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TRA IL DIRE E IL FARE SOLO IL PONTE DELLA CONOSCCENZA SUPERA IL MARE (I ponti sicuri costruiti dal pensiero arbëreşë quando gli altri rovinavano per finire in mare)

TRA IL DIRE E IL FARE SOLO IL PONTE DELLA CONOSCCENZA SUPERA IL MARE (I ponti sicuri costruiti dal pensiero arbëreşë quando gli altri rovinavano per finire in mare)

Posted on 20 maggio 2024 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Si parla di ponti per unire popoli, pensieri e religioni da unificare, generi da eguagliare senza avere misura, di quando, dove e con cosa, elevarono le prime catenarie in grado di unire i confini sociali e di credenza, senza che rovinassero nell’acqua limpida che scorrendo impetuosa e divideva le cose del nostro paese.

Oggi nell’amata terra mediterranea approdano autorità di ogni levatura e grado diffondendo promesse consegnando premi, in forma di omaggi variegati, assegnando titoli e allori per quanti seminano inutile fatuo giovanile.

Tuttavia nessuno di essi è adeguatamente illuminato o informato relativamente a cosa serve per aggiungere valore, e lustro, onorificenze di primato a quanti da millenni costruiscono ponti di dialogo, creano fratellanze, nel silenzioso rigore dell’umiltà.

Romani, Bizantina, Normanna, Greci, Arabi, Longobardi, Cistercensi, Francofoni, Ispanici Arbër e ogni sorta di popolo in cammino non per conquistare e sottomettere, ma per trovare agio e vivere sereni, in tutto chi è giunto qui non per conquistare o sopprimere, ma per incanto, vivere questa terra buona di sole e oggi, tutti fieri di essere riconosciuti come Italiani, in terra fraterna: la Calabria.

Sono tutti calabresi, si riconoscono sotto la stessa bandiera, pregano con lo stesso orientamento, ma se li senti parlare riconosci la radice sempre viva nelle loro inflessioni dialettali, tutti piacevolmente identificabili per la propria radice antica.

La Calabria quindi resta, detiene e conserva il primato dell’integrazione mediterranea tra le più solide e più fiere del vecchio continente.

Nessuna Istituzione l’ha mai premiata o ha avvertito la necessità di medagliarla, nonostante in questo intervallo storico, si parla solo ed esclusivamente delle vicende che nella storia l’hanno resa protagonista in prima linea; come fa una madre arbëreşë per i propri figli, allargando la sua bontà anche per quanti si trovano in difficolta, perché senza madre.

Qui in particolar modo si vuole trattare dei primordiali “nucleo urbani” dove esse sono vissute mantenendo le radici consuetudinarie in cui riconoscersi per non dimenticarle, in tutto le quinte teatrali fatte di: chiesa, servizi di avvistamento e della Iunctura solidale in difesa della propria identità.

I componimenti storici vernacolari, alloctoni e autoctoni, gli stessi che generarono i Katundë che qui non sono mai stati Borgni  ma: luoghi sociali o di confronto in continuo progredire fraterno secondo una visione di progresso fraterno  amicale dirsi voglia.

Si iniziò con l’edificare abituri razionali incastonati nel terreno, utiliz­zando anche materiali di spogliatura, pre­senti in quell’area a seguito dei terremoti o catastrofi naturali sempre in aguato.

Un insieme di attività racchiuse all’interno di uno spazio fisico privato, che pur se ristretto era all’occorrenza un insieme proto industriale operoso di un determinato insieme di figure note.

Di ciò è stata trovata conferma nell’analisi puntiforme, delle costruzioni originarie estrapolati con metodo, dal continuo del centro antico, dove murature ancora intatte, si identificano scientemente, perché realizzate di calce, sabia, polvere di argilla e pietre locali.

Esse sono facili da individuare, assieme a quanto poi ricostruito in una seconda fase, con l’integro del continuo murario, in resti di spagliatura.

E grazia a questo rimangono tracce indelebili e riconoscibili da chi possiede adeguata formazione, estrapolando così, una seconda epoca, datandola grazie agli eventi tellurici della storia calabrese.

A seguito di una minuziosa indagine effettuata dopo aver acquisito e sovrapposto mappe e immagini storiche confrontato atti catastali di memoria toponomastica, di numerosi “centri antichi”, si è potuto giungere a valori da cui estrapolare modelli abitativi vernacolari e di servizio come la chiesa, le pertinenze per l’osservazione del territorio, oltre a quando fondato dai profughi, che qui si insediarono in ogni epoca di esodo.

Le indagini hanno confermato che dette aree, componevano sempre piccoli centri, secondo uno schema basato sulla iunctura familiare di queste antiche popolazioni: una trama di abituri disposti come si possono rilevare ancora oggi nei “centri antichi” dei loci di provenienza.

La struttura non è di facile lettura, per i non addetti, ma se idoneamente preparati si può facilmente rilevare la disposizione delle abitazioni secondo le esigenze Arabe Greche Romane e Arbër, le più note, le stesse che mettono in evidenza la particolare dispo­sizione mediterranea di Iunctura articolata degli Shëşj o Sheşiola, gli stessi noti in storiografia come rioni, in tutto, un insieme composto e articolato di: Fondaci (Kopshëtj), Botteghe (Putiga), Case (Shëpij), Vanelle (Vallë), Supportici (Supòrtë), Grotte (Varë), Vichi (Rrughà) e Archi (Redhë), (il riferito tradotto e quello degli Arbëreşë).

Questa disposizione non certo casuale o spontanea, rispecchia proprio la concezione di modello urbano aperto, indispensabile per condividere le cose e le attività dell’agro, la vera risorsa di resilienza naturale calabrese.

Sistemi urbani di iunctura e cunei agrari di produzione e trasformazione, che hanno fatto la fortuna delle coline di tutta la Calabria.

Una forza lavoro di convivenza e scambio sociale che non ha avuto mai eguali e, a confermare questo dato di operosità unico e irripetibile, sono le misure riferita al litro di frantoio per la vendita dell’olio, che equivale a quattro pinte britanniche, quando le industrie qui all’avanguardia, si rivolgevano proprio alla Calabria a fine XVIII secolo, per facilitare la rotazione delle machine che contribuiva al nuovo scenario di produzione non più fatto a mano o con i piedi.

Altro fondamentale sistema di sostenibilità diffusa di questi centri abitati erano la Gjitonia, essa equivale a un concetto che si concretizza e si rivela in atti rilevabili in antiche consuetudini, creativi ed educativi, in tutto governo delle donne o spazio aperto senza confini e recinti di sorta.

Un esperimento di scolarizzazione con misura nota, con dimensioni precise di viste ed echi di riverbero a misura locale, gli stessi che ancora oggi non smettono di essere ascolto, specie da quanti in questi spazi vi nacquero per essere formati e cresciuti secondo un patrimonio di valori identitari, purtroppo ignorati dalle nuove generazioni, essendo mutate le docenza vernacolare o di crusca locale, ad opera di generazioni che essendo stati allevati e scolarizzati in altro loco non conoscono il vernacolare e neanche la crusca  locale se non le regole sessantottine a venire.

In tutto sono mutati i presupposti sociali che seguivano regole secolari e, il riverbero in questi luoghi di Iunctura sociale fatta di tipologie, del bisogno alimentate e sostenute dalla crusca locale, ovvero riprodurre e rispondere alle esigenze più utili o indispensabili dell’abitare sociale, conservando le cose prime dell’identità conviviale con rispetto di vestizione, canto e pronunzia.

Il costruito antico, qui descritto per grandi linee, presenta molte affi­nità con le cose rurali, degli agri, da quanti ritenevano di risiede al fianco delle attività sociali per il bene sociale, del territorio e della natura.

Inoltre, l’aspetto che più accomuna l’organizzazione dei centri antichi, sono caratteristiche climatiche e urografiche equipollenti alle terre collinari di provenienza di questi popoli.

Questi ultimi non più in penitenza o sottoposti a riverberi di credenza alloctona o di imposizione altra, da dover subire.

Infatti analizzando anche i riportati della toponoma­stica di memoria storica riverberata dalle generazioni succedutesi, assieme ai relativi rotacismi linguistici di pronunzia, riportano al memoria alla terra madre.

Va sottolineato che gli esuli che vivevano i tempi della diaspora in terra madre, fondavano i loro centri abitati, solo quando il luogo prescel­to o ritrovato, erano riconosciuti i presupposti ambientali e orografici paralleli o similari.

Questa è una costante che si può facilmente riconoscere, intercettare o estrapolare in tutti i centri antichi della Regione Etnica. Diffusa Accolta e Sostenuta dagli Arbëreshë, qui oggetto di studio privilegiato, e qui non si nega che usando lo stesso protocollo o diplomatica storica non è escluso che l’orizzonte possibile non abbia come sorgente gli elementi tipici materiali ed immateriali di memoria simile.

Con edifici che presenta nei cantonali intonacati, anche qualche stemma di legione, presente anche nella chiave di volta del portale delle case, o delle porte principali o secondarie delle Chiese, in alcuni casi anche nelle pietre angolari che determinano le attività di nobiltà per affermare la discendenza.

Sicuramente in questi ambiti non servono statue o busti equestri senza ragione e, di forma anomala, ma riconoscimenti di memoria, dalle istituzioni tutte, le stesse che in questo momento storico di pena e di invasioni diffuse, si preferisce premiare infanti o generi indecisi, che si siccome raggiunti con altre vesti, si vorrebbe piegare come non furono in grado di fare secoli addietro.

Venite il Calabria non per fare ponti e allestire memorie equestri di genere ignoto, con emblemi e mirano dello sguardo rivolto verso abbracci dominanti e non materni, tuttavia potrete venire con più rispetto, vedere, sentire, ascoltare e conoscere i luoghi dove, l’accoglienza ha reso la regione stessa: ponte fraterno solidale, colma di coltura, credenza e uguaglianza sociale, per chi viene e per chi poi da qui vuole ripartire.

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QELLI CHE SEDEVANO DAVANTI AL CAMINO DEL REFERTORIO TRA IL 1790 AL 1888 (nengë u bëra llëtirë satë mostë veja te culegj e vaita thë menzà)

QELLI CHE SEDEVANO DAVANTI AL CAMINO DEL REFERTORIO TRA IL 1790 AL 1888 (nengë u bëra llëtirë satë mostë veja te culegj e vaita thë menzà)

Posted on 18 maggio 2024 by admin

regina

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – La necessità di espandere i confini di iunctura culturale degli ambiti della Calabria citeriore dal XVIII a XIX, fu argomento di rilievo per “i fraterni gruppi europei”, specie quello che trovò germoglio nel casale nobiliare di Capodichino a Napoli, dai tempi di Maria Carolina d’Asburgo, Regina di Napoli e Sicilia consorte dell’imperatore Ferdinando di Borbone;

Anche essa frequentava questo luogo di fratellanza, dove furono disposte le linee generali di un progetto di cultura che interessasse ogni provincia del regno e, per la Calabria si attivarono, al fine di trasferire le risorse culturali ingabbiate nel collegio Corsini, nella residenza originaria, illuminandole senza più fatiscenze di luogo malsano in Sant’Adriano.

