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MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUD

MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUD

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUDNAPOLI – (I Vescovi del Sud) –  Siamo convenuti tutti a Napoli per affrontare la penosa e drammatica congiuntura della perdita del lavoro, della disoccupazione, dell’angosciante delusione di larghe schiere di giovani, della pesante ricaduta sulle famiglie.

In particolare, a voi giovani del Sud rivolgiamo la nostra personale attenzione e la sollecitudine pastorale di tutte le nostre chiese. Conosciamo il vostro disagio di vivere in un contesto sociale che non favorisce l’inserimento nel mondo del lavoro e non offre prospettive incoraggianti.

Grande è la nostra apprensione per la vostra vita e per le vostre attese, perché siamo consapevoli che la precarietà genera una diffusa instabilità, letale per la vostra intera esistenza e per la tenuta stessa della nostra convivenza civile.

Vogliamo darvi atto, carissimi giovani, che in un momento di diffusa crisi sociale, di fronte alle difficoltà a trovare soluzioni e alle numerose contraddizioni degli adulti, non vi siete arresi. Anzi, avete continuato a credere nel ruolo dello Stato e a sperare. Nonostante l’incertezza del domani non vi siete persi d’animo e avete cercato di inventarvi nuove strade, anche quelle che portano fuori dalla propria terra. Con il rischio reale della desertificazione del Sud e della perdita di risorse umane fresche e di intelligenze. Ma tanti di voi hanno resistito e si sono anche attivati con coraggio e creatività. Per questo c’è da ammirarvi, anche per l’entusiasmo che sapete trasmetterci e che dovete testimoniare sempre più, dando prova dei vostri talenti, portando avanti progetti e iniziative in una logica anche imprenditoriale ed avendo il coraggio di rischiare.

Siamo sicuri che non tradirete la forza della vostra età e delle vostre idee. Puntando su di voi vinceremo la scommessa di dar inizio a un mondo nuovo, in sintonia con l’utopia del Vangelo. La nostra società ha oggi bisogno del vostro protagonismo. Per ritrovare nuovo vigore. Per riacquistare la voglia di cambiare. Per aprire nuove piste.

Siamo convinti che far leva sui giovani sia un atto di lucidità politica, al quale non si vorranno e non si dovranno sottrarre le istituzioni centrali e regionali, deputate a creare le condizioni per incrementare l’occupazione al Sud.

A tale scopo bisogna sgombrare il campo dalle logiche del clientelismo, dalle lentezze della burocrazia, dalla invadenza della malavita organizzata. Ma è necessario soprattutto fare spazio alle nuove frontiere del lavoro, sviluppando modelli organizzativi in linea con l’evoluzione della società e della tecnologia. Per questo rivolgiamo alle istituzioni competenti un caloroso e pressante appello ad intervenire con urgenza e concretezza, mediante politiche appropriate. Oggi più che domani. Perché domani forse sarà troppo tardi.

Questo impegno è per la società civile un atto di responsabilità. Per molti anni essa ha organizzato il suo benessere a debito sulle generazioni future, permettendosi un livello di vita al di sopra delle sue possibilità. E’ immorale mettere in piedi un modello di sviluppo che mortifica la dignità umana e trasforma il lavoro in una merce qualsiasi. Occorre avere rispetto per i giovani e dare anche a loro quelle opportunità professionali, lavorative e sociali che hanno avuto i loro padri.

Il Sud non è privo di risorse: il turismo, l’agricoltura, i beni culturali sono solo alcuni capitoli del suo immenso patrimonio. La sua posizione al centro del Mediterraneo può rappresentare un’opportunità unica di sviluppo. Ma la risorsa più grande siete proprio voi giovani, che, anche se culturalmente preparati e formati, siete costretti spesso a cercare all’estero quello che non trovate in patria.

Per le chiese del Sud questo nuovo corso sarà un atto di coraggio pastorale. Coinvolgere i giovani, professionisti e lavoratori, direttamente nell’azione pastorale delle chiese significa renderla più concreta e funzionale rispetto all’intera comunità e al bene comune, che dobbiamo difendere e promuovere dicendo e praticando anche un netto no alle mafie, alle illegalità, alla corruzione e alla violenza.

In più, mettere al centro i giovani vorrà dire immettere nel tessuto comunitario la loro capacità di aggregarsi, l’abilità di comunicare con semplicità e di andare al cuore dei problemi.

Con questo spirito, confortato dal confronto, dalle idee e dalle proposte di cui si è fatto portatore questo Convegno di tutte le Chiese del Sud a Napoli, vogliamo augurare a voi giovani un futuro radioso, quale meritate, mentre rinnoviamo un accorato appello a tutte le Forze politiche e sociali di operare in funzione di un lavoro “libero, creativo, partecipativo e solidale”, come ne parla-Papa Francesco nelYEvange/ii Gaudinm.

A voi, cari giovani, assicuriamo che non vi perderemo di vista e che vi affiancheremo nel vostro cammino; potete contare sempre sulla nostra concreta, vigile, paterna vicinanza, nella realizzazione delle vostre legittime aspirazioni.

Napoli, 9 febbraio 2017

Per i Vescovi

delle Regioni Ecclesiastiche del Sud

I Presidenti delle Conferenze Episcopali

BASILICATA – S.E. MONS. SALVATORE LIGORIO

CALABRIA – S.E. MONS. VINCENZO BERTOLONE

CAMPANIA – S.EM.ZA CARD. CRESCENZIO SEPE

PUGLIA – S.E. MONS. FRANCESCO CACUCCI

SARDEGNA – S.E. MONS. ARRIGO MIGLIO

SICILIA – S.E. MONS. SALVATORE GIUSTINA

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LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA2Bologna (di Giuseppe Chimisso) – Ho letto sabato 28 febbraio, la costituzione del consorzio UNIARB, che raccoglie realtà associative sperse nei territori dell’Arbëria e quindi esprimo pubblicamente gli auguri di positiva e feconda attività tesa afar vivere la nostra cultura.

Sono però a riaffermare a chiare lettere la necessità della costruzione di un progetto di alto valore politico per la rinascita dell’Arbëria e di quanto la caratterizza: recupero della lingua Arbrisht, della cultura religiosa bizantina, delle sue tradizioni e di tutto quel patrimonio immateriale (oltre che materiale) ancora esistente. Se vogliamo tentare di salvare la nostra Cultura, dobbiamo invertire la tendenza in essere e ribaltare le vecchie e trite logichefrazioniste che tendono al proprio ‘particulare’ per costruire i presupposti affinché i giovani non vadano più a cercare un futuro altrove, diversamente nel giro di questa generazione la Cultura Arbëreshë sarà possibile osservarla attraverso le teche di silenziosi musei; potrebbe divenire una cultura non più viva, ma del nostro passato…

Dobbiamo arrestare lo stato di fatto presente e cioè quello che definisco ‘l’etnocidio culturale silente‘ che opera a tenaglia con l’invasiva attività dei mass-media e d’altro canto con l’inarrestabile spopolamento (soprattutto dei giovani) dei paesi arberesh. E non solo…

Certo, un’opera titanica ci attende; c’è lo spazio e la necessità vitale per una grande iniziativa politica nel senso più ampio e nobile del termine che sappia raccogliere il meglio tra la popolazione arbëreshë, al di là degli schieramenti, delle fedi, delle visioni della società, dei partiti e delle associazioni, ma trasversale a tutti questi. Dobbiamo costruire un progetto che sposi la salvaguardia della Cultura Arbëreshë con lo sviluppo economico dei nostri territori; insomma costruire un Progettoper una Nuova Rilindja politico-culturale che inneschi un circuito virtuoso economico: èl’unicastrada.

La grande partita da giocare non è solo quella per la salvezza dell’Arbëria, che ci interessa in primis e per la quale scrivo, ma nello stesso tempo quello del ripristino della democrazia linguistica in questo Paese che pur avendo una Costituzione democratica, la tradisce quotidianamente purtroppo da troppi decenni. Non è un caso che tutte le minoranze linguistiche (tranne le tedesche del Tirolo e quelle Patois della Valle d’Aosta, ma queste ultime tutelate solo grazie ad accordi internazionali) vivono in condizioni di inferiorità linguistica, come fossero nei fatti delle colonie interne.

A questa ‘scommessa’  dobbiamo dare energia e tempo.

Spero che  questa ‘scommessa’ sia negli intenti di UNIARB, se non lo fosse, spero che lo sia presto.

Con la costituzione di UNIARB, dopo la F.A.A. (Federazione Associazioni Arbëreshë), dell’anno scorso, abbiamo le due gambe per fare cominciare a muovere l’Arbëria, prima timidamente e poi possibilmente a farla correre; importante è che si costruiscano rapporti di collaborazione e di competitività positiva e che i due organismi non divengano, per parafrasare il Manzoni, come i due polli che appesi e legati alle zampe, si beccano a vicenda (magari per un chicco di grano)mentre vengono portati nel paiolo. Il mio auspicio è che sia UNIARB che la F.A.A. non facciano la figura dei polli, altrimenti nel paiolo ci finisce l’Arbëria.

“Giuseppe Chimisso – Cittadino Onorario di Civita e Presidente Ass. Skanderbeg di Bologna”

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MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHË

MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHË

Posted on 06 febbraio 2017 by admin

MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il termine museo deriva dal greco antico mouseion, “luogo sacro alle Muse”, queste ultime erano le nove figlie della dea della memoria, Mnemosine e di Zeus dio della sapienza; le sorelle erano considerate le protettrici delle arti, della memoria e del sapere.

L’International Council of Museums, ha definito che: “Il museo é un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto”.

In Italia, Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio attribuisce al plesso di conservazione la seguente definizione: “struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio”.

Per svolgere la funzione di museo, un qualsiasi plesso deve avere dimensioni idonee oltre un’organizzazione in cui convergono diverse competenze e professioni, assolutamente necessarie, per assolvere i numerosi compiti, volti all’impegno di conservare la memoria con la migliore gestione del bene.

A guida dell’istituzione museo siede il Direttore cui è affidata la responsabilità generale del messaggio che si vuole tutelare; quindi non solo la mera conservazione di un oggetto, costume o documento scrittografico, ma il messaggio che esso contiene e vuole trasmettere dal punto di vista storico, dell’epoca e del luogo.

Al fine di rispondere alla domanda che è richiesta, il volume edilizio deve avere caratteristiche per rispondere a parametri illuminotecnici, climatici ed espositivi per la migliore tutela dei beni contenuti e archiviati.

Fondamentali per questo divengono gli impianti d’illuminazione, pigmentazione interna, infissi, teche di esposizione, i percorsi per la visita e per l’esodo dei locali ecc., tutti questi concorrono alla garanzia durevole delle opere, oltre all’utilizzo del plesso in sicurezza.

