Archive | In Evidenza

COME LA DIGA DEL VAJONT

COME LA DIGA DEL VAJONT

Posted on 18 ottobre 2018 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Seguire la rotta che descrive la Regione Storica Arbëreshë, o cosa abbia consentito di preservare il meraviglioso codice identitario tramandato oralmente, per usare un eufemismo, è come nuotare controcorrente nella storica piena del Vajont.

Le incongruenze che si incontrano rappresentano  la formazione culturale, che produce, o meglio  determina la piena che devasta giornalmente e copre ogni cosa della minoranza storica più numerosa e florida d’Italia.

È paradossale voler abbarbicare Giorgio Castriota con la storia del collegio Corsini specie nella sede di Sant’Adriano; qui forse era più giusto dare lustro a quanti dal 1861 attendono di essere onorevolmente ricordati come i fautori del presidio culturale tra i più attivi nel percorso unitario Italiano; immaginato  da Pasquale Baffi, realizzato da Mons. Francesco Bugliari e portato a buon fine dal suo successore Bellusci, in altre parole, non si  comprende quale momento di interesse storico possano creare  le autorità Albanesi odierni, se non conoscono quali siano gli eroi, le pietre miliari, della storia Arbëreshë.

Dedurre che questa manchevolezza dipende dalle tante divagazioni culturali, ambientali, sociali, urbanistiche e architettoniche, poste in essere dai  personaggi a dir poco bizzarri, è facile; tuttavia non si comprendono i motivi che permettono a sintesi alchimistiche di tale fattura, di continuare ad essere rese pubbliche e addirittura divulgate al cospetto delle nuove generazioni.

Per disegnare la storia di una popolazione bisogna essere prima di tutto imprenditori culturali, avere passione fuori da ogni regola e solo i parlanti nati negli ambiti e cresciuti sotto l’ala di appassionati della stessa fattura possono fare.

È chiaro che allo stato, “dopo l’alluvione”, le difficoltà che si devono superare, non sono facile impresa, ma, la passione e la caparbietà supera ogni avversità; tuttavia saper attendere il momento giusto per agire consente di non finire come avvenne per gli ignari del Vajont, che sino la sera del 9 ottobre 1963 si fidarono di quei tecnici, che si affidarono al precario equilibrio del monte Toc, la sorte della Regione Naturale del Vajont e dei suoi abitanti.

La regione storica Arbëreshë in questo momento vive un disagio culturale senza precedenti, occorrono certezze e più di ogni altra cosa buon senso, specie nei titoli e le manifestazioni che si vanno a realizzare, questo è un momento storico per le genti di origine arbëreshë, sarebbe stato il caso di usare in modo più appropriato, chiedendo a esperti, prima di realizzare incontri istituzionali nel luogo dove gli arbëreshë si resero protagonisti, a caro prezzo per l’unità d’Italia, che non ha alcun legame con quanto avvenne in Albania quattro secoli prima.

Benvenuti Presidenti, spero che abbiate l’acume per cogliere le criticità della “regione storica” dopo l’alluvione culturale, che dal 1999 copre ogni cosa, sappiate che servono risorse economiche, ma più di ogni altra cosa uomini di spessore sopratutto, in quanto, a essere rimosso non è il fango che abitualmente vediamo dopo le catastrofi naturali o indotte, qui, si tratta di rimuovere errori storici e attribuzioni senza senso; esse coprono una delle storie di accoglienza più riuscite del mediterraneo, custodite oralmente nel cuore e nella mente degli arbëreshë, il popolo più antico e più discreto del vecchio continente.

Buona permanenza signori presidenti e ben venuti in Regione storica Arbëreshë!

Atanasio arch. Pizzi                                                                                                             Napoli 2018-10-19

Commenti disabilitati su COME LA DIGA DEL VAJONT

IL PRESIDENTE MATTARELLA  IN VISITA  A SAN DEMETRIO CORONE

IL PRESIDENTE MATTARELLA IN VISITA A SAN DEMETRIO CORONE

Posted on 15 ottobre 2018 by admin

ix SAN DEMETRIO CORONE  (di Adriano Mazziotti) – E’ un evento storico quello che il centro arbëresh si prepara a vivere il 7 novembre prossimo.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella giungerà in visita ufficiale a S. Demetrio Corone (CS) su invito della Amministrazione comunale, in occasione del 550° anniversario della morte di Giorgio Castriota “Skanderbeg” (1404-1468), principe, condottiero, patriota albanese e difensore della cristianità.

 Da almeno un paio di settimane, la voce dell’arrivo della carica più alta dello Stato  circolava con incredulità in paese, ma solo venerdì mattina ogni dubbio è stato cancellato. Due giorni fa, infatti, è iniziata la pianificazione logistica prevista dal programma messo a punto per la visita del capo dello Stato e del suo entourage. Un elicottero del cerimoniale del Quirinale ha sorvolato l’area attigua al complesso del Sant’Adriano, dove la mattina del 7 il presidente Mattarella dall’aeroporto di Lamezia in elicottero giungerà a S. Demetrio Corone per  presenziare la ricorrenza dell’anniversario nel Collegio italo-albanese di Sant’ Adriano.

Alle operazioni di pianificazione hanno preso parte il prefetto di Cosenza, Paola Galeone,  il colonello  Piero Sutera del Comando provinciale dei carabinieri e altri vertici militari, della Guardia di  Finanza, della Protezione Civile, dirigenti della Regione e della Provincia.

A S. Demetrio Corone  Mattarella incontrerà il suo omologo Ilir Meta, presidente della Repubblica di Albania.

“Il presidente Meta ha voluto celebrare l’evento insieme al presidente Mattarella in Italia in una comunità arbëreshe per sancire il legame che esiste tra i due popoli – fa sapere il sindaco Salvatore Lamirata – mentre la scelta del Collegio  è motivata dal ruolo che l’Istituto ha svolto per il Risorgimento Italiano e per il Risorgimento Albanese”.

