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Thë Sheschi

Thë Sheschi

Posted on 14 aprile 2019 by admin

Poesia

 

ka-Kopa

 

 

 

“Ho imparato tutto dell’arbëreshë, persino piangere; tuttavia quando ho male, rimango in silenzio, tanto nessuno capirebbe!”

 

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CRISTO SI È FERMATO A EBOLI: MA CHI LO DICE, SAPEVA ALMENO DA DOVE PROVENIVA?

CRISTO SI È FERMATO A EBOLI: MA CHI LO DICE, SAPEVA ALMENO DA DOVE PROVENIVA?

Posted on 11 aprile 2019 by admin

CRISTO SI È FERMATO A EBOLI MANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nel percorso di studio per la definizione della Regione Storica Arbëreshë, sono parte inscindibile le vicende mediterranee dell’Impero Romano d’Oriente e d’Occidente.

Sicilia, Calabria, Lucania e Puglia, il cuore pulsante del mare nostrum hanno riverberato modelli culturali in tutta Europa, per questo sono da considerarsi, fucine culturali e modelli sociali irripetibili a cui tutti i popoli del vecchio continente ambivano giungervi.

Non per conquistarle e distruggerle, ma per viversi, perché territori climaticamente ideali; come citava in proposito Aristotele: dove le arti e la cultura germogliavano e progrediscono.

Le regioni per questo conservano un patrimonio culturale che si rigenera grazie al clima e i suoi parametri rendono solidi il tangibile e l’intangibile che in esso prolifera.

Il dato di fatto, smentisce la definizione secondo cui la rotta è priva di valori culturali, o non illuminati dalla luce di Cristo, quanti affermano ciò, sono stati partoriti dalla dea dell’ignoranza.

Immaginare la via di Cristo diversa dalla via Appia, l’Herculea, la Popilia per giungere nelle periferie campane, è segno di non conoscere la storia e la geografia più elementare, sporcando, con questa affermazione  l’’opportunità di redenzione culturale offerta .

Definire regioni dimenticate da Cristo  le terre dove sono nate e si sono sviluppate le culture del mediterraneo, oltre le religioni che mantengono distesi gli equilibri politici del mondo, il confino  è stata una misura troppo lieve.

Immaginare il supremo provenire da nord, rappresenta una deriva culturale che non ha precedenti e non trova spiegazione, in nessuna ragionevole manifestazione di protesta.  

Il meridione circoscritto dalla Sicilia, la Puglia, la Calabria e la Basilicata sono gli stessi ambiti, che illuminarono persino i romani; ritenerli privi di guide divine, specie da quanti non sanno che opporsi per partito preso,  per soffocare la ragionevolezza dei saggi, si fa confusione tra sacro e profano.

Stiamo parlando delle ideologie culturale del secolo scorso, le stesse poi applicate  da una parte politica del nostro paese e alcuni anni dopo hanno dato inizio  alla deriva culturale della regione storica.

Il rimaneggiare il prezioso modello mediterraneo d’integrazione, unica essenza, ancora integra che dopo l’ombra prodotta da quanti  si sono inchinate con lo scopo di valorizzarla, ha dato avvio al processo di decadimento degli ambiti della minoranza, deteriorandola.

La Regione Storica Arbëreshë è la prova che Cristo in questi luoghi vi è transitato lasciando la saggezza linguistica, quella della religione che avvicina i popoli, attraverso consuetudini e metriche che solo chi è arbëreshe  comprende, giacché, non esistono scritture con cui tramandare i codici, non esistono scritture per integrare popoli, non esistono scritture per ripetere miracoli.

Quando le menti politicizzate smetteranno di immaginare che gli ambiti attraversati, bonificati e vissuti dalla minoranza, sono un cantiere di studio mono disciplinare, i cui abitanti cantano e ballano con la metriche senza senso, si potrà dare avvio alla stagione dei Criteri Minimi Della Dispersione Culturale.

Siamo alle porte della Santa Pasqua, essa rappresenta il momento della rinascita, e dal lunedì successivo partiranno le manifestazioni che caratterizzano la regione storica.

La storia ci ricorda  che  questo non è la festa delle battaglie vinta nel XV secolo, secondo una improbabile leggenda, giacché,  rappresenta il momento di fratellanza e i canti di giubilo, (le Valje) secondo la metrica antica, vuole ricordare le lodi di giubilo fraterno, rivolta agli indigeni per l’inizio della rotta dell’integrazione.

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STORIA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

STORIA DI UN ARCHITETTO ARBËRESHË

Posted on 02 aprile 2019 by admin

Storia di un architetto

Napoli (di Atanasio Pizzi) –  Quando il giovane diplomato, dopo un periodo di orientamento a Reggio Calabria, decise di trasferirsi all’Università Federico II° di Napoli per iniziare il suo percorso formativo, non poteva immaginava che avrebbe accumulato tanto dispiacere, nel aver voluto studiare e comprendere le dinamiche che caratterizzano il genio locale di una ben identificata regione .

Il giorno della sua partenza nel fare il giro e salutare, amici e parenti, in Largo Trapësa incrociò un suo vicino, che gli raccomandò di addentrarsi  con profitto alle discipline architettoniche, così “i racconti” della nostra storia arbëreshë avrebbero avuto supporti anche dagli elementi tangibili  che quella disciplina multi settoriale offriva.

Cadeva di Martedì quel 18 gennaio del 1977 e per il giovane Atanasio, quelle parole segnarono il suo percorso formativo in maniera indelebile, nonostante siano trascorsi oltre quattro decenni, da quella data e  superato chine, scese impervie, l’allievo architetto Sofiota, forgiato nel mandorleto dei Bugliari, non dimenticò mai quelle parole.

Dal primo giorno che iniziò a frequentare Napoli, non smise mai di pensare e guardarla l’architettura da arbëreshë e quanto peso avesse avuto la regione storica per l’Italia, oltre a quanto nelle sue diplomatiche vi fosse custodito.

Alla luce di ciò, oltre a seguire il percorso universitario, allargò i confini della sua formazione, sia in biblioteche che in archivi, ma più di ogni altra cosa confrontandosi con eminenti docenti e dare forza vitale a quel seme piantato in  Largo Trapësa.

La sua apparizione pubblica avvenne all’Istituto Universitario l’Orientale di Napoli per confrontarsi con l’allora direttore del dipartimento di Albanologia, dopo essere stato particolarmente colpito, ndë Katundë, sulle divagazioni di alcuni relatori che parlavano di Gjitonia nel Luglio del 2003.

Furono proprio quelle nozioni a dir poco elementari, nozioni senza senso diffuse liberamente nello stesso ambito dove pochi anni addietro veniva sancita , la stessa sala Consiliare del Comune che per ” ladifesa della diversità culturale arberesche “(??????).

