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NON È PIÙ TEMPO PER L’OMBRA DELLA PIETRA ANGOLARE ARBËRESHË

NON È PIÙ TEMPO PER L’OMBRA DELLA PIETRA ANGOLARE ARBËRESHË

Posted on 18 ottobre 2020 by admin

Pietra angolare

NAPOLI (Atanasio Pizzi Basile) – Lo studio della Regione storica Arbëreshë eseguita in chiave, materiale e immateriale nasce sulla base di un progetto che ha avuto spunto quando furono attuati i primi dibattiti, immaginati per valorizzare le minoranze ricadenti nelle pieghe della legge 482 del 99, diversamente rendendo ancor più povere di contenuti, specie quelle meridionali.

Era la prima decade del mese di Luglio 2003 e quanto riferito, dai comunemente noti, lasciavano perplessi quanti ascoltavano, parche, fuori dalla sede in cui si disquisiva liberamente, tutti vivevano “il luogo dei cinque sensi” secondo metriche immutate e ignote ai relatori.

Questo ha rappresentato, l’atto, per il quale si è ritenuto essere giunto il tempo di chiudere all’interno del recinto i portatori sani di matite rosso/blu e proteggere il patrimonio materiale ed immateriale, diventato il pascolo dove brucare liberamente.

Difendere quanto restava per le future generazioni arbëreshë, era una missione da non lasciare più al libero arbitrio, oltre a difendere il buon nome di “Zia Clementina” e di quanti come lei avevano preferito diventare muti e sordi per il grande dolore subito.

Se a questo si aggiunge che in occasione dello svolgimento dell’ottava storica si è giunti:

ritenere che l’estate arbëreshë, doveva appellarsi, “Valja di Sant’Atanasio;

le tipiche vesti femminili delle spose arbëreshë, allestite senza alcuna garbo;

un solco di semina, che non fosse di avena fatua, ma dimora di semi identitari non era più prorogabile .

Questa ha rappresentato la chiusura della stagione di cultura libera, immaginando ill danno che avrebbero prodotto le monotematiche figure con le tasche colme di ombre che celavano dannose alchimie.

Dare avvio alla fase definitiva del progetto, iniziato un trentennio prima per la valorizzazione dei cinque sensi Arbëreshë, è diventata una missione, in memoria di “Zia Clementina” che diceva sempre che l’acqua della fontana di fronte al suo uscio, sarebbe stata sempre amara, coprendo dal quel dì,  gli altri quattro sensi.

Il progetto a sua memoria, e di quanti come lei che avevano vissuto intensamente i sensi tipici della regione storica, ha avuto così inizio, peregrinando attraverso stati di fatto ritenuti complementari, rispetto al tema linguistico di una nonna muta.

È importante premettere che la pianificazione degli abitati storici, rurale e le relative reciprocità sono il teatro a cielo aperto dei luoghi notoriamente schiavistici, ragion per cui le implicazioni che tale questione comporta, diventando argomento fondamentale per leggere in forma puntuale l’evoluzione  insediativa.

La nascita di questi ambi costruiti e naturali, hanno una radice antica, le cui peculiarità vanno ricercate nella presenza della katundë-servizio, nati a seguito di infrastrutture stradali, che poi erano dei veri e propri tracciati avventurosi ma comunque indispensabili perche complementari alle vie di costa e quella interna.

Questi rientravano negli interessi dei pochi membri dell’aristocrazia che ne sfruttava le produzioni agricole intensiva, connessa all’innalzamento di luoghi costruiti per la conservazione e il conseguente trasporto dei prodotti ad opera dei poveri residenti.

La localizzazione di questa tipologia insediativa, associata principalmente alle specifiche produttive nascevano principalmente dall’analisi territoriale, scegliendo la più idonea posizione topografica, alla luce della disomogenea morfologia, avendo come riferimento tempi e regola di consegna del prodotto finito. 

La specifica territoriale, le produzioni agricole connesse si riflettono nella struttura degli ambienti stessa; infatti, esse hanno funzione di abitazione e “modelli proto industriale” per la trasformazione delle derrate alimentari.

La fertilità del suolo in queste zone permetteva l’innestarsi delle strutture rurali per la coltivazione della vite, della vite e nelle stagioni di riposo dei cereali, favorendo così l’impianto di strutture dedite alla lavorazione e alla conservazione dei prodotti e di derivati.

Oggi servirebbe produrre la fase esecutiva per valorizzare le pietre angolari dell’architettura e delle urbanistica ritenuta, “dai mono tematici”, di estrazione indigena, quando sarebbe bastato munirsi di una lampada ad olio per illuminare le menti buie di chi non è stato in grado di guardare oltre il proprio naso.

L’analisi ambientale, l’evoluzione dei territori, l’urbanistica, l’architettura, quest’ultima prima in forma estratti e poi additiva, sono gli argomenti che grazie ai riferiti cartografici, i trattati archivistici, editoriali e le notizie locali, hanno disegnato la prospettiva ideale che non teme confronto.

Tutto ciò è stato realizzato avendo piena consapevolezza delle parlate locali e per questo ricucire, con arte, lo strappo ormai secolare tra elementi tangibili, presenti sul territorio e quelli intangibili, della memoria di quanti ancora sono veri arbëreshë.

Si precisa altresì che ogni elemento studiato, ha avuto applicato disciplinari di ricerca comprovata, diversamente da quanti ritenendo sufficiente restringere gli ambiti alla sola parlata, hanno tralasciato, cosa e quanto fosse ancora intrisa di consuetudine, manualità, tipiche degli arbëreshë.

Soprattutto in sede locale per la verità di elementi, si sono realizzate ricerche, verso aspetti interlacciati tra le terre poste a est e a ovest, prospicienti il mare adriatico e lo jonio.

Le metodiche utilizzate non prendevano spunto dai comportamenti di quanti, riversano stanca­ti tesi enucleabili, sin anche imbibiti di contributi degli eruditi dei secoli passati, brandendo in ogni genere di occasione il volume, la ballata, o l’abito perfetto senza essere in grado di verificarne, il senso e il contenuto di tempo, luogo e società.

Inoltre il più delle volte i risultati, sono utilizzati in mere esigenze di un irrazionale campanilismo e a quelle di un cieco provincialismo, generando ostacolo, più che utilità ad una serena ed equilibrata ricostruzione degli eventi.

Si potrebbe apparire genericamente, ingenerosi se non si attribuisse agli ingegnosi locali, notizie e informazioni anche di interesse e d’impianto locale, generalmente assenti nei contributi più accreditati.

Tuttavia pur se presenti, restano solo elementi grafici cui non si da valore alcuno e ne si possono confrontare con quanto emerge dai fogli branditi al vento e accreditati come  fonti di saggezza o capitolo di storia.

In questo stato di gregge perenne è parso opportuno tenerne in osservazione, quanto prodotto da quanti vivono all’addiaccio, o meglio fuori dai presidi della cultura, scavando senza meta nelle buie notti, senza consapevolezza se si compiono atti di violazione.

Paradossalmente in questi buchi neri, sono inciampati proprio i nomi più affidabili della storia, inficiando notevolmente il continuo cammino verso una regolare andatura di fatti ed eventi in rispettosa successione.

Si ritiene comunque doveroso rilevare che le manchevolezze sono molteplici, esse hanno una radice antica, colme di inesperienze e poca dedizione alla ricerca, perché in capaci incrociare dei dati.