Per il centro arbëresh, la visita del presidente Mattarella sarà un evento storico e di rilevanza internazionale, essendo la prima volta che un presidente della Repubblica  italiana vi mette piede, e contemporaneamente a un capo di Stato straniero. Un evento fuori dall’ordinario.

Il presidente Meta, invece, non è il primo capo di Stato del Paese delle aquile in visita ufficiale a S. Demetrio Corone.

  Prima di lui, nell’ottobre 1995, con grande accoglienza e partecipazione popolare fu la volta di Sali Berisha, poi di Alfred Moisiu nell’aprile 2003, mentre la terza visita di un  presidente shqipetaro fu quella di Bujar Nishani nell’aprile 2015.

Commenti disabilitati su IL PRESIDENTE MATTARELLA IN VISITA A SAN DEMETRIO CORONE

LETERA ALL’IGNOTO CULTORE

LETERA ALL’IGNOTO CULTORE

Posted on 25 settembre 2018 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando agli albori del 1978 varcai la porta dell’Archivio di Stato di Napoli, non avrei mai immaginato che dopo due decenni sarei stato uno dei componenti il gruppo di progettazione per la sua riqualificazione e restauro, traendo per questo un bagaglio professionale d’ineguagliabile spessore, ne che la documentazione che avrei di li a poco consultato, per iniziare ad indagare la storia della Regione storica, sarebbero state l’avvio di un calvario culturale di confronti con quanti uso identificare come “l’ignoto cultore”.

Relativamente al motivo che mi aveva portato a varcare la soglia dell’Archivio di Stato,  per la ricerca di documenti e definizione di nuovi stati di fatto della Regione storica e ambientale Arbëreshë,  appellata ancora oggi in maniera vetusta, dall’ignoto cultore,  “arberia”.

Oltremodo vorrei  precisare che per “ignoto cultore” si vorrebbero individuare quell’esercito, causa delle gravi ferite, inferte per incompetenza alla regione storica, resa per questo, irriconoscibile dal punto di vista linguistico, consuetudinario, metrico, religioso e del genius loci.

Le mie ricerche comunque hannodato avvio a un nuovo stato di fatto, legato al genius loci arbër, la rotta seguita non si è ostinata a voler scrivere messali in arbëreshë, a guisa dei rumeni bizantini; o a tutti i costi usare la grammatica Grerca e Latina; menare a sostituire vocaboli Arbëreshë con Albanesi di radice turca, ma, invece, produrre un nuovo modo di idagare e restituire certezze alla definita Regione storica e ambientale Arbëreshë.

Studiare la geografia del territorio occupato dagli arbëreshë,  tracciare le macroaree di locazione e comprendere i motivi di tale disposizione, per individuare il sistema metrico più attendibile di tutti i centri con simili origini. 

In seguito, sono stati fondamentali  cercare gli enunciati che descrivessero suntamente, la disposizione urbana, i rioni, le gjitonie e i gruppi familiari, al fine di fornire un metodo di lettura degli ambiti urbani limitrofi, in tutto, definire la storia urbanistica e architettonica della regione arbëreshë italiana, associata alla toponomastica della terra di origine.

tutto ciò ha avuto il suo culmine in occasione di misurarsi con i  vertici politici nazionali, nel corso della delocalizzazione di Cavallerizzo, avendo ricevuto  investitura ufficiale perché C.T.P. dell’Associazione Cavallerizzo Vive; l’unica Associazione che si è adoperata per evitare la più terribili disavventure che vede protagonisti gli arbëreshë di questo secolo .

Certamente la grande esperienza accumulata in anni di studio, la metrica  attinta nei corsi dalla facoltà di Architettura di Napoli, la fortuna di aver frequentato questo luogo con docenti di altissimo spessore, la conoscenza delle tradizioni, la lingua e le caratterizzazioni tipiche dei paesi di minoranza , sono stati i segmenti ideali per chiudere solidamente il cerchio con la mia innata predisposizione.

Sono trascorsi quattro decenni da allora e ancora oggi l’“ignoto cultore”  adducendo eresie senza tempo, senza luogo, ne memoria per la storia della regione, come se non bastasse, non avendo argomenti da aggiungere, si ostina a presentare trattazioni  irriconoscibili, invece di confrontarsi con i nuovi enunciati di studio.

Nemo propheta in patria, è una locuzione in lingua latina che significa: “Nessuno è profeta nella [propria] patria”; l’espressione vuole indicare la difficoltà delle persone di emergere in ambienti a loro familiari.

Raramente stato invitato in manifestazioni nei luoghi della regione storica, in cui l’“ignoto cultore” per aver letto i miei scritti, ambisce a emergere ad ottenere certificazioni urbanistiche e storiche per scopo di sopravvivenza locale, invitandomi a certificazioni gratuite; NO cari signori io non sono una ONLUS e non credo in questo tipo di illusori meccanismi sociali.

Studio e produco certezze, cercando di misurarmi e confrontarmi con l’“ignoto cultore” che continuamente sfugge; egli ha da sempre parlato di arberia (?????”’), come paradiso terrestre dove hanno vissuto solo nobili e ricchi cavalieri, non sopporta che i miti che imprudentemente ha innalzato gli vengano scalfiti, ne ha interesse per realizzando un ambito logico in cui delineare come sia stata conquistata la scena del palco europeo dalle nostre eccellenze culturali.

Studio e produco certezze per la “regione storica” e se alcuni hanno dubbi sulle mie risorse culturali ed economiche, sappiano che non sono quelle delle istituzioni o dei canali equipollenti; esse  non sono altro che il frutto della caparbie scelte di VITA e per questo ritengo di averle meritate sul campo, lo stesso dove l’“ignoto cultore” teme di confrontarsi per sfuggire ai  fantasmi messi in campo.

 

Commenti disabilitati su LETERA ALL’IGNOTO CULTORE

LA REGIONE STORICA AMBIENTALE ARBËRESHË E I SUOI NERI!

LA REGIONE STORICA AMBIENTALE ARBËRESHË E I SUOI NERI!