Tutto questo, dopo essersi continuamente consultati con i massimi esponenti della fratellanza di radice arbëreşë di questo loco ameno, ma operosi residenti e attivi in prima linea a Napoli.

E nel mentre in pochi, ovvero quanti si possono contare sulle dita di una mano diedero il corpo e l’anima per questo progetto, altre fratellanze e parentele si disposero a cerchio per fare vallja di profitto e tradimento.

Questa fu una stagione lunga che durò per molto tempo e, oggi quanti comunemente senza debita formazione appongono lapidi, allestiscono editi, usano manifestare memoria di canto senza ragione.

Eccellenze che ancora oggi rimangono sotto i veli ricamati dai chi non aveva meriti, oggi accolte di buon grado da quanti non avendo misura del grande rinnovamento, si prodigarono a tradurre fatti, avvenimenti e prodotti editoriali, di cui non conoscendo quel genio in grado, di generare preparare, istituire e dare inizio svolgimento e fine a questa grande fucina di clericali e letterati di libero pensiero, sempre prodigi a seguire la fratellanza del popolo sovrano.

Quando il collegio fu trasferito dalla sua storica sede, fu fatto perché il luogo era povero, poco ameno e, sicuramente non avrebbero potuto rispondere all’era nuova ormai alle porte.

Il progetto non trovo molta adesione clericale e civili, specie negli ambiti dove annaspava con la cultura; e tutto l’evento, venne inteso come dispetto locale in favore di altri o addirittura, un mero affare immobiliare in favore dei soliti fratelli senza scrupolo.

Per chi lo ricevette in dono fu festa nazionale, perché inteso come regalo scolare, dove le risorse economiche dell’agro avrebbero fatto la fortuna dei fratelli immobiliaristi che sarebbero anche diventati, padroni del monte del grano con profitti di usura inimmaginabile.

Due facce di una stessa medaglia, che ha visto l’istituto di formazione sempre protagonista di affari economici; e mai luogo di cultura diffusa, per unire casa e chiesa indissolubilmente, ma un monte economico da cui fare profitto e ricchezza privata.

Giuseppe, Pasquale, Francesco, Domenico e in fine Giuseppe, che fu fatto vescovo per necessità, rappresentano le figure prime che lo immaginarono, lo istituirono, lo sostennero contro le avversità già poste in previsione e, poi alla fin del ciclo, lo dismisero senza pena per la cultura e la formazione della terra citeriore.

Tuttavia se non vi fossero stati le prime quattro figure, ancora oggi Garibaldi e i suoi novecento e novantanove, lo troveremmo, accampato ancora nella valle del Savuto, in attesa del tempo buono per unificare l’Italia.

Per il collegio vi furono figure alte, che diedero la vita senza mai pretendere nulla e, figure senza scrupolo che si arricchirono approfittando della buona fede degli idealisti del pensiero libero in arbëreşë.

Se oggi dopo due secoli di fatti e cose, si allestiscono editi e ogni sorta di palcoscenico, specie se con la partecipazione e il contributo di luminari moderni, allo scopo di ricordare date, avvenimenti, uomini e “pubblicati editi carpiti”, non è giusto che vengano santificati e benedetti, solo i neri che tessevano trame colme di sangue fraterno, versato dentro furi i granai del regno per opera o per vendetta dei mandanti neri.

Su questi brevi accenni si potrebbero aprire discorsi e rivelare cose che lascerebbero basite le persone più perfide e sin anche il diavolo in persona.

Tuttavia qui si preferisce parlare delle cose buone, anzi accennare per certi versi cosa era è stato o hanno prodotto di buono le consuetudini degli arbëreşë.

L’istituzione nata per formare clerici di radice greco bizantina, i primi di cultura libera; il secondo nel periodo in cui Francesco alla guida si questo lo trasferì, da loco povero e malsano in un dominio di sole e vita, e nel viaggio proposto come gita scolare, si rese conto che mancava un elemento di unione tra l’altare della chiesa e il camino di casa.

Questo fu il motivo fondamentale per allargare il protocollo di formazione e, introdusse così nelle pieghe della formazione dell’istituto, come tessere trame e fare il costume di rappresentanza civile e clericale.

In altre parole cosa doveva mantenere alto il valore culturale degli Arbëreşë, che in un altro capitolo tratteremo con dovizia di particolari, per rendere chiari gli orizzonti di vestizione dei comunemente formati.

Il collegio per gli arbëreşë rappresenta un’isola culturale inesplorata, e tutto il suo valore ancora oggi e tutto incompreso e solo in parte lasciato trasparire dalla polvere che avvolge di giorno in giorno, quei documenti inediti che nessuno sa che esistono.

Ancora oggi è viva la favola, che notai avvocati e ogni sorta di bibliotecari del passato li abbia depositati negli archivi di altro loco e, qui non vi sia più nulla, ma il peccato più grave, lo commette chi non conosci la storia neanche in forma di favola, allora è palese il risultato a cui si ambisce specie per chi crede di poter sortire senza avere crusca, cure e orecchie per ascoltare in Arbëreşë.

Una raccomandazione per dovere di fila educata e rispetto, delle persone che diedero la vita al fine e per difendere questa storica istituzione: è preferibile prima parlare dei maestri e liberi pensatori, poi magare se ci sta un po di tempo nella pubblicità accennare anche, quanti hanno riferito cose che per gli arbëreşë che ancora oggi, restano e sono frasi o sostantivi e verbi incomprensibili.

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LA STAGIONE DE I GIOVANI NON PIÙ DAVANTI AL CAMINO CHE CREDONO SIA INFERNO (u lljienë thë mëbsuara e fiasen si pulari)

LA STAGIONE DE I GIOVANI NON PIÙ DAVANTI AL CAMINO CHE CREDONO SIA INFERNO (u lljienë thë mëbsuara e fiasen si pulari)

Posted on 16 maggio 2024 by admin

I CINQUE SENSI ARBËRESHË SONO INGRIGITI,

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Gli Arbëreşë segnavano le stagioni, con la metrica del tempo lungo, seguito da tempo corto, ovvero l’estate e l’inverno:

  • la prima stagione, rappresentava la rinascita, nel confronto operoso e costruttivo, con la matura, il territorio e, gli indigeni, oltre ai locali di simile radice.
  • la seconda stagione, era dedicato ai progetti, perché momento condiviso entro le mura domestiche, davanti al camino e, l’inverno, assumeva anche il tempo in cui si programmavano nuove strategie, riconoscendo gli errori fatti, per migliorarsi, nel nuovo confronto che a breve sarebbe iniziato con la nuova stagione lunga.

Questa per secoli e possiamo affermare senza commettere alcun errore,  che almeno sei, hanno fatto del popolo Arbëreşë, che viveva nel ricordo della terra madre abbandonata, il modello irripetibile, ancora ad oggi nessuna popolazione indo europea, ha superato in consuetudini e fratellanza con gli indigeni che li accoglievano per futuri migliori.

La loro forza era custodita dal governo degli uomini e da quello delle donne, due ambiti ideali in operoso parallelismo, dove si programmavano strategie riunite nel tempo corto, l’inverno; mentre nel tempo lungo in estate, le due camere parlamentari si occupavano del territorio tutto gli uomini, nel mentre il governo delle donne, iniziava davanti al camino e con cerchi concentrici sempre pulsanti e vivi, seguiva le nuove generazioni non oltre l’estensione dei cinque sensi, ovvero dove si estendeva l’istituto di formazione della vita in esperienza, denominata Gjitonia.

Questa solida organizzazione, nel corso dei secoli è andata scomparendo per il sopraggiunto interrogativo dell’era industriale, che sopprime il governo degli uomini e per quanto concerne il governo delle donne, dagli anni settanta del secolo scorzo, per i nuovi ideali scolastico sociali che voglio tutti i generi equipollenti, immaginando che la sola scolarizzazione, possa far germogliare il genio per la tutela, la conservazione o resilienza del vecchio in epoca moderna, specie relativamente al grande patrimonio di eredità orale, ormai non più secondo l’antico manuale Arbëreşë fatto di ascolto e rispetto delle proprie consuetudini.

Oggi ormai non sono più i due governi a formare le nuove generazioni, che non si muovono secondo il confronto diretto con i genitori, nonni, parenti o i saggi locali, in quanto è stata diffusa la regola, secondo cui negli archivi, nelle biblioteche o frequentando i dipartimenti generici o mirati, non è indispensabile confrontarsi, con la memoria del governo delle donne e degli uomini, infatti, pare sia, sufficiente fare resilienza e tutela storica per la “Minoranza Arbëreşë”, liberi dall’antico formarsi di ascolto, come lo fu dal settecento sino a tutto l’ottocento inoltrato, per gli eccellenti, ancora oggi ignoti, alla storia dei comuni.

Se dagli anni settanta del secolo scorso ha avuto inizio questa deriva, sempre più allargata, sino a divenire nuovo protocollo, è normale che oggi si confondano; Danze con memoria del Parlato; Katundë o lugo di confronto e movimento con Borghi isolati e chiusi; Sheshi di Iunctura con piazzette inclinate; Gjitonia dei cinque sensi, con Vicinato mercatale del prestito; e come non sottolineare gli abusi edilizi degli anni sessanta, del secolo scorso, per abitazioni a memoria della terra madre, quando ancora non era il nido del volatile con teste e un cuore Arbëreşë.

Potremmo terminare con il comune parlato che si fa con argomento il costume tipico, ma questa è una nota troppo dolente, per la quale e meglio non interferire, ne è il caso di raccogliere i resti o le polveri prodotte dai “Kopizzari Matti” di turno è troppo complicato, anche se esistono compilazioni solide, e inarrivabili, sia per indossarli e sia per darne larga diffusione, che si rimanda in altra diplomatica, assieme a quella dello sviluppo urbano e architettonico dei centri antichi di radice Arbëreşë.

Un tempo, e parliamo di ante anni settanta del secolo scorso, si ricevevano in eredità dal governo degli uomini, tanti mestieri e da quello delle donne, il modo di comportarsi e riconoscere le cose buone da quelle meno buone, poi quando uscivi fuori dagli ambiti locali, sapevi come far germogliare al meglio e diventare esempio per tutto il vecchio continente, così come hanno fatto dai tempi della nascita i numerosi esponenti della cultura Arbëreşë.

