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KATUNDË SHESHË GJITONIA E STOLLJITË: BORGO PIAZZETTA VICINATO E VESTITO sot shegnëtj vetè e rji përapa tumbarinëtë

Posted on 30 luglio 2026 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – È diventata ormai un’abitudine, soprattutto tra chi è privo di una formazione adeguata e di qualsiasi competenza storica, antropologica, urbanistica e sociale, disquisire con assoluta leggerezza sui centri storici dei Katundë arbëreşë, diffondendo definizioni e interpretazioni del tutto incongruenti.

Oggi purtroppo l’arte del confronto è una attività terminata e, il gioco delle tre carte ha preso il sopravvento, secondo cui a perdere è sempre chi spera di vincere più di altri, ma sicuramente meno delle persone normali che lavorano senza mai riposare.

Si continua a puntare sui “borghi”, quando non lo sono e non lo saranno mai nel gioco delle parti in arbëreşë, perché la loro origine, la loro struttura e la loro identità appartengono a un modello insediativo completamente diverso: fanno parte del gioco delle tre carte.

Si parla dello sheshi riducendolo a una semplice piazzetta, sulla quale si affacciano le porte delle case e terminano i vicoli, ignorando che esso rappresenta il fulcro della vita comunitaria e possiede un significato storico, sociale e simbolico ben più profondo.

Infatti esso è l’insieme di iunctura familiare allargata, che trovava agio in un sistema fatto di case, soglie di porte gemellate a finestre, vicoli articolati, vicoli ciechi, vagli senza uscita, archi di attesa e misura oltre agli indispensabili orti botanici, un insieme dove i valori familiari trovavano aria e luce di misura per non essere sopraffatti dagli estranei llitirë.

Ancora più grave è l’uso improprio del termine Gjitonia, banalmente tradotto a “vicinato” e persino raccontato a modo di moderno condominio orizzontale a misura citofonica.

Una simile interpretazione rivela una totale incomprensione del concetto, perché la Gjitonia non è una semplice prossimità abitativa, ma un sistema di relazioni sociali, di mutuo sostegno, di condivisione e governo degli spazi dove si diffondono i temi profondi delle consuetudini che costituisce uno degli elementi fondanti della civiltà arbëreşe.

Questo modo generico e superficiale di parlare ha ormai raggiunto il limite del ridicolo e, chi ignora il significato autentico dei termini e pretende comunque di impartire lezioni farebbe meglio a fermarsi, studiare e riconoscere la propria impreparazione.

Viene in mente l’antica immagine degli asini che trasportavano spugne e che quando, attraversavano il fiume, credevano di portare sale e si illudevano di aver alleggerito il carico, senza rendersi conto di non aver mai compreso ciò che realmente trasportavano.

Così accade a chi usa parole di cui ignora il valore storico e culturale: e, finisce per diffondere solo confusione, scambiando la presunzione per conoscenza.

Rientra pienamente in queste stesse tematiche anche la vestizione femminile, o, più propriamente, il costume tradizionale femminile arbëresh.

Non essendo mai stato oggetto di uno studio organico, approfondito e scientificamente fondato, come ha fatto lo scrivente prima nel suo luogo natia con la sarta madre e poi a Napoli nella salita della sapienza, rintracciando editi fondamentali avendo prove certe che il costume resta e continua a essere frainteso, semplificato e divulgato in modo approssimativo.

Ne consegue che numerosi studiosi e studiose ne descrivono le singole parti in maniera confusa, ricorrendo a terminologie moderne o categorie estranee alla cultura che lo ha generato, come se quei capi appartenessero alla sartoria contemporanea e non fossero invece il risultato di una lunga elaborazione storica, sociale, simbolica e antropologica.

Il costume femminile arbëreşe non è un insieme di indumenti colorati da catalogare secondo criteri odierni, ma un linguaggio culturale complesso, nel quale ogni elemento possiede una funzione precisa, un nome proprio, una collocazione determinata e un significato che rimanda alla condizione della donna, alla famiglia, alla comunità e al rito.

L’impiego di definizioni improprie o la sostituzione dei termini tradizionali con equivalenti moderni non contribuisce alla conoscenza, ma produce una narrazione distorta che finisce per alterare l’identità stessa del costume, fino a trasformarlo in una rappresentazione artificiale, priva del suo autentico valore storico ed etnografico.

(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre ka llëmj lljtiritë).

Napoli 2026-07-30

 

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