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GLI ANGOLARI RESTANTI IGNORANO IL GENIO SACRIFICALE DEI PARTENTI ARBËREŞË Lindrunj thë spundunj mhbanë  kishës e jatroi thë bënuratë nërekjenë kushathhë

GLI ANGOLARI RESTANTI IGNORANO IL GENIO SACRIFICALE DEI PARTENTI ARBËREŞË Lindrunj thë spundunj mhbanë kishës e jatroi thë bënuratë nërekjenë kushathhë

Posted on 28 maggio 2026 by admin

 

LindrunjArch. Atanasio Pizzi Basile – Nei piccoli centri collinari della storica diaspora arbëreşe, sopravvivono senza soluzione di continuità due stirpi d’uomini: una immobile e l’altra di genio dinamico, due categorie di figure storiche, seminate e rigenerate dal medesimo tempo.

Lo stesso tempo che pone da una parte i “solitari partenti operosi” che lavorano in silenzio, trascinando la propria esistenza tra terra, fatica e partenze colma dio memoria e, dall’altra i “lindrunj inoperosi e reggi muri di spalle”, o eterni sedentari nello spigolo delle chiese e della piazza, uomini inchiodati all’ombra di un muro come se la vita avesse smesso di pretendere qualcosa da loro molti anni prima.

Essi vegetano dall’alba fino al tramonto appoggiati alla pietra consumata, con le mani intrecciate dietro la schiena o abbandonate sulle ginocchia, osservando ogni passaggio umano come giudici senza tribunale e senza responsabilità, dispensatori continui di sentenze non richieste, misuratori della vita altrui pur non avendo mai mosso un dito per costruirne una propria degna di memoria.

Lo spigolo della chiesa diventa il loro regno immobile, il loro osservatorio morale, il luogo da cui si smarrisce la memoria del centro storico, che non riconoscono, la loro tana protetta dal sole e dal dovere; e durante il giorno essi si spostano soltanto di pochi passi seguendo lentamente l’ombra che gira intorno alla pietra, quasi fossero antiche meridiane umane incapaci di separarsi dal muro che li sostiene.

Parlano poco ma giudicano tutto, mentre il giovane che parte, l’uomo che ritorna, la donna che attraversa la piazza, il commerciante che apre tardi, il contadino che lavora troppo, il forestiero che non saluta abbastanza profondamente, il ragazzo che sogna una vita diversa e per questo viene già considerato colpevole di superbia.

Essi non producono, non creano, non costruiscono, non rischiano, non ricordano ma amministrano il tribunale invisibile del paese, quel potere antico e sterile che consiste nel sorvegliare l’esistenza altrui per compensare il vuoto della propria.

Il loro cervello resta fermo come il corpo, incapace di ruotare verso un’idea nuova o verso una qualunque inquietudine creativa; eppure possiedono l’ostinazione di chi crede di custodire un ordine sacro soltanto perché è rimasto sempre nello stesso luogo.

Così trascorrono le stagioni, uguali una all’altra, mentre il vento cambia sulle colline dei paesi arbëreşë che lentamente si svuotano di giovani, di lavoro, di futuro.

I più forti emigrano, i più disperati resistono, ma loro restano lì, fedeli soltanto all’ombra dello spigolo che si allunga e si ritrae lungo la pietra della chiesa, spostandosi lentamente con essa come satelliti stanchi di un mondo ormai immobile.

A mezzogiorno rientrano a casa per mangiare ciò che altri hanno prodotto, ciò che il tempo, la famiglia o la fortuna hanno garantito loro senza sudore, e poi ritornano nuovamente al proprio posto, a occupare il vuoto del pomeriggio con il mestiere antico dell’osservazione sterile.

Nei loro occhi vive una calma arida, quasi monastica, ma priva di spiritualità, che si trasforma in una forma di stoicismo degenerato che non nasce dalla disciplina interiore bensì dall’abitudine all’inerzia.

Eppure il paese continua a riconoscerli come presenza inevitabile, come elementi del paesaggio stesso, in tutti i vecchi corvi umani appollaiati agli angoli sacri delle pietre, sentinelle inutili di un ordine che non salva nessuno e che lentamente consuma anche loro, mentre il sole gira, le ombre cambiano posizione e il tempo, senza far rumore, seppellisce ogni cosa sotto la polvere antica delle colline della preSila arbëreşe.

Esiste poi il mondo del partente, figura opposta e quasi nemica naturale di coloro che consumano la vita nell’ombra immobile degli spigoli.