Oggi purtroppo il vantare frequenze archivistiche o di biblioteca, è diventato il vanto comune per quanti vanno per valli e piazze, adagiandosi su centrini della tavola a modo di vaso floreale, seminando inutili riverberi che servono solo a offendere la memoria dei nostri avi con crusca di fatuo.

Si preferisce isolare la regola del contrappasso a quella di fare bottega di falegname, massaro o forgiato che sia, per allevare maestri di genio nuovo, che sappiano dare continuità alla storia delle arti e le cose locali.

E se a parlare sono quanti gli archivi, le biblioteche, i musei o i luoghi di memoria, li ha migliorati a misura di ogni comunemente, sapranno sicuramente riconoscere se le cose divulgate sono vere o pura invenzione locale, che degenera la storia e la memoria di un ben identificato luogo.

Non bastano secchi di cole in base di calce per rendere le prospettive storiche migliori, servono progetti e una buona impresa che sappia fare strutture solide, apporre tetti e creare il giusto impasto di pigmentazione per le prospettive da tutelare, anche se nella legge 482/99 non sono contemplate e, ancora si va per mietiture di vergognosa trebbiatura, immaginando che la farina fatua sia più genuina della crusca di grano.

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IL CICLO ELETTORALE DI ARCHEOLOGIA LOCALE

Protetto: IL CICLO ELETTORALE DI ARCHEOLOGIA LOCALE

Posted on 11 maggio 2024 by admin

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I THEMI PORTATI SENZA RIGUARDO IN REGIONE STORICA SERVONO PER CARPIRE LA FEDE DEGLI ARBËREŞË (Na muhartin përë gadura pa crìe)

I THEMI PORTATI SENZA RIGUARDO IN REGIONE STORICA SERVONO PER CARPIRE LA FEDE DEGLI ARBËREŞË (Na muhartin përë gadura pa crìe)

Posted on 08 maggio 2024 by admin

DragoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Quando l’impero romano di espansione orientale, ha iniziare la sua decadenza in favore delle regole islamiche, la forgiatura delle nuove generazioni in crescita, vide numerosi governariati, costretti a cedere i propri figli maschi per essere cresciuti nei califfati, con misura di credenza, senza rispetto delle altrui genti da sottomettere.

Togliere i figli maschi ai discendenti dei governariati della allora Albania, voleva dire preparare un nuovo impero secondo forgiature di corte dove si viveva sopprimendo chi cresceva al tuo fianco con ogni mezzo di umiliazione pubblica.

Di queste figure che sono parte della storia del vecchio continente si potrebbe trattare della storia e di come essi appaiono, di molti personaggi, ma per non allargare il discorso e perderci nella discussione, tratteremo dei soli e due esempi che ancora oggi mantengono la scena e sono facili da individuare.

Essi sono Vlad III noto per vociferato islamico come il conte Dracula e Giorgio Castriota, figlio di Giovanni, volgarmente esposto come Scanderbeg, secondo l’instancabile fusione Moderna di ironico coronamento di re di una improbabile mandria, e non di ordine Draghesco, come lui e Vlad III preferivano apparire senza essere distorti dalla infinita persecuzione, ancora oggi in atto.

Se per l’eroe di Transilvania il progetto di demonizzare Vlad III secondo la mira islamica, ha avuto buon fine, per l’attenzione religiosa e di credenza europea attribuita a Giorgi Castriota, la scattata denigratoria non ha avuto, lo stesso risultato o buon fine.

Vera resta la vicenda di Vlad III, perseguitato ma comunque, sfuggito al linciaggio del sui corpo e i suoi familiari.

Diversamente da Giorgio Castriota che dopo essere stato linciato fisicamente, dopo la sua morte, venne portato in macabro ricordo, per le vie dell’allora sua terra, ma lui sicuro di tutto questo, ha saputo seminare, germogli che hanno fiorito liberi, dalla deriva mussulmana, che ancora oggi tenta abbordaggi per screditarlo, per mano di inesperti culturali.

Nei numerosi trattati che ritraggono e descrivono l’eroe Giorgio Castriota, in alcun modo e, chi conosce la storia lo sa bene, usano presentarlo con un copricapo a forma di cupola islamica, sormontata da capra o animale ovino che sia.

Giorgio Castriota dopo la battaglia di Terrastrutta nei pressi di Greci (AV), sfilava al seguito del re Aragonese, con un elmo sormontato dallo stemma del drago e, al fianco del fedele Fratello di Battaglia Vlad III, questa un’ incisione bronzea risalente al XV secolo.

Sono diverse le raffigurazioni che lo pongono impavido alla guida del suo cavallo, con scudo e lancia o spada, mai ritratto con elmo sormontato da ovino, sono nel ventennio del secolo, appaiono le raffigurazioni a dir poco senza alcun riferimento storico se non offensivo, per noi arbëreşë.

Questo viene sottolineato dalla Forma latinizzata del nome İskender beg 〈iskènder bèġ〉 (turco “bey Alessandro”, con allusione ad Alessandro il Grande) dato dai Turchi al Castriota e, sia dalle vesti che tutto possono avere, non certo d’indirizzo cristiano, per il quale seppe rispondere con grande astuzia o strategia dirsi voglia.

Il sultano Murad II, ignaro del sancito del Kanun, per la nuova posizione del suo protetto Giorgio, rinominato dal sultanato, “Scanderbeg”, inviò un potente esercito, si disse, di 100.000 o addirittura 150.000 uomini guidato da Alì Pascià e invadere i Principati Arbëri.

Lo scontro con le forze notevolmente inferiori del “Principe Cristiano Giorgio Castriota” avvenne, il 29 giugno 1444, a Torvioll vide la prepotente armata turca incassare una sonante sconfitta.

Il 2 di marzo dello stesso anno, nella cattedrale di San Nicola ad Alessio, il Principe Arbër Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, libero dal ricatto turco, organizzò un grande convegno, con i principi Arbër, li convenuti sotto la vigile supervisione della onnipresente Repubblica Veneziana.

In quel sacro luogo di credenza venne proclamato, all’unanimità, guida cristiana, lo stesso che agli inizi della seconda decada del mille quattrocento, venne marchiato indelebilmente dai turchi, “Scanderbeg”.

Questi, prima della nomina, salito sull’altare si espresse cosi come qui riportato, secondo uno scritto del XVI secolo e al cospetto dei Principi convenuti in quel 2 di Marzo del 1444 qui riportato: la principessa Mamizza Castriota, sorella di Giorgio; Arrianiti Signore della Provincia Canina, Calcondila e Rafaele Valoterano; Teodoro Corona Signore di Belgrado amico particolare di Giovanni il Padre di Giorgio; Paolo Ducagini, il più considerato principe d’arbëria, in oltre erano presenti Nicolò Ducagini, Giorgio Arianiti, Andrea Topia, Pietro Pano, Giorgio Dufmano, Gjergj Balsha, Zaccaria Altisvevo, Stefano Zornovicchio, Scura/Scuro, Vrana Conte e altri di minor nome, quali Stefano Darenio, Paolo Stefio, i principi di Transilvania, oltre i deputati della repubblica di Venezia, osservatori e certificatori di quell’incontro.

Quando i convenuti furono dentro il sacro perimetro religioso, Giorgio Castriota, prese la parola e fece un discorso come qui in seguito riportato, secondo la cronaca dell’epoca.

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“Superfluo stimo, Principi ottimi, e sapientissimi che io imprenda a descrivervi l’odio, e la rabbia dei Turchi contra i seguaci di Gesù Cristo, e come quelli non pensino ad altro che ad annientarci, ad estirparci, tanto sitibondi del nostro sangue, che ingordi dei nostri beni: avveguacchè questo vien purtroppo dimostrato da tante ferite, di cui e coverta tutta la Cristianità, e la medesima Arbëria, gli stessi Principi albanesi possano essere citati agli altri in lacrimevole esempio.

Onde pio tosto mi volgerò a espor, quale sia stata la cagione delle nostre dissaventure; acciocchè di presente vediamo a quale rimedio abbiamo ad applicare.

Piangono a lacrime di sangue i popoli Cristiani le fatali discordie dei Principi loro accusandogli essere loro stessi i fabri dei propri disastri e tutti esclamando al cielo accordandansi tratto in pronunciar queste parole: se i Principi Cristiani, che sono travagliati dal timore, e dal pericolo di sogiacere infime, all’incontro ridurrebbero facilmente il Turco in ultimo e sterminio. Ma che io mi trattenga a narrare le tragedie degli altri principati, non mi è permesso dalla compassione verso  i miei fratelli scielleramente uccis, la quale tosto mi chiama a dichiarare d’onde sia derivata la miserabile ruina della mia casa.

Giovanni mio Padre, Principe una volta vostro compagno, essendo stato assalito dal Sultano dei Turchi, il quale alla testa di un’armata egualmente numerosa, che agguerrita obbligava tutti i potentati vicini a piegare, ed a sottomettersi, trovandosi esso solo alle mani col prepotente assalitore, ne vedendogli soccorso da parte alcuna, fu costretto alla fine a rendersi per vinto, e accettare delle condizioni che tacitamente conteneano l’ultimo eccidio della sua casa, cioè l’usurpazione del Principato, e l’uccisione de’ Figliuoli, dopodichè fosse avvenuta la sua morte; (io solo rimasto in vita per volere del cielo: e spero per le dovute vendette di tali scelleragini).

E se quella diffusione che a quei tempi era tra i Principi Arbër, la quale ha lasciato perir miseramente mio padre perseveri  eziandio ne’ miei presenti pericoli, diverso esito dal paterno non posso certamente aspettarmi. Pure l’interesse del mio Principato, e della mia vita non ridursi a parteggiar condizioni di quella, ovetrovavasi per l’addietro. Ma avete da sapere che la salute vostra, ugualmente che la mia, al presente sia sull’orlo del precipizio.

Imperociocchè: che credete? Che il Turco allestisca le sue armi solo contro di me, e non pensi ad altro che al mio eccidio? Piacesse al cielo che la cosa fosse altrimenti; e quella fiera di me provocata a danni dell’Arbër restasse saziata, e non piuttosto irritata dalla mia strage.

O fortissimi Principi, non vi conturbino i tristi avvisi dei vostri presenti pericoli, i quali poi vivo sicuro che indubitatamente vedrete finire in vittoria, e in trionfi, se darete orecchio ai miei eterni consigli.

Tutti noi per dio immortale dal primo fino all’ultimo, tutti i Principi d’Arbër, tutta l’Arbër volge e ravvolge ora il rabbiosissimo turco nei suoi soliti continui pensieri de’ Cristiani estermini.

