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QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

QUANDO L’ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI AVEVA RAGION D’ESSERE

Posted on 16 gennaio 2021 by admin

Kagliva

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – È storicamente noto che le migrazioni dai governarati dell’odierna Albania, dopo la morte del condottiero Giorgi Castriota, videro disporsi nelle terre del regno di Napoli, un gran numero di migranti seguiti dalle famiglie, secondo arche predefinite nei territori amministrati dai principi di parte Francofona,.

Gli arbëreshë presero possesso di luogo, seguendo la medesima prassi insediativa in tutti i Katundë, cento paesi della regione storica, da prima vissuti in forma nomade e poi dopo una fase di scontro e confronto con gli indigeni, s’insediarono definitivamente in ritrovate aree orografiche.

A quei tempi, per le loro necessità transitive, furono utilizzate forme abitative, estrattive, in seguito per la scelta definitiva dei luoghi d’insediamento, passarono all’Architettura additiva, quest’ultima in particolare, una volta avviato il processo di conoscenza, fece diventare gli ambiti costruiti, la fucina di questa nuova arte, diventando i piccoli aggregati, il libro a cielo aperto dove attingere esperienze  e arricchire il bagaglio di conoscenza.

Il riedificare sulle stesse ceneri, impegnò notevolmente in tale disciplina i minoritari, i quali affrontarono non poche insidie, per la non conoscenza dei principi della statica, oltre a quella di unire e consolidare materiali dissimili.

A tal fine onde evitare il trascinarsi errori di costruzione, trasferirono la sapienza man mano che veniva acquisita, secondo i protocolli in forma orale, alle nuove generazioni.

Il costruire per necessità e senza esperienza ha coinvolto, esecutori, osservatori e utilizzatori di ogni comunità a condividere i principi secondo cui innalzare modelli abitativi, doveva rispondere alle metodiche acquisite e rese pubbliche, in forma orale, prestando attenzione nell’applicarle, in definitiva diventarono un rigido protocollo, come quelli già in uso per le attività agresti e di bonifica .

Le stesse genti non impegnate nel periodo maturazione dei seminati, diventano muratori, manovali e architetti, maestranze intrise dei valori di modestia e necessità che lentamente disegnarono i centri antichi nelle coline del meridione.

L’architettura all’interno dei perimetri antichi, per la scelta di vivere prevalentemente isolati, ha una storia più articolata rispetto alle genti indigene più coese e vicine tra loro che erano già abituate a confrontarsi con il regno e le sue istituzioni.

Gli arbëreshë avendo preso possesso in macro aree allocate diffusamente, non avendo possibilità di confrontarsi rapidamente, si possono per questo identificare esecutori di un’architettura senza architetti o isole di un’arte in continua ma lenta, evoluzione.

Da prima furono utilizzati semplici tuguri, identificati più come arte estrattiva, mista a compositiva in forma di materiali deperibili, poi per una migliore vivibilità diventate abitazioni in muratura.

Pietre naturali o di fiume, il cui legante, sabbia e calce consentiva in sicurezza di elevare case, poi in epoca più tarda con l’utilizzo di mattoni, e materiali di spogliatura, provenienti da errori di esperienze precedenti.

I contadini, non ancora architetti, avevano una grande esperienza in campo di conoscenza degli equilibri naturali, per questo innestarono le loro case in luoghi sicuri e senza forze anomale in attesa.

Solo dopo le prime esperienze edificatorie si resero conto degli effetti dei paramenti inclinati causa di numerosi crolli, a cui diedero risposte.

Unici elementi costruiti da cui trarre spunto o ispirazione, furono i presidi religiosi a essi sempre prossimi; è da questi presero spunto  e  consapevolezza delle altezze murarie, calibrarono lo sviluppo in base ai materiali e le sezioni d’inviluppo dell’opera.

Molto probabilmente lo spunto del modello base, se analizzato con attenzione, spiega i numerosi spunti distributivi comuni, in quanto non si discostano molto dalle celle monastiche e i relativi orti botanici annessi.

