Archive | giugno, 2026

Lunedi-ventidue-Gennaio-253x300

IL CAVALIERE CANTO CHE INCONTRA E SPOSA LA DOLCE E FASCINOSA MUSICA thanà këndò pëse tj jieë i nìpj Geleùtë

Posted on 23 giugno 2026 by admin

Lunedi-ventidue-Gennaio-253x300

NAPOLI di Atanasio Pizzi Architetto Basile – Nella tradizione storica degli arbëreşe, il canto ha rappresentato per secoli una delle più alte espressioni dell’identità culturale e della memoria collettiva.

In origine, la dimensione melodica era affidata principalmente alla voce umana, che attraverso particolari generi e forme di esecuzione conferiva musicalità, ritmo ed emozione al testo cantato, senza la necessità di un accompagnamento strumentale strutturato.

Tra i ricordi che attraversano la storia del canto arbëreşë, merita un posto particolare Vincenzo Torelli, ricordato da molti per le sue appassionate riflessioni e critiche musicali.

Egli sosteneva con convinzione un principio che considerava fondamentale: il canto nasce prima della musica e, secondo la sua visione, la voce umana rappresentava la prima e più autentica forma di espressione artistica, mentre la musica strumentale era giunta solo successivamente ad accompagnarne e ad amplificarne la forza emotiva.

La tradizione popolare tramanda che Torelli, figura di spicco della cultura ottocentesca, avesse persino ideato due personaggi simbolici, il Canto e la Musica, protagonisti di brevi racconti pubblicati a puntate.

In ogni episodio i due si confrontavano, talvolta con ironia e talvolta con argomentazioni profonde, ma alla fine era sempre il Canto a prevalere.

I lettori, affezionati a quel giornaletto, gli domandavano spesso perché il vincitore fosse sempre lo stesso. Torelli rispondeva sorridendo: «Perché sono arbëreşe».

In quella frase era racchiuso non solo un sentimento di appartenenza, ma anche il riconoscimento del ruolo centrale che il canto aveva avuto nella vita della sua comunità.

Egli ricordava inoltre come il canto accompagnasse gli Arbëreşë nelle lunghe giornate di lavoro, durante l’andata e il ritorno dai campi e, lungo i sentieri.

La voce diventava compagna di fatica, strumento di comunicazione e mezzo per mantenere vivo il legame comunitario.

Particolare rilievo assumevano i canti di genere, autentiche dichiarazioni d’amore velate da ironie, metafore e doppi sensi.

Attraverso immagini poetiche e allusioni eleganti, giovani uomini e giovani donne dialogavano pubblicamente senza mai rinunciare al pudore e alla dignità richiesti dalle consuetudini del tempo.

Le esecuzioni seguivano spesso una struttura ben riconoscibile: gli uomini iniziavano il canto proponendo un tema, una domanda o un sentimento; le donne rispondevano con prontezza e arguzia; infine le voci si elevavano insieme in un intreccio di richiami ed echi che superava ogni distinzione individuale.

In quel momento conclusivo non vi erano più vincitori né vinti e, le voci maschili e femminili si univano in una sola armonia, trasformando il dialogo amoroso in una manifestazione collettiva di appartenenza, memoria e identità.

Fu proprio da queste forme antiche di espressione che, nel corso del tempo, prese gradualmente forma quel fecondo incontro tra canto e musica destinato a caratterizzare molte delle successive esperienze artistiche della tradizione arbëreshe.

Con il trascorrere del tempo e sotto l’influenza delle evoluzioni artistiche e musicali che hanno interessato le società contemporanee, anche il patrimonio canoro arbëreşe ha conosciuto forme di rinnovamento.

Oggi, accanto alla tradizione vocale originaria, si è diffusa una più frequente integrazione tra canto e accompagnamento musicale, dando vita a un armonioso incontro tra eredità storica e sensibilità moderna.

Questo processo non deve essere interpretato come un abbandono dei principi tradizionali, bensì come una naturale evoluzione culturale che consente alla comunità arbëreşë di mantenere viva la propria identità, adattando le modalità espressive ai linguaggi artistici del presente.

La fusione tra musica e canto rappresenta pertanto un elemento di continuità, capace di unire passato e futuro nel rispetto delle radici storiche e della ricchezza culturale dei diasporici.

