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BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Protetto: BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STORICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERA

Posted on 02 dicembre 2018 by admin

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SI PAGA PEGNO PER TRANSITARE SUL PONTE ARBËRESHË COSTRUITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

SI PAGA PEGNO PER TRANSITARE SUL PONTE ARBËRESHË COSTRUITO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Posted on 29 novembre 2018 by admin

San Nicola BariNapoli (di Atanasio Pizzi) – San Nicola di Myra, è venerato come Santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane, fu vescovo greco di Myra, una città situata nell’attuale Turchia.

San Nicola è così diventato già nel Medioevo uno dei santi più popolari del cristianesimo e protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati.

Una leggenda narra che Nicola, già vescovo, resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne; per questi episodi e molti altri ancora san Nicola è ritenuto Santo benefattore e protettore, specialmente dei bambini.

Le icone ortodosse lo raffigurano con tre mele in mano, segno di prosperità; i tre frutti sono anche interpretati come forme di piccoli panetti, da qui l’antico appuntamento della benedizione e la distribuzione per i poveri e per ringraziare nostro signore per i raccolti,.

Questo rito il giorno della sua morte viene idealmente condivisa con tutta le popolazione meno fortunate.

Esso rappresenta un ponte che noi arbëreshë, abbiamo costruito per unire oriente e occidente, realizzato con materiali come gli ideali di credenza e tradizione orale, che sono indistruttibili, specie per gli arbëreshë.

Quanti  i ricordi da bambini, che ritornano alla mente, il giorno sei di Dicembre , marinando addirittura la scuola, e seguire messa per ricevere in dono, quei piccoli panetti fatti a nostra misura, che poi non erano altro che grandi  messaggi di pace e prosperità.

Quell’appuntamento dei primi giorni di Dicembre rappresentava un giorno particolare, nei piccolo centri di regione storica e non solo, la festa di San Nicola di Myra, prevalentemente per gli abitanti ka Kushetë, “i territori Comunali”, che si recavano in chiesa, con cesta colme di piccoli panetti appena sfornati, in alcuni casi anche terminata della funzione rimanevano tali esaltando la loro fragranza.

Il rito voleva condividere il buon raccolto e così facendo si voleva ringraziare il Santo con quel segno di abbondanza ed esaltare la benevolenza, che attraverso i bambini messaggeri, si diffondeva innocentemente il messaggio di benessere e abbondanza.

Tutto avveniva in forma religiosa/laica gratuita, o meglio spontanea e  ad essere felici in particolare erano i bambini, che fungevano da legante, (il ponte) tra chiesa, comunità e casa.

Tempi che non sono poi così remoti, pochi decenni fa per quelli più anziani, ma anche le generazioni del secolo appena iniziato sono cresciute, sotto questi auspici religiosi; purtroppo tutto termina, restano i ricordi di una tradizione che grazie a piccole forme di pane univa, adulti e bambini, “in tutto le comunità”.

Oggi purtroppo i ponti cadono, nonostante si paghi pedaggio per il loro mantenimento, se si tratta del ponte Morandi di Genoa, sarà complicato trovare i responsabili di questa grave disattenzione di tutela; tuttavia i nostri ponti come quello costruito dell’ingegnere arbëreshë Luigi Giura, non invecchiano mai e non hanno bisogno di oboli o pegni  per sostenere le volte sacre, ove sono collocati i tavoli della distribuzione, previo pagamento del passaggio .

VERGOGNA!!!!!! per quanti mettono in atto tali “ blasfemie ” e i preposti che non provvedono a terminare la devastante deriva liberamente applicata, quale ricchezza o agiatezza si può raggiungere, facendo pagare pegno per un omaggio offerto a nome di San Nicola di Myra, non è dato a sapere, sicura è la vergogna di  trasformre  i bambini in messaggeri di  propaganda economica.

Voi lì in “regione storica” vi distraete, intanto da Napoli, nonostante tutto, si ricompone il sangue versato, per quanta ponete, in essere, per fini economici.

Un canto popolare di Lungro, paese arbëreshë in provincia di Cosenza, si ricorda S.Nicola come ” pronubo” dei giovani e delle giovani del posto.

