NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – La tutela della minoranza diasporica arbëreşë non può essere ridotta a un semplice adempimento normativo confinata entro i limiti e, i dispositivi legislativi che, pur se necessari, rischiano di svuotarsi di significato se non opportunamente accompagnati da una visione storica ampia, consapevole e formata specie se portata a termine dai siliti noti compilatori lindrunj stanchi.
Aprire un discorso su questa comunità implica innanzitutto interrogarsi sul fine storico del suo percorso e, solo così poter comprendere in che modo essa sia riuscita, attraverso i secoli, a districarsi tra eventi complessi, mantenendo la propria identità e, al contempo, contribuire attivamente allo sviluppo dello scenario italiano, europeo e persino mondiale.
La storia degli arbëreşe è un capitolo ricco di resistenza, adattamento, memoria, trasformazione germogliato, quanto giunsero nel meridione, allora regno di Napoli e, non si sono limitati a fiorire per consumare energia della natura, ma hanno costruito frutti di comunità, per tutelare lingua, rito, consuetudini, tradizioni e sviluppando senso di appartenenza che cammina caparbiamente al fianco dei contesti circostanti, che ne hanno avuto agio.
Questo percorso non è stato lineare né privo di contraddizioni, ma rappresenta un esempio emblematico di come una minoranza possa essere al tempo stesso custode di un’eredità culturale e soggetto attivo nella storia dei territori che la accolgono e le crescono attorno fraternamente.
Eppure, nel contesto contemporaneo, la tutela degli arbëreşë, appare incardinata esclusivamente in dispositivi dipartimentali, legislativi europei, statali e regionali.
Escludendo gli impavidi studiosi che queste norme, pur fondamentali per garantire diritti di uguaglianza, linguistici, culturali e sociali, rischiano di trasformarsi in strumenti burocratici se non accolgono il reale valore umano della minoranza secondo le dinamiche politiche e culturali moderne esposte dagli impavidi.
Molto spesso si ha l’impressione che la tutela venga trattata alla stregua di un obbligo amministrativo, simile alla regolamentazione della circolazione o all’imposizione di divieti, e limiti stradali appresi in una scuola guida, piuttosto che processo dinamico di valorizzazione, integrazione e analisi comparativa con gli accadimenti moderni.
Eppure quando mia Madre Basile Adelina, mio Padre Gennaro, i miei nonni e tutti i vicini di casa mi insegnarono a parlare, ascoltare e comprendere le movenze in arbëreşë, non lo fecero per imposizione legislativa italica o dipartimentale Albanistico diffuso o dirsi voglia, ma per esclusivo dovere morarle e identitario che custodivano nel cuore nella mente e nella loro strica educazione ricevuta.
Questa impostazione solleva una questione più profonda, secondo cui è mai possibile è davvero si vuole proteggere minoranze attraverso limiti giuridici, senza al contempo promuovere prospettive vive, “incandescenti come quando si accende un focolare”, di cui è colma l’identità di un luogo come lo fu per me, la storica via Epiro e Lljëmi Lljtiritë.
La risposta sembra essere negativa per, una comunità come quella arbëreşe che non è stata in alcun modo menzionata, pur se presente in prima linea e sopravvive grazie ai suoi attori storici e sociali, che forniscono la trasmissione intergenerazionale dei saperi, capaci di rinnovarsi senza perdere mai la retta via.
Le norme possono creare un quadro favorevole, ma non possono sostituire il tessuto umano che dà senso è identità, che storicamente e palesemente pulsa e si riverbera identicamente con leggi e divieti in continuo fiorire.
In questo senso, la difficoltà della comunità mediterranea è racchiusa nel dato di saper cogliere e tradurre queste realtà in esigenze moderne è questo dato appare evidente e non è assoggettato a nessuna imposizione sociale o legislativa.
L’integrazione a questo pinto viene spesso interpretata come assimilazione o, al contrario, come semplice conservazione folkloristica, evidenziando la mancanza di una visione capace di riconoscere le minoranze come laboratori viventi di convivenza, come spazi in cui identità diverse si incontrano e si trasformano reciprocamente.
Gli arbëreşë, con la loro storia secolare, dimostrano che è possibile essere pienamente parte di una nazione senza rinunciare alla propria specificità.
Da qui deriva anche un’altra riflessione, più ampia e attuale che la produzione di leggi palesa la non sufficiente rispondenza per cogliere e tradurre i fenomeni migratori contemporanei.
Non impedisce gli sbarchi, né arresta le fughe da contesti segnati da guerra, miseria o oppressione, cosi chi fa leggi e dovrebbe osservare questi fenomeni secondo cui le migrazioni sono processi storici complessi, che richiedono strumenti culturali, sociali ed economici oltre che giuridici.
In questo quadro, l’esperienza arbëreşe potrebbe offrire una chiave di lettura preziosa, in quanto mostra come una diaspora possa trasformarsi in risorsa, come l’incontro tra culture possa generare nuove forme di appartenenza.
Pertanto, il fine storico di un discorso sulla tutela della minoranza arbëreşë, in particolare, dovrebbe essere duplice e, secondo cui da un lato, riconosce e valorizza il percorso che ha permesso a questa comunità di sopravvivere e prosperare, restituendole il ruolo di protagonista che le spetta nella storia italiana ed europea. Dall’altro, utilizzare questa esperienza come modello per ripensare le politiche contemporanee, superando una visione puramente normativa e aprendo a prospettive più ampie, capaci di coniugare memoria, integrazione e innovazione.
Solo in questo modo la tutela smetterà di essere un obbligo formale o legislativo per diventare progetto condiviso, che non sia limite imposto dall’esterno, ma una possibilità concreta di costruire futuro a partire dalla ricchezza delle differenze poste in essere o scese in campo per sopravvivere.
P.S. Scrivo questo articolo oggi perché si dice che le cose naturali oggi, durano, segnano il tempo e la mente dei generi che vivono ancora di echi vacui.
Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi degli arbëreşë).
Napoli 2026-04-04
Napoli 2026-04-04









