Archive | maggio, 2021

PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Protetto: PER QUESTO DELOCARONO IL COLLEGIO CORSINI (1792)

Posted on 25 maggio 2021 by admin

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DALLE CITTÀ, SI TORNA A RESPIRARE CON LA FILIERA CORTA DEI CENTRI RURALI DIFFUSI

DALLE CITTÀ, SI TORNA A RESPIRARE CON LA FILIERA CORTA DEI CENTRI RURALI DIFFUSI

Posted on 23 maggio 2021 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – La fuga dalle Metropoli, consigliata da quanti, le allestirono, con quartieri e rioni senza identità, palesa in che misura si conosce la storia, visto che  sommariamente suggeriscono di correre verso il buio medioevale dei “Borghi”.

Quanti attraverso i media riferiscono di allontanarsi dal purgatorio metropolitano, indicando quale alternativa ideale l’inferno medioevale,  denota quale impegno in fase formativa hanno seguito in campo storico e sociale, al punto tale da ignorare l’esistenza dei paradisi abitativi minori, dove ha trovato loco ideale, il trittico mediterraneo.

L’incauto, suggerimento evidenzia la non padronanza storica e lessicale di quanti si riconoscono nella categoria degli ” archi crusconi” notoriamente irrispettosi dell’Accademia Sopraffina.

Nasce così la parabola antropologica senza ne storia e ne radice, ideata per contrastare il senso della storia e la cultura locale, ben prima della Pandemia, iniziasse a evidenziare la deriva. 

Se le stesse figure, ancora oggi, sono in prima linea a dispensare consigli secondo i quali, è opportuno corre  verso i luoghi meno adatti alle esigenze del “nostro prossimo futuro”,  indicando soluzioni in muri classisti e fossati invalicabili per gli uomini normali, non è certo un bel consiglio.

Gli “archi crusconi stellati” dopo aver allestito boschi verticali, al nord, foresta d’acciaio che generano d’ombra, al sud, boschi multi piano e ogni sorta di alchimia mediterranea, oggi allestiscono senza titolo il progettano preliminare, per il futuro; e alla luce di ciò, non sarà certamente roseo, se prodotto sulle ceneri dei borghi del medio evo.

Oggi bisogna concentrarsi e leggere le nuove forme sociali all’interno dei piccoli centri antichi, non come  gruppo di nostalgici compagnoni, con il cuore sagomato sull’estate del 1967, epoca che doveva cambiare tutto, facendo solo ed esclusivamente il contrario del corrente vissuto.

La deriva di ciò ha inizia quando nel tempo dell’industrializzazione, furono costruiti gruppi di residenze, rioni/quartieri in prossimità degli insediamenti industriali, in forte ascesa, con una solida ragione esclusivamente economica.

In seguito, per la crescita sociale, si ritenne continuare con lo stesso accatastamento di individui, avendo cattiveria sufficiente, per sottrarre la fonte industriale e raggiungere l’ironico traguardo privando i rioni sin anche dei minimali sistemi di collegamento, innescando così la ribellione del malaffare organizzato, la cui risposta sociale al questo fenomeno si concretizzò nel costruire i carceri di prossimità sub urbani.

Trovandosi, adesso, ad abbandonare le città, quale peggiore modello indicare, se non quello ancor più buio e dismesso, proprio  perché non in grado di rispondere alle strette necessarie medioevali, noti oggi in appellativo di ” Borgo”.

Il frettoloso percorso concettuale a ritroso, immaginato senza respiro, non lascia spazio alla ragione e alla storia, perché dalla fine del secolo scorso, è andata ad affermarsi la cultura diffusa, in forma  più turistica che paesaggistica sostenibile, dove si è mescolata ogni cosa per meglio operare disinvoltamente.

L’evidente risultato porta a essere comunemente abbagliati dalle stradine storte e massiccia di pietra, il profferlo a stringere vichi, il rudere archeo-religioso, in tutto, elementi sminuiti del valore e le sofferenze sociali, considerando ogni cosa come alternativa benevola, al martoriato respiro cittadino.

Appena è stata negata la libertà di fare viaggi esotici, anzi direi ultra-turistici, ci rendiamo conto da dove siamo venuti e ci inginocchiamo al nostro patrimonio genetico-architettonico, promettendo di tornare alle abitudini, di cibi,  regole e tempi di una realtà che non abbiamo mai studiato se non per sentito dire, pur avendole avute da sempre alla nostra portata.

Il modello alternativo tanto diffuso noto come “Libertà di espressione e pensiero” ci ha fatto precipitare, in una Metropoli diffusa, che solo oggi, nel costatare il danno prodotto, ci fa correre indietro sperando di recuperare il danno prodotto.