Valga di esempio la legge 482/99 che pur citasse, nella sua comune trattazione citasse testualmente, “le delimitazioni degli ambiti territoriali e sub comunali in cui si applicano le disposizioni di tutela delle minoranze linguistiche”, nei fatti non è stata, posta alcuna rilevanza all’aspetto territoriale costruito e non, quale fondamento per ogni trattazione.

Si è preferito inquadrare la minoranza come “il luogo”, dove i fenomeni di resilienza dovevano ritenersi incamerati nell’atto idiomatico di un luogo ideale, come se l’orografia e l’ambiente non avesse ne forma e ne colori.

Lasciando in questo modo, al ruolo di mera quinta colma di nebbia, l’ambiente costruito e quello naturale, pur se in origine sono state queste a essere cercati e modellati per comprendere se rispondevano alle metriche degli uomini che vi hanno vissuto.

Un Katundë o Kastrjonì, rimane comunque espressione degli uomini e le donne che l’hanno costruito, vissuto e sostenuto, sin anche, quando l’incoscienza e l’interesse degli uomini, lo esasperano al punto di chiudere Case, Chiese e Luoghi condivisi.

La scelta delocativa in genere ha come prassi storica l’incolumità, comunemente illustrata con la promessa di saper predisporre, nel breve di una stagione, un paese arbëreshë nuovo (?).

Quando tutti siamo ben consapevoli che la storia degli uomini non si compie in sunti catastali, scambiati per temi di gjitonia, illuminando l’immateriale degli uomini come si fa con i quartiere, i rione, o luogo comunemente vissuti di ogni genere, come se i paesi minoritari fossero luoghi del banco dei pegni dove imprestare, uova, lievito e vino.

Solo chi è sciocco può credere a ciò, a questi hanno preso impegno di fare ciò, sappiano che “l’architettura storica” non è come un villaggio turistico, un centro commerciale, un parco di divertimento, solo perché scimmiotta geometrie, diffusamente piane inclinate o arcuate in forma di carene rovesciate.

La storia non deve ridursi in sintesi volumetrica, privando i mal capitati abitanti del fattore tempo, quest’ultimo il regista naturale che dirige, i flussi dell’energia naturale per modellare gli elementi costruiti, di luogo e di uomini, secondo caratteristiche intrinseche ed estrinseche irripetibili.

Non si possono abbagliare le persone umiliando gruppi familiari di gruppi minori, a inchinarsi e disconoscere se stessi oltre la propria radice identitaria.

Alla luce di questi brevi accenni è indiscutibile che un Katundë o un Kastrjonì rimane sempre arbëreshë, assieme agli ambiti orografici, pur se questi sono considerati pericolosi e pronti a scivolare a valle; specie se dopo poco tempo, nonostante si continui ad ostinarsi a vietarne l’accesso negli ambiti dell’antico centro antico, a monte si allestiscono parchi eolici, che non certo confermano le teorie delocative imposte, per eventi non naturali certamente prossimi!

Per usare un eufemismo è bene sapere che pur se titolati, quanti ambiscono a inerpicarsi nei trascorsi storici di minoranza, deve avere il quadro completo di cosa voglia vedere, assaporare, toccare ascoltare e sentire; non può immaginare che uomini paesaggio tempo e natura, nel corso dei secoli si possano sintetizzare in una favola in una canzone o nei tratti desertici dell’Algeria.

Valga di esempio il Katundë di Ginestra degli Schiavoni in provincia di Benevento, i cui trascorsi ricordano che dopo essere stati fortemente caratterizzati dalle consuetudini arbëreshë, di matrice Greco Bizantina, innalzando l’agglomerato per secoli, anche a scuola religiosa e formare clerici sino alla fine del concilio di Trento.

Il Katundë di G.d.S. dopo essere stata spogliata della sua istituzione religiosa, ha smarrito sin anche l’espressione idiomatica, ciò nonostante dopo circa un secolo, il prete latino, cui era chiesto, da uno storico locale, se il paese avesse conservato elementi caratterizzanti la minoranza, faceva notare che non vi fosse rimasto nulla.

Tuttavia aggiungeva, che nonostante la popolazione usasse la lingua di macro area locale Beneventana e seguisse le ritualità latine, trovava strano, l’onorare i morti e altre ritualità, secondo consuetudini non contemplate dal calendario Latino.

Ginestra d.S. è stato luogo di studio nel 2017, per questo, attraverso le sue pietre angolari, rioni tipici, collocati come era consuetudine arbëreshë.

Infatti sono stati intercettati media collina dove è allocato il paese, la chiesa e il suo rione clericale, cui era accostato il rione detto promontorio, il labirinto e gli spazi di espansione facilmente identificabili come sheshi o luogo di confronto o movimento.

Ciò non lasci alcun dubbio sul dato che, pur se da oltre due secoli non si conservano valori identitari riferibili all’idioma, la radice urbana e il valore territoriale, secondo le fondamenta arbëreshë, continuano riverberarsi senza mai perdere la via maestra.

Gli esempi in tale orientamento sono molteplici e comunque servono a rilevare che un centro antico di radice arbëreshë, rimane sempre tale anche quanto l’identità idiomatica si smarrisce, per eventi sociali o religiosi imposti a seguito delle conclusioni di Trento.

Vero è che nonostante una moltitudine di Katundë, sia stata impoverita della matrice religiosa, lo parla ancore in un numero di Agglomerati pari al settantacinque per cento di un totale di circa 110 Katundë, il rimanente venti cinque percento segue le direttive religiose importate anche se trasformate in bizantine di lingua arbëreshë.

Tuttavia tutti i paesi, altri si potrebbero individuare con studi mirati, conservano l’impianto urbano e architettonico identicamente intatto, riconoscibile all’impianto e dall’orografia tipica a soddisfare le consuetudini di questa straordinaria minoranza.

Oggi è giunto il tempo di confrontarsi sulla legge 482 del 99, correggere gli errori, integrando nuove esigenze pervenute, ma più di ogni altra cosa, rilevare che la minoranza italiana, non è “Albanese” ma Arbëreshë.

Occorre produrre protocolli identitari senza protagonismi e ben comprendere che: ogni manifestazione, deve essere allestita coerentemente con quanto di storico ancora possediamo, compreso l’unico elemento artistico ereditato dalle generazioni passate; il costume arbëreshë, e terminare lo stillicidio di vestizione, che sarà a breve argomento di una pubblicazione, giacché solo nel vedere come è allestito, esposto o indossato, dire che lascia perplessi è un eufemismo.

Per questo occorre migliorare le disposizioni delle leggi regionali che non sono solide al punto di caratterizzare i centri arbëreshë, al fine che al viaggiatore errante possano apparire, credibili, unici e senza porte ventose medioevali che spazzano e rendo irriconoscibili gli ambiti della storia.

Disporre che l’appellativo dei centri minori qui trattati sono i “Kastrjonì o Katundë” non Borghi! quest’ultimo, in specie appartiene ad altri popoli, disposti più a nord e comunque non nei tempi e nei luoghi, secondo le esigenze culturali delle genti di radice, Arbanon, Arbëri e Arbëreshë.

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C’ERANO UNA VOLTA

C’ERANO UNA VOLTA

Posted on 13 ottobre 2020 by admin

cera un voltaNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Voglio raccontare la regione storica arbëreshë, non per come va verso l’estinzione, ma per quanto è stato realizzato dai suoi figli, al fine di renderla talmente solida da consentirle di riverberarsi identicamente sino a divenire un modello unico di solidità culturale.