“Shin Kolli me at bastùn, na marton ghith këtà guagjun “!!!

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NON METTIAMO A SALDO ALBANESE PURE LA VETRINA DEL 2019 ARBËRESHË

NON METTIAMO A SALDO ALBANESE PURE LA VETRINA DEL 2019 ARBËRESHË

Posted on 26 novembre 2018 by admin

ARISTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Le occasioni susseguitesi in quest’anno che va a terminare, hanno cercato di lasciare un solco identificativo per gli arbëreshë, che vivono all’interno del bacino del mediterraneo, ma avendo adoperato strumenti impropri, nulla rimane se non quello che anticamente era stato tracciato. .

Inventarsi contadini al giorno d’oggi  senza un minimo di regola, sentimento e garbo, è come organizzare un funerale privo di benedizione o funzione religiosa,  e organizzare,  balli, canti,  allegorie irrispettose per quell’anima in pena del defunto.

Tuttavia per noi arbëreshë, la caparbia regola di vita religiosa e sociale, non nasce e non termina nell’intervallo di venticinque anni di gloria, ma nel rispetto del passato e dei suoi uomini, senza mai dimenticare l’impegno preso, per tutelare un codice antichissimo per le generazioni future.

Essere arbëreshë oggi non vuol dire brillare delle vicende economiche, sociali e guerresche di un solo condottiero o di un solo letterato.

Illustrare la nostra missione religiosa e sociale solo con questo presupposti offende l’intelligenza di quanti si sono prodigati a realizzare, il ponte ideale di collegamento tra la religione storico Ortodossa e quella più moderna Cristiana; se a ciò associamo il modello di integrazione più riuscito del mediterraneo, l’intero pacchetto di ideali portato a buon fine, rendono gli arbëreshë un esempio da seguire in questo travagliato millennio appena iniziato.

Rodotà, Baffi, i Bugliari, Ferriolo, Bellusci, Torelli, Giura, Scura, Crispi, Fortino, sono nell’ordine i cognomi che avrebbero dovuto riecheggiare ed essere innalzati in questi appuntamenti di rievocazione della storia degli arbëreshë, tuttavia nella piena inconsapevolezza storica si è preferito puntare su altri personaggi secondari di poco peso o del paese di fronte la cui essenza forte  tipica arbëreshë non è stata mai riscontrata.

Siamo apparsi davanti a Presidenti, Papi e ministri, preferendo il faceto, alla nostra nobile causa che portiamo avanti con umiltà e dovizia di particolari, avvolti in quel codice antico che abbiamo preferito difendere, a costo di perdere la terra natia.

A cosa serve andare davanti ai vertici istituzionali/religiosi senza evidenziare e dare atto che siamo un ponte religioso, sociale e culturale solido, fatto con il cuore e la mente di quegli arbëreshë che dal XV secolo hanno iniziato a costruirlo e portarlo a buon fine nel XVIII.

È da allora che funziona perfettamente e non crea disagi né ai rigidi Ortodossi, né ai moderni Cristiani, esso ha portato benessere alla chiesa come nessun’altra rotta sia stato in grado di fare.

Ciò nonostante ci prostriamo davanti al Papa, partendo da presupposti di ambiguità per regalare bambole utili a riti malefici, non so se siano state dati anche gli spilli, ma conoscendo i luoghi e quanti hanno realizzato questa manifestazione di matrice mussulmana, ritengo gli indispensabili  oggetti facessero parte del dono.

L’anno che sta per iniziare, offrirà altre opportunità di rilancio della minoranza arbëreshë, il mio auspicio è quello che Ambasciate, Amministrazioni, laiche e clericali, abbiano la lucidità appropriata e comprendere gli errori fatti e rendere merito con dovizia di uomini, tempi e luoghi ai riti, alla storia, alla religione, in tutto, ai veri momenti , luoghi e personaggi che hanno reso possibile questa opera irripetibile.

Nella seconda decade del febbraio prossimo, inizia il primo giubileo, l’auspicio  vorrebbe preferire le cose di garbo e sensibilità, caratteristica fondamentale di quanti contribuirono a sostenere la pace nella nuova terra ritrovata.

