Archive | aprile, 2021

ARBARÌA UN COMPONIMENTO ACROLITO (sju gjitonisë)

ARBARÌA UN COMPONIMENTO ACROLITO (sju gjitonisë)

Posted on 28 aprile 2021 by admin

AcrolitoNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Se nell’elenco delle Regioni Storiche riconosciute e facente parte del pianeta Terra, nell’aprile del 2021 ancora non è riconosciuta l’Arbëreshë; questo è il segno di come abbiano operato quanti avevano e dovevano depositare questo fondamentale seme, invece di sparpagliare atti fatui.

La storia degli arbëreshë si può paragonare a un monumento Acrolito, con testa, braccia, mani e piedi in materiale lapideo o pregiato; il resto realizzato con materiale deperibile, oppure inesistente o la nuda struttura, magari rivestita con panneggi impropri.

Se a tutt’oggi i risultati sono depositati nei bui scaffali li vicino dove furono confezionati e non trovano energia per essere pubblicizzati  ormai da decenni, è  palese l’operato a sprecare risorse in legno, stoffe, e manovalanza senza una visione longeva per il completamento del’opera Regione storica Arbëreshë.

Questi adempimenti rappresentano l’oscuro in senso storico, culturale, sociale, etnico, linguistico, religioso, politico/territoriale; incapacità confermata, dal fatto che, non siano stati resi visibili, neanche i veli di quanto patito, in sei secoli di avvenimenti.

E’ palese il non aver neanche  perseguito la meta di appellare geograficamente il territorio, dove gli esuli si stanziarono, pur se questi sono sempre rimasti  ligi alle leggi  di quanti li ospitarono senza produrre “l’esclusiva indipendenza”; ritenuta superflua; si perseguiva l’integrazione.

Alla luce di ciò e legittimo chiedersi: quali argomenti bisogna mettere in campo per illuminare tali figure che perseguono il fine di adottare tessuti  deperibili che sono per il breve termine.

Non certo si possono aprite protocolli di lettura dei processi, di resilienza, svoltisi nell’inconsapevolezza dei preposti a indagare  le macro aree del meridione che tessevano inutili costumi, incapaci di completare l’ Acrolito.

Se poi a tutto l’indotto di ricercatori associamo un numero molto alto di incaricati, privo delle competenze specifiche per comprendere, comparare e definire un quadro coerente con i trascorsi della meridione, gli scenari che emergono sono a dir poco grotteschi e fuori da ogni misura, e quanto viene diffuso “non ha nulla da spartire con i valori della minoranza Arbanon in terra indigena”.

Ritenere che gli scritti di un popolo che storicamente si sia affidato alla sola forma orale, per disporsi all’interno del bacino de mediterraneo perché barriera invisibile è il segno, la conferma palese, che non si è compreso nulla della missione in terra parallela.

Questo stato di fatti predispone scenari propone iniziative culturali che non hanno alla base un progetto generale che via, via, nell’atto di svolgersi per prendere forma, inglobi elementi storici, geografici, sociali, politici, religiose comparate all’economia e alle risorse delle varie epoche.

A questo semplice e noto adempimento si preferisce fare il “mursiello”; un calderone molto capiente, dentro cui è consentito riversare ogni cosa, tanto alla fine tutto fa il noto brodo, che non serve a nulla.

Si è avanzati imperterriti emulando le gesta di Attila, dove ogni cosa che si calpestava moriva, così è stata per le parlate tipiche dove ogni volta che siano state analizzate, non si è tenuto conto dell’ambiente attraversato, bonificato e costruito, in tutto il genius loci, deve la lingua madre si è riverberata per secoli.

Si preferiscono episodi disconnessi il più delle volte mai avvenuti,sempre alla ricerca di nubili ed eccellenti propositi, tenendo sotto il letto tradimenti e ogni sorta di volgare adempimento degni della peggior vergogna, lasciando da parte i veri eroi, solo perché si sono rifiutati di scrivere una lingua, che va solo parlata, un codice intimo che non sarebbe mai dovuto uscire fuori dalle frontiere ideali della gjitonia

Se all’aspetto estetico contemplativo, associamo il paesaggio dei centri arbëreshë, emergono con tutta la loro forza i valori scientifici, storici, ambientali, educativi che gli conferiscono ragione per la tutela, conservazione e valorizzazione, qualificandolo come patrimonio dell’umanità, risorsa sociale e culturale da aprire anche all’economia in uno sviluppo genuinamente sostenibile.