Se tutto ciò non meditasse il Turco, il quale ha per legge del suo ampio Profeta Maometto, ha per esempio de’ maggiori, ha per natura, ha per consuetudine di fare quanto può distruzione di tutti quelli seguono il nome di Cristo, e dell’eccidio d’un Principe Cristiano passar sulla medesima carriera a quella d’un altro. E di già parmi di questo punto di veder Amurate, in mezzo ai ministri delle sue crudeltà, e scelleragini, tutto spumante di rabbia, e ira, dopo aver minacciato a me, ed ai miei sudditi di far soffrire tutte le sorti di strazi, e di suplizi, rivolgersi a ringraziare il suo profeta Maometto che li abbia mandato quest’occasione di ristaurarsi nell’acquisto dell’ Arbër dalla perdita che aveva patito della servia: quindi dar ordine ai capitani di quest’impresa, dopo che abbiano finito d’eseguire il mio sterminio rivolgano tanto sto l’armi contra gli altri Principi Arbëri, e che non manchino di menare a’ suoi piedi voi carichi di catene, ormeno di gettarmi le teste vostre. Questi sono i sentimenti, questi sono (credete a me, credete alla mia lunga inveterata esperienza di quella corte, di quei costumi: credete a tanti orridi esempi e vecchi, e nuovi e stranieri e domestici) questi, dico, gli ordini, questi comandi del Turco. Questo ha da essere il tragico inevitabile fine dei principi albanesi, se tutti noi non si colleghiamo insieme per fare testa al nimico comune. Vi rappresento per verità, o degnissimi Principi, cose orrende da dirci, e sentirsi: ma io in quest’occasione opero a giusa di medico il quale spiega all’inferno i rischi del suo male, acciocchè si disponga alla necessità de’ rimedi.

L’unione è l’inica strada, per cui ci possiamo metterci in salvo dai mali, di cui siamo terribilmente minacciati: e si vede Iddio volerla assolutamente ne suoi fedeli, se essi all’incontro vogliono essere sostenuti dalla sua protezione. L’Ongaria, la Transilvania, la Bulgaria, la Servia fintantocchè la diffusione è stata tra esse, sono state abbandonate, dallo sdegno celeste, in preda all’avarizia, e alla crudeltà dei Turchi.

L’anno passato essendosi stati collegati insieme i Principi di queste Provincie, Iddio parimenti accompagno con la sua assistenza l’animo loro: per modo che riportata la più gloriosa vittoria che sin ora si celebri del nome di Cristiano, hanno costretto di rincontro il Turco a ricevere tutte quelle leggi, e condizioni,che loro sono piaciute imporgli. Abbiamo davanti agli occhi un si recente, e un si illustre esempio.

Iddio non mancherà d’aiutare i suoi Fedeli, quando essi non tralasciaranno di darsi mano l’una all’altro. Che quando il turco ai tempi di mio padre coll’armi entro in Arbëria, gli sarebbe forse riuscito di sottometterla al suo giogo, se alla comune difesa si fossero uniti i principi Arbëri? La difficoltà allora fu la cagione che l’Arbëria divenisse misera e schiava dell’Ottomana prepotenza: ora dunque l’unione, la concordia la renda all’opposto vittoriosa, e trionfante de’ fuochi crudeli nemici, quando ha fatto l’Ongaria, Le forze di questa provincia sono come tante piccole riviere che scorrono per diverse parti: le quali, se si raccogliessero dentro un alveo solo, formerebbero un grandissimo,e insuperabile fiume.

Le onde questa nostra unione mi toglie ogni paura, e infonde nel mio cuore una vera speranza di fare strage de’ Turchi, con cui loro credono di sterminare noi altri, e di rendere glorioso per tutta la terra nelle vittorie contra L’Ottomano possanza il valore degli Arbëri, quando quella degli Ongari.

Io che in fin da fanciullo per più di trent’anni ho menato la vita in compagnia dei Turchi, sono versato di continuo trà l’armi loro, divenuto maturo nell’arme loro, e credo che abbia abbastanza appreso tutte l’arti, e tutte le maniere del lor guerreggiare, posso con fondamentale promettere, e con ragione sperare qualche cosa contro di loro; e se quando era lor Capitano ho in non pochi, non leggeri cimiteri di battaglie felicemente vinti e debellati i lor nemici, ora di certo dessi aspettare che non operarò di manco per la conservazione della mia patria, e per la salute de’ miei compagni, i quali per mia occasione mettano a repentaglio la mia vita, e ogni loro fortuna. Ne va dia poi alcun travaglio la fama della possanza dei Turchi: Ne voi più tremiate loro, ch’eglino sperino in se stessi.

Pochi mesi fa sono stati da Unniade, e degli Ongari sconfitti in una battaglia campale, dove hanno perduto il nervo, e il fiore delle loro milizie: ciò ch’è loro rimasto, altro non è che un ammassamento di gente vile, paurosa, fugace, tutta canaglia, senz’esperienza.

 Sembrano gli eserciti Turcheschi spaventare con quel numero tonante di cento, di dugento mila combattenti ma di che cosa mai può valere contro dei forti uomini tanta quantità di si fatta gente: se non intaccare il ferro loro più col macello, che col combattimento. Le vittorie dipendono più dal valore, che dal numero.

La battaglia di Morava (per raccontare degli esempi nuovi, e insieme recenti) serve di prova bastante a questa verità: ove Unniade con un esercito di gran lunga inferiore sbagliato con una incredibile facilità, e tagliò a pezzi una poderosa armata de’ Turchi. Non V’è differenza in Iddio a rendere vittoriosi, quando gli piace, i suoi Fedeli, tanto se siamo pochi, come molti. E se quelli sono giunti a fare tanti acquisti dentro l’Asia e l’Europa, ciò non è stato effetto della virtù loro, ma bensì provenuto dalle discordie, dei principi Cristiani. E queste, credetemi, sono le uniche speranze, su cui al presente si fondano di farsi padroni degli Stati de’ Principi Arbër.

Ma se apprenderanno poi l’unione che è stata formata fra noi altri, spero molto che possano da loro abbandonati i pensieri della spedizione albanese: e se mai oseranno si attaccarsi, non ho alcun dubbio che ciò abbia a riuscire che a lor onta, e perdita, secondo che è lor avvenuto contro l’Ongaria. Vedete dunque prudentissimi principi, la presente condizione della salute nostra, e a quale passo siamo ridotti. Se viene il Turco come una fiera ferita dall’Ongaria a cercar rabbiosamente le sue vendette contro l’Arbër. Se saremo disuniti e uno non soccorresse l’altro, standosene freddo, e mal consigliato spettatore della tragedia del vicino, parimenti un dopo l’altro a giusa di tante derelitte pecorelle faremo tutt’in fine divorati da quel crudele lupo.

Se poi ci accoppieremo insieme, e uno darà mano all’altro, imitando l’esempio del re d’Ongiaria verso il Despota della Serbia, medesimamente qualche luogo dell’Arbër, com’è il fiume Morava della Bulgaria, sarà nobilitato sarà nobilitato dalla strage dè Turchi. Avete, o degnissimi Principi, udito quale sia lo stato presente dello stato delle cose nostre.

Dall’odierna deliberazione dipende o la salute nostra, o la nostra ultima ruina.

Io vò ho spiegato l’universale pericolo, e in fine i mezzi di un felice di riuscimento, facciamo che un giorno la memoria di questo concilio abbia a consolarsi, non ad attristarci, non evvi affare di maggior agevolezza, quando quello che tutt’è appoggiato al nostro volere.

L’esecuzione di tutto ciò che ho progettato sta nel vostro consentimento. Iddio dunque, fa tale la sua volontà che resti salva l’Arbër, infonda nei Principi di questo popolo lo spirito della concordia e dell’unione contra quegli empi nemici dè suoi Fedeli; e piaccia alla sua Provvidenza che ancor passi come in eredità à posteri a loro perpetua conservazione.”

Tutto questo poi venne indirizzato secondo il principio dell’Ordine del Drago ce voleva si combattere contro la prepotenza di imporre regole di credenza atra ma anche di soccorrere gli appartenenti familiari del condottiero eventualmente scomparso in battaglia.

E gli sforzi di Giorgio Castriota “Il condottiero Arbëreşë” non terminarono mai nell’oblio, infatti sino all’ultimo giorno della sua morte egli si adoperò nello scindere il suo popolo in due distinte forme di genio: una prima che restasse in quelle terre a difendere solo i confini e il nome e, una seconda; in esilio a tutelare e allevare il valore storico culturale, che noi Arbëreşë, non abbiamo mai lasciato al caso e solo dopo le dominazioni susseguitesi in terra madre, sono qui approdate ad ovest del fiume adriatico, a compromettere quell’antico progetto che oggi è lasciato alla deriva culturale di chi non usa orecchie per sentire e capire, le cose della “promessa data di nostri avi”.

GIORGIO

Donald Kennicott - Scanderbeg slain Firuz Pasha .1950 (The Blue Book Magazine V. 90)GIORGIO

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SE GIORGIO ERA UN SANTO QUALE NECESSITÀ CORREVA PER STERMINARE IL DRAGO E APPARIRE? (Giorgio deve stare con l’elmo mussulmano di radice caprina o con quello del drago a impronta cristiana)

SE GIORGIO ERA UN SANTO QUALE NECESSITÀ CORREVA PER STERMINARE IL DRAGO E APPARIRE? (Giorgio deve stare con l’elmo mussulmano di radice caprina o con quello del drago a impronta cristiana)

Posted on 04 maggio 2024 by admin

DragoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Nel mondo dei segni e le divulgazioni storiche di massa, trova ragione, chi, dove, perché e come invia messaggi a favore o contro avvenimenti di necessità opportunamente mirata.

Specie se i tali messaggi sono subliminali per piegare l’uomo inconsciamente, in favore di quanti vogliono sottomettere e far apparire le cose secondo un personale tornaconto di piega, come piega o diplomatica di credenza o politica di sottomissione.

Scriveva nel suo racconto di approdo degli Arbëreşë, nel regno di Napoli “Gioacchino da Fiore, teologo e filosofo italiano” che questi, si fossero insediati dopo la morte dell’eroe Giorgio, per un antico patto stipulato dall’eroe, “volgarmente appellato Scanderbeg” con i regnanti fedeli all’ordine cavalleresco del drago.

Questa affermazione del dotto e storico calabrese, è sempre stato motivo di ricerca, perseguendo il fine di comprenderne, il significato completo di quella delegittimante frase.

La risposta di tutto ciò sta a Napoli e sotto gli occhi distratti di tutti i ricercatori, che volessero dare senso e collocare, in favore di questo condottiero ricattato, provato e poi liberatosi di tutte le angherie immaginabili dall’invasore mussulmane, che per la sua ritrosia storica verso gli invasori, venne eletto, poi, dal pontefice “atleta della credenza cristiana”.

Giorgio Castriota, subì le angherie turche imposte al padre e con grande intelligenza, seppe rispondere e reagire nei momenti più cruciali della sua esistenza invita o ravvedimento in favore dei suoi genitori e dei suoi sudditi che non tradì mai.