I musei dedicati alla civiltà Albanofona (arbëreshë), sorti soprattutto nel secolo appena trascorso, sono ricchi di opere e reperti provenienti perlopiù da privati; l’iniziativa partita delle Amministrazioni e Associazioni culturali locali, ha perseguito il miraggio della raccolta a tutti i costi, senza mettere in conto l’impegno di tutelare nel migliore dei modi con l’acquisizione di tali opere, molto spesso esemplari unici.

La voglia incontrollata di esporre e primeggiare a tutti i costi con quantità e qualità, ha distratto gli attuatori sul dato che acquisire valori eccellenti locali, rappresentava un impegno che presupponeva titoli e competenze professionali di alto rilievo, in quanto, elevarsi a tutori di un tesoro materiale ed immateriale di tale portata, può ritorcersi a svavore della tutela.

Raccogliere materiali, attrezzi, arredi, macchine e ogni sorta di elemento che caratterizzi il luogo e la sua arte, si stabiliscono idealmente impegni di sottomissione che vanno bel oltre la promessa di valorizzare un determinato bene.

Sottrarre tanti piccoli tesori di eccellenza dal loro ambiente originario, dove erano sottoposti a un protocollo rigidissimo che si articola in: conservazione, preparazione, controllo, vestizione, utilizzo, esposizione, spogliazione, controllo preparazione alla conservazione, deposito secondo un rito laborioso.

Impegnarsi a fare ciò senza avere la minima idea e competenza nei meriti del rigidissimo disciplinare ha reso vulnerabile la storia di circa due secoli di arte sartoriale arbëreshë.

Il rito si articola nel controllo semestrale, pur se non sono utilizzate o indossate le componenti del rarissimo costume, l’esposizione è funzione del tempo di conservazione, il oltre il luogo della custodia doveva garantire sia in estate che in inverno, un intervallo specifico dei parametri d’illuminazione, ventilazione, umidità ed esposizione agli agenti atmosferici, non trascurando i trattamenti per la difesa delle tarme e acari.

Tuttavia va rilevato che accomunare tanti oggetti in spazi in parte dignitosi in altri meno, ma tutti comunque e dovunque, che non rispondono ai parametri richiesti, il sistema museo diventa una macchina pericolosa che assume il ruolo di acceleratore di invecchiamento del prodotto sartoriale, se a questo si aggiunge che in molti casi sono esposti a ridosso di manufatti delle arti e dei mestieri, qualche dubbio per la buona conservazione dei rari costumi è più che lecito.

Un museo può ritenersi tale solo se risponde a caratteristiche ben identificate, e segue i protocolli dell’arte di conservare; altrimenti il “luogo museo” diviene il palcoscenico della distruzione, vero è che esistono molti musei o che millantano tale denominazione, “il cui pubblico” nell’inconsapevolezza generale, non si accorge del dramma che si consuma sotto i loro occhi, ovvero la morte dell’Unica Forma Artistica Figurativa della Regione storica Arbëreshë; il mio vuole essere un grido di dolore che segna la linea di non ritorno.

Ogni giorno che passa senza che Amministratori, Associazioni, Proloco e privati cultori, si attivi per arginare questo invisibile rigagnolo di sangue, che imperterrito giorno dopo giorno sottrae frammenti irripetibili, al solido patrimonio figurativo/sartoriale arbëreshë.

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ANTONIO CAPUTO,ORIGINARIO DEL CENTRO ARBERESHE, DI GINESTRA

ANTONIO CAPUTO,ORIGINARIO DEL CENTRO ARBERESHE, DI GINESTRA

Posted on 27 gennaio 2017 by admin

Antonio Caputo a dxGINESTRA (di Lorenzo Zolfo) – La notizia di una nomina importante, quale presidente del comitato “Salviamo la Costituzione del Piemonte e della Valle D’Aosta” del dott. Antonio Caputo, originario di Ginestra, paese posto alle falde del Vulture, di poco più di 700 abitanti, è subito rimbalzato come un tam-tam nel piccolo centro arbëreshë. Nato a Ginestra il 12.10.1949,Antonio Caputo, partito da piccolo,è diventato torinese di adozione.

Maturità classica presso il liceo D’Azeglio e laurea con lode in Giurisprudenza, all’Università di Torino, avendo come relatore Norberto Bobbio.

Avvocato di cassazione, abilitato all’esercizio professionale presso le Supreme Magistrature. Presidente coordinatore della Federazione italiana dei Circoli di “Giustizia e Libertà”.  Componente del Consiglio direttivo e cofondatore del Comitato nazionale per il no nel referendum costituzionale presieduto da Alessandro Pace è stato pretore onorario a Torino, giudice presso la Commissione tributaria regionale del Piemonte e Direttore dell’Ufficio del Massimario della Commissione. Ha ricoperto la carica di difensore civico del Piemonte fino allo scorso 2015. Ha proposto il ricorso contro l’Italicum avanti il Tribunale di Torino sul quale si è pronunciato la Corte costituzionale proprio oggi 25 gennaio. Avvicinato ha riferito: “ grazie a questa azione giudiziaria promossa in 22 tribunali, tra questi anche Torino e Potenza,la corte costituzionale è intervenuta, dichiarando illegittima la legge elettorale, la cosiddetta “Italicum”. E’ stata una grande vittoria che consente agli italiani di andare a votare con le regole democratiche”.

A Ginestra, vive Antonio Caputo, classe ’35, un nipote del padre Nicola, ultraottantenne, alla saputa di questa importante nomina del parente omonimo Antonio, ha detto: “ Antonio, nato da Pina e Nicola, fratello di mio padre, Mauro, ha vissuto a Ginestra solo una decina di anni, perché il padre, Nicola, lavorava alla Prefettura di Potenza, prima che lui nascesse. Nel ’60 ebbe il trasferimento in Piemonte, quale capo-gabinetto delle Prefetture italiane e se ne andò con tutta la famiglia. Nicola prima di lasciare Ginestra, fu inviato in guerra e fatto prigioniero in Germania, grazie agli americani, che hanno liberato l’Italia dal regime fascista,riacquistò la libertà! Antonio nei pochi anni che è stato a Ginestra, amava andare in campagna, nei terreni di proprietà della famiglia, la masseria “Caggiano”e con mio padre, Mauro, faceva lunghe passeggiate a cavallo. Già allora dimostrava di possedere scaltrezza e destrezza, due qualità che gli hanno fatto compagnia in seguito. Antonio, ritornava a Ginestra, quando sposò mio fratello Michele, gli ha fatto da testimone, era appena diventato maggiorenne. Fino a 20 anni fa aveva un’abitazione a Potenza, al rione Santa Maria, alla morte del padre, Nicola, l’ha venduta. Sono contento che abbia fatto tanto strada, frutto di sacrifici”. Antonio Caputo, che parla bene l’arbëreshë, nel 2015, insieme al Prefetto di Torino, è stato ospite a Chieri ( To) dell’associazione culturale “Vatrarbereshe”, che ogni anno promuove un concorso di poesie in lingua arbëreshë,presieduto da Vincenzo Cucci, originario di Maschito, che ha avuto modo di conoscerlo ed apprezzare le sue doti di cultore della lingua arbëreshë. Anche dal Vulture la   Rivista Webzine ” Basilicata Arbereshe”, con sede unica regionale in Barile (Piazzetta Skanderbeg .5) , tramite il Direttore-Fondatore Prof. Donato M. Mazzeo , referente LEM Italia, ha espresso alcune considerazioni in merito : “Sulla scia del grande Giurista Costantino MORTATI (di Civita-Cs) uno dei Padri della Costituzione Repubblicana, l’Arberia tutta è orgogliosa del ruolo di notevole prestigio, esercitato, dall’Avv. Antonio CAPUTO (originario di Ginestra) nell’ambito di funzioni importanti legislative. Nella nuova funzione legislativa , dopo essere stato eccellente “Difensore Civico” in Regione Piemonte. Ad maiora dunque!”.

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E' nata UNIARB tra l'abbondante nevicata. La rivoluzione di un Consorzio di Associazioni Arbëreshë che guarda al futuro

E’ nata UNIARB tra l’abbondante nevicata. La rivoluzione di un Consorzio di Associazioni Arbëreshë che guarda al futuro

Posted on 11 gennaio 2017 by admin

UNIARBFRASCINETO (di Italo Elmo) – Sono ventitrè le associazioni culturali socio-fondatrici che hanno dato vita alla più grande Federazione di Associazioni Arbëreshë in Italia. Anche dodici le Associazioni esterne, provenienti da varie regioni del territorio nazionale e dall’estero che si sono affiliate, impegnandosidi collaborare, promuovere e attivare partnership in sinergia con i “Laboratori di Ricerca”, per lo sviluppo di idee e strategie per futuri progetti in Arbëria.

Ed inoltre, un vasto Comitato Scientifico con oltre 20 affiliazioni, tutti in lotta per la difesa della Lingua Arbëreshe, delle tradizioni popolarie del rito bizantino greco/arbëresh in tutto il territorio nazionale.

Nella magica e suggestiva cornice dei monti del Pollino, il 10 di Gennaio, numerose Associazioni Culturali di varie aree arbëreshe si sono date appuntamento a Frascineto in provincia di Cosenza, presso il Centro Visita del Parco, sede dell’Associazione Culturale “Vorea”,messo a disposizione dall’Amministrazione Comunale di Frascineto, per fondare l’Unione Nazionale delle Associazioni Arbëreshe(Bashkim i ShoqatavetKombëtareArbëreshe) – UNIARB.

In totale 23 Associazioni Culturali che non hanno voluto mancare a questo importante appuntamento, sfidando un clima davvero polare, tra un’ondata di freddo e neve incessante, segno che la passione e i valori dell’Arbëria erano più bollenti della neve tra le mani. Qualcuno ha voluto sottolineare che Uniarb non teme il freddo, ma il gelo che c’è intorno ai valori autentici dell’Arbëria.

Una serata illuminata, quella di Frascineto, quando la neve ridiscese dopo tanti anni, proprio per la nascita di UNIARB. Uno spettacolo bellissimo e il miglior augurio che l’Unione Nazionale delle Associazioni Arbëreshe potesse ricevere, perchè naturale e spontaneo.

Secondo la sapienza e la credenza popolare la pioggia simboleggia la fortuna e l’abbondanza che cade generosa sugli sposi, così anche la neve, simboleggia la fortuna e l’abbondanza che cade generosa su UNIARB, appena partorita.