Si da inizio a questo breve, seguendo una via che non da merito, ai divulgati in forma di favole, il cui  fine voleva comporre una parlata identitaria infima per unire arbëreshë e Arbanon rimasti in madrepatria, non si sa a quale titolo o scopo, se si esclude il velleitario progetto turco.

Non parlerò di ambigue figure, giullari, alchimisti e operatori culturali economici, giacché, si ritiene che non debbano apparire, ma sciogliere e imbibire le radici, come fa la neve quando spunta il sole.

Tratteremo di generi nello specifico del corpo umano, gli organi che lo compongono, l’ambiente e la natura che lo accoglieva, per renderlo parte del sistema naturale; la radice da cui si diramano le forme idiomatiche più antiche in esclusiva forma orale.

Racconteremo come essi edificarono e come depositarono, consuetudini antichissime, oggi alla base dei principi sociali più moderni, delle grandi città e metropoli.

Parleremo di Kastrijoni, l’insieme di Sheshi, il modello urbano aperto e composto di Uhda, Rruga, Shëpi, Kopshëti e Gardë, il labirinto, modellato prima dalla natura, poi dagli uomini per generare il luogo dei cinque sensi: Gjitonia. 

Inquadreremo, l’unica forma artistica arbëreshë: il costume nuziale, realizzato sulla base storica di antiche credenze identitarie greco bizantine, le stesse che con grande perizia sono racchiuse in quelle vesti di filamenti, colorati, porporati e dorati.

La figura femminile, l’emblema della crescita, nell’indossarlo durante la finzione matrimoniale religiosa e nel seguito  diventa  espressione dell’unione, una diplomatica identitaria, per la continuità generazionale.

Saranno trattate le indagini “onciarie”, in specie quelle iniziate alla fine del XVII secolo, quando la direzione generale del Regno di Napoli, si rese conto, dell’avanzare di una nuova classe che non aveva né attitudini, né capacità per amministrare e tutelare il territorio, ma produrre solo interesse privato.

Divulgheremo i modi in cui la direzione generale a Napoli aveva preso consapevolezza di ciò e dell’assistenza di una numerosa e folta schiera di “faccendieri locali” che dirottavano, risorse notevoli, per i loro personali interessi a scapito del territorio che subiva e incassava perdite che ormai non erano più trascurabili.

Così come avevano già fatto gli uomini della regione storica,  dopo i periodi di scontro e di confronto con le genti indigene, terminati alla fine del sedicesimo secolo.

Lo stesso periodo in cui anch’essi volsero lo sguardo verso il futuro, guardando, pensando e pianificando secondo le consuetudini e le regole sociali e religiose, importate dalla terra di origine e in arbëreshë.

Questo è un dato fondamentale, in quanto, nello stesso periodo in cui erano terminate le trascrizioni onciari, si dava inizio alla formazione culturale degli arbëreshë attraverso l’Istituto Corsini, prima in San Benedetto Ullano e poi espandendosi, grazie alla florida Scuola Napoletana, di estrazione bizantina, in tutto il regno e in particolare nel Vulture in Lucania e nella provincia citeriore calabrese nella sede di Sant’Adriano, sino a che  Sofiota.

Sino a quando non si metteranno in riga, rispettando senza alcun campanilismo il ruoli dei Rodotà, i Bugliari, il Baffi, i Ferriolo, i Giura, i Torelli, lo Scura, a tal proposito si vuole sottolineare, a quale traguardo si mira, quando si parla di altre figure di irrilevante spessore, nel disquisire dell’istituto Corsini quando venne affidato alla scuola Sofiota in Sant’Adriano.

Sono, San Benedetto e Sant’Adriano i due poli che dalla meta del XVII secolo, sino all’unità d’Italia creano quella solidità culturale e identitaria che non trova più eguali.

Nonostante l’intervallo è da considerare come il culmine dell’ascesa culturale degli Arbëreshë in Europa, indirettamente anche per gli Albanesi dormienti.

Oggi se dovessimo esporre cosa abbia alimentato quel glorioso periodo culturale, della regione storica, non troveremmo nessuna pubblicazione che restituisca una dignità storica, se non divagazioni campanilistiche senza senso, in altre parole una calca culturale dove si cerca di sollevare la propria bandierina più in altro possibile rispetto agli altri.

Ciò nonostante, nessuna istituzione si è mai prodigata a produrre una ricerca unitaria e condivisa relativamente, a quale fosse l’impegno preso dagli arbëreshë e per quale ragione essi si siano insediai, secondo precise arche, scontrati e confrontati con le genti indigene e i regnanti, portato a buon fine onorevolmente secondo la “BESA”fatta, persino andare oltre, suggellando la perfetta integrazione all’indomani del 1861.

Alla luce di tutti questi temi assieme ad altri non di minore importanza si vuole sottolineare che siamo giunti alla fine dell’estate Arbëreshë del 2020 e tra poco più di un mene, inizia l’inverno, la seconda delle stagioni arbëreshë.

Sono proprio questi pochi mesi che la mente degli arbëreshë, oggi come allora, assorbe tutta la forza fisica, di quanti si sentono figli di questa minoranza, per pianificare e porre in essere il futuro sostenibile della regione storica.

A questo momento di rinascita sono invitate tutte le categorie amministrative, affinché pongano in essere attività progettuali che mostrino un solido futuro per la minoranza.

Il dovere vi impone di consolidare adeguatamente, quel tragitto consuetudinario che per la sua solidità, dall’unità d’Italia ha consentito la continuità della minoranza, grazie alla Inerzia Culturale, che oggi chiede nuova energia.

Ora è giunto il tempo di cambiare e se non si predispongono le giuste misure in questi mesi, termineremo con lo smarrire quelle preziose direttive di integrazione che giacciono indifese nei vostri ambiti territoriali di macroarea; gli stessi che tutta l’Europa cerca e non può, ne capire e ne vedere, perché tramandati in consuetudini orali arbëreshë.

Oggi si dice di caratterizzare valorizzare e porre a dimora le radici del passato, le stesse che il più delle volte si millanta di conoscere e per distrarre gli spettatori si finisce di strimpellare sonorità, portati da corone, offrendo  per completare l’opera, prodotti di scarsa qualità, scambiandoli con quelli dei micro ambiti.

Si parla di costumi, si vestono ragazze, si fanno e si cercano immagini, come se questi fossero la medicina per guarire da mali o ricongiungere arti deformi, per questo è palese lo stato di fatto e sino a quando non sarà predisposto la metodica capace a rendere comprensibile i messaggi contenuti negli ambiti minoritari, continueremo irreparabilmente a disperdere quanto di più prezioso possediamo.

Oggi si va alla ricerca di foto, documenti e onciari, incapaci di proiettarli nel territorio e ricostruire la memoria perduta, sfracello generalizzato imposto, sostenuto e valorizzato pure da una grossa fetta della politica per ricevere consensi.

Fortuna vuole che chi sia partito per studiare, conserva memoria e valori culturali, perché solidamente formato in quelle fucine consuetudinarie che sino agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso funzionavano a pieno ritmo.

Ciò a fatto si che una solida generazione abbiano compreso che inchinarsi a indagare, pur ricevendo sarcasmo, non è un pegno troppo grande da sostenere, ma una risorsa intelligente a favore degli ambiti costruiti e naturali della regione storica.