Non andiamo a prostrarci davanti ai vertici religiosi, portando bevande anomale per il gusto di protagonismo o di un gemellaggio senza senso(lento come quello della tartaruga) riferendo di luoghi e tempi  privi di contenuti storici, sia in terra di origine che in quella ritrovata della regione storica.

Dobbiamo recarci in udienza, quando sarà, con i simboli della “nostra bandiera” scritta tra le diplomatiche del “costume arbëreshë della presila”  Sintetizzato in quelli dell’antica diocesi di Cassano.

Tuttavia,  nel paniere che porteremo in dono, non ci devono essere  liquidi anonimi, ma un solo messaggio con un teso il cui contenuto riferisca quanto segue: “Siamo i messaggeri della Regione storica Arbëreshë,  i precursori dell’avvicinamento della religione Ortodossa d’oriente con quella Cristiana di Occidente, per questo ci prodigandosi a mantenere la fiamma sempre accesa per  rifocillare i due pensieri religiosi; essa  arde dal XVIII secolo e gli arbëreshë vennero scelti, dagli ideatori di questo progetto di pace, proprio per le doti innate di integrarsi sapientemente con le genti indigene, sicuri che avrebbero continuano  a rispettare l’impegno assunto”.

E quando la Santità, la Domenica seguente affacciato in quella finestra che viene ascolta dalle genti del mondo, riferirà della nostra missione, gli arbëreshë riceveranno la linfa ideale per continuare a portare avanti il loro mandato.

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DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA  ARBËRESHË

DISCORSO SULLE EMERGENZE ARCHITETTONICHE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 16 novembre 2018 by admin

BISOGA ESSERE PERVERSI PER DISTRUGGERE I LUOGHI DELL’INFANZIA ALTRUI.NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Nell’affrontare il tema complesso e impegnativo del recupero integrato dei sistemi insediativi della Regione storica Arbëreshë, il dovere impone a soffermarsi, anche se sinteticamente, su alcuni aspetti disciplinari e metodologici direttamente connessi alle scelte culturali dei piani e dei progetti destinati a facilitare la valorizzazione ed il recupero, tale da richiamare i principi cui far riferimento nel corso di ciascuna operazione, nonché le più corrette modalità di intervento da porre in atto ai fini della salvaguardia attiva del patrimoni storico-culturale.

Tutto ciò per finalizzare al meglio quanto si vuole sviluppare, nella piena consapevolezza del maggior rispetto dei rilevanti caratteri ambientali ed espressivi.

Per questo, si ritiene utile ripercorrere per sommi capi quelle che appaiono come le tappe fondamentali di tale processi e, della lunga esperienza storica che anche in quisto campo precede il fare contemporaneo, considerare alcuni episodi di grande evidenza, non certo per desumerne indicazioni di vincolo o, tanto meno, principi di acritica im­mobilità operativa, bensì per collocare coscientemente le attuali scelte progettuali in continuità con una ininterrotta serie di interventi, leggibili nelle vicende delle nostre insule arbëreshë, basati su interpretazioni, modifiche ed arricchimenti del patrimonio preesistente.

Lo studio inoltre mira a indicare quelle che sono le più promettenti prospettive di lavoro che oggi si apro­no in tal campo del recupero, la valorizzazioni e caratterizzazione di ambiti irripetibili.

Sulla scorta delle acquisizioni che pro­vengono dall’attività di ricerca, la quale, superata la fase della riflessione critica e vuole aprire un nuovo stato di fatto, che non ha avuto ascolto negli ultimi decenni.

Oggi non è più prorogabile in quanto, lo stato di conflitto tra esigenze pratiche del recupero e gli irrinunciabili livelli di buona qualità complessiva, che la cultura contemporanea richiede a questo genere di interventi.

Da quando il destino dell’ambiente storico, da sempre preoccupazione esclusiva di ristretti ambiti culturali, ha pre­so ad attirare l’attenzione di altri ambienti della cosiddet­ta società civile, e ad interessare direttamente anche le pras­si operative dell’architettura e dell’urbanistica è diventato un settore “particolare” della progettazione edilizia, componente non secondaria nelle scelte di pianificazione e controllo urbano e territoriale, il pro­blema delle trasformazioni del patrimonio abitativo di an­tica data è divenuto centrale per molte categorie di addet­ti, e per diverse competenze, amministrative, economiche, tecniche.