Un’altra credenza vuole che la pioggia porti ad abbondanti raccolti, alla prosperità ed alla fortuna; la neve anche a copiosi successi nel giorno di nascita di UNIARB a rappresentare la fertilità, l’abbondanza e l’armonia con il flusso della vita, sotto forma di pace, saggezza e vita lunga.

Come la pernice bianca, che involandosi nella candida neve del Pollino ha segnato con le ali il manto nevoso, così Uniarb, nata tra l’abbondante nevicata, involandosi ha segnato il suo percorso e il suo destino in l’Arbëria.

Dopo un’ampia discussione, in cui intervengono varie associazioni culturali, si è ribadito che UNIARB vuole essere protagoni­sta in Arbëria di importanti scelte per la salvaguardia dello straordinario patrimonio ancora oggi custodito dagli Arbëreshë.

I partner dei progetti di cooperazione, oltre alle As­sociazioni consorziate in Arbëria, saranno scelti in Al­bania e nell’area balcanica.

Altri partner si sono aggiunti in questo periodo per sostenere i progetti di Uniarb, condividendone le finalità istituzionali. Numerose personalità, enti ed Istituti, che si impegnano attraverso l’affiliazione all’Unione Nazionale delle Associazioni Arbereshe, di collaborare, promuovere e attivare partnership in sinergia con i “Laboratori di Ricerca”, per lo sviluppo di idee e strategie per futuri progetti in Arbëria. Hanno aderito in questo senso l’UNESCO della provincia di Cosenza, il Dott. Pierfranco Bruni del Ministero dei Beni Culturali, il presidente della redazione della rivista arbëresheKamastra delle comunità arbëreshe del Molise, il prof. Italo Costante Fortino, linguista all’Orientale di Napoli, il prof. Dott. ImriBadalay, studioso delle parlate arbëreshe, la filologa prof.ssa Dr. Merita Bruci di Tirana, il prof.  Pierpaolo Petta di Piana degli Albanesi; la famosa scuola di Danza “Tirana Ballet” del coreografo Andrea Kokeri e il Centro di Danza “Mimoza” della coreografa MimozaBekteshi. In ogni dove, Uniarb, ha una rappresentanza. Così in Puglia, a San Marzano, con il gruppo folk “Katundi Jone” del direttore artistico Belvedere Leonardo; a Caraffa con il Dirigente del Centro di Cultura Permanente, Unla, Rag. Giulio Peta; a Napoli con l’Arch. Atanasio Pizzi, esperto in urbanistica tradizionale e numerose altre associazioni e personalità che sveleremo durante la presentazione di UNIARB, prossimamente.

I progetti saranno portati avanti anche in stretta col­laborazione con i partner locali.

Un progetto nell’ambito dei Partenariati strategici per un impatto sugli individui coinvolti e sulle Asso­ciazioni con proposte di qualità che meglio risponda agli obiettivi e alle esigenze della tipologia di parte­nariato per sviluppare un progetto in un’ottica trans-settoriale.

Un progetto, quindi, coerente con gli obiettivi di UNIARB e le finalità UE e dell’UNESCO che coinvolge anche altri partner per diffondere e salvaguardare la lingua arbëreshe, le tradizioni popolari e la spiritualità bizantina.

Nel bellissimo scenario del Centro Visita del Parco, nella mattinata, dopo l’approvazione all’unanimità dello Statuto,sono state formulate le proposte per le elezioni degli organi sociali della Federazione, i cui presidenti decidono la votazione per alzata di mano, segno di responsabile collaborazione, sensibilizzazione e condivisione tra le varie associazioni culturali.

A seguito della votazione, all’unanimità, a comporre il Consiglio Direttivo di UNIARB per i prossimi quattro anni, sono state indicate le seguenti persone:

Presidente

Rossella Blandi (Associazione “Agri Art”/San Benedetto Ullano);

Anima giovane e intraprendente, figlia del noto imprenditore Oreste Blandi; 

I Dirigenti dei Settori/Laboratori

ATTIVITA’ LINGUISTICO-ESPRESSIVE ARBËRESHE:

Giordano Agostino (Associazione Culturale “Jeta Arbëreshe”/Ejanina);

TEATRO POPOLARE IN LINGUA ARBËRESHE

Martino Lucia – (Associazione Culturale “Vorea”/Frascineto);

PATRIMONIO CULTURALE IMMATERIALE DELLA TRADIZIONE ARBËRESHE

Bruno Pasquale – (Associazione Culturale “Të Biltë e Shqiponjës”/Frascineto);

PATRIMONIO CULTURALE MATERIALE DELLA TRADIZIONE ARBËRESHE

Paola Napolitano  – (Associazione Culturale “Triskele” /San Benedetto Ullano);

CICLO DELLA VITA E DELL’ANNO NELLA TRADIZIONE POPOLARE E RELIGIOSA ARBËRESHE

Musacchio Gabriella – (Associazione Culturale Ullania/S.Benedetto Ull.);

PROMOZIONE TURISTICA DELL’ARBËRIA

De Salvo Antoluca  – (Pro Loco Civita/Civita)

COMUNICAZIONE E MEDIA

Elmo Italo  – (Arbelmo Media/S.Demetrio Corone)

Vice Presidenti

Frega Mario Francesco (Associazione Culturale “Moti i Parë” / Lungro

SuraceRose Marie (Gruppo Antropologico Rotese)

promotrice eventi folklorici del 3° Settore

Tesoriere

Iantorno Elena (Associazione Culturale “Dafne”/S.Martino di Finita)

Questo per quanto riguarda il Consiglio Direttivo.

Coordinatori del IV e VII Settore/Laboratorio, risultano eletti:

IV Settore – Patrimonio Culturale Materiale della Tradizione Arbëreshe

Enogastronomia

Chidichimo Rosa(Associazione Culturale‘Të Ngrënët’/Castroregio);

Recupero e rivalutazione delle antiche tecniche artistiche

Braile Benedetto Federico/Associazione Culturale “Pittura e dintorni in Arberia”/San Demetrio Corone)

VII Settore – Comunicazione e media, relazioni internazionali

Gestione delle relazioni pubbliche istituzionali

De Angelis Simona(Centro Studi e Ricerche delle Tradizioni Popolari Italo-Albanesi/San Demetrio Corone);

Relazioni internazionali e cooperazione economica

Pellicori Francesco(Associazione Cultura “Diaspora delle Aquile”/Firmo).

Le altre cariche sono così distribuite:

Segreteria Generale di Uniarb

D’Agostino Flavia

Collegio dei Revisori Contabili:

Scaravaglione Cosmo(Associazione Culturale “Hora e Muzikës Arbëreshe/ Spezzano Albanese

Forte Salvalvatore (Associazione Culturale “Moti ‘ Parë”/Lungro)

Marchese Daniele(Associazione Culturale per le Tradizioni Popolari “Shkëndija”/San Benedetto Ullano)

Presidente: Scaravaglione Cosmo

Collegio dei Probiviri

Braile Benedetto Federico (Associazione Culturale “Pittura e dintorni in Arberia/San Demetrio Corone)

Celestino Margherita (Associazione Culturale Mecenate/Frascineto)

Mele Nicolino (Associazione Culturale e di Ricerca “Shkëmbi” /Acquaformosa)

Presidente: Mele Nicolino

Intraprendenze, bravure, intelligenze, capacità di analisi, tutti questi ed altre peculiarità sono il bagagli che UNIARB,con il suo organigramma, metterà a disposizione dell’Arbëria.

Nela pausa pranzo, tra i tanti candidi fiocchi di neve che danzavano nell’aria, innevando tutta Frascineto, si eleva in alto il bellissimo canto a due voci intonato da Franco Frega e Salvatore Forte del Gruppo “Moti i Pare”, “AjriShinMërisMallit” che arrivava al cuore di UNIARB “.

Il pomeriggio, dopo la sottoscrizione dell’atto costituito alla presenza del notaio Carlo Viggiani di Cosenza,nasce ufficialmente UNIARB, formata dalle Associazioni e dagli Istituti aderenti che si ispirano alla Carta europea, 29 giugno 1992 e successive modificazioni, a protezione delle lingue regionali o minoritarie. 

L’U­nione Nazionale delle associazioni arbëreshe è espressione unitaria della Minoranza Linguistica Storica Albanese d’Italia, ossia delle popolazioni alba­nesi d’Italia (Arbëreshe), sparse in 7 regioni (Sicilia, Calabria, Basi­licata, Campania, Puglia, Molise, Abruzzo), 10 province (Cosenza, Crotone, Catanzaro, Palermo, Potenza, Avellino, Taranto, Foggia, Campobasso e Pescara) e 50 paesi, per un totale complessivo di circa 200.000 abitanti.

Lo scopo primario è quello di tutelare e sviluppare il patrimonio linguistico-storico-culturale-religioso delle Comunità Arbëreshe in Italia, usando la Lingua Arbëreshe a tutti i livelli, dal parlato allo scritto, in ogni sede e ambito; valorizzando la forma linguistica arbëreshe presente in ciascuna delle comunità di minoranza storica Arbëreshe e usandola quale mezzo d’insegnamento ai bambini e quale mezzo espressivo, sia a livello di Sportello Linguistico che di scrittura corrente, nell’osservanza dell’articolo 4, comma 1 della Legge 15 Dicembre 1999, n. 482 «Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”; senza l’uso della Lingua Arbëreshe, non c’è Minoranza Linguistica Arbëreshe’;

Tutelare, inoltre, gli interessi e gli obiettivi economico-sociali delle Comunità appartenenti alla Minoranza Storica di Lingua Albanese (Arbëreshe) in Italia, sfruttando le eccellenze locali di ogni tipo (naturalistico, faunistico, paesaggistico, architettonico, storico, culturale, museale, religioso, artigianale) come volani per lo sviluppo territoriale e per creazione di posti di lavoro;

L’esigenze primaria è svolgere progetti che abbiamo ricadute ed un impatto concreto sui giovani del territorio su diversi ambiti: economico e culturale, sociale.

Stabilire contatti e collaborazioni con Albania, Kosova (e altre nazioni balcaniche dove vivono Albanesi), attraverso istituzioni universitarie o singole personalità, per studiare meglio, tutelare, rafforzare la specificità della Minoranza Storica Albanese (Arbëreshe) d’Italia; ‘ambasciatori arbëreshë’ in terra albanese, che collaborano con gli Arbëreshë, in diverse progettualità e attività dell’UNIARB, dentro e fuori Arberia;

UNIARB, attraverso i suoi Settori / Laboratori, intende svolgere tutte quelle attività che ritiene utili per il raggiungimento dei succitati fini.