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IL COSTUME E L’IMMUNITÀ DI GREGGE

Protetto: IL COSTUME E L’IMMUNITÀ DI GREGGE

Posted on 06 ottobre 2020 by admin

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QUANDO L’INDAGINE PER LA VALORIZZAZIONE E’ IL FRUTTO DEI COMUNEMENTE;

QUANDO L’INDAGINE PER LA VALORIZZAZIONE E’ IL FRUTTO DEI COMUNEMENTE;

Posted on 01 ottobre 2020 by admin

DSC_34NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – I beni tangibili e intangibili del patrimonio culturale della minoranza storica arbëreshë, avrebbero dovuto esse considerati indistintamente, eccellenze da tutelare, dopo essere state opportunamente catalogate, nelle forme e nei luoghi dove si sono sviluppati secondo le esigenze degli uomini e del tempo.

Ciò nonostante “i detti saggi generali” hanno preferito seguire la deriva del mono tema, tralasciando progetti, in grado di predisporre strategie di sostenibilità, accomunando l’intangibile con il modello abitativo minoritario di base, in ogni loro aspetto caratterizzante.

Alla luce di ciò “i saggi” saranno ricordati, nei secoli a venire, per lo spreco di fondamenti andati dispersi o espressi senza adeguata cognizione, in specie l’esperienza abitativa; la culla, dove è stata allevata la radice identitaria della minoranza nel corso dei secoli.

Ciò nonostante la cosa che più duole si racconta nel fatto che non è stato un momento di sbandamento o di perdita della retta via, ma una scelta politica studiata a tavolino, il cui fine mirava a lasciare al libero arbitrio, la fonte primaria d’insediamento, nonostante apparisse evidente l’importanza del modulo abitativo tipo e della sua radice nel corso dei secoli.

E nonostante quest’ultimo, assieme all’ambiente naturale abbiano contribuito, in maniera fondamentale, al riverberarsi identicamente nel tempo della propria tradizione identitaria, le vicende storiche della minoranza arbëreshë, cono state considerate irrilevanti e per questo imprestato dalle genti indigene.

La deriva cosi sostenuta e voluta ha finito nel ritenere quale elemento complementare lo studio e l’analisi storica dell’architettura minore, ovvero l’ambiente costruito secondo le necessità del luogo naturale, senza porre alcuna riguardo per i valori in essi conserva o contenuti, sicuramente difficili da interpretare da comuni ricercatori, questi in specie ha  portato lo scrivente, da diversi decenni a lamentare la carenza di studio in tale disciplina o direzione dirsi voglia.

Un campo lasciato al libero arbitrio, dove a germogliare è stato la faciloneria diffusa di studiosi contemporanei senza alcun titolo specifico, i quali ritenendosi eccellenze incontrastate e forti della loro posizione politico/culturale, hanno assunto verso questa storica disciplina un atteggiamento molto soggettivo, tradottosi nel breve di un decennio, in supervalutazione delle influenze architettoniche maggiori, calettandole gratuitamente  nell’intimo del costruito Arbëreshë.

Una diffusa compagnia di non titolati della storia dell’architettura ha immaginato modelli costruiti all’interno dei centri antichi, quali manufatti realizzati nel tempo di una stagione, come avviene in epoca moderna, collocandoli e stimandoli come elementi di una circoscritta e ben definita parentesi storico edificatoria.

A tal proposito e per meglio comprendere il discorso è opportuno fare una premessa; notoriamente gli arbëreshë quando riferiscono di una casa, una dimora o manufatto architettonico in generale lo pronunzia al plurale, ad esempio, la casa di Bugliari è detto le case dei Bugliari (shëpitë e Bulërveth).

Ciò è riferibile al corso del tempo, in quanto, la casa, nata sotto forma estrattiva si era evoluta nel tempo sino a diventare prima manufatto additivo a piano terra, poi  elevato in altezza e in fine diventare espressione nobiliare, ovvero le diverse case che avevano avuto nel corso di cinque secoli una ben identificata famiglia, cambiata con le vicende sociali del tempo e dell’economia crescente secondo le dinamiche e le necessità di quel ben identificato gruppo familiare.

Genericamente oggi si rende merito al paese arbëreshë e agli ambiti dove si parla l’antica lingua ritenendo che dove questa non si riverbera più, quell’ambito è magicamente diventato indigeno, come se si fossero volatilizzati per incanto i trascorsi della storia tra uomo e ambiente costruito.

Ebbene non è così, in quanto un ambito abitato per secoli dalla minoranza, non smette di essere un luogo segnato solo perché non si parli l’antico idioma, come se fosse vera la leggenda dello Skirrò, che senza alcun rispetto o vergogna diceva, che la “sua arberia” era dove due arbëreshë si erano fermati a parlare per poi partire, in poche parole untori di territori.

Come se i membri della minoranza fossero untori seriali di territorio, per il loro modo di colloquiare spargendo saliva e chissà cosa altro, fortunatamente non è così, giacché, la stria ci da meriti più consistenti e di altra natura.

Prendendo spunto da questa volgare affermazione si può dedurre che un termine più razzista, omofobo e privo di alcuna consistenza storica e spregevole poteva essere partorito dall’inadeguatezza dell’uomo.

Egli sin dalla notte dei tempi ha avuto tempo per migliorarsi per poi prendere la china e distruggere quanto innalzato e se volessimo fare una disamina di quanto dura questo principio, ci sono grandi margini entro i quali avrebbe potuto correggere tale affermazione, tuttavia si continua imperterriti su tale deriva, e non si fa errore nel ritenere questa, la più ignobile e denigratoria affermazione che, la storia ricordi.

Gli arbëreshë hanno una tradizione di accoglienza e di principi sociali, consuetudinari che farebbe invidia alle più moderne società avanzate ideologiche e di pensiero, essi non sono un’utopia, sono realtà culturale, che si riverbera da secoli nel silenzio delle ideologie di partito, ritenendo che la magia della loro esistenza è racchiuso nel loro modo autonomi a rispettosa dello stato shëshi.

Ritenere che la regione storica arbëreshë sia fatta esclusivamente di espressione idiomatica, associata alla consuetudine alla metrica canora e alla religione greco bizantina è un errore storico senza eguali, in quanto il vetusto ed irriverente enunciato, è un prodotto alchemico studiato a tavolino, senza avere consapevolezza di luoghi, immaginando che solo i prodotti archivistici e scrittografici possano delineare il corso della storia.

L’unico e solo progetto d’indagine tiene conto degli ambiti attraversati bonificati e costruiti dagli arbëreshë, la vera espressione scrittografica, fatta di solchi colmi di sudore e sangue sulla terra dove essi fermarono per essere utili e uniti con gli indigeni.

Le case arbëreshë non sono le case kotra o le Albanesi  kulla, in quanto la prima non esiste, in quanto un mero abuso edilizio realizzato con materiali delle industrie negli anni del dopo guerra del secolo scorso; mentre la seconda è un elemento fortificato del XIX secolo, quando gli albanesi preferirono allocarsi nelle zone più a valle pianeggianti, e per difendersi realizzarono questa sorta di fortino verticale che non fa parte della storia degli insediamenti collinari.

La casa tipica degli arbëreshë è un modulo tipo che ritroviamo in tutti i cento dieci paesi che formano la regione storica, e quando di questo modulo tipo, non vi sia traccia, basta indagare abitazioni più recenti, per trovare al suoi interno la perla abitativa, come quando si separa  lo scafo di un’ostrica.

