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AI SINDACI ARBËRESHË DELLA R.s.A.

AI SINDACI ARBËRESHË DELLA R.s.A.

Posted on 09 febbraio 2018 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Oggetto: Convegno; Un esempio di accoglienza e integrazione nel meridione Italiano dal 1468 al 2018;

La Minoranza Storica Arbëreshë”.

 

sono l’arch. Atanasio Pizzi, nativo del comune arbëreshe di S. Sofia d’Epiro in provincia di Cosenza, ricercatore, studioso e sostenitore degli ambiti materiali ed immateriale della minoranza in oggetto.

Mi permetto di evidenziare l’opportunità, che offre la ricorrenza dei cinque secoli e mezzo della presenza arbëreshe nel meridione italiano e l’approssimarsi dei riti di Pasqua.

Ritengo sia doveroso rendere riconoscimento e memoria con dovizia di particolari, alle persone, i luoghi (in uno della cultura) alla parte, consistente e ancora viva della Regione storica Arbëreshë, che in maniera corale si appresta a vivere secondo il consuetudinario ortodosso il periodo che segue il ricordo dei defunti.

A tale fine, si vuole suggerire un evento/convegno, che riferiscano e illustrino quanto è avvenuto, in circa sei secoli di storia, con protagonisti luoghi, uomini e avvenimenti, (il genius loci Arbëreshë) in aderenza con la e genti indigene ospitanti, dando luogo al modello d’integrazione della Regione Storica Arbëreshë, divenuta parte indispensabile della Nazione Italiana.

Gli Arbëreshë pur vivendo in perfetta sintonia con le popolazioni locali, hanno mantenuto alto il valore storico della consuetudine, la metrica del canto, l’idioma e la religione; in altre parole “il patrimonio storico dalla terra di origine”.

Viste le dinamiche sociali odierne innescate dai processi della globalizzazione, che tende ad appiattire ogni cosa, è opportuno illustrare, rendere pubbliche, dinamiche sociali, culturali della collettività Arbëreshë, al fine di avvicinare con interesse e cognizione storica le nuove generazioni, sempre più assenti.

Realizzare un “momento d’incontro pubblico”, tracciare la storia e non solo il ricordo, per il giusto riconoscimento, verso quanti hanno reso vitale la popolazione Arbëreshë sino ai giorni odierni; tuttavia la manifestazione non vuole ne deve essere solo un momento di rievocazione di leggende, ma assegnare una funzione dignitosa per ogni macro area e  valorizzare l’economica locale .

In attesa di un gradito riscontro

Distinti Saluti

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                                     Napoli 2018-02-09

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ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSE

ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSE

Posted on 01 febbraio 2018 by admin

ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La Calabria cosentina arbëreshë, nel pentagono descritto dai comuni di Santa Sofia d’Epiro, Acquaformosa, San Basile, Civita e San Giorgio Albanese, conserva le essenze più raffinate dell’ortodossa vestizione nuziale.

Un insula la cui posizione geografica gli consentì di essere scelta quale purpignera del processo religioso e identificativo sin dalla metà del XVII secolo.

Non a caso, all’interno di questo macro sistema sociale di origine Arbëreshë, a tutt’oggi rimane come caratteristica indelebile, sia le tracce ortodosse che quelle dell’arte sartoriale, mentre tutte le altre comunità, di simili radici, seguono da molto tempo la via della sintesi.

Gli aspetti caratteristici forgiati nel tempo resistono solo grazie alla caparbietà e agli aiuti, che eccellenze di arberia, munite di grande conoscenza del consuetudinario storico, nel pieno rispetto, hanno con garbo e raffinatezza frenato la piena del latinismo.

Il costume tipico arbëreshë è il simbolo del matrimonio, tuttavia oggi riveste anche il ruolo di testimone indispensabile per la prosecuzione della specie tra le vecchie e nuove generazioni.

Le ultime portatrici sane, dell’antichissimo emblema, non lo indossavano frettolosamente o sinteticamente, in quanto conoscevano il ruolo e il messaggio di ogni sua parte, metrica non scritta da tramandare.

Gli elementi e il modo di indossare il costume devono essere interpretati come un rito, pura rievocazione di valori identitari da non esporre secondo, modelli alieni o di sintesi.

