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APPELLO AI SINDACI DEI COMUNI ARBËRESH  (RilindjaArbëreshë e reja)

APPELLO AI SINDACI DEI COMUNI ARBËRESH (RilindjaArbëreshë e reja)

Posted on 11 aprile 2017 by admin

APPELLO AI SINDACI DEI COMUNI ARBËRESHBOLOGNA (di Giuseppe Chimisso) – La minoranza storica arbëreshë nel suo percorso secolare in Italia sta scivolando pericolosamente sempre più su un piano inclinato che rischia di portarla direttamente ad essere stritolata dalle fauci della cultura egemone: Voi, Sindaci Arbëreshë, potete bloccare questo nefasto processo in divenire.

Rompete finalmente il silenzio ed abbandonate la colpevole inerzia che ha caratterizzato nel passato, per troppi decenni, il ceto politico locale che con una mano fingeva di voler aiutare la minoranza arbëreshë, per poter continuare a raccogliere i suoi voti e con l’altra impediva ogni aiuto concreto, tacitando con miseri finanziamenti  a pioggia, ascari servili, portaborse fedeli e lacchè di tutte le risme.

Questa situazione marcescente ha portato allo sfaldamento del tessuto connettivo economico-sociale quindi culturale e linguistico e degli ambiti architettonici dei Comuni che amministrate; per questo ultimo aspetto, paradossalmente, quanto oggi è ancora integro lo si deve all’incuria ed alla mancanza di consapevolezza del loro valore da parte di numerosi Vostri predecessori.

Spesso sono stati ‘modificati’ ambiti architettonici tradizionali grazie all’intervento di estranee logiche ambientali ed ‘esperti’ alloctoni non riconducibili alla Cultura delle minoranze Arbëreshë, o solo, più banalmente, perché alcuni fondi dovevano essere deliberati velocemente entro una tale data, altrimenti persi.

E’ giunta l’ora di cambiare logica, di voltare pagina.

Formate un cartello di Sindaci dei Comuni Arbëreshë, dotatevi quindi di un programma chiaro, semplice e praticabile di largo respiro per la Rinascita economica dei territori dell’Arbëria, solo così salverete la Sua cultura.

Fissate un percorso comune per giungere alla costituzione degli Stati Generali dell’Arbëria, momento nel quale lanciare precise proposte per lo sviluppo dei Vostri territorialle autorità regionali e statali; chiedete il riconoscimento della Regione storica Arbëreshë (R.s.A.), come Unità Amministrativa Autonoma delle numerose enclaves formanti l’Arbëria; certo questo poche note paventano un lungastrada da percorrere, ma chi ben comincia è già alla metà dell’opera e l’Arbëria non può più attendere.

Sappiamo che è difficile fare il Sindaco in un piccolo paese, ove chiacchiericcio ed acredine gratuito sono merci a buon mercato che siete costretti a sopportare.

Non arrendeteVi all’ineluttabile ed a volte tediante moto ondoso dell’esistenza come amministratori di paese, fate uno scatto d’orgoglio e mentre gestite il quotidiano, guardate ad orizzonti più vasti: alla Rinascita dell’Arbëria.

Cominciate nel sostenere e stimolare con proposte il Sindaco di Spezzano Albanese Ferdinando Nociti, neo Presidente di una delle Fondazioni per le Minoranze della provincia di CS, non lasciatelo solo.

Spezzate il coro delle litanie ed abbandonate lo sport diffuso della ricerca dei ‘colpevoli’ dello stato di cose presenti; non fate o rischiate una cosa qualsiasi, ma ciò che è giusto per l’Arbëria, non ondeggiate nel possibile ma afferrate coraggiosamente la realtà presente per cominciare a modificarla: non nel susseguirsi dei pensieri c’è la libertà, ma solamente nell’azione. UNITEVI – solo nell’unione c’è la forza.

Dobbiamo considerare che il termine ‘minoritario’ implica sempre la relazione con un maggioritario, quindi rapporti che sono sfavorevoli al più debole degli elementi della diade correlata.

Organizzatevi quindi per formulare una piattaforma di richieste economiche, legislative e culturali per sostenere le minoranze che rappresentate.

E’ bene privilegiare ed utilizzare i pochi fondi che avete a disposizione per migliorare le condizioni di vita della famiglie in difficoltà che vivono nei Vostri Comuni; se qualche convegno si deve ancora fare è bene organizzarne per aprire un largo dibattito per delineare ipotesi e proposte per lo sviluppo economico dei paesi italo-albanesi.

Rilanciare l’economia dei Comuni Arbëreshë vuole dire fermare l’esodo dei giovani, quindi aiutare la nostra Cultura a sopravvivere e conseguentemente a salvare la lingua Arbërisht che rappresenta il carattere distintivo e primario, ma non unico, della nostra minoranza.

La minoranza arbëreshë , la più numerosa del Mezzogiorno d’Italia, può salvarsi solo se le problematiche linguistico-culturali si coniugano con lo sviluppo economico della stessa.

La Rinascita dell’Arbëria potrà fare da volano al risveglio economico di interi territori vicini e non ultimo si potrà vincere così la battaglia sul ripristino della Democrazia Linguistica, aspetto da troppo tempo trascurato e sottaciuto, ma non secondario della Democrazia Politica di questo Paese.

Altra strada non c’è, siatene consapevoli. Il destino dell’Arbëria è nelle Vostre mani.