Le discipline storiche dell’architettura, già da tempo, impegnate sul tema e nel dibattito secondo il lo­ro particolare modo di intendere il patrimonio storico nel­la sua globalità, hanno dovuto assumersi con rin­novata energia, e con alterne fasi di ascolto e di rigetto, il compito di recare il proprio contributo specifico, anche in vista di scelte operative, riorientando talvolta i propri me­todi di indagine e valutazione, per accordarli o per oppor­li a quelli dei diversi “aventi titolo”.

Si è trattato e si tratta di una nuova e più impegnativa responsabilità di ricerca, interpretazione, interpretazione e organizzazione delle conoscenza i Bèni Culturali nel loro complesso, includendo da un lato la più corretta “visualizzazione” delle strutture fisiche e de­gli oggetti concreti che concorrono a formare i patrimoni in questione (destinata ad offrire rappresentazioni “orien­tate” di spazi, luoghi, siti, edifici, insiemi, contesti), dall’altro l’enunciazione convincente ed “obiettiva” dei cosiddetti “valori” irrinunciabili dell’ambiente storico.

Questi ultimi sono meno afferrabili dai punti di osservazione semplificati e “quantitativi” oggi prevalenti; essi sono da cogliere invece attra­verso riferimenti a quel delicato sistema di intenzioni, rap­porti, testimonianze, e significati, implicito nel complesso dei beni storico-artistici, e non-estraneo alla stessa cultura dell’abitare, che sottende i “materiali” oggetto del presen­te studio.

E all’interno di tale ordine di considerazioni che sor­gono del resto una serie di grandi e piccoli dilemmi con­nessi con la natura stessa del tema, in realtà antichi e con­solidati, e tuttora vigenti, alcuni dei quali meritano forse alcune preliminari osservazioni.

Un primo importante dilemma è quello connesso con la ben nota vecchia divaricazione che viene a stabilirsi, al­meno nell’ambito della cultura occidentale, tra l’istanza sto­rica e quella estetica, destinate a creare e talvolta a cristal­lizzare situazioni di potenziale e spesso reale conflitto: una contrapposizione da sempre esistente, formulata efficace­mente alcuni decenni orsono nell’ambito delle “teorie del restauro” e del resto non ancora rimpiazzata da più geniali acquisizioni da parte della più recente “cultura della con­servazione”, che tende talvolta ad esaurirsi in dibattiti ri­petitivi tra posizioni radicalizzate.

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LA REPUBBLICA DELLE PISCIAGLIOCCHE MILLANTA DI SOSTENERE I PRINCIPI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Protetto: LA REPUBBLICA DELLE PISCIAGLIOCCHE MILLANTA DI SOSTENERE I PRINCIPI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 15 novembre 2018 by admin

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SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

Protetto: SCUOLA DI TUTELA DEI BENI MATERIALI E IMMATERIALI DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË (dedicato a quanti mirano a ricostruite le città del passato con apparati e metodiche moderne)

Posted on 13 novembre 2018 by admin

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PASQUALE BAFFI Santa Sofia d’Epiro 11 Luglio 1759 - Napoli 11 Novembre 1799

PASQUALE BAFFI Santa Sofia d’Epiro 11 Luglio 1759 – Napoli 11 Novembre 1799

Posted on 11 novembre 2018 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nella piccola comunità di Santa Sofia d’Epiro, piccolo Katundë della Regione storica Arbëresheë , l’11 luglio 1749 nac­que Pasquale Baffa.

I genitori, Giovanni Andrea e Serafina Baffa, entrambi di origini arbëreshë vivevano nel modesto agglomerato edilizio posto a ridosso della confluenza del camminamento per l’ospizio e il palazzo arcivescovile.

Il cognome, in albanese significa fava,  baf  è uno di quelli associati alle famiglie più antiche del piccolo centro Arbëresheë.