Dal 2003, dopo aver ascoltato, inizia a scrivere, ma per la fragilità dell’italiana cultura, cadde ripetutamente in errori grammaticali, tuttavia mai di concetto, nonostante ciò veniva duramente redarguito dalle stesse figure che avevano sorvolato per decenni e ancora oggi parlano di una gjitonia che nasce sullo sheshi ad opera di 5/6 porte; appellano il Kastriota con idiomi turcofoni appellandolo Scanderbeg; scambiano la metrica del canto delle valjie, in danze sacrificali da guerra ed è meglio fermarsi qui, con le divagazioni inviate in stampa, senza ne luogo e ne tempo.

E’ legittimo chiedersi se un tempo queste figure ambirono veramente a spronare il giovane architetto, o, sicuri della dipartita culturale. Si divertirono perversamente a indicare una strada che non avrebbe mai percorso, sicuri che le loro ilarità sarebbero rimaste impunite e mai verificate perché senza progetto e quindi senza un senso pratico.

A conferma di ciò corrono in aiuto gli addobbi e le trasformazioni delle strade, i vicoli, gli elevati edilizi e ogni genere di elemento finito o spazio pubblico circoscritto, che identificava le tracce della storia arbëreshë, che imperterriti, hanno continuato e continuano a violare.

In poche parole le manomissioni e la perdita di valori, che gli ambiti minoritari non hanno avuto grazie al buon senso dei saggi cultori di un tempo, nel breve di un decennio sono stati trasformati senza alcun senso, simile ad una violenza di gruppo, tradotto in lessico moderno si potrebbe ipotizzare una sorta di bullismo architettonico verso una minoranza indifesa.

L’auspicio è che si riprenda la metrica seguita sino agli anni sessanta del secolo scorso e il 27 di Aprile prossimo, i gruppi che, il mese successivo, avranno il privilegio di sedere nella cabina di regia del Katundë arbëreshë, sono questi che nel transitare nell’ideale Largo Trapësa, possano essere intrisi della stessa caparbietà culturale che avvolse quel giovane Sofiota diventato architetto.

È a loro che deponiamo tutte le nostre ultime speranze nel  percorrere quel selciato davanti alle sedi comunali, giacché luogo sacro intriso di buoni propositi, li inizia o finisce la storia della minoranza arbëreshë; quel largo idealmente contiene i valori consuetudine di tutta la regione storica, perché  sono innestati i semi della “Storica Scuola Locale”.

Non è concepibile che ancora oggi dopo due decenni non siano state corrette quelle intenzioni sgrammaticate, che sono lo specchio della tutela; da ora in avanti prima di mettere in cantiere progetti di abbellimento è bene valutare se, sia opportuno demolire un muro o è meglio consolidarlo; rendere veicolare un antico tracciato pedonale, per far parcheggiare  vecchi rottami o è meglio restaurarlo per restituirgli l’antico splendore; costruire prima  il luogo della tutela e dell’esposizione, prima di razzolare assumendosi la responsabilità di conservare manufatti sartoriali irripetibili; conoscere la stria del proprio Katundë prima di modificare gli antichi percorsi religiosi, ecc., ecc., ecc..

È vero che i Katundë non possiedono vincoli delle sovrintendenze, se non per la chiesa e il palazzo nobiliare e le raffigurazioni artistiche, ma nel 2019 non si può attendere ancora, che istituzioni terze si preoccupino della difesa dell’identità culturale, contenuta, in ogni elemento dei nostri centri antichi; Spetta agli amministratori avere un bagaglio culturale è la giusta sensibilità per farlo, e non serve ripetere incoscientemente, che non è rimasto nulla o non abbiamo avuto mai nulla, giacche il valore delle cose non si misura in piazza giocando a carte o facendo colazione al bar, ma sedendosi nelle sedi istituzionali e parlando con esperti che sappiano riferire compiutamente di ogni cosa.

È giunta l’ora di smettere di pensare che la tutela delle emergenze dei nostri Katundë siano esclusiva dipartimentale, specie se queste hanno matrice letterale e non storica, bisogna lasciare spazio a quanti si occupano di questi argomenti non come tema generale, ma specifico d’ambito.

Allo stato delle cose quanti avranno il privilegio di condurre le sorti materiali ed immateriali del nostri Katundë, prestassero particolare attenzione nell’intervenire all’interno del centri antichi dei Katundë, e da ora in avanti quando si tratterà di abbellirli abbiate cura di seguire alla lettera le “Carte del Restauro e della Conservazione”, lasciando ad altri ambiti il libero pascolo secondo i segni di un’architettura che distrugge  seminati in grano, come se fossero pascoli da brucare.

La Scuola Sofiota esiste ed è stata sempre viva, sono i politici che negli ultimi decenni si sono distratti, immaginando che gli antiquari, che migrano dagli altri ambiti, siano più raffinati e capaci dei propri figli.

Le eccellenze di ogni Katundë, esistono e abitano li vicino a voi, hanno dimora sulla vostra destra e sulla vostra sinistra, non dovete fare altro che girare la testa e farli accomodare per esprimere il loro sapere che non può avere nessuno, specie se formato in ambiti specifici, quelli tipici della Regione storica Arbëreshë, che è cosa ben diversa da quella albanofona

Non è più tempo di emarginarli ai margini dei progetti di rilancio culturale che i Katundë attendono da troppo tempo; solo chi è tipicamente formato può fornire elementi indispensabili per realizzare “la caratterizzazione locale”, l’unica arma in grado di difendere questi modelli irripetibili dai processi della globalizzazione, che ad attendere per violentare e triturare ogni cosa.

Non è sostenibilità andare avanti con limiti tendenti verso il basso delle professionalità e dare ascolto a magie Acritane, antichi dispetti e giuramenti fatti in nome di una rabbia figlia dell’ignoranza; liberatevi da questi veli, essi vi offuscano la menta e non restituiscono a una comunità intera, la stessa credibilità in voi riposta.

Dal mese di maggio del 2019 l’auspicio vorrebbe che Largo Trapësa, dopo aver ufficializzato l’esito elettorale, si dia inizio alla stagione della semina di un momento culturale del sapere sofiota, si allestiscano tavoli di confronto per la comunità arbëreshë intera, chi si sente in gradi di proporre si fa avanti e si misura con i conterranei, nessuno escluso, compresi quanti navigano nelle tenebre, questi in particolare se vogliono riemergere sono i benvenuti, altrimenti tacciano per sempre e nei loro luoghi di esilio, diano inizino almeno alla discussione con se stessi, per capire ameno nella loro mente chi sono e cosa vogliono.

Sono stati tanti i paesi della regione storica che attraverso il sapere del ormai non più giovane architetto cercano conferme delle architetture e l’urbanistica arbëreshë e non parlo solo dei paesi a un tiro di schioppo dallo storico largo, ma anche a quelli di Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, lui! per rispetto della regione storica, lo ha fatto più volte con serenità professionale, tuttavia tutto ha un limite e a Casalvecchi di Daunia è stata abbondantemente superato.

