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Le abitazioni con profferlo – Isch gnë vascesh tek gnë logeth

Le abitazioni con profferlo – Isch gnë vascesh tek gnë logeth

Posted on 19 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Agli albori del 1700 gli edi­fici a carattere rappresentativo nelle comunità albanofone assumono una connotazione più razionale sia nella distribuzione interna architettonici, che nei sistemi aggregativi e quindi urbanistici.

I depositi o magazzini a piano terra, sono le vecchie residenze  denominati kachi, oggi conservano ancora l’antico camino, mentre la residenza vera e propria è collocata al piano superiore  con l’accesso principale dalla strada, attraverso quel sistema, scala pianerottolo, denominato profferlo.

La copertura in coppi definisce altimetricamente l’edificio; il tetto è separato dal piano residenziale da un tavolato, mentre il volume di risulta, tra il tavolato piano e gli spioventi denominato kanizzari, quest’ultimo fungeva da stabilizzatore termico per il volume residenziale.

Gli edifici affacciano dove si allarga o si allunga lo spazio aggregativo, sheshi, da cui la facciata principale è generalmente associata al profferlo.

Il frazionamento del terreno deve mettere a profitto il fronte che ricade sullo spazio comune, secondo norme e convenzioni che corrispondono ad esigenze radicate in antiche consuetudini sono divenute norme.

L’evoluzione che subiscono le residenze in questo intervallo storico avviene seguendo le nuove prospettive di vita, senza però modificarne la consistenza planimetrica dei moduli abitativi. Continue Reading

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MULIRI JOSKARITH

MULIRI JOSKARITH

Posted on 16 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La provincia della Calabria Citeriore è caratterizzata da una cristallizzazione secolare dei processi produttivi e l’economia utilizzava solo le proprie risorse.

Vero è che, sin anche alla fine dell’Ottocento, le strade per il sud erano ancora estremamente disagevoli con intere aree completamente abbandonate alla loro esile economia.

I forestieri, le merci, le notizie, le novità giungevano con difficoltà e più agevolmente accessibile via mare, risalendo dalla costa verso l’interno.

L’intero meridione aveva come estremo carrabile la strada che terminava ad Eboli, da cui si poteva proseguire solo a piedi o a cavallo, lungo le valli scavate dai fiumi.

Le pertinenze  del sud erano attraversate solamente in caso di estrema necessità, poiché frequenti erano le rapine e gli assalti dei briganti, che sulle strade impervie del pollino e della presila trovavano un rifugio sicuro, protetti dall’isolamento, dall’abbondante vegetazione.

Le valli del meridione caratterizzate da una grande ricchezza d’acqua, grazie ai numerosi torrenti che, da ambo i versanti affluiscono nei fiumi e a mare.

L’acqua dei corsi torrentizi ha così animato per secoli numerosi mulini, di piccole dimensioni, strategicamente distribuiti sul territorio.

I collegamenti tra i mulini e i modesti agglomerati urbani erano costituiti prevalentemente da sentieri disagevoli che d’inverno diventavano impraticabili, se non a dorso di mulo. L’agricoltura, il mercato dei prodotti agricoli, le attività collegate e quindi la molitura spesso non riuscivano a garantire la sussistenza delle popolazioni locali.

Essendo i cereali, insieme alle verdure e ai latticini, l’alimento base della popolazione per secoli, si può capire come i mulini abbiano svolto un ruolo fondamentale nei meccanismi economici e alimentari.

Quelli presenti sul territorio della provincia citeriore di Calabria erano proprietà di baroni o duchi che li davano in concessione a fidati conduttori. Continue Reading

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VALORIZZARE I PAESI ARBËRESHË

VALORIZZARE I PAESI ARBËRESHË

Posted on 08 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nella strategia sostanziale al punto, 4 e 5, tra i settori principali dei Progetti Integrati Territoriali relativi alla Regione Calabria, vede un numero consistente di paesi arbëreshë che intendono investire le risorse alla Valorizzazione del Patrimonio Culturale Storico urbano e rurale.

L’idea strategica si impegna a realizzare interventi in manufatti e negli ambiti di pertinenza storica minoritaria dismessa o da riqualificare.