Pasquale Baffa rappresenta l’insieme flessibile dell’ingegno ellenico, intriso della caparbietà tipica dell’indole calabrese.

Cresciuto sotto l’occhio vigile della mamma Serafina e dei gjitoni che assieme alla famiglia baffa dividevano il lavoro ed i pochi frutti delle terre sofiote.

Nei primi tempi della sua carriera scolastica fu posto alla guida e alla disciplina di uno zio paterno, dimostrandosi poco appassionato agli studi, fu questo il motivo per cui venne iscritto tra gli allievi laici del collegio italo-greco di S.B.U.

Il giovane Pasquale docile ed educato, incline a non subire soprusi e ingiustizie di alcuna sorta, nel corso di una lezione, rimproverato a torto dal suo maestro di greco, esternò le sue perplessità relativamente ad un brano tradotto, invece di avere elogi subì una strappata di orecchie, com’era in uso fare per punire gli allievi.

La reazione fu violenta e furiosa a tal punto che, la direzione del collegio ritenne opportuno di allontanato dall’istituto.

Dopo l’ingiusto episodio non si perse d’animo, continuò gli studi da privatista con tanta caparbietà e lucidità che a solo diciotto anni acquisì la maturità non solo per insegnare ma anche per divulgare nelle scuole del regno le opere di Platone.

Quando i gesuiti furono allontanati dal regno, il Baffa fu chiamato a insegnare il greco nelle scuole pubbliche Universitarie degli Studi di Salerno e di Avellino.

P.B. continuò a manifestare il grande ingegno pubblicando il 31 di luglio 1771 una lettera italiana indirizzata a quel grecista stimatissimo Bugliari, con il quale difen­deva la pronuncia del greco moderno contro i seguaci di Erasmo Rotterdam.

Nell’esodo da Napoli a Salerno, il Baffa modificò il suo cognome in “Baffi” le versioni a riguardo sono più di una, a partire dalla più banale secondo cui si volesse nascondere dietro alla “I” per la nota negativa della espulsione dal Collegio Corsini.

Studi recenti svolti a napoli, attribuisco la sostituzione della lettera finale a una attenta analisi nella traduzione del suo cognome, che aveva più attinenza nella forma plurale che singolare, ritenere che gli studi da lui intrapresi  sulle origini del popolo albanese, avesse indotto l’illustre uomo di cultura, ad una traduzione più attenta del suo cognome.

Giunto a Napoli nel 1773, chiamato a prestare la sua opera di professore nel nuovo convitto dell’Annunziatella, la cui apertura seguì il giorno 11 di novembre, poiché non era ancora disponibile il convitto.

Nella capitale partenopea spinto dai suoi ideali di libertà si iscrisse in una delle Logge di Liberi Muratori in Portici e trovato nella villa di proprietà di Niccolò Marselli sita nei pressi di Capodimonte, durante una riunione, per una serie di strane coincidenze fu imprigionato il 2 di marzo 1776.

Il Baffi, passò così dal convitto alle carceri di castello dell’Ovo da cui fu scarcerato solamente il 1° di marzo 1777.

La pendenza legale nei suoi confronti ebbe soluzione solo il 28 di gennaio 1782 quando su proposta del ministro Bernardo Tanucci, che venne accolta dai sovrani, furono aboliti tutti quei giudizi a carico delle persone coinvolte nelle riunioni delle società segrete.

Amico del letterato calabrese Aracri, Grimaldi e con Pagano, il Baffi fu prescelto nel 1779 come socio dell’Accademia di scienze e belle lettere.

L’anno seguente vinse il concorso di lingua e letteratura greca di Napoli, che in quel tempo rac­coglieva gli uomini come, il Conforti, il Cirillo, il Pagano, il Serio, il Bagno, il Caputo.

La sua fama fu tale che a Napoli non vi erano uomo di cultura che non si ricercasse a conoscerlo e ad ammirare di persona questo ellenista e filologo, così come fece nel 1781 il celebre Bandini, che gli rimase legato e continuò ad essere vicino alla sua famiglia e al figlio Michele.

Nel 1785, quando aveva il suo studio legale insieme col suo parente ed amico Angelo Masci fu chiamato a interpretare il processo fatto nel1548 della badia di San Pietro di Caserta.