Sicuramente la priorità delle cose, le arcaiche privazioni, la fatica per mangiare, il disagio quotidiano e le consuetudini che sopravvivono, li dove la campagna ancora riverbera suoi, valori, attività e cose antiche, non posso essere certamente ricordate da quanti non sanno perché “arche di crusca”  e sanno comunemente solo di borghi.

Sono proprio loro a non rendersi conto, che abbiamo vissuto, abitato e prodotto, economia, per millenni in luoghi senza frontiere e prospicienti la campagna, ambiti minori che diedero la radice alla città, la quale divenuta arroganza credeva di poter essere migliore e sostituirsi a ogni cosa.

Solo oggi diventa ipotesi esistenziale da utilizzare, quale prospettiva, in grado di offrire spazi e luoghi alle nuove energie, idee, forme sociali e aggregative, che prima di essere violate, andavano riproposte, rese note  con parsimonia, garbo e nel pieno rispetto della storica consuetudine.

Sono gli archiRè e quanti hanno visibilità in prima linea che si pone l’invito ad essere rispettosi della storia, prestare attenzione a quanto   dicono e propongono, specie quando,alternativa alle città metropolitane è il comunemente Borgo.

Scappare dalle città metropolitane dove la storia moderna ha raggiunto il suo apice di sostenibilità, per raggiungere i borghi che segnarono il confine tra vita e natura è come scappare dall’olio moderno della padella e cadere nella brace del fuoco camino.

La soluzione: sta nel mezzo e si chiama “paesi diffusi”, luoghi senza murazioni e ne fossati, in quando centri minori costruiti secondo le disponibilità della natura, quando facilita l’opera dell’uomo, il genio locale, questa è la vera rinascita a cui gli uomini e le espressioni dell’architettura, nota la storia, dovrebbero indicare.

È terminata l’era della “brigata degli archi crusconi” non è più il tempo di sintetizzare ogni cosa, tralasciano epoche, espressione artistiche, in forma di urbanistica e architettura per le esigenze degli uomini che rispettavano luogo ambiente, natura e società.

Nel terzo millennio una vite, un ulivo e una distesa di cereali sono la garanzia sostenibile lasciata in eredità dai nostri nonni i quali, bonificarono, la campagna grazie ai piccoli centri minori delle colline del meridione, gli stessi che oggi vorremmo abitare da post-cittadini, perennemente interconnessi, e mediatici, pronti a calpestare ogni cosa come di sovente fanno “gli archi crusconi”.

Un progetto di insediamento urbanistico che è anche una sorta di programma di ri-educazione etica ed estetica, non è impossibile da realizzare; tuttavia deve partire dai centri antichi di origine arbëreshë che ancora resistono nelle colline del meridione italiano e possono essere utilizzati come radice benevola.

Il post- Paese, Frazione, Poggio, Casale, Castro, Motta, Villaggi, Vico, Contrada, Shesho o Katundë non sarà più quello che è stato per secoli, perché i componenti la gjitonia, quelli che si confrontavano secondo le regole dei dei cinque sensi, i cui confini arrivavano sin dove la vista e la voce, adesso dovranno essere supportati delle innovazioni digitali, avendo ben chiaro sempre il tema primario dei loro confini identificativi.

L’urbanistica delle grandi e piccole dimensioni, deve fare i conti con una nuova sequenza di flessibilità che riguardano tutte le attività umane, sia nel luogo abitato e sia nel luogo produttivo, filiera corta sostenibile e rispettosa dei tempi e le peculiarità di un ben identificato territorio.

Possiamo immaginare che gli insediamenti originari possano dar luogo a forme dialettiche innovative oggi impensabili, e parti di città tornino ad essere centro antico, riverberando nella costellazione disseminata sul territorio circostante diventino,” poli sostenibili di un programma diffuso”.

Il fine deve mirare ad attinge dal modello originario attraverso cultura locale, sulle forme più ambite di ricettività ambientale e soprattutto la celebrazione costante del sistema agro-alimentare detto trittico mediterraneo.

Solo se saremo in grado di attuare il duplice sistema progettuale: ambientale e urbanistico, potremmo ambire a valorizzare tutto il territorio collinare, creando il più imponente piano di investimento della storia di questo paese, con la conseguente eliminazione di una consistente fascia di disoccupazione (giovanile e senile), ma per questo ci vorrebbe un’istituzione come è avvenuto ogni volta che nel nostro paese si sono mosse le persone capaci, non quelli che valgono uno, ma che sanno come fare almeno il doppio.

Naturalmente questo è un sogno che non tiene conto delle complessità politiche e culturali di un paese frantumato e confuso ma, come è avvenuto per gli arbëreshë dal XV, i quali senza risorse e con la sola forza delle braccia e della mente, hanno costruito un modello sociale che ancora è vivo e pochi conoscono, luoghi socialmente sostenibili, capaci di superare senza problemi, sin anche i travagli dell’integrazioni diventando per questo i più solidi centri antichi del mediterraneo.