Posted on 21 settembre 2018 by admin

IL RODITORE ASCOLTA E STA RINTANATO IN SOFFITTA CON I TARLINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il Nero rappresenta il buio, la morte, il male, il mistero, il caos delle origini, il male in senso univoco; i nostri antenati personificavano le forze oscure dalle quali si sentivano minacciati proiettando terrificanti e maligne creature delle tenebre.

Tuttavia a oggi non molto è cambiato, poiché ancora si preferisce compostarsi come farfalle spaventati, di fronte a ciò che non si conosce o si comprende.

La Dea Ecate, percorreva la terra nelle notti senza luna assalendo gli atterriti viandanti alla biforcazione delle strade, consuetudine che ancora oggi in alcuni rioni della regione storica rimane  viva nella misera intenzione sociale.

Il nero socialmente indica la volontà di andare contro la massa e il non voler seguire le linee guida dettate dalla società, per intraprendere la rotta cui ambisce la propria volontà per brillare nelle notti di luna piena.

In queste poche righe si racchiudono le gesta che hanno innalzato la regione storica per i miseri canali turistici, che non è assolutamente quella fatta di cavalieri uomini illustri e gesta di accoglienza e raffinata dedizione verso i  valori identitari.

Queste sono le gesta di quanti giorno per giorno distruggono la storia di noi tutti, ideali senza senso, raccolti e assemblati nel pieno delirio dell’apparire a tutti i costi, con il fine di far sembrare bianco il nero, quello,  del loro cuore e della loro anima, allevati nel  profondo delle tenebre o nei pascoli notturni della cattiva educazione.

In questo mio breve non voglio trattare di quelle fonti da cui tutti attingono e riferiscono alla bene o meglio, del modo e le gesta brillanti con cui la fama di un numero ben identificato di arbëreshë, i bianchi, ha raggiunto gli annali della storia e della notorietà europea, quella che conta veramente.

Voglio trattare, di quell’esercito di “neri” che mira direttamente al benessere dei propri giardini; generalmente non sono persone regolarmente acculturate, si traveste di poche frasi a memoria le uniche che ripete, non parla “la  lingua non scritta”, opera esclusivamente per il suo fine, in tutto rappresenta il, glitiri economico.

I più virulenti si presentano come eredi nobili di una dinastia che per un perverso gioco politico culturale, mira alla conquista del codice identitario, un antico e perverso progetto turco, che ancore nella regione storica non è stato compreso, per questo mi rivolgo a tutti gli arbëreshë bianchi e di buonsenso affinché stiano vigili nell’adottarlo nelle giusta misura, anzi fare in modo di rivedere e nel caso far scomparire, cancellare o addirittura cancellare dalla toponomastica storica e identificativa.

Tuttavia, per quanti non lo avessero compreso questa è una conquista che ancora oggi segna il territorio della regione storica che per incapacità di lettura, anzi ignoranza storica, si continua ad applicare, con protagonisti amministratori ignari, rampanti cultori e gente che adesso approda per dare lezioni dal paese di fronte; essi sono neri senza cultura, raccontano, al cospetto delle giovani generazioni (il cuore pulsante della nostra identità storica) falsità indicibili, eresie, avvenimenti senza luogo frutto di pura demenza culturale

I neri su citati non si rendono conto di un dato elementare che a mio avviso omettono per cattiveria, in quanto è proprio per non sottostare a queste violenze immateriali che gli arbëreshë preferirono l’esilio e mantenersi a distanza da tali emendamenti improponibili.

Sono comunque innumerevoli gli glitir economici alla ricerca del loro momento di gloria lunare, essi si presentano con “discorsi nuovi”  aggredendo lingua, consuetudine, valori religiosi e persino  la metrica del canto, essa già labile, in quanto cerniera  e quindi unica a sostenere l’idioma della nostra regione storica, diversamente da quelle forti che hanno come fondamenta l’isostatica poesia.

Cantare senza adottare le antiche disposizioni, finisce per destabilizzare la lingua arbëreshë, che notoriamente è riconosciuta dalla storia come il codice segreto di una cassa forte; esso per non essere intercettato si modifica con i tempi e i luoghi delle cadenze musicali; tuttavia, se utilizzate in maniera impropria e continuativa, anche noi non potremmo più aprire lo scrigno che contiene le vesti con cui ci siamo distinti dalla notte dei tempi.

Poi esiste un esercito di “ Neri” i glitiri economici, che per colpa di una legge, fatta con i piedi, hanno incominciato a vedere solo il colore della ricchezza, questo ha devastato ogni cosa rimasta intatta nel dimenticatoio, sono stati svuotati, cassetti, bauli, canti,ne, katoj, rioni, gjitonie, strade, palazzi, chiese e ogni sorta di anfratto naturale, per assoggettarlo ora a quel principio ed ora a quella cultura, creando in tutta la regione una miriade di fuocherelli dissociati gli uni dagli altri; allo stato recuperare e ricostruire quanto irrimediabilmente compromesso non è impresa facile, urge iniziare a farlo e servono solo ed esclusivamente bianchi di sana e buona volontà.

Solo i neri perché “socialmente inclini ad andare contro la massa e il non voler seguire le linee guida dettate dalla società” potevano ambire a una deriva così devastante che ha deturpato movenze, costumanze, sonorità e frammenti linguistici, identici a quelli rifiutati per principi identitari sei secoli orsono dai nostri avi; tuttavia solo l’ignoranza di queste figure buie poteva essere irrispettosa delle pene trascorse, di quanti preferirono il ruolo di macchine da guerra per  papa e re,  pur di non essere calpestati dal volere degli invasori della luna calante.

Tuttavia la colpa e sempre dei neri, ma non per il colore esteriore, perché sono le gesta è gli atteggiamenti dettati dal cuore e dalla mente che li dipingono come Dea Ecate, sempre pronta al giornaliero agguato di crocefissione.

Commenti disabilitati su LA REGIONE STORICA AMBIENTALE ARBËRESHË E I SUOI NERI!

