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DIASPORA ARBËRESHË: UN SOLIDO COMPIMENTO CHE SI RIPETE SENZA TENPO  tabìnëllja, mùlinàrj e ljndrunj thonë përalzàrinë kà rjinë shëtatë sùrdà

DIASPORA ARBËRESHË: UN SOLIDO COMPIMENTO CHE SI RIPETE SENZA TENPO tabìnëllja, mùlinàrj e ljndrunj thonë përalzàrinë kà rjinë shëtatë sùrdà

Posted on 10 marzo 2026 by admin

AtossoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – L’identità degli Arbëreşë non può essere recuperata né ricostruita attraverso il mero esercizio accademico che prolifera nei dipartimenti di arche evacuate.

A tal proposito, è bene citare la metafora secondo cui, se al dire dei peggiori, lasciati liberi di pascolare e belare, segue il silenzio, quello è il segno che la libertà è concessa anche ai meno adatti.

Troppo spesso tali attività si riducono a un affannoso lavoro di ricomposizione geografica e storica delle regioni del sud e del nord dell’odierna Albania, come se la semplice ricostruzione cartografica e linguistica potesse restituire il nucleo vivo di una tradizione diasporica plurisecolare.

In questa prospettiva, l’identità arbëreşë viene progressivamente irrigidita in un modello astratto di “Arbëria”, formulato e fissato in una versione normativizzata dell’Arbërishët, che pretende di fungere da punto d’approdo simbolico.

Ma tale operazione rischia di produrre soltanto un risultato illusorio, una patria concettuale costruita a posteriori, più vicina alle esigenze teoriche dell’accademia che alla realtà storica e vissuta delle comunità.

La storia degli arbëreşe non è infatti la semplice continuazione periferica della storia albanese, né può essere ridotta a un archivio linguistico o folklorico, in quanto essa è piuttosto il prodotto di una lunga esperienza storica maturata nello spazio italiano, segnata da processi di adattamento, rielaborazione culturale e memoria collettiva e, in questo senso, l’identità arbëreşe non è una reliquia da restaurare mediante ricostruzioni erudite, ma una tradizione viva, stratificata e autonoma, che non può essere compresa se non a partire dalla concreta esperienza storica delle sue comunità.

Solo riconoscendo questa dimensione storica propria si può evitare la tentazione di trasformare l’Arbëria in una costruzione mitica e normativa, restituendo invece alla cultura arbëreşë la sua reale e natura la regione storica diffusa e sostenuta in arbëreşe.

Ovvero dare senso a una civiltà diasporica che ha elaborato nel tempo una forma originale di appartenenza, distinta tanto dall’Albania contemporanea che a priori sei secoli fa venne abbandonata, quanto dalle categorie riduttive con cui spesso la si tenta di interpretare.

Nell’osservare i cosiddetti Livraroli o studiosi irrequieti che si muovono tra archivi, biblioteche e musei di Napoli, Madrid, Venezia e centri germanici, emerge un fenomeno paradossale, secondo cui il materiale accumulato in assenza di ordine sistematico viene spesso considerato come archivi privati di valore, nonostante la loro natura caotica e disorientata.

Questa concezione richiede una critica immediata, poiché rischia di confondere l’accumulazione indiscriminata con il metodo scientifico, oscurando la riflessione rigorosa necessaria nello studio della diaspora senza soluzione di continuità sostenuta dagli arbëreşë.

È fondamentale sottolineare che la diaspora arbëreşë, rappresenta un corpus unico e indivisibile, la cui comprensione non può essere delegata a pratiche di collezionismo disordinato o disarmonico e senza uno specifico comprensorio titolato.

Gli studiosi che non riconoscono questa continuità rischiano non solo di deviare l’oggetto di studio, ma anche di alimentare una frattura culturale immaginaria, ignorando la coesione storica e sociale di questa comunità.

In questo contesto, l’atto stesso di accumulare materiali deve essere accompagnato da una riflessione metodologica e da un impegno interpretativo e, ogni documento, ogni testimonianza, deve essere collocato entro una cornice che ne valorizzi la funzione storica e culturale. Solo così l’archivio diventa uno strumento di conoscenza, anziché un deposito caotico di memorie isolate, e gli studi sulla diaspora arbereshe possono progredire senza compromettere la sua integrità unica.