Quello che rimane sono le poche cose che ancora si possono intercettare e valorizzare nei paesi arbëreshë, ormai allo stremo, tuttavia intercettare e innalzare poi non vuol dire far brillare accanto le figure che non distinguono Stefano da Antonio e ne comprendono cosa voglia dire pronunciare in regione storica, Kastriota o Scanderbeg.

Allo stato delle cose rimane la speranza, che duri la pazienza dell’archetto e diminuisca lo sperpero di elementi quotidianamente distrutti, sia dal punto di vista del tangibile e sia di quello più raro dell’intangibile.

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I REMË

I REMË

Posted on 24 marzo 2019 by admin

I REMËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Resta in silenzio, ascolta e pensa agli arbëreshë, questo appena trascorso è stato un anno difficile e penoso per le certezze della Regione Storica Arbëreshë.

Credetemi, fidatevi, voi ultimi veri e sani arbëreshë, allevati con le essenze della cultura, con i ritmi dell’antica metrica; quello appena trascorso è stato un anno senza gloria e la pena prodotta è stato cosi profondo da far nascere paure mai avvertite.

Vi mentirei se vi dicessi che per diventare un arbëreshë che conosce la storia, ho letto qualche libro, voi lo sapete che vi mentirei perché avete consapevolezza della conta che ci vuole per sapere di arbëreshë.

Sapete bene che non vi parlerò mai di un ballo tondo, perché non esiste, ne tanto meno di valje sotto forma di danzate, per festeggiare stragi, ne vi citerò di borghi emblemi di quanti compongono e vivono la regione storica.

Fidatevi di me, voi vecchi saggi arbëreshë, ultimi portatori parlanti, fidativi di me, quando vi dico che voi sarti di cose antiche, nei vostri bauli non conservate la preziosa arte, voi vestite in rosso in oro e in altri colori e avvolgete di bianco il seno, lasciando al vento in maniera scandalosa tanto che si dissolva nel nulla.

O saggi sagomatori, guardate e ditemi se vedete credenze sartoriali o strappi, strappi profondi, proprio li dove le preziose cuciture irreparabilmente disallineano le forme delle nostre donne; vorrei poter fuggire per dimenticare queste visioni innaturali, ma non voglio fingere, vorrei poter cancellare tutto per ricomporre la dignità di quelle vesti che danno la vita, non oso toccarle per non alimentare il danno irresponsabilmente prodotto.

Sarei un bugiardo, un ottimo bugiardo se affermassi giusto mandare gli adolescenti a raccontare le storie del vostro Katundë perche voi siete certi di quello che dicono.

Sarei un bugiardo, un ottimo bugiardo se vi dicessi che è giusto tutto quello che si racconta del costruito storico della regione storica, su Sheshi, Chiese, Palazzi, Kalive e Katoj e chi lo fa lo fa perche sa studiare, e quindi sono degni della vostra fiducia.

Sarei un bugiardo, un ottimo bugiardo se vi dicessi che gli antichi abitanti delle terre balcaniche non bruciavano i loro defunti per conservare le ceneri.

Quanto mi pesa essere lucidamente consapevole di quanto accade; vorrei dirvi che qui tutto va bene, ma non so mentirei e voi che osservate, lo sapete che dico una bugia, se vi dico che in mostra in ogni manifestazione è la nostra storica.

Non ho imparato a parlare l’arbëreshë con il telefono; io lo ascolto sin dal grembo materno e dopo che sono nato ho iniziato a vagire con la metrica importata dalla terra di origine; ascoltato penso e parlo arbëreshë, poi traduco in italiano.

Ora lo sapete, ora lo sapete anche perché lo confesso, forse non ho fatto quanto avrei dovuto fare, per evitare questi troppi domani, irreparabili e malevoli strappati. 

Tutti i miei sogni, non hanno mai significato molto, anzi direi nulla per chi ha avuto modo di confrontarsi, con la mia irriducibile caparbietà; essi sono gli stessi che legano la loro felicità oltre quella dei propri cari, alla lucentezza delle antiche lire, diventate con meno valore con gli euro; voi lo sapete saggi anziani arbëreshë io non ho aperto mai cantieri per voi, volevo solo vivere la mia vita in conformità con le cose e le persone del passato, immaginando scenari di coerenza, e avere come ricompensa l’illusione di aver fatto piacere a chi ci ha preceduto nel fare sacrifici.

Tuttavia, nonostante tutto, seguo la mia strada, in compagnia di bastone solido, quest’ultimo non serve per difendermi dal mondo fuori controllo, ma come oggetto con cui innalzare le preziose stoffe mai cucite, e segnare con le ombre il territorio, senza scalfirlo ed evitare di creare problemi, problemi, problemi, cercando almeno di frenare volutamente le tante missioni in via di allestimento.

Non riesco a respirare, quando mi chiedono di pensare e di parlare come fanno tanti antiquari, non posso essere, non posso essere, non posso essere come loro; credimi, sono un pessimo bugiardo, cattivo bugiardo, ora lo sapete, lo sapete, sono un pessimo bugiardo, cattivo bugiardo, se vi dico che da qui si vede un raggio di luce.

Siete liberi di andare per le rotte indefinite, e gridare al vento che i Katundë arbëreshë sono borghi, ma credetemi, sono un pessimo bugiardo, se vi dico che avete fatto bene, giacché il vostro futuro è fermo e la luce che vedete in lontananza, non vi porta nel blu del cielo infinito, essa è fatta di bagliori rossi e porta lungo la rotta del verticale basso!

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REGIONE STORICA ARBËRESHË E ARBËRIA: IL SACRO E IL PROFANO

REGIONE STORICA ARBËRESHË E ARBËRIA: IL SACRO E IL PROFANO

Posted on 21 marzo 2019 by admin

TRADIZIONI TRASVERSALENAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Quando negli anni sessanta E. Fortino nel corso di un incontro a Roma, aprì i lavori sulla tutela degli usi, i costumi e le tematiche religiose arbëreshë, definì l’Arbëria come un luogo indefinito, dove due o più arbëreshë si possono incontrare e iniziare a parlare esprimendosi con l’uso dell’antica lingua.

Appare evidente che non si riferiva a luoghi stanziali dove gli arbëreshë in comune convivenza vivevano scenari paralleli della terra di origine.

E. Fortino usando questa frase, imprestata dallo Schirò, non riferiva di un luogo ben identificato, un recinto, uno stato o una regione, in cui simili intenti di discendenza arbëreshë, realizzavano il miracolo integrativo mediterraneo, ma di un luogo momentaneo che dopo l’incontro sarebbe stato abbandonato.

In conformità a questa considerazione, nasce l’esigenza di definire e accumunare più macroaree sotto le regole della geografia storica, che fanno convergere uomini e vicende simili protratte nel tempo e nello stesso luogo.

La caratteristica di questo principio viene racchiusa nel concetto di regione, da qui “il sacro” riferimento che unisce tutti i minoritari figli della diaspora balcanica, dal XV secolo, sotto il titolo di “Regione storica Arbëreshë”.

