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LA CULTURA È L’UNICO BENE CHE NE FRATELLI E NE GJITONI POTRANNO MAI PORTARCI VIA (Haretë e thë zënërveth jian thë ngruiturath cë ne vëlezerë e ne Gjitonërat nënghë mën na maren te gjiela cë jame scomi)

LA CULTURA È L’UNICO BENE CHE NE FRATELLI E NE GJITONI POTRANNO MAI PORTARCI VIA (Haretë e thë zënërveth jian thë ngruiturath cë ne vëlezerë e ne Gjitonërat nënghë mën na maren te gjiela cë jame scomi)

Posted on 08 novembre 2019 by admin

(AP Photo/Joe Rosenthal)                                                             Questi in figura hanno alzato la bandiera, si sono meritati un monumento e voi che l’avete stesa?

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Uno dei principi indelebili che sostengono i valori della Regione storica minoritaria è racchiuso nella cultura, da non confonde con allegorie di sperimentazione   locale senza senso alcuno, anche se attuate da  katundarë,  Gjitoni, fratelli, gijirij vicini, a media distanza o lontani.  

La cultura è un dono, nasce innestato nell’animo e nella mente di chi la possiede,  le uniche titolate ad apparire per segnare  indelebilmente il territorio e le persone che da secoli hanno fatto la storia di ben identificate macro aree.

Una figura di cultura non inventa, perché il fine di apparire, ma studia intrecci e divulga nozioni ed eventi in armonia con la storia degli uomini e del territorio.

La cultura è prima di ogni cosa studio, poi confronto  multidisciplinari tra uomo, territorio ed epoche; semplicemente la valorizzazione del genio locale.

Chi la possiede conosce il senso delle cose, come presentarle al cospetto degli altri indossando sempre l’abito giusto, specie se si tratta dei colori caratteristici di una ben identificata minoranza, che per la loro consuetudine si rigenerano senza perdere  la rotta  della propria identità.

Addentrarsi in questi campi disciplinari  o si è nati con il dono di comprendere la minima inflessione consuetudinaria e linguistica  o si produce danno per se e per la comunità intera.

Una bandiera ha il suo valore quando, sventola perché rappresenta la vita, il vigore dei rappresentati e per questo si erige sulla vetta di un pennone per segnare uomini e il territorio.

Essa non deve mai cadere a terra o rimanere stesa in nessun suolo; la bandiere stesa a terra rappresenta la capitolazione, la resa, la morte e quanti ne fanno un uso  in tal senso, sicuramente non sono figli di quelle antiche terre, ma nemici infiltrati.

Tanti sono i valorosi che per raccogliere, la bandiere caduta in terra, durante la battagli hanno danno la vita per innalzarla come segno di continuità di appartenenza  cultura o di specie .

La bandiere stesa a terra, accerchiata da figure femminili, nel consuetudinario minoritario, è la rappresentazione teatrale del funerale e le donne poste ad arco indicano la via da seguire al defunto che non tornerà più invita.

Queste rappresentazioni poco attente e prive di senso, se poi vengono sommate ad argomenti elementari, restituiscono la misura della poca cultura che aleggia, tra le fila di quanti la dovrebbero tutela specie se  si erigono a rappresentati locali; ma questa è un’altra storia, troppo complicata e difficile da comprendere, per mancanza del senso della bandiera o addirittura di baluardi più personali quali gli stendardi  locali.

Allo stato delle cose non rimane altro che dissociarsi da questo imperterrito movimento franoso, che macina e amalgama radici fusti e piante, anche se i nostri padri  saggi avevano lasciato segni toponomastici precisi dei luoghi e delle cose da evitare per innalzare i luoghi della vita e li appellarono prudentemente castagneti.

Se una precisa e circoscritta comunità allocata dei fianchi di Sila Greca, non si accorge delle ilarità, personali messe a regime, preferendo tecnici romani più vicini di quelli partenopei, rende l’idea dell’orientamento culturale oltre al senso geografico delle scelte poste in essere.

Questo è il quadro nel quale si traggono le idee culturali  attraverso le quali escono  allo sbaraglio  eminenti e  titolate figure, le quali osano confrontarsi persino a  con quanti possiedono cultura da vendere , non avendo alcun rispetto e per questo certificato con il silenzio, temi minori  come la Kaliva, il Balivo, o la toponomastica locale, ritenendo inconcepibile le trattazione; per certi versi incutono profonda tristezza,  perché  misurano chi ha in affido il protocollo identitario per consegnarlo alle generazioni future.

Addirittura rilevano le trattazioni di Kaliva e Baliaggio come una caduta di attendibilità; “questi“ sono poi gli  “Diogene di Skip”  che dal 1973 vagano imperterrito affermando che la “Gjitonia è come il Vicinato”, confondendo un modello sociale mediterraneo con le consuetudini (leggi mai scritte) degli Arbanon, oltre a tutto ciò confondono clamorosamente Valije  che sono canti, ritenendoli addirittura i balli nati all’indomani di una inesistente vittoria dell’eroe nazionale Albanese “ comunemente denominato Scanderberg”.

Come se non bastasse, confondono, rioni con quartieri e addirittura non conoscono la “festa di primavera” che è una consuetudine di quanti abitarono gli antichi, themati dell’Epiro Nova e dell’Epiro Vetus, perché uniti dallo stesso credo Greco Bizantino.

Sono le stesse persone che può avendo avuto titoli e meriti non hanno ricucito nessuno dei tanti e irreparabili strappi (Skip) dell’idioma, della metrica canora, della consuetudine e per non parlare dell’infinita crociata, che non da pace neanche a quanti vivono nell’aldilà.