IL PONTE COME LA REGIONE STORICA

IL PONTE COME LA REGIONE STORICA

Posted on 19 settembre 2018 by admin

IL PONTE COME LA REGIONE STORICANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nel corso della piovosa mattinata del quattordici Agosto a Genova, è stato distrutto il continuo di un viadotto, “la rotta”, opera concepita e progettata dal grande ingegnere italiano R. Morandi, l’evento ha negato a troppe persone la vita, a tante altre la propria identità e a noi tutti è stato sottratto un frammento di storia.

Questo è il risultato cui si giunge quando il genio del singolo è stato posto nelle disponibilità di tanti figuranti.

Quando dico tanti, mi riferisco a tutte quelle persone che avrebbero dovuto curare e rendere merito, a un’opera che sarà sempre il vanto di noi Italiani, purtroppo solo quelli capaci di comprendere quali siano le cose buone da quelle che non hanno ne senso, ne valore e ne garbo.

Se la trascuratezza o meglio la sintesi, nel fare le cose é stata capace di radere al suolo un gigante buono come il ponte Morandi a Genova, immaginate quanti “piccoli uomini” senza rispetto e privi dei minimali requisiti culturali, quanto danno possano produrre verso cose indispensabili alla nostra identità.

La brutta figura che “l’Italia culturale” ha fatto con il resto del mondo, per la distruzione del ponte Morandi è immane; affiancarla al declino della minoranza arbëreshë mi sembra un modo per onorare e dare merito alle cose belle che questa vita ci ha permesso di conoscere.

Il ponte Morandi concepito negli anni dopo la guerra fu inaugurato il 4 settembre 1967; nello stesso tempo la tutela della minoranza arbëreshë ha iniziato ad avere leggi e attenzioni attraverso l’innalzamento dei primi presidi culturali, che furono messi a regime nel 1972.

Il ponte ha iniziato il suo declino con perdite di piccoli frammenti del copriferro, cui in maniera sintetica se senza molta attenzione, si adoperavano innumerevoli pezze colorate che tutti noi abbiamo notato nei servizi televisivi.

Allo stesso modo a iniziare dagli anni settanta anche l’arberia ha perso i primi frammenti che difendevano la struttura linguistica, cui sono state inserite pezze colorate di altra fattura idiomatica e sociale, oltretutto reperiti proprio nei luoghi della diaspora.

Tra gli anni ottanta e il duemila il ponte ha subito una serie d’interventi alla soletta ai giunti e la verifica strutturale degli elementi precompressi e degli stralli.

La regione storica nello stesso periodo ha iniziato ad assumere ruoli diametralmente opposti rispetto alle discendenza strutturale, assoggettandola a elementi linguistica e sociali storicamente improponibili, un po’ come se si fosse intervenuti nella ossatura portante del codice sino ad allora  perfettamente protetto. 

Questo è stato  solco a cui è seguita una serie di fessurazioni irrimediabili per il ponte, perché attraverso quelle micro fratture cementizie, si sono depositati tutti gli elementi chimici che ne hanno determinato l’incontrollato crollo.

Anche la regione storica ha iniziato ad avere un macro sistema fessurativo, continuo e devastante al punto tale da compromettere la solidità; innumerevoli addetti hanno iniziato il lavoro di ricucitura senza avere alcun bagaglio formativo nei meriti di questa antica arte,  per questo, disfacendo l’involucro di questo monolite socio culturale

 A partire dal 1999, anno della privatizzazione di Autostrade, il viadotto passò sotto la gestione privata, e quindi il sistema di controllo per la sua salute strutturale è diventata più articolata, con rimpalli e vicissitudini tra istituzioni pubbliche e società private.

Anche la regione storica arbëreshë nel 1999 e passata nelle disponibilità della legge 482 e un gran numero di privati a vario titolo ha messo in campo prodotti editoriali, concetti e principi a dir poco irriverenti, sono proprio questi a sfibrare la fedeltà culturale, al punto tale che si è smarrito il senso della trama di un continuo storico, importato oralmente.

Il 14 agosto del 2018 il ponte Morandi di Genova, durante una giornata in cui la visibilità di quegli anfratti era molto scarsa, con un gesto come se fosse di vergogna, il ponte, ha tolto il disturbo adagiandosi al suolo senza far vivere a quanti erano abituati a vederlo, l’attimo della sua morte, per quanto possa sembrare assurdo è come se non avesse  lasciare nella mente di piccoli e grandi, il momento della sua mortale ferita.

La regione storica arbëreshë è sulla stessa rotta, non ha strumenti per negare la sua dipartita, in quanto come una “lanterna” senza olio sta per spegnersi lentamente; tuttavia ad alzare la nebbia, i fumi e la polvere per coprire le ferite, sono pronti i tanti strimpellatori di sagre con il fumo degli arrosti e dei Narghilè turcofoni.

 

Commenti disabilitati su IL PONTE COME LA REGIONE STORICA

-REALIZZANO POVERA EDITORIA E IGNORANO I PALCOSCENICI DA PRIMI ATTORI-

-REALIZZANO POVERA EDITORIA E IGNORANO I PALCOSCENICI DA PRIMI ATTORI-

Posted on 28 agosto 2018 by admin

I PALCOSCENICI DA PRIMI ATTORINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Lo scenario politico, sociale, migratorio, oltre gli eventi naturali, largamente dibattuti e divulgati attraverso la televisione, i multimedia, l’editoria, pone in luce le fragilità causa dalla cattiva gestione del territorio nazionale.

Eppure l’Italia con il sud e la Regione Storico Ambientale Arbëreshë hanno vissuto un lungo periodo di eccellenza, conosciute sin anche nei luoghi più reconditi del vecchio continente, grazie a raffinate menti provenienti dai paesi della minoranza.

Tuttavia, oggi pur avendo addetti che potrebbero divulgare con giusta misura quando siano stati fondamentali, gli arbëreshë, per l’Italia e l’Europa intera, sia dal punto di vista della crescita economica e culturale e sia territoriali, “gli stati generali” si dilettano a perseguire miraggi senza alcun senso e in forte contrapposizione all’antico modo di adoperarsi.