Non usare questo titolo è segno di non aver compreso quali siano gli elementi fondamentali del popolo che affonda le sue origini nei temati bizantini, oggi per i suoi raffinati costumi rappresenta il fiore più colorato del Mediterraneo.

Un fiore con radici profonde i cui echi si avvertono sin dai primi nove mesi della gestazione materna.

Per comprendere cosa sia il tema di regione storica per un arbëreshë non basta leggere qualche volumetto editoriale su base favoleggiante, ne cercare di avere la più idonea cadenza linguistica territoriale, telefonando ad anonimi conoscenti.

La Regione storica Arbëreshë per avvolgerti, deve essere prima vissuta intensamente e per periodi medi lunghi, (il prof. U. Cardarelli, diceva che per iniziare ad entrare in sintonia ci vogliono non meno di sei mesi intensamente vissuti negli ambiti di ricerca), altrimenti si finisce per produrre concetti sbagliati privi di alcun valore storico e se  il fine mira alla valorizzazione per la tutela, si finisce per fare danno, danno e ancora danno.

Il territorio della regione va vissuto a stretto contatto con gli abitanti storici, avvertire le vibrazioni in prima persona e non per sentito dire o attraverso le sensazioni altrui specie se di radice litirë.

Pr finire, è il caso di allertarsi verso quanti si esprimono definendo arberia una regione, in cui i protagonisti hanno come eccellenza innata il difendere i territori assegnatogli, portarlo a regime per la vivibilità con mezzi propri e senza l’ausilio di estranei, prova ne è la rievocazione di quanto hanno realizzato sin dai tempi dei temati bizantini, in seguito con i veneziani, poi nella città di Jesi e nel XV secolo nel meridione italiano tanto per citare alcuni degli innumerevoli esempi in tal senso.

Sin anche i Borbone nel 1805 ne richiamarono un consistente gruppo, che sbarco a Brindisi, con il fine di mandare un messaggio a Napoleone pronto a invadere il Regno di Napoli.

La storia della regione storica delineata nel corso degli ultimi quattro decenni è il frutto della consultazione di oltre dodicimila volumi, tremila cartografie e un numero elevatissimo d’immagini e raffigurazioni di ogni genere.

Per avere consapevolezza della regione storica bisogna leggere e verificare sul territorio ogni piccolo dettagli, come ad esempio il costume, che purtroppo posto nelle disponibilità e l’arte di personaggi che vivono di sintesi, lo adoperano in maniera a dir poco irriverente.

La Regione Storica Arbëreshë non ha una bandiera, perché fedele a quella italiana, tuttavia l’unico elemento che si può ritenere tale e il costume nuziale, nato nella macroarea delle colline a ridosso della Sila; rappresenta un tema raffinato e unico nel suo genere, pur se in apparenza può sembrare simile a quello di altre macroaree, in esso sono espressi attraverso i dettagli sartoriale, la storia e le direttive consuetudinarie e del credo di questo popolo antico.

Il costume (Stolitë) quando si vestono in pubblico, o si fa con garbo o altrimenti si manifestano riti pagani carnevaleschi e non fanno parte del rigido consuetudinario arbëreshë; a tal proposito è bene sottolineare che esso rappresenta la nostra identità storica, unica espressione artistica materiale.

Indossare il costume in maniera personale e sintetica, sarebbe come se in occasioni istituzionali, si esponesse la bandiera italiana con uno dei tre colori mancanti o sbiaditi ed esporre addirittura pigmentazioni alloctone.

Per terminare è bene ricordare che ci sono le cose sacre e quelle profane, ognuno di noi è libero di scegliere, per se quello che più ritiene giusto della pagana Arbëria; tuttavia argomentare, con ragioni di merito delle genti della diaspora balcanica, i figli dei themati bizantini, è bene avere come solido emblema “la sacralità” della Regione storica Arbëreshë.

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LA RISPOSTA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, ONOREVOLE SERGIO MATTARELLA,  A QUESTA MIA LETTERA

Protetto: LA RISPOSTA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, ONOREVOLE SERGIO MATTARELLA, A QUESTA MIA LETTERA

Posted on 19 marzo 2019 by admin

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IL DICIANNOVE MARZO PER LA REGIONE STORICA ARBËRESHË

IL DICIANNOVE MARZO PER LA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 18 marzo 2019 by admin

IL DICCIANNOVE MARZO PER LA REGIONE STORICA ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Le stagioni all’interno della Regione storica Arbëreshë scandiscono le attività terrene secondo un legame inscindibile tra uomo, natura e credenza.

Un macrocosmo i cui protagonisti erano e sono a tutt’oggi l’uomo, i luoghi addomesticati e la variabile naturale, quest’ultima, ritenuta dalla credenza popolare a servizio dalle divinità.

Queste ultime nel periodo della semina erano chiamate in causa attraverso manifestazioni che  sfidavano il buono, rappresentato dalla raffigurazioni religiose e il male, il pagano, dando avvio a manifestazioni ben oltre i limiti del buon senso.

Tuttavia, a scandire lo scorrere del tempo nelle attività delle genti arbëreshë era racchiuso “nell’inverno” (Dimeri) e “l’estate” (Vera); uniche due stagioni a cui si legavano tutte le attività terrene e a cui si ispirava anche Aristotele nelle sue caratterizzazioni degli uomini; egli prediligeva, in quanto Greco, quanti vivevano negli ambiti collinari, in quanto le più strategiche e idonee per la formazione degli uomini, i detti luoghi forgiavano gli uomini e li rendeva più propensi alle attività produttive e alle arti, in quanto la stagione che iniziava il 19 marzo e terminava il 29 settembre, climaticamente più temperata consentiva la migliore crescita sociale, produttiva e artistica.

Lo stesso calendario con i dodici mesi, qui in seguito, riportato in arbëreshë, racchiude questo teorema, in altre parole non è altro che l’espressione condivisa di due tappe temporali, la prima alimentata dalla luce del sole, la rinascita, e la seconda il buio la notte, priva di luce, la natura che si riposa.

Per gli Arbëreshë queste tracce le ritroviamo attraverso le attività Kanuniane, ligie alla socializzazione, alla produzione e il passaggio di testimone, alle nuove generazioni.

L’estate e l’inverno, che rispettivamente iniziano e terminano il 19 di Marzo, il giorno di San Giuseppe e il 29 settembre giorno di San Michele sono due momenti in cui le allegorie all’interno della regione storica diffusa, si ripetono identicamente in ogni dove con riti propiziatori, in cui il pagano, quello che offrirà il sottosuolo (gli Inferi), si armonizza con il cielo (il Divino) per rendere vivibile la vita degli uomini sulla terra (il Purgatorio).

