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IL MODERNO BRADISISMA MEDIATICO CHE STRAVOLGE LE RADICI DIASPORICHE surdalurà, vàftë nëdë fundj dèjtjtë e u pixëtë

Posted on 30 aprile 2026 by admin

Santa soofiaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Il fenomeno a cui siamo invitati a osservare prima della messa domenicale non è soltanto una benedizione culturale, ma un segnale più profondo di frammentazione sociale e istituzionale, in tutto un bradisisma infernal-culturale senza precedenti.

Quando si parla di settorialismo e, ancor più se chiuso e ristretto chiuso, autoreferenziale e classista, si mette in luce una tendenza a rinchiudersi in forme rigide identitarie, incapaci di dialogare per evolversi.

E quando si approda senza alcuna mira di preservare tradizione di memoria si, finisce nell’atto di ridurla a gesto privo ogni senso diasporico come fecero i nostri avi.

In questo contesto, ciò che dovrebbe essere patrimonio condiviso da difendere, diventa un mero atto dispersivo, o di profonda esclusione di fatti, consuetudini dei luoghi dove si va a vagare con braccia conserte e capelli sciolti al vento del lavinaio.

Ed è proprio qui che emerge la dimensione più penosa, irriverente e indegna per un genere specifico e, che non solo mina la difesa delle radici, quanto la loro trasformazione in barriere di vanto smarrito.

Quando una comunità, qualunque essa sia, smette di interrogarsi, informarsi e confrontarsi, limitandosi a elevarsi sul baratro senza fondo immaginandolo teatro, reiterando se stesso, entra in una fase che potremmo definire terminale, non perché destinata a scomparire, ma perché sceglie di rimanere in equilibrio in quel non teatro che è un baratro di termine.

A rendere ancora più evidente questa crisi è il ruolo delle istituzioni e dei midia in generale e, questi, in particolar modo, invece di rappresentare un argine critico o un luogo di elaborazione, controllo, saggistica e collettivo, si limitano a riflettere e amplificare tale impoverimento egocentrico.

La conseguenza è una sorta di processione simbolica e, ogni attore o attrice istituzionale dirsi voglia, con quei gesti e con quel apparire disinvolto, compie il proprio gesto incauto colmo del distratto camminare, formalmente e sostanzialmente svuotato di morale, partecipando a una rappresentazione che ha perso il senso del sacro, della responsabilità e del valore del genere che fa quello spettacolo, specie se di un genere che un di sarà madre.

Non si tratta dunque di condannare una comunità o una tradizione in sé, ma denunciare una dinamica più ampia, la stessa per la quale un’identità e istituzioni, anziché farsi strumenti di apertura e crescita, si irrigidiscono e si consumano nella loro stessa ripetizione di gesti e atti impuri.

E finché questa logica non verrà messa in discussione, o i responsabili non avranno consapevolezza del violato, ogni tentativo di rinnovamento resterà superficiale, incapace di incidere davvero sulla conoscenza del pubblico pagante, visto che le riprese diventano sempre più alte, velate e poco chiare o focalizzate.

Serve allora uno scarto, una presa di coscienza che rompa il circolo dell’autoreferenzialità e solo così ciò che oggi appare come una processione di una casa svuotata potrà tornare a essere un percorso condiviso, vivo, e soprattutto significativo dell’essere diasporici.

Non è concepibile che chi va per illustrare non chieda cose, ma le impone e le descriva a suo piacimento, perché giusto sarebbe, entrare e chiedere lumi ai vecchi saggi e non accalappiare infanti per soggiogarli al volere dell’apparire dell’ignaro o della ignara viandante.

Se per fare Gjitonia si ha bisogno di sottotitoli e l’evidente controsenso che non fai parte del governo delle donne, ne hai titolo per esse un componente del senato degli uomini, perché loro storicamente sono famosi in quanto se parlano sanno come farsi ascoltare e capire con parole, gesti e garbo.

Nessuno di questi generi che cammina tra le strette vie del centro antico, non saluta porte e soglie di casa senza guardare le finestre e pur se vuote chiedere come state cosa fate e se tutto va per il meglio, perché i sotto titolati non sanno che solo così riceveranno risposte e accoglienza, materna.

Ma forse il mio è solo un sogno di saggio studioso preoccupato di aver lasciato i più discoli/e davanti al fuoco domestico, una paura inconscia lo perseguita, tuttavia al risveglio prende atto che per gli insegnamenti divulgati non credo sia mai possibile posano germogliare tanta infedeltà e non rispetto dei luoghi natii, da parte di nessuno.

Si questo dei media è solo un sogno un brutto sogno si questo è l’inferno che non sarà mai possibile se non nel mondo dei sogni che fa della Gjitonia luogo di perversione impossibile.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi degli arbëreşë).

Napoli 2026-04-08

 

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