UNIARB vuole comunicare l’Arbëria non soltanto con la parte razionale, ma soprattutto con l’intelligenza emotiva e con il cuore .

In tale direzione, l’operato di UNIARB sarà fondamentalmente incentrato e focalizzato su alcuni punti ben precisi:

  1. La difesa della lingua arbëreshe a tutti i livelli: dalparlato allo scritto;
  2. La salvaguardia e la valorizzazione del patrimonioculturale immateriale;
  3. Il riconoscimento dei valori religiosi comuni dellatradizione bizantina greco-arbëreshe.

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ORIGINE E SVILUPPO DELLE COMUNITÀ ARBËRESHË

ORIGINE E SVILUPPO DELLE COMUNITÀ ARBËRESHË

Posted on 11 dicembre 2016 by admin

irigine-e-sviluppo-dei-paesi-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Approfondire lo studio degli insediamenti Arbëreshë nell’Italia meridionale ci per­metteranno di situare in mo­do più coerente questa comuni­tà nella storia e nel tempo.

Particolarmente interessante appare lo studio concernente, l’origine del nome “Arbëreshë”; questo giustifica il legame e l’ap­partenenza degli Arbëreshë all’etnia albanese.

L’origine del termine corrisponde a quello antico della nazionale allocata nei Balcani, infatti il nome “Shqitare” vuole indicare un identificato popolo o comunità linguistica all’interno dell’impero ottomano che aveva inglobato anche l’Albania.

E solo dopo di ciò che il nome “Arbëreshë” ha lasciato il posto al nome «Shqiperia», diversamente dei caparbi conservatori albanesi emigrati in Italia, che sono rimasti legato e hanno conti­nuato a portare con loro il nome che avevano nel loro paese di origine: Arbëreshë (Arbresh) nome con il quale hanno continuato a designarsi fra loro.

Nel loro nuovo paese d’adozione ricevettero un certo numero di apellativ: Greci, Albanesi, Schiavoni, Gjegj, Epiroti.

La lingua e il rito religioso che gli albanesi praticavano sono stati i due grandi ele­menti di distinzione che li hanno fatti stranieri agli occhi degli italiani.

Erroneamente è stato loro conferito il nome di Greci e Italo-Greci a causa della loro lingua liturgica che era il greco e anche del fatto che non sempre la popolazio­ne del circondario sapeva a quale gruppo appartenessero.

Alcune circostanze storiche hanno contribuito alla nascita di un «Albania» Italica. Nell’antichità all’età del ferro le stirpi illire navigavano lun­go le coste dell’Adriatico ed hanno avuto degli scambi dei contatti con le popolazioni delle terre vicine tra i quali i Mesapi e gl’Iapigi.

Dopo la conquista romana e la successiva definizione della provincia Illirica, così anche dopo la divisione dell’impero romano in impe­ro d’occidente ed impero d’oriente, l’Albania del nord ebbe modo di attecchire maggiormente con Venezia, diversamente dagli Stati Ponti­fici e dell’Italia meridionale, che ebbero modo di allargare i rapporti con l’Albania del sud, pas­sata sotto il dominio bizanti­no, l’allora impero d’Oriente.

Il fenomeno da nord a sud e viceversa ha creato delle onde migratorie prima all’interno dell’Albania e poi con le altre popolazioni migranti.

Di questi fenomeni migratori interni e poi verso i territori veneti, dello stato pontificio e del regno di Napoli purtroppo esiste poca documentazione, ma nonostante ciò le dinamiche prodotte dalla storia ci posso fa presuppore con precisione quanto realmente è accaduto.

A partire dal XV fino al XVIIl secolo a seguito delle circostanze sto­riche ci troviamo di fronte a sistematici spostamenti di po­polazioni, dall’Albania verso l’Italia meridionale. Popola­zioni arbéreshe che lungi dal fondersi con la popolazione locale, hanno conservato, quasi esaltato, l’entità etilica originale; fieri della propria origine che ci e pervenuta al di la dei secoli sotto forme diver­se e significative espressioni: vita quotidiana, espressioni religiose ed artistiche, tradi­zioni orali e letterali, idee e concetti dell’appartenenza ad una nazione, sentimenti dell’ unità de’ «’gjaku : shërpri- shur»

La scelta dell’Italia del sud si è imposta per diverse ragio­ni. In primo luogo per la sua situazione geografica e la prossimità al clima mediterra­neo delle terre montagnose; in seguito per i legami economici e commerciali che favoriva l’Adriatico, all’epoca, asse primordiale di cominivazione negli scambi occidente-orriente, infine e soprattutto per le circostanze imposte dalle esigenze politiche, religiose, militari, quanto alla personalità di Skanderbeg.

È attraverso queste circostanze storiche che si distacca la personalità di questo capo albanese, Giorgio Castriota Skanderbeg, il quale, ancor prima della caduta dì Costan­tinopoli e di fronte alla pene­trazione musulmana e all’im­minente invasione dei Turchi, cerca di entrare in contatto col papato e con i sovrani na­poletani.

Nel 1461 intrapren­de una spedizione per aiutare Alfonso V d’Aragona, minac­ciato dagli Angioini, libera i posti di Trani e di Barletta e in seguito rafforza la dinastia Aragonese, ricevebdo per questo come ricompensa le terre nelle Puglie.

L’invasione dell’Arbëria da parte dei Turchi nel XV sec. è la ragione per la quale costrinse la popolazione albanese che gia aveva subito un rimescolamento interno a migrare e trovare modelli territoriali paralleli a quelli della terra di origine in Italia meridionale, e in Sicilia.

Si possono conoscere in modo sufficientemente esauriente le fondazioni di un gran numero di comunità e la via che seguirono per giungere nei siti di destinazione.

Risalire alle date di imbarco in Albania e di sbarco nelle terre del Regno di Napoli è difficile in quanto era facile rimbarcarsi per brindisi e dopo raggiunte le coste dello jonio discendere la costa per poi risalire le colline e ritrovare simili parallelismi territoriali. I documenti che riferi­scono i fatti sull’esodo alba­nese non danno molte infor­mazioni; riguardo al modo di transito di queste popolazioni si sa che Venezia la cui politi­ca oscillava in funzione dei propri interessi, come pure gli Stati a nord dell’Albania, non permettevano il diritto di pas­saggio e ancor meno l’instal­lazione di Colonie nel loro territorio, motivo per il quale non rimaneva che transito attraverso il mare.

Le migrazioni del 1470 a seguito della morte di Scanderbeg assieme a quella del 1532 da Corone e Morea, popolate prevalentemente da albanesi, oggi inclusa nella Grecia, sono state le due più caratterizzanti le popolazioni arbëreshë che oggi preoccupano i territori meridionali conservando usi e costumi.

D’al­tronde non è da escludersi che una parte di questi albanesi siano originari del Nord e centro Albania, scesi in Epiro in seguito a difficoltà incon­trate con gli slavi e a causa dell’arruolamento nell’arma­te estradiate, infatti dopo la caduta di Scutari sono segnalati alcu­ni gruppi di emigrati che pro­venivano probabilmente da questa città o dai suoi dintorni.

La maggior parte delle emigrazioni riguardano le regioni dell’Alba­nia del Sud, regioni mon­tagnose rifugio e asili favore­voli nella resistenza e hanno permesso a que­ste valorosi di rimanere più a lungo ed emigrare più tardi rispetto a quelli delle pianu­re.

L’onomastica, le differenze somatiche, la fonetica grammaticale delle diverse parlate, testimoniano la diversa provenienza migratoria e la loro eterogeneità.

L’antroponimia evidenzia l’orientamento delle stirpi provenienti dal Nord e dal Sud dall’Albania , la discendenza delle quali si può trovare in Italia meridionale; avere una certa sensibilità relativamente alle trasformazione avvenuta nelle macroaree di accoglienza, come ad esempio alcuni cognomi hanno acquisito un lessico tale che la propria origine risulta defigurata.

D’altra parte i ca­pitoli, quando esistono, con­tengono documenti preziosi che ci danno la possibilità di conoscere la data di fondazio­ne della comunità arbëreshë, anche se si ritiene che i capitoli siano stati contratti solo dopo l’arrivo degli albanesi con prassi replicate in cui si sostituivano ogni volta solo i luoghi di destinazione.

Gli atti trascritti con il feudatario e alcuni capi rappresentanti i gruppi degli esuli rendono ancora molto più difficile la determinazione della provenienza dall’Albania.

Gli atti capitola­ri riferiscono quindi delle condi­zioni di vita degli esuli escludendo un ritorno in tempi brevi, lasciando poche speranze speranza di un pronto ritorno nella Madre Patria.

Le loro clausole divulgano informazioni sul modo di vivere: habitat, oneri feudali, tasse, diritti e soprattutto doveri dei nuovi arrivati.

Nonostante i sovrani accor­dassero privilegi, i viceré domi­nati da orgogliose ambizioni, non si preoccuparono sempre di ricordare e mantenere gli antichi diritti verso i sudditi arbëreshë.

I baroni, i vescovi, facevano pesare la loro oppressione tanto più che gli albanesi si di­mostravano a volte ribelli nel­la fierezza della loro cultura.

Nella cartina sono messe in evidenza: le comunità iniziali, le comunità albanofone, “le comunità di tradizione alba­nese (riti religiosi, usi, consuetudini e lingua comune), tra queste per la non compatibilità caratteriale diedero avvio ad ulteriori frammentazioni e in alcuni accomunamenti.

La scelta dei luoghi in cui si insediarono le popolazioni arbëreshë è stata un connubio tra necessità degli ospitanti e quelle dei profughi, scelte po­litiche dei sovrani spagnoli spinti dalla loro ricono­scenza ma anche dalle necessi­tà che viveva il meridione.

La presenza di abba­zie bizantine o di presidi comunque religiosi garantiva salubrità e la garaznia di ritrovare gli stessi parallelismi territoriali abbandonati.

La di­scendenza di Skanderbeg e le alleanze matrimoniali stabi­lite con principi del luogo proprietari di numerosi feudi, si possono considerare invece solo una leggenda storica, infatti se si esclude la principessa irene andata in sposa a Pietro Antonio Sanseverino, gia marito di sua zia, le altre discendenze vivevano una intensa vita di corte che impegnava a tempo pieno facendo dimenticare i problemi dei poveri esuli sparsi nei territorio meridionali.

Rari sono gli Arbëreshë che si impadroni­rono dei terreni incolti lasciati a loro disposizione, in quanto furono loro concessi luoghi incolti e da rassodare il che li rese praticamente autonomi, isolandoli in modo che non potes­sero riunirsi e costituire così una forza pericolosa, proi­bendo loro sino al 1535 persino di costruire case in muratura.