Cosi come le lamie di copertura, prima fatte con strutture in legno completate con rami intrecciati foglie e conglomerati in argilla, hanno preso forma completa con i noti di coppi e contro coppia, completando così quello che diventerà il modulo abitati, utilizzato per i sistemi aggregativi, prima spontanei, o detti articolati e in seguito più razionali in forma lineare.

Sono numerosi i temi da trattare, su questi aspetti di evoluzione architettonica senza architetti, la cui alba sorge  all’indomani del loro insediamento, si sviluppa sino alla fine del XVII secolo per articolarsi in altezza sino al 1783.

L’alba dello storico terremoto, in cui diventa fondamentale l’intervento degli organismi preposti dal regno con imposizioni di carattere preventivo, precise regole preventive sia per la larghezza delle strade e sia per la consistenza muraria o per il numero dei piani.

È questa l’epoca degli insediamenti arbëreshë con l’architettura degli architetti, questi lasciando nel contempo  immutati quelle pertinenze che per opera intelligente, hanno continuato a resistere agli eventi naturali; oggi traccia o misura nelle micro aree dove erano stati evidenti i crolli.

Dal dopo guerra del secolo scorso, gli anni della ricostruzione postbellica, vede incunearsi una confusione endemica negli ambiti costruiti della minoranza arbëreshë.

Qui troppo spesso, invece di affidare il valore architettonico a competenze specifiche, si è preferito affidare a comuni tecnici l’antica professione senza architetti.

Questo, non per porre l’accento verso l’incarico della progettazione del singolo manufatto pubblico o privato in senso di esclusivo abbellimento, ma che diano lustro a un’arte antica che da spazio al genius loci professionisti con competenza d’ambito tramandata oralmente per passione.

Quello che servirebbe deve essere rispettoso di un protocollo riferibile alle macro aree di minoranza, specialmente quando si trattava di operare all’interno del centro antico e di architettura spontanea.

Il rammarico più grande che molti studiosi portano in seno, consiste nel non aver allora come oggi, predisposto misure d’indagine adeguate, per la definizione di un protocollo di tutela, una “carta del restauro della regione storica”,  ancora oggi evasa e attende, istituzioni, uomini e misure  per  tutelare il valore storico dell’Architettura senza Architetti, ancora pulsante in ogni edificio della regione storica diffusa arbëreshë.

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SHËPIA E GJITONIA

SHËPIA E GJITONIA

Posted on 11 gennaio 2021 by admin

PARLATE PARLANTI COMMEDIE EINAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Le Arche materiali e immateriali, che racchiudono il senso della consuetudini arbëreshë, trovano dimora, lì dove un tempo allocava il focolare per poi espandersi lungo lo sheshi sino all’infinito.

Quanto sarà esposto in questo breve, non contiene alcun  errore in senso di  costruito, luogo e ambiente naturale, lascia però volutamente libertà di espressione ai correttori storici seriali, che si adoperano pur di apparire, riferendo di forme grammaticali alquanto discutibili.

Per questo daremo avvio al discorso, parlando del modulo abitativo, additivo tipico arbëreshë, cui dare seguito alle espressioni della radice sociale di luogo e del ricordo; un tema che sino ad oggi ha ricevuto violenza in senso di  valore sociale a dir poco inaudito in senso del significato, di ruolo, di veste e di attività.

Notoriamente il modulo abitativo (Kaliva, Moticela, Katoj) dopo l’epoca insediativa, di confronto, fu innalzato non più secondo i canoni estrattivi o del nomadismo, ma in muratura di pietra, calce e sabbia per la discendenza stanziale.

Esso fu realizzato in mura perimetrali, generamente con il lato opposto all’ingresso contro terra, il volume, completato grazie alla lamia di copertura,  in coppi, contro coppi e travatura in legno; un’unica pendenza verso la parte anteriore dove l’ingresso gemellata con una minuscola finestra, veniva igienizzato naturalmente.

Una superficie utile che variava dai sedici a venticinque metri quadrati, con unico accesso e piccola apertura per la ventilazione, ma soprattutto per il controllo della via.

Le connessioni tra  pietre sia internamente che esternamente erano regolarizzata da intonaco di calce con aggiunta di argilla e sabbia di lavinai, mentre l’ingresso di giorno fingeva anche da finestra con la tipica porta a due battenti verticali la cui parte superiore dava il consenso alla inferiore.