Per questo è opportuno educare e illuminare ogni forma e grado istituzionale e dipartimentale per consentire di prendere consapevolezza di quali siano le reali esigenze per produrre una larga, solida e inconfutabile trattazione identitaria.

Lo stato di fatto aperto dal 2011 con la prima uscita pubblica vede antagonisti diffusi che si ostinano a rivestire l’essenza Arbëreshë in Acrolito,  con vesti e adempimenti impropri o innaturali, per questo non durano più del tempo che trovano, nonostante il completamento della statua giace pronta ad essere integrata come la storia insegna.

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NAPOLI E SANTA SOFIA UNITE DA UN SOLIDO FILO DI CULTURA E STORIA  (Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris a Santa Sofia)

NAPOLI E SANTA SOFIA UNITE DA UN SOLIDO FILO DI CULTURA E STORIA (Il Sindaco di Napoli Luigi de Magistris a Santa Sofia)

Posted on 19 aprile 2021 by admin

Bugliari DemaNAPOLI (di Atanasio Pizzi  Basile) – Oggi 19 aprile 2021, dopo un mese dall’inizio dell’estate arbëreshë, il centro antico di Santa Sofia è nuovamente intriso di quei valori come avvenne per diversi decenni durante la fase dell’illuminismo in ascesa.

Luigi de Magistris con la sua visita ha confermato che il legame tra il Katundë Arbëreshë e Napoli continua a rimanere immutato.

L’interesse con cui ha ascoltato tutte le vicende storiche, poste all’attenzione dell’illustre figura istituzionale, ha reso più solidali i rapporti storici che videro protagonisti gli arbëreshë, sin dai tempi in cui era ancora Casale di  Bisignano.

A tal fine oltre alle vicende che videro i Sofioti sentinelle attente, sono da rilevare la scelta di Carlo III°, per la fiducia dimostrata quando preferì il reverendo Giuseppe Bugliari quale cappellano militare delle guardie reali denominate, Real Macedone.

O quando le prime vicende che avevano come tema la questione meridionale, con protagonisti, il vescovo Francesco Bugliari in loco e il cugino Pasquale Baffi aprire una serrata corrispondenza, quest’ultimo, intento a confrontarsi con la cultura e la politica europea per riferire le misure da adottare in Calabria citeriore.

Non da meno sono, le vicende della nascita e la fine della rivoluzione del 1799, quando a rivestire la funzione del ministero degli interni, della proclamata Repubblica Partenopea fu Pasquale Baffi, afforcato in piazza mercato, non prima di aver ben seminato i germogli sociali, nonostante alcuni anni dopo, vide soccombere, il vescovo agricoltore  F. Bugliari, i cui germogli allevati, non smisero mai di fiorire gli anni a seguire.

Napoli è ancora protagonista con Santa Sofia, quando nel 1876 il reverendo Giuseppe Bugliari fu indicato dalla curia Napoletana, per relazionare sulle sorti del Collegio Corsini e nonostante fosse un Prete latino, Notte tempo fu trasferito a Roma per essere nominato Vescovo e preparare le sorti dei Bizantini in Italia.

Queste e tante altre vicende hanno fatto la storia di Santa Sofia, del meridione e dell’Italia; nate e sviluppatesi tra questi elevati murari, che dietro intonaci e infissi moderni fanno riecheggiare le storiche decisioni.

Oggi il sindaco Luigi de Magistris partecipa alla disputa elettorale, per la guida della regione Calabria e con la sua presenza, li in quei luoghi, dove la storia si è svolta, ha riportato in auge e ascoltato il riverbero, nel più rigoroso silenzio.

Prima il Museo del Costume di Macro area, poi la statua di Pasquale Baffi, in seguito la storica dimora dei Bugliari e  in fine La chiesa Matrice di Sant’Atanasio, sommati al vociferare in Arbëreshë, formano il quadro Sofiota, che garantisce energia al modello di solida integrazione mediterranea.

A quanti affermano che la Calabria abbia già i suoi figli migliori per essere tutelata, vorrei ricordare quanto la storia insegna, giacche, a valorizzare il piede dello stivale, furono i popoli che affacciano nel mediterraneo e approdarono in Calabria, non per occuparla, distruggerla o sottometterla, come oggi è  per la popolazione tutta.
 