Il centro A.R.N.T. che sta progressivamente concretizzando un progetto di natura multidisciplinare, è in possesso di documenti di rilevanza e in diverse occasioni, ha già dimostrato la propria efficacia con i fatti e, tale progetto fonda il proprio impianto di ricerca fatto di analisi o attività connesse ai bisogni, concepite come parte di un processo di sviluppo continuo che si svolge in costante relazione con l’ambiente gli uomini e l’epoca di trattazione.

L’obiettivo è promuovere una forma di convivenza equilibrata e condivisa, orientata alla costruzione di relazioni armoniche e rispettose, senza mai assumere logiche di conquista né dinamiche di dominio, sia di genere sia tra i generi disciplinari che scendono in campo, naturalmente parliamo di quelli formati e non dei liberi risolutori Livraroli.

In questo contesto, il percorso prende avvio dal vernacolare del costruito, inteso come espressione autentica delle culture e delle pratiche locali, per poi svilupparsi attraverso una progressiva dinamica di socializzazione e integrazione dei valori identitari che sono la vera forza ancora incompresa dalla società moderna frettolosa e distratta.

Tale processo conduce gradualmente alla costruzione di relazioni di fiducia e di collaborazione, fino a favorire forme concrete di partecipazione e adesione da parte delle comunità indigene.

Oggi queste stesse comunità riconoscono e rispettano tale presenza all’interno di un quadro di relazioni pienamente paritarie, sul piano sociale, politico e religioso.

La diaspora arbëreşe verso l’Italia meridionale, concentrata nel periodo 1783–1478 e alla progressiva caduta delle ultime roccaforti passate al controllo ottomano, non può essere letta come un evento eccezionale nella storia di queste comunità.

Essa fu piuttosto il compimento visibile, documentato, databile, geograficamente tracciabile, di una condizione esistenziale che le popolazioni dei Balcani portavano già impressa nella propria memoria collettiva da un tempo anteriore a qualsiasi fonte scritta certa.

Chi fuggì nel XIV secolo verso le coste ad est dell’adriatico non stava soltanto scappando dai Turchi, ma stava ripetendo un gesto antico, quello dello spostarsi per non soccombere, per non essere inglobati in un ordine imposto dall’esterno, per conservare la lingua, il rito e la forma di vita propria e, solo in questo senso, la diaspora del 1471 non è un inizio: è una consuetudine che si ripete nelle terre dei Balcani sino alla Grecia.

Le origini di queste comunità prima della loro presenza documentata nei Balcani o Morea rimane, in larga parte, storicamente oscure.

Le fonti bizantine del XII e XIII secolo nominano gli Arvanitai come popolazioni già presenti nelle regioni montagnose dell’Epiro e dei Balcani settentrionale senza fornire indicazioni precise sulla loro provenienza originaria.

Questa lacuna documentaria non è casuale, ma è la conseguenza diretta del fatto che si trattava di comunità che vivevano ai margini dei grandi apparati di potere, imperiale, feudale, ecclesiastico e, che pertanto lasciavano poche tracce negli archivi ufficiali.

La loro storia era affidata non alla scrittura ma alla trasmissione orale, al rito, alla lingua, confermando per questo un legittimo piano storiografico, che denota come queste popolazioni portassero già con sé, al momento della loro prima comparsa nelle fonti scritte medievali, la memoria di spostamenti precedenti, di terre lasciate e di nuovi margini cercati.

Il confronto linguistico condotto nel 1775 dal filologo napoletano Pasquale Baffi rappresenta uno dei primi tentativi sistematici di analisi del patrimonio linguistico delle comunità arbëreşë dell’Italia meridionale. Attraverso un approccio comparativo, Baffi evidenziò alcune specificità del loro parlato, riconducendone le strutture fondamentali a un’origine indoeuropea e, l’analisi mise inoltre in luce la presenza di elementi arcaici e di tratti linguistici riconducibili a tradizioni linguistiche profondamente radicate nel contesto del continente europeo.

In tale prospettiva, il parlato arbëreşe veniva interpretato non soltanto come espressione identitaria di una minoranza etnico-linguistica, ma anche come una significativa testimonianza della continuità storica di componenti linguistiche indoeuropee conservatesi nel tempo all’interno di specifiche comunità diasporiche e, la condizione, in altre parole, potrebbe essere il risultato di un trauma storico specifico, ma una modalità ordinaria di esistenza nel mondo, consolidata attraverso generazioni di mobilità che la storiografia europea ha sistematicamente ignorato perché priva di protagonisti di un confronto migratorio antico.

