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I DEVOTI SILENZIOSI DELLE PROCESSIONI

I DEVOTI SILENZIOSI DELLE PROCESSIONI

Posted on 11 ottobre 2017 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’arberia relativamente agli aspetti sociali e religiosi si sostiene  attraverso i valori identitari, riportati oralmente, essi mirano al rispetto degli elementi che caratterizzano la vita di tutti gli addetti della Regione storica Arbëreshë.

Molto sentite per gli arbër, sono le ricorrenze religiose, queste,  raggiungono il massimo del coinvolgimento dei fedeli, che condividono il credo religioso, nel tempo dello snodarsi delle processioni; tuttavia da un po’ di tempo, l’atto del pellegrinaggio d’ambito, pur coinvolgendo un gran numero dei persone credenti e no,  mirara verso  una  deriva pericolosa e degenerativa.

Nonostante sia il momento più sentito e condiviso, in quando, lega la credenza popolare, luogo e Santo, molti addetti, durante l’articolarsi del percorso smarriscono per fame e per sete, il senso della ragione di questo atto di penitenza, seguendo itinerari a dir poco irriverenti.

Il pellegrinare con il santo in spalla per le vie del borgo o verso luoghi ameni, non fanno altro che ricordare le tappe salienti della storia del borgo, giacché, la credenza popolare associa avvenimenti e leggende a quei luoghi, oltre l’atto di dolore manifesto.

Questi percorsi di preghiera, tortuosi, che impegnano fisicamente tutti i partecipanti hanno avuto e detengono a tutt’oggi seguiti rilevanti, cui in silenzio e senza troppo apparire si accodano i devoti che chiedono o hanno ricevuto grazia; una richiesta di devozione, il cui gesto si configura come omaggio attraverso atti che chiedono un sacrificio fisico, per chi non ha altro da offrire, durante il tempo dell’uscita e lell’entrata del santo dalla chiesa.

Le devozione rivolete a Santi Protettori/ci, sono molteplici e il più delle volte, spaziano in manifestazioni che possono spaziano dal raccogliersi in preghiera, camminare scalzi, digiunare, camminare per chi ha problemi di deambulazione con stampelle o sedia a rotelle, per tutta la durata della processione.

Questi, chiaramente gli atti più evidenti, cui quasi tutti fanno caso, in quando per i manifesti atteggiamenti pongono in evidenza “la sacra promessa”, intimamente stretta con il Santo,

Va rilevato, che esiste una categoria detti “silenziosi”, anime in pena che portano in processione al cospetto del santo, non con atteggiamenti materiali, ma esclusivamente, con il credo religioso fatto di cuore e di testa, perché “intima”, comunque sono anime in pena che in quel momento vivono una un atto di dolore che supera le naturali tappe di questo mondo terreno.

Sono queste persone, cui bisognerebbe volgere il pensiero, quando si scavalcano le staccionate della rotta sacra, è in quel momento che rito della processione, diventa un’altra cosa che offende i patti sacri portai in processione, che non anno ne taralli o damigiane di vino da spartire con il Santo.

Chi ha l’onere di vigilare e riportare il gregge dentro la rotta del sacrificio storico, deve porre fine a questa irriverente e degenerativa allegoria; urge per questo inviare una “Circolare Pastorale” che impedisca di banchettare, brindare e lo strimpellare in quei momenti sacri, che per i “Silenziosi” sono una speranza di luce e di vita.

Sono le figure Ecclesiali, i Comitati, le Istituzioni tutte cui mi rivolgo per invitarle a difendere e rispettare il piccolo drappello di silenziosi, “con voto da assolvere”, mescolati tra i fedeli fortunati.

Il mio pensiero è rivolto a loro ed è auspicabile che tutti si ricordino, senza mai dimenticarlo, che in quei momenti solo loro vivono un dolore intimo, che non grida, non fa rumore e non vuole ascoltare, vedere e odorare, allegorie senza senso, in quanto, vivono probabilmente l’ultima processione di questa vita terrena.

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-DA CONDOTTIERI A POVERI INFERMI SULLA SEDIA AROTELLE-

-DA CONDOTTIERI A POVERI INFERMI SULLA SEDIA AROTELLE-

Posted on 07 ottobre 2017 by admin

Arberia oggiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Certo che studiare a largo spettro, la storia della R.s.A., ti fa rendere conto di quanto siano decadute le caratteristiche che hanno distinto le eccellenze arbër in Europa.