I Kastrijonì (i Paesi o Katundë, dirsi voglia, ma non Borghi) erano dunque, un’unità territoriale, con una società organizzata secondo radice antichissima, dove trovavano dimora i meccanismi istituzionali in grado di preservare tutti gli aspetti immateriali.

Sono questi ambiti a divenire vere e proprie purpignere, che dal XII secolo, sono state in grado di consentito alla radice, importata dalla terra di origine, di fiorire e riverberare quegli elementi che senza uno sheshi, senza una casa non avrebbero avuto modo di durare tanti secoli. 

Il modello in origine limitava persino di contrarre matrimoni all’interno del proprio ambito e tra gruppi esterni e comunque indigeni. 

La tutela e la valorizzazione dei Kastrijonì Arbëreshë e Albanesi, attraverso un’attenta analisi degli elementi giunti sino ai giorni nostri, è ancora in grado di fornire una traccia solida, che nessun documento è in grado di fornire.

Ciò ha fatto nascere negli ultimi anni la conseguente necessità di pervenire alla conoscenza delle tipologie in grado di offrire risposte alle vicende del passato ponendo in analisi l’edificato delle varie epoche, associandole a forme di dimore prima estrattive e poi additive.

Esse sono riscontrabili in specie negli insediamenti nell’Epiro nuova e nell’Epiro vecchia, relativamente al tardo medioevo, poi in seguito, dal XV secolo, in quelli arbëreshë del meridione italiano e di tutta la fascia del’entroterra collinare adriatico.

Le capitolazioni, che per il loro significato sono un atto di sottomissione non possono riferire della storia degli arbëreshë, ma le pietre si; tanto meno la possono rilevare i catasti onciari, questi per i presupposti secondo cui vennero realizzati a dare risposte alla questione meridionale, essa rimane viva e pietosamente frena ogni ambito del sud, diversamente dai paramenti murari che raccontano, con le loro consistenze verticali, orizzontali, inclinati e i tipici affacci, come si trasformava i paesi minoritari.

Per terminare questo breve è bene ricordare che gli storici dell’architettura sono una cosa, quanti corrono per fotografare documenti sono altra cosa, comunque risultano essere più affidabili i primi, gli unici in grado di collocare adeguatamente nel progetto della storia, cosa e chi ha vissuto quella terra.

 

P.S.  Se siete documentaristi ed esperti lettori della Regione storica arbëreshe, scrivete un libro basandovi su questa immagine: ma devono essere almeno mille pagine se siete veramente bravi.

L’immagine non sta in archivio ne in biblioteca e ne in un museo, la trovate in Via lëm letiri a Santa Sofia.

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L’ORIZZONTE CON LA STELLA DEL GARBO E DEL SENSO

L’ORIZZONTE CON LA STELLA DEL GARBO E DEL SENSO

Posted on 24 settembre 2020 by admin

195NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Se tutte le cose hanno un’origine, uno svolgimento e un ricordo duraturo, nel corso dei secoli, anche per il costume tipico della Regione storica Arbëreshë, vale il principio.

Comunemente replicato nella macro area delle miniere e in quelle del pollino, esso ha la sua origine nel mandamento dei comuni di: Spezzano Albanese, Santa Sofia d’Epiro, San Demetrio Corone e Spezzano Albanese.

Ancora oggi giorno, un buon osservatore  può trovare questa radice, sia per il modo in cui viene indossato e sia con il garbo, la delicatezza oltre al buon gusto per il quale si dispongono, le vesti, per rendere merito a questa opera irripetibile.

Indossare un costume arbëreshë è un atto complicatissimo e riuscire nell’impresa non è una cosa da poco o alla portata di tutti, per questa ragione, negli ultimi venti anni non si commette errore nell’affermare che solo due ragazza sono state vestite esponendo il costume arbëreshë, nel rispetto dell’antico protocollo senza eccessi o restrizioni di sorta.

Questa non è la conclusione, scientemente realizzata seguendo con dovizia di particolari un numero elevatissimo di manifestazioni ed eventi posti in essere; quale architetto ricercatore, con esperienza cinquantennale, in quanto va considerato principalmente il dato di essere vissuto a fianco di mia madre, che per una consuetudine di natura genetica della sua famiglia, mi relegò al suo fianco per molto più del mio primo decennio di vita.

Lei, una delle ultime tutrici del protocollo di vestizione, e non lasciava mai nulla al caso, specie quando doveva vestire giovani ragazze, con il suo abito nuziale, non c’erano ragioni per dare atto alla vestizione, se non era positivo l’esame metrico a misura parallela e dei tre requisiti di riferimento.

Da questo breve accenno che è solo la base del principio di vestizione, è palese sostenere che negli ultimi venti anni solo due le ragazze, possono vantare di aver indossato ed esposto con garbo educazione e sostenibilità, il costume tipico della Regione storica Arbëreshë.

Generalmente, confermata l’altezza, piede, fianchi e spalla, comparata la corporatura si dava avvio alla vestizione e dove le rotondità fisiche mancavano si riparava depositando frammenti di stoffa o tovaglie sapientemente camuffate tra corpo e l’abito.

Diversamente avveniva se le dimensioni erano fuori misura o abbondava rispetto al vestito,  sia in altezza e sia nello sviluppo formale del corpo, in quel casi si riferiva che il costume era stato depositato da poco e non poteva essere rimosso.

Un espediente spesso adoperava per evitare una cattiva vestizione; negazione gentile per non essere irriverente verso quelle preziose stoffe ed esporre alla berlina la natura formale di quella ragazza e violentare stolitë.

Sono numerosi i casi in cui, ciò,purtroppo avviene comunemente, in numerosi eventi, a quel punto il ricordo va a  quelle “sagge vestitrici” che non approvavano in alcun modo queste false vestizioni e per evitarle arrivavano al punto di negare di possedere il costume.

Tornando alle due notizie buone, esse si possono rievocare rispettivamente: nel Caso Sofiota di Martina L. e  Spezzanese di Filomena N.;

  • la prima vestita dalla madre Mariella L., rifinita dalla Signora Mariuccia R. cresciuta sotto le direttive di una saggia Sofiota, questa vestizione ho avuto modo di possederla nel 2014 e la scelsi come prima slaid di una relazione tenutasi a Firenze; una sala rumorosa di vociferare disinteressato di chi mi aveva preceduto, improvvisamente appena proiettata la foto nel maxi schermo e il silenzio invase la sala e la narrazione della storia arbëreshë ebbe inizio;
  • la seconda vestita dalla madre Caterina P. la cui madre risulta essere una delle sarte più sagge di Spezzano, tra le pagine di Arberia Web Tv, nei giorni scorsi, ho trovato quest’altra immagine, esempio positivo di vestizione, portamento e garbo, in oltre considerato che viviamo nel 2020 il punto più buio della vestizione, l’esempio mi lascia ben sperare.

Da questi brevi accenni si può notare che le tradizioni consuetudinarie non sono un’invenzione, o qualcosa che si può predisporre sulla base di sentito dire o improvvisazioni prive dei minimali requisiti di senso; esse sono e devono essere il risultato di lasciti tra generazioni e non è un caso, che quando questo avviene, si può dire che tutti hanno fatto il proprio dovere nel corso della propria esistenza.

Comunemente quanti non sanno e non hanno consapevolezza di cosa si discuta e di cosa si voglia tutelare, preferiscono le vie di fatto, definendo quanti cercano di dare respiro alla consuetudine e alla storia degli arbëreshë, “devastanti”.