Questa ipotesi trova una conferma indiretta nella modalità con cui le comunità balcaniche concepiscono e definiscono il parlato. In molte di queste lingue, infatti, gli organi della fonazione non sono indicati in maniera meramente descrittiva, ma spesso assumono una connotazione funzionale strettamente legata alla produzione dei suoni.

È emblematico, in questo senso, il termine Ghërikë, con cui le comunità arbereshe designano la bocca: esso sottolinea come ogni suono vocale abbia origine in questo organo, conferendo alla bocca una centralità simbolica oltre che anatomica.

Un’osservazione di questo tipo suggerisce che il lessico fonetico non sia neutro, ma rifletta la percezione culturale e la struttura concettuale del linguaggio all’interno della comunità.

In altre parole, il modo in cui un popolo denomina gli organi del parlato può offrire indicazioni preziose sul suo approccio alla lingua, sulla salienza dei diversi suoni e sulla loro funzione comunicativa.

Non si trattò di conquiste militari né di colonizzazioni pianificate da un potere centrale: fu un movimento lento, capillare, di piccoli nuclei familiari che occupavano le terre abbandonate, i villaggi spopolati dalla Peste e dalle guerre feudali, le zone montagnose lontane dai centri del potere.

Questo modello insediativo, il villaggio piccolo, marginale, autosufficiente, chiuso verso l’esterno ma internamente coeso attraverso la lingua e il rito, è già la forma architettonica della diaspora.

Non è la struttura di chi vuole conquistare, ma di chi vuole sopravvivere preservando se stesso e, quando dunque l’avanzata ottomana rese impossibile anche questo equilibrio precario, la risposta di queste comunità fu coerente con la propria storia profonda e, non la resa, non l’assimilazione, ma il movimento. L’Adriatico non fu vissuto come un abisso, ma come un passaggio già conosciuto nell’anima, la ripetizione di una frontiera già attraversata in tempi e modi che la memoria collettiva non sapeva più nominare con precisione, ma che il corpo e il rito ricordavano.

È in questa luce che la festa delle Vallje, celebrata ogni anno prima intorno e dopo la pasqua nei paesi arbëreşë, assume significato più pieno e preciso.

Infatti la commemorazione è storicamente fondata e culturalmente centrale, in quanto la Valja fa qualcosa di più e di diverso dalla semplice celebrazione di un evento militare terminata in strage come erano le battaglie di quel tempo, giacché essa rinnova annualmente il patto identitario di una comunità che si riconosce nell’integrazione riuscita, nella capacità di mantenere sé stessa pur abitando per secoli in una terra non propria.

Il cerchio della danza non è un gesto di chiusura verso l’esterno, ma è la forma simbolica dell’identità che si tiene insieme, che non si disperde, e mantiene vivo il rispetto pieno dei generi, torna ogni primavera a ricordare a sé stessa di essere ancora lì.

Gli uomini vestiti secondo l’usanza locale e le donne nei costumi tradizionali, non rappresentano una contrapposizione congelata nel tempo, ma rappresentano la dialettica tra ciò che ha tentato di cancellare questa comunità e ciò che essa ha saputo conservare.

La festa è dunque, in senso stretto, una festa dell’integrazione della propria storia frammentata e plurimillenaria in una forma rituale unitaria, trasmissibile e vivente.

Ciò che la diaspora arbëreshë compie con le Vallje ogni inizio di primavera confermano, è dunque offre la dimostrazione che esiste una forma di identità collettiva che non ha bisogno, di un esercito né di un territorio esclusivo per sopravvivere, perché essa si regge sulla lingua, conservata per secoli senza accademie né istituzioni, il rito, la memoria orale, conservata e protetta all’interno di Katundë, dove la fedeltà a pratiche culturali trasmesse di generazione in generazione non smettono mai di pulsare.

Questa forma di identità è, per molti versi, una delle più antiche e meno studiate dell’intera storia europea, in tutto, quella dei popoli che hanno scelto o, che il destino ha costretto a scegliere per essere diasporici non come condizione d’eccezione, ma come condizione d’essere.