Tutto questo avviene perché non è stato trovato un modo per rubare la cultura a chi la possiede, ed ecco che la perversione prende il sopravvento, quello che non può essere sottratto neanche con ‘inganno, va debellato e bandito ad ogni costo, preferendo: cantanti che fanno lezioni di storia; alchimisti che fan da ballerini e da sarti; muratori che organizzano eventi;  non parlanti, imporre lezioni di radice idiomatici, per non parlare del genio locale, dell’urbanistica e delle architetture che qui evito, l’ulteriore slegamento dei capelli per piangere.

Se questi semplici fatti storici fanno piangere immaginate  se poi il discorso si dovesse riferire alle architetture sottrattive del periodo di scontro o di quelle additive del tempo del confronto e integrazione,  allo scopo si ritiene che debbano passare ancora altri domani per aprire questi temi fondamentali di lettura del costruito storico minoritario; intanto accontentiamoci di alzare le mani e per incanto metterci a ballare, un ignoto e demenziale ballo tondo(????).

Una piccola parentesi la vorrei aprire sull’argomento strade, ricordando che un buon uomo generalmente, le rimette in sesto appena scadono o vengono giù dalla montagna, non dopo oltre “un decennio di paura indotta”, nonostante la vegetazione e gli alberi cresciuti sulla frana, vengono su, dritti e rigogliosi; lasciando i non fruitori a vive un disagio che per essere lavato senza pena, deve durare ancora per altri due decenni.

 

Un dato è certo Shkoj, mot për mot, e sot, Napul, është e shpikset gjaku arbëresh i harruer.

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LA SALITA DELLA SAPIENZA (discorso - II° - Senso agli Uomini e alle Cose)

Protetto: LA SALITA DELLA SAPIENZA (discorso – II° – Senso agli Uomini e alle Cose)

Posted on 20 ottobre 2019 by admin

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L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI

Protetto: LA SALITA DELLA SAPIENZA (PERLA – I° – GIORGIO KASTRIOTA DI GIOVANNI)

Posted on 05 ottobre 2019 by admin

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La Salita della Sapienza (PERLA - V° - LUIGI GIURA DA MASCHITO)

La Salita della Sapienza (PERLA – V° – LUIGI GIURA DA MASCHITO)

Posted on 28 settembre 2019 by admin

PERLA - V° - LUIGI GIURA DA MASCHITONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando il 7 Settembre del 1860 Garibaldi entrò trionfante a Napoli si prodigò, nell’immediato, a predisporre  un governo provvisorio per i necessari adempimenti al plebiscito del 21 ottobre 1860.

A tal fine, fu coadiuvato da uomini di elevato spessore morale e professionale,  esaurienti conoscitori delle emergenze che attanagliavano, il capitolato Regno Borbone.

I prescelti che rivestirono le cariche istituzionali di quel governo prodittatoriale furono: Il Prodittatore – Giorgio Pallavicino, Il Ministro dell’Interno e Polizia – Raffaele Conforti, Il Seg. di Stato degli affari Esteri – Francesco Crispi (Arberëreshë), Il Ministro di Grazia e Giustizia – Pasquale Scura (Arberëreshë), Il Ministro di Guerra e Marina – Amilcare Anguissola, Il Ministro dei Lavori Pubblici – Luigi Giura (Arberëreshë).

Riassumere il contributo che l’intera Regione storica Arbëreshë, in senso di uomini, di sapere oltre a confermare storicamente l’integrazione del popolo arbëreshë con quello italiano, richiede altri ambiti e tempi, ciò nonostante va sottolineato l’apporto dato dalle figure di Francesco Crispi, Luigi Giura e Pasquale Scura.

Tre solidi esempi, della comunità minoritaria tra le più operose della storia italiana dal XIV secolo.

Le epoche in cui vissero questi uomini, rappresentano la punta di un diadema molto più esteso, di quello che appare, la cui forza ha radici profonde; politico Francesco Crispi, magistrato Pasquale Scura, espressione della scienza esatta Luigi Giura; accomunati da uno spiccato valore morale le cui radici affondano nei valori delle famiglie arbëreshë.

In questo breve vorrei esporre le gesta dell’uomo esempio di scienza esatta: l’Ingegnere-Architetto L. Giura da Maschito, in Provincia di Potenza; poco noto, anzi direi sconosciuto sino a qualche anno addietro, anche da coloro che credono di possedere il sacro Graal della Regione storica Arbëreshë e Albanese, quest’ultima in specie rimane ancora oggi legata a personaggi e stereotipi, vetusti e impropri, emarginando le figure di pura estrazione culturale, per i quali ed attraverso i quali identificarsi.

Luigi Giura si distinse nei primi sei decenni dell’ottocento, restando imbrigliate le sue opere d’ingegneria, non al suo nome, ma a chi dominava il regno e per questo penalizzato in tutte le sue eccellenze sia come uomo e sia come luminare di scienza esatta.

Tutto ciò nonostante avesse avuto una chiara presa di posizione nei motti sino al 1848; tuttavia ancora oggi rievocare il suo spessore tecnico e artistico, mette in luce il periodo storico in cui visse e non il genio del professionista che anticipò i tempi di tutte le scuole europee, comprese la francese e l’inglese.

Spetta a noi albanofoni, e mi riferisco sia agli Arbëreshë e sia agli Albanesi dei Balcani, il compito di creare i presupposti idonei per liberare da una gabbia impropria la figura del grande luminare e anticipatore della moderna ingegneria.