All’interno del pentagono su citato, chi voglia o debba esporre in manifestazioni ufficiali, che non siano relegate alla mera funzione dell’apparire, deve portare rispetto è avere cognizione di quale responsabilità assume, in quando in quegli attimi rappresenta la massima “espressione dell’ortodossia minoritaria”.

L’atto è un rito, evento irripetibile, appuntamento con la storia; tradurlo come sintesi dell’apparire o evoluzioni alloctone, non fa altro che deturparlo e sottoporlo all’atto del sacrilegio;

Oggi Purtroppo e con grande rammarico va constatato che la deriva della vestizione, è colma, essa  tende alla estinzione del manufatto sartoriale e del suo significato; tutti noi che sappiamo e conosciamo il valore dobbiamo opporci a tale china.

Miletë, Coha e Xhipùni, e ogni accessorio ha un solo senso, la misura e calibratura sono la cornice indispensabile; tuttavia se poste nelle disponibilità di aliene/i o inadatte/i figure/sagome, quei preziosi, diventano altra cosa ed è inutile autoproclamarsi stilisti e detentori dell’antico costume, utilizzando il paraventi di tempo e di luogo senza senso.

Essendo diventata oggi regola la non regola è bene correre ai ripari e ricordare quali siano quelle linee fondamentali che il costume deve rispettare e di cui non si possa fare a meno, per rientrare nel seminato dell’ortodossia arbëreshë.

Il trattato del complesso costume, richiede tempi, modi che nell’arco e nello spazio di un articolo non possono essere disquisite, tuttavia iniziare per grandi linee e istruire quanti utilizzano  libere interpretazioni che si vanno seminando per monti, valli e boschi è già un buon segno di saggezza condivisa.

Ogni cosa va prima indossata, poi calibrata e in fine fissata, con raffinata perizia, manualità e dedizione; il costume richiede regole precise, per questo indossate le vestizioni intime e la linjë si continua con sutàninin, poi sutàna me rasë e in fine còha.

Al fine di raggiungere la vestizione le linee di riassuntive devono entrare in sintonia; sul davanti è lineare da sotto il seno fino all’estremità inferiore della coha; sui fianchi e il di dietro, deve descrivere un arco di cerchio per poi allinearsi subito con andamento lineare; il contorno inferiore, Galuni deve risultare perfettamente livellato e il davanti sfiorare la punta delle scarpe, la cui regola si ottiene variando lo spessore del tacco.

La parte superiore dalla base del collo sino al seno si deve descrivere un piano inclinato che poi s’innesta con la linea curva della prominenza del seno, sulla linea verticale su citata.

Lo xhipùni, deve aderire perfettamente sulle spalle e allinearsi alle rotondità del seno cui deve rimanere aderente persino nei piccoli movimenti delle braccia che sono coperte sino al polso.

A seguito di tutto ciò e dopo continue verifiche si aggiunge Vandèra e gli ultimi rintocchi rivolti alla vestizione degli ori (orecchini e collana con diadema) e l’apposizione della kesa che copre këshèt; il tocco finale avviene con l’apposizione sul capo o piegata ordinatamente sul braccio del velo dorato.

In fine con l’atto dell’apparire si assume la responsabilità di esporre secoli di storia, racchiusi in quei preziosi filamenti di porpora e oro; tuttavia muoversi con garbo, segue i passi che hanno condotto il popolo, arbëreshë alle mete dell’integrazione.

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LA FIAMMELLA CHE INDICA LA VIA

LA FIAMMELLA CHE INDICA LA VIA

Posted on 30 gennaio 2018 by admin

LA FIAMMELLA CHE INDICA LA VIANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sabato 3 febbraio saranno ricordati e onorati i morti per chi crede nella Regione storica Arbëreshe, una consuetudine che affonda le sue radici nell’alto valore che i minoritari assegnano al ricordo dei defunti.

Ogni famiglia da Domenica mantiene acceso la fioca luce a olio; essa serve a indicare alle anime in pena, il luogo dove vissero nella piena armonia dei cinque sensi.

Una tradizione antica che è impunemente riportata, nell’inconsapevolezza generale, ma la sua paternità è attribuibile solo ed esclusivamente a Pasquale Baffi.

Un appuntamento antico che gli arbëreshë rievocano prima nel privato davanti al camino delle abitazioni e poi tutto il villaggio unito negli ambiti di sepoltura (quest’anno il 3 di Febbraio).