Per questo dopo la sua morte violato il suo sepolcro fu portato in trionfale pena, dai suoi persecutori seriali in giro per le sue terre, a confermare la sua non più esistenza, cosi come dovette scappare la moglie a Napoli per difendere il suo onore e quello del marito scomparso prematuramente e dei figli, altrimenti sicuramente sottoposti alla gogna in quelle terre dall’avanzare dei mussulmani.

Giorgio Castriota in una comparsa del 1462 appare, inciso in fusione bronzea, al seguito del re Aragonese vittorioso, nella epica battaglia di terra strutta nei pressi di Greci (AV).

E in questa fusione bronzea dell’epoca, né lui e alcun altro porta un elmo, a forma di cupola islamica sormontato da una capra biforcuta, conferma ne è il copricapo di Vlad III suo compagno di avventura contro i Mussulmani che si pone al fianco di un cavaliere con un copricapo con il “segno emblematico dell’Ordine del Drago”.

Questo segna in maniera indelebile la ragione per la quale Gioacchino da fiore, sottolineava il comunemente appellativo, oltre al fatto che quando furono fatte le fusioni per collocare le statue a Tirana e Roma, come d’incanto appaiono due emblemi a dir poco impropri; il primo è il copricapo in forma “di cupola mussulmana”  sormonta da uno spaesato agnello o capretto, dirsi voglia e,  a conferma dell’ironica vicenda sono la facciate dello storico museo dell’arte  nella piazza che schematizzano forme di due croci rovesciate (?????) cosa si voleva dimostrare e perlomeno chi  ammagliare?.

Se oggi si vuole diligentemente onorare, unendo gli Arbëreşë come voluti dallo storico condottiero, con le genti addomesticate dall’slam, sarebbe il caso di deporre non sul capo ma portato a braccio sinistra l’emblema storico dell’ordine del drago.

Noi qui e mi riferisco a tutta la regione storica sostenuta e divulgata in Arbëreşë, non abbiamo bisogno di emblemi ironici che compromettono il nostro orgoglio e i nostri trascorsi storici, ma una chiarificazione che definisca le ostilità mai deposte o terminate, tra le due sponde del fiume Adriatico, sottoposte al controllo dell’aquila a due teste con un solo cuore.

Tanto meno depositarle in termini senza orientamento, magari allineati con i lavinai e i butti storici locali, che per quanti sanno di storia lasciano molto a desiderare relativamente al rispetto che si deve rivolgere verso questa figura sino ad oggi offesa e disonorato dalle genti che vivono li dove sorge il sole.

Deruta

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GJITONIA – VALLJE – SHEŞI - BORGHI E ILLISTRI NON HANNO PREGHIRE DI PERDONO DAGLI ARBËREŞË (gjitonia, valletë sheşi e llëtiretë arbëreşë me mbëcatë i sotë pàkùnghìmë)

GJITONIA – VALLJE – SHEŞI – BORGHI E ILLISTRI NON HANNO PREGHIRE DI PERDONO DAGLI ARBËREŞË (gjitonia, valletë sheşi e llëtiretë arbëreşë me mbëcatë i sotë pàkùnghìmë)

Posted on 28 aprile 2024 by admin

005b-NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Se oggi si dovessero tirare le somme di come siano state condotte valorizzate o indirizzate, le diplomatiche di tutela delle cose che rendono gli arbëreşë il modello di integrazione più solido e duraturo del mediterraneo, si dovrebbero allestire capienti confessionali dove impartire preghiere di penitenza per i peccatori.

Una deriva culturale senza precedenti, a giudicare dagli editi e i divulgati, non di comuni viandanti, ma per gli statici dogati senza formazione culturale in tema.

Si potrebbe qui allestire una enciclopedia consistente o di almeno pari volumi di quante si dice siano le migrazioni senza alcun senso storico sempre vantato.

Ma qui è il caso di sottolineare quali sono le cose storiche e veritiere, onde evitare l’allargarsi della deriva culturale, lasciate pericolosamente a invadere cose intime e identificative della Regione storica diffusa sostenuta in Arbëreşë.

A tal fine la memoria va al tempo in cui era difesa d’ufficio, nel corso della delocalizzazione di Cavallerizzo, frazione di Cerzeto per il rilascio della Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.), nel mentre si cercava confronto condiviso, con quanti dovevano essere gli anziani e formati al pari dell’Architetto Federiciano e Olivetaro i parà Krunde.

Due docenti, invece di tendere la mano, non avendo consapevolezza, a quei tempi, di me si condividesse una Mail, inviavano anche a all’Architetto Federiciano e Olivetaro di prima linea, le critiche senza senso e di incosciente radice.

La di cui corrispondenza critica era compilata con frasi del tipo; E chist’atru chi va cercannu ……………, e tutto questo solo perché erano stati invitati a confrontarsi, per i concetti qui di seguito a titolo come; Gjitonia, Sheshi, Rioni e crescita del centro antico di primo insediamento.

Tuttavia e senza soffermarsi anche su questi due Don Chisciotte e Sancio Panza, le cose più infantili che si ripetono e che si fa gran uso improprio è nell’identificare i centri antichi di radice arbëreşë, meramente Borghi, organizzati in quartieri sotto prodotte da Gjitonia, con piazzette dove affacciano porte e si canta e si balla a primavera la memoria di battaglie vinte dall’eroe albanese, deposto a memoria che giarda in tutte le direzioni men che meno verso la sua casa di kroje.

Va in oltre precisato che nonostante la minoranza abbia un proprio appellativo identificativo dei centri abitati, ovvero “Katundë”, che identifica un luogo di confronto, movimento o insieme di Iunctura sociale e familiare, in forma di città aperta rinascimentale, priva di classi onorifiche o economiche e, non certo medioevale chiusa, murata e di forma economica piramidale.

Quando nel 1999 ascoltai per la prima volta il teorema di “Gjitonia come il Vicinato indigeno” rimasi a dir poco basito e confrontai quel principio con ogni figura di spicco, i quali rimanevano tutti a dir poco perplessi anche se con sorrisi ironici de condividevano radice e contenuti sociali.

Iniziò così un ‘indagine molto articolata, fatta attraverso figure di eccellenza che a quei tempi erano riferimento storico, antropologico e psichiatrico in diversi dipartimenti universitari del meridione e, nel breve di pochi anni trovai la tessitura anomala di quelle esternazioni a dir poco infantili, anzi direi copiatura storica di un loco di pena e di vergogna.

In tutto, la Gjitonia è il luogo dei cinque sensi, non ha confini materiali e, rappresenta il luogo di formazione diretto dal governo delle donne, confuso genericamente, come traduzione semplice ed elementare come il loco “dove vedo e dove sento” che non è solo sentire a vedere, ma concerto armonico dei cinque sensi, gli stessi che fanno sentire il genere umano sempre a casa con i propri cari.

L’antico governo delle donne, ovvero madri sorelle, zie e nonne instancabili che preparavano le nuove generazioni, ripetendo quelle attività che ancora oggi non smettono di esistere e dare vita a ogni nuovo fiore di genere, che qui ha la fortuna di nasce e crescere, pensando prima e parlando dopo in Arbëreşë.

È stato lasciato al bando pubblico il teorema secondo cui uno Shëşë è uno spiazzo attorno al quale affacciano porte e finestre gemellate, nonostante la storiografia seria li riconosca come modello di Iunctura urbana, in tutto, un componimento urbano articolato, disposto in Fondaci (Kopshëtj), Botteghe (Putiga), Case (Shëpij), Vanelle (Vallë), Supportici (Supòrtë), Grotte (Varë), Vichi (Rrughà) e Archi (Redhë).

O cosa siano Costumi, Strade, Pietanze o quali sianole bevande tipiche ottenute con i distillati di prodotti mediterranei; non chiedere mai cosa e come erano innalzate Case, Chiese e Palazzi, o quali vestizioni tipiche usavano le donne e cosa rappresentassero in senso identitario, dove siano avvenute, nascite, soprusi o malefatte, perché avrete risposte a dir poco inesatte.

Non addimandate di essere accompagnati, per essere raccontata la storia delle case che parlano e raccontano storia di abusi, tanto nessuna di loro è così leale per farlo, ne tantomeno voi distratti viandanti, potrete cogliere la casa del diavolo che racconta una storia con protagonista esasperato il dio malefico, che li resta arrabbiato.

Altro argomento diffuso e promosso comunemente per i distratti e divertiti visitatori distratti dai midia, sono le incomprese e vituperate “Vallja”, presentate come ironia canora e di ballo, di stragi appena terminate e quindi memoria trionfale, di stragi contro Uomini, Donne, Bambini, Bambine, Asini c Cavalli.

A tal proposito è opportuno precisa re che le Vallje sono le antichissime Carmina Conviviali, feste di gruppi familiari ai tempi in cui non esisteva la scrittura, l’uomo che non conosce la scrittura vive nel mondo magico dell’orecchio e non in quello neutro della vista, in altre parole, per lui il senso più importante è l’udito, è questo infatti il senso privilegiato con cui viene in contatto con l’intero sapere della sua cultura.

In tutte le società a cultura orale le produzioni verbali sono centra­te, in genere, su dinamiche agonistiche, tali culture si ama scon­trarsi verbalmente attraverso lo sbeffeggia­mento, il vituperio verbale, ma anche talora ci si può esibire in lodi tremendamente esagerate ai nostri orecchi.

La stessa conoscenza non è mai astratta, ma è sempre vicina all’esperienza umana ed è, quindi, situata perennemente in un contesto di lotta, in queste culture, «i proverbi e gli indovinelli non vengono usati semplicemente per immagazzinare conoscenza, ma anche per impegnare gli altri in una battaglia intellettuale e verbale: pronunciare un proverbio o un indovinello significa sfidare gli ascoltatori a rispondere con un altro più appropriato, o con uno che lo contraddica.

Il vantarsi del pro­prio coraggio e/o il sarcasmo sul nemico sono atti che regolar­mente ricorrono nella narrativa orale, basti pensare a quanto accade ad esempio al piccolo esercito del Castriota che diede filo da torcere alle armate turche.

La cultura orale è conservatrice, tradizionale, in tutto, sono società magiche e tribali, in breve società chiuse, società fortemente conservatrici e tradizionali in cui la critica, il miglioramento o l’innovazione non vengono favorite, ma guarda­te con diffidenza e spesso osteggiate.

Infatti, «poiché in una cultura a oralità primaria la conoscen­za concettualizzata viene ripetuta ad alta voce altrimenti svanisce presto, le società, che su di essa si basano, devono investire molta energia nel ripetere più volte ciò che è stato faticosamente impa­rato nel corso dei secoli.

sono soliti ascoltare con la fioritura dei sensi e sono disposti a lasciarsi coinvolgere totalmente da colui che parla o che canta, in altre parole, l’uomo della cul­tura orale vive sotto la tirannia del presente.