All’alba dell’illuminismo, mentre le genti di tutta Europa rimanevano relegati dietro le cinte murarie monocentriche, avendo persino timore di aprire le porte di accesso, gli albanesi circoscrivevano i perimetri dei presidi urbani policentrici.

Addentrandoci ancora negli ambiti della storia sociale e architettonica va sottolineato il valore che veniva dato al nucleo fondamentale della società, ovvero il gruppo familiare allargato, esso aveva un suo direttivo e un responsabile, che non era il più vecchio o il più saggio, ma la persona più dinamica e pronta rispondere a tutte le esigenze del gruppo; questo mi sembra sia i prototipo di un gruppo imprenditoriale moderno.

Se poi analizziamo il pensiero e le note storiche che hanno visto protagonisti: Pasquale Baffi, Luigi Giura, Pasquale Scura, Mons. Francesco e Giuseppe Bugliari, Cav. Vincenzo Torelli, Giorgio Ferriolo, non faremo altro che rievocare la storia degli ultimi tre decenni della Repubblica Italiana; sarebbe come rievocare le stesse vicende e gli identici eventi degli uomini che hanno contribuito con il loro sapere per non stallare allo stato di fatto che ha preso la rotta odierna.

Dopo questi uomini nulla è stato fatto per tenere alta la bandiere delle eccellenze della R.s.A., dando avvio a uno stato di fatto degenerativo senza eguali.

Ormai all’interno della R.s.A., non si fa altro che andare allo sbaraglio inventando e ponendo in essere, avvenimenti senza senso; sicuramente a tutti voi non sarà passato inosservato, che negli anni ottanta quando la tendenza generale, di tutta Europa, mirava alla valorizzazione e al ripristino degli elementi caratterizzanti i centri antichi, pedonalizzando queste aree di inestimabile valore.

Ebbene come per incanto in tutta la cinta Sanseverinense, e anche oltre, si sono avviati i processi di devastazione dei centri antichi, per il fine di veicolare l’interno di ogni, paese, borgo e frazione.

Il senso della ragione ormai è smarrito e se non ci si ferma a ragionare davanti alla scesa, il dinamismo crescente  impedirà una  lettura completa delle anomale identità, stese al sole.

Se a ciò aggiungiamo il dato che si è smarrito il senso anche all’interno dei presidi religiosi, greco bizantino che fino agli anni ottanta era saldamente protetta dalla iconostasi; occorre ridare senso alle cose e ognuno di noi deve fare la sua parte sia chi siede  davanti e chi deve saper stare dietro le iconostasi, altrimenti vale la regola che abbiamo perso una grade porzione della nostra identità.

In ultimo ma non per importanza, in questi giorni è rimbalzata la notizia della costituzione, di un consorzio di eccellenze, Civili, Istituzionali, Dipartimentali, Associativi e Religiosi che dovrebbe dare avvio alla svolta per una campagna di recupero del tempo e delle cose perdute.

Il mio auspicio è che si possa arrivare a brillanti risultati, tuttavia ritengo che non andrà così, in quanto l’elenco dei partecipanti “alla competizione” lasciano presagire  un nulla di fatto epocale.

Questa è una mia personale punto di vista e in cuor mio mi auguro di aver frainteso tutto; tuttavia gli addetti che si preparano a partecipare alla “manifestazione di interesse”, hanno già ispezionato i percorsi, le asperità territoriali e gli avversari; essi  indossato già pantaloncini, scarpe da corsa, magliette, con numero, logo raffigurante l’aquila bicipite, questa  mi auguro che assieme a loro ci sia una sostanziale novità, ovvero, lasciar partecipare alla competizione anche chi è munito di sedia a rotelle, quelli che oggi appelliamo con grande rispetto diversamente abili, almeno si garantirà quel vantaggio, che non lascerà scampo ai tanti rinnovatori, senza arte, parte e titolo acquisito sul campo.

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CANTANDO E BALLANDO AL RITMO DI VALIE CHE NON APPARTENGONO AL CONDOTTIERO

CANTANDO E BALLANDO AL RITMO DI VALIE CHE NON APPARTENGONO AL CONDOTTIERO

Posted on 01 ottobre 2017 by admin

Albania

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Al giorno d’oggi, ogni inesattezza o manifestazione, per avere più forza e credibilità storica, si dice che sia appartenuta al consuetudinario arbëreshë, che è corso dal 6 Maggio del 1405 al 17 Gennaio del 1468, come se l’arberia sia nata e si sia dissolta nel tempo di una generazione.