Alzate finalmente la testa e ricordate che non sarete soli in questa battaglia, perché rimane all’interno dell’Arbëria un inestimabile e corposo sistema di resistenza e di continuità della propria Cultura che potrà solo esserVi d’ausilio (associazioni, parrocchie, pro-loco, riviste cartacee ed on-line, istituti universitari e circoli ricreativi, culturali o di danza e tanti valenti intellettuali …………).

La minoranza arbëreshë può ancora essere salvata nel nostro Paese, se con intelligenza e tempestività i Sindaci dei Comuni italo-albanesi si associano in un cartello aperto che rappresenti una formidabile forza d’urto contrattuale nei confronti delle ‘ComunitàMontane’, delle Province, della Regione e perché no, del Governo Centrale Nazionale.

Formulate un Progetto di Rinascita economico-culturale per l’Arbëria e su questo progetto lavorateunitariamente con paziente arguzia.

Un Progetto di alto e nobile valore ‘Politico’ che affasci tutta l’Arbëria non si costruisce con i sentimenti e tanto meno con i risentimenti da accantonare, visto il momento grave, ma con “ impegno, dedizione e professionalità, serietà morale e culturale” .

Le minoranze non tutelate, in primis quelle arbëreshë, vivono in regime di ‘genocidio culturale-linguistico silente’, non possono aspettare ancora perché rischiano l’estinzione.

Voi Sindaci assieme potete fare molto più di quanto pensiate, potete rappresentare la punta di lancia di un Movimento di Rinascita vasto quanto l’Arbëria; bisogna però, che facciate presto e Vi muoviate con intelligenza, passione e lungimiranza nell’ambito della nostra secolare cultura e tradizione.

Il nostro futuro può essere definitosolo se trarrà linfa dalla radici della nostra storia, nel rispetto delle nostre tradizioni forgiate negli ambiti consuetudinari tramandati; diversamente non sarà il nostro futuro. Sei secoli di storia saranno cancellati.

E soprattutto non limitatevi a promulgare meri provvedimenti linguistici per salvarVi la coscienza.

Non potete continuare a non muoverVi, così facendo favorite la penetrazione della cultura dominante latina e tradite i Vostri elettori nelle peculiarità più intime e nel loro essere più profondo.

Abbandonate le pratiche di piccolo cabotaggio politico del passato, volgete lo sguardo al futuro Vostro e delle genti dei Comuni che rappresentate, cominciate a pensare in grande alla ‘grande utopia’ di unaNUOVA RILINDJA dell’ARBȄRIA , perché solo se lavorerete positivamenteoggi, su questa ‘utopia’, la stessa rappresenterà la strada che percorreranno i saggidomani .

Voi , Primi Cittadini dell’Arbëria, non siatelo solo giuridicamente, ma siatelo anche nei fatti; Voi potete impedire ancora che si estingua l’humus culturale che alimenta la lingua avita e con essa tutto un mondo composto da immagini e vjershë, da metafore e vëllamie, da preghiere e vajtim, da contemplazioni e vallje.

Se un domani queste saranno parole morte che riempiranno numerose le pagine dei funebri libri delle antologie, i nostri figli le piangeranno maledicendo l’ignavia e l’ipocrisia dei padri.Il rimpianto e la nostalgia saranno le uniche commemorazioni funebri.

Se vivranno, lo dovranno anche a Voi.Abbiate quindi uno scatto d’orgoglio.

Sindaci dell’Arbëria se ci siete, alzate la testa. Fate sentire, potente, la Vostra voce e l’orgoglio Arbëresh. Ora.

Giuseppe Chimisso: Cittadino Onorario di Civita/ Ҁifti e Presidente Associazione Skanderbeg di Bologna

Cell. 335. 688 3754

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CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

Posted on 05 aprile 2017 by admin

CON I SANTI NELLE PROCESSIONI NON SI FANNO INCHINI

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Esistono luoghi costruiti e vissuti dagli arbëreshë, che caratterizzano indelebilmente il territorio, per questo assumono  un ruolo fondamentale l’urbanistica, l’architettura e la ritualità, all’interno e all’esterno dei presidi religiosi.

Essi rappresentano la rotta cui affidarsi per consolidare altre discipline più deboli e per questo inconsapevolmente manomesse nel corso degli anni.

L’urbanistica, l’architettura e i riti vanno intesi quali involucri delle essenze identitarie dell’isola arbëreshë; mantengono caparbiamente vive, nonostante l’idioma abbia assunto, non avendone la forza, il ruolo di panacea di tutela della consuetudine, non più attribuibile o identificabile negli ambiti arbëreshë.

È chiaro che un patrimonio così rilavante, non può o dove essere posto nelle disponibilità di antiquari, musicanti e antropologi egocentrici, perché si avviano stati di fatto alloctoni capaci di sovvertire ogni forma di buonsenso.

In oltre se l’emblema diventa proprietà privata, utile al proprio tornaconto, i segni e le raffigurazioni religiose sono calpestati oltre misura; a questo punto il sacro significato attribuito a quelle immagini non appartiene più alla comunità, rivestendo per questo la funzione di vessillo depauperato dell’antico valore.

Non dobbiamo attendere che le statue si “appesantiscano repentinamente e inchiodarsi a terra” per comprendere che si è raggiunto il punto di non ritorno.

Ripetere quella leggenda al giorno d’oggi è molto difficile, in quanto sono cambiati gli avventori che non vengono da fuori, ma sono parte della comunità, per questo sarà molto difficile trovare le persone in grado di “recuperare il maltolto e riportarlo all’interno del sacro perimetro”, evitando così che le effigi assumano il ruolo vessilli o addirittura scambiati per amuleti.