È chiaro che i risultati cui sono giunti gli amministratori locali, in senso generale, sono da ritenere eccellenti e va riconosciuta la giusta lode.

Con i progetti, si vuole  riacquisire il vecchio patrimonio e gli ambiti dismessi che a oggi si è ritenuto fossero irrilevanti e non idonei a rappresentare gli arbëreshë negli ambiti urbanistici ed architettonici.

Centri urbani sviluppati secondo quelle direttive dettate dal modello dell’Agglomerato diffuso, in cui insistono tipologie edilizie oltre che modelli e tecnologie di rara bellezza eseguiti secondo le metodiche dette dell’arte povera.

Allo stato va affermato un concetto fondamentale secondo cui gli arbëreshë dalla loro terra d’origine hanno identicamente riproposto i valori, della lingua, della religione, del modello sociale di famiglia allargata e del Sistema Diffuso Urbano, punti fondamentali in cui la comunità ha trovato i catalizzatori pere produrre quel blocco granitico configuratosi poi  nell’Arberia.

Mentre i primi valori hanno avuto una continuità storica evolvendosi e amalgamandosi in se stessi, il Sistema Diffuso Urbano, acquisito in funzione degli scenari sociali e quindi non di facile lettura, ha avuto un pericoloso degrado che trascina l’intera minoranza alla perdita di tutte le caratteristiche linguistiche e rituali.

È chiaro che analizzare i centri albanofoni con perizia e precisi riferimenti storici, si può rileggere cosa ancora appartiene agli antichi sistemi edilizi e ciò che sono solo banali e sciagurate interpretazioni alloctone. Continue Reading

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CONFERENZA PROF. REXHEP ISMAJLI – LUNEDI’ 7 MAGGIO 2012 ALLE ORE 11 ALL’UNICAL

CONFERENZA PROF. REXHEP ISMAJLI – LUNEDI’ 7 MAGGIO 2012 ALLE ORE 11 ALL’UNICAL

Posted on 06 maggio 2012 by admin

Nell’ambito delle attività culturali della Sezione di Albanologia, lunedì 7 maggio 2012, alle ore 11.00, nell’ AULA MULTIMEDIALE DEL DIPARTIMENTO (2° piano, CUBO 20B),

 

il prof. Rexhep Ismajli, dell’Accademia delle Scienze e delle Arti del Cossovo, terrà una conferenza sul tema:

I LEGAMI  LINGUISTICI TRA ROMENO E ALBANESE


Në kuadrin e aktiviteteve kulturore të Degës së Albanologjisë, të hënën 7 maj 2012, në orën 11.00, në Sallën Multimediale të Departamentit,

prof. Rexhep Ismajli, i Akademisë së Shkencave dhe Arteve të Kosovës, do të mbajë një konferencë mbi temën:

LIDHJET GJUHËSORE MIDIS RUMANISHTES DHE SHQIPES

 

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SANT’ATANASIO E I SOFIOTI

SANT’ATANASIO E I SOFIOTI

Posted on 01 maggio 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Già prima che approdassero nelle rive della sibaritide, gli arbëreshë che avrebbero popolato gli anfratti di Pedalati e Santa Sofia Terra si affidarono alla guida spirituale di Sant’Atanasio di Alessandria d’Egitto.

In quelle terre della presila una volta acquisiti gli idonei equilibri, la popolazione di Santa Sofia ebbe nell’animo, profondamente religioso, di costruire una nuova chiesa matrice  in onore del Santo difensore dell’Ortodossia.

I lavori del perimetro religioso ebbero inizio ad opera del reverendo Biagio Baffa, che nel 1665 tracciò il piano fondale.

Terminata ed aperta al culto nel1742, dell’Arciprete Marchianò, alla chiesa fu donata, per mezzo dell’Arcivescovo di Ravenna, la reliquia del S. Patrono che viene conserva gelosamente in un’apposita teca.

Oggi la chiesa dopo tante trasformazioni che hanno avuto inizio nel 1944 ad opera del reverendo padre Capparelli, ha assunto una veste prevalentemente Greco-Bizantina, con affreschi di ottima fattura secondo i dettami della scuola cretese.