Essa rappresenta la luce che va in cielo, la fine dell’inverno, presto sarà il solstizio di primavere e il sole tornerà a illuminare i territori dove indigeni e arbëreshë hanno condiviso dolori e gioie.

La primavera, l’appuntamento della rinascita, il momento della fratellanza, fu il Baffi a comprendere quale momento della partecipazione e integrazione, tra esuli e indigeni titolandola quale primavera d’Arbëria.

La giornata rappresenta il momento cruciale del ricordo dei morti, prima in forma privata poi pubblica, a febbraio, poi condivisa tra genti e popoli con ideali e valori diversi, a primavera inoltrata.

Essa potrebbe sembrare una funzione religiosa, ma così non è, in quanto, il ricordo dei morti viene prima di ogni religione, essa non ha forme o ideali da contrapporre tra noi e i nostri cari.

Gli abitanti della Regione storica Arbëreshë, sanno che questo è un momento d’intimità diretta, ci rechiamo in quei luoghi, senza l’ausilio di terze cose, idoli o persone, non esistono spazi che possono o debbano allontanare il nostro cuore da quello dei nostri cari.

Solo alla fiammella e nulla più, essa rappresenta la dimensione per avvicinare i nostri sensi e quelli dei nostri cari.

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LEGGE 482/99, DINAMICHE LOCALI PER LA TUTELARE DELLA  R.s.A.

LEGGE 482/99, DINAMICHE LOCALI PER LA TUTELARE DELLA R.s.A.

Posted on 23 gennaio 2018 by admin

legge 482NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Premessa

La capacità di acquisire nozioni per alcuni è una dote naturale, se poi la professione è il frutto di passione che è associata alla conoscenza della lingua madre, applicarli ai temi di tutela e la caratterizzazione della Regione Storica, diventa un’attività spontanea.

Cosa diversa fanno, quanti credono all’impunità dai circoli del rotacismi, dei capitoli, dalle chiavi musicali o dai modelli, laici e non solo, capitolini, che stravolgono e minaccino ogni cosa.

A tal proposito è bene precisare che: se credere che sei secoli di storia si possano riassumere in un foglio notarile; se credete che sia stato indispensabile fornire alla regione storica carta penna e calamai per ottenere tutti i primati guadagnati; se credete che sia un dovere cantare inni Balcani moderni; se credete che la gjitonia sia una piazza, una strada e diverse porte; se credete che l’urbanistica si possa riassumere nelle vicende della fumettistica sessantottina; se credete che gli arbëreshë non pronunciano i mesi dell’anno; se credete che le valje sono la rievocazione di una battaglia; se confondete la primavera Itali Albanese con le Valje; se credete che sia opportuno chiudere il patrimonio sartoriale nei musei; se credete che il costume sia un’occasione di apparire sciatti e sgarbati; se credete che P. Baffi si stato un massone; se non sapete che L. Giura è stato l’eccellenza ingegneristica e della scienza esatta dell’ottocento; se non sapete che V. Torelli è stato eccellenza dell’editoria Italiana dell’ottocento; se credete che Mons. F. Bugliari è stato trucidato dai banditi per un limite territoriale tracciato male; se solo immaginate che il lavoro fatto da Mons. G. Bugliari, sia l’opera di un prete decrepito; se credete che innalzare in pubblica piazza statue alloctone porti ricchezza; se credete che la nobiltà sia solo questione di titoli; non perdete tempo a leggete i miei scritti in quanto punto verso rotte diametralmente opposte alle vostre e vi ritrovereste in luoghi e cose che non siete in grado di condividere.

Si gnë lavinë

La legge a titolo di questo scritto, quando fu pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 297 del 20 dicembre 1999, attivò una serie di effetti anomali, la cui corrente s’incuneò nelle rughe e negli sheshi della regione storica, con una tale violenza da far vibrare gli elevati e quanto e quanti in essi era contenuto; un’energia tale da avvicinare cavalieri e cavalli indigeni in via di estinzione, nel breve e medio termine.

L’evento sollevò dal loro torpore, un gran numero di miracolati che indossato mantello e sistemato in bella mostra il cappello dei “titoli Tiranensi” che nel ristretto orizzonte delle gjitonie, si elevò a strimpellatore di una storia che non ha ancora avuto luogo.

