Archive | aprile, 2017

Dita Jote

Dita Jote

Posted on 24 aprile 2017 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Atanasio detto il Grande (in greco: θανάσιος, in latino: Athanasius; Alessandria d’Egitto, 295 circa – 2 maggio 373) fu patriarca di Alessandria d’Egitto.

Il suo nome è legato alla Scuola teologica di Alessandria, assieme a Clemente e Origene; le chiese ortodossa, copta, e cattolica lo venerano come santo, quest’ultima lo annovera tra i 33 dottori della Chiesa.

È ricordato inoltre nel calendario dei santi anglicano e luterano, la sua festa è celebrata concordemente da tutte le Chiese il 2 maggio.

Santa Sofia d’Epiro anche quest’anno è in fermento per realizzare la festa che rappresenta l’apice di coesione e di credenza di tutta la comunità.

Il ricordo va a tutti quei personaggi che nell’approssimarsi del 2 di Maggio,a Santa Sofia si prodigavano per realizzare la festa più suggestiva e piena di novità, essi sono tanti ma basta il rievocare gli eventi e il ricordo va ad ognuno di loro.

Si sfornavano ceste di taralli per ben accogliere le visite di rito ed offrirli lungo la processione ai fedeli e ai devoti.

Si ordinavano rendendo più idonee le strade, si adornavano le finestre e i balconi con essenze floreali.

Ogni anno si caratterizzava l’evento con una novità pianificata dalla brillante Commissione e messa in atto dalla popolazione in modo univoco ed esemplare.

L’operosità e l’inventiva paesana realizzarono i rudimentali supporti elettrotecnici, che illuminarono tutto il paese la sera dell’evento religioso, attraverso il contributo di ogni famiglia, che dalle proprie case forniva i segmenti energetici atti a produrre la nuova veste illuminotecnica novità esemplare per quei tempi.

Un altro anno si dipinsero, a calce pigmentata a pastello, le quinte delle case dove sarebbe transitata la processione, comprese quelle della piazza, producendo così una nuova prospettiva incantevole ed emozionante.

Altri anni si preferirono addobbare la chiesa madre, con arazzi e tendaggi di colore porpora in modo da renderla calda e sontuosa, poiché la chiesa a quei tempi era priva dai preziosi dipinti della scuola cretese.

I multicolori Palloni aerostatici che da semplici e rudimentali opere, realizzate con carta velina, colla di farina, ferro filato, resti di candele e rappezzi di sacchi, oggi sono divenuti esempi che vanno per la maggiore in tutta la provincia, grazie ai progressi della N.A.S.A.(Nucleo Aerospaziale Sant Atanasio).

Ricordo la funzione religiosa (mèsha llalbit), che Padre Capparelli, la mattina del 23 aprile, primo giorno delle novene, ufficiava nella Kona di Sant’Atanasio.

Sentivo mia madre, Adolina Kongorelit, di buon ora, la mattina del ventitré vestirsi di tutto punto col tipico costume arbëreshë, avviarsi a piedi verso la Kona, in compagnia di un manipolo di devote tra le quali è d’obbligo ricordare: Melina Ngutjt, Anmarja Vukastòrtit, Serafina Kurthvet, Annetta Abelit, Anmaria Pasionatit, Koncetta Miluzith, Rusaria Pixhònit, Martoresa Timbunit, Vittorina e Lilina Zingaronit, capeggiate da suor Melania e le sue consorelle.

Esse si dirigevano verso la Kona ove li attendeva l’indimenticabile Padre Capparelli assieme al fedelissimo Benito Fabbricatore (i bëri Mindìut) e al canto di Djta Jote iniziavano le lodi al santo e la funzione religiosa.

Non so se oggi questa tradizione si ripete o è stata accantonata come tante altre, ma l’entusiasmo e la convinzione che queste donne avevano sono rimaste radicate nei valori e nella credenza che i Sofioti hanno nei confronti di Sant’Atanasio.

Mi auspico che quest’anno rimangano fuori dalla chiesa gli inni e le lodi da stadio che il saggio Archimandrita Giovanni Capparelli ha sempre rifiutato e richiamato la popolazione intera a non esternare all’interno del sacro perimetro, dove esortava tutti a cantare gli inni religiosi e BASTA!

Mi rivolgo alla Commissione, al Parroco e persino al Vescovo affinché questa FESTA conservi gli opportuni caratteri religiosi, in modo che gli insegnamenti del saggio Padre Capparelli non vadano calpestati da chi non lo ha adeguatamente conosciuto e probabilmente rispettato.