Il fine degli alloctoni puntava a migliorarla e renderla sostenibile, garantendo dignità diffusa ai suoi abitanti indigeni e non.
 
Oggi dopo due secoli di decadenza, un stagione nuova si presenta concretamente ai Calabresi di buon senso e liberi da vincoli di comunanza; serve solo cogliere l’attimo, per tornare nuovamente a splendere come il sole, che la avvolge e la nutre giorno dopo giorno.
 
Luigi de Magistris, per questo non va guardato come straniero, ma l’opportunità mediterranea per una nuova stagione di rinascita.
 
A noi arbëreshë,  siccome siamo una delle popolazioni approdata per sostenere e migliorare queste terre, il dovere di ringraziare, fraternamente e con orgoglio il sindaco di Napoli la nostra capitale in terra meridionale.
 
Con la sua iniziativa, infatti ha ricucito lo strappo, di due secoli or sono, per restituire dignità diffusa ai molti calabresi, evitando che i pochi prevalgano e riportino il piede dello stivale, alle origini della questione meridionale.

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DAL VENERDÌ PRIMA DELLA PASQUA (Valje, le ridde tra Arabi e Saracena?)

Protetto: DAL VENERDÌ PRIMA DELLA PASQUA (Valje, le ridde tra Arabi e Saracena?)

Posted on 08 aprile 2021 by admin

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I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

Posted on 05 aprile 2021 by admin

DA PATUNDË A KATUNDËNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Il patrimonio storico fatto di cose, persone e fatti riferibili alla Regione storca diffusa Arbëreshë, non è stato il tema d’interesse per le istituzioni di ogni ordine e grado, nonostante, evidenti indicatori rilevassero le eccellenze ancora presente in questi anfratti insulari e peninsulari del meridione italiano.

Allo stato dei fatti, vive senza soluzione di continuità un fenomeno di resilienza attiva, il cui valore poggia nei principi di convivenza di uomini, cose in armonia con la natura.

In altre parole sono luoghi della memoria innalzati secondo antichissime consuetudini, esperimento difensivo, tra i più singolari, perché non  nascono come forma difensiva, verso nessuno, per questo la regione storica, che per tradizione realizza tali centri, assume il ruolo di fucina per il confronto sostenibile tra, uomini, società, culture e religioni.

Ambiti costruiti in cui l’uomo utilizza le risorse fornite dall’ambiente naturale, attraverso antichi protocolli ereditati grazie a codici non scritti ma tramandati oralmente per innalzare presidi per comuni intenti tra dinastie generi e religioni.

Gli arbëreshë per questo si possono considerare il popolo capace a intercettare i luoghi ideali per divenire a tale risultato, senza forme invasive o che possano mettere in crisi gli equilibri naturali, nell’adempiere alle operazioni per la difesa degli spazi naturali e costruiti.

Un modello che avvia una nuova era, priva di barriere o murazioni per la difesa fisica degli uomini,; non come avveniva in altri ambiti circoscritti dove  se ricco avevi il privilegio di vivere dentro le mura dei borghi, se povero nei pressi delle murazioni dalla parte esterna alla mercé di ogni invasore.

Il modello aperto dei centri antichi nati in età moderna nascono secondo una nuova prospettiva che si basava sul principio dell’accoglienza perché modello urbanistico aperto in cui la risorsa per la difesa era rappresentata dal luogo; nascono così, lentamente, prima in forma estrattiva e poi additiva gli Sheshi, “i Labirinti Costruito”.

Essi sono composti di moduli abitativi essenziali, strade e spazzi disposti secondo l’orografia e sulle pieghe del parallelismo ritrovato si dispongono per accogliere e potersi espandere come cerchi concentrici all’infinito, perché senza barriere.

Un patto stretto tra uomo e territorio in cui tutti ne traggono beneficio e valore; nascono così due elementi caratteristici: il primo sarà esempio di razionalismo abitativo; il secondo, la radice della moderna industria, basato sui principi di famiglia Kanuniana, la filiera corta o  “proto industria”.