  • GennaioJamari – Mese dedicato a Ianus (Giano), Dio bifronte, che segnava simbolicamente il passaggio dal vecchio al nuovo anno;  Ianuain latino significa “porta”.
  • Febbraio – Fjovarideriva da februa  “purificazione”, il mese in cui si praticano le attività per la purificazione dei campi prima della semina.
  • Marzo – Marsi o Shën SepaMese dedicato a Marte, dio della guerra o il mese dell’Equinozio di Primavera cade generalmente alla fine della seconda decade di Marzo a tal proposito è bene citare un antico detto: (S. Giuseppe il -19 marzo porta il candeliere in cielo perché sarà il sole ad illuminerà l’estate.
  • Aprile – Prilj dall’etrusco Apru, Afrodite dea greca e prima ancora, fenicia: essa rappresenta la dea della forza vitale, sotterranea, che induce le gemme a fiorire.
  • Maggio – Maji il mese di Maia, dea della fertilità, era in questo mese che nell’antichità si praticavano i rituali mirati alla fertilità dei campi e si apponevano amuleti per allontanare il malefico.
  • Giugno – Querishtua o Curishtuail mese dedicato alla dea Iuno, cioè Giunone; tuttavia è anche il mese delle ciliegie (quèrshi) e dalla mietitura (Cuermi), tagliare accorciare, raccogliere il grano.
  • Luglio – Lionarj – Dedicato a Gaius Iulius Caesar, Giulio Cesare,
  • Agosto – GushtiDedicato a Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus, l’imperatore Ottaviano Augusto.
  • Settembre – VjesgtSettimo mese dell’antico calendario di Romolo che vedeva settembre come settimo mese da marzo, e per alcune culture la numerazione si dilunga sino al dodicesimo mese dell’anno; tuttavia in questo mese cade l’Equinozio di Autunno (22 o 23 Settembre) nel quale il Sole sorge esattamente a Est . Va in oltre ricordato che: “San Michele -29 settembre- porta il candeliere dal cielo, per illuminare l’inverno degli uomini”.
  • Ottobre – Shën Mitri o Vreshëtottavo mese dell’antico calendario di Romolo, gli arbëreshë attribuiscono a questo mese anche significati consuetudinari/religiosi legati alla raccolta delle uve, da qui Shën Mitri o Vreshët.
  • Novembre – Shën Mërtini o Vereth nono mese dell’antico calendario di Romolo gli arbëreshë attribuiscono a questo mese anche significati religiosi e legati alla maturazione del vino da qui Shën Mërtini o Vereth.
  • Dicembre – Shen Ndreu – decimo mese dell’antico calendario di Romolo esso rappresenta anche la fine del Solstizio d’Inverno che cade il 21 o il 22 Dicembre. In questi tre mesi ultimi mesi il Sole nel cielo è stato sempre più basso ed il suo percorso sarà sempre più breve.

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REGIONE STORICA ARBËRESHË

REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 06 marzo 2019 by admin

Regione storica ArbëreshëNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Nel passato, ho chiesto per quale motivo Giuseppe Bugliari di Santa Sofia, Luigi e Rosario Giura di Maschito, Pasquale Baffi, di Santa Sofia, Vincenzo Torelli di Barile, Pasquale Scura di Vaccarizzo e tante eccellenze, non siano riconosciute come personaggi storici per gli arbëreshë.

La cultura moderna, quella che legge la regione storica  come arbëria, riconosce  eccellenze fondamentali solo quanti hanno ritenuto scrivere una lingua storicamente parlata; adoperando oltretutto  alfabeti greci, latini, ispanici, turchi, francofoni, per citare solo alcuni, oltre trenta esperimenti alfabetari dedicati ad una popolazione che storicamente è riconosciuta come non alfabetizzata.

A tal proposito è bene ricordare che l’editore per eccellenza dell’ottocento napoletano, Vincenzo Torelli da Barile, sottolineava dopo la lettura di un testo in arbëreshë (?), con lettere latine e greche, quale fosse stato il bacino di utenza in grado di avere i titoli idonei a comprendere quel componimento romanzato.

da allora non molto è mutato, anzi è palese identificare gli ambiti indefiniti come un teatro a cielo aperto, in cui ogni cosa viene posta in essere artificialmente, uomini, letterati, ingegneri, clericali, editori e ogni genere di bene materiale ed immateriale viene perennemente posta in secondo piano, in favore di una non meglio identificabile storia colma di lustri e priva d’ombre.

Questo è un dato inconfutabile, diventata regola o meglio il terreno su cui si  districarsi quanti si pongono come obiettivo, l’ordine almeno all’interno del recinto senza confini detta Gjitonia.

Uno scenario dove la confusione fa da protagonista, per questo bisogna adoperarsi tantissimo per analizzare ogni cosa, al fine di ricollocarla li da dove inconsapevolmente è stata rimossa; un lavoro immane portato avanti per passione, e gli artefici antiquari imperterriti giocano a dare la colpa al proprio gjitonë inconsapevoli del tempo che passa e cancella.

Motivo per il quale si ritiene indispensabile disegnare una Regione storica d’indagine, entro la quale comparare gli elementi e ogni piccolo particolare che possa caratterizzare e ridare lustro agli uomini e alle vesti del passato.

Sicuramente il tempo ha fatto nascere leggende e favole che non hanno alcuna attinenza con gli elementi recuperati, ma l’esperienza e le comparazioni storiografiche produrranno sicuramente benefici per giungere a un buon progetto di tutela finale.

Bisogna stare attenti e non fidarsi di quanti si ostinarono e si ostinano a grafo-giuocare, e ritenere appartenenti alla Regione storica Arbëreshë, solo quanti si sono espressi in forma scritta e canora priva di ogni metrica, magari con cadenze familiari, espressione di frammenti di macro area; certamente questo non è un buon segno, in quanto, essa è sintomo di ostinazione, campanilismo, arte dell’apparire e non trova alcun senso nel processo di tutela del genio arbëreshë.

Come si è potuto immaginare che valorizzare l’intero sistema, regione storica, fosse sufficiente scrivere ritenendo il genius loci, un tema non appartenete agli esuli arbër, o  la gjitonia figlia del vicinato indigeno?

Come si è potuto ritenere per anni che la minoranza, riconosce figli intelligenti e prolifici, solo coloro che si sono ostinati a scrivere quando la storia ci dice che greci, romani, bizantini hanno preferito non associare ad essa alcun segno grafologico; a nulla sono valsi gli avvertimenti di grecisti e latinisti, del settecento e dell’ottocento, i quali invitavano perentoriamente a porre fine a questa complicate e inesorabile deriva.

La Regione Storica Arbëreshë è un compendio sonoro irripetibile, in tutto il vecchio continente, essa non ha mai avuto alcuna  forma scritta o  figurativa, ne ha caratterizzato, il suo percorso  storico attraverso di esse se non, attraverso le metriche che non seguissero consuetudine e canto.

Un dubbio a questo punto nasce spontaneo, se gli intellettuali odierni non riconoscono gli illustri della regione storica, nonostante abbiano pensato, ragionato e tenuto alto il buon nome degli arbëreshë in Europa con il loro ingegno e il libero pensiero, che e cosa credono di privilegiare con l’albanese scritto?