Una piccola apertura era gemellata non in senso di luogo per l’affaccio, ma per completare la visuale di controllo della strada e comunque non rientrava nella tassazione dell’area occupata e del vano di accesso.

Planimetricamente all’interno in origine il fuoco era centrale e lungo il perimetro era allocato un numero di giacigli tale da soddisfare le esigenze familiari, oltre le poche e misere suppellettili e attrezzi.

Nella parte prospiciente la strada , il modulo si affacciava con il fronte rettangolare corto che variava dai quattro ai cinque metri, raggiungendo un’altezza di poco più di due metri, mentre nella parte più interla l’altezza del volume poteva raggiungere anche i quattro metri di altezza, e consentire al piano inclinato di copertura un idoneo deflusso delle piogge.

Il modulo rispondeva alle esigenze del gruppo familiare arbëreshë che, diversamente dagli indigeni, si affidava alla forza lavoro del gruppo allargato, un numero di addetti pari alla dozzina, superata la quale, si dipartiva, realizzando nuovi moduli aggregandoli; nelle prima fase edificatoria in ordine articolato, in seguito in epoca seguente secondo la disposizione lineare.

Entrambi i sistemi aggregativi realizzavano i cosi detti e comunemente citati “sheshi”, un dedalo di stradine che conducevano in più spazi comuni.

Una vera e propria murazione difensiva, entro cui prima di accedervi, si doveva passare attraverso le dogane degli abitanti, che non lasciavano passare nessuno e niente per caso, se non prima aver chiesto ragione del passaggio e a chi appartenessero.

Lo sgretolarsi continuo dei gruppi familiari allargati, per la citata metodica di sostentamento, in seguito per lo scorrere delle generazioni porto a smarrire la memoria dell’antico o meglio originario ceppo familiare, i quali restarono comunque legati agli antichi patti di parentela la “Besa”, emulandola per certi versi nelle regole della gjitonia.

Essa per questo diventa, prima di ogni altra cosa, ricerca delle antiche origini, definendo gli ambiti di confronto, che potevano essere vicini e lontani dal focolare domestico, nel continuo indagare in forma di appartenenza parentale, sia in forma locale costruita e sia dell’ambiente in cui a fare da protagonisti ed essere i definitori finali, erano i cinque sensi diffusi e il conseguente bisogno di condividere le attività sociali, produttive ed economiche della vita, come era avvenuto in origine.

Ecco che Gijtonia, diventa il luogo per la ricerca dell’antico ceppo, cuore pulsante, ritmo dei cinque sensi e memoria di crescita dell’antica radice.

Con lo scorrere del tempo dalla fine del 1500, il modulo abitativo, dopo aver coperto lo spazio degli antichi recinti, si sviluppa in altezza e inizia una storia di architettura e scienza ben diversa; la Gjitonia rispettando l’ originario valore di parentela, si ammoderna e inizia ad accoglie classi sociali non più secondo una disposizione di classe lineare, ma diversificate e in forma verticale.

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APPELLO AI SINDACI E ALLE ASSOCIAZIONI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Protetto: APPELLO AI SINDACI E ALLE ASSOCIAZIONI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 01 gennaio 2021 by admin

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GJITONIA: MEMORIA DEI CINQUE SENSI, ZËMERA I SHESHIT ARBËRESHË

GJITONIA: MEMORIA DEI CINQUE SENSI, ZËMERA I SHESHIT ARBËRESHË

Posted on 22 dicembre 2020 by admin

CatturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Se l’idioma e la consuetudine seguono senza soluzione di continuità la metrica del canto, questo diviene il mezzo attraverso il quale la storia arbëreshë imita il cuore quando ripetere i battiti per far vivere l’uomo.

Questa è il principio su cui si basa l’esistenza di un popolo tra i più enigmatici del mediterraneo, prima nella loro terra di origine a est delle rive dell’Adriatico, identificati nel corso della storia come:  Kalbanon, Arbëri e Arbanon e dal XIII secolo anche nelle terre a ovest dello Jonio e dell’Adriatico, con il nome di Arbëreshë.