Il gesto, legittimato dalla classe politica, cambia la rotta del progetto legislativo, nato già con la dote  lacunosa per tutelare le minoranze.

La non completezza della legge innesco il processo manifestatosi con l’apertura di un considerevole numero di attività che miravano più alla gloria che allo spirito della tutela .

In luogo, s’intrecciarono rapporti tra i “gabinetti” degli operatori di “difesa” e gli organi preposti per  finalizzare le risorse poste al bando, che non usufruirono di una solida propedeuticità storica.

Ogni sorta d’illuminato,  registratore e telecamera munito, iniziò ad imprimere su nastro magnetico, ogni suono e alito di vento proveniente da Est, che storicamente i nostri avi, lo apostrofavano come malevolo, freddo e da cui era preferibile difendersi per sfuggire agi  effetti influenzali.

Nonostante il ricordo di quest’antica consuetudine ancora viva, furono innalzate macchine da festa e progetti senza alcuna radice, i cui traguardi miravano all’ottenimento di frutti alloctoni senza cognizione di luogo, di tempo, di causa e di uomini.

Fabbrica eolica a cielo aperto, costruita con materiali che generalmente si utilizzano come complementari in una struttura che richiede una consistente dose di solidità e durevolezza .

Naturalmente e per meglio precisare mi riferisco a manoscritto atti notarili e capitoli, generalmente considerati, nello svolgere una ricerca storica, come periferici o complementari; tuttavia negli ambiti di ricerca della R.s.A. furono elevati come definitivi e/o fondamentali.

L’ondata culturale trasversalmente organizzata senza alcuna formazione, priva persino del buonsenso, ma fortemente radicata nel territorio, spinto da una ben nota forza politica, avvio il dilagare lungo la piana, che notoriamente in agricoltura e priva di argini solidi.

La fretta di voler apparire, e lasciare sullo sfondo, chi potevano offrire supporto antropologico, geologico, architettonico e di quelle materie idonee a consolidare il prezioso patrimonio della R.s.A., fece apparire la minoranza come il luogo ove mercanteggiate matrimoni, ovini, bovini, terreni, case e cose.

La confusione del mercato, è stata pregnate al punto tale da allontanare l’attenzione dal “Genius Loci”, storicamente noto come, la preghiera a cui affidarsi prima di avventurasi in qualsivoglia processione.

Il frutto anomalo posto a dimora, ha prodotto un danno materiale di inestimabile valore, giacché, avviò un processo di contaminazione persino del territorio parallelo.

Sottovalutare aspetti unici, spogliati di ogni cosa è stato come calpestarli nelle migliore delle ipotesi o addirittura venduti al primo offerente nella peggiore, quanto si presentava innanzi.

Nacquero così gli stati generali che dovevano fornire la chiave di volta e dare solidità ai trascorsi storici che dovevano sostenere le scelte future; tuttavia il primo elemento identificativo a essere sacrificato in nome di una non meglio identificata urbanistica arbëreshë fu la Gijtonia, in seguito le Valje, poi dopo, la Primavera Italo-Albanese, per giungere addirittura nel pretendere di edificare un paese:

  • La “Gjitonia” fu la prima a soccombere per opera di studiosi alloctoni, muniti cappello e lente di ingrandimento, indagarono i paesi cosentini della regione storica, per volgere lo sguardo in maniera furbesca verso i Sassi di Matera e copiare l’enunciato, eseguito nel dopo guerra, per il quartiere di “la Mortella”.
  • Poi fu la volta delle “Valje”, scambiate per le gesta di una battaglia, lasciandosi sfuggire il particolare che esse rappresentano la metrica nella quale una società che non ha forma scritta si rifugia per lasciare in eredità la storia .
  • Cosi avvenne per la “Primavera Italo-Albanese” che nell’inconsapevolezza generale non si conosceva il valore storico che gli uomini e le donne della R.s.A. le attribuiscono, quale ricorrenza per onorare i defunti degli indigeni e degli arbëreshë che si adoperarono per la crescita di quel luogo, specifico.
  • Quando si dice che alla fine i nodi vengono al pettine è una metafora che deve far riflettere gli stati generali della R.s.A., in quanto, per aver continuamente e ripetutamente mandato in stampa inesattezze e luoghi comuni privi di senso, quando si è trattato di fare sul serio, per la sorte di un intero paese quelle divagazioni storico colturali senza senso sono finite nella trattazione propedeutica della stesura progettuale di un paese, il dato ha sortito all’ultimo errore che storicamente si ricorda nelle note vicende delocative Italiane.