Fortunatamente non è così, essa è molto più antica, anzi proprio alla fine dell’intervallo su citato, ha esternato la sua solidità storica, utilizzando il cuore e la mente; la sua parte migliore per difendersi.

Cercare di avere ragione di questo dato di fatto è complicato, specie se il confronto avviene con quanti non conoscono la consuetudine; non hanno dimestichezza della metrica del canto (escluse poche formiche bianche oltremodo ignorate e considerate, addirittura, diversamente abili); non rispettano il disciplinare religioso al di la e al di qua dell’Iconostasi; non sanno parlare l’idioma arbër; tuttavia proprio per questo in questi ultimi tempi si sono attivati processi di auto tutela che se ben accolti dovrebbero recuperare il maltolto.

Chi ha competenza e titoli per questo si devono attivare e assumere il ruolo di Iatrua” e predisporre le metodiche più idonee e debellare un virus antico, che dopo “circa seicento anni” è diventato virulento anche all’interno della Regione storica Arbëreshë e va assolutamente debellato.

Specie quando coinvolge i giovani che frequentano le scuole dell’obbligo, proprio questi , sono costretti a scimmiottare un modello che non ha senso, proprio perché  presidi atti a formare e non piegare alle volontà fuori dai programmi ministeriali della Repubblica Italiana.

Alla fine degli anni quaranta del secolo scorso si chiamava analfabetismo, quando fu avviata la procedura per sconfiggerla, appariva un’impresa titanica, ma poi la buona volontà e tanti accorgimenti, attuati dalla sapienza degli uomini, già negli anni settanta del secolo scorso portarono alla meta prefissata, è la totalità della popolazione riusciva a firmare senza utilizzare il segno della croce.

Oggi purtroppo l’alfabetizzazione identitaria mira a cose più complicate, per le quali si deve possedere un bagaglio multidisciplinare più completo, motivo per il quale, i risultati finali non mirano ad ottenere la mera firma del proprio nome, ma il riconoscimento di un’identità culturale, che ormai per colpa di quella firma, associato al saper leggere ha portato a intorbidire le acque identitarie della minoranza.

Nonostante gli accademici si ostinino a richiedere capitolazioni e ogni sorta di documento di archivio, (anche se in molti casi sono documenti notarili realizzati nella totale inconsapevolezza dei rappresentanti del tempo), chi va avanti sono le masse di cultori locali (senza alcuna formazione, nel canto, nelle danze di macroarea) e innalzano eventi privi di ogni sostanza identitaria riferibile a tuta la Regione storica Arbëreshë.

È largamente noto che lo “storico” è una sorta d’imprenditore culturale con capacità innate, in grado di mettere in sintonia, archeologi, architetti, antropologi e geologi, che studiano analizzano ed esaminano il territorio oltre al suo costruito, tuttavia queste figure vanno coadiuvate con le ricerche documentarie, scritto grafiche e di analisi sul territorio, a cui va poi aggiunta la selezione delle memorie storiche d’ambito.

Purtroppo sino a oggi in luogo della R.s.A., “storico” è considerato, a torto, chi ha una nonna e ha disponibilità economiche per recarsi a Napoli o addirittura a Barcellona, (a fare cosa non è dato a sapersi) poi, che esso sia un suonatore di flauto (dei topi) o altro, ma comunque senza alcuna formazione, nell’interpretare, documenti, leggere il territori e in alcuni casi eclatanti, neanche  parlante l’arbëreshë, “poco importa” (almeno per i saggi che rimangono sempre muti ad osservare gli eventi ed esternare mosse di sorrisi ironici).

Questo quadro, che purtroppo si trascina dagli anni ottanta del secolo scorso, invade gli ambiti di quasi tutte le macroaree e nonostante i saggi si ostinino a parlare di capitoli e di platee, quello che più appare e lascia il segno sul territorio, sono le manifestazioni estive e i convegni, dove i soliti noti se la cantano e se la ballano secondo una infinita battaglia che lo Scanderbeg ha continuato a fare prima, durante, e dopo la sua morte.

A tal proposito, vorrei precisare che, l’esercito di questo condottiero turco-albanese, prediligeva eliminare fisicamente i nemici e non fare prigionieri, come può essere possibile oggi, ballare al suono di tarantelle, secondo coreografie che emulano accerchiamenti, per fare prigionieri che devono pagare pegno, è la caratteristica del nostro popolo?