Le due alberi simili con  radici equipollenti, innestate in territori paralleli; i primi si innestarono con i popoli che di li a poco iniziarono a piegarli; i secondi, per non seguire questa sorte emigrarono, garantiti dall’essere lasciati convivere con il proprio patrimonio identitario.

Di queste  popolazione, “comunemente inquadrata esclusivamente come minoranza linguistica”, si fa un gran discutere della più caparbia Arbëreshë, ritenendo quale unica risorsa da valorizzare, la disputa della parlata locale, associandole  addirittura una forma scritta, di cui ancora oggi non si comprende l’esigenza, nonostante resti apparecchiata a tal fine una vivace e coloratissima disputa, a dir poco paradossale e della quale nessuno fa da madrina o padrino, lasciando nel contempo. largo spazio i comunemente liberi pensatori,  fantasmagorici e colorati divulgatori di fatti, luoghi e  cose senza senso.

In poche parole un teatrino ineguagliabile, del quale la cultura in senso generale adombra con veli pietosi, lasciando apparire gli arbëreshë al pari di una generica minoranza che evidenzia la propria radice ballando e volteggiando con fazzoletti, legati ai polsi, mentre gli uomini divertiti stanno a guardare.

Nessun ripensamento ha avuto ragione del convincimento  che gli arbëreshë  sono solo una lingua diversa, sin anche quando furono emanate leggi, che dovevano tutelare esclusivamente questo aspetto “maritato” a un ambito urbano, denominato, impropriamente (Gjitonia come il Vicinato) per questo accennare anche agli ambiti urbani, coprendo le scelte errate, al fine di deformarli con veli pietosi senza rilevanza alcuna.

E fu così che i numerosi elementi caratteristici e caratterizzanti, fu definito quanto imprestato, raccolto più per necessità e  non perché parte fondamentale della tradizione, terminando così nel attribuire sin anche, elementi, provenienti da anfratti mai attraversati o vissuti dagli arbëreshë.

Purtroppo, tutti gli istituti il cui protocollo ha seguito imperterrita questa rotta, hanno terminato la loro corsa in malo modo e i risultati stanno stesi alla luce del sole, con la speranza che vaporizzino presto, non avendo pi appigli asciugare le lacrime amare prodotte.

Se oggi, una fiammella è stata accesa per la minoranza storica arbëreshë, e illumina le consuetudini, la metrica secondo la forza del magico modello che la sostiene, nessuno dei liberi dissipatori culturali, ha avuto il buon senso o l’educazione di chiedere scusa a quanti hanno individuato le essenze nella loro originaria forza.

Dati di fatto concreti contenuti chiaramente nella prima migrazione, da cui emerge palesemente che si disposero secondo arche prestabilite e prevalentemente marchiate della religione greca bizantina, (confusa per ortodossa),  rotta non casuale, e fortemente controllata anzi, si direbbe proprio un accanimento terapeutico, inferto per far apparire tutto come “arco di ponte” in favore della romana religione.

L’esigenza di produrre questo breve nasce, con la certezza “matematica” che gli ambiti e le caratteristiche delle genti arbëreshë, non sono esclusiva espressione idiomatica, ma soprattutto espressione di luogo, ambiente naturale e vissuto secondo un disciplinare antico, battito del tempo regolato delle stagioni e le procedure ad esse legate per rendere possibile la convivenza tra arbëreshë e natura già nota.

Gli ambiti così organizzati sono riconducibili alla Regione storica Arbëreshë, insieme indissolubile non per l’espressione idiomatica che pur se mantiene la sua radice, si frammenta quando si riverberata tra i numerosi anfratti simili; per questo complementare a elementi identificativi forti, sia in forma materiale e sia in concetti immateriali, quali avvenimenti, gestualità, suoni, comportamenti, ritualità e scelta di ambiti naturali paralleli, tutti in egual misura bonificati edificati per poter essere mantenuti secondo adempimenti in spazi liberi e in spazi edificati.

Sono proprio questi ultimi a essere considerati le culle, le purpignere entro cui i valori, in forma di labirinto del gruppo familiare allargato,  sono depositati e certamente non  alla portata culturale di quanti si sono mossi senza un progetto preliminare da seguire.