Zëmi

Si potrebbero accennare ad altre distrazioni, il cui fine ha prodotto elementi d’instabilità della minoranza più numerosa d’Italia; tuttavia bisogna pensare ai domani e non ai ieri che ormai il danno lo hanno prodotto.

Allo stato odierno non rimane altro che recuperare i mille frammenti di cui è ricoperta la Regione storica, prefissando un traguardo, non prima di munirci di una grande scorta di caparbietà e conoscenza storica, per continuare a essere la minoranza ancora viva e meglio integrata del mediterraneo; ritenendo di non fare errore se collocare la R.s.A. anche come eccellenza all’interno del vecchio continente.

Per concludere cosa possiamo solo augurarci di fare gjitonia e risvegliare i sensi antichi che sono indelebilmente racchiuse nelle quattro colonne inossidabili della Regione storica Arbër.

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PER AMORE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

PER AMORE DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 09 gennaio 2018 by admin

PER AMORE D’ARBERIA.NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Per connettere i contorni che definiscono la Regione storica Arbëreshë, ha richiesto un impegno professionale non indifferente; poi  in seguito, l’addentrarsi, negli ambiti e le dinamiche storiche, sociali e politiche che hanno determinato le macroaree, ha richiesto una dose infinita di passione; solo in questo modo è stato possibile superare tutte le avversità della tumultuosa diaspora balcanica.

La mia ricerca senza fondi comunitari, statali né tantomeno regionali, vuole essere un volontario contributo per illustrare con garbo la storia delle genti che componevano l’antico “govrnarato Arbëreshë”.

Quando volgo lo sguardo nel mio studio e vedo libri, documenti, unità di archiviazione, appunti e schemi che grondano d’arberia, risvegliano sensazioni che ritengo simile all’antica indole degli uomini che si adoperarono per proteggere le colonne del codice Arbëreshë.

Oggi l’arbëria per usare un eufemismo è simile una Kamastra che sostiene un calderone dove si cerca di amalgamare ingredienti solidi, sporchi e senza alcun tipo di essenza aromatica.

Per questo occorre versare prodotti genuini oserei dire autoctoni arbëreshë e far tracimare la pentola dagli ingredienti malevoli privi di significato, questo ultimi siccome sono vuoti e privi di senso già galleggiano sul bordo del calderone; essi sono: musici, antiquari, affaristi, alchimisti con titoli di radice ignota oltre gli apparentati del cavallo e del cavaliere.

Iniziare a fornire i frutti della vecchia radice alla Regione storica Arbëreshë, è diventato una priorità inderogabile; a tal proposito e per ben iniziare va rilevato che esiste una fondamentale differenza tra Arbëreshë e Albanesi.

La diaspora nasce nel corso del XV secolo, quando gli abitanti delle terre che oggi s’identificano come paese delle aquile, per scelta e natura, decisero di scindersi secondo principi diametralmente opposti.

Gli Arbëreshë hanno assunto la difesa dell’antico codice sociale fatto di consuetudine, lingua, metrica e religione a scapito della terra di origine, già impressa nelle loro menti come sintesi parallela, allocata negli ambiti del meridione italiano.

Gli Skipë preferirono rimanere sulla terra d’origine, tralasciando gli antichi codici identificativi, posti nelle disponibilità degli invasori.

Dal XV secolo gli Arbëreshë non hanno mai dismesso o sintetizzato le caratteristiche del codice identificativo, addomesticarono i territori a essi assegnati, per insediarsi secondo le consuetudini della terra di origine.

In seguito dopo un periodo di confronto e scontro, iniziarono l’ascesa culturale che li ha elevati negli ambienti culturali europei oltre che a portare a buon fine il modello di integrazione meglio riuscito di tutto il mediterraneo.

Le colonne portenti della cultura Arbëreshë fondano le radici nell’idioma, nella consuetudine, nella metrica del canto e la religione greca ortodossa.

