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DAL VENERDÌ PRIMA DELLA PASQUA (Valje, le ridde tra Arabi e Saracena?)

DAL VENERDÌ PRIMA DELLA PASQUA (Valje, le ridde tra Arabi e Saracena?)

Posted on 08 aprile 2021 by admin

TRADIZIONI TRASVERSALE

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – È da venerdì che senza alcuna soluzione di continuità, si postano commenti, foto e video dell’evento caratterizzante  martedì, seguente la Pasqua  arbëreshë.

Non un ripensamento, non una riflessione condivisa è stata realizzata, se non libere  interpretazioni, fuori dai protocolli arbëreshë.

Dopo due anni di mancata rievocazione  la mante avrebbe dovuto reagire per correggere quanti  distrattamente hanno inteso, l’appuntamento di martedì, come espediente per confermare, la deformata del costume, divenuta libera interpretazione o sintesi globalizzata di inesistenti avvenimenti.

Da tempo studi specifici rivolti alla minoranza  arbëreshë, hanno palesato quante inesattezze sono state ritenute vere,  mentre dubbi avvolgevano tutte le conclusioni relative, inducendo, per questo a desumere che tutte queste dovevano essere sovvertite, a cominciare fin dai primi fondamenti e preparare saldamente un  duraturo protocollo identitario, per le generazioni future della minoranza.

Questa nei fatti è diventata un’operazione assai impegnativa, nell’attesa che i tempi maturassero per non dover aspettare un’altra generazione per impadronirsi del disciplinare.

Per questo il tempo che rimane per agire, lo si utilizzi a fini di una pianificata tutela, vista la pausa di riflessione che a ben vedere supera le pieghe che ha un costume arbëreshë.

Le Valje, Vaglie o Valie raggiungono storicamente il loro apice nel periodo di post Pasqua, notoriamente esso rappresenta il primo appuntamento religioso condiviso dalle chiese Latine e Grecaniche.

Le vicende conseguenti il Concilio di Trento intorno alla metà del XVI secolo, disposero scelta di indirizzo  a favore della chiesa latina con espedienti più pregnanti nel territorio di competenza; i vescovati alla luce di ciò, imposero  in senso generale con più forza i loro riti e così fu anche a scapito degli arbëreshë.

Tuttavia non tutti i paesi di minoranza arbëreshë, accolsero di buon grado tale direttiva, specie in quelle macro aree, ricadenti in diocesi, con patti storici con la Romana Chiesa.

Dai tempi di quell’imposizione, dal 19 marzo l’inizio dell’estate secondo il calendario bizantino e in particolar modo per gli arbëreshë, sino a Pasqua inoltrata, tutti gli appuntamenti religiosi diventarono occasione per mostrare la propria identità, in forma d’ironica protesta, nei confronti delle autorità civili e clericali, naturalmente fuori dai perimetri religiosi e all’interno dei centri antichi.

In origine protestare per la propria identità non era impresa facile, per cui, facendo apparire le manifestazioni come la festa della fratellanza (Vlamia) tra indigeni e minoritari, divenne il modo per camuffarle il messaggio tra parlanti l’antico idioma.

Il canto e le movenze, che attraverso il bagliore di raffinati costumi, inviavano messaggi di profonda ironia e ogni genere di rancore palesato, verso le autorità locali che ignare applaudivano divertite.

La Valja per questo è da ritenere la massima espressione dell’identità arbëreshë; in quanto, attraverso la metrica che sostiene l’antico idioma, (canto fra generi), valorizzato dell’arte sartoriale, che nel corso dei secoli si veniva a comporre, rappresentano le forme più espressive in senso tangibile ed intangibile per i minoritari facente parte della regione storica.

La Valja è la massima espressione canora per gli arbëreshë, essa non va associata a ipotetiche battaglie dell’eroico Giorgi Castriota, che in questo caso non centra nulla, o addirittura Ridde tra Arabi e Saraceni, ne tanto meno danze senza garbo, dove ad essere compromessa è la storia del costume settecentesco arbëreshë, la prima espressione in forma di arte materia.