Le sue opere rappresentano il vanto e i traguardi cui giunse il meridionale nel periodo che va dal 1827 al 1864, anno in cui venne a mancare, non prima di aver riservatamente anticipato, ciò che gli storici moderni fanno finta di non comprendere  di quella unione di popoli.

Le parole con cui Paolo Emilio Imbriani, Presidente del Consiglio Provinciale Napoletano, sottolineò sabato primo giorno di ottobre  del 1864, la scomparsa del nobile ingegnere, racchiudono la figura del Giura: uomo di Scienza Onesta da associare al principio più dominante della Scienza Esatta.

Era di Mercoledì quel il 14 ottobre 1795, a Maschito, piccolo centro minoritario di etnia Arbëreshë allocato nell’area del Vulture, e nessuno immaginava che iniziava una parentesi storica, che tutta l’Europa le avrebbe invidiato; Vittoria Pascale, metteva alla luce Luigi, figlio legittimo di Francesco Saverio Giura.

Le prime nozioni scolastiche il giovane maschitese le acquisisce presso i Padri del­le Scuole Pie, in quella stessa provincia lucana.

Terminato brillantemente questo primo ciclo di studi, fu affidato, allo zio materno Vincenzo a Napoli, che lo indirizzò verso le discipline scientifiche dopo aver misurato le sue attitudini, specie in scienza, matematica, meccanica e idraulica.

Il giovane arbëreshë seguiva, per sua scelta, anche i corsi di disegno e composizione nell’Accademia napoletana di Belle Arti, allocato a quel tempo nel complesso delle Mortella, completando  la sua formazione, anche in campo architettonico.

Il 4 marzo 1811 sostenuto l’esame d’idoneità nella nascente Scuola Annessa al Corpo di Ponti e Strade, fu primo all’esito finale della prova, pur partecipando come allievo esterno.

Conseguito il titolo d’ingegnere e architetto nel 1814, venne scelto a coadiuvare il Cav. Bartolomeo Grasso, ingegnere del dipartimento, che si occupava delle aree e di lagni in Terra di Lavoro della Campania settentrionale.

L’Europa in questo periodo è in fermento per l’acquisizione di nuovi sistemi tecnologici, di produzione, scambio e trasporti; anche il Regno di Napoli per non rimanere arretrato ed essere fagocitato da altre potenze, rispose con l’istituzione del Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade e l’annessa Scuola di Specializzazione, quest’ultima con il compito di fornire il naturale ricambio generazionale al corpo,

Tuttavia l’istituzione non ebbe molti consensi nel meridione, poiché, essendo gestite liberamente le terre dai principi e signori locali, non accettavano di buon grado le regole con cui gli ingegneri pianificavano gli equilibri geologici, non  riconoscendo alcuna utilità alle bonifiche, miglioramento e salvaguardia dei territori sino ad allora fuori da ogni minimale regola.

La questione non fu di semplice risoluzione e si trascinò per molti anni, furono innumerevoli gli episodi che misero in dubbio il futuro del Corpo, che, intorno al 1817 rischiò persino il fallimento, alla luce del gran numero di giudizi cui era continuamente costretto a rispondere.

La svolta avvenne quando nel 1824, la direzione fu affidata all’ufficiale Carlo Afan de Rivera, quest’ultimo oltre ad aver avuto una brillante carriera militare, aveva collaborato per molti anni nelle officine cartografiche del regno, quindi lucido ed esperto conoscitore del territorio, completata da una grande formazione nel campo della botanica.

Il militare come prima attività di rinnovamento de corpo degli ingegneri, fece proprio dell’istituto lo statuto che regolava il Corpo istituito e collaudato già in Francia.

In oltre profondamente convinto dell’utilità di confronto, con altre realtà che operavano nello stesso campo, con un budget di circa seimila ducati inviò Luigi Giura accompagnato da tre gio­vani ingegneri: Agostino Della Rocca, Federico Bausan e Michele Zecchetelli, , in Francia, in Inghilterra e nelle città degli allora stati Italiani, per confrontarsi con gruppi di lavoro e acquisire metodiche nel campo dell’industria e dell’indotto.

Giura e il suo gruppo partì da Napoli il 18 luglio 1826 per ritornarvi il 27 luglio 1827, il programma di viaggio fece capo a una moltitudine di siti, dei quali i più degno di nota sono quelli di Parigini e Londinesi.

L’ingegnere arbëreshë può ritenersi il restauratore dell’antica Scuola di applicazione di ponti e strade e l’annessi istituto  di formazione; la prima Speciale che l’Italia possa vantare e che lascio un segni indelebili nell’Europa in crescita.

Nel 1828 ebbe l’incarico dal Governo napoletano di costruire un ponte sospeso a catene di ferro sul Garigliano, l’antico confine tra regno di napoli e la chiesa romana.

Fu in Italia la prima opera di questo nuovo sistema, che evitava di realizzare paramenti murari nel letto del fiume, con il conseguente cospicuo risparmio di tempo e danaro; la novità di questo ponte è rappresentata del conge­gno del pendolo per il quale Giura salì agli onori dei progettisti europei.

Il doppio pendolo posizionato in cima al pilastro di sospensione, era una macchina capace di accogliere più forze e trasformarle da dinamiche in statiche, distribuendole esclusivamente al pilastro cui scaricava solo ed esclusivamente quello di sforzo normale mentre alle catene di ritenuta, le forze risultanti inclinate, la spartizione avveniva con qualsiasi carico applicato al tavolato di calpestio del ponte.

Ma non solo questa fu l’innovazione che consentì al Giura di riuscire in questa e impresa, infatti, egli assieme ai proprietari delle fonderia di Mongiana in Calabria mise a punto una lega che permise di realizzare le catenarie di sospensione, realizzando maglie con il metodo della trafilature, metodica ancora sconosciuta nei regni che in quei tempi descrivevano la odierna Italia.