Le odierne leve culturali si ostinano a scrivere in lingua che non leggerà mai nessuno, (nonostante già dall’ottocento il lucano Torelli aveva consigliato di scrivere per tutti e non per pochi) ciò nonostante indagano chiese, case, palazzi, piazze e gjitonie, riducendo il fenomeno arbëreshë al mero atto di pubblicazioni fotografiche o inquadrature di minuscoli tasselli locali.

L’attività preferita sono i safari in cui si eliminano esemplari irripetibili, le prede dopo l’eliminazione sono macellate per essere monetizzate e suddividere i proventi con gli organizzatori che vivono i luoghi del miraggio, tuttavia gli appuntamenti terminano in rissa, in quanto ogni elemento che partecipa alla manifestazione africana, vuole produrre la migliore sintesi  della mattanza.

Tutto ciò distrae costantemente i protagonisti sul dato, che la Regione Storico Ambientale Arbëreshë ha segnato col proprio valore le discipline del sapere e ad oggi nessuno è stato in grado di promuovere adeguatamente e con rispetto, nei canali turistici e nelle riviste che contano la minoranza intera .

È paradossale vivere in un continuo immobilismo glaciale, senza nulla organizzare con una dose di amorevole calore; nessuna istituzione o gruppo organizzato ha avuto la caparbietà a delineare un tracciato storico coerente, ne tantomeno promuovere diffusamente il luoghi natii delle valenti menti di regione.

Questa grave manchevolezza che non trova alcuna spiegazione logica se non una volontà mirata, per lasciare tutti liberi di pascolare nelle macerie di un mulino dismesso o lungo le rhue circostanti, nel mentre la politica finalizza progetti senza domani.

È disarmante costatare che dalle fila della regione storica, non emerga nessun membro per contribuire alle discussioni dopo il crollo del ponte “Morandi a Genova”; specie per mettere ordine al buon nome dei tecnici e redarguire la sfilata tecnica più vergognosa di argomenti fuori luogo, senza alcuna logica oltretutto, disconnesse con epoche, parallelismi territoriali, materiali e uomini.

Nessuno è stato in grado di rendere evidente, l’opera dell’ingegner Luigi Giura da Maschito, eccellenze arbëreshë in campo di tecnologie innovative, capace di innalzare il primo ponte sospeso in Italia (secondo in Europa) e sotto gli occhi stupiti di esperti francesi inglesi che non riuscivano a credere ai loro occhi inaugurò insieme al re il ponte sul Garigliano.

Perché in questo frangente non si è dato spazio illustrato con dovizia di particolari che, nel 1832 il geni arbëreshë realizzava un ponte così moderno; lo stesso che nel 1944 i Tedeschi in ritirata adoperarono per mettere in salvo ogni genere di mezzo pesante da guerra, per tagliare poi i collegamenti,  bombardando il tratto di sospensione.

Un altro esempio che sarebbe il caso di  sottolineare sono sono le inquietudini  che oggi nascono dalle paure prodotte dai fenomeni migratori di massa, il processo può considerarsi simile a quello vissuto dagli arbëreshë, per questo, un confronto degli avvenimenti politico-sociali con protagonisti i “cultori” servirebbe a stendere gli animi e leggere con più attenzione quando sta avvenendo o potrà avvenire. 

A tal proposito e bene rilevare che sei secoli or sono i migranti economici e perseguitati politici vennero da est; l’unica cosa che li distingue gli uni dagli altri è il il dato che non avessero gommini, oltre che l’epoca delle comunicazioni di massa non era iniziata, per questo, gli esuli della diaspora balcanica, non ebbero tanti favoritismi se non quelli regali e romani che li consideravano come arma letale da usare in eventuali conflitti.

Va oltremodo ribadito che altri aspetti sono simili, infatti, nel 1805 quando un’ultima ondata di profughi venne indirizzata verso l’approdo di Brindisi, dopo poco tempo fu rimpatriata, perché i componenti di quella migrazione era dedito all’ozio, al furto e al malaffare.

La regione storica nasce da identici tumulti economici, sociali e di dominio territoriale ad opera dei poteri economici di quell’epoca.

Quante persone oltre agli arbëreshë avrebbero potuto proferire parola relativamente al fenomeno migratorio in atto, personalmente ritengo nessuno; tuttavia succede che analisti, specialisti, economisti blaterano teorie allucinanti, le stesse che creano tensioni sociali, senza mai ribadire che il sud dell’Italia, ha avuto un carico di profughi, non di passaggio ma di stazionamento e agli inizi del 1500, per dare un solo dato senza entrare nei dettagli, solo Napoli numerava il 10% della popolazione cittadina composta da profughi.

Non sono mai seguiti e avvenuti tumulti, anzi Napoli e il meridione, per questo, si può definire la capitale del modello d’integrazione, meglio riuscito del mediterraneo. 

Altro elemento degno di nota è racchiuso nel dato che oltre cento paesi della regione storica resta allocato in luoghi geologicamente sicuri e se nell’immediatezza del loro allocamento, in rarissimi casi ha richiesto di rivedere il sito, (vedi la storia di Caraffa di Catanzaro), tuttavia non uno dei paesi albanofoni è stato dismesso dislocato o chiuso in 538 anni di orgogliosa scelta d’insediamento.

I Katundi arbëreshë in senso fisico e idrogeologico hanno avuto una vita durevole in perfetta sintonia con territorio e genti indigene; tuttavia se avvenimenti anomali hanno provocato malessere e sofferenza, questi con certezza sono stati provocati per la dabbenaggine degli uomini.

Morale di questa storia restano i sotterfugi e gli inganni cui sono stati repressi gli ignari malcapitati, addivenendo alla migrazione ennesima, in un sito ritenuto meno pericoloso, lo stesso che i nostri avi attraverso la memoria locale sconsigliava di abitarvi mai; questa storia di centimetri/anno e terminata con il godimento del “Pietrantonio” di turno, della consorte e le sue amiche che credevano di fare i paesi.