A tal fine e per terminare questo breve, si ritiene opportuno azzerare tutti gli eccessi e le anomale interpretazioni, che ormai non hanno senso e motivo per replicarsi in futuro e  per il bene della continuità storica vanno a breve giro di Valja accantonate, sperando che  la memoria perda questa brutta composizione senza  finalità identitaria.

Il prossimo anno tornerà la nuova estate per gli arbëreshë, per tanto a partire da oggi, “urge instaurare un tavolo di lavoro”, per un saggio ravvedimento, tanti giorni quante sono le pieghe della veste che rappresenta il padre sommate a quelle dello sposo, sono di auspicio che i tempi sono maturi.

A tal fine è urgente riunirsi attorno al seme della radice e quello del nuovo fiorire, per disponendo con dovizia di particolari, gli ingredienti indispensabili per le nuove generazioni di fare valjia, senza “mai inginocchiarsi” innanzi a gonfaloni stesi, in segno di resa.

 

 

 

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I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

I CENTRI ANTICHI ARBËRESHË: IL NUMERO DELL’ IMPEGNO SOLIDALE

Posted on 05 aprile 2021 by admin

DA PATUNDË A KATUNDËNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Il patrimonio storico fatto di cose, persone e fatti riferibili alla Regione storca diffusa Arbëreshë, non è stato il tema d’interesse per le istituzioni di ogni ordine e grado, nonostante, evidenti indicatori rilevassero le eccellenze ancora presente in questi anfratti insulari e peninsulari del meridione italiano.

Allo stato dei fatti, vive senza soluzione di continuità un fenomeno di resilienza attiva, il cui valore poggia nei principi di convivenza di uomini, cose in armonia con la natura.

In altre parole sono luoghi della memoria innalzati secondo antichissime consuetudini, esperimento difensivo, tra i più singolari, perché non  nascono come forma difensiva, verso nessuno, per questo la regione storica, che per tradizione realizza tali centri, assume il ruolo di fucina per il confronto sostenibile tra, uomini, società, culture e religioni.

Ambiti costruiti in cui l’uomo utilizza le risorse fornite dall’ambiente naturale, attraverso antichi protocolli ereditati grazie a codici non scritti ma tramandati oralmente per innalzare presidi per comuni intenti tra dinastie generi e religioni.

Gli arbëreshë per questo si possono considerare il popolo capace a intercettare i luoghi ideali per divenire a tale risultato, senza forme invasive o che possano mettere in crisi gli equilibri naturali, nell’adempiere alle operazioni per la difesa degli spazi naturali e costruiti.

Un modello che avvia una nuova era, priva di barriere o murazioni per la difesa fisica degli uomini,; non come avveniva in altri ambiti circoscritti dove  se ricco avevi il privilegio di vivere dentro le mura dei borghi, se povero nei pressi delle murazioni dalla parte esterna alla mercé di ogni invasore.

Il modello aperto dei centri antichi nati in età moderna nascono secondo una nuova prospettiva che si basava sul principio dell’accoglienza perché modello urbanistico aperto in cui la risorsa per la difesa era rappresentata dal luogo; nascono così, lentamente, prima in forma estrattiva e poi additiva gli Sheshi, “i Labirinti Costruito”.

Essi sono composti di moduli abitativi essenziali, strade e spazzi disposti secondo l’orografia e sulle pieghe del parallelismo ritrovato si dispongono per accogliere e potersi espandere come cerchi concentrici all’infinito, perché senza barriere.

Un patto stretto tra uomo e territorio in cui tutti ne traggono beneficio e valore; nascono così due elementi caratteristici: il primo sarà esempio di razionalismo abitativo; il secondo, la radice della moderna industria, basato sui principi di famiglia Kanuniana, la filiera corta o  “proto industria”.

I centri antichi detti di radice arbëreshë, nascono per accogliere, nascono per convivere, nascono per rendere il luogo vivibile secondo consuetudini antiche che non temono lo straniero, quest’ultimo non si avvicina per invadere o distruggere, non si avvicina per dominare, essi arrivano perché i Katundë arbëreshë, hanno tante strade che  accolgono, per offrire un’opportunità per una nuova vita

Esempio unico nel genere, sono espressione di confronto tra popoli in leale convivenza senza che alcuno debba compromettere la propria identità pur avendo  prospettive non simili.