Un modello da cui partire per ricomporre il vocabolario dei piccoli centri antichi, della campagna, e del loro coesistere all’interno di un diverso sistema antropocentrico e ambientale, senza gerarchie e conflittualità da riversare e dare sollievo alle città.

Una nuova “geografia prima di tutto sociale, più economica e urbanistica, espressione di valori”, capaci di tutelare la qualità dei territori, la vera eredità di ogni buon cittadino dei tempi passati odierni e futuri.

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LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

LA FAVILLA MADRE, NELL’ALTARE DELLA KALIVA ARBËRESHË

Posted on 19 maggio 2021 by admin

Annetta1NAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Il monte Olimpo con le sue figure più rappresentative ha ispirato storicamente le vicende e le consuetudini degli arbëreshë nel corso della storia sin anche gli aspetti più reconditi della tipica consuetudine.

Prima di attingere e presentare come mitico personaggio Giorgio Castriota, raffigurato nelle gesta e gli emblemi di difesa, è opportuno delineare cosa abbia caratterizzato la definizione, durante lo scorrere del XVIII secolo, degli elementi caratteristici e caratterizzanti il costume della pre-Sila, in media valle del Crati.

In questo breve si vuole rilevare cosa rappresenta, il panno in porpora(Panj), che la signora Annina F. da Santa Sofia, (in figura), porta avvolto sul braccio sinistro, storico messaggio di consuetudine per ogni moglie e madre, regina del fuoco domestico.

Premesso che il costume della media valle del Crati rappresenta la radice, in forma di arte sartoriale, o meglio, atti di credenza civile è religiosa, arbëreshë; è un identificativo completo della sposa, moglie e madre, rispettivamente arco di tempo a seguito del quale  all’interno del perimetro costruito, dove vive la famiglia, diverrà  il luogo dove la donna, sposa e poi madre assumerà il ruolo di regina del focolare .

Lei come, Hestia, la prima figlia di Cronos e Rhea, per non sottrarre il trono al fratello minore Zeus, assume il ruolo, in tutte le dimore degli uomini, identificandosi, dea del focolare domestico acceso.

Per questo essa è la dea della casa, degli affetti e dell’ospitalità, perché nel centro della casa, trova luogo il focolare, il suo storico altare.

È qui che ricevere ogni bene, assumendo il ruolo di forza trainante della casa, sacro diventa così il focolare, amministrato senza soluzione di continuità; qui trovano asilo i supplici, qui si sacrifica la sposa, essa non è onorata solo al centro delle singole case, ma contemporaneamente nel focolare comune che le comunità accendono quando si riuniscono in pubblica piazza.

Solo attraverso il fuoco possono costituirsi e fiorire nuove famiglie, esso rimane indistinto nel mondo figurativo perché rappresenta la fiamma in continuo mutamento.

Il fuoco è il fulcro, centro, di ogni casa, nell’antichità quando una parte dei suoi figli partiva per insediarsi in nuove terre parallele, si affidava una favilla di fuoco, da poetare nella mano sinistra, al fine di accendere nuovi focolai e potersi ritrovare a casa attorno a quel luogo, che grazie a una favilla della madre casa continuava legittimamente a progredire.

La sposa arbëreshë quando diventa moglie porta sempre il suo panno color porpora nel suo braccio sinistro, specie nei giorni di festa, quando deve ricordare alla sua famiglia che anche quando e festa, che il fuoco della sua casa e sempre vivo.

Il costume arbëreshë della pre-Sila, in media valle del Crati è uno elemento caratterizzante che non trova eguali in nessuna macro area della regione storica.

Spetta alla posa, poi moglie e in seguito madre, ogni volta che indossa quelle vesti, inviare messaggi di continuità storica, spetta alle nuove generazioni comprenderne il valore e il senso di quei messaggi.

Sono questi che una volta fatti propri, in lingua madre nell’atto della vestizione, è opportuno saperli esporre in forma di vestizione e messaggi, con modestia, garbo e buon senso, come dicevano le nostre madri;  magari rimanendo in silenzio, per consentire alla “favilla madre” di illuminare ogni cosa, esposta agli osservatori incuriositi.

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L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË  (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

Protetto: L’ABITO DA SPOSA ARBËRESHË (Stolithë i Nusesh Arbëreshë)

Posted on 13 maggio 2021 by admin

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L’ARBËRESHË NON È UN ACROLITO

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Posted on 08 maggio 2021 by admin

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STORIE DEI PICCOLI CENTRI MINORI NEL MERIDIONE ITALIANO (Janë përàlesë arbëreshë)

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Posted on 02 maggio 2021 by admin

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