Grazie al suo ingegno, in breve preparò la macchina per trafilare i metalli e quella indispensabile per le prove di carico dell’innovato prodotto siderurgico.

Una macchina tanto utile ma così invasiva, che durante le prove, provocava dei piccoli terremoti nella zona dei mulini, Via Cesare Rosaroll, dove era allocata, per cui, si dovette nel breve provvedere a trasferirla nella periferia della città partenopea.

Il ponte del Garigliano rappresenta il riassunto delle capacità progettuali ingegneristiche e architettoniche di Luigi Giura, un genio arbëreshë.

Dopo questa brillante impresa gli fu affidato di realizzare il ponte sul fiume Calore, sempre su catenarie, impiegando una spesa minore del previsto; altri due, poni gli furono commissionati uno a Pescara e l’altro a Eboli sul fiume Sele, in località Barritto, questi due ultimi pur se progettati nelle versione preliminare non furono mai realizzati per lungaggini  burocratiche che in quel periodo aveva preso piede e rallentavano il buon lavoro del corpo degli ingegneri Partenopei.    

L’altra grande opera realizzata da Giura fu la bonifica dell’emissario del Fucino, un condotto, realizzato da Claudio Imperatore per portare le acque del lago carsico nel fiume Liri, attraverso un cunicolo sotterraneo di circa sei chilometri.

Le opere per tenere in efficienza il condotto videro come protagonisti sin anche Traiano, Adriano, e poi Federico II di Svevia seguito da Alfonso I, ma nessuno di loro riuscì nel tentativo di realizzare un idoneo apparato che sostenesse in modo durevole le sezioni del condotto.

La realizzazione di un opera cosi antica venne sottoposta allo studio e alla genialità di Luigi Giura nel 1835, coadiuvato da valenti ingegneri del corpo di ponti e strade, attraverso una serie di rilievi e studi mirati alla conoscenza delle caratteristiche geologiche e meccaniche di quel tratto di montagna, riuscì a sostenere gli incerti terreni, fino a raggiungere l’intero sgombero del celebre traforo del monte Salviano.

Luigi Giura fornì un progetto completo, atto ad ampliare e restaurare l’emissa­rio, con tutte le particolari opere indispensabili a prosciugare il lago, anche se ciò per le vicende di burocrazia di malaffare fu possibile solamente dopo la sua morte.

E sulla base di tutti i suoi elaborati fu possibile realizzare l’opera che sino ad allora si riteneva irrealizzabile.

Nel 1839 fu promosso ispettore generale nel Corpo degli Ingegneri delle Acque e Strade e nella duplice funzione d’Ispettore e di membro del supremo Consiglio d’Arte del Corpo, prese parte in tutte le opere pubbliche di maggior rilievo, risolvendo annose pendenze con imprese e amministratori locali.

Nei motti del 1848, Luigi Giura riveste il ruolo di ministro dei lavori pubblici, per queste, sedata la rivolta da parte dei Borbone, fu arrestato e condannato alla pena capitale, l’intercessione del direttore del corpo di ponti e strade Carlo Afan de Rivera, che si rivolse al re, invitandolo a liberarlo in quanto la sua dipartita avrebbe compromesso totalmente il buon lavoro che tutto il corpo realizzava, Giura venne liberato, il fratello Rosario ebbe modo di esiliare, mentre la pena inflitta all’ingegnere, fu quella che non pote mai ambire alla guida del  leggendario Corpo di Ponti e Strade, pur avendo numeri e meriti.

Rilevante è l’episodio del 1853, quando il progetto della foce dei Regi Lagni in terra di lavoro, pubblicato negli annali della facoltà d’ingegneria, questo spinse i tecnici Francesi a recarsi nella biblioteca nazionale della città partenopea, per consultare quei volumi, alla ricerca della innovazione messe in atto dal Giura; in specie, un sistema di palificate a mare che produceva dei vortici  e consentivano alla foce del canale naturale di non arenarsi. 

Non vi fu luogo del regno, dove non si recò a esaminare strade, ponti, opere di regimentazione, bonifica, porti, non sottraendosi mai a fornire utili consigli finalizzati al buon esito e al compimento delle opere.

E al Giura che si deve la bonifica della zona detta di Fossi a Napoli e la realizzazione del primo piano regolatore, in quella stessa area, da cui partiva la ferrovia Napoli – Portici – Castellammare, oltre a progettare la stazione terminale Stabiese.

Sempre al Giura fu affidato il collaudo della stessa ferrovia Napoli – Portici, che pur essendo stata completata da tempo no si riusciva a trovare un tecnico capace di certificare che tutto fosse stato realizzato secondo i canoni progettuali, incarico che assunse e portò a buon fine in breve tempo.

A lui si deve l’opera dello zuccherificio di Sarno, interamente meccanizzato a trazione idrica, oggi ancora si conserva il condotto che muoveva la grande ruota a pale e una parte degli alberi che garantivano il movimenti dei macchinari.

La notorietà di Giura non va solo annoverata nelle sua figura di uomo di scienza, ma soprattutto come precisava Paolo Emilio Imbriani: uomo di Scienza Onesta, tal proposito va sottolineata l’amicizia che lo legava a Giacomo Leopardi a cui fu persona di riferimento.