Voglio chiedere, a quanti ritengono fuori da coro della gloria, gli illustri che non hanno ritenuto scrivere l’albrështë, quale collocazione danno ai padri e alle madri arbëreshë di ognuno di noi?; anche loro senza saper ne leggere e ne scrivere  sono riusciti a tramandare un idioma così antico, senza inviare in stampa libri o qualsivoglia componimento, su quei quaderni antichi a righe rosse con la copertina nera, dove al posto del nome rimane un quadratino vuoto?

Che peso danno questi illustri sostenitori a esempi come Rusaria Pigionith, Anmaria Vucastortith, Adolina Congoreglit, Sarafina Curtithe, Temisto M., Bugliari A., Guido B., Ceramella P., Baffa F., Pizzi V., e tutte le madri e tutti i padri della regione storica che pur spezzandosi la schiena a produrre benessere, senza componimenti scrittografici secondo gli standard che oggi ci richiede l’Europa, hanno tramandato lingua, usi, costumi e consuetudini con una caparbietà tale, da riecheggiare in tutta la regione storica, sfidando giorno dopo giorno, ogni sorta di artifizio che non parla e non suona secondo la metrica degli arbëreshë?

Per ricordare la sapienza di tutte le donne e gli uomini arbëreshë, che dedico questo breve che va a quanti oggi fanno riecheggiare questo antichissimo codice sociale; invece che perdere tempo nello scriverlo ponendolo nelle disposizioni della globalizzazione; questo non vuol dire mettere barriere, ma rispettare e avere cura della nostra identità, almeno, all’interno dei perimetri diffusi della Regione storica Arbëreshë, costruita dai nostri padri proprio per questo.

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VEDOVE BIANCHE.

VEDOVE BIANCHE.

Posted on 02 marzo 2019 by admin

Vedove biancheNapoli  ( Tratto da: Parla una donna, di Matilde Serao. diario femminile di guerre Maggio 1915 – Marzo 1916)

Ogni tanto,in uno di quegli avvisi necrologici,che noi leggiamo con una mesta ansietà, poi chi vi è esaltata la eroica morte di un ufficiale,di un soldato; –alle volte, certe colonne di grandi giornali, appariscono come un seguito di tombe allineate, in un cimitero – fra i nomi dei genitori, dei parenti stretti, spesso dei commilitoni, appare il nome di una fidanzata, che si è voluta dichiarar tale, per proclamare anche il suo dolore, insieme al grido di quanti piangono l’estinto: ella ha voluto pubblicamente ,assumere questo carattere di vedova di un fidanzato, di vedova bianca. E i pensieri più diversi mi assalgono, leggendo,ogni tanto, un o di questi nomi. Anzitutto, a me pare che l’uso di Germania, il matrimonio di guerra, quello che si compie prima di partire per il campo, quando si ha una fidanzata, è il più saggio,sentimentalmente e socialmente parlando, tanto più che questo uso lo ha inventato Napoleone, il quale stimava le donne che procreavano, più di tutte le altre, é voleva che i soldati, e gli ufficiali, e i generali, si ammogliassero, prima di partire in guerra. Così due figliuoli dell’Imperatore Guglielmo, che erano fidanzati, si sposarono il 4 agosto 1914, nella prima settimana della guerra europea e, con loro, sull’imperiale esempio, centinaia, migliaia di fidanzati tedeschi sposarono le loro fidanzate e se son periti, han lasciato delle vere vedove, e, forse, un bimbo, che doveva nascere, e che avrà preso il loro posto.

Io penso:che sono mai queste vedove bianche? Eran fidanzate vere? O erano dei piccoli amori lievi, che la guerra, a un tratto, ha reso o è parso abbia reso più intensi e più saldi questi sentimenti, che univano colei che è restata a colui che è partito? Erano fidanzate vere o, forse, erano donne, che si era pensato di voler chiedere in ispose, e poi era mancata l’occasione, era mancata la volontà? Erano fidanzate antiche, già quasi, e che, a un tratto, eran parse le donne del proprio destino, al partente, così, nell’esaltazione del distacco? Eran donne a cui non si era osato mai di dire nulla, per timidità, per distanza di condizioni che, improvvisamente, hanno, esse, rotte ogni indugio sentimentale? Chisa! Chisa….Io penso: che ne accadrà mai, nella vita, di queste vedove bianche? Se hanno amato seriamente l’uomo che è sparito, se hanno sentito lacerarsi il cuore per la perdita di quest’uomo,se egli era veramente tutto il loro amore, che faranno esse, della loro deserta vita? Saranno esse vedove bianche, per tutto il corso dei loro anni, che può esser lungo? Il profondo loro cordoglio le renderà vedove bianche per sempre, e mai più le gioie dell’amore, di un altro amore, verranno a riscaldare il loro gelido cuore? E se un altro amore sorgesse,come faranno esse a penetrare nel chiuso tempio del loro ricordo, a rovesciarne l’idolo, distruggendo, così tutta la dignità sentimentale del loro passato? E colui che si sarà fatto amare da una di queste vedove bianche, come farà a combattere con l’ombra del grande morto, di cui la figura ha tutta la poesia di un eroi cosa sacrificio? Io penso, ancora: se queste vedove bianche più che a un forte amore, obbedirono alla esaltazione, che viene da una terribile notizia di una morte in guerra, se il loro dolore fu impetuoso ma breve, ma fugace, come faranno esse mai, quando si troveranno senza lacrime e senza rimpianti, inaridite, come faranno continuare la loro parte di vedove bianche, che piacque tanto alla loro fantasia? Passerà un anno….forse non più di un anno e già esse sentiranno il peso della loro vedovanza opprimerle: più esse diranno a sè stesse, se colui che si è spento, sull’Isonzo, le amasse veramente, o, diranno, peggio, a sè stesse, se fosse poi vero che esse lo amassero tanto, colui che la guerra ha ucciso! A poco a poco la figura del morto si muterà, nella loro memoria, perdendo tutte le sue linee risplendenti di bellezza: questo morto non solo smarrirà ogni suo fascino ma finirà per diventare un loro nemico intimo. E si tortureranno, per non sapere come smettere questo loro carattere di vedove bianche:e a un tratto, bruscamente, gitteranno via tutto il loro passato, che, in verità, era fittizio, era tutta una falsità sentimentale. È tanto difficile essere una nobile vedova, una buona vedova, di un vero sposo, di un vero marito! Ma è molto più difficile essere una fedele vedova bianca di un fidanzato morto in guerra. E, forse, è impossibile.

Tratto da: Parla una donna, di Matilde Serao.