Diventato il 3 di gennaio 1786 uno dei tre bibliotecari della Reale Accademia delle scienze e belle lettere, seppe distinguersi e redigere il catalogo oltre a mettere in sicurezza molti manoscritti che grazie alla sua lungimiranza non finirono in mano dei predatori napoleonici.

L’operato del baffi così fondamentale per la nascente Biblioteca Nazionale nulla ricorda il sacrificio e tutto quello che fece per essa.

  1. B. assieme agli avvocati Pietro Battiloro e Angelo Masci, raggiunse una così grande fama nel campo della giurisprudenza che il loro studio legale era ambito da chiunque avesse giudizi in pendenza.

La sua fama di esperto nella lettura ed interpretazione di vecchi manoscritti fu tale che in ogni dove del regno era richiesto la sua presenza per tradurre e interpretare gli antichi reperti.

Per lo stesso motivo nel 1787 fu mandato in Catanzaro per interpretare le pergamene utili a for­mare il patrimonio della Cassa Sacra, e contemporaneamente mise in ordine gli archivi di Mileto e di San Domenico Soriano.

Tra i più preparati soci dell’Accademia, fu scelto per conservare e tradurre i papiri greci di Ercolano, in oltre tradusse e annotò un rarissimo codice della biblioteca degli Agostiniani di San Giovanni a Carbonara.

Il suo nome era già conosciuto in Europa e ne parlavano con lode il Lalande nel suo viaggio in Italia nel 1787, annotava come in questo tempo il Baffi si occupasse ai succitati lavori.

E con uguale lode ne parlarono Nicola Show, Arnoldo Haren, Federico Munter professore di teologia in Copenaghen, e Cristoforo Harles.

Lo scrittore Orloff, nel tomo secondo delle sue Memorie su Napoli, esprime nei confronti del baffi il seguente giudizio: C’etait peut étre le plus grand elleniste de l’Europe.

Nell’anno 1792 fu incaricato di interpretare tren­ta antiche pergamene della Magione in Palermo e visitare l’Archivio di Santo Stefano del Bosco facendolo trasportare dalla Calabria nel collegio del Salvatore per poterlo avere a disposizione.

Avendo guadagnato piena stima dai regnanti di quel tempo, fu grazie a lui che il 1 febbraio 1794 il re aderì al trasferimento del collegio Corsini, che dal baffi considerava unica isola per la formazione culturale di quelle terree, in modo che il presidio avesse una sede più adeguata di quella cadente di S.B.U.

A quei tempi alla guida del collegio era il Vescovo Francesco Bugliari suo parente, anche lui come il Bellusci a Napoli durante il periodo di studi aveva frequentato Pasquale Baffi condividendone gli ideali liberali.

La scelta meditata tra i due sofioti cadde sul presidio monastico di Sant’Adriano, allocato fisicamente a poco più di un chilometro da San Demetrio, ben più lontano per quanto atteneva invece agli ideali politici, culturali e sociali.

A tal proposito va sottolineato l’aiuto legale che il Baffi diede al Vescovo Bugliari per risolvere i tanti giudizi che i mezzadri della zona sollevavano contro il patrimonio del collegio.

Nel 1796 Pasquale Baffi giunto al colmo degli onori, scelto per dirigere gli uffici più ambiti dagli intellettuali e tenuto in considerazione dai più celebri filologi  di Napoli e d’Europa, si unì in matrimonio nel Gennaio di quel anno con Teresa Caldora di nobile famiglia napoletana.

La sorella di lei, Apollonia legata al mondo culturale europeo, era così onorata e felice di tale matrimonio che inviò al cognato una lettera di cui si allega un breve brano:

E inesplicabile il contento chi provo del matrimonio che avete già stretto colla cara mia sorella Teresa …. io ben sapeva le doti che adornano la vostra persona, e perciò stimo assai fortunata mia sorella per questa sorte che ha ottenuta dal Cielo e voglio sperare che col suo virtuoso portamento sappia meritare la vostra affezione

Quando si avvicinarono gli albori della rivoluzione del 1799 la coppia aveva avuto già due figli Michele e Gabriella.