Luigi Giura conobbe il Leopardi, la notte che  arrivò a Napoli accompagnato dal suo fedele amico Ranieri, ad ospitarli quella notte e per alcuni giorni non fu il genitore del Ranieri, che non li fece neanche entrare, lamentando al figlio sull’uscio della porta di casa, di quale anima nera che voleva portare in casa, fu Giura ad accoglierli e ospitarli sino a quando non trovo sistemazione nei quartieri Spagnoli durante il primo periodo di permanenza.

Da quella sera Luigi Giura, appellato persino in un famoso film come “il greco”, fu sempre disponibile a risolvere esigenze di ogni genere, la conferma viene anche dal luogo in cui il Leopardi viene ricordato a Napoli.

La residenza di via del Pero 2, dove il sommo poeta notoriamente viene ricordato con una lapide sula via di Capodimonte  appena dopo il museo, era una proprietà del Giura, quando la cagionevole salute non gli consenti più di salire due rampe di scale, è sempre L.G a interferire verso sua cugina F. Giura, spostando un sua inquilino a piano terra per offrire la possibilità a Leopardi di avere accessibilità agevolata al rientro a casa.

E qui che il poeta il 14 giugno 1837 venne a mancare con medici amici partenopei, che come Luigi Giura nel silenzio e nell’anonimato più assoluto gli furono sinceri amici.

Quando nel 1860, Garibaldi assunse la dittatura delle province meridionali, la capitale partenopea era molto scettica nel sostenere il voto plebiscitario, allo scopo e onde evitare sorprese, che potessero macchiare il valore di quel plebiscito, fu indicato dall’aristocrazia partenopea la figura limpida di Luigi Giura, nominato prima direttore generale dei Ponti e Strade e poi elevato a Ministro dei Lavori Pubblici.

Abituato a vivere con le opere da innalzare. non ritenne idoneo quell’incarico di Ministro che doveva tenere conto di esaminare esclusivamente burocratico, cui lui era più incline, decise di tornare a Napoli.

In seguito con evidenti problemi fisici, oltre all’età preferì ritirarsi a vita privata, non prima di essere insignito del titolo di “Ufficiale del Real Ordine Mauriziano”.

Nella capitale partenopea, tuttavia, rivestì l’incarico di architetto commissario del municipio napoletano, già sostenuto per anni; in verità prima della malattia la scelta di rientrare, aveva un significato molto forte, in quanto si era reso conto nel  periodo vissuto a Torino, che le opere e le risorse del sud migravano in altri luoghi e ogni struttura che lui considerava proprie creature venivano smantellate per migrare altrove.

Una febbre misteriosa nel giro di un mese, nonostante tutte le opportune cure mediche di allora, Luigi Giura muore, all’età di sessantanove anni.

Fu tumulato nel Cimitero Monumentale di Napoli con una solenne funzione seguita da tutta la Napoli culturale, durante la quale, dopo numerosi discorsi, furono apposte le steli realizzate dalla provincia di Potenza, in suo ricordo e di suo fratello Rosario morto esule a Nizza, ma questa è un’altra storia di eccellenza arbëreshë.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - XIX° - Approssimazione per Saggezza).

Protetto: “LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – XIX° – Approssimazione per Saggezza).

Posted on 24 settembre 2019 by admin

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UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

Posted on 23 settembre 2019 by admin

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATINAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Era il 6 giugno del 2015 e l’Abstract inviato per la fase preliminare del convegno organizzato da ReUSO a Valenzia, con titolo:” Patrimonio della Regione storica Arbëreshë, Centri minori per la cultura dell’integrazione” era stato approvato e dovevo redigere la relazione finale.

Tra tutti i paesi ricadenti all’interno della Regione Storica Arbëreshë avevo scelto un Katundë di quelli campani ricadenti nei pressi del vicus romano Aequum Tuticum sulla via Traiana a cui si intrecciavano i tratturi e il camminamento della via Francigena sulla Valle del Bovino.

Non avendo riferimenti locali in quella macro area, telefonai al comune e mi fu data l’opportunità di incontrare una delle memorie storiche di quel paese, il Professor Morena M. A.

Quella mattina come un orologio, o meglio come un professore di altri tempi, si fece trovare in piazza in perfetto orario e dopo una breve conversazione preliminare, iniziammo a conversare in arbëreshë su aspetti generali della storia e le consuetudini locali ancora presenti nella memoria.

Mi ero recato all’interno di quelle trame edilizie per verificare le caratteristiche che legano tutti i paesi arbëreshë della regione storica,  al fine di estrapolare anche in quegli ambiti il modulo abitativo primario, “la Kaljva”, di cui si conservano esempi interessantissimi, anche se fortemente modificati, con aggiunta di numerose superfetazioni.

La conversazione con il professore, prima su aspetti generali divenne subito più approfondita verso le vicende e fatti più particolari della storia degli arbëreshë di quella ben identificata area strategica,l’unica dove con molta probabilità il condottiero Giorgio Kastriota vi soggiornò.

Il professore da voce storica locale, molto attento e preciso, mi prese per mano accompagnandomi per le vie del paese, nel breve, il discorso divenne, un esame di indagine locale, a cui la lucida memoria rispondeva con entusiasmo a tutte le domande, rimanendo il professore sempre più stupito delle conclusioni da me esternate.

A un certo punto, si interruppe la conversazione e con fare molto serio il professore esclamò: Architetto di chi sei parente a Greci; a che famiglia appartengono i tuoi genitori qui da noi?

Rimasi senza parole alla sua domanda e aggiunsi, professore io sono di Santa Sofia d’Epiro e conduco una personale ricerca/battaglia a Napoli, Greci per me è uno degli otre cento paesi arbëreshë che studio, anzi le confesso che è solo la seconda volta che lo visito.

