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KATUNDI YNË (4 gennaio 1970 - 4 gennaio 2020)

KATUNDI YNË (4 gennaio 1970 – 4 gennaio 2020)

Posted on 08 dicembre 2019 by admin

Katundi YnëNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – G. Schirò fu citato da E. Fortino negli anni sessanta del secolo scorso, durante un congresso che aveva come tema la storia degli arbëreshë l’occasione segnò il tempo in quanto fu sancito che: ogni volta che due o più arbëreshë si ritrovano e iniziano a conversare è la dimostrazione che la minoranza è ancora viva.

Civita e il professor Demetrio Emanuele rappresentano da due quarti di secolo, “un approdo culturale sicuro”, un punto di accoglienza dove rifocillarsi per tutta la Regione storica Arbëreshë.

Esiste un legame diretto, una capacità tenace che porta a distinguere il vero, il giusto, in altre parole il buon arbëreshë; si chiama promessa ed è questo che portano avanti quanti tengono la rotte dei principi del circolo Gennaro Placco; origine della parola data; la dignità del vivere per lo scopo di mantenerla; la volontà di rispettarla e preservarla.

Attraverso questi dettami antichi, trova il suo fulcro, la memoria, il confronto e la diffusione, senza soluzione di continuità della storia degli ultimi cinquanta anni per gli arbëreshë, ma non solo, infatti con l’avvento dei media moderni, inizia ad amplificarsi secondo arche per tutto il meridione italiano e non solo.

Il professore Demetrio Emanuele e i suoi collaboratori si possono identificare ad oggi, come il caposaldo della “Regione storica Arbëreshë moderna”, un porto sicuro dove approdare e trovare accoglienza culturale attraverso i suoi prodotti editoriali, ma non solo giacché il calore umano non smette mai di essere alimentato secondo la rarissima metrica arbëreshë.

Grazie di vero cuore, per tutte le cose che avete difeso per consentire alle nuove generazioni, di ereditarle cose sicure del nostro patrimonio materiale ed immateriale.

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ZUTË SE DUALI I LÀVURË BENITI?

ZUTË SE DUALI I LÀVURË BENITI?

Posted on 05 dicembre 2019 by admin

AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTO

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Mi giungono continuamente notizie tra le più disparate dalla regione storica arbëreshë e devo dire che questa, a titolo, trattando di una delle memorie storiche più pure del modello consuetudinario linguistico, canoro e religioso, oltretutto considerato da me, come il fratello che non ho mai avuto, mi ha particolarmente stupito; ho subito alzato il telefono per avere notizie.

Dall’altro capo, dopo pochi squilli, mi rispondono, ed era proprio lui, Benito G. e per evitare di dargli dispiacere, senza chiedere della sua salute ho iniziato la solita conversazione in arbëreshë.

La voce era poco affaticata ma data l’ora pomeridiana è la sua età di memoria storica, mi sembrava tutto entro i parametri della ragionevolezza più limpida.

Conosco bene le voci di Katundë, queste, quando vanno “lente” perdono il senso della matrice originaria, ragion per la quale ho iniziato una sorta d’indagine e verificare la “velocità” delle sue risposte.

Ho chiesto se per lui la gjitonia avesse nome o se era come un quartiere o addirittura un rione; mi ha risposto che la gjitonia è il luogo dei cinque sensi o luogo della verifica dell’originario ceppo familiare,poi ha aggiunto: non ha nome e non ha confini identificabili o tracciabili.

Del quartiere, mi ha risposto, che non trovava alcuna attinenza con le genti arbëreshë, specie se coltivatori preti e artigiani; del rione stava iniziando a parlare ma ho preferito interromperlo perché il disquisito molto articolato avrebbe richiesto tempi e luoghi più idonei di una semplice conversazione telefonica.

