Archive | febbraio, 2015

Protetto: PANE AL PANE e VINO AL VINO (e gharròvè?)

Posted on 25 febbraio 2015 by admin

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PER L’ARBERIA UNA NUOVA STRATEGIA!

Posted on 11 febbraio 2015 by admin

EmmanueleCIVITA (di Demetrio Emmanuele) – Preso atto dello stato fallimentare di tante idee, innumerevoli “progetti”e fiumi di inchiostro, anzi milioni di “battiture” sui tasti,prima nella mitica Olivetti e poi sui computer, occorre rimeditare, riconsiderare e, quindi, progettare una strategia semplice ed operativa per rilanciare il “problema” Arberia. Del resto noi, in assoluta modestia ma piena convinzione, non abbiamo mai creduto a ricette imposte dall’alto ed innaturali azioni didatti­ che hanno tentato di costruire la casa partendo dai tetti, e non piutto­ sto dalla base e dal vissuto. Come abbiamo sempre tentato di dire, scrivere e fare. Per quanto ci è stato possibile. Ora assistiamo inorriditi a balbettii, incertezze ed azioni scriteriate sia in ordine all’apprendimento dell’idioma arbresh e sia in ordine alla tutela e valorizzazione del vero ed autentico folklore, ridotto a degenerazioni ed a manifestazioni scimmiesche che offendono la nostra storia ed il sacro sapere del popolo( folklore = sapere di popolo). Né i vari sparuti tentativi “politici” hanno prodotto qualcosa di buono, ma solo sprechi e opere di pessima qualità. Anche perché la meritocrazia e la competenza sono state sempre trascurate e mortificati, privilegiando saccenza e presunzione. Incompetenza ed aria fritta. Partire, pertanto, dai giovani e dal popolo in modo che siano i protagonisti della nuova “rinascita” e che essi stessi siano “maestri” dei maestri, Proprio come   era proteso a far capire un illustre indimenticato pedagogista che dirigeva il glorioso Magistero di Salerno, il prof. Roberto Mazzetti, che accarezzava un sogno, una utopia come forte ed intelligente impegno e desiderio di bene comune di un risveglio sociale e culturale del Mezzogiorno con la nascita di una classe   politico­culturale proveniente dalle piaghe campane, lucane e calabresi consapevoli di possedere una ricchissima tradizione culturale ed identitaria che occorreva manifestare e valorizzare. Dagli anni ’50 del secolo scorso dalle vecchie e nuove università molti e di qualità sono gli intellettuali emersi ma, purtroppo, la maggior parte è fuggita dalla terra natia, spesso matrigna ed insensibile alla meritocrazia. C’è chi è rimasto ed ha lottato (spesso invano). Occorrono nuove intelligenze e nuove energie per intraprendere una civile lotta, pur con idee diverse che, devono arricchire l’azione volta al bene comune: culturale, sociale ed economico. Il grande sociologo, maestro polacco Zygmunt Bauman asserisce che quando due o più tradizioni si incontrano e dialogano, ne . escono tutti arricchiti. Così non ci sono sconfitti ma solo vincitori. E poi chi fonda biblioteche e musei è come costruire granai pubblici, ammassare riserve contro   l’inverno dello spirito. Perseguire solo l’utile(utilitarismo) aggiunge Nuccio Ordine, docente di chiara fama dell’UNICAL, inaridisce lo spirito, coltivare l’inutile (leggere, rendersi utile alla società) che è poi il vero senso della vita che va in direzione dell’amore per l’umanità. Il che aiuta a dare benessere materiale e morale a tutti gli esseri umani ed alla natura. Amare la Terra che è la nostra unica dimora.