È bene ricordare che non molto tempo addietro in Calabria il Vescovo di Oppido-Palmi, monsignor Francesco Milito, ha sospeso “lo svolgimento di tutte le processioni della diocesi”, perché impropriamente alcune di esse servivano a porre l’accento, “con la prassi detta dell’inchino”, all’egemonia di pochi rispetto al resto della popolazione.

In questo caso il confronto è molto forte, tuttavia la sostanza non cambia, in quanto, mutare o stravolgere il percorso, depositare statua e vangelo per un tozzo di pane e un bicchiere di vino, spoglia di significato l’evento e si fa peccato!

L’effige religiosa non è di Abele, non è di Caino, non è di Alfonso, non è di Franco, né tantomeno di Angelo, perché i simboli religiosi appartengono al popolo in egual misura, senza distinzioni, personalismi, egocentrismi o prevaricazioni di sorta.

La chiesa ha il dovere di vigilare affinché la funzione all’interno del perimetro religioso si svolga secondo l’antico rito adoperando i simboli bizantini, che sono antichi, rigidi e solidi; la “sezione pagana” con il rito della processione, deve essere unanimemente distribuita a tutta la popolazione ,attraverso il rituale percorso di devozione e penitenza.

Un percorso che non nasce da personalismi o preferenze senza ordine, perché i percorsi religiosi sono la sintesi storica del progredire di tutta la popolazione in sinergia con i bisognosi.

A questo punto credo sia utile fare autocritica e riflettere , affinché si addivenga alla “religiosa ragione” sia nel perimetro sacro e sia con le processioni, queste ultime possono anche contenere episodi pagani o allegorici, purché non divengano la regola perché la linea è una sola, indivisibili e non frazionabile.

Lungo il percorso di penitenza non si devono “tentare” i fedeli con gli strumenti del diavolo, che provoca i fedeli e gli fa perdere la ragione, con scorte di vino e alimenti di vario genere; la processione è il simbolo del sacrificio e non deve trasformarsi in occasione per rifocillarsi, smarrendo così gli ideali perché occupati a svicolare da una tavola imbandita all’altra.

I percorsi religiosi, “La Processione” si seguiva un percorso antico solido e comprovato storicamente, (almeno sino a quanto la ragione ha avuto il sopravvento), così come segue: la croce apre il corteo, seguita da fanciulli e giovani; poi le autorità civili, religiose, militari e i cantori; tutti davanti all’effige da venerare, portata a turno da fedeli e devoti; i fedeli, le allegorie musicali e ogni tipo di saltimbanco, chiude rispettivamente la processione.

I percorsi urbani ed extra urbani sacri, sono il frutto di un pensiero condiviso molto antico e non vanno mutati in maniera irrazionale, né si possono tentare i fedeli al fine di smarrire la retta via; provocare i fedeli con tavole imbandite con il fine di annebbiare il significato del percorso con rievocazioni senza un futuro.

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LA   STRADA COME L’ARBERESHE

LA STRADA COME L’ARBERESHE

Posted on 30 marzo 2017 by admin

Strada medievale al Sasso della Strega, TolfaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La moderna arberia ha una storia antica paragonabile a quella delle strade romane, comparando le consuetudini dagli antichi Arbëri con quelle strutture viarie dell’impero; si colgono similitudini tra la strada e il senso della consuetudine linguistica arbëreshë.

L’intangibile del significato viario dei romani e il messaggio sociale degli albanofoni è identico, giacché entrambi sono modelli che ad oggi sono attualissimi; la consuetudine arbëreshë, come una strada romana modellata da  capaci esperti, in grado di intuire come quel territorio poteva accogliere un arteria; ponti, viadotti, gallerie sono il risultato per superare gli ostacoli che la natura contrapponeva alla linearità del cammino.

Le pavimentazioni  sono il supporto strutturale che scaturisce dall’analisi per comprendere la capacità portante del terreno, divenendo così la caratterizzazione specializzata dei materiali per lo specifico luogo attraversato.

La meraviglia delle strade romane (come dell’arberia) è legata alla longevità della loro funzione, essa non è solo materiale, in quanto, via di comunicazione, ma un modo per orientarsi quando si smarriva la retta via: per secoli, anche dopo la fine dell’impero, le strade (come la consuetudine e la lingua arbëreshë) ha continuato a svolgere il loro scopo e poi, anche quando s’immaginava che fossero dismesse hanno assunto la funzione di “rotta” continuando ad indicare il cammino per i viandanti.

Proprio l’etimologia testimonia la vicenda della strada; mentre la parola italiana “strada” deriva dall’espressione latina via silice, “strata”, cioè la “via” o la traccia dove passano le merci “ricoperta con la pietra” della quale rimane solo l’ultimo termine che è divenuto “street” in inglese e strasse in tedesco.

In seguito dopo le rotture e la dismissione conseguente a secoli di mancata manutenzione, la via è divenuta “rupta”, cioè  rotta.

Tuttavia pellegrini e commercianti continuavano a “seguire la rotta” come si dice ancora in italiano in termini marinareschi e come si dice comunemente per le strade francesi e spagnole ed inglesi con i termini;  “route”-“rue”, “ruta” “road”.

“La parola Strada, come Arberia, rappresentano l’unica cosa immaginata e posta in essere dall’uomo, che funziona sempre, anche se rotto o dismesso”, l’impossibilità del trasporto delle merci, giustificato dalle cattive costruzioni e manutenzioni, che ancora oggi si fanno, malgrado si siano raggiunti i criteri costruttivi,  manutentivi  e  di  gestione  non tolgono il primato e renderle re e regina dell’intelligenza umana.