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DISCORSO DEL PRINCIPE GIORGIO CASTRIOTA RIVOLTO AI SUOI PARI CRISTIANI (Alessio; 2 Marzo 1444)

DISCORSO DEL PRINCIPE GIORGIO CASTRIOTA RIVOLTO AI SUOI PARI CRISTIANI (Alessio; 2 Marzo 1444)

Posted on 27 febbraio 2019 by admin

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Iresti dell’antica Cattedrale

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il sultano Murad II, ignaro del sancito del Kanun, per la nuova posizione  del suo protetto Giorgio,  rinominato dal sultanato Alessandro, “Scanderbeg”, inviò un potente esercito, si disse, di 100.000 o addirittura 150.000 uomini guidato da Alì Pascià e invadere i Principati Arbëri.

Lo scontro con le forze notevolmente inferiori del “Principe Cristiano Giorgio Castriota” avvenne, il 29 giugno 1444, a Torvioll  vide la prepotente armata turca incassare una sonante sconfitta.

Il 2 di marzo dello stesso anno, nella cattedrale di San Nicola ad Alessio, il Principe Arbër Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, libero dal ricatto obbligato dai turchi organizzò un grande convegno, con i principi Arbëri, li convenuti sotto la vigile supervisione della onnipresente Repubblica Veneziana.

In quel sacro luogo fu proclamato, all’unanimità, a guida dell’arbëria cristiana, il valoroso Giorgio, lo stesso che agli inizi della seconda decade del  mille quattrocento venne marchiato indelebilmente dai turchi, quale, “Scanderbeg”.

Questi, prima della nomina, salito sull’altare del  sagrato si espresse cosi come qui riportato, secondo uno scritto dell’epoca trascritto nel XVI secolo.

I Principi convenuti in quel 2 di Marzo del 1444 furono: la principessa Mamizza Castriota, la sorella di Scanderbeg; Arrianiti Signore della Provincia Canina, Calcondila e Rafaele Valoterano; Teodoro Corona Signore di Belgrado amico particolare di Giovanni Padre di Giorgio Castriota; Paolo Ducagini, il più considerato principe d’arbëria, in oltre erano presenti Nicolò Ducagini, Giorgio Arianiti, Andrea Topia, Pietro Pano, Giorgio Dufmano, Gjergj Balsha, Zaccaria Altisvevo, Stefano Zornovicchio, Scura/Scuro, Vrana Conte e altri di minor nome, quali Stefano Darenio, Paolo Stefio, oltre i deputati della repubblica di Venezia, osservatori e certificatori di quell’incontro.

Qando i convenuti furono dentro il sacro perimetro religioso, Giorgio Castriota, prese la parola e fece un discorso come qui in seguito riportato, secondo la cronaca dell’epoca.

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“Superfluo stimo, Principi ottimi, e sapientissimi che io imprenda a descrivervi l’odio, e la rabbia dei Turchi contra i seguaci di Gesù Cristo, e come quelli non pensino ad altro che ad annientarci, ad estirparci, tanto sitibondi del nostro sangue, che ingordi dei nostri beni: avveguacchè questo vien purtroppo dimostrato da tante ferite, di cui e coverta tutta la Cristianità, e la medesima Arbëria, gli stessi Principi albanesi possano essere citati agli altri in lacrimevole esempio. Onde piottosto mi volgerò a esporr, quale sia stata la cagione delle nostre dissaventure; acciocchè di presente vediamo a quale rimedio abbiamo ad applicare.

Piangono a lacrime di sangue i popoli Cristiani le fatali discordie dei Principi loro accusandogli essere loro stessi i fabri dei propri disastri e tutti esclamando al cielo accordandansi tratto in pronunciar queste parole: se i Principi Cristiani, che sono travagliati dal timore, e dal pericolo di sogiacere infime, all’incontro ridurrebbero facilmente il Turco in ultimo e sterminio. Ma che io mi trattenga a narrare le tragedie degli altri principati, non mi è permesso dalla compassione verso  i miei fratelli scielleramente uccis, la quale tosto mi chiama a dichiarare d’onde sia derivata la miserabile ruina della mia casa.

Giovanni mio Padre, Principe una volta vostro compagno, essendo stato assalito dal Sultano dei Turchi, il quale alla testa di un’armata egualmente numerosa, che agguerrita obbligava tutti i potentati vicini a piegare, ed a sottomettersi, trovandosi esso solo alle mani col prepotente assalitore, ne vedendogli soccorso da parte alcuna, fu costretto alla fine a rendersi per vinto, e accettare delle condizioni che tacitamente conteneano l’ultimo eccidio della sua casa, cioè l’ussurpazione del Principato, e l’uccisione de’ Figliuoli, dopodichè fosse avvenuta la sua morte; (io solo rimasto in vita per volere del cielo: e spero per le dovute vendette di tali scelleragini).

E se quella diffusione che a quei tempi era tra i Principi Arbër, la quale ha lasciato perir miseramente mio padre perseveri  eziandio ne’ miei presenti pericoli, diverso esito dal paterno non posso certamente aspettarmi. Pure l’interesse del mio Principato, e della mia vita non ridursi a parteggiar condizioni di quella, ovetrovavasi per l’addietro. Ma avete da sapere che la salute vostra, ugualmente che la mia, al presente sia sull’orlo del precipizio.

Imperociocchè: che credete? Che il Turco allestisca le sue armi solo contro di me, e non pensi ad altro che al mio eccidio? Piacesse al cielo che la cosa fosse altrimenti; e quella fiera di me provocata a danni dell’ Arbëria restasse saziata, e non piuttosto irritata dalla mia strage.

O fortissimi Principi, non vi conturbino i tristi avvisi dei vostri presenti pericoli, i quali poi vivo sicuro che indubitatamente vedrete finire in vittoria, e in trionfi, se darete orecchio ai miei eterni consigli.

Tutti noi per dio immortale dal primo fino all’ultimo, tutti i Principi d’Arbëria, tutta l’ Arbëria volge e ravvolge ora il rabbiosissimo turco nei suoi soliti continui pensieri de’ Cristiani estermini. Se tutto ciò non meditasse il Turco, il quale ha per legge del suo ampio Profeta Maometto, ha per esempio de’ maggiori, ha per natura , ha per consuetudine di fare quanto può distruzione di tutti quelli seguono il nome di Cristo, e dell’eccidio d’un Principe Cristiano passar sulla medesima carriera a quella d’un altro. E di già parmi di questo punto di veder Amurate, in mezzo ai ministri delle sue crudeltà, e scelleragini, tutto spumante di rabbia, e ira, dopo aver minacciato a me, ed ai miei sudditi di far soffrire tutte le sorti di strazi, e di suplizi, rivolgersi a ringraziare il suo profeta Maometto che li abbia mandato quest’occasione di ristaurarsi nell’acquisto dell’ Arbëria dalla perdita che aveva patito della servia: quindi dar ordine ai capitani di quest’impresa, dopo che abbiano finito d’eseguire il mio sterminio rivolgano tanto sto l’armi contra gli altri Principi Arbëri, e che non manchino di menare a’ suoi piedi voi carichi di catene, ormeno di gettarmi le teste vostre. Questi sono i sentimenti, questi sono (credete a me, credete alla mia lunga inveterata esperienza di quella corte, di quei costumi: credete a tanti orridi esempi e vecchi , e nuovi e stranieri e domestici) questi, dico, gli ordini, questi comandi del Turco. Questo ha da essere il tragico inevitabile fine dei principi albanesi, se tutti noi non si colleghiamo insieme per fare testa al nimico comune. Vi rappresento per verità, o degnissimi Principi, cose orrende da dirci, e sentirsi: ma io in quest’occasione opero a giusa di medico il quale spiega all’inferno i rischi del suo male, acciocchè si disponga alla necessità de’ rimedi.