A tutto ciò si dovrebbe aggiungere una lunga disquisizione per quanto riguarda l’aspetto della credenza, quest’ultima la più complica; tuttavia sarà cura a breve trattare nello specifico, in quanto un numero considerevole di profughi per sfugge alle angherie della luna calante si ritrovano nel baratro che porta sui carboni ardenti dei bracieri romani.

Commenti disabilitati su -REALIZZANO POVERA EDITORIA E IGNORANO I PALCOSCENICI DA PRIMI ATTORI-

ALLERTA GIALLO; LA REGIONE STORICA LO HA VISSUTO ANCHE IN ROSSO.

ALLERTA GIALLO; LA REGIONE STORICA LO HA VISSUTO ANCHE IN ROSSO.

Posted on 26 agosto 2018 by admin

Napoli (di Atanasio Pizzi) – A Civita, lunedì venti agosto una tragedia, ha scosso l’animo di tutta la regione storica ambientale Arbëreshë e l’Italia intera.

Sono morte dieci persone e un numero ancor maggiore è ricorso a cure mediche di emergenza vitale; la responsabilità è presumibilmente attribuibile al non aver compreso cosa il saggio del paese, seduto sulla solita panchina in piazza, ripete agli ospiti in lingua arbëreshë.

Letteralmente tradotto, enuncia quanto segue: “una volta che ha piovuto nel territorio di Civita, è il caso di addentrarsi lungo le gole del diavolo, solo dopo tre giorni di sole e senza alcun tipo di precipitazione specie verso monte”.

Una sorta di manuale orale/storico per l’uso delle gole del Raganello; così come tutti i manuali d’arbëria, giacché, fanno parte della saggezza popolare, unico codice caratterizzante i modi d’uso di regione.

Un dispiacere immane ha colpito le famiglie delle povere vittime, lasciando nello sconcerto ognuno di noi arbëreshë che conosciamo bene la storia del territorio, degli uomini, in tutto, il parallelismo ambientale vissuto dal genius loci arbëreshë dopo la diaspora.

A seguito del tragico accadimento, la danza delle responsabilità ha avuto inizio e alcuni immaginando che bastasse brandire “vessilli multimediali colorati”, avrebbe alleviato i dolori altrui e le lacrime di dolore non avrebbero solcato i dintorni di Civita; a questo punto non è prevalso neanche il buon senso antico, su quando si riferiva, dell’unicità del sito, la sua forma e persino sfoggiando sapere con manualità equatoriale.

L’atteggiamento riporta la mente ad altre tragedie di vite violentate e consuetudini interrotte, per una cattiva gestione idraulica/idrogeologica del territorio di regione arbëreshë; allo stato degli avvenimenti odierni appare a dir poco irriverente verso quanti hanno vissuto la tragedia e vivono oggi quest’ultima; la mala gestione appartiene sempre a chi e di fronte a noi, gli stessi che dovrebbero fare fatti e non inviare messaggi generici a una regione che, pur se studiata da secoli, non trova una una regola di equilibrio territoriale.

Sono proprio le persone atte a fare prevenzione che sono mancate, lievitando da non so dove dopo il triste e sconcertante avvenimento con il loro bagaglio di  saggezza.

Se si usa una scatola di colori per fare prevenzione, ad essa deve corrispondere una scala di comportamenti, unica e inscindibile, riferita ad ogni comune Italiano, generalizzare con i colori in un territorio come quello della penisola, per usare un eufemismo, potremmo associala a dei bambini dell’asilo quando giocano a disegnare il sole con il giallo, le pecore di marrone e le case con sembianze antropomorfe nere, bianche e rosse.

chi non ha fatto questo emergei  da altre dolorose vicende, per le quali si è smarrita l’affidabilità, di valutazione, attraverso i comunicati di colore e non sono riusciti a dare credibilità ai loro enunciati, ne il giorno previsto, ne in quello seguente e ne dopo oltre quindici anni dalla emanata previsione, la stessa che oggi invece di essere evitata si è tentato di annotare/annunciare.

Civita è stata segnata da un’immane tragedia, molto più profonda del solco del Raganello (alto mille metri e largo quattro a forma di mani parallele convergenti), cui lo stato e le istituzioni preposte devono dare solide risposta per i parenti delle ignari vittime.

Il fine che si deve perseguire deve mirare a strategie che non conducano a eventi di questa gravità; tuttavia nessuno si deve innalzare dal coro, per infangare nessuno o mettendo in dubbio le attività altrui  , la credibilità gli esperti di settore, o presunti tali, la devono conquista con la prevenzione con fatti concreti e materiali, non millantando valori satellitari diffusi, gli alchimisti del duemila hanno fatto il loro tempo, a questi è bene ricordare che numerosi malcapitati vivono a tutt’oggi, un’agonia che è peggiore della morte, dura da decenni e attende la redenzione dei devoti satellitari.

Commenti disabilitati su ALLERTA GIALLO; LA REGIONE STORICA LO HA VISSUTO ANCHE IN ROSSO.

UN VESCOVO PERFETTO ELIMINATO DALL’ALLORA IGNORANZA DEI CAMINONA  (Mons. Francesco Bugliari  14 Ottobre 1742 – 18 Agosto 1806)

UN VESCOVO PERFETTO ELIMINATO DALL’ALLORA IGNORANZA DEI CAMINONA (Mons. Francesco Bugliari 14 Ottobre 1742 – 18 Agosto 1806)

Posted on 17 agosto 2018 by admin

UN VESCOVO PERFETTO ELIMINATO DALL’ALLORA IGNORANZA DEI CAMINONANAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Quando le capacità di comparare gli eventi e le necessità del periodo in cui si vive, ti consente di partecipare con il proprio ruolo a un miglioramento sociale e culturale, vuol dire che si è intrapresa la rotta che conduce all’olimpo dei prescelti.

Il Vescovo Monsignor Francesco Bugliari della scuola di Santa Sofia, rappresenta l’unica eccellenza culturale sia clericale e sia laica, di tutta la regione storico culturale Arbëreshë, ad aver raggiunto quella meta.

