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IL POZZO RIVERSO SENZA FONDO DOVE L’IGNARO DI TURNO CERCA LA ZETA SMARRITA Mosë ruei kialinë pësea atà cë je kërkonë hëshët nën këmbëvetë

Posted on 29 aprile 2026 by admin

PozzoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Il pozzo senza fondo in cui l’ignaro di turno si ostina a cercare una lettera mancante, nel nostro caso una “zeta” che non si lascia afferrare, non è soltanto una metafora efficace, ma la figura stessa di una ricerca che, nel campo della storia linguistica dei diasporici, si è spesso consumata senza approdare a una forma compiuta.

In questo spazio oscuro e stratificato si colloca anche la tensione intellettuale di chi è cresciuto diasporico ed è vissuto a formarsi in Napoli e, pur se nella capitale, muovendosi tra le lingue storiche indoeuropee, tentò un confronto che rimase inevitabilmente sospeso, non per mancanza di acutezza, ma per l’assenza di un terreno stabile su cui fissare la lingua stessa.

E quella dei diasporici del XIV secolo, che nei fatti del parlato, si presentava come una realtà eminentemente orale, disseminata in comunità diasporiche e priva, per troppo tempo, di una codificazione condivisa che ne permettesse la piena trascrizione.

Il limite non risiedeva tanto negli strumenti materiali della scrittura che pure se rilevanti in un’epoca in cui la tipografia seguiva standard rigidi, quanto nella natura frammentaria di una lingua che viveva nella memoria più che nella pagina.

La comparazione, allora, si trasformava in un esercizio incompiuto e, cercare corrispondenze senza poter stabilire un sistema, per questo oggi evocare affinità senza poterle consolidare in una norma solida, unitaria e condivisa.

In questo senso, il “pozzo senza fondo riverso” diventa il simbolo di una discontinuità strutturale, in cui la profondità della tradizione non si traduce in stratificazione scritta, ma resta dispersione, in forma di eco, per la sopravvivenza perché quella lettera sta nei piedi di chi guarda in alto nel pozzo riverso o contrario.

A ciò si aggiunge la complessità storica delle comunità tra meridione e Belcantistica, che segnano le dominazioni, gli adattamenti e le scelte dettate più dalla necessità riverenziale, che da un progetto culturale unitario.

L’esperienza Ottomano, contribuì a ridefinire equilibri, accentuando quella frattura tra continuità orale e istituzione scritta che ancora oggi aleggia in forma di percezione.

Così, la ricerca di una lettera perduta si rivela, in ultima analisi, la ricerca di una forma che la storia non ha mai completamente concesso: un tentativo di colmare un vuoto che non è soltanto grafico, ma profondamente storico e culturale.

Vi è una particolare figura, tanto ricorrente quanto poco confessata, che abita la tradizione degli studi umanistici e, il letterato che guarda nella direzione sbagliata.

Non si tratta di semplice distrazione, né di ingenuità metodologica, ma di un vero e proprio orientamento esistenziale che potremmo definire, con una certa indulgenza ironica, o errore verticale.

Tale errore si manifesta emblematicamente nella metafora del pozzo rovesciato senza fondo, immagine che consente di descrivere con precisione quasi topografica il paradosso della ricerca intellettuale quando essa si emancipa dalla realtà fino a perderla di vista.

Il pozzo, per sua natura, è struttura discendente e, si scava verso il basso per attingere a ciò che è nascosto ma essenziale, l’acqua.

Nel suo rovesciamento simbolico, esso diviene invece un condotto ascendente, oscuro e senza fine, una verticalità invertita che promette profondità ma concede soltanto altezza indefinita senza in punto luminoso e, il letterato, collocato ai piedi di questa struttura, inclina con lo sguardo verso l’alto, cerca la verità come se dovesse venire o essere cercata in una lontananza sempre più alta, in un punto che siccome si sottrae si ritiene sia elevato a oggetto di tensione assoluta o miracolo atteso.

L’ironia della situazione, tuttavia, risiede in un dato che sfugge al protagonista di questo esercizio contemplativo: ciò che egli cerca con tanta ostinazione è già presente, sedimentato ai suoi piedi.

Il sedimento, lungi dall’essere un residuo inerte, rappresenta qui la forma più concreta e stabile del senso; è ciò che resta dopo il passaggio del tempo, ciò che si deposita e, proprio per questo, si rende disponibile. La sua prossimità non lo rende meno significativo, ma semmai più esigente e, richiede uno sguardo capace di rinunciare all’enfasi dell’ascesa per accettare la modestia della constatazione.

Si potrebbe obiettare che la tensione verso l’alto costituisca una componente nobile dell’attività intellettuale, e ciò è indubbiamente vero.

Tuttavia, nel caso del nostro letterato, essa si trasforma in una forma di miopia selettiva, perché egli vede soltanto ciò che è lontano, e proprio per questo finisce per non vedere nulla.

Il pozzo rovesciato diviene allora non tanto uno strumento di conoscenza quanto un dispositivo di autoillusione, un’architettura simbolica che legittima l’incessante differimento della risposta.

In questo contesto si inserisce l’enigmatica “Z” che chiude il suo disperato e annaspante studio e, l’ultima lettera dell’alfabeto, può essere letta come figura della conclusione, ma anche come segno di esaurimento: non il coronamento di un percorso, bensì il suo arresto.

La “Z” non si trova in cima al pozzo, come il letterato sembrerebbe supporre, ma giace a terra, tra i sedimenti che egli ignora e calpesta e, rappresenta così una fine già disponibile, una chiusura che non richiede conquista ma riconoscimento.

Il carattere ironico della metafora emerge dunque nella sproporzione tra lo sforzo e l’oggetto e, quanto più il letterato si protende verso l’alto, tanto più si allontana da ciò che è immediatamente accessibile.

Il suo studio si fa “disperato e annaspante” non per la difficoltà intrinseca del problema, ma per l’ostinazione con cui egli rifiuta la soluzione più ovvia.

In tal senso, il pozzo rovesciato non è soltanto un’immagine della ricerca fallita, ma anche una critica implicita a una certa idea di profondità, che confonde la distanza con il valore e l’oscurità con la verità.

In conclusione, la metafora invita a una revisione del gesto conoscitivo, non ogni elevazione è progresso, non ogni lontananza è significato.

Talvolta, la vera difficoltà consiste nel piegare lo sguardo verso il basso, nel riconoscere che ciò che si cerca non si trova al termine di un’ascesa infinita, ma nella paziente evidenza di ciò che già si possiede.

Il letterato del pozzo rovesciato, se mai vorrà uscire dal proprio equivoco, dovrà imparare non a guardare più lontano, ma a guardare più vicino. operazione che, come ogni autentica svolta teorica, si rivela sorprendentemente ardua.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da senso e forma alle cose Diasporiche).

Napoli 2026-04-29

 

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