Non è più possibile andare avanti in questa direzione, basti pensare che uno dei casali di un noto paese (che vive inconsapevolmente una maledizione culturale dal 1806), non trova la collocazione di uno dei suoi casali; eppure bastava andare nella biblioteca diocesana locale e trovare dove è collocato san Benedetto.

Questo è solo un esempio del percorso storico orfano delle figure fondamentali, come il dato che ritiene simili i paesi minoritari da quelli indigeni, tralasciando e ignorando il “genius loci”, uno dei principi fondamentali su cui si basa la storia dell’architettura e dell’urbanistica.

Lo stato di fatto posto in essere, dalle amministrazioni e dagli istituti di formazione è diventata paradossale non avendo oggi alcun che di nuovo da argomentare, ne mete nuove da perseguire, motivo per il quale urge darsi delle regole in cui la R.s.A. non sia proprietà territoriale di coloro che si ostinano a scrivere una lingua che si avvale esclusivamente della forma parlata, della consuetudine e un poco meno del canto e dei valori religiosi davanti e dietro l’iconostasi.

Occorre un percorso nuovo che distingua albanesi da arbëreshë, in modo netto e ben differenziato; con il  fine di seguire la rotta per la ricerca delle motivazioni che hanno innestato questo disciplinare storico nelle regioni del meridione; oggi diventato il modello di integrazione idoneo a garantire gli eventi migratori in atto, gli stessi che creano identiche instabilità sociali e religiose  sei secoli orsono.

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“hoj gàcë ku jie”

“hoj gàcë ku jie”

Posted on 21 settembre 2017 by admin

O MIA SCURE DOVE SEI!NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Un’arbëreshë di Acquaformosa al seguito di Garibaldi, durante una delle battaglie sul fronte lucano si rese conto che caricare il fucile era una perdita di tempo; e al grido di “hoj gàcë ku jie” stacco la baionetta dal suo fucile e affrontò il nemico.

Certamente oggi nella battaglia per la tutela delle eccellenze della Regione Storica, chi sente e avverte il che i propri valori sono calpestati e resi irriconoscibili, istintivamente gli ritorna in mente il grido dell’acquaformositano, per scacciare le innumerevoli inesattezze messe in campo.

Eppure l’estate appena terminata aveva fatto ben sperare dopo il convegno di Ginestra degli Schiavoni a maggio e in seguito a Luglio con la Vëllazëria di Casalvecchio di Puglia, purtroppo non è stato così, per colpa dalla mancata educazione storico culturale dei saltimbanchi che vagano come zombi affamati nei territori del principato Citeriore e Ulteriore, aldilà del faro.

Alle soglie del sesto secolo di tutela del codice più antico che vive, in quello che s’identifica come il vecchio continente, invece di seguire la rotta tracciata dai nostri avi, si preferisce seguire il turpiloquio, in cui la tarantella calabrese è il momento più coerente, a cu fa seguito l’armata di saltatori addomesticati, urlatori non parlanti e musicanti muniti di clarinetto, tamburelli e fisarmonica.

Parlare o discutere di turismo congressuale in questi scenari è come cercare di dare la benedizione al diavolo, in quanto tutti credono di possedere il contenitore del codice, inconsapevoli che in realtà non è altro che un “pacco napolitano”.

Le danze aprono le rievocazioni di avvenimenti mai esistiti, parlate alloctone, tradizioni diversamente abili, movenze turche, sonorità di tradizioni che spaventano e fanno fuggire i pochi studiosi e turisti accorsi.

La consuetudine, l’idioma, la metrica, la religione Greco bizantina, sono patrimonio unico e inscindibile, cercare di renderli indipendenti l’l’una dall’altra per il proprio tornaconto è come essere irrispettosi verso il buon nome di tanti valorosi che per difenderli attraversarono monti mari e ancora monti, sicuri che i loro discendenti nel corso dei secoli li avrebbero difesi allo stesso modo e onorato quel sacrificio in egual misura.

È per questo che bisogna stare molto attenti, nell’ esternare, sbagliando, le cose più elementari e non voglio trattare e dilungarmi su cosa succede quando si vanno a sporcare riti, che affondano le radici negli anfratti più intimi del codice arbër.

La storia dell’arberia non inizia nella seconda decade del ‘800, che rappresenta invece il momento cruciale della violazione del codice, per opera di uno scellerato che ogni qualvolta che a napoli iniziavano le rivolte, tornava a casa con la scusa di avere dolori addominali (prima di lui e molto meglio di lui) hanno illuminato la scena d’arberia, culturale e scientifica d’Europa, in maniera molto più pregnante e con argomenti e dati di gran lunga più seri.