Le terre e i casali affidati agli arbëreshë, per questo, si presentavano incolte impervie o abbandonate o de­vastate dalle guerre, carestie o distrutte da calamità naturali.

I signori locali ap­profitteranno di questi esuli per affidarono terre incolte con obbligo di una quota sulla produzione procedendo in questo modo alla valorizza­zione del loro feudo.

Gli storici suddividono in sette il numero delle principali emigrazioni situandole tra il 1448-1825 ma flusso latente non si è mai interrotto e continua ancora anche in età moderna.

Agli inizi del XV erano essenzialmente formate da truppe di soldati a disposizione dei principi locali, l’ ar­mata doveva difendere la Sicilia contro le incursioni angioine e dopo i successi militari, ebbero il permesso di installarsi a Contessa Entellina, Mezzojuso Palazzo Adriano.

Lo stesso contingente rimasto in Calabria fondò i paesi della provincia di Catanzaro, tra i quali Caraffa, S. Nicola dell’Alto e Carfizzi Pallagorio.

Le migrazioni successive ebbero come protagonista Skanderbeg nel 1461. Alcuni di questi soldati fecero venire la loro famiglia e rima­sero nei feudi dati al capo al­banese tra il 1461-1467, nelle Provincie di Foggia, Campo­basso e Lecce.

Ma le migrazioni più consistenti si ebbero solo in conseguenza della morte del Castriota, avendo i picchi più elevati tra il 14681 e il1532 suddividersi in due ondate: nel dopo la mor­te di Skanderbeg la grande corrente migratoria fece nascere le co­munità di Lucania, Barile nel 1477, in Calabria citeriore, Santa Sofia, Sant’Adriano, Vaccarizzo, San Cosmo, San Giorgio, Frascineto, Ejanina, Civita, Acquaformosa, S. Benedetto Ullano, Piataci. S. Basile ed altri centri della stessa etnia.

La migrazione nota come della religione e dei nobili(?) Morea e di Corone ebbe luogo nel 1534 sotto l’imperatore Carlo V e corri­sponde ad un esodo delle po­polazioni delle città di Coro­ne, Modone, Nauplia, cadute nella mani dei Turchi.

Gli esuli in questo caso vennero salvati dalle navi di Andrea Doria, genovese, per intercessione del re Carlo V, che aveva messo a loro disposizione con le sue numerose galere con il viceré delle due Sicilie Don Pedro di Toledo.

Questa emigrazione andò a caratterizzare quelle comunità già in via di insediamento e che portarono in dote il rito religioso greco bizantino.

Altre migrazioni si sono susseguite nel tempo ma le caratterizzazioni territoriali erano ormai in via di completamento e da adesso in poi ha inizio la vera storia di queste popolazioni

La storia e lo sviluppo di queste Comunità Albanesi at­traverso i secoli sono stretta­mente legate alla posizione geografica, al pittoresco rilie­vo di queste regioni, difficil­mente accessibili, in cui sono impiantati questi villaggi; le­gate pure ai contesto religioso e socio-economico del sistema feudale e dalla politica dell’Italia.

La geografia ha avuto co­me conseguenza di portare un contributo positivo per ciò che riguarda il mantenimento della Tradizione Arbëreshë, lasciando queste popolazioni sino alla salita al trono di Carlo terzo relegati al ruolo di ottimi contadini rimanendo sino alla prima meta del XVIII secolo lontani dallo sviluppo economico e culturale.

Il rito orientale bizantino è stato un elemento di distinzio­ne per tutta la comunità arbëreshë. Da tutti, credenti o no, è vissuto e percepito come una componente nazionale, parte integrante del patrimo­nio albanese.

Il passaggio for­zato al rito latino, non ha avuto co­me conseguenza, nella mag­gior parte dei casi, in quanto il codice linguistico e i modello consuetudinari sono stati sempre sufficienti ad unire e tenere vivo i valori antichi di queste popolazioni, che pur se lentamente intergrate avevano come codice il ricordo della patria d’origine.

Il crearsi dell’Istituzione religiosa di rito orientale a San Benedetto Ullano pur se considerata un’esile fiammella, ha dato un contributo alla cresci­ta e allo sviluppo arbëreshë si dal punto di vista dell’identità linguistica ma mettendo in luce le qualità culturali e scientifiche.

Le istituzioni volute furono il Collegio Corsini, a San Benedetto Ullano e il Seminario di Palermo, fondati per volere del Papa.

I presidi di formazione, clericale e laico, hanno dato ai giovani arbëreshë la possibilità di ac­quisire una formazione tanto umana, religiosa, quanto scientifica e patriottica.

Nu­merosi furono i giovani del Collegio Corsini che per l’impegno politico religioso di Pasquale Baffi e Mons. Francesco Bugliari che a fine settecento fecero trasferito a S. Adriano, dove la popolazione scolastica ebbe modo di crescere e avere una formazione politica religiosa e culturale di altissimo spessore. Nu­merosi furono i giovani del I Collegio S. Adriano che par­teciparono con zelo al Risorgimento, lanciandosi con un coraggio incrollabile contro l’oppressione del potere feudale degli spagnoli per acqui­stare la liberazione sociale e politica dell’Italia.

I riti del ciclo della vita umana, il calendario Liturgi­co Bizantino come tutti gli usi e costumi che hanno fatto parte della vita degli Arbëreshë, hanno lasciato la loro im­pronta nella fisionomia e nella personalità di questa comu­nità.

Continuare a ritenere che gli arbëreshë siano esclusivamente un popolo che parla una favela diversa, è offensivo e poco dignitoso, in quanto, i contenitori fisici ovvero ,le architetture, i riti e le usanze che ritroviamo ancora oggi presso gli Albanesi in maniera diffusa, testimo­nia in modo univoco l’unità culturale del popolo albanese tutto, senza distinzioni geografiche o meridionalismi culturali che non hanno alcuna fondatezza e ne senso linguistico.

Liberamente tratto da “Origine e sviluppo delle comunità di Albania in Italia”

di Licia Conti e Odette Marquet

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DARDHÀ KU ESHT MUSCARELIA AFER LEMTIT E LIALH NINITH

DARDHÀ KU ESHT MUSCARELIA AFER LEMTIT E LIALH NINITH

Posted on 08 dicembre 2016 by admin

dardha-ku-esht-muscarelia-afer-lemtit-e-lialh-ninithNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – In età moderna per accedere alle proprie risorse economiche si utilizzano codici numerici o ancora più sicuri composti di lettere e numeri (alfa-numerici).

Tutti abbiamo l’abitudine di ricordare mentalmente e non appuntare in alcun modo, né mai fornire a estranei questi numeri e lettere privati.

Così anche i beni materiali li conserviamo in luoghi che non possono essere accessibili o facilmente individuabili se non attraverso una chiave (codice) che possa consentire l’accesso esclusivo per l’utilizzo.

La storia e la lingua Albanese rimangono vive nella loro essenza originaria perché un gruppo di caparbi e valorosi profughi, “gli Arbëreshë”, pur di non sottostare alle angherie degli invasori turchi preferì l’esilio.

Gli esuli che dal 1471 al 1535, raggiunsero le coste del meridione Italiano rimangono arbëreshë che pur abbandonando quelle terre hanno difeso le loro origine, mantenendo viva la lingua, la consuetudine, ma quello che più conta rimanendo sempre, comunque e dovunque uniti in gruppi fortemente consolidati; diversamente dagli stessi conterranei che in epoche più recenti, una volta sbarcati abbandonarono i loro conterranei di viaggio.

L’approdo dei profughi arbëreshë, i conservatori del codice linguistico/consuetudinario del popolo albanese, sulle terre dell’allora regno di Napoli, avvenne senza traumi, in quanto si insediarono in ambiti territoriali simili alla terra di origine, per questo rapidamente misero a regime agli equilibri culturali, sociali e economici che li caratterizzavano.

Le  regole a cui gli albanesi dovettero inchinarsi, nei nuovo territori furono il baglivagio e la Kaliva, il primo rappresenta la legge a cui dovettero subito inchinarsi   e rispettare , il secondo rappresenta il modulo abitativo, contenitore costruito, modulo architettonico primario entro cui ritrovarsi e conservare il patrimonio orale/consuetudinario.

Oggi spesso ci s’interroga per quale forza o dinamiche sociali, la parlata arbëreshë è ancora presente nel territori, dell’allora regno di Napoli, le risposte passano dal paradossale al ridicolo, in quanto si è abituati a guardare il luogo della risposta negli ambiti ristretti di ogni singolo agglomerato urbano e non quello di macroarea.

Infatti, il dialetto acrese, cosentino, bisignanese, catanzarese e cosi via elencando, sono esclusivi di ogni comunità, all’interno di macro-aree storiche ben identificate, codice di riconoscimento  comportamentale, capace di creare l’effetto osmotico necessario per circoscrivere un limite territoriale ideale che lega tutti gli individui dia un ben identificato gruppo.

Appare evidente che per gli albanofoni, riconosciuti gli ambiti territoriali, definiti i confini, trovandosi gia con un solido codice linguistico consolidato e noto esclusivamente al gruppo di profughi, hanno avuto facilitato il compito è stato molto comodo usare un codice già consolidato, con il quale identificarsi per difendere in maniera solida il loro nascente sistema territoriale per fare economia.

La popolazione arbëreshë per questo più ermetica delle altre macro-aree fu soprannominata in senso dispregiativo nella provincia citeriore calabrese, come Ghégj, confermando per questo la scelta posta in essere degli arbereshe, per questo, cosi come fa il mare con i frammenti di terra, assunsero il ruolo di “codice della lingua albanese divenendo isola di un idioma dalle antiche origini”.

Gli esuli portatori dell’antico codice, furono sottoposti costantemente al fluttuare delle onde indigene, tuttavia hanno avuto la forza di contenere sotto i livelli di guardia l’erodersi delle proprie coste, impalcatura umana, guscio in cui accogliere i codici linguistici, consuetudinari e umani a difesa del proprio essere; membrana osmotica che consente infiltrazioni alloctone a misura tale che la radice non sia mai intaccata, a iniziare dagli indigeni per seguire poi con i dominatori francofoni, ispanici e in età moderna allo tsunami, della globalizzazione.

Nonostante la minoranza albanofona fosse aggredita in maniera latente e continua, le solide membrane sono state in grado di conservare i preziosi “codici”, questi, fisicamente non hanno alcuna consistenza scrittografica, perché sono in sostanza racchiusi e trasmessi oralmente nel tempo di una generazione.