I centri antichi detti di radice arbëreshë, nascono per accogliere, nascono per convivere, nascono per rendere il luogo vivibile secondo consuetudini antiche che non temono lo straniero, quest’ultimo non si avvicina per invadere o distruggere, non si avvicina per dominare, essi arrivano perché i Katundë arbëreshë, hanno tante strade che  accolgono, per offrire un’opportunità per una nuova vita

Esempio unico nel genere, sono espressione di confronto tra popoli in leale convivenza senza che alcuno debba compromettere la propria identità pur avendo  prospettive non simili.

Prova di questa ideologia che unisce è il tratto della via Hegatia, dell’antico Epiro che da Durazzo sino al confine con la Grecia, era noto come luogo dove trovavano allocamento, in comune convivenza, Chiese Latine, Chiese Ortodosse, Chiese Bizantine a cui nei pressi dimoravano moschee eogni altro presidio di credenza. 

Questo è un processo sociale disegnAto nel territorio con architetture e modelli urbani, secondo esperienze dove i protagonisti sono gli arabi con le loro idee, poi i romani a incidere il primo solco, rifinito in seguito dalla credenza bizantina, contestata dai turchi, per essere difesa, valorizzato e sostenuta  dagli Arbëreshë.

Tutto questo avveniva all’interno di semplici architetture, i tasselli fondamentali dell’urbanistico detta di città aperta o policentrica, la stessa dei processi delle città o metropoli dei nostri giorni.

Gli originari tratti distintivi di questo processo, in forma tangibile e intangibile si possono leggere nell’impianto urbanistico dei tipici rioni, ancora intercettabili e conservati nei tratti originari secondo i quali si svilupparono i Katundë arbëreshë.

Questi in specie e meno quelli indigeni limitrofi, non avendo avuto alcuna tutela si presentano stravolti negli aspetti  esteriori, compromettendo fortemente il paesaggio, tuttavia all’interno rimangono intatti i valori immateriali che  riverberano consuetudini mediterranee, importate dalla terra di origine, amalgamate con i segni delle civiltà che vissero in precedenza queste terre.

Questo patrimonio diffuso, proprio per il carattere distintivo, non tutelato, difficilmente potrà tornare segnare lo scorrere del tempo, se prima non si pone attenzione nel comprendere e ascoltare i lamenti di vetustà per liberarli dai carichi impropri di superfetazioni.

Questo adempimento, deve partire dall’analisi del luogo costruito, specificando ruoli e dinamiche di crescita senza confondere, rioni con quartieri, strade con tracciati storici, piazze con rioni, paesi con borghi, poggi con colline e ogni sorta di pronome per spettacolarizzare vestiti comunemente indossati, come abiti da sposa che serve per dare vita alla specie, con quanto si indossa per festeggiare per aver fatto stragi.

Certezza sono i rioni storici secondo i quali nascono i paesi di minoranza arbëreshë, che seguono la via del confronto e dell’accoglienza, modelli urbani aperti e senza distinzioni di classe, ma più di ogni altra cosa senza murazioni fisiche atte a distinguere che deve stare dentro con onore e restare fuori le porte assumendo ruolo di ‘o buàrù.

Questo è lo stato dei fatti per i quali il patrimonio urbanistico storico dei piccoli centri antichi non vanno ritenuti secondari o di poco conto.

Lasciati per troppo tempo al loro inesorabile destino, sono  fortemente vulnerabile ed esposti alle manomissioni di necessità in forma di adeguamento, secondo metriche di un modernismo irriverente, che s’insinuano nelle parti più intime violandone, ogni forma e senso originario e ogni sorta di diavoleria che non lascia scampo al messaggio in essi custodito.

Ad’oggi, servono forme di tutela in “Piani Attuativi” che diano linfa ed evitare che l’emergenza diventi catastrofe.

Realizzare progetti capaci di restituire senso e ruolo ai ‘monumentali modelli’, piani colore e programmi di conservazione,devono dare risposte esaurienti a breve termine.

Questo deve essere il fine comune, non risposta  di una singola opera o manufatto, ma espressione d’i un insieme Sheshi, recuperato con dovizia di particolari, in grado di rispondere alle esigenze odierne, sono la  risposta per il territorio, al fine di rispondere alle esigenze di resilienza moderna di luogo e persone.

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LA GJITONIA ARBËRESHË:  UNA E INDIVISIBILE (non è il tema del vicinato di Lidia da Bari)

Protetto: LA GJITONIA ARBËRESHË: UNA E INDIVISIBILE (non è il tema del vicinato di Lidia da Bari)

Posted on 01 aprile 2021 by admin

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