Non sono pochi i dipartimenti nati per la valorizzazione di questo codice, che per non aver attuato come guida un progetto di ricerca, hanno perso la rotta e il lume della ragione, scavando a fare i piccoli archeologi (ironia della sorte o per incapacità interpretativa) lì dove tutto era cominciato sei secoli orsono, proprio lì dove i nostri avi avevano preferito fuggire, pur di non soccombere alle anomalie che avrebbero compromesso irreparabilmente il prezioso codice.

Oggi alle soglie del sesto secolo, ignari studiosi, hanno ritenuto che proprio quelle persone che volevano distruggere il codice potevano fornire elementi utili per arricchirlo, avviando così addirittura una trattativa culturale proprio con chi ambiva alla manomissione del codice; peggio di così, in un Europa così vasta, non si poteva inciampare

Tornando ai giorni nostri, non è concepibile che la tradizione e la metrica possa essere arricchita da chi la voleva distruggere, in altre parole non facciamo altro che alzare la bandiera bianca dopo sei secoli di onorato lavoro.

Scambiare canzoni con danze, persone anziane con carne cotta, parlate rarissime con scimmiottamenti turcofoni, il costume solenne per un abito di carnevale, solamente perche una legge elargisce risorse alle persone che amano flagellarsi; volendo usare un eufemismo, sarebbe come una mandria di bufali che corre su di un prato e punta verso bambini ignari che giocano.

Non resta che confidare nelle persone di buonsenso, che anche se poche sono comunque più preparate dei bufali, alle quali se si toglie il fieno a piccole dosi; augurandoci così che si sfianchino e non possano più calpestare il codice fatto di: famiglia, fratellanza, onestà e rispetto.

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ATTIVITÀ CONGRESSUALI EVENTO SCONOSCIUTO DELL’ARBERIA

Protetto: ATTIVITÀ CONGRESSUALI EVENTO SCONOSCIUTO DELL’ARBERIA

Posted on 16 agosto 2017 by admin

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MUSEI DEL COSTUME O RACCOLTA DIFFERENZIATA?

MUSEI DEL COSTUME O RACCOLTA DIFFERENZIATA?

Posted on 08 agosto 2017 by admin

Musei o discariche

NAPOLI ( di Atanasio Pizzi) – Si definisce museo l’Ambiente o complesso di ambienti adibiti alla raccolta e all’esposizione al pubblico di opere d’arte o di oggetti rari e di importanza storica, culturale, scientifica, al servizio della società, in quanto, emblema del suo sviluppo e delle testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente.

L’istituzione Museo le acquisisce, le cataloga, le conserva, le consegna alle generazioni future, giacché, elementi di studio irripetibili dell’identità culturale d’area.

Con la nota su citata si vuole rilevare quanto sia stata avventata, “l’idea”, di raccogliere e concentrare tanta storia in quelle strutture inadatte; operazione inopportuna cui bisogna porre al più presto rimedio, e parlo di quegli immobili che accolgono le arti minoritarie e impropriamente sono appellati museo (?).

La struttura museo in conformità con le esigenze conservative dei manufatti che deve accogliere, rappresenta un opportunità unica in quanto gli elementi da tutelare appartengono alle generazioni future.

Non è la quantità delle cose contenute che fa un ottimo museo, in quanto, è la capacita di conservare, proteggere dal tempo le opere, questo rende una buona struttura degna di questo appellativo, ogni altra cosa è solo Raccolta Differenziata destinata al macero.

Confondere il concetto di museo con la mera raccolta di oggetti e prodotti sartoriali della stessa essenza, è molto grave, specialmente quanto il luogo di accumulo non ha alcuna caratteristica per proteggere elementi così irripetibili.

Un museo è il luogo dove si tutela, si rispetta e si garantisce longevità all’elemento, che persone in buona fede affidano, all’istituto o istituzione innalzata, per essere tutelate ed esposte.

Raggirare la buona fede, con la velleità che più si accumula e più si sale la classifica museale è una menzogna, in quanto, senza cognizione di causa, si diventa distruttori certificati dell’unica forma d’arte presente negli ambiti della minoritaria.