E cosi come la strada anche l’arberia per la solidità delle sue radici, anche oggi che appare devastata e manomessa, riesce sempre a indicare la rotta per raggiungere la meta; oggi, infatti, abbiamo un quadro devastato del suo aspetto materiale, tuttavia la sua manifestazione consuetudinaria, “la rotta” ovvero gli l’essenza della sua radice rimane viva e può essere docilmente ripristinata.

Noi che facciamo tanto e senza particolari scopi, come diffusamente è costumanza, dobbiamo solo seguire la vecchia rotta e cogliere il senso del messaggio indelebile di cui è intriso il territorio della Regione storica Arbëreshë.

La via è stata consumata giacché non è stata mai fatta un’adeguata manutenzione, anzi al contrario, perché chi ha avuto occasione, si è portato i pezzi del selciato a casa propria, tuttavia molti segmenti di sono rimasti intatti sul territorio e sono in capaci ancora oggi di fornirci la rotta di quel antico percorso cosi come era quando fu immaginato e costruito.

È obbligo per tutti quelli che sentono e vedono questa rotta come strumento indispensabile della propria identità, intraprendere questo percorso e fornire ogni risorsa e ogni energia per continuare a condividere un messaggio antico, fatto di promessa, fratellanza e consuetudine, che sono il riassunto noto a pochi eletti nel modello di Gjitonia.

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NON DUE GAMBE, MA “AGENZIE DELLA CONTINUITÀ”  Riflessine sull’articolo di Giuseppe Chimisso in “Il Dia rio ” di Castrovillri, anno  XV, n. 3, pag. 7

Protetto: NON DUE GAMBE, MA “AGENZIE DELLA CONTINUITÀ” Riflessine sull’articolo di Giuseppe Chimisso in “Il Dia rio ” di Castrovillri, anno XV, n. 3, pag. 7

Posted on 17 marzo 2017 by admin

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SALVIAMO LE POCHE E SOLIDE REGOLE ANCORA INTATTE D’ARBERIA

Protetto: SALVIAMO LE POCHE E SOLIDE REGOLE ANCORA INTATTE D’ARBERIA

Posted on 15 marzo 2017 by admin

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TROPPI CREDONO CHE SIA LA STORIA?

TROPPI CREDONO CHE SIA LA STORIA?

Posted on 07 marzo 2017 by admin

ClanNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Se dovessi dipingere l’arberia e il suo seguito di addomesticatori, gli darei il corpo di un vigoroso cavallo, inseguito lungo gli anfratti collinari della regione storica, da antiquari napoletani, palermitani, romani, baresi, potentini, leccesi, e cosentini, che cercano di sellarlo non col basto, ma con la sella turca.

Tuttavia viene da chiedersi quanto durerà questa innaturale, vergognosa e insana farsa, che vuole piegare questo antico ceppo linguistico per il volere di inadatti antiquari, allocati alla guida di fantomatiche strutture non per i meriti, ma per la loro appartenenza politica.

Quante cose rimangono ancora indelebili negli ambiti d’arbëria, quante sono in grado di conferire significato alla Regione storica Arbëreshë per sostenerla degnamente?

Quali sono state le frizioni culturali che hanno consumato la volontà di azione e di movimento che in altri tempi e presso altre generazioni tonificava il sistema intellettivo, sociale e morale del nocciolo duro d’arbëria?

Ad oggi non è più un dato che si possa ritenere noto, tuttavia rimane un inestimabile e corposo sistema arbëreshë che va ripreso, consolidato, ripristinato e tutelato con tutte le risorse cultural, sociali ed economiche possibili.

La nebbia sale imperterrita dalle gole della R.s.A. e avvolge ogni cosa, solo chi ha vissuto e vive la parte alta è in grado di conoscere quali saranno gli effetti negli anfratti del territorio.

Intanto da quei luoghi ormai privi di riferimento s’innalzano lamenti di chi non riesce più a distinguere il mare dalla spiaggia, come in un girone dantesco, vivono immaginando di essere in una terra che non c’è.

Quale è la misura quotidiana del patrimonio identitario che viene annienta giorno dopo giorno tra gli ingranaggi di questo secolo, smettiamo di distrarci dalle piante sempre verdi del vicino perché esse non portano frutti, ma solo illusione e la morte del ricordo.

È idoneo chiedersi, per questo, perché si lasciamo ignari praticanti di bottega, a cibarsi delle nostre radici, solo per il piacere effimero di emulare un domani che non ci appartiene.

Perché scambiare la metrica del canto con quello della musica, eppure un grande uomo d’arberia diceva: che nella battaglia infinita tra musica e canto, riteneva quest’ultima quale frutto originario.

Perché non diamo un più alto significato alla nostra consuetudine e come in altri secoli, raffigurati in forma di mari, fiumi, tempeste, sismi e fiamme?

È un eufemismo continuare a ritenere che la cultura è allocato nella mente di nonna Elisabetta, di zia Clementina o abbarbicata negli ambiti murari di una gjitonia che materia non è.

Se dovessimo dare una forma materica al secolo trascorso e quello in corso, non mi viene in mente nulla, se non il grigiore della cenere, che poi sono quello che resta delle radici identitarie bruciate.