Secondo le ricerche storicamente riconosciute come brillanti, solo con una base come quella appena accennata si sarebbe potuto dare seguito a livelli superiori, a cui dare seguito alla lettura degli elementi e comprendere il significato linguistico di radice e non il comunemente indifferenziato della terra di origine.

Tutto questo non per dividere il significato di due specie, ma trovare la radice, rispetto ad altre anomale che non sono simili neanche nella forma di sviluppo, in tutto, creare presupposti idonei di spagliatura capaci a restituire la bianca farina per fare il pane, non è certo preferire la crusca come hanno fatto nelle regioni dove per volontà dei conquistatori si buttava il bianco prodotto secondo volere dei conquistatori.

A tal fine è bene precisare che sino a quando si perderà tempo a classificare favole, parabole o parlate locali, non si produrrà nulla di solido, in quanto l’unico componimento scritto che nessuno ha mai composto avrebbero dovuto fare riferimento esclusivamente:

“agli appellativi del corpo umano e lo spazio costruito e agreste che li circondava e garantiva la vita in origine”.

L’elenco alfabetico dei vocaboli  espressi in italiano, era l’unica isola da trovare, poi da qui ripartire seguendo le favole, così come fecero gli ispiratori fratelli Grimm per la lingua tedesca nel 1871, tassativamente e senza confusione alcuna, prima il corpo umano e gli ambiti di crescita e poi le favole.

Che l’Arbëreshë non sia solo una mera espressione linguistica, lo dimostra la non esistenza di un paese appartenente al ceppo identitario a cui non siano legati i quattro elementi fondamentali per l’insediamento, ovvero: un presidio religioso “kishia”;  luogo di avvistamento,” Brègù”; una trama urbana denominata “sheshi”, il labirinto; identificato come “Katundë” .

Oltre cento paesi, che ancora oggi, conservano questa trama urbana, nella quale depositarono, o meglio costruirono il micro clima ideale per allevare, consuetudini, metrica e attività uniche, non in forma di gioielli o altro a cui si potesse dare un valore commerciale, ma semplicemente, creare presupposti paralleli senza i quali il valore dell’identità arbëreshë, non si sarebbe riverbera per secoli identicamente.

Un’identità, non è mera espressione linguistica come disinformate sedi, prive di alcuna formazione, se non titoli equipollenti, si sono cimentati a definire mono tema, immaginando che annaffiare con forme di scrittura liquida, avrebbero sostento la crescita, sotto il sole, che si sa, fa sempre evaporare ogni cosa.

Un incauto adempimento che se opportunamente, progettato, come poi tutte per tutte i popoli anti chi si è proceduto, iniziando per protocollo dagli elementi materiali, ovvero i contenitori fisici dell’espressione linguistica regolata esclusivamente dallo scorre re del tempo e le stagioni.

Per concludere, possiamo affermare che quanti hanno immaginato di fissare per tutelare la cultura o il senso generale della minoranza storica più solida del mediterraneo, affidandosi solo allo studio o espressione linguistica di questo popolo hanno fatto un catastrofico errore, giacché, se la lingua in vari modi esprime un modo di destare curiosità e interesse, le risorse solide sono conservate nelle architettura, nell’urbanistica e nelle regole non scritte, a tutti note, per convivere e progredire nella più solida e leale rapporto tra ambiente naturale, ambiente costruito e generi arbëreshë.

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TI INVITANO A PRANZO NELLA GJITONIA E NON TI DICONO IL GIORNO

Protetto: TI INVITANO A PRANZO NELLA GJITONIA E NON TI DICONO IL GIORNO

Posted on 16 dicembre 2020 by admin

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RESILIENZA: VITAMINA STORICA DEI CENTRI ANTICHI

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Posted on 06 dicembre 2020 by admin

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L’ARBËRESHË È UN ARBANON CHE SAPEVA NUOTARE

L’ARBËRESHË È UN ARBANON CHE SAPEVA NUOTARE

Posted on 27 novembre 2020 by admin

PaestumTaucher

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La testimonianza di pittura greca è l’emblema di ogni luogo, ogni dove e ogni uomo che vive questa vita; specie per chi studia, non confronta e divulga favole Arbëreshë dal XIII secolo, giacché, la raffigurazione è la  sintesi perfetta da cui si sarebbe dovuto partire.