Egli non ha nei confronti della «verità» storica la nostra stessa sensibilità, in quanto l’inte­grità del passato è sempre subordinata alle esigenze nel presen­te, anche se parte «scomode» o non più «attuali» e, immolate sull’altare della quo­tidianità. 

Le società a cultura orale, infatti, sono riuscite a risol­vere il problema connesso alla trasmissione del loro sapere grazie a una scoperta fondamentale: esse avevano imparato a co­struire contenitori verbali ritmici e formulaici, avevano scoperto la poesia e di essa avevano fatto uno strumento essen­zialmente funzionale alla conservazione delle conoscenze e alla trasmissione, da una generazione all’altra, dell’intero loro sapere.

In particolare, le società a cultura orale riuscirono a conservare una memoria sociale collettiva associando poesia, musica alle movenze di danza.

Nella civiltà moderna si verifica una situazione simile a quella presente nella cultura orale, nei meriti di testi invece che canzoni di successo, che finiscono con l’imprimersi nella mente del grande pubblico popolare grazie alla loro ossessiva e piacevole ri­petizione.

Di fatto, anche nella cultura orale la tecnica più comune per tra­smettere la tradizione era quella della ripetizione o delle rime di ironica partecipazione popolare.

Mentre la poesia epi­ca viene recitata da cantori professionisti, ma anche da adulti e anziani, da bambini e da adolescenti e ciò avveniva durante i ban­chetti, all’interno della famiglia, a teatro e sulla piazza del mer­cato.

Ovvero fare dimostranza attiva della propria storia, ricordando con canti e danze, le tappe della propria identità in diverse attività pubbliche nella stagione lunga; e poi nella stagione corta allevare le nuove generazioni davanti al camino, in forma riservata, e seguiti dal governo delle donne.

A questo punto è il caso di dire: chi è senza peccato di ironiche dicerie culturali scagli la prima pietra, anzi in primo blocco di Adobe per costruire le prime case degli arbëreşë, quelle denominate vernacolari o per necessità, ma qui entriamo in un campo dove solo i formati Federiciano e Olivetaro, hanno titolo per parlare e gli altri devono restare con la bocca chiusa e le orecchie aperte ad ascoltare, altrimenti si finirà per dire ancora per molto “la Gjitonia come il Vicinato indigeno” “le Vallje la battaglia vinta” “lo sheshi la piazzetta dove affacciano le porte e si balla per ricordare il Castriota” “la giornata del Temine si mangiano carne insaccata nelle tombe dei defunti”.

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Aprile 2

IL PENSIERO LIBERALE DI PASQUALE BAFFI E IL PARLATO PRIMO DEGLI ARBËREŞË (Motet i Ghiùhesh Tonë)

Posted on 25 aprile 2024 by admin

Aprile 2NAPOLI (Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Gli alfabetizzati non comprendono, cosa sia “la cultura orale prima”, ovvero, quella mancante di ogni sorta di scrittura, né immaginano sia possibile valorizzarla, per questo voi che sapete tutto, provate ad immaginare di non dover mai cercare una parola in un dizionario, avrete così consapevolezza che le parole, non hanno una presenza visiva ma un semplice suono di ri­chiamo.

Quando Pasquale Baffi, mi riferisco al primo, grande e unico letterario, nello studio di comparazione della lingua Arbëreşë pubblico, in Svezia, dal 1774 al 1776 perché unico paese europeo ad avere tutti i caratteri dell’alfabeto Greco e Latino per la stampa di Gutenberg.

Scrisse con genio diversi “discorsi” sulla storia della lingua Arbëreşë che vivevano a ridosso della via Egnazia, gli stessi che per sfuggire alla gogna di credenza mussulmana, si stanziarono allocandosi negli anfratti collinari del Regno di Napoli diffusamente, si limitò esclusivamente a comparare questo parlato, con quelle dei viandanti indo europei che li transitavano.

Naturalmente senza azzardo di voler stravolgere con esperimenti alfabetari dirsi voglia, diversamente da come agirono dopo meno di un secolo, prelati e i loro figli copiatori; avviando così, da quei tempi e, ancora oggi con ostinazione, la lingua parlata Arbëreşë di noi e dei nostri a una china giullarescamente scritta, senza eguali.

Un dato rimane inconfutabile, ovvero, se il Baffi nella sua carriera di lettore primo e grande interprete di testi Latini e Greci, sin anche delle forme più arcaiche, oltre ad essere un parlante natio di lingua Arbëreşë, ha ritenuto solo comparare la lingua, senza mai esporsi a fare romanze o alfabetari; un progetto ancor oggi inarrivabile, da lui posto in essere, ritenendo che quel codice, di parole non doveva essere stravolto, dai copiatori seriali senza adeguata formazione.

Allora è spontaneo chiedersi se lui che era ai vertici della cultura, non ha mai posto in essere nulla che violasse la lingua parlata degli Arbëreşë, gli altri a cosa ambivano quando si recavano in chiesa, nei collegi e poi correvano a Napoli per stampare cose per una schiera di analfabeti?

E chi diceva che una prima versione degli scritti sugli Albanesi era stata distrutta per difformità dei caratteri a stampa di Gutenberg, cosa cercavano di nascondere quando diceva che erano stati distrutti quegli scritti errati?

Se a questo aggiungiamo il dato che avere un titolo di scolaretto e merito di chiedere interessi esagerati per grano imprestato, non tifa diventare eccellenza di storia e di cultura, specie se mandante di eccidi, davanti granai e poi perisci in solitudine con gli scritti delle tue vittime pubblicate dai tuoi parenti ignari.

Per millenni l’uomo ha trasmesso le proprie conoscenze con lo “strumento voce” e le informazioni passavano di bocca in bocca al ritmo della lena del pedone.

L’uomo che vive ambiti di cultura orale primaria, pone in essere la cultura che non conosce scrit­tura, non possiede documenti, ma solo memoria uditiva.

Da ciò si deduce che questo popolo conosce solo ciò che ricorda, e per farlo, ha bisogno di formule quale ausilio, da ciò, l’uomo siffatto, ha una relazione con le paro­le profondamente diverso dagli alfabetizzati, in quando fanno uso più dell’udito che del visivo.

Dei suoi sensi l’orecchio è considerato il più importante, specie in una cultura in cui non esistono testi scritti a mano o stampati, e il sapere si sostiene perché disposto in memoria.

In tali ambiti culturali, si ricorre articolare le conoscenze in pensieri memorabili, in altre parole, il pensiero nasce all’interno di moduli bilanciati con solidità di contenuto ritmico.

Esso per questo viene strutturato in ripeti­zioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in tutto, epiteti ed espres­sioni formulaiche, in temi standard, o proverbi costantemente uditi da tutti i partecipanti, in forma di rammentati facili, formu­lati per un semplice apprendimento di ricordo; ovvero, for­me di funzione mnemonica, intrecciata a sistemi determinati di sintesi.

Nella cultura orala primaria, dunque, i pensieri devono essere espressi in versi o in una prosa molto ritmica, con forme di ballo, in quanto, il ritmo aiuta la memoria anche dal punto di vista fisiologico.

A tal fine è noto il solido legame fra modelli ritmici orali, del pro­cesso respiratorio, in gesti e simmetria bilaterale del corpo uma­no e, sin dai tempi delle antiche parafrasi Aramaiche e Greche del Vecchio Testa­mento, sin anche dell’Ebraico Antico.

Tutte queste popolazioni, passava­no la vita «ruminando» in continuazione, brani della Scrittura, ma tale loro incredibile performance mnemonica (per i culturali parametri odierni) era resa possibile anche dal fatto che il testo sacro era stato trasmesso per secoli oralmente.

Tutto questo avveniva o posto in essere secondo un racconto ritmato, strutturato in modo da essere facilmen­te memorizzabile, ma purtroppo, queste caratteristiche di memoria, sin anche della Bibbia, sono andate disperse nelle traduzioni delle lingue moderne.

Nelle culture orali primarie il sapere finisce con l’essere trasmes­so attraverso formule, frasi fatte, proverbi, massime, in breve fi­nisce con l’essere un sapere veicolato in espressioni verbali es­senziali o, per meglio dire, quintessenziali.

In tutto resi, proverbi e mas­sime come ad esempio: Rosso di sera bel tempo si spera; Divide et im­pera; Sbagliare è umano perdonare è divino; Il lupo perde il pelo, ma non il vizio; Buona è la mestizia più del riso, perché un triste aspetto fa buono il cuore.

A tal fine esistono diverse frasi brevi, secondo le quali le giovani generazioni Arbëreşë erano allevati, come ad esempio; Kicchiricchi këndonë Ghielli e Sofia te Kangelli; kushë kianë, kianë pulari e Sofia thë kamizari; gnë gherë jshë gnë mij, ghiri thë ghë shëpië………

Tuttavia nelle culture orali esse non sono espressioni occasionali, perché formano la sostanza stessa del pensiero e, senza di loro è impossibile un pensiero che abbia una qualche durata, poiché esse lo costituiscono.

Nelle culture orali primarie, la memoria occupa un ruo­lo centrale tra i poteri della mente e le persone più sapienti che posseggono una memoria di ferro.

La memoria è la custode dell’intero sapere che è sempre espresso in massime formulaiche, del resto, in una cultura orale pensare in termini non formulaici, non mnemonici, se anche fosse possibile, sarebbe una perdita di tempo, poiché il pensiero, una volta formulato, non potrebbe più essere ricordato se non con l’aiuto della scrittura e, per quanto raffinata non sarebbe perciò conoscenza duratura, ma solo pensiero fuggevole.

Una cultura orale possiede caratteristiche particolarissime che appaiono decisamente insolite a chi si è formato nella galassia Gu­tenberg o vive nel mondo della parola elettronica.

L’uomo del­l’oralità primaria ha con la dimensione storica e del sacro, con gli altri e con sé stesso, con il linguaggio e con la poesia rapporti diversi da quelli che hanno gli uomini della parola scrit­ta.

L’uomo che non conosce la scrittura vive nel mondo magico dell’orecchio e non in quello neutro della vista, in altre parole, per lui il senso più importante è l’udito, è questo infatti il senso privilegiato con cui viene in contatto con l’intero sapere della sua cultura.

Ma il mondo dell’orecchio è «un mondo caldo e iperestetico mentre il mondo dell’oc­chio è relativamente freddo e neutro.

L’uomo biblico, ad esempio, è per antonomasia l’uomo dell’a­scolto, infatti, nell’Antico Testamento il verbo ascoltare ricorre da cin­que a sei volte più frequentemente del verbo vedere.