Non voleva crederci, in quanto diceva che le domande e le considerazioni che traevo alle sue nozioni consuetudinarie calzavano a pennello, nessuno poteva conoscere se non un figlio di una memoria storica locale.

Spiegai che parlavo secondo la consuetudine che legava tutti i paesi arbëreshë che avevano avuto la stressa radice innestata nelle terre del meridione, secondo parallelismi territoriali antichi, importati dalle terre di origine dalle famiglie allargate Kanuniane.

A quel punto decise con forte determinazione che io dovessi urgentemente incontrare gli amministratori locali e quelle precisazioni storico locali, che avevo a lui riferito, dovevano essere note anche a loro.

Non avendo alcuna necessità in tal senso mi chiesi come mai questa sua volotà, o meglio questa urgenza impellente, ma lui senza dare spiegazioni tornava a dire che era fondamentale che anche le “voci altre” mi ascoltassero.

Lo segui in comune poi in un cantiere, ma nessuno gli diede ascolto, a quel punto decisi di partire, perché l’ora era tarda e nessuno avrebbe dato udienza al professore e tanto meno a me.

Fortemente convinto nel dover essere ascoltato, a quel punto, per intrattenermi mi condusse a casa sua e iniziò a riempirmi di doni per darmi pur d’intrattenermi, foto, libri e iniziò un racconto locale di una festa antica ormai dismessa da decenni e serie di eventi locali in disuso.

Mi resi conto che “ndë Katundë”, era in atto un progetto di valorizzazione locale portato avanti da “voci altre ” e non volendo assolutamente, in alcun modo,  intaccare il lavoro accademico delle“voci altre” salutai il professore ringraziandolo dell’accoglienza e delle notizie fondamentali che mi aveva fornito.

Era  rimasto male, non per la mia decisione di andare via, ma per non essere stato ascoltato dai locali; continuai a seguire nello specchietto retrovisore della mia autovettura, quella persona delusa in mezzo alla strada, che per la prospettiva diventava sempre più piccolo, fino ad una piega della strada, che lo fece sparire dalla mia visuale.

Dopo pochi mesi seguenti a quell’incontro, il professore Morena passo a miglior vita, ogni volta che penso a Greci mi chiedo, cosa sarebbe cambiato se quel giorno le “voci altre” gli avrebbero dato ascolto?

Sicuramente le pale eoliche, le “voci altre” e una serie di esperimenti canori che parlano di treni in arrivo dalla Germania, non avrebbero fatto parte dell’ambiente, della consuetudine storica e della metrica del canto arbëreshë, ma questa è un’altra storia; quello che più mi preme sottolineare è la pena di quella figura storica locale, che in mezzo ad una strada, diventava un’ulteriore voce arbëreshë, sempre più piccola e inascoltata, sino a sparire.

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Comunicato Stampa -  Associazione Skanderbeg di BOLOGNA

Comunicato Stampa – Associazione Skanderbeg di BOLOGNA

Posted on 02 settembre 2019 by admin

GJITHË GJINDIA T’ GJEGJENBOLOGNA (di Giuseppe Chimisso) – La pluridecennale cultura del dono, caratteristica intrinseca e distintiva dell’Associazione Skanderbeg di Bologna, ha una nuova occasione per manifestarsi in Santa Sofia d’Epiro, Katund dalla antica e nobile storia, della Regione storica Arbëreshë calabrese. Al Museo del Costume Arbëreshë di S. Sofia saranno donate la reception, cinque sedute ed una piccola libreria per arredare l’ingresso, attualmente vuoto, così da poter accogliere nel modo più conveniente e dignitoso i visitatori. L’iniziativa sarà posta in essere dalla dott.ssa Annalisa Marchianò, sofiota di nascita e residente in Bologna, che ha contattato personalmente il nuovo giovane Sindaco del Comune, Avv. Daniele Sisca, il quale in luglio aveva prodotto apposita delibera dalla Giunta Comunale per l’accettazione della donazione. Questa iniziativa vuole essere da viatico ad uno scambio relazionale che va oltre le cose donate e ricevute. Per dirla a chiare lettere, pensiamo infatti sia importante la diffusione di una conoscenza, seppure epidermica, degli elementi importanti per la gestione corretta del patrimonio materiale tessile della nostra cultura, ed in specie del Museo di S. Sofia, ma non solo di questo; il nostro messaggio è rivolto in primis agli amministratori pubblici, che sono rappresentanti e responsabili delle politiche dei territori nei quali sorgono ambiti museali. Ai più sensibili tra questi amministratori che orienteranno le loro politiche di tutela e conservazione del patrimonio culturale in questa direzione al fine di organizzare articolati progetti di studio, indagini diagnostiche ed interventi conservativi per preservare il patrimonio tessile, a questi amministratori diciamo che la nostra collaborazione sarà sempre aperta e disponibile. Il nostro messaggio vuole essere anche elemento di stimolo e diffusione di indispensabili conoscenze di base, tra le numerose associazioni e gruppi che animano il mondo arbëreshë ed i possessori, anche privati, di preziosi costumi da festa, semi-festivi e giornalieri che caratterizzano la minoranza italo-albanese e che metaforicamente, rappresentano visivamente la propria bandiera identitaria nel bacino del Mediterraneo.

Il dono al Museo di Santa Sofia d’Epiro vuole rappresentare quindi il segno concreto di una grammatica relazionale da costruirsi al fine di preservare, manutenere e diffondere conoscenze di base per la tutela del nostro patrimonio culturale, in questo caso tessile, nella sua specificità tridimensionale del costume.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - X° - Integrazione e Inclusione).

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – X° – Integrazione e Inclusione).