Oggi i “codici” nonostante pressati dalle forze esterne, rimangono l’unica costante antica della lingua albanese, indifesa, solitaria, ferita, deturpata e in alcuni intervalli della storia recente, come figli inconsapevoli, cresciuti sotto l’ombra della storia moderna del 68 fu anche anche motivo di vergogna.

Essi vivevano secondo principi di ribellione ideologica e non secondo progetti di tutela o analisi storiografiche; lo stesso errore di valutazione che fecero i turchi che nel XV secolo costringendo quel manipolo di caparbi arbëreshë a preferire l’esilio.

È definito inculturazione il processo con il quale un gruppo etnico trasmette e riproduce le proprie “tradizioni”al suo interno; acculturazione invece sono i tratti culturali provenienti dall’esterno, e appartenenti ad altre aree culturali che modificano il valore dell’atto del tramandare.

La lotta per difendere il codice, rimane sempre vivo negli ambiti vissuti attraversati e modificati dagli albanofoni, sin dal loro arrivo; i linguisti hanno cercato di comprendere quali fossero i motivi di questa caparbia difesa, quale fenomeno unico in Europa, affidandosi purtroppo a schematismi superficiali cercando le motivazioni facendo unire lingua albanese odierna con quella arbëreshë, in effetti riproponendo quel matrimonio antico che nel XV secolo diede avvio alla storica diaspora.

La minoranza Arbëreshë che vive l’Italia meridionale, resta, entità legata a un codice proprio che sfugge ai ricercatori e rimane un interrogativo aperto, perché, chi studia e si adopera per dare risposte non l’ha mai considerato come il codice di un modello sociale impenetrabile dai non appartenenti al gruppo, perché classificati come malevoli.

L’arbëreshë è il risultato diretto di cultura, religione e lingua di antiche origini, pur assumendo con i suoi uomini migliori il ruolo di attuatore in prima linea agli eventi che si susseguono nel decorso dei secoli, resta legate al codice che la identifica e lo rende sempre più solidale nel tempo.

Per comprendere il valore bisogna nascere, parlarlo e cimentarsi attivamente nella consuetudine ricevendo come prima domanda le dosi massicce d’inculturazione che ti abituano a ricordare mentalmente quel codice.

Cultura pastorale che cresce, si modella e si adopera negli eventi storici della terra che li accoglie; essa rappresenta un’identità autonoma che assume il ruolo di stato multi cefalo senza confini, un popolo solidariamente unito dal codice linguistico e tuttavia disconosce tutte le forme politiche di valorizzazione comune che superi gli ambiti della casa e del cortile.

In Italia “gli Arbëreshë” dopo un breve periodo di scontro, si confrontano con gli indigeni e nasce l’alba culturale con l’avvento di Carlo III; inizia l’ascesa che si protrae sino agli anni sessanta del secolo scorso, per tracollare con andamento logaritmico con la messa a regime della legge 482 del 1999.

È lo stesso Pasquale Baffi, la massima espressione culturale di tutti i parlanti, il vecchio codice albanese, che nel “Discorso sugli albanesi del regno di Napoli” pubblicato in maniera non esemplare dal cugino A. Masci, non lo indagare oltre la comparazione  con altri modelli simili.

Il pericolosissimo processo di lettura e diffusine ha inizio proprio quando dagli ambiti d’Albania si volle realizzare un processo di standardizzazione della lingua, sottovalutando gli anticorpi di difesa che gli arbëreshë conservavano sempre vivi nel loro codice genetico; sono proprio questi che classificano il fenomeno, come malevolo, al pari degli indigeni calabresi e dei dominanti francofoni e ispanici, rigettando il prodotto di sintesi, senza lasciare alcuna possibilità di erodere l’alveo che protegge il codice linguistico originario.

Passi lentissimi, quasi rasentas­sero l’immobilismo, un ritmo di vita scandito per lo più dalle incombenze consuetudinarie, un’economia che si riflette con discrezione anche negli ambiti costruiti dell’architettura, nei riti, nella religione, nelle tecniche di adattamento, facendo apparire il codice linguistico come un mezzo che scandisce sempre lo stesso tempo.

Il presente discorso intende spiegare il senso e non rivelare il cocdice, evidenziare come la lingua, frantumata più che mai dalle continue invadenze albanesi e non, sia capace di rigenerarsi cosi come fa il corpo umano quando è attaccato da codici geneticamente non compatibili.

Se, fino agli anni sessanta del secolo scorso, il ristagno plurisecolare dell’isola “aberia” era pienamente avvertito da illustri osservatori, il quadro che emerge dalla situazione attuale è tutt’altro che confortante: la massic­cia emigrazione, il concomitante abbandono dell’habitat tradizionale, la  più allegra scolarizzazione che non aiuta  il vecchio codice, la sempre più crescente fruizione dei mass-media e l’inar­restabile italianizzazione hanno promosso lo scardina­mento delle strutture tradizionali della vita e del pensiero,  di conseguenza, si avvicinano più velocemente al nucleo che protegge  il codice arbëreshë.

La natura di tanta caparbietà innata negli arbëreshë non è stata mai realmente compresa, affiancando al singolare fenomeno culturale/linguistico nozioni poco attendibili e oserei dire incauti, perché si è scelto di alfabetizzarlo per  rendere noto il codice.

È forse questo il punto terminale dell’iter evolutivo dei pastori e dei guerrieri albanofoni d’Italia? Contadini prima e poi uomini di scienza e di cultura, capaci di difendere ed essere co-protagonista delle vicende unitarie, politiche, economiche italiane.

Diventa sempre più urgente porsi il quesito se è il caso di correre hai ripari o mettersi comodamente seduti a subire la vita moderna che tendente ad uniformare comunità e individui?

Spesso si pone la domanda di cosa e chi abbia mantenuto viva la lingua albanofona in terra italiana sino ad oggi, si palesano mille teorie di tempo e luogo alcuni lo attribuiscono alla concomitanza storica del rito religioso greco ortodossi, altri all’isolamento caratteristica del territorio attraversato e vissuto degli arbëreshë, in altre analisi alla loro diffidenza, che vogliono evidenziare personalismi vuoti e che non hanno alcun riferimento o studio comparato di base.

Innanzitutto l’analisi del fenomeno dei codici non va racchiuso solamente in quello delle disposizioni degli arbëreshe che pur se alloctono segue quello dei paesi indigeni calabresi e non solo.

I territori italiani e in particolar modo quelli del meridione oltre il limitone di Eboli, hanno vissuto un isolamento sociale ed economico in cui l’unica risorsa di vita e di confronto erano le attività, agricole, silvicole e pastorali, non vi è dubbio che questa fosse l’unica risorsa di confronto dell’allora modello feudale che pretendeva tutto senza nulla restituire i poveri abituri.

È una conseguenza naturale che nel momento in cui si torna l’interno degli spazi vissuti dali componenti di una determinata comunità si ritiene più opportuno identificarsi con modelli linguistici e consuetudinari che sono anche un modo per identificarsi ed evitare penetrazioni dall’esterno che per le ristrette possibilità economiche potrebbero essere malevole e minare le poche risorse a disposizione.

È alla luce di questo stato di fatto si sviluppava la fiducia e rispetto delle popolazioni verso i regnati che lasciava molto a desiderare, in questo quadro generale si deve ricercare il motivazioni per le quale i dialetti linguistici sia meridionali, quindi indigeni e albanesi hanno trovato la linfa ideale per riverberarsi.

La questione meridionale è stata sempre vista sotto la luce economica che è stata e rimane precarie prima e assistenziale oggi, dato che gli unici strumenti in grado di fare economia nel meridione sono stati dismessi, perche preferiti come serbatoi di manovalanza per svariate attività.

Una diffidenza diffusa tra le categorie sociali e gli organi istituzionali dominanti, un rapporto di sfiducia e diffidenza, mai terminata o tantomeno attenuata, in cui l’unico modo per difendersi rimaneva il codice linguistico.

Un codice che aveva senso se applicato nel territorio circoscritto; come oggi ogni individuo conserva il suo alfanumerico identificativo, che non va mai trascritto o lasciato incustodito.

Due sono gli aspetti più salienti che nascono dal conflitto qui deli­neato tra lingua e dialetti:

   corrosione del dialetto, e dunque, nel avvicinare le grammatiche a danno di evoluzioni autonome plurisecolari.

2) i nuovi rapporti tra lingua e società {o individuo) che vengono ad instaurarsi con la situazione di diglossia e che non sono più vincolati unicamente a requisiti consuetu­dinari ma a molteplici motivazioni di ordine sociale e psicolo­gico.

Sul piano politico e linguistico, il primo fenomeno ha promosso una rinascita della coscienza linguistica dei parlanti arbëreshë che rifiutano la grammatica e la lingua dell’albanese odierno che comunque nasce da presupposti flebili e priva di un’idonea solidità culturale, ma sopratutto intellettuale, anzi direi suggerita dai mas-media che per l’Albania sino al 1991 sono stati l’unica finestra attraverso cui evolversi.

Creare un codice linguistico normativo e tutt’altro che agevo­le; occorre dapprima riconoscere lo status di lingua moderna all’arbëreshë e poi elimi­nare quelle strutture che risultino più abnormi alla sensibilità dei parlanti nativi: due quesiti da affrontare in sede linguistica, ma purtroppo permeati da molteplici connotati di natura extralinguistica che consente a figure anomale e prive delle più elementari titoli socio culturali, di rivestire ruoli sensibili che non gli possono essere attribuiti se chi di dovere avesse un poco di buon senso, ma che la meritocrazia italiana e albanese continua ostinatamente a perseguire.

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RICORDI E CERTEZZE

RICORDI E CERTEZZE

Posted on 11 novembre 2016 by admin

definizione-dei-paesi-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Premessa

L’undici di novembre del 1799, per non esser ben afforcato, era sgozzato dal boia, il compaesano “Pasquale Baffi “, il motivo di tale condanna consisteva nel aver scritto e aver desiderato per se e per gli altri una società migliore, in cui a ognuno era assicurata una vita dignitosa; in poche parole ciò che i politici e gli statisti di oggi non riescono ancora a perseguire; la differenza tra il Baffi e i faccendieri odierni è racchiuso nel dato che, lui diede la vita per il suo progetto, gli odierni faccendieri succhiano persino l’anima del nostro compaesano, ingrassando a dismisura.

DEFINIZIONE DEI PAESI ARBERESHE

I piccoli agglomerati di architettura minore nati o ripopolati a cavallo del XV secolo nelle regioni del sud Italiano, rappresentano uno dei palinsesti più rappresentativi della trama urbana e architettonica del meridione.