Analisi ed azioni

 L’interesse verso l’Arberia va affievolendosi. E’ necessario ed urgente elaborare una strategia comune di operatività in direzione della valorizzazione della lingua e cultura arbreshe previa un’analisi socio antropologica delle comunità al fine di garantire condizioni di vita umane e dignitose a tutti i residenti con servizi socio-sanitari efficienti e sicuri Accorpare o almeno confederare tante   nostre piccole comunità al fine di facilitare i suddetti servizi impegnando tanti giovani disoccupati e desiderosi di rendersi utili alla società. Priorità assoluta assicurare condizioni di vita dignitose a tutti i residenti delle nostre comunità, nel rispetto assoluto verso gli anziani e garantire un futuro ai giovani con investimenti finanziari mirati e virtuosi nel rigetto di progetti costosi ed inutili che si risolvono in sprechi di risorse preziose che si vanificano o che addirittura impinguano le tasche dei soliti furbi.· Certo i l problema della conservazione dell’antico idioma   è importante ai fini del nostro essere arbresh. Diventa, è un problema di estrema importanza e non di facile soluzione per le permanenti divergenze sulla metodologia e sugli interventi da adottare. Noi crediamo molto elle attività del folklore e del teatro, mirati intelligentemente a fini didattici Ma possiamo chiedere   aiuto   alle personalità   della   lingua   albanese: Aleksander Xhuvani (1880-1961), Eqrem Çabej (1908-1980), Ernest Koliqi (1905-1975) linguisti di chiara fama, che hanno amato e studiato in egual misura l’Albania e l’Arberia. Il primo in una lettera indirizzata al prof. Giuseppe Schirò, professore di chimica in Albania,datata 11 aprile 1961. “Mi meraviglio e sono un pò contrariato per quanto riguarda   la lingua albanese nell’Università di Palermo. Bisogna che venga insegnata l’arbresh e non la lingua di Scutari. Classici esempi da imitare possono essere l’Ultimo Canto di Baia di Gabriele Dara e “Il Milosao” di Gerolamo De Rada( a tanti altri illustri scrittori dell’Arberia). Anche il prof. Nasho Jorgaqi non ha esitato a condividere. Il prof. E. Çabej con il materiale raccolto a Piana degli Albanesi ed altre comunità arbresh, scrisse nel 1933 la sua classica tesi di laurea. Ricordiamo ancora l’esemplare intervista al prof. Ernest Koliqi (Shejzat XVV-1972,5-6 e “Katundi Yne”n.1 0/ 1972, dove sottolinea che le comunità itala-albanesi che si dispiegano dagli Abruzzi alla Sicilia, sono circa 80, di queste quasi la metà hanno perduto la lingua, e stanno per dimenticare anche il ricordo della propria origine. Fatalmente nel convulso clima, ostile ai retaggi del passato e propenso ai radicali mutamenti dappertutto dopo la seconda guerra mondiale, anche in altre comunità arbresh si indeboliranno via via le memorie e gli impulsi ancestrali. Per quanto riguarda la metodologia, per far fronte al continuo impoverimento della cultura albanese, Koliqi ricorda che il rito bizantino e la liturgia in lingua albanese aiutano la conversazione sia della parlata che delle tradizioni. L’insegnamento nelle prime classi elementari dell’arbresh, impartito da provetti maestri bilingui, risulterà utilissimo anche didatticamente. John Trumper, gallese, linguista, docente all’Unical, in un conviviale colloquio (K.Y. n.47-1983/3) affermò che nel 1970, per salvare il gallese, vennero istituiti asilo nido, nursey school, kopsht femijesh. Sarebbe opportuno educare   i bambini e la gente all’oralità e non alla scritturalità. Vjen me then se kam folmi ose kam ijasmi arbrisht dhe jo vetem te shkruami shqip si na mesuan ca mjeshtra te keq.. Sarebbe bene, comunque, scrivere secondo l’antico idioma, introducendo parole ed espressioni da restaurare, che pur esistono. Basta “scavare” e ricercare nella memoria. E giammai prendere in prestito dalla lingua letteraria shqip, densa di turchismi e priva di tante belle nostre espressioni originali e significative. Concludiamo con il prof. Giuseppe Trebisacce, docente di Storia della Pedagogia all’UNICAL, sensibile ed attento osservatore e studioso dell’Arberia: “L’intervento educativo e socioculturale a favore delle Comunità Arbresh ha storicamente conseguito risultati a dir poco fallimentari. Non rimane che sperimentare l’altra via che vede nel popolo l’educatore di sé stesso, secondo la formula di “autoeducazione della comunità” Ma senza un intervento di natura socio-economico con progetti mirati in favore delle disagiate aree interne, fuori dalla “logica” clientelare, nella valorizzazione dei talenti e delle virtù, ben poco si potrà sperare, se non fuga e spopolamento.

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Protetto: CARTA per la TUTELA della REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 08 febbraio 2015 by admin

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UNA FIAMMELLA PER I DEFUNTI

Posted on 02 febbraio 2015 by admin

UNA LUCENAPOLI (di Atanasio Pizzi) -Erano gli anni sessanta del secolo scorso, quando giunto a casa dopo la scuola, notai sulla mensola che sovrastava il camino, un lume artigianale fatto interamente di cose di casa, del quale mia madre andava molto fiera.

Immaginando che fosse servito per illuminare momentaneamente quella stanza, chiesi se fosse mancata la corrente elettrica; lei mi fece sedere vicino al camino e sedutasi accanto a me, mentre avvolgeva con sapiente manualità i nuovi stoppini, (Fitilrat) roteandoli con la mano sulla gamba sinistra, m’illuminò su quale valore avesse, quella luce e per chi sarebbe stata di riferimento.

Una ciotola di terracotta, riempita per metà di acqua e poi colmata di olio, innalzava la posizione della fiammella in conformità dell’antica economia consuetudinaria; immerso nell’olio, lo stoppino (Fitili) che galleggiava grazie ad una rondella di sughero a cui era affidata, il tutto era realizzato per guidare i cari estinti a ritrovare i luoghi di vita terrena.

Da quell’anno, che notai il piccolo manufatto, anno dopo anno la vidi ripetere quei gesti identici, alcune volte gli chiedevo se non sarebbe stato meglio comprarlo già fatto e lei mi ripeteva che la tradizione era quella e lei non aveva alcuna intenzione di cambiarla.

La fioca luce svettava giorno e notte senza soluzione di continuità e lei con pazienza traboccava l’olio quando il livello era prossimo alla linea d’acqua, calibrando con sapiente manualità lo stoppino.

La luce è la guida dei defunti che attendono la ricorrenza e recarsi nei luoghi a loro più cari, al fine di condividere una notte e sentirsi più vicini ai congiunti, un rito che per gli arbëreshe serve a tenere vivo il legame con le persone care che non avremmo mai voluto che ci lasciassero.

Un modo di avvertire la presenza di che non appartiene più al mondo dei vivi con i quali condividere la tavola che si lascia imbandita durante tutta la settimana e poi chiudere questo ideale rapporto di cose terrene con mursjelin sulle tombe dei defunti.

La manualità di realizzare un manufatto com’era tradizione di mia madre, io non sono in gradi di attuarla, ma la tradizione la tengo viva realizzando la fiammella con la metà di una buccia di arancia riempita d’olio, questo modo di mantenere la tradizione forse non è proprio in linea con quello più antico di mia madre, rimane il fatto che, la consuetudine e i suoi principi rimangono gli stessi.

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Protetto: CARTA DI VENEZIA; FATALE DISTRAZIONE PER GLI “STATI” ARBËRESHË

Posted on 01 febbraio 2015 by admin

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