Volendo tracciare un percorso storico di grande suggestione memoriale, come non ricordare la leggendaria voce di Gele che, in Terra di Sofia.

Lui riusciva a far affacciare puntualmente la Giulietta di turno quando un Romeo innamorato sostava sotto il balcone accompagnandosi con il canto di Gele.

A cui la madre gli ricordava sempre che, lui era un Caruso da parte di madre e, si racconta che nessuna serenata fosse tanto attesa quanto la sua e che nessun cuore restasse indifferente a quelle melodie che attraversavano le vie del paese che come un richiamo antico, faceva nascere nuovi e giovani amori.

Dopo la sua scomparsa, avvenuta tra il cordoglio di quanti avevano ammirato il suo talento e la sua devozione all’amata Pietà, seguirono molte vicende e molti tentativi di raccoglierne l’eredità.

Tuttavia, per lungo tempo, nessuno riuscì a ottenere con la stessa naturalezza quei risultati che sembravano accompagnare ogni sua esibizione.

I vicini di paese che avevano saputo di quella storica vicenda, ai tempi in cui si radunavano lungo la gli echi della Caminona e, interrompevano persino le partite di calcetto illudendosi di ascoltare almeno echi antichi, compresero che quella memoria arbëreşë non doveva andare perduta.

Nacque così, quasi spontaneamente, l’idea di unire la forza della voce alla ricchezza degli strumenti musicali.

Non si trattava di sostituire il canto antico, ma di sostenerlo, di accompagnarlo e di offrirgli nuove possibilità espressive.

Fu allora che prese forma quello che molti ricordano come lo storico matrimonio tra canto e musica: un incontro tra la memoria degli avi e la creatività delle nuove generazioni.

Le vecchie serenate continuarono a vivere, ma si arricchirono di suoni, armonie e accompagnamenti che ne amplificavano l’emozione senza tradirne l’essenza.

Da quel momento, nelle feste di paese, nei matrimoni e nelle ricorrenze comunitarie, le voci non camminarono più da sole.

Esse trovarono nella musica una compagna fedele, capace di custodire il passato e, nello stesso tempo, di accompagnare il cammino della cultura arbëreshe verso il futuro.

E ancora oggi, quando nelle sere tranquille si ode una melodia levarsi tra le case, qualcuno giura di riconoscere, tra le note e i ricordi, l’eco lontana della voce di Gele.

 

Il Maestro Acquafortista che ha Dato Vita al Luogo Dove venne alla Luce per essere poi Raggirato.

Napoli 2026-06-23

 

Comments (0)

SOGLIA DI MADRI E CASA CHE PARLANO SI MUOVONO E ASPETTANO IN ARBËREŞË dera shëpìvetë tonà ku ulljei e fijtë manà e zì Clementina

SOGLIA DI MADRI E CASA CHE PARLANO SI MUOVONO E ASPETTANO IN ARBËREŞË dera shëpìvetë tonà ku ulljei e fijtë manà e zì Clementina

Posted on 07 giugno 2026 by admin

kasaNAPOLI  di Atanasio Pizzi Arch. Basile – L’Adriatico rappresenta la soglia simbolica e materiale che sostiene, definisce e rifinisce tutte le identiche consuetudini delle case arbëreşe.

Questo mare, che funge e ha forma d’insieme continuo, costituisce il fondamento di una geografia culturale nella quale memoria, migrazione e appartenenza si intrecciano in modo indissolubile.

Nelle comunità diasporiche della regione storica ad ovest dell’Adriatico come nella terra di origine, la soglia domestica non è soltanto un limite architettonico, tra interno ed esterno, ma uno spazio di mediazione sociale e culturale o luogo attraversato quotidianamente da relazioni, racconti e pratiche di vita che parlano come fa l’acqua che scorre e parla.

Al ritmo delle onde dell’Adriatico, il mare parla, canta e narra azioni, delle madri custodi della continuità familiare e comunitaria.

Sono esse a dirigere simbolicamente il movimento delle onde familiari dentro e fuori quella anda di casa, preservando un patrimonio di memorie che collega le due sponde del Mediterraneo.

In questa prospettiva, l’Adriatico si configura come soglia estesa, uno spazio liminale che custodisce la leggenda storica della diaspora arbëreşë e, che continua a dare forma ai significati dell’abitare, dell’identità e della trasmissione culturale.