Nel dicembre del 1798 il Baffi venne chiamato ad essere il garante per gli acquisti librari per la biblioteca, mentre concludeva il catalogo della biblioteca.

Creata la repubblica in Napoli, fu uno dei rappresentanti del popolo ed eletto a preparare le nuove leggi e gli ordinamenti per la pubblica istruzione.

Ma una cosa è il pensiero politico, ben diverso e grave è prender parte a un governo come ministro.

Così quando le cose non presero la svolta che si era prevista, egli fu costretto a nascondersi e mettersi al sicuro in un paese nei dintorni di Capua, ma il desiderio di rivedere i suoi, tornò a Napoli, credendo che le tensioni si fossero  affievolite;  ma purtroppo così non era.

Il 30 di luglio, mentre si recava a casa del suo amico e parente Angelo Masci sicuro di poter riabbracciare la moglie, gli sbirri e i soldati lo arrestarono conducendolo nelle carceri.

In quel periodo la scure del carnefice abbracciando la bilancia della giustizia faceva  terrorizzare e costernare tutta la popolazione del regno.

Il Baffi strappato dalle braccia di un padre, di una mamma, di una moglie, del suo bambino Michele e della sua bambina Gabriella, fece soffocare le sue lacrime all’interno del suo cuore e della sua anima.

Il suo credo religioso fu la sua forza che lo aiutò nel periodo della sua detenzione sin anche quando fu emanata la sua condanna e infondergli tanta energia tale da rifiutarsi alla viltà del suicidio, persuaso, che l’uomo in vita è paragonabile ad una sentinella e suicidarsi sarebbe stato come disertare i propri doveri.

L’11 Novembre verso le ore 17,12 accompagnato da otto coppie di soldati preceduti da un crocifero usci dal carcere e giunse in Piazza Mercato, con pa­ziente cadenza, verso le ore 18.

La cronaca dell’esecuzione descritta nei libri della Compagnia racconta: Mori rassegnato al divino volere il paziente e si seppellì nella vicina chiesa.

Ma non fu così, perché quando fu assicurato al cappio, questo si sciolse ed il Baffi stramazzo giù dal patibolo, a questo punto il boia senza perdersi d’animo lo raggiunse ponendo fine in modo disumano alla vita dell’illustre e valoroso Sofiota.

Quel giorno a Pasquale Baffi fu aggiunto anche il titolo di martire, uomo eccelso di bassa statura fisica, viso bruno, occhi vispi ed intelligenti capace di disquisire in greco in tutte le inflessioni dialettali.

Un uomo intriso di solidi propositi senza particolari clamori, come dimostrò nel suo esilio del 1795, quando esternò una modestia senza pari e si vede chiaramente per le poche cose che inviò in stampa, preferendo aiutare e collaborare con altri, sicuro di far comunque bene con le sue immense fatiche senza mai pensare alla sua gloria.

Ci sono pochi  uomini di tale indole e nessuno ad oggi è riuscito a seguire il suo esempio ereditato dai suoi antichi avi arbëreshë, abituati a vivere e prodigarsi per il berne della comunità cosi come è largamente enunciato nel libro degli albanesi.

A quel nome e al suo sacrificio furono dedicati, i versi dell’Iliade, decimo canto:

«… animus fortis

«In omnibus laboribus, amatque ipsum Pallas Minerva.

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SETTE NOVEMBRE 1875, UN VESCOVO SOFIOTA, CHIUDE LA SPOGLIAZIONE DEL COLLEGIO DEL NILO; SETTE NOVEMBRE 2018 LA REGIONE STORICA ARBERESHE ANNOTA LA DERIVA RAGGIUNTA

Protetto: SETTE NOVEMBRE 1875, UN VESCOVO SOFIOTA, CHIUDE LA SPOGLIAZIONE DEL COLLEGIO DEL NILO; SETTE NOVEMBRE 2018 LA REGIONE STORICA ARBERESHE ANNOTA LA DERIVA RAGGIUNTA

Posted on 10 novembre 2018 by admin

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A MAGGIO CON I VOTI E I DEVOTI SI SPERA CHE RITORNI SENSO, GARBO E SAPER FARE!!