I manufatti abitativi risalenti all’epoca del legno (nomadismo) sono stati cancellati dal tempo, quelli innalzati come esigenza di luogo ove riconoscersi sono in pietra e si presentano stratificate o sovrapposti secondo le epoche, alcuni sono stati rinnovati, mentre altri inconsciamente distrutti pochi rimangono intatti.

Nei luoghi di questi cantieri a oggi non ancora terminati, ha trovato dimora una pluralità di maestranze spinte dal senso della necessità, dell’improvvisazione e della sperimentazione per oltre due secoli, bisogna attendere la seconda metà dell’ottocento per avere competenze che restituissero senso e forme all’architettura, anche se gli edificati nella loro essenza pedamentale usa il mal costruito dei primi secoli.

Questo è quanto avvenne per la definizione dei luoghi, che sono stati plasmati scomode forme al fine di ottenere spazi rispettosi della natura, impegnando solo quanto necessario alla sopravvivenza rispettando in questo modo il paesaggio ritrovato e agevolare il migliore percorso d’insediamento e integrazione nelle nuove terre.

L’insieme dei paesi arbëreshë non avendo una continuità territoriale uso identificarla come Regione storica Arbëreshë ( R.s.A.), in ragione di valori, intenti e interessi di gruppi fortemente coesi, che pur animando conflitti che si concretizzano e solidificano nelle espansioni e nelle sostituzioni del contesto abitato e al territorio ritrovato.

Leggere la complessità di questo palinsesto, non servono: scriba, medici, traduttori o alchimisti, in quanto bisogna essere “portatori sani e partecipare al messaggio linguistico religioso e consuetudinario di origine arbëreshë”, solo con questi titoli e capacità innate si riesce ad interpretare il senso che ha animato i pieni e i vuoti, degli ambiti albanofoni, principi, di connessione, ragioni e rinunce, che sono gli ingredienti fondamentali che hanno restituito la cartografia che documenta gli ambiti.

Questi sono i punti che nel tempo hanno dato significato agli strumenti per gestire la progettualità, che in realtà rappresentano la sintesi delle trame e gli accordi che sono stati il mezzo attraverso il quale realizzare i nuclei urbani e solo con essi si possono oggi interpretarne i destini.

La comparazione dei prodotto della ricerca cartografica, la conoscenza dei luoghi, la loro analisi con la conoscenza di riti consuetudini e inflessioni idiomatiche, sono gli elementi che favoriscono di giungere alla conoscenza approfondita dei valori che si sono nel tempo addensati nei territori e nei centri di origine arbëreshë.

La loro interpretazione si ottiene relazionando costruito e società, avendo cura di innalzare preventivamente in termini di conoscenza e lettura riferite alle diverse epoche, in poche parole progettare un modello di analisi per comprendere le stratificazioni dell’armatura culturale dei contesti in maniera univoca e solida.

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LUMI PER LE RADICI STRUTTURALI ARCHITETTONICHE E URBANISTICHE ARBËRESHË

LUMI PER LE RADICI STRUTTURALI ARCHITETTONICHE E URBANISTICHE ARBËRESHË

Posted on 05 novembre 2016 by admin

lumi-per-le-radici-strutturaliNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – È largamente sancito che l’architettura è un elemento fondamentale per definire la storia, la cultura e il quadro della vita di ogni agglomerato urbano; essa rappresenta una delle forme di espressione artistica essenziale nella vita quotidiana di ogni abitante e rappresenta il precursore per i domani, degli anbiti urbani e rurali.

Lo spessore culturale, la qualità della gestione concreta degli spazi sono fondamentali nelle politiche di macroarea regionale di coesione sociale, in quanto, l’architettura rappresenta la prestazione intellettuale perche piattaforma di servizio professionale, culturale ed economico.

Le caratteristiche comuni presenti in tutta la Regione storica Arbëreshë, se associate a un’architettura di qualità su basi storicamente sostenute, potranno restituire un quadro di vita ideale tra cittadini e il loro ambiente; contributo indispensabile saranno i contributi dell’antico modello di coesione sociale, da cui l’indotto produttivo potrà attingere risorse per posti di lavoro; solo in questo modo il rilancio del territorio potrà avvenire secondo le su caratteristiche materiali e immateriali per lo sviluppo economico regionale diffuso.

Al fine di raggiungere un tale traguardo mi chiedo perché non intensificare gli sforzi per una larga conoscenza di questi ambiti, che sono caparbiamente relegati solo ad aspetti linguistici oltre all’inventiva individuale delle favole e della metrica del canto.

Valorizzare le architetture e le disposizioni urbanistiche, sensibilizzando/formando istituzioni e cittadini, secondo azioni specifiche che è lo stesso territorio può fornire per il rilancio del territorio.

Promuovere la qualità architettonica secondo un itinerario che parta dal passato e attraverso la qualità ancora reperibile sul territorio favorire il reperimento e lo scambio d’informazioni per dare continuità alla tradizione.

Interlacciare la R.s.A. è il primo traguardo da perseguire, al fine di rendere le eccellenze di ogni singolo agglomerato più solide; costruire un percorso storico a largo spettro, episodi che singolarmente raccontati secondo la logica dei campanili non anno lo spessore o la forza necessaria per essere considerati attrattori di quel turismo che spende e crea indotto.

Perché nella Regione storica Arbëreshe non è stato possibile? e aggiungerei in alcuni casi anche penalizzato, secondo un principio che vuole appiattire ogni cosa, penalizzando così anche il senso dell’arte, che per la minoranza pur se povera ha contribuito a caratterizzare le popolazioni che vivono quei luoghi da oltre seicento anni.

E’ ora di dire basta con gli scempi, basta con la bruttezza, basta con scatole preconfezionate, nelle quali nessuno è in grado di riconoscersi, basta con le canoniche colate di cemento senza anima e senza identità, basta con falsi recuperi funzionali e statici, realizzati come nel secolo scorso, da maestranze senza arte o capacità tecniche nell’utilizzare tecnologie e materiali moderni.

Ogni luogo ha il suo spirito, lo stesso che dialoga con l’identità culturale di chi risiede, linguaggio e ambiente vivono e si confrontano da sei secoli in un equilibrio perfetto, combattono contro le avversità moderna e fanno riecheggiare una favella antica che neanche lo strapotere dei “cani turk” è riuscito a piegare.

Rilanciare l’architettura è un’operazione che deve confrontarsi attraverso dibattiti, resa solida attraverso le la formazione e le reti multimediali, strumenti che purtroppo attualmente sono latitanti nella gestione di questi ambiti.

La qualità dell’architettura purtroppo non trova alcuna applicazione nelle leggi regionali di tutela delle minoranze e neanche attraverso l’uso di canali convenzionali quali: tv, giornali o internet.

Puntare su un nuovo piano culturale, affinando leggi regionali ormai vetuste e comunque incomplete perche realizzate in maniera frammentaria e senza un progetto specifico, darebbe linfa vitale al progetto di connessione digitale, affinché chi amministra, (Presidenti, Sindaci, Assessori, Proloco o Associazioni) possano avere in tempo reale consapevolezza delle scelte più idonee nel porsi alla guida di un qualsivoglia istituto in ambito minoritario.

L’appartenenza al sistema Regione storica Arbëreshe non deve essere considerato racchiuso negli ambiti locali del centro antico, perché il ruolo comporta la necessità di guardare ad un sistema più complesso e articolato a cui associare l’identità, non più esclusivo, ma prezioso contributo partecipato di un macrosistema culturale in cui identici tasselli forniscono linfa e vitalità all’intera regione.

Gli ambiti dei paesi arbëreshë conservano il marchio dei prodotti e delle attività locali, progettare la dismissione degli spazi urbani significa investire nella produzioni di luoghi alloctoni, il cui esito finale della visione estetica riporta ad ambiti e materie sconosciute nel territorio.

Lo strumento del Concorso in architettura è affrontato con superficialità con trucchi e inganni, per non parlare dei bandi di gara costruiti ad arte per favorire sempre le stesse società di ingegneria, noti studi associati e singoli professionisti di rango, che si accaparrano affidamenti professionali, con la complicità di legge, che non tutelano la qualità degli aspetti locali, anzi producono progetti seriali di edilizia elencale, che non hanno niente a che vedere con l’architetture (vorrei annotare una dolente episodio in cui, il soggetto attuatore che si volatilizza nelle burocrazia più cieca) è stata in grado di raggiungere un livello di approssimazione tale da confondere a Valle del Crati con le oasi Algerine.

Il recupero, il restauro o gli interventi di valorizzazione e ricollocazione degli ambiti all’interno del centro antico va affidato esclusivamente sulla base della qualità del progettista, che nel caso degli ambiti minoritari arbëreshe deve essere strettamente correlata alla conoscenza delle consuetudini territoriali e all’idioma, escludendo a priori quei gruppi che hanno violentato gli affetti più intimi dell’arberia, che rimane senza le risorse necessarie per correggere quanto deturpato.

L’identificazione del progettista si deve basare sulla qualità della prestazione e non deve essere fine a se stessa, ma abbia le competenze e i titoli per offrire la migliore lettura degli ambiti e non legata sul maggior ribasso dell’onorario.

Ciò che impedisce all’arberia di fare architetture pubbliche e private qualitativamente coerenti con il costruito storico è l’aggiudicazione dei lavori con la minima spesa, criterio inconciliabile con i presupposti di qualità storica che ogni architettura deve seguire.

A questo punto è bene evidenziare un dato che sino a oggi è sfuggito, ma alla luce degli ultimi eventi tellurici nell’Italia centrale, non può essere più prorogato, mi riferisco al continuo murario che in molti casi si ripristina con semplici intonacature, per non parlare delle sostituzioni di solai, apposizioni di piattabande e ogni tipo di elemento strutturale; tutti questi matericamente in conflitto tra loro, in caso di sollecitazioni sismiche, attuerebbero stati di rigetto pericolosissimi per la statica degli edifici, rivelandosi come la dipartita di intere famiglie, sicure di vivere quegli spazi abbelliti in piena sicurezza.

Non bisogna rilassarsi al fatto di aver apposto inutili catene senza uno schema strutturale globale, che dia una risposta all’eventuale sollecitazione sismica.

Il consolidamento strutturale in ambiti costruiti con materiali di spogliatura è una delle cose più complicate da realizzare, in quanto le risposte di materiali diversi alle sollecitazioni sismiche creano tanti stati di labilità a cui la scienza delle costruzioni non riesce a dare risposte precise, motive per il quale nelle vecchie strutture si cerca di dare percentuali di adeguamento sismico e non una vera risposta adeguata ad una eventuale sollecitazione naturale.