Ancor prima del 1742, e senza soluzione di continuità i sofioti festeggiano il due di maggio quella che si ritiene la festa del Patrono Sant’Atanasio, quella più rappresentativa del centro arbëreshë, in cui la processione delinea il culmine di questa giornata.

Un duro calvario che si snoda lungo il vecchio tracciato che collega la chiesa con la cappella, edificata in onore del Santo nel cozzo dove confluiscono la Serra Cona e la Serra di Cicco , mentre il ritorno verso il santuario, oggi, avviene lungo la nazionale realizzata ad inizio del 1900.

Il luogo, cozzo della Cona, fu teatro della leggenda secondo cui l’effige del santo venne abbandonata dai malintenzionati che l’avevano sottratta ai sofioti; Continue Reading

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PERCORSI ARBËRESHË PARTENOPEI

PERCORSI ARBËRESHË PARTENOPEI

Posted on 28 aprile 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nella città di Napoli l’Ospedaletto indica la chiesa dedicata a S. Diego annesso  all’abolito convento. Nel 1514 Giovanna Castriota Scanderbeg edificò in questo luogo un’edicola a S. Gioacchino con un piccolo ospedale per uso dei poveri gentiluomini, da cui il nome di Ospedaletto. Morta la pia Castriota, e dismesso l’ospedale, tutto l’edificio fu ceduto ai Minori Osservanti, che ridussero a convento l’ospedale; a mercé la cura del frate Agostino de Cupitis d’Eboli e le larghe limosine dei Napolitani nel 1595, demolita l’edi­cola di S. Gioacchino, eressero la presente chiesa a S. Diego, che era asceso agli onori degli altari sette anni prima. Nel Dicembre
del 1784 un terremoto lo demolì in parte, trascinando gli affreschi dello Stanzioni, del Vaccaro e di altri, rifazione del manufatto furo­no sostituiti. Il soffitto della nave media è diviso in cinque scompartimenti: nei primi quattro il Mozzillo effigiò:1° S. Diego che sottrae vivo da una fornace incendiata un giovanetto; 2° che sana un’energumena; 3° che ascende glorioso in cielo; 4° ch’è servito dagli angeli nel deserto; il 5° poi è del Mattei fatto in un sol giorno, e però vi si legge opus unius diei, rappresenta S. Diego che evangelizza i selvaggi dell’isole Canarie. Nelle lunette laterali sono Virtù, e lateralmen­te al finestrone nel sovraporta il Mozzillo dipinse la predicazione e un miracolo del Santo. Le due tombe laterali alla porta di
Nicola Ludovisi e Anna Arduino sono scultu­ra di Giacomo Colombo sul disegno del Solimena. Cappelle a manca entrando: prima, S. Pasquale del Mura; seconda, una tela dei Santi Rosa, Rocco e Teresa di Nicola Vaccaro; terza, una tavola stupenda di marco da Pino, rappresentante cristo curvato sotto la croce; nel cappellone in fondo ogni cosa
è in abbandono, i freschi di Michele Rigoglia, e le tele di scuola giordanesca dinotanti gesta della Vergine e fatti della Scrittura. Nella tribuna l’altare restaurato nel 1701 è adorno di un palliotto d’argento ben cesellato; la gran tela della morte di S. Diego in fondo del coro è del Mozzillo, ci cui sono pure i due freschi laterali; i cori d’angeli nella volta e tutte le altre pitture sono di Nicola Rossi alunno del Giordano, ma le architetture e prospettive de’ fondi sono del suo cognato Gaetano Brandi; rappresentano i due grandi laterali S. Diego che appro­dando alle Canarie rovescia l’idolo colla croce, e il medesimo onorevolmente ricevuto dal vescovo d’Alcalà; e nella scudella il Santo accolto in cielo dalla Triade, dalla Vergine e vari Santi, tra’ quali è dipinto pure S. Gioacchino in memoria dell’antico titolo della chiesa. Nel cappellone seguente è un Crocefisso; nelle cappelle: 1° la Risurrezione di Lazzaro, e S. Antonio di Patavino sono di Andrea Vaccaro, benché altri li creda del suo maestro Massimo; 3° il S. Emiddio è del Mastroleo; 4° il San Bonaventura del Rigoglia; nell’ultima la Vergine con Ss. Lazzaro e Lucia è di Antonio Sarnelli. Nel decennio il con­vento dei frati fu abolito e vi si allogò la Reale Piazza della città, e la chiesa accolse la cura parrocchiale che era prima in Ss. Giuseppe e Cristoforo.