L’unione è l’inica strada, per cui ci possiamo metterci in salvo dai mali, di cui siamo terribilmente minacciati: e si vede Iddio volerla assolutamente ne suoi fedeli, se essi all’incontro vogliono essere sostenuti dalla sua protezione. L’Ongaria, la Transilvania, la Bulgaria, la Servia fintantocchè la diffusione è stata tra esse, sono state  abbandonate, dallo sdegno celeste, in preda  all’avarizia, e alla crudeltà dei Turchi.

L’anno passato essendosi stati collegati insieme i Principi di queste Provincie, Iddio parimenti accompagno con la sua assistenza l’animo loro: per modo che riportata la più gloriosa vittoria che sin ora si celebri del nome di Cristiano, hanno costretto di rincontro il Turco a ricevere tutte quelle leggi, e condizioni,che loro sono piaciute imporgli. Abbiamo davanti agli occhi un si recente, e un si illustre esempio.

Iddio non mancherà d’aiutare i suoi Fedeli, quando essi non tralasciaranno di darsi mano l’una all’altro. Che quando il turco ai tempi di mio padre coll’armi entro in Arbëria, gli sarebbe forse riuscito di sottometterla al suo giogo, se alla comune difesa si fossero uniti i principi Arbëri? La difficoltà allora fu la cagione che l’Arbëria divenisse misera e schiava dell’Ottomana prepotenza: ora dunque l’unione, la concordia la renda all’opposto vittoriosa, e trionfante de’ fuochi crudeli nemici, quando ha fatto l’Ongaria, Le forze di questa provincia sono come tante piccole riviere che scorrono per diverse parti: le quali, se si raccogliessero dentro un alveo solo, formerebbero un grandissimo,e insuperabile fiume.

Le onde questa nostra unione mi toglie ogni paura, e infonde nel mio cuore una vera speranza di fare strage de’ Turchi, con cui loro credono di sterminare noi altri, e di rendere glorioso per tutta la terra nelle vittorie contra L’Ottomano possanza il valore degli Arbëri, quando quella degli Ongari.

Io che in fin da fanciullo per più di trent’anni ho menato la vita in compagnia dei Turchi, sono versato di continuo trà l’armi loro, divenuto maturo nell’arme loro, e credo che abbia abbastanza appreso tutte l’arti, e tutte le maniere del lor guerreggiare, posso con fondamentale promettere, e con ragione sperare qualche cosa contro di loro; e se quando era lor Capitano ho in non pochi, non leggeri cimiteri di battaglie felicemente vinti e debellati i lor nemici, ora di certo dessi aspettare che non operarò di manco per la conservazione della mia patria, e per la salute de’ miei compagni, i quali per mia occasione mettano a repentaglio la mia vita, e ogni loro fortuna. Ne va dia poi alcun travaglia la fama della possanza dei Turchi: Ne voi più tremiate loro, ch’eglino sperino in se stessi.

Pochi mesi fa sono stati da Unniade, e degli Ongari sconfitti in una battaglia campale, dove hanno perduto il nervo, e il fiore delle loro milizie: ciò ch’è loro rimasto, altro non è  che un ammassamento di gente vile, paurosa, fugace, tutta canaglia, senz’esperienza.

 Sembrano gli eserciti Turcheschi spaventare con quel numero tonante di cento,di dugento mila combattenti ma di che cosa mai può valere contro dei forti uomini  tanta quantità di si fatta gente: se non intaccare il ferro loro più col macello, che col combattimento. Le vittorie dipendono più dal valore, che dal numero.

La battaglia di Morava(per raccontare degli esempi nuovi, e insieme recenti) serve di prova bastante a questa verità: ove Unniade con un’esercito di gran lunga inferiore sbagliato con una incredibile facilità, e tagliò a pezzi  una  poderosa armata de’ Turchi. Non V’è differenza in Iddio a rendere vittoriosi, quando gli piace, i suoi Fedeli, tanto se siamo pochi, come molti. E se quelli sono giunti a fare tanti acquisti dentro l’Asia e l’Europa, ciò non è stato effetto della virtù loro, ma bensì provenuto dalle discordie, dei principi Cristiani. E queste, credetemi, sono le uniche speranze, su cui al presente si fondano di farsi padroni degli Stati de’ Principi Arbër.

Ma se apprenderanno poi l’unione che è stata formata fra noi altri, spero molto che possano da loro abbandonati i pensieri della spedizione albanese: e se mai oseranno si attaccarsi, non ho alcun dubbio che ciò abbia a riuscire che a lor’onta, e  perdita, secondo che è lor avvenuto contro l’Ongaria. Vedete dunque prudentissimi principi, la presente condizione della salute nostra, e a quale passo siamo ridotti. Se viene il Turco come una fiera ferita dall’Ongaria a cercar rabbiosamente le sue vendette contro l’Arbëria. Se saremo disuniti e uno non soccorresse l’altro, standosene freddo, e mal consigliato spettatore della tragedia del vicino, parimenti un dopo l’altro a giusa di tante derelitte pecorelle faremo tutt’in fine divorati da quel crudele lupo.

Se poi ci accoppiaremo insieme, e uno darà mano all’altro, imitando l’esempio del re d’Ongiaria verso il Despoto della Servia, medesimamente qualche luogo dell’Arbëria, com’è il fiume Morava della Bulgaria, sarà nobilitato sarà nobilitato dalla strage dè Turchi . Avete, o degnissimi Principi, udito quale sia lo stato presente dello stato delle cose nostre. Dall’odiarna deliberazione dipende o la salute nostra, o la nostra ultima ruina.

Io vò ho spiegato l’universale pericolo, e in fine i mezzi di un felice di riuscimento. Facciamo che un giorno la memoria di questo concilio abbia a consolarsi, non ad attristarci. Non evvi affare di maggiori agevolezza, quando quello che tutt’è appoggiato al nostro volere.

L’esecuzione di tutto ciò che ho progettato sta nel vostro consentimento. Iddio dunque, fa tale la sua volontà che resti salva l’Arbëria, infonda nei Principi albanesi lo spirito della concordia e dell’unione contra quegli empi nemici dè suoi Fedeli; e piaccia alla sua Provvidenza che ancor passi come in eredità à posteri a loro perpetua conservazione.”

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