Pochi sono i fiori che ancora restano integri, non facciamo che l’inverno (i litiri) li trovi impreparati, diamogli una possibilità e innalziamo solidi presidi (Arbëreshë) per far crescere queste rare piante, le uniche in grado di risvegliare a primavera i sensi di un’antica tradizione.

Non servono venti nuovi in arberia, “perché il vento è uno solo” soffia da est verso ovest e porta con sé profumi e voci rarissimi; solo un arbëreshë li può avvertire e alimentare gli antichi principi di fratellanza che da secoli si rivelano come i più caparbi in tutto il mediterraneo.

Non servono canti alloctoni in luoghi sacri, perché così facendo si violentano i principi della propria identità religiosa, un luogo che t’identifica non deve e non può essere violato da ideologie litirë, che poi è il tarlo che consuma e rende in polvere ogni cosa.

Ogni luogo ha un suo ruolo e gli uomini che li hanno ereditati hanno il dovere di preservarli e lasciarli intatti alle generazioni future, nessuno può arrogarsi il diritto dovere di insudiciarli o di modellarli a propria misura culturale, altrimenti si persegue la via della perdita dell’antica identità.

Non meritate di conoscere dove sono depositate le povere resta del Baffi, se il suo paese, non rispecchia il senso del suo sacrificio; quale nesso avrebbe illuminare un luogo che è lo specchio di una società malata e priva di ogni senso culturale, lo stesso che promuove abbellimenti ed eleva il buon nome di quegli avversari che furono causa della sua dipartita.

Solo una tutela mirata degli ambiti violentati, ormai da molti decenni, potrà restituire senso storico, ma ciò va fatto affidandosi a chi si adopera per restituire la continuità storica più aderente alla realtà, solo così il piccolo borgo avrà modo di acquisire quella veste idonea per accogliere le resta dell’illustre letterato.

La storia non si fa con gli episodi, non si fa con le favole, non si fa con i venti nuovi, non si fa con i discorsi nuovi; il vento come la storia arbëreshë è una sola e non servono personalismi locali a divulgarla, ma occorre impegno, dedizione, professionalità, serietà morale e culturale, quella che manca da oltre due secoli ed è stata in grado di rendere la capitale d’arberia ad un ammasso di episodi senza ne testa e ne coda, allo stesso modo delle province turche da cui sfuggimmo cinque secoli orsono.

Una è la madre E non va mai confusa con altra cosa! Essa va rispettata sempre nel bene e nel male, tuttavia, quand’anche la disperazione l’allontanasse dai suoi doveri, non dobbiamo avere dubbi sulla sua integrità di madre, in quanto i punti di vista dell’inesperienza modificano le immagini che percepiamo, specialmente se alimentate dalla luce del denaro e di tutte le belle cose materiali che ci sono offerte con lo scopo di distrarci persino dal malaffare paterno; un giorno capiremo, ma sarà troppo tardi!

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MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUD

MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUD

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

MESSAGGIO AI GIOVANI DALLE CHIESE DEL SUDNAPOLI – (I Vescovi del Sud) –  Siamo convenuti tutti a Napoli per affrontare la penosa e drammatica congiuntura della perdita del lavoro, della disoccupazione, dell’angosciante delusione di larghe schiere di giovani, della pesante ricaduta sulle famiglie.

In particolare, a voi giovani del Sud rivolgiamo la nostra personale attenzione e la sollecitudine pastorale di tutte le nostre chiese. Conosciamo il vostro disagio di vivere in un contesto sociale che non favorisce l’inserimento nel mondo del lavoro e non offre prospettive incoraggianti.

Grande è la nostra apprensione per la vostra vita e per le vostre attese, perché siamo consapevoli che la precarietà genera una diffusa instabilità, letale per la vostra intera esistenza e per la tenuta stessa della nostra convivenza civile.

Vogliamo darvi atto, carissimi giovani, che in un momento di diffusa crisi sociale, di fronte alle difficoltà a trovare soluzioni e alle numerose contraddizioni degli adulti, non vi siete arresi. Anzi, avete continuato a credere nel ruolo dello Stato e a sperare. Nonostante l’incertezza del domani non vi siete persi d’animo e avete cercato di inventarvi nuove strade, anche quelle che portano fuori dalla propria terra. Con il rischio reale della desertificazione del Sud e della perdita di risorse umane fresche e di intelligenze. Ma tanti di voi hanno resistito e si sono anche attivati con coraggio e creatività. Per questo c’è da ammirarvi, anche per l’entusiasmo che sapete trasmetterci e che dovete testimoniare sempre più, dando prova dei vostri talenti, portando avanti progetti e iniziative in una logica anche imprenditoriale ed avendo il coraggio di rischiare.

Siamo sicuri che non tradirete la forza della vostra età e delle vostre idee. Puntando su di voi vinceremo la scommessa di dar inizio a un mondo nuovo, in sintonia con l’utopia del Vangelo. La nostra società ha oggi bisogno del vostro protagonismo. Per ritrovare nuovo vigore. Per riacquistare la voglia di cambiare. Per aprire nuove piste.

Siamo convinti che far leva sui giovani sia un atto di lucidità politica, al quale non si vorranno e non si dovranno sottrarre le istituzioni centrali e regionali, deputate a creare le condizioni per incrementare l’occupazione al Sud.

A tale scopo bisogna sgombrare il campo dalle logiche del clientelismo, dalle lentezze della burocrazia, dalla invadenza della malavita organizzata. Ma è necessario soprattutto fare spazio alle nuove frontiere del lavoro, sviluppando modelli organizzativi in linea con l’evoluzione della società e della tecnologia. Per questo rivolgiamo alle istituzioni competenti un caloroso e pressante appello ad intervenire con urgenza e concretezza, mediante politiche appropriate. Oggi più che domani. Perché domani forse sarà troppo tardi.