Il partente nasce negli stessi vicoli, ascolta le stesse campane, respira la medesima polvere antica delle colline arbëreşë, ma porta dentro di sé un’inquietudine diversa, una forza che non gli permette di restare fermo a imputridire nel giudizio sterile del paese.

Fin da giovane gli viene consigliato di studiare, di addivenire architetto, di apprendere un mestiere capace di dare forma al pensiero e ordine allo spazio; e così egli parte, attraversando città e discipline, senza mai dimenticare però la lingua spezzata dei vecchi, le pietre della propria infanzia e il dolore silenzioso delle comunità da cui proviene.

Nello studio si specializza, diventa lettore instancabile e indagatore della storia dei grandi uomini, osservatore dei destini collettivi e delle rovine morali delle civiltà, apprendendo che ogni popolo si salva soltanto quando sa distinguere il valore autentico dalla vanità travestita da memoria.

Per questo, quando riversa il proprio ingegno negli ambiti arbëreşe, il suo cammino diviene facile e terribile insieme: facile perché egli conosce dall’interno i caratteri, i silenzi, le paure, le miserie e le nobiltà di quella terra; terribile perché proprio tale conoscenza gli impedisce di accettare l’inganno delle celebrazioni inutili e delle memorie costruite per vanità personale.

Egli sa discernere le cose buone da quelle inutili e, peggio ancora, da quelle vili; comprende immediatamente quando un gesto nasce dal desiderio sincero di custodire una civiltà e quando invece è soltanto il tentativo meschino di eternare piccoli uomini attraverso pietre, targhe o lapidi innalzate non alla memoria dei giusti ma dei traditori, degli opportunisti o di coloro che servirono soltanto se stessi.

E allora guarda con amarezza coloro che profanano i luoghi sacri della memoria arbëreshe apponendo nomi indegni, scavando nel terreno delle antiche appartenenze soltanto per imprimervi la propria ombra effimera, quasi che bastasse incidere un cognome sul marmo per appartenere davvero alla storia.

Egli sa invece che esistono terre che non necessitano di tali rumori, perché custodiscono già una sacralità più antica e profonda; e tra queste vi è la terra di Sofia, luogo che pochi ormai ricordano nella sua verità spirituale e storica, soffocata dall’ignoranza moderna e dalla teatralità di uomini piccoli.

La terra di Sofia non appartiene ai celebratori di sé stessi, né ai custodi dello spigolo, né ai trafficanti della memoria: appartiene soltanto a chi è capace di comprenderne il peso invisibile, la continuità storica, il sacrificio dei padri e la malinconia dei partenti.

Così il partente quando ritorna nei paesi dell’origine come un uomo straniero profondamente radicato, osserva con lucidità il lento consumo delle comunità, la dispersione e la ostinata applicazione di antichi vizi ed è così che lui diventa privilegio locale, che non teme giudizio degli immobili perché conosce loro e il mondo, ha studiato, e sa che la locale è idolatria del mediocre.

Per questo cerca, legge, interpreta e distingue, nella speranza che almeno una parte di quel mondo disperso possa ancora salvarsi non attraverso i lapidari lindrunj, ma mediante pensiero, conoscenza e dignità silenziosa del partente che non abbandonano mai la propria origine.

Ed ecco che dopo quaranta anni avviene il miracolo, che lo accoglie nella intimità storica di quella terra rimasta sospesa, devastata e manomessa, lui ha misura di essere l’ultima cometa possibile da seguire, in quel contesto fatto di velature buoi e ombre senza futuro.

(Maestro acquafortista che da forma svelatura e soluzione ai trascorsi arbëreşë).

Napoli 2026-05-28

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COME PROGREDIRE, CRESCERE, PARLARE, E NON SMARRIRE I CINQUE SENSI ARBËREŞË  u rìtà me mëmenë tatenë thë dèrà jonë i thë nànëve

COME PROGREDIRE, CRESCERE, PARLARE, E NON SMARRIRE I CINQUE SENSI ARBËREŞË u rìtà me mëmenë tatenë thë dèrà jonë i thë nànëve

Posted on 05 maggio 2026 by admin

Santa soofiaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – A ben vedere il tempo generato dalla iunctura familiare nei rioni di Terra era fatto di, parlato, ascolto, simboli, consuetudini e vita comunitaria, secondo cui ogni cosa aveva una funzione profondamente formativa, orientando le generazioni in crescita, verso orizzonti luminosi.

Quelli erano i tempi in cui recarsi alla fonte significava non soltanto soddisfare un bisogno primario, ma anche rigenerarsi interiormente e, l’atto, rappresentava uno spazio di luce, di guida, di prova del senso di orientamento generale e, cosi erano anche gli atti devozionali rivolti ai santi, che assumevano ruolo fondamentale e spirituale; mentre la famiglia, i genitori tutti, con i vicini, incarnavano la prima e più significativa scuola per intraprendere le vie della vita.