A MAGGIO CON I VOTI E I DEVOTI SI SPERA CHE RITORNI SENSO, GARBO E SAPER FARE!!

Posted on 06 novembre 2018 by admin

19517NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando i direttivi per la gestione del bene materiale, della credenza popolare sono sospesi autoritativamente e il ruolo di molti, viene affidato a un singolo a questo punto è bene porre una pausa di riflessione costruttiva, non di vendetta, su quanti dovranno assumere il ruolo nella prossima tornata.

Appare evidente che correre ai ripari, per ripristinare nel breve termine il senso delle cose, sia dal punto di vista materiali che immateriale di una specifica comunità,  priorità inderogabile.

L’auguri che tutte le persone di buon senso, non abbiano più motivo di ripetersi e quanti si rendano disponibili a guidare il tangibile e l’intangibile della comunità siano sagge e di limpida morale, al fine di fornire la linfa idonea per la continuità della storia e delle tradizioni, specifiche di quei luoghi, di quelle persone e dei Santi locali.

La storia di un luogo e di quanti lo vivono, nel corso degli anni ciclicamente alterna momenti di luce a ombre, tuttavia anche se quest’ultima può apparire malevola, serve a rifocillare e rigenerare quanti avviano le attività interrotte del bene comune.

Ciò che non dovrebbe mai accadere e rintanarsi scientemente nei meandri oscuri e lasciarsi risucchiare nel malevolo vortice dove non si è in grado più di riconoscere le cose buone da cattive.

Viviamo una pausa di riflessione unica, in quanto, essa abbraccia sia la sfera materiale, sia quella immateriale, in altre parole sia il laico e sia il profano, giacché sospese, la prima per dispute, la seconda si spera che non sia di mero bisogno terreno.

Il punto, o meglio, il mese di non ritorno, viene a maggio, i primi giorni uniscono le genti attorno al Santo e tutti seguono la statua con gli stessi voti e la stessa devozione; tuttavia e da almeno sei decenni che le autorità preposte, lasciano che lungo la via del ritorno, come prima era abitudine rifocillarsi con pane e acqua, adesso quieta la sete con birra liquori e ogni sorta di raffinato prodotto alcolico, locale e non, al punto che giunti davanti al sacro perimetro, le menti sono offuscate o addirittura buie.

È chiaro che lo stato di fatto non rende lucidi gli ultimi giorni del mese, quando i buoni intenti dovrebbero essere messi in atto per scelte terrene, specie se questo è indispensabile per conservare intatta sia l’identità culturale e sia il bene comune di uomini e territorio.

Sono trascorsi ormai sei decenni e lo stato di salute di Sofia è pietoso, sotto ogni punto di vista, morale, estetico oltre che nell’atto di saper accogliere ospiti.

Essa ha perso la testa e non ricorda nulla di se e degli altri, ma quello che preoccupa di più,è lo stato mentale dei suoi figli, i quali, esaltati dal gioco dei ruoli si cimentano in attività ignote, vagando raminghi nelle discariche, ritenendole il luogo dei beni e della memoria.

Gli ultimi giorni di maggio per questo diventano fondamentali sia per il bene del luogo, di quello delle persone vive, di quanti ci hanno lasciato e dei Santi; occorre saper scegliere persone garbate che hanno a cuore la sorte di Sofia, inutile sperare o puntare su quanto di inutile è stato accumulato dalle discariche.

Ripristinare l’antico senso delle cose pubbliche e private, distinguere il perimetro dei Santi con i percorsi profani è fondamentale badare bene a chi si affidano i nostri voti e le nostre devozioni, specie se al nostro cospetto, arrivano con auto fiammanti, sin anche le solite figure.

Commenti disabilitati su A MAGGIO CON I VOTI E I DEVOTI SI SPERA CHE RITORNI SENSO, GARBO E SAPER FARE!!

SALUTIAMO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA SERGIO MATTARELLA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ALBANESE LLIR META.

Protetto: SALUTIAMO IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA SERGIO MATTARELLA E IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ALBANESE LLIR META.

Posted on 05 novembre 2018 by admin

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