Sicuramente anche quest’anno si snoderanno le consuete processioni verso la Kona e poi all’Ottava per le vie del paese, assieme uniti e rispettosi del nostro grande ed amato Sant’Atanasio, capace di unire tutti i sofioti il giorno del 2 di Maggio nella ideale processione dove o con la presenza fisica, o col cuore o con i ricordi ognuno partecipa a questa corale e antica credenza sofiota.

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APPELLO AI SINDACI DEI COMUNI ARBËRESH  (RilindjaArbëreshë e reja)

APPELLO AI SINDACI DEI COMUNI ARBËRESH (RilindjaArbëreshë e reja)

Posted on 11 aprile 2017 by admin

APPELLO AI SINDACI DEI COMUNI ARBËRESHBOLOGNA (di Giuseppe Chimisso) – La minoranza storica arbëreshë nel suo percorso secolare in Italia sta scivolando pericolosamente sempre più su un piano inclinato che rischia di portarla direttamente ad essere stritolata dalle fauci della cultura egemone: Voi, Sindaci Arbëreshë, potete bloccare questo nefasto processo in divenire.

Rompete finalmente il silenzio ed abbandonate la colpevole inerzia che ha caratterizzato nel passato, per troppi decenni, il ceto politico locale che con una mano fingeva di voler aiutare la minoranza arbëreshë, per poter continuare a raccogliere i suoi voti e con l’altra impediva ogni aiuto concreto, tacitando con miseri finanziamenti  a pioggia, ascari servili, portaborse fedeli e lacchè di tutte le risme.

Questa situazione marcescente ha portato allo sfaldamento del tessuto connettivo economico-sociale quindi culturale e linguistico e degli ambiti architettonici dei Comuni che amministrate; per questo ultimo aspetto, paradossalmente, quanto oggi è ancora integro lo si deve all’incuria ed alla mancanza di consapevolezza del loro valore da parte di numerosi Vostri predecessori.

Spesso sono stati ‘modificati’ ambiti architettonici tradizionali grazie all’intervento di estranee logiche ambientali ed ‘esperti’ alloctoni non riconducibili alla Cultura delle minoranze Arbëreshë, o solo, più banalmente, perché alcuni fondi dovevano essere deliberati velocemente entro una tale data, altrimenti persi.

E’ giunta l’ora di cambiare logica, di voltare pagina.

Formate un cartello di Sindaci dei Comuni Arbëreshë, dotatevi quindi di un programma chiaro, semplice e praticabile di largo respiro per la Rinascita economica dei territori dell’Arbëria, solo così salverete la Sua cultura.

Fissate un percorso comune per giungere alla costituzione degli Stati Generali dell’Arbëria, momento nel quale lanciare precise proposte per lo sviluppo dei Vostri territorialle autorità regionali e statali; chiedete il riconoscimento della Regione storica Arbëreshë (R.s.A.), come Unità Amministrativa Autonoma delle numerose enclaves formanti l’Arbëria; certo questo poche note paventano un lungastrada da percorrere, ma chi ben comincia è già alla metà dell’opera e l’Arbëria non può più attendere.

Sappiamo che è difficile fare il Sindaco in un piccolo paese, ove chiacchiericcio ed acredine gratuito sono merci a buon mercato che siete costretti a sopportare.

Non arrendeteVi all’ineluttabile ed a volte tediante moto ondoso dell’esistenza come amministratori di paese, fate uno scatto d’orgoglio e mentre gestite il quotidiano, guardate ad orizzonti più vasti: alla Rinascita dell’Arbëria.

Cominciate nel sostenere e stimolare con proposte il Sindaco di Spezzano Albanese Ferdinando Nociti, neo Presidente di una delle Fondazioni per le Minoranze della provincia di CS, non lasciatelo solo.

Spezzate il coro delle litanie ed abbandonate lo sport diffuso della ricerca dei ‘colpevoli’ dello stato di cose presenti; non fate o rischiate una cosa qualsiasi, ma ciò che è giusto per l’Arbëria, non ondeggiate nel possibile ma afferrate coraggiosamente la realtà presente per cominciare a modificarla: non nel susseguirsi dei pensieri c’è la libertà, ma solamente nell’azione. UNITEVI – solo nell’unione c’è la forza.

Dobbiamo considerare che il termine ‘minoritario’ implica sempre la relazione con un maggioritario, quindi rapporti che sono sfavorevoli al più debole degli elementi della diade correlata.

Organizzatevi quindi per formulare una piattaforma di richieste economiche, legislative e culturali per sostenere le minoranze che rappresentate.

E’ bene privilegiare ed utilizzare i pochi fondi che avete a disposizione per migliorare le condizioni di vita della famiglie in difficoltà che vivono nei Vostri Comuni; se qualche convegno si deve ancora fare è bene organizzarne per aprire un largo dibattito per delineare ipotesi e proposte per lo sviluppo economico dei paesi italo-albanesi.