Per questo il legislatore e gli istituti di ricerca garantiscono solo percentuali di risposta nella messa in sicurezza di vecchi edifici, avendo come principio fondamentale la minore sostituzione di apparati orizzontali e verticali per evitare di peggiorare lo stato degli edifici, i quali comunque e dovunque non vanno lasciati alle direttive di acerbe o inconsapevoli manovalanze.

È opportuno informarsi se si tratta di adeguamento, intervento puntiforme o miglioramento sismico, ma ciò che più conta, in questi casi sono i costi e i materiali impiegati, oltre alla scelta degli esecutori che realizzano i presidi strutturali, sotto l’attenta vigilanza di tecnici esperti.

Altrimenti si finisce di realizzare, presidi strutturali che peggiorano ulteriormente le risposte dinamiche degli edifici o delle insule.

Meglio riflettere e approfondire i vari stati di progetto quanto si vuole migliorare strutturalmente gli ambiti costruiti della R.s.A., naturalizzando il più possibile il risultato finale e produrre scenari secondo canoni ed esigenze arbëreshë, che sono tra quelli più complessi e sensibili, sotto l’aspetto storico, strutturale, architettonico e urbanistico, perché di arte povera.

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LA STORIA SECONDO LA DISPOSIZIONE DELLE PIETRE ARBËRESHË

LA STORIA SECONDO LA DISPOSIZIONE DELLE PIETRE ARBËRESHË

Posted on 16 ottobre 2016 by admin

la-storia-secondo-la-disposizione-delle-pietre-arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La storia dell’edificato “detto minore”, se osservato attraverso le trame degli elevati murari (benetë) racconta dei riti e le consuetudini degli uomini che li hanno elevati per fare famiglia.

Diversi studiosi hanno scrutato la genesi e gli aspetti socio/culturali che accompagnano le trame edificatorie dal XV secolo, riferendo esclusivamente di medi e grandi sistemi urbani, tralasciando quelli minori perché quantitativi e non qualitativi, anche se proprio la quantità in questi modelli abitativi è stata fondamentale per la crescita economica, in quanto, ha contribuito a rendere meno dure le vicissitudini di ben identificati intervalli della storia meridionale.

Tutti i centri detti minori, sono accumunati da una costante che ritiene pressoché sconosciute le arti e soprattutto l’architettura che diversamente ha come guida la consuetudine per tessere trame murarie urbane e campestri dettate dalla ricerca dell’antico gruppo familiare allargato.

L’edilizia del XV secolo, non ha come punto di forza la qualità o robustezza degli elevati murari, anzi nella maggior parte dei casi difettava anche nelle costruzioni più solide come torri, palazzi nobiliari o le chiese.

Alla fragilità degli edifici in oltre va associato anche la natura geologica del suolo, quest’ultima dava origine a instabilità per la permanenza in un determinato luogo,

Per questo molte popolazioni furono costrette a rivedere gli ambiti di stazionamento e crescita, come ad esempio l’abbandono di Pedalati da parte dei suoi abitanti che nel 1535 che si unirono ai fratelli di Santa Sofia Terra per l’instabilità della faglia che si estende in quel luogo; questo caso come in molti altri odierni centri urbani, si possono ritenere come “luoghi della focalizzazione territoriale”.

Il terremoto del 1638 per la lettura degli elevati murari traccia un confine ben preciso, in quanto, si possono distinguere chiaramente le murature realizzate prima e dopo questa data.

Gli effetti del disastroso sisma del 1638 suggerivano soluzioni più sicure in aperta campagna, per questa ragione che, dal XVII secolo, l’arte del costruire inizia a essere patrimonio culturale più diffuso, fino al punto che, si moltiplicano gli edifici con più di un piano e muri in comunione, che nei centri abitati minori si traduce concretamente nel fare economia di materiali e nel contempo, consolidare le unioni interfamiliari.

Nella costruzione o l’allargamento di una nuova casa i materiali è opera della famiglia che fornisce ai mastri muratori calce, mattoni, legnami e Kiaramide oltre il materiale lapideo proveniente dalle le cave di pietra e la sabbia dalle cave naturali di sabbia “parereth” la famiglia è interamente coinvolta, sino a quando la fabbrica è terminata..

L’interazione tra manualità e architettura conduce a unità di misura in cui il corpo umano nella sua essenza strutturale, oltre che l’esperienza, assume il ruolo di guida essenziale.

La totale assenza di macchinari per costruire induce a unità di misura come i “palmi”e le“dita” infatti, i maestri muratori realizzavano muri che si sviluppava nel suo elevato con tre palmi nella parte delle fondazioni e due palmi e mezzo, meno due dita nella parte più estrema.

Le parti edilizie strutturali riportano al corpo umano, l’apparato fondale sono indicati come pedamento significando con ciò una visione semplificata del mondo esterno, che si specchia nelle forme rudimentali delle case.

Ma anche il prospetto principale delle dimore con la posta, le finestre, i balconi e i lucernai del sottotetto assumono forme che riportano a sembianze umane

Le costruzioni sono il prodotto della capacità di adattarsi sul territorio delle maestranze, per questo l’arte edilizia minore racchiude un misto, di legno, di mattoni interi, blocchetti squadrati, sassi informi, ma anche di frammenti di mattoni, tegole e pietre di risulta, questi materiali creano un ambiente urbano anomalo la cui regola è la non regola.

Solo dopo il terremoto del 1783, in questi ambiti giunsero le prime imposizioni costruttive che imponevano una serie di regole strutturali e urbanistiche.

Nel terremoto del 1783 nonostante le gravi distruzioni, a Roggiano Gravina, le abitazioni, una affiancata all’altra, rimasero illese e i danni più gravi si ebbero nei piccoli edifici in muratura, vecchi, mal costruiti e privi di fondazioni.

La tecnica dei paramenti murari “the civuet”, caratterizzerà buona parte della produzione architettonica dopo il terremoto del 1638 calabrese sino alla prima metà del XIX secolo,

Il modulo abitativo ha generalmente forma quadrangolare allungata e l’articolazione delle famiglie, che si amplia di generazione in generazione, nonostante la crescita del nucleo edilizio originario  non eccedere dal modulo originario di base.

Pertanto, la semplicità dell’architettura popolare si complica in una sorta di casba della necessità; volumi sovrapposti per successione ereditaria, divisa in unità abitative, da avvio all’utilizzo delle scale indipendenti, “balaturj” elemento architettonico diffusissimo dalla fine del XVII secolo.

Nascono le cosiddette gjitonie in cui si ricercano i legami dell’antico gruppo familiare, regola consuetudinaria per la quale si tengono uniti, attraverso la contiguità edilizia dell’abitare, i nuclei familiari e le ramificazioni sul modello della famiglia allargata di cultura Balcana.

Si risiede the rhueth, le stradine urbane, riproponendo le particolari condizioni orografiche e morfologiche delle colline albanesi.

Le origini dei paesi detti minori hanno come analogie i sassi materani, in quanto, gli operosi agricoltori, ricavarono le loro dimore primordiali in grotte o anfratti naturali, i quali davanti all’uscio trovano lo spazio in comune con le altre famiglie che seguono la stessa scalata senza prevaricazioni o scale sociali.

Edificati che nascono avendo come riferimento spirituale la chiesa, un convento oltre agli aspetti materiali/climatici, fonti naturali, corsi torrentizi e una posizione altimetrica idonea a difendersi dalle insidie delle paludi di valle.

I moduli abitativi si succedono e coesistono, scavati e costruiti prima nella roccia, in origine un luogo più che una casa, il cui naturale adeguamento inizia con “pedamendeth” che partono dal pianoro realizzato nel corso della permanenza luogo, che poi diviene certezza elevato murario tetto e quindi, abitazione/casa.

Case realizzate, come le chiese, i conventi, i trappeti e i mulini, con pietre alettate una all’altra con calce e sabbia, senza mai allontanarsi da “pòshëti”, l’antico pianoro, che contribuisce a formare la tipologia edilizia; i muri confini comuni, segnano il territorio e confermano la solidità del posto e da luogo di passaggio divengono luogo di case, il luogo della permanenza; case.

Non si fa errore riferire che il condizionamento dei materiali locali, gli atteggiamenti consuetudinari hanno come prodotto finale il volume abitativo tipico.

Se si tiene conto che “shpia”, ha il significato di costruire famiglia, si può ben immaginare quale sia l’importanza di un tetto stabile dal punto di vista sociale piuttosto che da quello meramente architettonico.

La qualità costruttiva della casa è strettamente connessa al bisogno, di produrre economia e cultura, che si traduce nelle equazioni che lega il nomadismo al legno e la stanzialità alla pietra, comunque entrambi, legno e pietra legano in maniera diversa il rimanere stabile dell’uomo in relazione a un luogo.

Sino al XIII secolo si registra un grande utilizzo di materiali deperibili, fragili, scarsamente resistenti, in primo luogo il legno e i pisé, dopo di che i materiali e le tecniche dell’architettura rurale iniziano a cambiare progressivamente affermandosi la tendenza a utilizzare componenti più resistenti all’azione del tempo, come la pietra e il laterizio, di origine bizantina.

Ma è solo dopo la parentesi sveva, che piccoli centri abitati si sviluppano intorno ad originarie presenze basiliane, minuscoli agglomerati di case sorgono in prossimità di sorgive, chiesa o conventi; la forma dell’abitato corrisponde ai legami sociali e alla consuetudine di origine.

I rioni che si sviluppano non hanno vere è proprie piazze che vengono compensate dalla compenetrazione tra spazi pubblici e spazi privati, di cui “valj” rappresenta la corte a gruppi di edifici, una vera e propria piazza circoscritta, abbracciata da corpi di fabbrica.

È certo che queste forme di aggregazione urbana, sono una derivazione di tipologie insediative divulgate secondo le esigenze dell’epoca e per questo realizzate dalle stesse maestranze che nella stagione di attesa per le attività agropastorali vede trasformare gli stessi contadini e pastori in manovali e muratori.

Le opportunità che offrono i rioni sono due: il primo riguarda la possibilità, offerta dagli spazi aperti propri della campagna, di realizzare forme libere senza la necessità di adattamenti alla geomorfologia digradante degli angusti ambiti urbani; il secondo è determinato dalla funzione essenzialmente produttiva dell’edificio costruito nei fondi rustici e dalla conseguente necessità di adottare speciali misure di protezione, che hanno come esito formale murature esterne più regolari.

“Il luogo delle case da certezze alla famiglia che per gli albanofoni è l’elemento fondamentale a cui affidare il proseguimento della specie, continuità di riti consuetudini e religione trincerata non nella scrittura di capitoli segreti ma nella promessa fatta in una forma orale che è esclusivamente nelle disponibilità dei soli addetti”

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