Certamente è preferibile essere ritenuti  “devastanti Arbëreshë con Laurea di Ragione” , che condannati comuni nel girone dantesco della vostra dell’Arbëria, dove da troppo tempo il fuoco distrugge e devasta ogni cosa.

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ALLA RICERCA DELLE IMPRONTE ARBËRESHË; IL POPOLO CHE NON USAVA SCRIVERE

ALLA RICERCA DELLE IMPRONTE ARBËRESHË; IL POPOLO CHE NON USAVA SCRIVERE

Posted on 03 settembre 2020 by admin

CatturaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Gli enunciati identitari comunemente diffusi all’indomani della pubblicazione in G.U della legge 482/99, prima durante e dopo le conferenze culturali con tema, Gjitonia, erano il seme dei trentatré alfabeti, citati da Norman Douglas, circa un secolo prima.

Fece seguito il sancito, secondo cui erano fuori dalla cultura identitaria quanti non avessero utilizzato uno degli alfabeti, per produrre componimenti di specie con tomi, volumi e tascabili, scritti in arbëreshë.

Lascia dir poco perplessi la teoria secondo la quale sono ritenute eccellenza solo gli scrittori; come se, chi si è distinto in discipline umanitarie, scientifiche, politiche, economiche e di ogni genere sia ritenuto al pari di un contadino capace di usano la zappa per far male ai piedi.

A tal proposito è più ragionevole sostenere tutto l’insieme delle figure distintesi all’interno del modello territoriale, denominata Regione storica diffusa Arbëreshë, senza discriminare quanti ritenevano opportuno solo parlare, l’antico idioma, e nel frattempo partecipare come eccellenza alla cultura e alle innovazioni in senso più generale.

Sono proprio queste figure a distinguersi, anzi raggiungere la vetta degli itinerari di formazione, in numerosi campi, rendendo merito con il loro lume, alla regione storica, specie nei salotti culturali più in voga di tutto il vecchio continente, dal settecento e sino ai giorni nostri; oltremodo condividendo i risultati, con quanti, della popolazione indigena intuirono la loro potenzialità.

Non si possano ritenere, eccellenza della regione storica, solo quanti si sono applicati comunemente a scrivere un antico codice identitario e ancora oggi dopo sei secoli di tentativi, nessun ritiene imitarli; nonostante, nella capitale del regno, più volte eccellenze più formate in campo della diffusione culturale, nel corso dell’ottocento, abbiano redarguito ragionevolmente, con la matita blu i provetti divulgatori.

Quanti hanno dato lustro alla regione storica, in senso di scienze, matematica, ingegneria, economia, musica, letteratura oltre ad aver tradotto antichi testi Greci e Latini, spargendo primati di miglioramento diffuso e comune convivenza, non sono stati certo quanti si dimenava a scrive un parlato antico senza mai raggiunger u traguardo plausibile.

I veri eroi della regione storica, del meridione italiano, sono proprio quanti sono riusciti a portare il proprio ingrgno, quale germoglio d’integrazione nella terra ritrovata, condividendo i risultati con i fratelli indigeni.

Risultati ottenuti non con mezzi di alta tecnologia o con apparati di elevata caratura, ma solo ed esclusivamente con la forza del loro sapere.

Le stesse che oggi mantengono primati e sono alla base di studi e ricerche, come la questione meridionale che sin dalla metà del sedicesimo secolo era argomento di studio, giacché luoghi depressi e senza un futuro, nonostante il territorio garantisse ottime possibilità di rilancio.

Se analizziamo gli eventi storici, dalla fine del seicento, quanto ormai i processi integrativi, prima di scontro e poi di confronto erano stati dissipati, vano rilevate le evoluzioni antecedenti, il decennio francese sino all’Unità d’Italia.

Sicuramente senza tralasciare gli elementi più rilevanti della riforma che miravano alla configurazione territoriale delle istituzioni amministrative, i cu processi governativi definitori delle élites, furono scossi assieme a quanto radicato come solida eredità iniziò a sgretolarsi.

Soprattutto per il Regno di Napoli, anche se, gli studiosi hanno comunemente rivolto la propria attenzione verso i meccanismi amministrativi della regione, trascurando in questo modo, cosa e come abbia caratterizzato la configurazione orografica, con l’applicazione delle ormai collaudate leggi francesi del ventotto, ventoso, anno VIII.

Che sino allora fossero state ritenute marginali i legami tra territorio, strade, in specie l’apporto che queste esercitavano sull’architettura, il paesaggio e la nascita oltre all’evoluzione degli insediamenti abitativi era un dato di fatto.

Solo di recente, anche nel campo degli studi meridionali, è emersa la necessità di occuparsi del territorio inteso come apporto fondamenta della trasformazione in atto, la cui orografia ha reso possibile sistemi e modelli di tutela e residenza; una nuova analisi, dove il lungo diventa capitolo introduttivo, maglia evolutiva del meridione.

Il nuovo stato di analisi e di ricerca si presenta come fioriera di grande novità, nel panorama degli studi meridionali, le ricerche finalmente aprono nuove riflessioni, radiografando gli insediamenti e gli eventi che hanno innescato l’evoluzione, riverberando aggregati urbani e sociali, solidarizzati nel rapporto dell’ambiente naturale in armonia con il costruito.

Per contribuir a rendere possibile questo nuovo modello di analisi ed evoluzione sociale, contribuirono in calabria citeriore le strategie partenopee messe in atto dal gruppo capeggiato da pasquale bassi di Mons. Bugliari, del Belusci seguite e poi fatte proprie nel decennio francese dal Masci, che al seguito di Murat poté mettersi in mostra.

Tutto ebbe inizio con i rapporti che il Baffi intrecciò con i massimi esponenti della cultura europea dalle quali scaturì il progetto di trasferire il collegio a Sant’Adriano per creare un polo di formazione solido in quel nocciolo duro delle aree depresse della Calabria citeriore, stimando con dovizia di particolari le possibilità che offrivano strategicamente quelle terre se idonea mente condotte da eleggibili del popolo liberi da pensieri élitari .

Un quadro geografico feudale da cui emergono strutture amministrative, nei primi decenni, del Seicento, della fiscalità dei casali e le richieste di autonomia in occasione delle disposizioni per la stesura dei catasti conciari.

Avendo come riferimento la legge del 14 dicembre 1789 in discussione, prima di stendere la maglia dipartimentale, visto la necessità di sostituire con istituzioni più solide le municipalità nate nel caos dei mesi precedenti la rivoluzionarie, fu determinato un limite demografico sotto il quale non si sarebbe potuto costituire il comune.

A tal fine furono indicati in 4 – 5 mila abitanti, i cui fine coltre che amministrativo sottraeva i piccoli insediamenti alla facile influenza della chiesa e della nobiltà locale.

Oltre a questo dato di rilievo, si cercava un sufficiente numero di cittadini, attivi e reclutabili, per l’amministrazione della comunità, un sufficiente numero di eleggibili induce la costituzione ad accorpare le comunità locali con una popolazione inferiore ai 5 mila.

Fanno parte di questa nuova strategia di accorpare le aree geografiche con simili consuetudini, le disposizioni di Carlo IV per lo studio dei costumi tipici nel 1783, da cui ha origine il costume tipico arbëreshë, lo stesso che ancora oggi è l’emblema della minoranza e contiene tutti i componimenti religiosi e consuetudinaria.