Rilanciare l’economia dei Comuni Arbëreshë vuole dire fermare l’esodo dei giovani, quindi aiutare la nostra Cultura a sopravvivere e conseguentemente a salvare la lingua Arbërisht che rappresenta il carattere distintivo e primario, ma non unico, della nostra minoranza.

La minoranza arbëreshë , la più numerosa del Mezzogiorno d’Italia, può salvarsi solo se le problematiche linguistico-culturali si coniugano con lo sviluppo economico della stessa.

La Rinascita dell’Arbëria potrà fare da volano al risveglio economico di interi territori vicini e non ultimo si potrà vincere così la battaglia sul ripristino della Democrazia Linguistica, aspetto da troppo tempo trascurato e sottaciuto, ma non secondario della Democrazia Politica di questo Paese.

Altra strada non c’è, siatene consapevoli. Il destino dell’Arbëria è nelle Vostre mani.

Alzate finalmente la testa e ricordate che non sarete soli in questa battaglia, perché rimane all’interno dell’Arbëria un inestimabile e corposo sistema di resistenza e di continuità della propria Cultura che potrà solo esserVi d’ausilio (associazioni, parrocchie, pro-loco, riviste cartacee ed on-line, istituti universitari e circoli ricreativi, culturali o di danza e tanti valenti intellettuali …………).

La minoranza arbëreshë può ancora essere salvata nel nostro Paese, se con intelligenza e tempestività i Sindaci dei Comuni italo-albanesi si associano in un cartello aperto che rappresenti una formidabile forza d’urto contrattuale nei confronti delle ‘ComunitàMontane’, delle Province, della Regione e perché no, del Governo Centrale Nazionale.

Formulate un Progetto di Rinascita economico-culturale per l’Arbëria e su questo progetto lavorateunitariamente con paziente arguzia.

Un Progetto di alto e nobile valore ‘Politico’ che affasci tutta l’Arbëria non si costruisce con i sentimenti e tanto meno con i risentimenti da accantonare, visto il momento grave, ma con “ impegno, dedizione e professionalità, serietà morale e culturale” .

Le minoranze non tutelate, in primis quelle arbëreshë, vivono in regime di ‘genocidio culturale-linguistico silente’, non possono aspettare ancora perché rischiano l’estinzione.

Voi Sindaci assieme potete fare molto più di quanto pensiate, potete rappresentare la punta di lancia di un Movimento di Rinascita vasto quanto l’Arbëria; bisogna però, che facciate presto e Vi muoviate con intelligenza, passione e lungimiranza nell’ambito della nostra secolare cultura e tradizione.

Il nostro futuro può essere definitosolo se trarrà linfa dalla radici della nostra storia, nel rispetto delle nostre tradizioni forgiate negli ambiti consuetudinari tramandati; diversamente non sarà il nostro futuro. Sei secoli di storia saranno cancellati.

E soprattutto non limitatevi a promulgare meri provvedimenti linguistici per salvarVi la coscienza.

Non potete continuare a non muoverVi, così facendo favorite la penetrazione della cultura dominante latina e tradite i Vostri elettori nelle peculiarità più intime e nel loro essere più profondo.

Abbandonate le pratiche di piccolo cabotaggio politico del passato, volgete lo sguardo al futuro Vostro e delle genti dei Comuni che rappresentate, cominciate a pensare in grande alla ‘grande utopia’ di unaNUOVA RILINDJA dell’ARBȄRIA , perché solo se lavorerete positivamenteoggi, su questa ‘utopia’, la stessa rappresenterà la strada che percorreranno i saggidomani .

Voi , Primi Cittadini dell’Arbëria, non siatelo solo giuridicamente, ma siatelo anche nei fatti; Voi potete impedire ancora che si estingua l’humus culturale che alimenta la lingua avita e con essa tutto un mondo composto da immagini e vjershë, da metafore e vëllamie, da preghiere e vajtim, da contemplazioni e vallje.

Se un domani queste saranno parole morte che riempiranno numerose le pagine dei funebri libri delle antologie, i nostri figli le piangeranno maledicendo l’ignavia e l’ipocrisia dei padri.Il rimpianto e la nostalgia saranno le uniche commemorazioni funebri.

Se vivranno, lo dovranno anche a Voi.Abbiate quindi uno scatto d’orgoglio.

Sindaci dell’Arbëria se ci siete, alzate la testa. Fate sentire, potente, la Vostra voce e l’orgoglio Arbëresh. Ora.