Questo impegno è per la società civile un atto di responsabilità. Per molti anni essa ha organizzato il suo benessere a debito sulle generazioni future, permettendosi un livello di vita al di sopra delle sue possibilità. E’ immorale mettere in piedi un modello di sviluppo che mortifica la dignità umana e trasforma il lavoro in una merce qualsiasi. Occorre avere rispetto per i giovani e dare anche a loro quelle opportunità professionali, lavorative e sociali che hanno avuto i loro padri.

Il Sud non è privo di risorse: il turismo, l’agricoltura, i beni culturali sono solo alcuni capitoli del suo immenso patrimonio. La sua posizione al centro del Mediterraneo può rappresentare un’opportunità unica di sviluppo. Ma la risorsa più grande siete proprio voi giovani, che, anche se culturalmente preparati e formati, siete costretti spesso a cercare all’estero quello che non trovate in patria.

Per le chiese del Sud questo nuovo corso sarà un atto di coraggio pastorale. Coinvolgere i giovani, professionisti e lavoratori, direttamente nell’azione pastorale delle chiese significa renderla più concreta e funzionale rispetto all’intera comunità e al bene comune, che dobbiamo difendere e promuovere dicendo e praticando anche un netto no alle mafie, alle illegalità, alla corruzione e alla violenza.

In più, mettere al centro i giovani vorrà dire immettere nel tessuto comunitario la loro capacità di aggregarsi, l’abilità di comunicare con semplicità e di andare al cuore dei problemi.

Con questo spirito, confortato dal confronto, dalle idee e dalle proposte di cui si è fatto portatore questo Convegno di tutte le Chiese del Sud a Napoli, vogliamo augurare a voi giovani un futuro radioso, quale meritate, mentre rinnoviamo un accorato appello a tutte le Forze politiche e sociali di operare in funzione di un lavoro “libero, creativo, partecipativo e solidale”, come ne parla-Papa Francesco nelYEvange/ii Gaudinm.

A voi, cari giovani, assicuriamo che non vi perderemo di vista e che vi affiancheremo nel vostro cammino; potete contare sempre sulla nostra concreta, vigile, paterna vicinanza, nella realizzazione delle vostre legittime aspirazioni.

Napoli, 9 febbraio 2017

Per i Vescovi

delle Regioni Ecclesiastiche del Sud

I Presidenti delle Conferenze Episcopali

BASILICATA – S.E. MONS. SALVATORE LIGORIO

CALABRIA – S.E. MONS. VINCENZO BERTOLONE

CAMPANIA – S.EM.ZA CARD. CRESCENZIO SEPE

PUGLIA – S.E. MONS. FRANCESCO CACUCCI

SARDEGNA – S.E. MONS. ARRIGO MIGLIO

SICILIA – S.E. MONS. SALVATORE GIUSTINA

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LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA

Posted on 20 febbraio 2017 by admin

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA2Bologna (di Giuseppe Chimisso) – Ho letto sabato 28 febbraio, la costituzione del consorzio UNIARB, che raccoglie realtà associative sperse nei territori dell’Arbëria e quindi esprimo pubblicamente gli auguri di positiva e feconda attività tesa afar vivere la nostra cultura.

Sono però a riaffermare a chiare lettere la necessità della costruzione di un progetto di alto valore politico per la rinascita dell’Arbëria e di quanto la caratterizza: recupero della lingua Arbrisht, della cultura religiosa bizantina, delle sue tradizioni e di tutto quel patrimonio immateriale (oltre che materiale) ancora esistente. Se vogliamo tentare di salvare la nostra Cultura, dobbiamo invertire la tendenza in essere e ribaltare le vecchie e trite logichefrazioniste che tendono al proprio ‘particulare’ per costruire i presupposti affinché i giovani non vadano più a cercare un futuro altrove, diversamente nel giro di questa generazione la Cultura Arbëreshë sarà possibile osservarla attraverso le teche di silenziosi musei; potrebbe divenire una cultura non più viva, ma del nostro passato…

Dobbiamo arrestare lo stato di fatto presente e cioè quello che definisco ‘l’etnocidio culturale silente‘ che opera a tenaglia con l’invasiva attività dei mass-media e d’altro canto con l’inarrestabile spopolamento (soprattutto dei giovani) dei paesi arberesh. E non solo…

Certo, un’opera titanica ci attende; c’è lo spazio e la necessità vitale per una grande iniziativa politica nel senso più ampio e nobile del termine che sappia raccogliere il meglio tra la popolazione arbëreshë, al di là degli schieramenti, delle fedi, delle visioni della società, dei partiti e delle associazioni, ma trasversale a tutti questi. Dobbiamo costruire un progetto che sposi la salvaguardia della Cultura Arbëreshë con lo sviluppo economico dei nostri territori; insomma costruire un Progettoper una Nuova Rilindja politico-culturale che inneschi un circuito virtuoso economico: èl’unicastrada.

La grande partita da giocare non è solo quella per la salvezza dell’Arbëria, che ci interessa in primis e per la quale scrivo, ma nello stesso tempo quello del ripristino della democrazia linguistica in questo Paese che pur avendo una Costituzione democratica, la tradisce quotidianamente purtroppo da troppi decenni. Non è un caso che tutte le minoranze linguistiche (tranne le tedesche del Tirolo e quelle Patois della Valle d’Aosta, ma queste ultime tutelate solo grazie ad accordi internazionali) vivono in condizioni di inferiorità linguistica, come fossero nei fatti delle colonie interne.