A questo punto mi ha domandato se in giro vagavano demoni senza memoria e continuano a enunciare teoremi senza senso, aggiungendo, se il numero era contenuto, ancora, entro i limiti di tutela; con mio sommi dispiacere ho dovuto rispondere con una bugia per non farlo preoccupare.

dopo una grande e liberatoria risata, sono passato a fare un’altra domanda, chiedendo se conosceva i rioni storici del paese e se questi erano riconducibili alle famiglie che vissero in passato; ha risposto che le famiglie a Santa Sofia erano predisposte secondo accomunamenti ben precisi, ma non certo superavano la notorietà della toponomastica storica, in quanto, essa disegna indelebilmente lo sviluppo urbano del paese secondo direttrici nord sud per indicare la parte vecchia, del centro antico, dalla parte più nuova, diversamente la direttrice est ovest indica l’originaria fontana da quella più recente.

 E i rioni storici sono la chiesa vecchia, Scigata, Trapesa, Limti lëtirve, Ka Prati, Ka kangeli, Karincareletë, Scesci Ka arvuem, Uda Kasanes, Stangoi, Moroiti, Udamade, in specie queste due ultime, coperte da avena fatua culturale.

Alla luce di queste risposte, ho iniziato ad avere il sospetto che la notizia che mi era giunta era di tipo lento e la roccia del vecchio saggio era intatta.

Tuttavia la conferma che a impazzire non era lui, ma erano gli altri, ovvero, gli stessi che senza età senza cuore, senza mente e senza titoli si menano quotidianamente a cibarsi nei pascolo del sapere, bighellonando nei pascoli dell’avena fatua.

La conferma che si trattasse di una notizia lenta è stata quando ho chiesto se per le processioni, sia opportuno seguire la via della condivisione popolare, o itinerari privati; lui ha risposto: “Shanà: na jemi arbëreshë e atà janë litirëth”.

Allora ho salutato il fratello che non ho mai avuto, rincuorato, che a impazzire sarà stato un omonimo stampatore economico e il danno si quantificherà nella perdita di ulteriori tasselli al modello di integrazione più solido del Mediterraneo.

Benito sta bene è solo dispiaciuto che nessuno lo ascolta, per la difesa, tutela e divulgazione delle cose giuste, di tutta la regione storica.

 

P:S chi sa dire quale agglomerato urbano occupa il gradino più alto dell’omertà di tutto l’universo che conosciamo?

 

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GIORGIO CASTRIOTA E LE INESPLORATE ARCHE D’ORATE ARBËRESHË

GIORGIO CASTRIOTA E LE INESPLORATE ARCHE D’ORATE ARBËRESHË

Posted on 01 dicembre 2019 by admin

battle_on_kosovo1389NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Se nel 1940, D. Zangari, rilevava ancora la mancanza di un trattato univoco che indicasse la rotta secondo cui fu possibile  lo stazionamento degli Arbëreshë in Italia, oltretutto per le conoscenze dell’epoca, suggeriva tra l’altro, una metrica di ricerca a dir poco elementare, completamente priva di confronto tra documenti, territorio, elevati architettonici e abitanti.

Se a questa epoca, escludiamo le eccellenze nate e formatesi dignitosamente tra la metà del settecento e scomparse vigliaccamente nel breve tempo del tramontare del XVIII e il sorgere del secolo XIX, perché colmi di libero pensiero e cultura, il resto della storia che caratterizza luoghi uomini e cose con protagonisti gli arbëreshë, sono consuetudine e null’altro.

Per questo concepimento di ricerca paradossale, basato su fondamenta di ispirazione notarile, a distanza di otto decenni del 1940, si rimane ancorati ancora saldamente al palo, ripetendo arche indicibili da quanti leggono e ripetono avvenimenti inesistenti dei trascorsi della storica minoranza.

La paura dei narratori erranti, è così radicata nell’esposizione generale, in quanto, trattano gli argomenti per interposto documento, persona o memoria, non assumono alcuna paternità del risultato storico frutto di sottrazioni e addizioni di cose vere o di cose false.

Trattano della minoranza storica presentandosi come portatori dei discorsi di altre persone, mai trattano delle loro capacità di ricerca e dei traguardi raggiunti, a tal proposito va rilevato; quanti hanno una professione e un titolo per trattare di trascorsi storici?.