Nella contemporaneità, tuttavia, tali significati appaiono in parte svuotati e, oggi i medesimi luoghi, un tempo colmi di riti hanno esaurito la dimensione originaria per assumere una nuova forma, talvolta contraddittorie, di azioni paradossali.

Oggi gli spazi pubblici sono diventati contesti di giudizio più che di condivisione e, quella che un tempo era la critica costruttiva oggi rappresentano le celle dove relegare in solitudine i non prescelti.

E cosi ha cambiato senso anche la partecipazione religiosa che ormai è diventata gesto formale, secondo cui le pratiche devozionali si intrecciano con aspettative individuali di beneficio immediato.

Parallelamente, anche l’istituzione familiare attraversa un processo di ridefinizione, in cui la costruzione dei legami appare sempre più mediata dal ricorso a supporti esterni, istituzionali per terminare in mero orientamento dipartimentale.

Questo mutamento epocale solleva interrogativi rilevanti sul rapporto di tradizione e modernità, nonché sul ruolo delle istituzioni ormai diventate simbolo di formazione dell’individuo che poi determina la complessità odierna di uno specifico luogo.

Nella fase contemporanea, la deriva culturale che si è progressivamente ampliata sembra aver inciso anche sulla coesione dei gruppi diasporici, favorendo forme di isolamento individuale a discapito della dimensione comunitaria dei prescelti restanti, statici, incantati e sempre vestiti a festa per fare balli e canti.

La produzione simbolica e comunicativa appare sempre più frammentata o resa fumosa,  moltiplicando immagini o rappresentazioni che, risultano prive di aderenza rispetto ai modelli originari, i quali pur essendo stati caratterizzati da rigore espressivo, misura formale e profondità di sentimento, sono ritenuti a misura di contro riforma.

In questo contesto, si assiste alla diffusione di contenuti che, pur richiamando radici culturali specifiche, si presentano talvolta in forme semplificate o banalizzate, come nel caso di traduzioni automatiche che finiscono per alterare il senso del messaggio, fornendo una immagine offuscata e irriconoscibile, come cita il poco noto per gli storici linguisti, Massimo B.

L’elaborazione estetica e linguistica se non idoneamente prodotta da competenze accademiche specifiche, perde la parte più solida della sua funzione, generando distanza tra pronuncia immagine e significato.

E la rappresentazione immagine, quando combina la dimensione visiva o narrativa palesando tratti oscuri e dissonanti, specie se si associa una “scrittura simbolica” carica di tensione, incapace d’innescare un senso di smarrimento del presente.

È in questa cornice che si può cogliere la percezione di un passaggio critico, quasi un affacciarsi collettivo su un limite, un “baratro”, e riprendere un evocativo, varrunë, che segna la necessità di una riflessione più profonda sulle forme della comunicazione, dell’identità di memoria culturale.

Infatti, a ben vedere più si rimaneva solidamente, vicini al modello familiare allargato tipico dei diasporici e più solida era la formazione con cui si acquisivano gli insegnamenti di radice linguistica consuetudinari di credenza.

Un elemento che caratterizzava questa fonte patrimoniale era il sistema di formazione che non aveva titoli o elementi formali da assegnare una forma cartacea per essere incorniciata, perché la formazione si palesa alla luce del sole con atti di parlato e movenze.

Quel ruolo che oggi la scuola si trova a svolgere in forma molto ampia, rispetto al passato e, mentre una volta l’educazione era distribuita tra famiglia, comunità e tradizioni condivise; oggi molte di queste strutture si sono indebolite, e la scuola istituzionale viene chiamata a colmare vuoti educativi enormi, non dal punto di vista grammaticale ma con momenti di coronamento, formali, con un titolo cartaceo terminale.

Camminare, parlare, bere, vestirsi, lavarsi, mangiare sono compiti materni al massino familiari che si estendono massimo sino alla soglia di casa e con la porta chiusa.

Questo significa che gli insegnanti di casa sono i primi istitutori e solo in eseguiti in condizioni più sostanziale, si completa la formazione con il supporto o la correzione sociale, che non a bisogno di promuovere l’allievo ma indirizzarlo ad affrontare il resto del mondo.

È vero però che esistevano criticità reali e, la formazione iniziale poteva apparire un tempo troppo teorica ma, il confronto intergenerazionale era costantemente presente e, non certo come avviene oggi con molti docenti giovani che siedono in cattedra con poca esperienza pratica e i vicini di casa assenti o distratti per altre cose.