È in atto lo sterminio più esteso all’interno della minoranza, quando si avrà consapevolezza di ciò, sarà troppo tardi, tra due o tre anni quando inizieranno a degenerare stoffe, pigmentazioni e gli intrecci dei tessuti si sfalderanno, dovrete dare conto alla storia per il danno prodotto oltre a rispondere del gran numero di elementi finiti, che avrete scientemente fatto scomparire.

 

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UN CONTRIBUTO PER L’ARBËRIA.

UN CONTRIBUTO PER L’ARBËRIA.

Posted on 06 agosto 2017 by admin

quadri Chimisso2BOLOGNA ( di Giuseppe Chimisso) – Almeno cento piccole ‘opere’ apparentemente simili, ma certamente diverse l’una dall’altra perché prodotte singolarmente e non in serie (gli ‘addetti ai lavori’ le definirebbero prodotte con tecnica mista), vengono donate e messe a disposizione per coloro che si attivano per iniziative fattive a favore dell’Arbëria; per principiare, verso coloro che favoriscono i lavori del Comitato di Scopo per l’elaborazione  di una nuova proposta di Legge Regionale per la minoranze linguistiche della Calabria.

Ogni raffigurazione fa leva sia sulla dimensione concettuale e simbolica, tanto su quella emotiva che viene suscitata da quest’ultima. Il costante dualismo è al tempo stesso arcaico e moderno, è anonimo ed al tempo stesso carico di aspetti che definiscono e rendono unico ogni piccololavoro.

Concetti ermetici, simboli, emozioni e passione che si ritrovano nel dibattito all’interno dell’Arbëria e per l’Arbëria, sono raffigurate e fanno ’bella’ mostra di sé nei colori classici della Cultura albanofona: il rosso ed il nero; assieme a questi, ma non in tutte le rappresentazioni, compare l’oro per definire l’aquila bicefala e la parola Arbëria.  La parola, l’acronimo R.s.A. (Regione storica Arbëreshë) ed il simbolo bicefalo compaiono su un campo di coloriprestampati che si uniscono ortogonalmente e che di base vanno dal celeste al blu scuro, dalle sfumatura del rosa al rosso cupo passando per l’arancio, con un nota ondivaga spesso verde.

Un’avvertenza: le persone che riceveranno la singola piccola ‘opera’, incorniciata e sotto vetro, sono chiamate ad impegnarsi fattivamente ed unitariamente per l’Arbëria che rischia di perdere le proprie caratteristiche essenziali, in poche parole di sparire, come spariranno, nel tempo, i colori simbolo della stessa, applicati sulle stampe; colori che potranno divenire evanescenti come l’Arbëria e sparire assieme a questa se i suoi tanti cultori, continueranno a ‘parlare’ per creare fossati e non per colmare quelli esistenti. Le diversità esistenti, caratteristica precisa che arricchisce la cultura arbëreshë, ma che non deve divenire elemento di paralisi per la stessa, diversità, dicevo, di visioni, di riti, di organizzazioni e quant’altro presente nel suo seno, devono puntare ad obiettivi comuni per la sopravvivenza della nostra cultura, attraverso un lavoro comune di base per la costituzione di un Progetto Politico di ampio respiro che dia una speranza nel futuro per tutte le popolazioni dell’Arbëria.

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INSIEME SIAMO DI PIÙ

INSIEME SIAMO DI PIÙ

Posted on 02 agosto 2017 by admin

insieme siamo di piuNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando E. Fabbricatore agli albori degli anni settanta del secolo scorso, rileggendo le frasi storiche di cui ne faceva un vanto, suscito un certo interesse quando nel corso di una riunione con zoti G. Capparelli, brandi pubblicamente questa frase, con voce cupa tremolate; il suo modo tipico di esporsi.

Da allora il raffinato prelato, ne fece buon uso sino a renderla partecipata e condivisa da tutte le persone che hanno avuto modo di apprezzare e condividere molte delle sue scelte immateriali, (per quelle materiali avremo modo di discutere in altri termini).

Certamente essere di più facilità nel perseguire un traguardi, tuttavia, la solidità morale e fisica degli elementi che compongono l’insieme, legati da simili ideali, non garantisce l’omogeneità richiesta all’insieme, motivo per il quale lungo l’itinerario tutto deteriora e si disgrega.

Motivo per il quale non basta essere di più e avere un solido progetto da perseguire, perché se uno o più elementi dell’insieme risultano essere deteriorati, è la macchina che cambia direzione e produce danno.