Il narratore tipico si nasconde dietro il Rodotà, lo Schirò, il Capitolo, la Platea il Catasto e narra di archivi e biblioteche rinomate, non si espone nel dire questo è il risultato della comparazione di una moltitudine di eventi, documenti, uomini, dati sociali, riscontrati negli eventi, attraverso la cartografia storica e gli elevati architettonici oltre i segni urbanistici presenti sul territorio.

Quando smetteranno, queste figure senza alcuna formazione multidisciplinare, di palesare che la Regione storica Arbëreshë, è un semplice componimento linguistico o di qualche atto notarile?

Eppure parlano, trattano, pubblicano e distribuiscono nozioni della storia di uno dei popoli più longevi del vecchio continente; lo stesso che senza andare oltre l’era cristiana, erano noti come stradioti (Soldati Contadino), abitarono gli antichi themati dell’Epiro Nova e dell’Epiro Vetus, oltre le aree ad esse limitrofe, emigrati dal XIII secolo nelle terre del regno di Napoli e ancora oggi presenti in circa cento paesi o meglio Katundë.

Un popolo che raggiunto il colmo dell’esasperazione, grazie all’intuito di Zoti Gjergj detto Scanderbeg si divide in Albanesi e Arbëreshë, due dinastie ben riconducibili alla radice originaria, ma con compiti e menzioni materiali i primi e immateriali i secondi ben distinte.

Quale utilità possa portare la trattazione di un numero irrilevante di paesi arbëreshë sotto la semplice visione documentale o il ritrovamento del brandello perfetto da sbandierare, non è dato a sapersi.

Certo è che una visione generale degli eventi e gli accadimenti in veste multidisciplinare, è preferita, al brandello locale che molte volte risulta falso o manomesso per una volontà locale che mira al protagonismo.

Basta, Basta e ancora Basta!!!! con le vicende della gjitonia, quando poi non si ha neanche consapevolezza di questo fenomeno socio culturale, perché scambiata per lo sheshi e le case ad esso adiacente; è tempo di far smettere quanti escono da brutte esperienze mono dipartimentali o perche si sono recati in pellegrinaggio presso chissà quale inesistente archivi o raccolta privata.

Oggi servono figure rappresentative multi disciplinari che parlo non per partito preso, o per innalzare uomini e gesta di inesistenti eroi, non si sente mai parlare di argomenti con meta la regione storica, il frutto di gruppi di lavoro multi disciplinari, non si preparano convegni dove Archeologi, Geologi, Antropologi, Sociologi, Psicologi, Urbanisti, Architetti  e Urbanisti si confrontano sul tema dei Katundë arbëreshë.

Sono anni che temi mono dipartimentali fanno da padrone e molte volte si cerca la risposta in argomenti che sono della nonna o di quanti hanno vissuto, la regione storica, ai margini delle attività culturali più intime, o avendo l’immagine, la platea o breve alchimia che possa contenere lo svolgimento della storia di un popolo che dura da oltre sei secoli, per parlare solo di quanto avvenuto nel regno di Napoli.

La “Regione storica Arbëreshë” non è l’Arbëria, giacché, quest’ultima nasce e muore nel tempo di un’incontro fortuito; diversamente dalla “ prima” che vuole essere il luogo dove si vive perché il luogo della propria identità dove hai la possibilità di progredire e proliferare nel tempo, senza soluzione di continuità.

Aggiungere per ricordare a quanti, non più di un decennio addietro, enunciavano: “quale scuola di Santa Sofia se avete avuto nella storia solo un povero prete democristiano” il casale Santa Sofia Terra, quello di essenza arbëreshë, è stato il primo ad aver avuto un ruolo di osservazione assegnato direttamente da Giorgio Castriota, e nel corso della storia, non ha avuto ruolo di sezione partitica specie con la falce e il martello, ma di piramide culturale di pensiero liberale noto in tutta Europa nel XVIII secolo.

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