Egli rappresenta un’esclusiva di cultura e credo religioso, giacché, lucido attuatore del progetto stilato dal Baffi, portato a termine dal Bellusci,  valutando di volta in volta quali aspetti clericali o politico/culturale si dovevano valorizzare.

La sua genialità è stata nel saper amalgamare i due ingredienti ( crociata e  politica) che in quel periodo miravano a mete diverse; tuttavia egli riuscì a imprimere al territorio della Calabria citeriore non valori rivoluzionari, ma una metodica per risalire la china dell’inferno social-culturale, in cui si trovavano quelle aree depresse.

Mons. Francesco Bugliari non si recò in pellegrinaggio lungo le contrade e i katundi della cinta Sanseverinense, per diffondere la parola di Dio, prima in greco, poi in latino e poi cercando di scrivere e creare icone fuori luogo, egli dispose i presupposti e costruì le basi per difendere l’identità locale e minoritaria nello stesso tempo .

Quale identità  si dice sia stata difesa esclusivamente dai mandamenti religiosi, senza tenere conto che dal punta di vista religioso la Regione Storica ha iniziato a soffrire appena approdati nelle rive del meridione, non è dato a sapersi.

L’approdo e le località prescelte per il ripopolamento, non furono casuali, in quanto, vennero  studiata a tavolino del papa e del re in comune accordo; ognuno a proprio modo di intendere e volere, per adoperare i minoritari quali  addetti per fare:

il primo la crociata ideale nei territori bizantini;

il secondo creare nuove linee difensive, per la loro notorietà guerrafondaia.

Relativamente alla capacità degli arbëreshë di conservare il proprio codice identitario è dovuta ai presupposti orografici e sociali del territorio meridionale ritrovato e non all’intecessione dei clericali come di sovente viene enunciato.

Gli ambiti paralleli ritrovati consentivano la caratterizzazione dei territori vissuti, e non come dicono, sbagliando, numerosi esperti che tutto sia dovuto alla presenza dei Clerici di estrazione “ortodossa o bizantina” i quali non potevano avere questo dono innaturale, in quanto, erano e sono stati perennemente in numero irrisorio rispetto la mole di tutti i paesi della Regione Storico Ambientale, in altre parole, poco più di venti paesi con Clerici ortodossi/bizantini su oltre 110 paesi censiti, affidati alla guida latina.

L’intuito, le capacità, la tempistica nell’interpretare e leggere cosa stesse avvenendo nel plesso di San Benedetto Ullano, ha fatto si che la struttura di formazione non andasse dismessa, Baffi, Bugliari e Bellusci, con grande garbo e mediazione politica, seppero dare un’impronta al plesso che sollevò le sorti di tutta la Calabria citeriore, modificando, non poco i progetti vaticani che volevano trasformare quegli ambiti in una sintesi Jonica dell’ortodossia .

Se in quell’Agosto del 1806, “gli onesti” fossero stati in numero maggiore dei Pettuluso, dei Pisciamuro, i servi dei Masci, oggi avremmo avuto un plesso solidamente connesso con il territorio citeriore, con certezze e nessuna ilarità.

Va in oltre affermato che senza ombre di genere Sant’Adriano avrebbe fornito linfa originaria e non saremmo finiti per terminare tra “180 giorni” e vedere inghiottite nel baratro le povere reste violate dell’antico codice.

Augurandoci che dopo l’improrogabile evento, lungo le cavità del sotto suolo demoniaco, attraverso il fiume Crati e poi  nello Jonio, le resta centrifugate, potranno riacquistare l’originaria lucentezza e aprire un nuovo stato di fatto, colmo di candidi dettami, posti nelle disponibilità dei degni prosecutori di Baffi, Bellusci e Bugliari.

Commenti disabilitati su UN VESCOVO PERFETTO ELIMINATO DALL’ALLORA IGNORANZA DEI CAMINONA (Mons. Francesco Bugliari 14 Ottobre 1742 – 18 Agosto 1806)

HAI MAI VISTO O SENTITO COSE DI QUESTO TIPO

HAI MAI VISTO O SENTITO COSE DI QUESTO TIPO

Posted on 12 agosto 2018 by admin

la-storia-secondo-la-disposizione-delle-pietre-arbereshe

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Dopo la fioritura primaverile dei tulipani, le danze del ventre e dei busti nella longobardica calabrese, la sposa a cavallo di mulo, le borse griffate associate alle stolje in terra madre, lo ignorare il significato tra Giorgio il Grande e alessandro il grande, i messali in rumeno, le sonate gjamaj-cane e la ricerca delle tipiche disposizioni circolari del vicinato arbëreshë, è stato deciso di verificare, lo stato del cono mentale e visivo nelle macroaree più vivaci.

Sono innumerevoli i cartelloni che riassumono attività di promozione della Regione storico/ambientale Arbëreshë, attraverso progetti Gjitonia” quali: manifestazioni, divulgazioni librarie mirate, iniziative di accoglienza,  canti e balli fuori da ogni regola, nomine bizzarre oltre a ogni espediente suggerito dall’ambulante di turno al mercato e nell’ora di punta.

Verificare la metrica con cui tali disposizioni sono immaginate, innalzate e prodotte, quali istinto li genera e quanti segni lasciano indelebili per un adeguato ritorno economico sul territorio, non è dato a sapersi e ne con il tempo portano migliorie economiche, di tutela, per non entrare in argomento istituzionale dei Katundi verso la prevenzione  sismica o del dissesto idrogeologico.

Visto e siccome ciò non viene considerata una priorità, con questo scritto si vuole indagare per comprendere lo stato in cui versano gli agglomerati disposti dall’alto jonio cosentino seguendo la via del Pollino, l’Appennino calabrese, sino alle montuosità che degradano verso il Tirreno, per poi ritornare sulle pendici della Sila Greca lungo la linea dell’infinito calabrese; una ricognizione, alla ricerca di elementi tangibili e intangibili dei luoghi attraversati addomesticati e costruiti sia dai laici e sia dai clericali arbëreshë.