Il tuffatore, la sfida che l’uomo per sua scelta si appresta ad affrontare da solo senza supporto alcuno, accompagnato dalla sua originaria veste, senza la certezza di cosa troverà dietro quello specchio d’acqua sfiorato dalla luce e privo di increspature che creano ombra.

Si tuffa nudo, senza vesti, costumi o emblemi allegorici, forte solo del suo animo, la sua sapienza ed il suo corpo; con le sole nudità si appresta ad affrontare un nuovo mondo, sicuro di poter presto riemergere e confrontare vecchie con la nuova sensazione.

Così è stato per gli arbëreshë nel XIII e così lo è per tutte quelle persone che non restano fermi ad aspettare che siano gli eventi ad avvolgerli e preferiscono affrontarle lealmente con le proprie forze.

Si dice che chi si tuffa nei mari, per emigrare porti con sé costumi e beni, purtroppo questa vecchia rappresentazione funeraria greca, “radice saggia”, da torto a tutti i comuni pensatori, perché il tuffo verso una nuova era si fa solo con l’anima, la sapienza e il corpo, il resto a venire sarà una dimensione, in cui si confortano le virtù del tuffatore (l’Uomo) con la nuova dimensione ospitante (la Natura).

Il tuffatore si espone convinto del suo gesto, si adopera nell’impresa, sicuro delle sue capacità, uno slancio, una postura per incunearsi senza stravolgere la superficie della nuova era, non ha dubbi mette in gioco se stesso e non teme risvolti malevoli.

Egli va alla ricerca di nuove misure naturali che possano accogliere il suo essere, non per le cose materiali che non porta con se, ma per l’immateriale che non conosce e gli consentirà di migliorare e aggiungere cose nuove, al bene del cuore, della mente e del suo corpo, in tutto del suo genere.

Questa è una parabola perfetta per gli arbëreshë e per quanti comunemente raccontano e diffondono le conseguenze di quel tuffo, augurandoci che almeno sappiano interpretare ciò che vedono e solo quello che è.

Questa immagine oggi diffusamente si può applicare alle mille vicende che si vivono lungo le coste del Mediterraneo, ma questa è una piaga più ampia per questo, la raffigurazione deve essere un monito per tutti.

Per concludere è bene che all’interno della regione storica sia ben chiaro l’evidente stato dell’atleta,   in procinto di iniziare l’esodo; e mentre si libera nell’aria mostra tutto quello che è, non è vestito e non trascina  “bauli con le vesti della sua futura sposa” ne librerie, colme di “alfabetari”  per le discendenze.

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1799 – 2019 IL LUOGO IDEALE DOVE REPRIMERE IDEALI E PROGRAMMARE “VENTENNI”

Protetto: 1799 – 2019 IL LUOGO IDEALE DOVE REPRIMERE IDEALI E PROGRAMMARE “VENTENNI”

Posted on 25 novembre 2020 by admin

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LA SAPIENZA ASCOLTA, MISURA E RICORDA; LE MAGARE DANZANO E SCRIVONO SULLA CENERE

LA SAPIENZA ASCOLTA, MISURA E RICORDA; LE MAGARE DANZANO E SCRIVONO SULLA CENERE

Posted on 16 novembre 2020 by admin

CasaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – L’Arbëreshë nasce agricoltore del suo sapere, moto perpetuo di sentimenti e consuetudini antiche, alimentato dalla natura attraverso il territorio circostante; riverbero ritmico di quanto posto a dimora in inverno e cultura in estate.

Esso provvede alle sue necessità vitali, per se e il gruppo a cui è parte, all’interno del suo giardino, dove innalza l’abitazione è dispone l’orto.

Il giardino è il labirinto per difendersi dai simili e difendere fisicamente la famiglia;

l’abitazione e il luogo dove vive, prolifera, difende le cose materiali, misura indispensabile nel confronto con gli eventi naturali;

l’orto è la farmacia, per cautelarsi i dai venti e da esseri  non  visibili,  per questo più pericolosi per la sua salute.