Se poi a questo si aggiungono classi più eterogenee con troppi lljtirë, tecnologie nuove di apprendimento traduzione, che seguono le mode dei mutamenti in continuo mutare, la via scelta per elevarsi parlanti arbëreşë è sfida impari e senza traguardo.

D’altra parte, dire che i titoli siano “vuoti” o che ci sia solo un “vagare continuo” rischia di semplificare eccessivamente il problema.

Ci sono anche molti insegnanti motivati, con la volontà di innovare, cercando di costruire proprio quel senso di guida che diffusamente manca, ma non possono sostituirsi alla prima fase di vita di casa sino alla soglia, perché essi pur avendola vissuta ne hanno smarrito la memoria.

Forse il punto centrale del discorso è questo, giacché manca un equilibrio tra formazione tecnica e formazione umana, tra scuola e comunità coscienziosa e lucidamente consapevole del problema.

E questa è la ragione dell’enigma che si vuole affrontare, perché senza alleanza tra famiglia, società e la scuola a fare da contorno, è difficile creare un percorso solido per le nuove generazioni, che vogliono crescere sulla soglia di casa dove primeggia la lingua della madre arbëreşë.

Per avere davvero misura del patrimonio incamerato negli ambiti natali e fino alla giovinezza, mi sono trovato nella necessità di allontanarmi, non tanto per rifiuto quanto per esigenza di chiarezza, come se la prossimità, che pure aveva nutrito ogni mia percezione, finisse per rendere indistinti i contorni di ciò che invece meritava di essere osservato con precisione da una prospettiva lontana.

Solo prendendo distanza ed essere un “Partente”, ho avuto agio, misura e prospettiva idonea per iniziare a distinguere ciò che prima mi appariva come un fondo unico e compatto.

Secondo cui gesti, parole, silenzi, abitudini sedimentati nel tempo, è stato possibile distinguerli dai componenti di un patrimonio che non era semplicemente materiale, ma soprattutto emotivo e culturale, costruito giorno dopo giorno nell’ascolto e nel rispetto familiare.

In quel contesto originario ogni cosa sembrava naturale, quasi inevitabile e, proprio per questo difficilmente interrogabile, in quanto tutto era acquisito come vivere o essere immersi in una lingua con le gestualità che parlano senza mai chiedersi da dove provenga o quali regole la governino.

L’allontanamento, invece, ha introdotto una distanza capace di restituire profondità a ciò che prima era superficie, fornendo gli elementi indispensabili a riconoscere il valore di ciò che avevo interiorizzato in due decenni senza mai nominarlo davvero.

Ho compreso allora che il patrimonio non si limita a ciò che si eredita in forma tangibile, ma include una trama più sottile fatta di sguardi, di attenzioni, di modalità di relazione che si imprimono lentamente e che solo in seguito rivelano la loro forza strutturante.

Guardare da lontano non ha significato tradire o rinnegare, ma al contrario rendere giustizia a quella eredità, sottraendola all’automatismo e restituendola alla consapevolezza.

In questa nuova prospettiva, ciò che prima era dato si è trasformato in scelta, e ciò che era implicito ha iniziato a emergere come principio attivo di una specifica identità, che consente di ricomporre il passato non più come semplice accumulo, ma come un sistema coerente di significati che continuano a orientare il presente.

Tutto questo per avallare la teoria secondo cui chi resta fa “restanza” e perde la memoria e si trova a vagare per cortei e processioni altrui con l’emblema che segue i musici santificati, diversamente da chi diventa un “partente” che cementifica la memoria avendone continua e cosciente solidità con echi del ricorso ripetuto e innescati dalla distanza dal luogo del cuore che non smette mai di battere colmo di gesta in arbëreşe.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma alle sponde dell’Adriatico).

Napoli 2026-05-05

 

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MILOT ALLA BIENNALE DI VENEZIA 2026 “no more keys”

MILOT ALLA BIENNALE DI VENEZIA 2026 “no more keys”

Posted on 04 maggio 2026 by admin

photo_2026-05-03_19-20-01NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Alla sessantunesima mostra biennale internazionale di Venezia, dal titolo “In Minor Keys” organizzata da Koyo Kouoh, espone a Palazzo Donà delle Rose, l’artista Albanese Alfred Mirashi, in arte MILOT.

L’ artista di grande caratura morale e professionale, con l’opera intitolata “Senza Chiave”, dispone una installazione con 30 piatti, che rappresentano le superfici dove sono depositate, le reliquie che segnano il possesso, delimitato e controllato da chi vi può accedere, un equilibrio silenzioso di un gesto quotidiano ma che porta la memoria a riti di manualità e rispetto antico.