A questa ‘scommessa’  dobbiamo dare energia e tempo.

Spero che  questa ‘scommessa’ sia negli intenti di UNIARB, se non lo fosse, spero che lo sia presto.

Con la costituzione di UNIARB, dopo la F.A.A. (Federazione Associazioni Arbëreshë), dell’anno scorso, abbiamo le due gambe per fare cominciare a muovere l’Arbëria, prima timidamente e poi possibilmente a farla correre; importante è che si costruiscano rapporti di collaborazione e di competitività positiva e che i due organismi non divengano, per parafrasare il Manzoni, come i due polli che appesi e legati alle zampe, si beccano a vicenda (magari per un chicco di grano)mentre vengono portati nel paiolo. Il mio auspicio è che sia UNIARB che la F.A.A. non facciano la figura dei polli, altrimenti nel paiolo ci finisce l’Arbëria.

“Giuseppe Chimisso – Cittadino Onorario di Civita e Presidente Ass. Skanderbeg di Bologna”

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MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHË

MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHË

Posted on 06 febbraio 2017 by admin

MUSEI DEL COSTUME ESPEDIENTI TRASVERSALI PER LA TUTELA DELL’IDENTITÀ ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il termine museo deriva dal greco antico mouseion, “luogo sacro alle Muse”, queste ultime erano le nove figlie della dea della memoria, Mnemosine e di Zeus dio della sapienza; le sorelle erano considerate le protettrici delle arti, della memoria e del sapere.

L’International Council of Museums, ha definito che: “Il museo é un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto”.

In Italia, Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio attribuisce al plesso di conservazione la seguente definizione: “struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio”.

Per svolgere la funzione di museo, un qualsiasi plesso deve avere dimensioni idonee oltre un’organizzazione in cui convergono diverse competenze e professioni, assolutamente necessarie, per assolvere i numerosi compiti, volti all’impegno di conservare la memoria con la migliore gestione del bene.

A guida dell’istituzione museo siede il Direttore cui è affidata la responsabilità generale del messaggio che si vuole tutelare; quindi non solo la mera conservazione di un oggetto, costume o documento scrittografico, ma il messaggio che esso contiene e vuole trasmettere dal punto di vista storico, dell’epoca e del luogo.

Al fine di rispondere alla domanda che è richiesta, il volume edilizio deve avere caratteristiche per rispondere a parametri illuminotecnici, climatici ed espositivi per la migliore tutela dei beni contenuti e archiviati.

Fondamentali per questo divengono gli impianti d’illuminazione, pigmentazione interna, infissi, teche di esposizione, i percorsi per la visita e per l’esodo dei locali ecc., tutti questi concorrono alla garanzia durevole delle opere, oltre all’utilizzo del plesso in sicurezza.

I musei dedicati alla civiltà Albanofona (arbëreshë), sorti soprattutto nel secolo appena trascorso, sono ricchi di opere e reperti provenienti perlopiù da privati; l’iniziativa partita delle Amministrazioni e Associazioni culturali locali, ha perseguito il miraggio della raccolta a tutti i costi, senza mettere in conto l’impegno di tutelare nel migliore dei modi con l’acquisizione di tali opere, molto spesso esemplari unici.

La voglia incontrollata di esporre e primeggiare a tutti i costi con quantità e qualità, ha distratto gli attuatori sul dato che acquisire valori eccellenti locali, rappresentava un impegno che presupponeva titoli e competenze professionali di alto rilievo, in quanto, elevarsi a tutori di un tesoro materiale ed immateriale di tale portata, può ritorcersi a svavore della tutela.

Raccogliere materiali, attrezzi, arredi, macchine e ogni sorta di elemento che caratterizzi il luogo e la sua arte, si stabiliscono idealmente impegni di sottomissione che vanno bel oltre la promessa di valorizzare un determinato bene.

Sottrarre tanti piccoli tesori di eccellenza dal loro ambiente originario, dove erano sottoposti a un protocollo rigidissimo che si articola in: conservazione, preparazione, controllo, vestizione, utilizzo, esposizione, spogliazione, controllo preparazione alla conservazione, deposito secondo un rito laborioso.

Impegnarsi a fare ciò senza avere la minima idea e competenza nei meriti del rigidissimo disciplinare ha reso vulnerabile la storia di circa due secoli di arte sartoriale arbëreshë.

Il rito si articola nel controllo semestrale, pur se non sono utilizzate o indossate le componenti del rarissimo costume, l’esposizione è funzione del tempo di conservazione, il oltre il luogo della custodia doveva garantire sia in estate che in inverno, un intervallo specifico dei parametri d’illuminazione, ventilazione, umidità ed esposizione agli agenti atmosferici, non trascurando i trattamenti per la difesa delle tarme e acari.

Tuttavia va rilevato che accomunare tanti oggetti in spazi in parte dignitosi in altri meno, ma tutti comunque e dovunque, che non rispondono ai parametri richiesti, il sistema museo diventa una macchina pericolosa che assume il ruolo di acceleratore di invecchiamento del prodotto sartoriale, se a questo si aggiunge che in molti casi sono esposti a ridosso di manufatti delle arti e dei mestieri, qualche dubbio per la buona conservazione dei rari costumi è più che lecito.