Il modello sheshi così composto, diventa il centro proto-industriale, dove si mira a rispondere agli accadimenti per la sostenibilità del modello di vita arbëreshë, basato per questo su fondamenta consuetudinarie mediterranee.

Il “luogo dei mestieri”, predisposti in accordo con l’ambiente naturale, essi diventano il teatro delle tradizioni, in cui la natura promuove il trittico alimentare e l’uomo organizza secondo i ritmi sostenibili dell’ambiente  che ne pesa e ne modifica la consistenza dell’ambiente nello scorrere del tempo.

Tra gli abitanti del bacino mediterraneo le terre dell’Italia meridionale ricadenti nel quadrilatero equipollente che si estende dalla Grecia più orientale. sino al Portogallo più occidentale tra i paralleli 37° al 43°, gli stessi che secondo il Grinvic della geografia che lo voleva anticamente a Napoli, vedono gli arbëreshë protagonisti dell’antichissima tradizione tramandata secondo i canoni esclusivamente idiomatici di convivere con la natura senza mai immaginare di sopraffarla.

Essi senza mai abbandonare le diplomatiche orali ereditate nell’antichità, seguono con i ritmi delle due stagioni l’antico protocollo di tutela, arte popolare come elemento non di arrochire se stessi, ma tutelare lo sheshi e l’ambiente circostante.

Per questo la misura è presa dalle flessibilità dell’ambiente naturale, utilizzando, realtà estrattive, poi additive, comunque senza incutere o predisporre ferite che la natura nel breve di una stagione non è in grado di risanare.

L’abitare in luogo coinvolge l’essenza dell’essere umano, questo occupa e vive l’ambiente intorno a sé, percependo a misurare lo spazio attraverso la percezione dei cinque sensi.

La vita umana per questo si svolge senza soluzione di continuità, nello spazio luogo, che il corpo umano con le sue interazioni riconosce e sanifica continuamente le sfumature a lui malevole.

L’essere umano misura la spazialità del luogo, lo caratterizza per quanto a lui necessario, inserendosi nelle trame, non per conquistarlo per distruggerlo o sottometterlo come fanno le malattie, per questo ne diviene parte e in comune convivenza, creano l’equilibrio antico, per la quale è stata accostata.

Si potrebbe a questo punto iniziare a trattare le origini e gli emblemi dei generi Arbëreshë in senso di luogo storia e arte in campo artistico, architettonico e urbanistico, ciò nonostante si vuole iniziare con la vestizione, visto che è diventata una emergenza.

L giorno d’oggi essendo diventata la vestizione  il biglietto da visita dell’intero indotto della regione storica, e l’uso comune che si adotta, richiede almeno di leggere almeno il sunto del manuale d’uso e manutenzione, non diversamente da come si fa quando si adottano prodotti  sconosciuti.

Oggi è opportuno, dopo circa tre secoli di uso, rilevare che quanti si esibiscono con l’emblema di solidità, unione e prole familiare, immaginando si scalare l’olimpo della visibilità diffusa, commette un grave errore, specie nei confronti di quanti conoscono e sanno leggere per questo prendono una grande pena per i messaggi comunemente inviati.

Evitate di esporvi, se ignorate il senso delle posture o dell’ alzare il padre, sconfinare gratuitamente nella fonte della prole o addirittura sopprimere il senso di reggenza della casa; quelle vesti, fuori dalle abitazioni entro cui venivano indossate, vanno garbatamente indossate, perché se solo immaginate il segnale che inviano utilizzando le mani o fermarle in maniera errata, vi vergognereste non solo di voi ma del genere che rappresentate.

Sul costume è bene porre l’accento, sul dato che si articola secondo i seguenti elementi e secondo la prima ricerca storica di antica matrice, rappresentano: la famiglia, il futuro di questa ……………………Continua.

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BUARTIMË ILINË SHËGNËTH I HUDESË

Protetto: BUARTIMË ILINË SHËGNËTH I HUDESË

Posted on 13 novembre 2020 by admin

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