Mi riferisco al costume del pentagoni di Spezzano, Santa Sofia, San Demetrio, Macchia e Vaccarizzo, il solo costume rappresentativo della minoranza; ma questa è una storia più complessa e richiede una trattazione specifica e dettagliata, in tutti i suoi caratteristici originali e irripetibili, componimenti sartoriali.

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LE MINORANZE STORICHE APPRODI AVVANTAGGIATI RISPETTO LA MAGGIORANZA LOCALE

LE MINORANZE STORICHE APPRODI AVVANTAGGIATI RISPETTO LA MAGGIORANZA LOCALE

Posted on 27 agosto 2020 by admin

PesteNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – La pandemia non sconfitta, si è insinuata nella nostra vita e per certi versi ne fa parte, tracciando, per questo scenari nuovi, secondo cui le attività sociali vanno riviste a nuova misura secondo un ipotetico, e non ben definito distanziamento fisico, igienico con le cose, riconfigurato nel rapporti tra ambiente naturale e ambiente costruito.

Ciò ha penalizzato a dismisura gli agglomerati in senso di metropoli, città e paesi di varia caratura, in ogni dove, ponendo tutti nella stessa linea di partenza, dal punto di vista economico, dei servizi e della partecipazione sociale.

Degli ultimi fanno parte i noti agglomerati storici detti minori come i Katundë arbëreshë dell’Italia meridionale.

Tutti ancora fermi sulla linea di partenza, a misurare distanze, paure ed economia, immaginando che ciò non estenda la pandemia anche in senso economico.

Certamente dei modelli costruiti delle urbe moderne quelli che hanno più possibilità di ripartire velocemente e che dovrebbero avere una corsia preferenziale sono proprio i centri detti minori, di cui fanno parte i Katundë Arbëreshë.

Potrebbero diventare proprio questi i modelli ideali, dove provare strategie future di convivenza sociale, senza impegnare somme esose, che se distribuite in anfratti metropolitani dove il controllo sfugge e non si comprende l’efficacia, con costi di altra misura economica.

Chi si dovesse trovare a dirigere questi piccoli centro, oggi o tra qualche settimana per il rinnovamento elettorale previsto, se idoneamente coadiuvato, potrebbero predisporre strategie di confronto secondo protocolli di facile attuazione, in quanto, veri e propri laboratori di ricerca.

Sia dal punto di vista degli uffici pubblico, sia dei presidi scolastici, oltre a tutte le attività commerciali e ogni genere che diversamente dalle metropoli, dalle città e i gran centri urbani non possono essere sottoposte a controllo.  

Nello specifico i paesi di origine arbëreshë potrebbero diventare laboratori a cielo aperto e attuare prove di del distanziamento sociale più opportuno secondo se si tratti di accoglienza, spettacolo all’aperto o al chiuso e ogni attività di promozione e divulgazione secondo il consuetudinario storico che ha superato, pestilenze carestie e ogni sorta di emergenza, senza mai modificare il rapporto, nel corso della storia, tra ambiente naturale, ambiente costruito e uomini.

Il razionalismo mai sfarzoso al chiuso, comunque sempre ventilato e temperato; strade strette, il cui rapporto con il costruito manteneva con espedienti naturali il valore di salubrità all’aperto.

Scelte strategiche che utilizzavano valori calibrati della forza eolica, solare e idrica; una sorta di labirinto in apparenza casuale, ma in realtà nato secondo canoni atti ad assicurare la vita di quanti all’interno di questi sheshi, continuavano a superare avversità di confronto, sia naturale e sia indotti.

Luoghi di convivenza che non sono stati mai abbandonati, sempre vivi per condividere gioie e dolori prospettando futuri di rivalsa sempre migliori.

Aggi si cerca il distanziamento sia fisico e materiale, si vorrebbero allargare strade case e palazzi, su quale base scientifica non è dato a sapersi, o meglio chi lo dice sicuramente non ha letto di storia o conosce gli avvenimenti del passato.

Quel passato che conferma con stati di fatto che nonostante la peste nera, la spagnola e ogni sorta di emergenza sanitaria vissuta, a nessuno è venuto mai in mete di abbattere il centro storico con pala e piccone, di Napoli, Firenze, Roma, Venezia o ogni capitale che di questi avvenimenti è stato teatro.

Dopo sei mesi di blocco, nessuno ha avuto il buon senso di alzare la bandierina per la ripartenza, sicuramente lo potrebbero fare per i piccoli Katundë arbëreshë come da seicento anni fanno e forniscono un nuovo modo di integrarsi e convivere con la nuova emergenza sanitaria, così come fecero con le genti indigene e i territori paralleli ritrovati riconoscendone da subiti limiti e potenzialità.

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ERA AD OVEST DEL PAESE LA DOGANA DEL BENVENUTO

ERA AD OVEST DEL PAESE LA DOGANA DEL BENVENUTO

Posted on 25 agosto 2020 by admin

Costa1NAPOLI ) (di Atanasio Pizzi) -Tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, Lalë Costa, abitualmente  riposava seduto su una panchina posta, in quello largo, davanti casa sua.

Un luogo di osservazione dove, lui, certamente aveva controllato i materiali e viste crescere le mura e gli orizzontamenti dell’agogniata dimora secondo i dettami più rappresentativi dell’architettura Sofiota.

Con l’ordine delle aperture al primo piano ad impronta dell’antico palazzo Arcivescovile locale e le modanature laterali a rilievo di intonaco a impronta bizantina.

La storica panchina, posta in quel largo, sul fianco orientale del vallone del monaco, dove per rendere più piacevole la quinta, e coprire la depressione naturale era stata piantumato un filare di acacie, che nel corso degli anni aveva realizzato in un’emozionante quinta naturale.

Lalë Costa era generalmente lì a salutare con simpatia chiunque usciva dal paese per recarsi a lavorare le terre e accoglieva quanti, tornavano con le membra stanche e affaticate, ma fieri del proprio operato .

Un luogo ameno noto a tutti, in quanto, ambito di attesa in senso di medicina, per l’attività dei figli e anche dal punto vista sociale, in quanto, luogo  di costruttive riflessioni e confronti.

Lalë Costa non era mai solo, perché essendo, la sua, il primo manufatto di rilievo del paese, era diventata come una sorte di  dogana dell’accoglienza e di benvenuto e lui, con sorrisi e gesta gentili, intratteneva passanti e amici che lì si fermavano o si recavano a discutere vivendo quel benefico anfratto.

La prospettiva principale erano le architetture rinascimentali del suo palazzo, ma non da meno era la vista del paese e delle montagne dell’Appennino citeriore, e i profumi e l’ombra che in tutto il periodo dell’estate Alessandrina offriva il filare di acacie.

Non commetto errore nel dire che non ci fu persona Sofiota che in quella panchina non si sedette almeno una volta sola e non ci sia stato gruppo di amici o gruppi di amiche, che in quel luogo ameno non si sia fermato a sognare futuri condivisi e unioni ideali.

Quel luogo è rimasto sempre vivo anche quando Lalë Costa non c’era più e la panchina era rimasta orfana dello storico personaggio.

Quella dogana di benvenuto termina di essere tale, quando il Dottor Carlo, figlio di Lalë Costa, passò prematuramente a miglior vita, lasciando lo spazio antistante nelle disponibilità pubbliche.