Dal canto mio sono anni che analizzo studio e sottopongo a verifica l’insieme della Regione storica Arbëreshë, nonostante abbia cercato di individuare i sotto sistemi omogenei, manca sempre un elemento nella valorizzazione dei quattro pilastri portanti dell’arberia.

Esistono: regole ben chiare da seguire; uomini e donne di cultura con grandi capacità interpretative eccellenti; prelati integerrimi per la migliore lettura religiosa; sono questi che da secoli guidano e conducono l’arberia attraverso i secoli e con grande stupore va rilevato, che l’elemento mancante è quello istituzionale; “la politica!”.

Rileggendo gli eventi storici dagli anni sessanta a oggi, la caratterizzazione linguistica, canora, consuetudinaria e religiosa della R.s.A. è stata mantenuta viva dall’opera di cultori; uomini e donne, sia civili che religiose, nell’assenza totale delle istituzioni.

Queste ultime quando sono intervenute, l’hanno fatto in ritardo o quando i problemi erano già stati risolti da cultori o appassionati della propria identità.

Tutte le volte che sono state chiamate in causa, le istituzioni si sono presentate addobbate per prendersi i meriti di vicende e sacrifici che ancora oggi continuano a non comprendere.

Come non apprezzare gli studi e le partecipazioni per la caratterizzazione dei tanti E. Fabbricatore o le vicende che hanno dovuto affrontare gli instancabili Zoti Capparelli; al fine di lasciare segni tra i più raffinati della R.s.A.

Si potrebbe continuare a raccontare vicende e aneddoti all’infinito tuttavia sfido chiunque a riportare un episodio dove un politico abbia aggiunto un granello di sabbia che avesse coerenza con la storica consuetudine arbëreshë.

È vero che “ INSIEME SIAMO DI PIÙ” ma se sappiamo, dove andare, è meglio!

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LE MAGICHE SENSAZIONI DELLA VËLLAZËRIA DI KAZALLVEQI

LE MAGICHE SENSAZIONI DELLA VËLLAZËRIA DI KAZALLVEQI

Posted on 18 luglio 2017 by admin

LE MAGICHE SENSAZIONI DI FRATELLANZACASALVECCHIO DI PUGLIA  (KAZALLVEQI) – (di Atanasio Pizzi) – Ho accolto con entusiasmo l’invito Ing. Noè Andreani e l’Assessore, Arch. Nicola Orsogna, del Comune di Casalvecchio di Puglia (FG) (KAZALLVEQI), per fornire alla loro comunità elementi ulteriori del legame che il borgo del Subappennino Dauno ha con la Regione storica Arbëreshë.

Per tre giorni, dal quattordici al sedici di luglio, sono stato ospite, assieme a gruppi provenienti dall’Albania, dal Molise, dalla Calabria e dal Salento.

Arbëreshë divisi da oltre sei secoli di storia, rotte diverse che hanno avuto modo di intersecare e confrontarsi a Casalvecchio al fine di condividere Idioma, Metrica del canto, Consuetudine e Religione Greco Bizantina.

L’aver dialogato con rappresentanti istituzionali, ascoltato gruppi folk, provenienti da paesi del nord e dal sud d’Albania; incontrato i ragazzi e le ragazze che tutelano le eccellenze canore provenienti dalle macroaree del Pollino, del Limitone, del Biferno e della Sila Arbëreshë è stata la conferma che l’arberia non è stata assolutamente scalfita dal tempo.

Vero è che durante la passeggiata illustrativa all’interno dei rioni storici, riascoltare le Antichissime sonorità dei fratelli Albanesi; riverberate da quelle mantenute vive in terra italiana dalle comunità di Frascineto, Ururi e San Marzano, esaltate dalle coreografie delle ragazze e dai ragazzi di Santa Sofia, (i figli dei miei compagni d’infanzia) ha innescato i presupposti per risvegliare l’antico rituale di coesione sociale; la Gjitonia.

I Casalvecchiesi hanno contribuito indicando “la rotta” ai partecipanti e usufruire delle strade (Uhdat), delle strette vie (ruhat), delle piazzette (sheshet), delle similitudini toponomastiche, delle quinte degli elevati storici (Kaliva e Kisha); i rioni appellati secondo la consolidata consuetudine d’arberia, e per questo  hanno scosso gli animi dei partecipanti allargando la profondità degli orizzonti futuri e unire coralmente il vissuto di oggi con quello del passato.