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UN MANUALE PER  RECUPERO DELL’IDENTITÀ EDILIZIA ARBËRESHË

UN MANUALE PER RECUPERO DELL’IDENTITÀ EDILIZIA ARBËRESHË

Posted on 14 aprile 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I continui inviti alla definizione di un manuale per le linee guida utili alla conservazione del costruito storico delle comunità arbëreshë, in questi ultimi dieci anni, sono stati vani e molto probabilmente percepiti come fastidiosi suoni dagli organi preposti.

Eppure, un manuale del recupero, sarebbe stato il supporto utile a integrare e valorizzare gli stessi progetti, quelli cadenzati, che allo stato per quanto attiene la salvaguardia delle pertinenze Arbëreshe non hanno contribuito certamente a consolidarla.

Aver avuto l’opportunità di produrre in questi anni uno strumento urbanistico che trattasse in maniera molto specifica le tipologie edilizie, avrebbe garantito almeno una certezza.

Linee guida predefinite, cui essere assoggettati, potrebbero velocizzare i canali della burocrazia per la messa in atto dei progetti di intervento.

Gli elementi tipici dell’architettura minoritaria, simili a quelle di tutto il meridione, hanno modellato le quinte dei centri con segni ed episodi legati saldamente alla loro economia.

Conservare i soggetti tecnologici e riproporli nelle loro linee di inviluppo, così come indica la carta del restauro, è un impegno che gli amministratori delle comunità dovrebbero avere come prioritario nei loro programmi di governo.

Lo scopo non è quello di imporre, ma semplicemente di aiutare il professionista attraverso una banca dati documentaria, ma anche come supporto indispensabile alla progettazione di quelle mutazioni che dobbiamo necessariamente imporre al vecchio, se vogliamo che esso sia adatto ad ospitarci, una analisi storica che siano le solide fondamenta del progetto.

La riscoperta delle antiche tecniche costruttive diviene un fattore essenziale per poter ridefinire l’equilibrio strutturale e compositivo di una struttura degradata e che diventi nello stesso tempo personalizzata e riconoscibile all’interno del contesto dai simili tratti .

Non è più ammissibile che all’interno dei devastati centri storici vi possano essere linee di intervento  generalizzate che non garantiscono il rispetto dell’identità arbëreshë e non solo. Continue Reading

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GLI ALBANOFONI PER COMUNI INTENTI vhlamieth arbëreshë

GLI ALBANOFONI PER COMUNI INTENTI vhlamieth arbëreshë

Posted on 08 aprile 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) -  Chi si accinge alla lettura di questo saggio nella fiducia di trovarvi esposte valide tesi di critica  o di estetica architetto­nica delle pertinenze arbëreshë è destinato alla più grande delusione.

Ma chi, invece, è ansioso di comprendere le autentiche motivazioni, culturali e sociali, della con­servazione del patrimonio architettonico a vantaggio della vita dei minoritari, troverà qui la più chiara, convincente e moderna enunciazione.

È utile essere, poeta, storico dell’arte, naturalista, ar­chitetto, ecologo, teologo, filosofo, sociologo, economista, scrittore; e tutte queste discipline insieme nella loro radice comune, poterle far confluire in simili intenti e offrire il significato reale al principio della unità ed universalità della cultura arbëreshë.

L’arberia deve realizzare una cultura non astratta e chiusa in se stessa, ma che vuole e deve concretamente aprirsi a tutti per trasmettere i suoi prodotti, affinché possano essere subito disponibili per il migliorare la vita che la cultura alimenta.