Posted on 31 agosto 2019 by admin

X- Integrazione e InclusioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Ho visto la roccia contro la quale impattano, da diversi secoli, quanti cercano di scrivere, raccontare, cantare e ballare, deturpando scientemente  il consuetudinario storico che senza soluzione di continuità tiene uniti gli arbëreshë, dai tempi della capitale Costantinopoli.

Nonostante ciò, a essere riconosciuti quali guide sicure delle rotte arbëreshë, non sono quanti navigano in quest’oceano colmo d’insidie, seguendo le costellazioni, ma il gregge di naviganti inconsapevoli dell’imminente bagliore d’impatto.

È giunto il tempo e non esistono proroghe o domani, bisogna al più presto realizzare un progetto d’indagine storica, il cui tema siano le politiche di conquista e dell’economia perseguite da Principi, Cavalieri, Armatori, Dogi, Sultani, Papi e Re.

L’azione deve tenere alto l’interesse verso il periodo dell’integrazione tra gli emigranti e le genti indigene, le frizioni che sono state ignorate per secoli dai regnanti, sino alla fase dell’inclusione iniziata con i liberi pensatori del 1799.

È urgente attivarsi a produrre un progetto culturale di ricerca, realizzato all’interno della regione storica, con la piena consapevolezza dell’inclusione, comunicando, scambiando e ponendo sul tavolo informazioni comuni, dove a prevalere sia intersoggettività tra gli addetti e non lo sterile personalismo idiomatico, noto per i danni prodotti, nonostante tante eccellenze del settecento e dell’ottocento lo avessero deliberatamente ignorato.

Quando si attuano iniziative sulla base dell’inclusione, ovvero, fare le cose assieme, fornendo diffusamente e senza preconcetti gli strumenti idonei a partecipare alle attività, senza creare barriere, limiti o confini culturali di genere, il fine mira a dare certezze forti, condivise e senza prevaricazioni.

La parola d’ordine è “inclusione”, piuttosto che “discriminazione o esclusione”, soprattutto, verso quanti portano argomenti nuovi, avendo avuto grande educazione personale e professionale, per il lascito alle nuove generazioni, le stesse a cui urge fornire certezze della storica minoranza.

Tutto ciò per confermare che le tappe storiche della regione diffusa, non appartengono a nessun dipartimento, scrittore, amministratore, strimpellatore o genere di autore, che “a torto”, ritiene più opportuno impedire che i legittimi prosecutori minoritari, abbiano idonei strumenti per proseguire  senza errori e armonia con le proprie radici.

Oggi ciò che appare sono cose senza senso, prive di applicazione in nessun anfratto territoriale di tutta la regione storica e quanti portano avanti simile esperimenti, ritenendole “genuine prelibatezze sotto olio” non avendo consapevolezza che l’olio protegge per breve tempo e poi degenera, quindi o sono in mala fede o fanno finta di vendere prodotti ritenendo che tutti noi siamo abituati a cubarci culturalmente di trapesati.

Non è più sopportabile a oggi parlare raccontare disquisire e illuminare inutilmente un paradiso terrestre dove solo poeti scrittori cavalieri e ogni sorta di giullare ha fatto solo la cosa giusta senza peccare, credetemi non è cosi!

Egregi professori, ricercatori, sindaci, presidenti, amministratori tutti, laici e clericali, è giunto il tempo di confrontarsi, non per una mera polemica disfattista, ma costruire la storia degli arbëreshë, secondo quel l’enunciato unitario: la storia una e indivisibile.

La regione minoritaria diffusa oggi si mantiene su piccoli esperimenti, come le sagre estive, in cui i partecipanti si recano per vivere un momento di confusione, giacche gli inquieti riferimenti storici divulgati non trovano nessuna dimora, per la quale l’ospite trova giovamento ed eccellenza per ritornare.

La meta da perseguire deve mirare all’ordine storico l’unica e sola strada che conduce alla caratterizzazione, sotto ogni punto di vista sia laico e sia clericali, solo in questo modo potrà terminare la deriva intrapresa che deteriora e sciupa ogni cosa.

Non è concepibile andare avanti indagando i centri storici con mere edizioni, di personaggi, di onciari, di astronomia, di capitoli, di prodotti locali, mai riferibile e certificati nel territorio, oltre a ciò, non bisogna dimenticare i sciagurati prodotti editoriali, di una scrittura mai esistita, questa in specie persegue i principi di una crociata mai terminata e immaginata dopo la prima metà del XV secolo, scrivendo e transgenderando in shëkipë costantinopolitano.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - III° - Gjitonia: il luogo dei cinque sensi arbëreshë)

Protetto: “LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – III° – Gjitonia: il luogo dei cinque sensi arbëreshë)

Posted on 17 agosto 2019 by admin

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - XIV° - Rispetto)

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – XIV° – Rispetto)

Posted on 13 agosto 2019 by admin

RispettoNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Gli uomini più illustri non sono ritenuti tali perché fratelli, amici, parenti e Gjitoni usano divulgare il loro sapere, giacché, le gesta del loro lume è irradiato come la luce del sole quando segue la notte che vorrebbe negare i domani.

I fatti non cessano di esistere solo perché in troppi li ignorano, piuttosto, sopravvivono nella memoria silenziosa degli studiosi e quanto prima si presentano alla rimozione dell’immaginario collettivo, d’improvviso, chiedendo ragione dell’accaduto e del perché si è scelto di ignorarli.