Nel corso della manifestazione “ Vëllazëria Arbersesh”, percorrendo le vie del paese assieme a mia moglie, accompagnati dalle avversità metereologi simili a quelle di un anno solare; l’essere riconosciuti lungo le strade del centro antico dai suoi abitanti che si rivolgevano a noi in arbëreshë per salutarci e chiedere approfondimenti sulla loro storia, mi ha fatto rivivere sensazioni antiche identiche a quelle del mio paese; come quando prendevo la via serenamente per casa, perchè atteso dai miei genitori.

Noè, Giovanni, Iolanda, Ulderiga, Nicola, Maria Giusy, Antonello, Graziella, Mario, Loris, Michele, Maria Grazia, i “Casalvecchiesi tutti” e gli ospiti partecipanti; a voi tutti rivolgo il mio personale (associato a quello di mia moglie Maria Palma) “GRAZIE DI CUORE” per avermi dato l’opportunità di rivivere l’armonia dei cinque sensi arbëreshe, (Gjitonia), associato all’amore e al rispetto, lo stesso che cerco di spiegare con le parole, a quanti si sentono arbëreshë e non hanno avuto la fortuna di incontrare i CasalVecchiesi di Puglia – Kazallveqi.

 

P.S.

Quando un’arbëreshë fiduciosa semina bene, ci vorrà del tempo ma il seme buono, alla fine darà i suoi frutti; chi avrà la fortuna di coglierli dovrà dire grazie alla sapienza di chi ha saputo scegliere il seme migliore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         alla prof.  Filomena

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QUISISANA O DE LOCO SANO, LUOGO SANO, KA-SANA

QUISISANA O DE LOCO SANO, LUOGO SANO, KA-SANA

Posted on 04 luglio 2017 by admin

kasanaNapoli (di Atanasio Pizzi) – Nella toponomastica storica di Santa Sofia “Uhda Kasanesh” rappresenta un’altra delle incongruenze storiche cui non è stata data una coerente lettura; per questo essa ha assunto frettolosamente il ruolo di strada che conduce a Cassano dello Jonio, appellandola.

Essendo i Sofioti un popolo attento, preciso e determinato, oltre tutto la storia ci conferma che sono stati, gli unici a insediarsi all’interno del territorio più prossimo a Bisignano, ad essi sono riconosciuti, il senso della misura e i precisi obiettivi da perseguire, senza smarrire in alcun modo il senso dell’orientamento, tuttavia qualcuno ritiene che una strada che conduce ad Est, con il nome di un centro nevralgico come Cassano allo Jonio che si trova in direzione Nord abbia ragione di essere.

E chiaro che l’enigma va ricercato nella zona o la conca che la strada taglia perpendicolarmente e rappresenta il luogo più sano climaticamente di Santa Sofia, giacché area coltivabile a dimora ortofrutticola autoctona del piccolo centro.

Alla quale va affiancato un altro toponomi Sofiota di cui avremo modo di trattare in seguito

La conca aveva ed ha, nonostante le modificazioni avvenute dagli anni sessanta sino a oggi per opera dell’uomo; una conca a forma di ventaglio il cui vertice e la parte più alta, punta verso la località detta kiubica, mentre la base si adagia tra la località Chiesa Vecchia e il cozzo detto Mezzo-Naso. La conca essendo attraversata dai torrenti di Kroi Malit, Galatrella e Pedata Shën Mërish, lo rendono salubre sotto il punto di vista ambientale.

Le Correnti ascensionali rendono il luogo temperato per la sua forma particolare, che mantiene a regime costantemente un vortice di ventilazione ascensionale in direzione Nord, sud; in oltre la superficie a tre dorsali riesce a distribuire acque genuine e ricche di Sali minerali, che caratterizzano univocamente i suoi prodotti posti a dimora.

Quisisana o De loco Sano, Luogo Sano, sono generalmente appellate sin dall’antichità queste rarissime aree di salubrità, microclimi ideali dove le caratteristiche della natura trovano dimora per offrire l’armonia de eccellenza; da qui il toponimo: Ka-Sana; il resto della storia, la tratteremo più in la, quando Le Amministrazioni! faranno l’appropriato “mea culpa pubblico” per gli errori fatti a scapito del preziosissimo borgo dagli anni sessanta, senza soluzione di continuità, del secolo scorso a oggi.

Comunque rimango speranzoso nel ritenere che, alla fine, acquisiscano consapevolezza e chiedere scusa a chi si è stato chiamato a corte da Napoli senza avere poi ricevuto udienza.

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