In tutte le società a cultura orale le produzioni verbali sono centra­te, in genere, su dinamiche agonistiche, tali culture si ama scon­trarsi verbalmente attraverso l’insulto reciproco, lo sbeffeggia­mento, il vituperio verbale, ma anche talora ci si può esibire in lodi che suonano tremendamente esagerate ai nostri orecchi.

Del resto, in una cultura orale, la stessa conoscenza non è mai astratta, ma è sempre vicina all’esperienza umana ed è, quindi, situata perennemente in un contesto di lotta.

In queste culture, «i proverbi e gli indovinelli non vengono usati semplicemente per immagazzinare conoscenza, ma anche per impegnare gli altri in una battaglia intellettuale e verbale: pronunciare un proverbio o un indovinello significa sfidare gli ascoltatori a rispondere con un altro più appropriato, o con uno che lo contraddica.

Il vantarsi del pro­prio coraggio e/o il sarcasmo sul nemico sono atti che regolar­mente ricorrono nella narrativa orale, basti pensare a quanto accade ad esempio fra Davide e Golia.

La cultura orale è conservatrice, tradizionale, in tutto, sono società magiche e tribali, in breve società chiuse, società fortemente conservatrici e tradizionali in cui la critica, il miglioramento o l’innovazione non vengono favorite, ma guarda­te con diffidenza e spesso osteggiate.

I motivi di questa propen­sione alla difesa della tradizione sono molteplici, ma tra i princi­pali va posto quello inerente ai processi comunicativi propri di tale cultura.

Infatti, «poiché in una cultura a oralità primaria una conoscen­za concettualizzata che non venga ripetuta ad alta voce svanisce presto, le società che su di essa si basano devono investire molta energia nel ripetere più volte ciò che è stato faticosamente impa­rato nel corso dei secoli.

Gli uomini della cul­tura orale, pertanto, sono un pubblico più caldo e rumoroso del pubblico della cultura tipografica.

Essi sono soliti ascoltare con la piena fioritura dei sensi e sono disposti a lasciarsi coinvolgere totalmente da colui che parla o che canta.

In altre parole, l’uomo della cul­tura orale vive sotto la tirannia del presente, ricorda solo ciò che è utile per la sua esperienza quotidiana. Egli non ha nei confronti della «verità» storica la nostra stessa sensibilità, in quanto l’inte­grità del passato è sempre subordinata alle esigenze nel presen­te. Ecco perché parti «scomode» o non più «attuali» del passato vengono ben presto dimenticate, immolate sull’altare della quo­tidianità.

A livello linguistico, tutto ciò comporta che in quelle culture so­pravvivano solo le parole che sono di uso quotidiano e che termi­ni arcaici possano rimanere in circolazione solo se entrano a far parte del vocabolario specializzato dei poeti. Ma anche in questo caso esse rimangono in vita sin quando vengono quasi quotidia­namente usate, altrimenti anch’esse sono destinate a svanire.

 

Le società a cultura orale, infatti, erano riuscite a risol­vere il problema connesso alla trasmissione del loro sapere grazie a una scoperta fondamentale: esse avevano imparato a co­struire contenitori verbali ritmici e formulaici.

In breve, avevano scoperto la poesia e di essa avevano fatto uno strumento essen­zialmente funzionale alla conservazione delle conoscenze e alla trasmissione, da una generazione all’altra, dell’intero loro sapere.

In particolare, le società a cultura orale riuscirono a conservare una memoria sociale collettiva associando la poesia alla musica e alla danza.

Nella civiltà moderna si verifica una situazione simile a quella presente nella cultura orale, nei meriti di testi invece che canzoni di successo, che finiscono con l’imprimersi nella mente del grande pubblico popolare grazie alla loro ossessiva e piacevole ri­petizione.

Di fatto, anche nella cultura orale la tecnica più comune per tra­smettere la tradizione era quella della ripetizione o delle rime di ironica partecipazione popolare.

Mentre la poesia epi­ca viene recitata da cantori professionisti, ma anche da adulti e anziani, da bambini e da adolescenti e ciò avveniva durante i ban­chetti, all’interno della famiglia, a teatro e sulla piazza del mer­cato.

Ovvero fare dimostranza attiva della propria storia, ricordando con canti e danze, le tappe della propria identità in diverse attività pubbliche nella stagione lunga; e poi nella stagione corta allevare le nuove generazioni davanti al camino, in forma riservata, e seguiti dal governo delle donne,

Per mantenere viva la tradizione, la memoria doveva essere esercitata continuamente e consolidata in ogni avanzare delle attività sociali.

Il cantore epico trasmetteva, in modo piacevole, ai suoi ascoltatori l’intero sapere giuridico, storico, religioso e tecnolo­gico del proprio tempo.

Resta un dato fondamentale, ovvero se l’intellettuale primo della cultura Arbëreşë tracciata da una figura che ha vissuto le sue stagioni colme di principi morali, perché oggi non è ricordato come esempio della minoranza; allora un problema di fondo ci deve esser stato, in favore di quanti oggi vanno per la maggiore sul palcoscenico da cui si rivolgono alla platea incosciente, dichiarandosi in colpevoli del danno prodotto per aver voluto promuovere Monastir e non il genio del parlato delle Terre di Sofia.

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RITI E TERMINI RIVOLTI FUORI DAI MODELLI DI MEMORIA E CREDENZA POPOLARE (Na cèlljimë cocelljenë me thë şcruituratë e Bulljervetë)

RITI E TERMINI RIVOLTI FUORI DAI MODELLI DI MEMORIA E CREDENZA POPOLARE (Na cèlljimë cocelljenë me thë şcruituratë e Bulljervetë)

Posted on 02 aprile 2024 by admin

Senza titolo

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Tutti i popoli hanno un percorso evolutivo unico, sostenuto da uomini, fatti, cose e luoghi; nasce a seguito di questo principio, circa sessanta anni orsono, la mia passione per comprendere e capire la storia degli Arbëreşë.

Chiaramente non come quella interpretata da prelati, guerrieri, artigiani, contadini, naviganti, i quali, per le succulente storie locali poste in essere, non trovarono alcun giovamento, per il continuo atto di riversare cose e fare storia.

Alla luce di questi minimali principi posti in essere e, non avendo giusta consapevolezza della mancanza di contenuti nel definire la leg.482/99, che doveva risolvere ogni cosa, avendo come principio la Gjitonia come il Vicinato dove si prestano cose, lo stato in cui si trovano i paesi su citati non lascia liberi certamente orizzonti di tutela mirata.

Ha avuto inizio, per queste e altre cose che qui si preferisce non citare, il pellegrinaggio attraversò i cento e nove Katundë, più la capitale Napoli Greco Bizantina e di Iunctura Alessandrina, con il raccogliere, verificare, incrociare e confrontare in loco, documenti, materiali, consuetudini, genio e credenze Arbëreşë.

Una ricerca nuova che al solo pensiero che possa essere resa pubblica fa tremare quanti da secoli ripetono e diffondono comuni cose senza ragione e senza avvertire, quanto e come offendere chi si è prodigato riversando studi e principi di altre eccellenze.

 La memoria popolare per questo, pone in essere e ripropone eventi o appuntamenti annuali, seguendo lo scorrere del tempo, dando forza alle memorie locali con riti, processioni ed eventi, che dal giorno del termine a febbraio e, senza soluzione di continuità accompagnano e mantengono vive le consuetudini della propria identità locale.

Tuttavia queste fanno come l’acqua, non seguono il tempo che scorre imperterrito e non si ferma mai, ma cambia destinazione e va per vie diverse al mare, che accoglie sempre ogni cosa che li si reca.

I riti di cui qui si vogliono trattare o discutere per comprenderli e valorizzarli meglio sono quelli che interessano la Regione Etnica Diffusa Accolta e Sostenuta Kanuniana dagli Arbëreşë.

E’ ormai da ben oltre cinque decenni che i riti e le rievocazioni, religiose e di credenza popolare anno perso ogni radice storica e per questo presentate più come momento folcloristico per il turista distratto e poco interessato all’evento e, non accumunano e riportano le genti residenti locali a una rievocazione che dia senso e agio alla propria identità che di anno in anno degenera e diventa sempre più flebile.

Gli appuntamenti di memoria culturale sono molteplici ad iniziare dal Matrimonio, le feste di credenza, il giorno dei morti, le feste patronali, il giorno dell’insediamento, l’inizio della stagione lunga (l’Estate), la fine di questa e l’inizio della stagione corta (l’Inverno) e cosi a ripetere.

Momenti di condivisione che rispettavano, rigidi protocolli dentro il perimetro di credenza e nelle sue prossimità, per poi via via essere espressione laica, ma sempre rimanendo entro un protocollo permissivo che non deve essere mai degenere o miscredente.

Tuttavia e purtroppo, il senso degenere in specie quello pubblico, da diversi decenni va per tangenti e diventa sempre più allegoria o meglio spettacolo da stadio.

Seminando così fatuo e ilarità a dir poco indecenti, e si immaginano sempre di più, a cose che non hanno nulla da spartire o vedere con la storia locale di quel preciso evento, quando si va fuori dal perimetro religioso.

Le libere interpretazioni civili, negli ultimi decenni, sono alimentate sempre meno di protocolli locali e lasciati al libero arbitrio di gesti e cose inconsulte e senza attinenza, da un vero e proprio vortice di copia inconsulto, sempre più scellerato, per fini privati o per emergere protagonisti, con l’arroganza che sia giusto riportare all’interno di un percorso intimo locale, le cose che attraggono il viandante organizzato.

Gli avvenimenti e le cose riportate, anche se hanno luogo in diverse macroaree e per altri avvenimenti, si applicano nell’inconsapevolezza, che sono altra cosa o rappresentazione, senza avere accortezza che non centrano nulla di locale cosi come riportato, perché copiato in altro luogo.

Ormai le cose sono poste, tutte in essere, non avendo come lume l’originario senso di quella ben identificata ricorrenza, ma secondo un principio moderno locale segue “discorsi nuovi” finalizzato a stravolgere la tradizione.

Tutto questo secondo una diplomatica che accomuna viandanti distratti a esecutori incoscienti locali, i quali si spera partecipi senza cuore o ragione, fanno tutto per la goffaggine esponendosi ignori del componimento e, fanno lacrimare sangue al cuore di chi conosce quell’evento locale.

È chiaro che richiamarli o redarguirli dalla platea, è un atto vano, giacché, viene inteso come consenso, acclamazione o lagna di un protagonista mancato, assumendo per questo gli attori del palco, la funzione sin anche di cattedratici o istitutori di un nulla che per loro si basa sul teorema che nessuno sa e, quindi posso essere o fare senza vergogna sempre cose più degeneri.