Tracciare un itinerario coerente con oggetto gli uomini, i luoghi e gli eventi che hanno come protagonisti i minoritari della diaspora, è un’attività laboriosa e richiede esperienze multidisciplinari non comuni, tuttavia, ciò che più duole sono le energie che bisogna impegnare per divulgare le nozioni all’interno dei canali divulgativi locali, le cui giunte sono composte da: ndrikule, famulë e shigniagnërà.

Come oltrepassare questa cortina e stendere alla luce del sole il proprio lavoro, non è semplice, in quanto, occorre avere pazienza e attendere che si alzi il vento e demolisca i castelli di carta.

Gli stessi che da troppo tempo innalzano illustri cattedratici, pensionati e ogni sorta di provetto alchimista, tutti questi dall’alto delle proprie isole ecologiche di riciclaggio, preferiscono sotto false vesti, risalenti al 1955, riproporre come hanno fatto alla vigilia del 1999, enunciati altrui , come quelli della psicoanalista e antropologa, “la vera madre di questa ricerca”  che qui di seguito si riporta il frammento più saliente.

Vicinato: Nella complessa strutturazione urbanistica è quasi sempre  ben  delineato  nei  suoi  confini topografici, comprendendo il gruppo di case disposte intorno ad una piazzetta o cortile nel quale si svolge quasi in comune gran parte della vita dei bimbi, delle donne e,  in misura minore, degli uomini. Gli abitanti di queste case sono legati a un’infinità di piccole regole di vita comune, si aiutano a vicenda, si controllano, sanno tutto di ciascuno degli altri ed hanno in genere rapporti molto familiari e di carattere diverso da quelli che esistono tra famiglie amiche o legate da vincoli di comparaggio, parentela.”

A ben vedere tornano familiari i sostantivi, porta, affaccio, piazzetta, cortile, parentado, vicino e così via dicendo, eppure la dottoressa nel 1955 parlava di altre realtà culturali e quello che più conta non ha mai scritto, accennato e trattato gli arbëreshë in questo suo lavoro di ricerca.

Tuttavia, come per incanto, se alla parola Vicinato, nel frammento su riportato, cosi come nell’intero trattato, si sostituisce la parola Gjitonia il gioco è fatto e il discorso diventa argomento per gli arbëreshë, facile da pubblicare e diffondere ai quattro venti della loro “Nazione Arbëria”.

Lo stesso principio si può adoperare con le gesta dell’Eroe Nazionale Albanese, importato in regione storica, riverito e innalzato agli onori della storia con il volgare appellativo imposto dai turchi e sotto le armature  del Pascià  a quei tempi, toglieva le vite ai cristiani e quindi anche agli arbëreshë.

La storia, quando la si racconta deve seguire identicamente lo svolgersi degli avvenimenti, con dovizia di particolari, secondo l’ordine originario, avendo cura di leggerla senza interpretazioni a uso e consumo dei tempi che corrono o le preferenze locali.

Non si può realizzare frammenti di storia, tanto meno basta recarsi in pellegrinaggio dal “cappellaio matto” e ramazzare documenti, per ritenersi storici al fianco di mugnai e banditori.

Motivo per il quale è bene sottolineare alcune nozioni fondamentali; a nove anni Giorgio Kastriota, fu sottratto per ricatto all’affetto dei suoi genitori, i quali per non soccombere assieme alla popolazione rintanatasi nella fortezza, preferirono cedere per ricatto la discendenza ereditaria maschile, dei quali Giorgio era il più giovane, anche se all’età di soli nove anni aveva un fisico possente e secondo gli osservatori dell’epoca ne dimostrava almeno venti.

Alla morte del padre, nel 1443, per una serie di vigliacche sciagure indotte, dal pascià, tipiche dei turchi, i tre fratelli più adulti perirono, lasciando la discendenza, a Giorgio; quest’ultimo anche se per soli nove anni era cresciuto secondo le rigide regole del Kanun, non  facendosi mai  soggiogare, iniziò così come sancito in quel codice che i turchi ignoravano, perché ancora non scritto, la strada per onorare la sua famiglia. 

Altro dato interessante che viene  diffusamente ignorato dagli storici, sono le vicende guerresche che accomunano Giorgio Castriota a Vlad III di Valacchia, più noto come “Conte Dracula”, anche quest’ultimo subì le stesse angherie e appena libero divenne un acerrimo nemico dei turchi.

I due condottieri erano legati dai patti di mutuo soccorso familiare dell’ordine del Drago, vero è che Vlad III, in punto di morte affido la di lui figlia alle cure della moglie di Giorgio Castriota che viveva a Napoli, questa per onorare quel patto, fece da madre alla piccola sino all’età di maritarsi.

La scuola Sofiota l’unica ad aver avuto coerenza degli eventi storici, per tutta la regione storica diffusa, ha seminato semi di rara bellezza segnando, diversamente dai cultori delle sintesi, il periodo arbëreshë del valoroso condottiero con “Via Castriota” e nessun aggiunta volgare di estrazione turca.

Purtroppo, l’allontanamento dalle attività a stretto contatto con la terra, seguendo una illusoria meteora di benessere sociale, ha fatto si che il mestiere di contadino, sia stato accantonato, motivo per il quale, oggi distinguere quali siano i semi originari da quelli geneticamente modificati è un’arte molto difficile a cui solo un numero ristretto di addetti sanno dare risposte certe.

Tutto non è perduto, giacché il buon senso non ha smesso di scorrere nel corpo e nelle menti de “figli buoni arbëreshë” e quanto prima potremmo vedere nei campi diffusi della regione storica, i prodotti dell’antico consuetudinario, che non è avena Albanese, proposta da giullari, economisti e trebbiatrici con le rotelle sgranate, ostinandosi, dal lontano 68 del secolo scorso, a far germogliare in grano. 

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