La storiografia del vecchio continente ha a lungo guardato altrove, verso le grandi narrazioni imperiali e nazionali, contiene anche la silenziosa vicenda degli Arbëreşë ancora viva e, che guarda verso il margine, dove spesso la storia vera si nasconde con più ostinazione e più fedeltà a sé stessa.

È opportuno precisare, in sede storiografica, che la tipica famiglia allargata delle comunità arbëreşë non era costituita esclusivamente da individui dediti all’attività militare stradiottesca.

L’interpretazione che riduce l’identità degli arbëreşe alla sola dimensione guerriera rappresenta una semplificazione storiografica che non riflette adeguatamente la complessità della loro organizzazione sociale.

La struttura familiare tradizionale arbëreşë si configurava infatti come un nucleo esteso, generalmente composto da un numero di membri variabile tra una dozzina e fino a una ventina di figure.

Tale configurazione includeva non soltanto il nucleo parentale diretto, ma anche generi, nuore, parenti collaterali e altre figure integrate nella dinamica domestica e produttiva.

All’interno di questo sistema comunitario articolato, ciascun individuo svolgeva una funzione specifica nell’economia familiare e nella vita collettiva.

In questo contesto, la figura dello stradiota costituiva generalmente solo una delle molteplici componenti funzionali della famiglia e, spesso uno solo tra gli uomini adulti ricopriva il ruolo militare, mentre gli altri membri erano impegnati in attività essenziali quali l’agricoltura, la pastorizia, l’artigianato e la gestione delle risorse domestiche.

Questa pluralità di ruoli dimostra come la sopravvivenza e la stabilità delle comunità arbëreşe dipendessero da un sistema integrato di competenze economiche e sociali, piuttosto che dalla sola dimensione militare.

Pertanto, interpretare i diasporici esclusivamente come combattenti comporta il rischio di ridurre la portata storica e culturale di questo popolo e, la loro esperienza storica è invece caratterizzata da una forte coesione comunitaria e da un complesso sistema di valori consuetudinari che regolava i rapporti interni alla famiglia e alla comunità.

Tali valori, tramandati prevalentemente attraverso norme non scritte, costituivano il fondamento della loro organizzazione sociale e del loro senso di appartenenza.

Tra questi principi si possono individuare l’importanza attribuita all’onore familiare, la solidarietà intergenerazionale e la difesa dell’autonomia comunitaria.

Questi elementi contribuirono a rendere le comunità arbëreşë particolarmente resilienti di fronte alle pressioni politiche e culturali esterne.

Nel corso dei secoli, infatti, tale sistema di valori e di organizzazione sociale rese difficile la piena sottomissione o assimilazione degli arbëreşe da parte di poteri dominanti, permettendo loro di preservare una forte identità culturale e linguistica.

Alla luce di queste considerazioni, la figura dello stradiota deve essere interpretata come parte integrante, ma non esclusiva, del più ampio sistema socio-economico del gruppo familiare allargato e, la comprensione della storia e dell’identità di queste comunità richiede pertanto un approccio analitico che tenga conto non soltanto del contributo militare degli stradioti, ma anche delle dinamiche familiari, economiche e culturali che hanno caratterizzato la società arbëreşë nel lungo corso millenario ancora poco nto.

 

 

Riferimenti bibliografici

  • Panayotopoulos, V. (1985). Πληθυσμός και οικισμοί της Πελοποννήσου, 13ος-18ος αιώνας. Atene: Istoriko Archeio Emporikis Trapezis.
  • Assmann, J. (1992). Das kulturelle Gedächtnis: Schrift, Erinnerung und politische Identität in frühen Hochkulturen. München: Beck.
  • Fortino, I. C. (1995). Gli Arbëreshë: minoranza nazionale albanese d’Italia: Edizioni Scientifiche Italiane.
  • Pasquale Baffi. (1999). Dajala – Miola
  • Dedja, S. (2003). L’emigrazione albanese in Italia nel tardo Medioevo. Vatrarberesh.
  • Tocci, G. (2004). Le identità difficili. Etnie, minoranze e nazioni nell’Europa moderna. Bologna: Il Mulino.
  • Atanasio Pizzi. (2005 – 2026). Scesci i Pasionatith

Architetto Atanasio Pizzi, direttore A.R.A.T.  (Attento Ricercatore Arbëreşë Tenace)

Napoli 2026-03-10

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