Cosa riassume questo stato di cose oggi stese alla luce del solo fu il cantautore Francesco Guccini, un anno prima che io iniziassi, ovvero nel 1976 a prevedere tutto quello che sarebbe accaduto e qui riporto il testo a mia misura;

Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni;

Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni (Nuova Storia);

Va beh, lo ammetto e mi son sbagliato e accetto il “crucifige” e così sia

Chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato;

Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante;

Mia madre non aveva poi sbagliato a dir: “Un laureato conta più d’un cantante”;

Giovane e ingenuo ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo;

E un cazzo in culo e accuse d’arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta;

Voi critici, o voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa;

Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia;

Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi;

Vendere o no non passa fra i miei rischi, non avrete mai i miei “dischi” e sputatemi addosso;

Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a “cantare”;

Godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare;

Se son d’ umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie;

Di solito ho da far cose più serie, costruir su macerie o mantenermi vivo;

Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, “io architetto” io fascista;

Io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista;

Io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino;

Io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare;

Secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento?

Ovvio, il medico dice “sei depresso”, nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento;

Ed io che ho sempre detto che era un gioco sapere usare o no di un qualche metro;

Compagni il gioco si fa peso e tetro, comprate il mio didietro, io lo vendo per poco;

Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni;

Voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni;

Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete;

Un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate;

Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso;

Mi piace far “canzoni” e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso;

E quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare;

Ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto;

Questa santa previsione, ebbi modo di ascoltarla e comprenderla subito perché il Nipote di Celestino “detto Gelèu” e dicevano a quel tempo, che avessi pure la tessa voce, e qui aggiungo solamente: Grazie Guccini, di aver previsto tutto questo; io il tuo disco lo comprai, lo diffusi, grazie il primo stereo che portai in paese nel 1976, in quella Trapeso, dove si diceva andassero i poveri di ogni cosa, a raccogliere gli scarti della mensa Arcivescovile e, nonostante ciò a nulla è servita la tua “avvelenata e il mio impegno profuso”.

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ADRIATICA RIBOLLITA di BUGIE ESALTATE e RIVERSE tra ITALIA e ALBANIA “A.R.B.E.R.I.A.”

ADRIATICA RIBOLLITA di BUGIE ESALTATE e RIVERSE tra ITALIA e ALBANIA “A.R.B.E.R.I.A.”

Posted on 31 marzo 2024 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Ad oggi bisogna accertarsi e con parsimonia delle cose che del palco su cui si è partecipi a diffondere cose senza senso storico e, per il solo fine di stupire turisti e comuni viandanti sempre affamati o pronti a digerire ogni cosa commestibile/fumosa, dirsi voglia.

Accertato che sia uso comune riportare teoremi riversati, secondo il tempo e le occasioni che corrono, qui in questo breve, si cerca di fare chiarezza a largo spettro per poi stringere la mira su luoghi, fatti, cose, uomini e in dettaglio illustrarle.

Tracciare un percorso storico e identificare cosa ha reso possibile, nella penisola mediterranea, le forme di accoglienza e integrazione, senza avere consapevolezza della “Regione Etnica Diffusa Kanuniana Accolta e Sostenuta per gli Arbëreşë “denota come siano stati condotti gli studi e i relativi approfondimenti utili ad interpretare contenuti di archivio, biblioteche o notarili atti, relativi ai trascorsi di questa chiacchierata minoranza.

Il tutto, non conduce certamente a risultati con il comunemente divulgato identificativo di radice, secondo cui una porzione della odierna Albania Balcanica, che geograficamente è allocata al centro nord estremo, denominata storicamente Arberia è la patria di quanti vantano radici di cultura Graca che si trova al sud della stessa nazione, e tutti; non hanno mai danzato per aver trionfato in  guerre o fatto stragi.

Nasce così la necessità, di una nuova indagine, secondo cui a migrare dopo la morte dell’eroe Giorgio, il 1468, non furono solo la gente del nord, o del sud, ma da tutta l’antica terra balcanica, ma diffusamente venne lasciata nelle mani di quanti si prestarono ad essere piegati secondo credenza d’oriente.

Poi se si odono le diffuse Vallije allestite in azioni mirate, emerge la necessità di analizzare le cose della nostra storia con più attenzione, racchiuso nel componimento a titolo di questo breve.

Sostantivo acerbo, amaro e forgiato, o addirittura, fumosa opera di comuni viandanti, che presentano pietanze garantite, da precedenti viandanti, per questo genuine, in quanto “benedette”, con rametti di origano intrise nell’ aceto, come fanno “le Jannare”.

Tuttavia, e con pena immensa, in questo breve, si vuole evidenziare, senza affondare nel citato pantano “benedetto”, e mi riferisco a quel trapeso, ormai non più, né Terra e tantomeno luogo o memoria condotta delle tre figlie; Fede, Speranza e Carità, che nel contempo hanno preferito, minareti a campanili.

Qui in questi ambiti stretti e lunghi, che fanno centri antichi, come la natura preferisce, hanno avuto i natali le figure di eccellenza più elevate tra gli Arbëreşë, grazie al presidio scolare monastico denominato “ Arcivescovile”, elevato alla fine del XVI secolo, giacché, luogo ameno soleggiato e difeso dalla natura,  per questo ha dato avvio alle formazione culturale di numerose figure locali su base greca e Latina e diventare eccellenza, quali prelati, rappresentati di cultura e legalità, i quali nel breve tempo di pochi decenni riecheggiarono ben oltre i confini del regno e dell’Italia unita, perché esempi di cultura prima irripetibile.

Una vera scuola che da questi luoghi di Terra che richiama le finezze Alessandrine, ed è qui si vuole accennare anche il nero che si alimentava dei reflui del butto vescovile, per poi diventare vergogna nel decennio francese.

Lo stesso che violando il senso di Terra, se si esclude l’elevato Romanico del XVIII secolo, elevato ancor prima dello scuro natalizio, a seguito del quale, il calvario di questo luogo, non ha avuto soluzioni di continuità, visti i risultati della profonda deriva che pur se nota, fa danno.

Essa inizia il 1799 a Napoli, con l’episodio dell’arresto, la conseguente esecuzione e il su drammatico epilogo di cattiva esecuzione di Pasquale Baffi, a cui segue con la costituzione del vergognoso monte del grano lungo la odierna Via Masci, un elevato costituito in elementi di esclusiva spogliatura tellurica.

Qu sono nate le figure che hanno immaginato aperto e poi chiuso quanto divenne esausto il presidio culturale della terra citeriore, fulcro culturale atto a indicare la via dell’unità, culturale, sociale, politica, religiosa e dei segni, in tutto, un cerchio perfetto descritto da un compasso buono, che senza mai apparire o averne avuto mai merito, ha posto in essere, solo bene per i vicini fraterni.

La deriva vera è propria ha inizio, con la strage, avuto luogo dal 12 al 18 agosto del XIX, lungo i lavinai di Terra a terminata davanti a un privato granaio, ma con pegno poi pagato, sedici anni dopo, alle spalle dei granai della capitale del regno, per ironica sorte; e da allora sempre con più veemenza si è lasciato spazio e tempo alla libera deriva.

Una vera e propria pandemia culturale che sparge gratuita cattiveria, perché di regia diavolesca, la stessa che vive e vegeta in questi luoghi e se non si corre e passare con urgenza, a rifoggiarla, di questo centro antico, non rimarrà più nulla.

Va sottolineata la parentesi avuta luogo e tempo nel XX secolo, una fiamma di ripresa durata sino alla metà degli anni cinquanta, epoca in cui venne allestita sin anche la Festa dell’estate o meglio l’inizio dell’integrazione, spenta sempre di più dai venti sessantottini, che hanno generato un vortice culturale secondo cui erano battaglie o stragi per il santo patrono: Vallje.

E negli anni ottanta si è dato inizio, con al calpestare la toponomastica, affidandola a ignari viandanti indigeni, iniziando così a produrre e allocare, progetti in elevati, allestendo percorsi pubblici per i quali sono stati cancellati o rimossi: sedili, fontane, varchi, vichi e ogni oggetto vernacolare di Iunctura storica.

Furono così trasformati i luoghi ameni, in parcheggi per autovetture d’occasione o foriere senza stagione e, in alcuni casi cancellare completamente gli antichi e valorosi percorsi da soma, in regola Kanuniana.

Non sono state rispettate scalinate, vichi, orti botanici, aie, sottoportici e tutti i lavinai, i quali senza riguardo, sono stati sotterrati con croci parallele in ferro, a memoria perpendicolare, in favole di inutili percorsi veicolari senza alcun bisogno condiviso, disperdendo il senso generale dell’impianto urbano di “Iunctura storica”, la stessa che fa di questi luoghi “NON BORGHI”.

Cosa dire poi della sovrapposizione o la deposizione per le memorie storiche locali, le quali sono menzionate e ricordate in episodi che ritenere inopportuni è dire poco offensivi se non ironici, in molti casi, ma tutto ciò non è nulla,     se accenniamo come la cultura, qui è stata violata, con episodi secondari o di infantile interpretazione, coinvolgendo sin anche le massime autorità, che distratte partecipano ed elevano i neri calpestando il bianco fatto di pene, sacrifici e principi violati.

E come se non bastasse, sono state sin anche violentate le prospettive storiche, dagli inizi degli anni novanta del secolo scorso, sostituendone il valore materico, che le rendeva uniche, elogiando madri comuni con quelle chiuse nel dolore, completando l’opera ritenendo che un centro antico sia il luogo dove depositare coloriture alloctone di altri paralleli terrestri, per seguire la moda che anche in questi luoghi ameni, solo la globalizzazione poteva ferire e uccide, con incosciente giubilo e senza rimorso della pena inflitta a Clementina.

Adesso inizia l’estate per gli Arbëreşë, con tempi e ritmi in gruppi di genere che innalzano Vallja; a questo punto è il caso di suggerire con il vestitevi in costume, ricordando che quelle vesti sono bandiera e, nel portamento sarebbe il caso di fare gesti garbati e mai inconsulti, specie per la memoria e l’onore di “vostro padre”, come tradizione vuole.

Ricordate che quando cantate, chi vi sta accanto, alterna vocalità di genere, per poi terminate nel canto che unisce voi e gli altri, riverberando in questi ambiti ameni, i valori di fratellanza in terra parallela quella solida ritrovata, naturalmente.

 

P.S. per quanti cercano di fare, dire o enunciare:

  • La Sposa in Pubblico, danza saltella, non fa sollevare le vesti, non fa coda o ruota,  né prima di esser sposa, aver al collo la fascia nera;
  • Bërlòcù, non è ne per bimbe o adolescenti; ma è solo per donne adulte che fanno famiglia, perché maritate;
  • Lavina Jònë; è dove il tempo, l’acqua, vanno per mano e riempiono buche, e fanno strade;
  • Chi non sa e conosce le Vallije, leggesse Serafino Basta dottore di Civita -1835;

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