In questo progetto devono coesistere due presenze, quella dell’uomo triste, introverso e infelice e l’altra dell’uomo capace di percepire tutto quan­to offre la natura e il mondo circostante, al fine di comprendere l’essenza delle cose e di trasfigurarle attraverso una visione completa e superiore.

Il prevalere dell’una o dell’altra di tali presenze, determina comportamenti, giudizi ed atteggiamenti che mostrano, all’esterno, una comunità sensibile, generosa e umana oppure il suo opposto.

Ciò che conta, dunque, non è la ricerca delle contraddizioni esi­stenti, ma è la comprensione delle lezioni fondamen­tali che fornisce la  misura della sua vita.

Bisogna seguire, con coerenza e rigore, il percorso che, dall’osservazione del­la natura, attraverso la poesia, la riflessione sulle arti e l’ar­chitettura in particolare, conduce a meditare sull’ambiente determi­nato e sulla condizione della vita degli uomini che vissero ed, infine, alla coscienza del rapporto esistenziale tra essi e l’ambiente di natura, d’arte e di storia che li avvolgeva.

La eccezionalità dei minoritari consiste, appunto, nel dover compiere tale percorso, cogliendo con estrema sensibilità i significati delle cose e rendendone partecipi gli altri attraverso i messaggi lasciati sul territorio .

Poiché non è una filosofia o una teoria estetica che ci vene tramandata, ma un messag­gio che si configura precipuamente in una fondamentale intuizione, si può definire come il sentimento di una costante analogia tra l’esperienza estetica e quella morale.

Esse sono caratterizzate da una inseparabilità che trova il suo significato più profondo nel fatto che non si possono vituperare o sprecare la natura e i pro­dotti dell’arte minoritaria senza che l’uomo senta che la stessa estraniazione è stata perpetrata nel suo intimo.

Prendere coscienza di tutto ciò, del profondo rapporto esistente tra arte e la comunità o, meglio, della esistenziale relazione tra l’uomo e ciò che ha prodotto la natura, da lui stesso o da lui e dalla natura insieme.

Se all’interno della comunità gli uomini non raggiungono il principio fondamentale di comuni intenti, l’itinerario di solitudine ed ostinato prevaricamento finirà per appiattire i valori di solidarietà che hanno rappresentato il loro punto di forza, incernierate nelle regole non scritte,  integrate da rigide metodiche.

Protocolli in cui le manifestazioni o progetti atti alla valorizzazione della minoranza devono lasciare una traccia dell’eco pubblicitario, oltre a essere meticolosamente trascritti, in modo che gli eventi non rimangano lettera morta, ma fornire l’esperienza utile a manifestazioni future per il continuo progredire.

Allo stato, solo la volontà di comuni intenti rappresenta l’unica arma da adottare, per rilanciare il modello arbëreshë, valorizzando gli aspetti etnici attraverso protocolli a cui ogni comunità deve capitolare, così come identicamente fecero con i
Principi di Bisignano, realizzando i presupposti economici che sollevarono l’intera provincia da quel intervallo storico che la stava soffocando.

È utile realizzare manifestazioni che abbiano regole predefinite da rispettare, in altre parole realizzare una sorta di convenzione che rimanga sempre in vigore, dettata degli stati generali, cattedratici, comunali e letterali.

Una convenzione per la prosecuzione dell’etnia albanofona a cui ogni centro, al fine di produrre il bene per l’intera comunità, sia consapevole che le manifestazioni non possono prescindere da regole comuni, utilizzando quegli antichi principi della famiglia allargata, che hanno fatto la forza degli arbëreshë.

Non vi è dubbio che l’iniziativa deve partire dall’alto dell’Istituzione Regionale preposta, al fine di stipulare una convenzione in
cui le linee guida producano la valorizzazione di tutti i siti di etnia minoritaria senza prevaricazioni, in un accorato girotondo, simile alle “Valle” le tipiche danze di Pasqua, in cui gli albanofoni tutti usano identificarsi.

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CUGLIECET NDH PASCH

CUGLIECET NDH PASCH

Posted on 04 aprile 2012 by admin

NAPOLI ( di Atanasio Pizzi) – Dei riti che accompagnano l’etnia arbëreshë nel corso dell’anno solare, quello della Pasqua è anticipato da un singolare abitudine: accumulare selezionando un rilevante quantitativo di uova.