Sicuramente produrre un evento che vuole rilanciare prodotti tipici o la cucina della Regione storico/ambientale Arbëreshë, senza prima, creare un momento di confronto e di rappresentazione, si ritiene che sia inutile o addirittura dannoso al consuetudinario di minoranza, specie se, mentre si consumano pietanze anonime si viene ammagliati dalle danze del ventre e del busto, volto all’indietro, che non fa parte del rigido disciplinare  storico.

Non certo aiuta a comprendere il senso delle nostre origini, lo strimpellare sonorità musicali che notoriamente non sono mai appartenute alla storia degli arbëreshë, a nota di ciò, corre in aiuto il noto critico musicale di Barile, che nell’ottocento a Napoli, nei locali che si disponevano lungo la cortina che oggi è la piazza municipio, faceva un grande sfoggio di questo principio canoro, confrontandosi con Gaetano Donizetti, Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi, che lì si recavano a confrontarsi e ascoltarlo.

Altro dato che sino ad oggi è passato inosservato, camminando lungo le Rhugë (Vicoli) e le Hudë (Strade) gli Sheshi (Piazzette) dei piccoli Katundj (che non sono Borghi) è la facilità con cui sono state violentate pendenze e gli anfratti a favore di un “veicolare dannoso”, quest’ultima scienza inesatta,, ha avuto il sopravvento anche sui famosi “sedili” che storicamente segnavano il territorio e razionalizzavano il senso di appartenenza.

Nelle ristrutturazioni generali e diffuse dei centri storici, hanno il sopravvento aperture di ogni tipo e grado, finestre, balconi, porte e ingressi veicolari, che presuppongono interruzione di un continuo murario di murature in genere realizzate con materiali di spogliatura.

Essi rappresentano i continui murari più pericolosi che l’uomo ha prodotto per una necessità, anzi oserei dire una povertà, economica e mentale, che attenaglia ancora gli stessi ambiti.

Questo dato volge verso il basso il grado di vulnerabilità sismica, ma non solo, se questo lo associamo alla sostituzione di solai in cemento armato e lamie di copertura a cui sono associate le diffusissime travi lamellari, disposte in maniera da offrire il più scenografico aggetto.

Questi elementi che interrompono il continuo murario, “bucature” (finestre, balconi, con relativi aggetti, porte e ingressi di garage), associate alle piastre rigide (solai in cemento armato o travi in ferro e laterizi), a cui coronamento sono allineati in numero rilevante le strutture delle lamie di copertura (travi lamellari) rendono le strutture murarie dell’involucro abitativo fortemente compromesso sotto l’aspetto della flessibilità o rigidità sismica, se non si corre subito ai ripari e senza entrare sin anche nei meriti degli aumenti incontrollati di volumi/quadrature, in caso di evento, naturale o indotto, gli elevati e gli orizzontamenti non saranno in grado di rispondere neanche al valore più basso consentito dalla legge in vigore in merito agli adeguamenti sismici.

In genere in maniera poco intelligente si racconta che: non sia rimasto niente e che a nessuno interessa niente della antiche consuetudini arbëreshë; per certi versi è una premonizione, ma non perche non si seguono le regole di scolarizzazione linguistica, o si insegnano alle giovani leve come e cosa indossare del costume tipico o addirittura che il ballo non è una caratteristica.

La vera ragione sta nel dato, che se si continua a violentare le Kalive, i Katochi e i Palazzi Nobiliari ed ecclesiali, con gli artefici che ho elencato prima, in caso di evento di smottamento naturale o indotto dall’uomo, come in maniera fraudolenta è già avvenuto, nella regione storica, non resterà più nulla e siccome le istituzioni tutte, non hanno alcuna consapevolezza del costruito storico, perché non vincolato, ci ritroveremmo a vivere ambiti algerini, sotto carene rovesciate, tetti piani e inclinati, rifiniti da laminate di ardesia ligure, perché i soggetti attuatori, hanno altro a cui pensare o non conoscono il territorio e la sua storia.

Tutto ciò per parlare degli elevati laici, se dovessimo aprire un discorso per quanto concerne quelli clericali, la questione diventa un labirinto da cui è difficile trovare l’uscita e sfugge da ogni regola o ragionevole controllo.

È inconfutabile che se gli arbëreshë hanno avuto un antagonista imperterrito e instancabile, in terra ritrovata, esso è identificabile nella infinita crociata romana che non ha mai smesso di logorare la corteccia del codice identitario della minoranza.

A tal proposito e bene rievocare che sbarcammo sei secoli or sono pregando in ortodosso, poi ci imposero di guardare verso Roma, ma siccome queste non erano possibile dal meridione, ad alcuni fu chiesto di guardar verso Costantinopoli pregando in latino e non in greco.

A questo punto si è cercato di dare un senso che si guardava si ad est ma pregando in arbëreshë, ora il ciclo era completato, una lingua fedele ai latini in competizione con il grecismi ortodossi; ì intanto vennero a mancare gli istruttori, allora si è deciso di chiedere ai rumeni, che non parlano arbëreshë, ma questo poco importa, tanto l’importante è scimmiottare con il D.N.A. della regione  Jonica  per ammagliare l’ortodossia più estrema.

La crociata deve continuare, tanto gli arbëreshë sono serviti per il comodo del re, per spaventare e per quello del papa, per ammagliare.

Nel frattempo il re è morto, adesso c’è il presidente che è del PD; rimane sempre il papa che continua l’inarrestabile crociata, anche se nel frattempo lo scudiero ha mutato, veste strano, si muove sui tacchi e  parla  pure strano.

Commenti disabilitati su HAI MAI VISTO O SENTITO COSE DI QUESTO TIPO

REGIONE STORICA ARBERESHE, RAFFINATA MACCHINA DEL TEMPO

Protetto: REGIONE STORICA ARBERESHE, RAFFINATA MACCHINA DEL TEMPO

Posted on 04 agosto 2018 by admin

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Commenti disabilitati su Protetto: REGIONE STORICA ARBERESHE, RAFFINATA MACCHINA DEL TEMPO

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!