Dai modelli abitativi del bisogno vernacolare al profferlo e sino al palazzotto nobiliare, le case hanno sempre avuto una soglia o, in forma di altare, dove la solida e levigata pietra potesse rappresentare non un confine ma un dignitoso luogo di confronto dove il clero familiare, avrebbe potuto diffondere credenza prima e oltre quella pietra.

Dalle abitazioni degli indigeni sino ad essere Katundë e poi dignitari ingressi, di palazzi, la soglia ha rappresentato sempre assunto il ruolo di gradino poco più alto della strada comune, in forma o tratto oltre il quale la famiglia deponeva l’intimità domestica.

In tutte le culture la soglia non è stata mai lasciata senza sorveglianza simbolica e, dove era sempre presente una figura umana e, nel caso di studio una donna o madre di una famiglia, che ne garantisce il riconoscimento sociale di rappresentanza.

Seduta vicino all’ingresso o affacciata all’uscio, della mezza porta, osservava o la si vedeva operare della strada e, attendeva il ritorno dei figli, dei fratelli e dei vicini, salutava chi passava per rendeva evidente che quella casa aveva un volto, un nome e una storia da raccontare.

Nella Kalljva, come nei contesti evocati di Katonë, Spitë, Logetë, si ripropongono secondo l’antica apparire sulla soglia e, l’immaginario ripropone sempre a una donna che aspetta o con il suo nome indica un luogo specifico.

Il suo movimento semplice, di andare avanti e indietro, indietro e avanti, non chiude la strada per entrare in casa, non impediva il passaggio, ma la sua presenza agiva come una porta invisibile, oltre la quale vigeva il suo trono davanti al focolare.

Gli estranei di casa lo comprendevano immediatamente che quel luogo apparteneva a una regina di fuoco e di casa e, quando la donna era presente, la soglia appare viva; quando si allontana, il rispetto permaneva e la memoria ordinava rispetto.

Tutti sanno che quel confine possedeva una proprietaria, una memoria, relazioni e, nessuno sentiva il bisogno di violarlo se non prima di aver chiesto permesso per innalzarsi a valicarlo.

La forza della casa non risiede nei muri o nelle serrature, ma nel riconoscimento collettivo che lega a un sistema sociale che la inseriva nella comunità che la circonda.

In questo senso la soglia non era soltanto un elemento architettonico, ma rappresenta una istituzione sociale, un presidio quotidiano silenzioso che, attraverso la presenza di chi la abita, la rendeva spazio privato riconosciuto e rispettato da tutti.

Movimenti lenti, saggi e senza eccessi: così erano le nostre madri, che un tempo vivevano la soglia delle case e la Gjitonia, di quel luogo d’incontro e di appartenenza dove le vite si intrecciavano e la memoria passava di generazione in generazione.

Custodi di una conoscenza che non veniva soltanto scritta o recitata al ritmo del canto, ma vissuta ogni giorno e, infatti esse parlavano e si muovevano con naturale armonia, come se ogni gesto e ogni parola custodissero un insegnamento, per realizzare una immagine memonica da incidere.

Sedute sulla soglia o raccolte nella Gjitonia, nel corso della stagione lunga, sollecitavano le nostre giovani menti a comprendere il senso di ciò che ascoltavamo, a cogliere il valore nascosto di quelle parole e di quei gesti rivolti a noi.

Non insegnavano soltanto con la voce, ma con l’esempio, con la misura dei loro movimenti e con la saggezza dei loro silenzi.

Da loro abbiamo appreso che la conoscenza non è soltanto memoria, ma ascolto; non è soltanto studio, ma comprensione, specie quando nella stagione breve, si iniziavano a dare immagini mnemoniche davanti la luce scoppiettante del focolare domestico.

E ancora oggi, nel ricordo di quelle figure antiche, ritroviamo la forza e la serenità di un insegnamento che il tempo non ha cancellato, in tutto, quello che nasce sulla soglia di una casa, cresce nella Gjitonia e continua a vivere nel cuore di chi sa ricordare pur se diventato un partente.

Quelle madri che sulla soglia ci suggerivano sempre di partire, per migliorarci, raccomandandoci con garbo e gestualità, di non dimenticare quei luoghi di nascita e sviluppo identitario.

 

(Maestro acquafortista che da forma svelatura e continuità ai trascorsi arbëreşë).

Napoli 2026-06-04

Comments (0)

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!