NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Alla sessantunesima mostra biennale internazionale di Venezia, dal titolo “In Minor Keys” organizzata da Koyo Kouoh, espone a Palazzo Donà delle Rose, l’artista Albanese Alfred Mirashi, in arte MILOT.
L’ artista di grande caratura morale e professionale, con l’opera intitolata “Senza Chiave”, dispone una installazione con 30 piatti, che rappresentano le superfici dove sono depositate, le reliquie che segnano il possesso, delimitato e controllato da chi vi può accedere, un equilibrio silenzioso di un gesto quotidiano ma che porta la memoria a riti di manualità e rispetto antico.
Le chiavi distorte, colorate, allineate, ripetute, ordinate, sembrano non aver più la funzione primigenia e, non aprono più, non chiudono più nessuna serratura, ma semplicemente esistono per ricordare memoria di luoghi arte e patti antichi in attesa di fiorire in memoria.
Il colore tratto distintivo, che definisce, delimita e fa campo d’azione, trasformando aggiungendo alla materia un significato che diventa messaggio di memoria dove l’oggetto trova accoglienza e cittadinanza, non per qualcosa che si può toccare, ma perché riverbera significato profondo secondo una precisa funzione che lo rende visibile e ineludibile di un destino, che non teme le ire del tempo e, secondo cui possederlo per osservandolo ti consente di immaginare un luogo vero solido e reale.
Nel Trecento l’Adriatico era una soglia più che un mare, che definiva una linea viva di traffici, sguardi e partenze, le due estremità, Brindisi e Durrës, funzionavano come porte aperte per chi doveva navigare in adriatico e, le navi della Repubblica di Venezia, facevano spola, portando merci, saperi e uomini dalla porta dell’Adriatico alla città più estrema di questo golfo profondo.
In questo flusso costante si inserisce una memoria stratificata nei secoli, fatta di giovani d’Albania, attratti e ben accolti nelle botteghe veneziane e, non erano soltanto manodopera, giacche erano preferiti come apprendisti, discepoli di arti e mestieri che Venezia custodiva con cura quasi ossessiva, finalizzata alla lavorazione del legno, del vetro, della pietra, del ferro, le tecniche di costruzione navale e decorativa.
Il patto era semplice e rigoroso, anni di apprendistato condiviso, spesso cinque, talvolta sette, sotto la guida di un maestro.
Un accordo che non era solo lavorativo, ma formativo e disciplinare ed entrare in una bottega significava entrare in una continuità, secondo cui imparare un’arte per poi trasmetterla, senza interrompere il filo della tradizione.
A Venezia questa presenza ha lasciato tracce toponomastiche e simboliche e, tra queste, Calle degli Albanesi, una strada che ancora oggi richiama quella comunità di giovani arrivati dal mare e assorbiti nel tessuto urbano della città, perché disciplinati ed attenti.
La calle degli Albanesi non descrive o ricorda solo un luogo, ma un passaggio storico e, l’approdo, l’iniziazione, l’inserimento in un sistema di saperi che poi ha dato continuità strica all’artigianato veneziano.
Nel tempo, quella circolazione di competenze ha contribuito a costruire la straordinaria continuità artigianale, dove l’arte non era separata dalla tecnica, e la tecnica non era separata dalla vita civile della città che non ha mai dimenticato quel patto.
Se oggi la Biennale di Venezia torna a dare spazio di confronto globale sull’arte contemporanea, lo fa anche su questa eredità invisibile e, l’idea che la città sia sempre stata un laboratorio aperto, costruito da incontri, migrazioni, apprendimento e scambio.
In questa chiave, il ricordo dei giovani apprendisti dell’Adriatico non è soltanto storia, ma è una forma chiusa, in tutto un patto antico che, vive nonostante lo scorrere del tempo e, continua a parlare nel presente, nelle mani che lavorano, nelle tecniche che resistono, nei luoghi che conservano nomi come se fossero eco di una bottega condivisa.
In questa rievocazione storica come non ricordare di Gjergo Kastriota, ricordato come “Atleta di Cristo”, protagonista della resistenza contro l’espansione dell’Impero Ottomano.
La memoria veneziana conserva tracce non solo nei documenti, ma anche nelle narrazioni di arrivi solenni, ambascerie, passaggi strategici condivisi, dove il mare diventava terreno di mediazione politica oltre che commerciale.
Oggi, quando un maestro proveniente dalle stesse regioni dei giovani apprendisti e dell’eroe Albanese, arriva a Venezia per depositare emblemi di un patto solidale, il gesto va interpretato come un’eco lontana di quella lunga relazione di arte e cooperazione.
Un filo che attraversa secoli diversi ma non si interrompe e, dalle botteghe alle diplomazie medievali, continua sino alle pratiche artistiche contemporanee che fanno memoria.
In questo senso la Biennale di Venezia diventa il luogo simbolico in cui queste stratificazioni riaffiorano, non come ricostruzione storica rigida, ma come un archivio aperto dove l’Adriatico non è più confine, ma memoria in movimento e, lo stesso mare ancora oggi, ancora una volta, avvicina Venezia e l’Albania grazie al maestro Milot.
Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi dei Balcani).
Napoli 2026-05-03