Un museo può ritenersi tale solo se risponde a caratteristiche ben identificate, e segue i protocolli dell’arte di conservare; altrimenti il “luogo museo” diviene il palcoscenico della distruzione, vero è che esistono molti musei o che millantano tale denominazione, “il cui pubblico” nell’inconsapevolezza generale, non si accorge del dramma che si consuma sotto i loro occhi, ovvero la morte dell’Unica Forma Artistica Figurativa della Regione storica Arbëreshë; il mio vuole essere un grido di dolore che segna la linea di non ritorno.

Ogni giorno che passa senza che Amministratori, Associazioni, Proloco e privati cultori, si attivi per arginare questo invisibile rigagnolo di sangue, che imperterrito giorno dopo giorno sottrae frammenti irripetibili, al solido patrimonio figurativo/sartoriale arbëreshë.

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ANTONIO CAPUTO,ORIGINARIO DEL CENTRO ARBERESHE, DI GINESTRA

ANTONIO CAPUTO,ORIGINARIO DEL CENTRO ARBERESHE, DI GINESTRA

Posted on 27 gennaio 2017 by admin

Antonio Caputo a dxGINESTRA (di Lorenzo Zolfo) – La notizia di una nomina importante, quale presidente del comitato “Salviamo la Costituzione del Piemonte e della Valle D’Aosta” del dott. Antonio Caputo, originario di Ginestra, paese posto alle falde del Vulture, di poco più di 700 abitanti, è subito rimbalzato come un tam-tam nel piccolo centro arbëreshë. Nato a Ginestra il 12.10.1949,Antonio Caputo, partito da piccolo,è diventato torinese di adozione.

Maturità classica presso il liceo D’Azeglio e laurea con lode in Giurisprudenza, all’Università di Torino, avendo come relatore Norberto Bobbio.

Avvocato di cassazione, abilitato all’esercizio professionale presso le Supreme Magistrature. Presidente coordinatore della Federazione italiana dei Circoli di “Giustizia e Libertà”.  Componente del Consiglio direttivo e cofondatore del Comitato nazionale per il no nel referendum costituzionale presieduto da Alessandro Pace è stato pretore onorario a Torino, giudice presso la Commissione tributaria regionale del Piemonte e Direttore dell’Ufficio del Massimario della Commissione. Ha ricoperto la carica di difensore civico del Piemonte fino allo scorso 2015. Ha proposto il ricorso contro l’Italicum avanti il Tribunale di Torino sul quale si è pronunciato la Corte costituzionale proprio oggi 25 gennaio. Avvicinato ha riferito: “ grazie a questa azione giudiziaria promossa in 22 tribunali, tra questi anche Torino e Potenza,la corte costituzionale è intervenuta, dichiarando illegittima la legge elettorale, la cosiddetta “Italicum”. E’ stata una grande vittoria che consente agli italiani di andare a votare con le regole democratiche”.

A Ginestra, vive Antonio Caputo, classe ’35, un nipote del padre Nicola, ultraottantenne, alla saputa di questa importante nomina del parente omonimo Antonio, ha detto: “ Antonio, nato da Pina e Nicola, fratello di mio padre, Mauro, ha vissuto a Ginestra solo una decina di anni, perché il padre, Nicola, lavorava alla Prefettura di Potenza, prima che lui nascesse. Nel ’60 ebbe il trasferimento in Piemonte, quale capo-gabinetto delle Prefetture italiane e se ne andò con tutta la famiglia. Nicola prima di lasciare Ginestra, fu inviato in guerra e fatto prigioniero in Germania, grazie agli americani, che hanno liberato l’Italia dal regime fascista,riacquistò la libertà! Antonio nei pochi anni che è stato a Ginestra, amava andare in campagna, nei terreni di proprietà della famiglia, la masseria “Caggiano”e con mio padre, Mauro, faceva lunghe passeggiate a cavallo. Già allora dimostrava di possedere scaltrezza e destrezza, due qualità che gli hanno fatto compagnia in seguito. Antonio, ritornava a Ginestra, quando sposò mio fratello Michele, gli ha fatto da testimone, era appena diventato maggiorenne. Fino a 20 anni fa aveva un’abitazione a Potenza, al rione Santa Maria, alla morte del padre, Nicola, l’ha venduta. Sono contento che abbia fatto tanto strada, frutto di sacrifici”. Antonio Caputo, che parla bene l’arbëreshë, nel 2015, insieme al Prefetto di Torino, è stato ospite a Chieri ( To) dell’associazione culturale “Vatrarbereshe”, che ogni anno promuove un concorso di poesie in lingua arbëreshë,presieduto da Vincenzo Cucci, originario di Maschito, che ha avuto modo di conoscerlo ed apprezzare le sue doti di cultore della lingua arbëreshë. Anche dal Vulture la   Rivista Webzine ” Basilicata Arbereshe”, con sede unica regionale in Barile (Piazzetta Skanderbeg .5) , tramite il Direttore-Fondatore Prof. Donato M. Mazzeo , referente LEM Italia, ha espresso alcune considerazioni in merito : “Sulla scia del grande Giurista Costantino MORTATI (di Civita-Cs) uno dei Padri della Costituzione Repubblicana, l’Arberia tutta è orgogliosa del ruolo di notevole prestigio, esercitato, dall’Avv. Antonio CAPUTO (originario di Ginestra) nell’ambito di funzioni importanti legislative. Nella nuova funzione legislativa , dopo essere stato eccellente “Difensore Civico” in Regione Piemonte. Ad maiora dunque!”.

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