientale con specifico interesse artistico, storico, archeologico, archivistico, bibliografico, etnoantropologico, nonché un interesse quali testimonianze aventi valore di civiltà.

Tuttavia per essere riconosciuti e tutelati dalla legge sui beni culturali, devono essere dichiarati tali, con giusto atto di notifica della dichiarazione d’interesse culturale storico-artistico.

Questo iter ha seguito anche il manufatto architettonico, che segna ancora oggi, l’estremo più a nord del piccolo centro antico posto lungo la strada grande e nonostante sia stato un solido riferimento per la storia e gli uomini  vissuti e formati grazie ad esso, l’apparire a oggi del luogo lascia a dir poco amareggiati.

Un complesso considerato povero, sottovalutando e abbandonato nelle mani dei meno adatti, che in poco più di cinque decenni è stato condotto verso una china vergognosa, in quanto  è stato dilapidato sia il valore storico e architettonico, oltre l’insieme di funzioni, lasciando nella memoria locale, esclusivamente il suo identificativo toponomastico Ka Kisja Vieter, l’evidenza sottolinea  quanto  poco rispetto è stato rivolto alla fabbrica e al luogo  e al suo senso in forma generale.

La chiesa, nel IX secolo, quando fu edificata, divenne anche campo di sepoltura cristiano, dove la maggior parte della popolazione trovava il riposo eterno, nell’ipogeo, attraverso due botole, la prima allocata davanti alla porta principale e l’altra nei pressi dell’altare, in complesso sotterraneo, esclusiva di  battezzati e cittadini illustri; di contro  la  prossimità esterna verso nord fuori da costruito, era il luogo dove trovava sepoltura, il ceto medio, i forestieri, le persone uccise, i suicida, gli adulteri, i ladri , i pagani, i laici di grande santità.

Senza entrare in dettagli storici e architettonici che renderebbero la vicenda a dir poco paradossale, andrebbe quantomeno ripristinano il senso e il valore dell’insieme chiesa ipogeo e campo per il riposo, oggi fuori da ogni logica di buon senso o rispetto, sia dal punto di vista religioso e sia di quello della memoria di quanti hanno fondato e fornito le solide basi culturali e religiose della popolazione che oggi vive il centro storico.

Avere nel proprio territorio un presidio religioso, il quale, senza soluzione di continuità ha consentito di pregare secondo credenze indivisibili, senza mai perdere la direzione, del IX secolo sino a oggi, dovrebbe esse un valore aggiunto, fosse solo per il dato inconfutabile che ha visto, prima soldati bizantini e poi dal XV secolo esuli dall’Epiro vecchia ed Epiro nuova, gli Arbëreshë pregare sempre con la stessa favela e melodia.

Nonostante le ingerenze e i numerosi tentativi dei Vescovi Latini, dopo il concilio di Trento, la chiesa ha sempre elevato inni greci e arbëreshë, sempre rivolti verso la madre della chiesa di Costantinopoli.

Descrivere  oggi cosa rappresenta il complesso è complicato e molto difficile, in quanto dal punto di vista della credenza è stato persa la memoria del luogo, intatto esclusivamente il nome che lo lega alla santa madre.

Dal punto di vista architettonico non appare nulla se si esclude l‘orientamento del manufatto, il quale rimaneggiato nella totalità dei suoi elementi murali verticali orizzontali e inclinati, conserva tratti di muratura che andrebbe indagato per poi predisporre le misure idonee per la loro ricollocazione.

Planimetricamente è stato stravolto l’intero impianto distributivo, reso unico ambiente con l’abside rialzata, si può supporre che per l’economia con cui fu approntato il progetto degli anni cinquanta del secolo scorso, sotto la lamia del pavimento si conservino ancora le fondamenta e gli innesti che componevano la distribuzione in terna del sacro volume.

Allo stato dei fatti e degli avvenimenti susseguitisi oggi restituiscono un quadro desolante e adir poco irrispettoso delle cose divine e del ricordo dei morti.

L’ingresso principale ha perso la sua prospettava dalla vecchia strada grande; la gradinata di penitenza è stata chiusa lasciando il posto a un pino che impedisce al sole di segnare il tempo delle sacre funzioni, il volume ha assunto forme e dimensioni di un deposito e quello che più duole lo storico luogo del riposo è diventato capo di ulivo, una miscellanea di eccessi che non trova ne spiegazioni e ne commenti per il poco valore che si è dato allo storico presidio.

Oggi rimane solo qualche foto, le descrizioni di memoria, descrivendo il quadro in forme e allocamento degli elevati della chiesa, l’antica forma e le linee generali del suo contorno.

Avviare un ‘indagine conoscitiva del luogo e produrre un progetto finalizzato al rispetto delle carte del restauro, deve essere l’impegno di tutte le figure istituzionali e non, del centro abitato, escludendo ogni sorta di maestro d’ascia che possa ulteriormente stravolgere ancor di più un emblema storico locale che appartiene non solo ai residenti del piccolo casale arbëreshë, ma è un tassello indelebile del patrimonio dell’umanità.

P.S.    –     La foto fa parte dell’archivio fotografico del prof. Elio Formosa

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