Giuseppe Chimisso: Cittadino Onorario di Civita/ Ҁifti e Presidente Associazione Skanderbeg di Bologna

Cell. 335. 688 3754

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CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

Posted on 05 aprile 2017 by admin

CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Esistono luoghi costruiti e vissuti dagli arbëreshë, che caratterizzano indelebilmente il territorio, per questo assumono  un ruolo fondamentale l’urbanistica, l’architettura e la ritualità, all’interno e all’esterno dei presidi religiosi.

Essi rappresentano la rotta cui affidarsi per consolidare altre discipline più deboli e per questo inconsapevolmente manomesse nel corso degli anni.

L’urbanistica, l’architettura e i riti vanno intesi quali involucri delle essenze identitarie dell’isola arbëreshë; mantengono caparbiamente vive, nonostante l’idioma abbia assunto, non avendone la forza, il ruolo di panacea di tutela della consuetudine, non più attribuibile o identificabile negli ambiti arbëreshë.

È chiaro che un patrimonio così rilavante, non può o dove essere posto nelle disponibilità di antiquari, musicanti e antropologi egocentrici, perché si avviano stati di fatto alloctoni capaci di sovvertire ogni forma di buonsenso.

In oltre se l’emblema diventa proprietà privata, utile al proprio tornaconto, i segni e le raffigurazioni religiose sono calpestati oltre misura; a questo punto il sacro significato attribuito a quelle immagini non appartiene più alla comunità, rivestendo per questo la funzione di vessillo depauperato dell’antico valore.

Non dobbiamo attendere che le statue si “appesantiscano repentinamente e inchiodarsi a terra” per comprendere che si è raggiunto il punto di non ritorno.

Ripetere quella leggenda al giorno d’oggi è molto difficile, in quanto sono cambiati gli avventori che non vengono da fuori, ma sono parte della comunità, per questo sarà molto difficile trovare le persone in grado di “recuperare il maltolto e riportarlo all’interno del sacro perimetro”, evitando così che le effigi assumano il ruolo vessilli o addirittura scambiati per amuleti.

È bene ricordare che non molto tempo addietro in Calabria il Vescovo di Oppido-Palmi, monsignor Francesco Milito, ha sospeso “lo svolgimento di tutte le processioni della diocesi”, perché impropriamente alcune di esse servivano a porre l’accento, “con la prassi detta dell’inchino”, all’egemonia di pochi rispetto al resto della popolazione.

In questo caso il confronto è molto forte, tuttavia la sostanza non cambia, in quanto, mutare o stravolgere il percorso, depositare statua e vangelo per un tozzo di pane e un bicchiere di vino, spoglia di significato l’evento e si fa peccato!

L’effige religiosa non è di Abele, non è di Caino, non è di Alfonso, non è di Franco, né tantomeno di Angelo, perché i simboli religiosi appartengono al popolo in egual misura, senza distinzioni, personalismi, egocentrismi o prevaricazioni di sorta.

La chiesa ha il dovere di vigilare affinché la funzione all’interno del perimetro religioso si svolga secondo l’antico rito adoperando i simboli bizantini, che sono antichi, rigidi e solidi; la “sezione pagana” con il rito della processione, deve essere unanimemente distribuita a tutta la popolazione ,attraverso il rituale percorso di devozione e penitenza.

Un percorso che non nasce da personalismi o preferenze senza ordine, perché i percorsi religiosi sono la sintesi storica del progredire di tutta la popolazione in sinergia con i bisognosi.

A questo punto credo sia utile fare autocritica e riflettere , affinché si addivenga alla “religiosa ragione” sia nel perimetro sacro e sia con le processioni, queste ultime possono anche contenere episodi pagani o allegorici, purché non divengano la regola perché la linea è una sola, indivisibili e non frazionabile.

Lungo il percorso di penitenza non si devono “tentare” i fedeli con gli strumenti del diavolo, che provoca i fedeli e gli fa perdere la ragione, con scorte di vino e alimenti di vario genere; la processione è il simbolo del sacrificio e non deve trasformarsi in occasione per rifocillarsi, smarrendo così gli ideali perché occupati a svicolare da una tavola imbandita all’altra.

I percorsi religiosi, “La Processione” si seguiva un percorso antico solido e comprovato storicamente, (almeno sino a quanto la ragione ha avuto il sopravvento), così come segue: la croce apre il corteo, seguita da fanciulli e giovani; poi le autorità civili, religiose, militari e i cantori; tutti davanti all’effige da venerare, portata a turno da fedeli e devoti; i fedeli, le allegorie musicali e ogni tipo di saltimbanco, chiude rispettivamente la processione.

I percorsi urbani ed extra urbani sacri, sono il frutto di un pensiero condiviso molto antico e non vanno mutati in maniera irrazionale, né si possono tentare i fedeli al fine di smarrire la retta via; provocare i fedeli con tavole imbandite con il fine di annebbiare il significato del percorso con rievocazioni senza un futuro.

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