Le chiavi distorte, colorate, allineate, ripetute, ordinate, sembrano non aver più la funzione primigenia e, non aprono più, non chiudono più nessuna serratura, ma semplicemente esistono per ricordare memoria di luoghi arte e patti antichi in attesa di fiorire in memoria.

Il colore tratto distintivo, che definisce, delimita e fa campo d’azione, trasformando aggiungendo alla materia un significato che diventa messaggio di memoria dove l’oggetto trova accoglienza e cittadinanza, non per qualcosa che si può toccare, ma perché riverbera significato profondo secondo una precisa funzione che lo rende visibile e ineludibile di un destino, che non teme le ire del tempo e, secondo cui possederlo per osservandolo ti consente di immaginare un luogo vero solido e reale.

Nel Trecento l’Adriatico era una soglia più che un mare, che definiva una linea viva di traffici, sguardi e partenze, le due estremità, Brindisi e Durrës, funzionavano come porte aperte per chi doveva navigare in adriatico e, le navi della Repubblica di Venezia, facevano spola, portando merci, saperi e uomini dalla porta dell’Adriatico alla città più estrema di questo golfo profondo.

In questo flusso costante si inserisce una memoria stratificata nei secoli, fatta di giovani d’Albania, attratti e ben accolti nelle botteghe veneziane e, non erano soltanto manodopera, giacche erano preferiti come apprendisti, discepoli di arti e mestieri che Venezia custodiva con cura quasi ossessiva, finalizzata alla lavorazione del legno, del vetro, della pietra, del ferro, le tecniche di costruzione navale e decorativa.

Il patto era semplice e rigoroso, anni di apprendistato condiviso, spesso cinque, talvolta sette, sotto la guida di un maestro.

Un accordo che non era solo lavorativo, ma formativo e disciplinare ed entrare in una bottega significava entrare in una continuità, secondo cui imparare un’arte per poi trasmetterla, senza interrompere il filo della tradizione.

A Venezia questa presenza ha lasciato tracce toponomastiche e simboliche e, tra queste, Calle degli Albanesi, una strada che ancora oggi richiama quella comunità di giovani arrivati dal mare e assorbiti nel tessuto urbano della città, perché disciplinati ed attenti.

La calle degli Albanesi non descrive o ricorda solo un luogo, ma un passaggio storico e, l’approdo, l’iniziazione, l’inserimento in un sistema di saperi che poi ha dato continuità strica all’artigianato veneziano.

Nel tempo, quella circolazione di competenze ha contribuito a costruire la straordinaria continuità artigianale, dove l’arte non era separata dalla tecnica, e la tecnica non era separata dalla vita civile della città che non ha mai dimenticato quel patto.

Se oggi la Biennale di Venezia torna a dare spazio di confronto globale sull’arte contemporanea, lo fa anche su questa eredità invisibile e, l’idea che la città sia sempre stata un laboratorio aperto, costruito da incontri, migrazioni, apprendimento e scambio.

In questa chiave, il ricordo dei giovani apprendisti dell’Adriatico non è soltanto storia, ma è una forma chiusa, in tutto un patto antico che, vive nonostante lo scorrere del tempo e, continua a parlare nel presente, nelle mani che lavorano, nelle tecniche che resistono, nei luoghi che conservano nomi come se fossero eco di una bottega condivisa.

In questa rievocazione storica come non ricordare di Gjergo Kastriota, ricordato come “Atleta di Cristo”, protagonista della resistenza contro l’espansione dell’Impero Ottomano.

La memoria veneziana conserva tracce non solo nei documenti, ma anche nelle narrazioni di arrivi solenni, ambascerie, passaggi strategici condivisi, dove il mare diventava terreno di mediazione politica oltre che commerciale.

Oggi, quando un maestro proveniente dalle stesse regioni dei giovani apprendisti e dell’eroe Albanese, arriva a Venezia per depositare emblemi di un patto solidale, il gesto va interpretato come un’eco lontana di quella lunga relazione di arte e cooperazione.

Un filo che attraversa secoli diversi ma non si interrompe e, dalle botteghe alle diplomazie medievali, continua sino alle pratiche artistiche contemporanee che fanno memoria.

In questo senso la Biennale di Venezia diventa il luogo simbolico in cui queste stratificazioni riaffiorano, non come ricostruzione storica rigida, ma come un archivio aperto dove l’Adriatico non è più confine, ma memoria in movimento e, lo stesso mare ancora oggi, ancora una volta, avvicina Venezia e l’Albania grazie al maestro Milot.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi dei Balcani).

Napoli 2026-05-03

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