Agli inizi degli anni ottanta, il rinnovamento nel centro antico, in forma di abbellimento, ritenne più opportuno fornire uno spazio verde alla comunità, eliminando quella depressione naturale che faceva parte delle consuetudini locali.

Rigenerarlo e bonificarlo sarebbe stati più idoneo rispetta al dato che la comunità avesse urgenza di uno spazio verde progettato  per il centro storico, nonostante questo, fosse circondato di boschi, uliveti gelseti e vigneti senza soluzione di continuità; un po come a dire che il mare avesse bisogno di una goccia per sopravvivere.

Oggi rimane solo il ricordo di Lalë Costa, e di quel luogo di accoglienza semplice; le generazioni che hanno avuto la fortuna di vivere quei momenti, specie per il fortunato bambino che accompagnando i suoi genitori, viveva l’atto delle dieci lire e del conseguente corsa verso l’ambito gelato, gesti semplici ancora presenti nelle vive mente di quei bambini diventati adulti.

comunque restano i ricordi e ogni volta che si giunge nel vecchio centro antico, da ovest, nel piegare la nota curva, ti aspetti che da un momento all’altro ti appaiono i gelsi, la panchina e il vecchio Costa, che saluta con la mano e ti da il benvenuto; poi subito la realtà, tutto è cambiato.

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LA MINORANZA STORICA E LE SUE ECCELLENZE

LA MINORANZA STORICA E LE SUE ECCELLENZE

Posted on 17 agosto 2020 by admin

Fumo arbereshNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Affermare ancora oggi, che la minoranza storica arbëreshë sia passata indenne allo scorrere del tempo, perché ha vissuto lunghi periodi d’isolamento, è un teorema privo di senso.

Poi, credere pure che la sola espressione idiomatica è la medicina che guarisce ogni male di queste popolazioni non ha alcuna fondatezza scientifica, anzi si esalta il senso della banalità o della leggenda.

Cosi anche quanti appellano comunemente l’insieme della popolazione Arbëria (sinonimo di stato), poi la seminano  in ogni luogo, ritenendo che essa si trova dove, due o più parlanti s’incontrano e iniziano a parlare.

Alla luce di ciò è bene precisare che la minoranza storica, non va circoscritta esclusivamente nell’idioma, perché si finisce per sminuire l’apparato tangibile e intangibile, la vera piattaforma attraverso la quale si tramandare l’identità, priva di forma scritta e arte figurativa.

La forza nel tramandare di generazioni, è racchiusa nel consuetudinari che si produce tra madre in figlia e pare in figlio, consuetudini condivise e ripetute sino all’ultimo respiro del più anziano, per poi ricominciare.

Sono proprio gli ambiti, naturali e costruiti in conformità a esigenze per rendere solido e duraturo il modello esclusivo mediterraneo, che restituiscono l’unicum che fornisce il suo apporto agli ambiti economici e sociali del macro sistema, rimanendo intatto nel tempo, senza degenerazioni di sorta.

Ritenere che la minoranza storica sia un prodotto di esclusiva radice idiomatica, poteva essere un argomento utile e pregnante sino alla meta degli anni settanta, per scopi politici o di casta culturale nascente.

Se a quei tempi per un presidio di studio, si poteva volgere lo sguardo, tale teoria oggi assolutamente non può passare inosservata e lasciata libera di vagare!

Essendo stati aperti, nel frattempo che i presidi prendessero forma, nuovi stati di fatto, oggi è giunto il tempo di restituire dignità e una chiara visione di quanto realmente è avvenuto in sei secoli di tenuta culturale contro le tempeste dei riversamenti scritto grafici degli edificati del sordo e del settimo degenere.

Terminato il tempo di riversare o addirittura copiare delle altrui culture, questa è la stagione del riconoscimento identitario arbëreshë, chi ha la forza di seguire la china culturale con garbo e dedizione è il ben venuto.

Quanti diversamente credono di prendere parte armati di organetti e strumenti sonori discutibili, immaginando che battere il passo, sia indispensabile, sappiano che perdono il loro tempo e dovranno prima o poi pagare per il maltolto, con la propria coscienza, ammesso abbiano conoscenza di un tale frutto.

Non è concepibile, per questo, che ancora oggi si possa riferire che una minoranza sia il risultato di “un idioma”, pur se è consapevolezza diffusa nel riconoscere sia giusto studiare la totalità degli aspetti materiali e immateriali che la caratterizzano e la rendono parte integrante, anzi oserei dire, fondamentale di un ben circoscritto macrosistema culturale, economico e sociale di maggioranza.

Nel corso della storia, legare la caparbietà Arbanon al solo fuscello idiomatico è stato un adempimento paradossale, in quanto, esso rappresenta solo una parte di un albero molto più articolato e complesso, sia nella parte visibile fuori terra, e sia delle radici indispensabili a sostenerla e alimentarla.

I gruppi familiari allargati di Arbanon, hanno rappresentato nel corso della storia una macchina sociale ineguagliabile, capace di insediarsi in località o meglio in ambienti naturali ben adatti a riverberare il proprio modello, in cui i cinque sensi convergessero in armonia con i presupposti di allocamento ideali.

Un insieme finito composto da uomo, consuetudine e natura, caratteristica viva sino alla meta del secolo scorso e in buona parte ancora oggi si cogliere indelebilmente, attraverso la toponomastica storica e negli elementi  naturali e costruiti.

Identificare una minoranza storica, che riverbera con caparbia determinazione la propria identità dalla notte dei tempi, attraverso l’esclusivo tema idiomatico, non rende merito alla caparbia e valorosa popolazione.

Gli Arbanon, Arbëri e oggi Arbëreshë, è un sistema di radici che ha bisogno del propria ambiente naturale per crescere e produrre quell’albero capace di riverberare al contatto con il vento e l’ambiente la propria natura.

Essa si materializza in consuetudini, riti pagani e religiosi, per poi marcare gli spazi privati, familiari o intimi, con il proprio idioma, gli spazi all’aperto con la metrica, con i calendari rituali lo scorrere del tempo.

Questi ultimi in specie, per una furbizia storica degli arbëreshë, hanno adattato miti, leggende, paganesimo, grecismi e latinismi per sfociare oggi nell’epoca bizantina, conservando indelebile un sottobosco esoterico tramandato nel chiuso di grotte case e palazzi.

Ermetici e abili addomesticatori di terre, fiumi e cavalli, nel pieno rispetto dell’ambiente naturale, sono stati preferiti nonostante, le diffidenze per la chiusura identitaria, da Regnati, Papi e ogni genere di sistema territoriale politico e religioso, per la capacita di mantenere fede a ogni impegno preso.

Oggi la voglia di emergere e di rendere merito alla storica minoranza, sfugge al controllo delle istituzioni culturali, che nel corso degli ultimi decenni nonostante qualche frammento legislativo, sia stato prodotto, non ha germogliato neanche un frammento di arche del buon senso.

Oggi aspettiamo il momento della rinascita, si cavalcano le vie del costume senza ago, filo e metro; quelle del canto con strumenti musicali; quelli dell’urbanistica e dell’architettura senza matita e compasso; gjitonie copiate dal vicinato; calendari rispettosi di anomali latinismi, immaginando, che così facendo, si possa annaffiare le preziose radici identitaria ormai in penuria idrica, da diversi decenni.

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ASPETTANDO CHE IL DIAVOLO SCENDA IN CAMPO

Protetto: ASPETTANDO CHE IL DIAVOLO SCENDA IN CAMPO

Posted on 13 agosto 2020 by admin

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