Mia madre era consuetudine depositare una cesta di vimini, su uno dei due bauli nella stanza da letto e di giorno in giorno accumulava le uova che le sue galline le offrivano, quando il cesto era colmo del selezionato alimento, la Pasqua era puntualmente alle porte.

Una disattenzione grave era considerato che una o più galline del pollaio diventassero da cova, poiché anche il contributo in uova giornaliero di una sola gallina, era importante.

Il fenomeno la costringeva a rivolgersi a chi eccedeva nella produzione di uova, con la frase: “nhngh cam vee… di Poglia mu bhen Closh”.

Le uova segno fondamentale della Pasqua, sono l’ingrediente primario per realizzare i manufatti dolciari, che diverranno l’emblema sulle tavole degli albanofoni.

Il rito, per la produzione dei consistenti manicaretti, aveva inizio con la setacciatura della farina per poi produrre, con gesti e ritualità autoctone, l’impasto che prima dell’alba, doveva essere posto a lievitare, così durante tutto l’arco della mattina la preziosa malgama avrebbe avuto il tempo idoneo per ottimizzarsi senza particolari espedienti. Continue Reading

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150° – PERCHÉ GLI ARBËRESHË NON SONO SALITI SUGLI ALTARI?

150° – PERCHÉ GLI ARBËRESHË NON SONO SALITI SUGLI ALTARI?

Posted on 01 aprile 2012 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) -  Illustrissimo Signor Presidente Giorgio Napolitano, mi rivolgo a lei giacché è la figura delegata
a rappresentare la nostra Nazione.

Sono l’architetto Atanasio Pizzi, originario di uno dei tanti paesi di etnia albanofona residenti in Italia.

Vivo a Napoli e da anni ricerco e traccio i percorsi storici degli illustri personaggi arbëreshë che dal 1735 al 1861 si distinsero nella capitale partenopea e nel sud della penisola.

Il loro coinvolgimento in termini di ideali e sangue fu determinante per catalizzare gli idonei presupposti che portarono all’unità d’Italia, di cui, il lustro appena trascorso ha segnato il centocinquantenario.

Vorrei porre la sua attenzione, sul modesto coinvolgimento che è stato offerto ai minoritari, nello scenario dei festeggiamenti appena terminati, nonostante essi abbiano contribuito in modo indelebile al buon esito del progetto di unità Nazionale.

L’elenco di chi fu decisivo è molto consistente ma per rendere l’idea del loro valore, le vorrei citare solo alcuni, per non dilungarmi nella missiva.

A tal proposito è opportuno evidenziare che del governo prodittatoriale di Giuseppe Garibaldi, dei sei membri tre erano minoritari albanofoni; rispettivamente, il letterato Francesco Crispi di origine siciliana, il giurista Pasquale Scura di origini calabrese e l’ing. Luigi Giura di origine lucana.

Tre uomini arbëreshë, che per onestà e capacità eccelse nella vita e nelle discipline professionali, furono gli ideali garanti per il buon esito del Plebiscito del 21 ottobre 1860.

In particolare, Pasquale Scura, padre dell’art. I° della Costituzione Italiana: “l’Itali una ed indivisibile”; Luigi Giura il primo Ministro dei Lavori Pubblici della costituita nazione italica.

Gli albanofoni in occasione della giubilare ricorrenza si aspettavano un diverso coinvolgimento negli scenari istituzionali che sono stati vetrina dell’evento, ma purtroppo non è stato così.

Solo lei, è in grado di porre rimedio a questa manchevolezza, invitando opportunamente i rappresentanti dei centri albanofoni, che sarei lieto di accompagnare, cui rendere l’ideale riconoscimento per l’abnegazione dei valorosi e insostituibili antenati arbëreshë.

In tal modo si rende il giusto merito ai tanti valorosi che per l’Italia sacrificarono la vita senza mai avere gloria, poiché i distratti adepti storici hanno omesso i loro nomi, attratti dalle figure più fluorescenti e affascinanti che operavano da Nord.

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