Prova di questa ideologia che unisce è il tratto della via Hegatia, dell’antico Epiro che da Durazzo sino al confine con la Grecia, era noto come luogo dove trovavano allocamento, in comune convivenza, Chiese Latine, Chiese Ortodosse, Chiese Bizantine a cui nei pressi dimoravano moschee eogni altro presidio di credenza. 

Questo è un processo sociale disegnAto nel territorio con architetture e modelli urbani, secondo esperienze dove i protagonisti sono gli arabi con le loro idee, poi i romani a incidere il primo solco, rifinito in seguito dalla credenza bizantina, contestata dai turchi, per essere difesa, valorizzato e sostenuta  dagli Arbëreshë.

Tutto questo avveniva all’interno di semplici architetture, i tasselli fondamentali dell’urbanistico detta di città aperta o policentrica, la stessa dei processi delle città o metropoli dei nostri giorni.

Gli originari tratti distintivi di questo processo, in forma tangibile e intangibile si possono leggere nell’impianto urbanistico dei tipici rioni, ancora intercettabili e conservati nei tratti originari secondo i quali si svilupparono i Katundë arbëreshë.

Questi in specie e meno quelli indigeni limitrofi, non avendo avuto alcuna tutela si presentano stravolti negli aspetti  esteriori, compromettendo fortemente il paesaggio, tuttavia all’interno rimangono intatti i valori immateriali che  riverberano consuetudini mediterranee, importate dalla terra di origine, amalgamate con i segni delle civiltà che vissero in precedenza queste terre.

Questo patrimonio diffuso, proprio per il carattere distintivo, non tutelato, difficilmente potrà tornare segnare lo scorrere del tempo, se prima non si pone attenzione nel comprendere e ascoltare i lamenti di vetustà per liberarli dai carichi impropri di superfetazioni.

Questo adempimento, deve partire dall’analisi del luogo costruito, specificando ruoli e dinamiche di crescita senza confondere, rioni con quartieri, strade con tracciati storici, piazze con rioni, paesi con borghi, poggi con colline e ogni sorta di pronome per spettacolarizzare vestiti comunemente indossati, come abiti da sposa che serve per dare vita alla specie, con quanto si indossa per festeggiare per aver fatto stragi.

Certezza sono i rioni storici secondo i quali nascono i paesi di minoranza arbëreshë, che seguono la via del confronto e dell’accoglienza, modelli urbani aperti e senza distinzioni di classe, ma più di ogni altra cosa senza murazioni fisiche atte a distinguere che deve stare dentro con onore e restare fuori le porte assumendo ruolo di ‘o buàrù.

Questo è lo stato dei fatti per i quali il patrimonio urbanistico storico dei piccoli centri antichi non vanno ritenuti secondari o di poco conto.

Lasciati per troppo tempo al loro inesorabile destino, sono  fortemente vulnerabile ed esposti alle manomissioni di necessità in forma di adeguamento, secondo metriche di un modernismo irriverente, che s’insinuano nelle parti più intime violandone, ogni forma e senso originario e ogni sorta di diavoleria che non lascia scampo al messaggio in essi custodito.

Ad’oggi, servono forme di tutela in “Piani Attuativi” che diano linfa ed evitare che l’emergenza diventi catastrofe.

Realizzare progetti capaci di restituire senso e ruolo ai ‘monumentali modelli’, piani colore e programmi di conservazione,devono dare risposte esaurienti a breve termine.

Questo deve essere il fine comune, non risposta  di una singola opera o manufatto, ma espressione d’i un insieme Sheshi, recuperato con dovizia di particolari, in grado di rispondere alle esigenze odierne, sono la  risposta per il territorio, al fine di rispondere alle esigenze di resilienza moderna di luogo e persone.

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LA GJITONIA ARBËRESHË:  UNA E INDIVISIBILE (non è il tema del vicinato di Lidia da Bari)

Protetto: LA GJITONIA ARBËRESHË: UNA E INDIVISIBILE (non è il tema del vicinato di Lidia da Bari)

Posted on 01 aprile 2021 by admin

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