Quest’ultima è stata la prima pietra miliare a essere violata, dai vescovati latini, con pressioni e patimenti non indifferenti per la popolazione arbëreshë, sino alla metà del settecento, facendo convertire numerose macroaree della regione storica, al nuovo rito.

Nella meta de settecento una svolta strategica Vaticana, ha usato gli abitanti dei paesi arbëreshë dello jonio cosentino per fini di sottomissione religiosa; infatti, sotto mentite spoglie, ha posto in essere una struttura formativa religiosa, alla cui cabina di regia sedevano i vertici Vaticani, in essa si dovevano formare prelati per le macroaree dello Jonio calabre denominando l’operazione come, una finestra aperta all’ortodossia.

La confusione che ne scaturì, ha fatto vacillare non poco la storica ideologia arbëreshë, che prima cantava in greco, poi in latino, poi in lingua madre e nel tempo di un secolo, hanno visto le proprie chiese cambiare forma colore e orientamento, terminando l’operazione di restyling coprendo con dipinti le lacrime e il sudore di quei credenti che avevano innalzato i simboli secondo l’antico codice.

All’inquietudine religiosa nell’ottocento si è accostata anche quella politica, che ha portato all’unità d’Italia e l’istituzione con la finestra aperta sullo Jonio, è stata piegata con eleganza a favore delle vicende unitarie.

Terminato il periodo di unificazione, l’emblema religioso èra stato stravolto e aveva perso ogni significato del senso per cui era nato, motivo per il quale dopo una attenta analisi, si è preferito abbandonare la formazione clericale a favore di quella laica e chiudere la finestra verso oriente, essendosi nel frattempo aperti nuovi balconi di dialogo in altre sedi.

Da questa vicenda gli arbëreshë escono confusi e con una delle loro colonne portanti deteriorate, è solo grazie alle intuizioni di menti eccellenti d’arbëria, i danni furono circoscritti e non intaccarono le altre componenti rimanessero ancora intatte.

Tuttavia è dal XV secolo che gli ecclesiasti si adoperarono per minare il codice linguistico affiancando ad esso una scrittura fatta prevalentemente di lettere greche, tuttavia la distanza che poneva gli ambiti sociali arbëreshë dagli altari clericali, non produsse alcun effetto nella popolazione parlante, che continua a vivere idioma, consuetudine e metrica.

Il processo d’inventare una forma scritta dell’antico codice fu rifiutato nel settecento dal Baffi già, che garbatamente non produsse, per sua scelta, nessuna opera il tal senso; tuttavia fu l’unico arbëreshë a intuire cosa succedeva nella Calabria Jonica e corse ai ripari.

Nella prima metà dell’ottocento, ignari personaggi privi di adeguati titolo e senza alcuna cognizione storico/sociale, avviarono la stagione delle romanze in arbëreshë, (operazione pubblica che voleva esternare un disagio privato) attingendo dall’alfabeto greco e latino.

Gli immaturi avventori, nonostante V.Torelli, fosse di tutt’altro parere, diede seguito ad avvenimenti che ancora ad oggi non si riescono a contenere tanto sono diventati malevoli.

Vero è che in Albania agli albori del novecento, erano stati elevati alfabeti che raccoglievano i sorrisi ironici dei maggiori salotti culturali europei, un singolare allineamento di lettre, che variava dalle ventisei alle cinquantaquattro unità, prospettando addirittura per il futuro ventagli molto più ampi.

La conferma di questo disastro alfabetario, lo ritroviamo oggi nel gran numero di personali parlate private, la cui fonte da cui attingere sia allocata nelle terre albanesi dalla terra madre, nonostante la regione storica conserva indelebilmente quei dettami che i temerari Arbëreshë riversarono per non essere contaminati dal futuro Albanese.

Oggi il danno prodotto si cela dietro il paravento del rotacismo o secondo l’enunciato che tutte le lingue si devono evolvere e addirittura, che gli arbëreshë non hanno capacita è i numeri per farlo; tuttavia a tutte queste persone vorrei ricordare che probabilmente nel loro curriculum formativo; è sfuggito lo studio secondo il quale, “l’Arbëreshë non è una lingua, ma notoriamente un “codice ””.

Nella china intellettuale che gli uomini arbëreshë intrapresero per dare lustro alla regione storica va ricordato l’apporto di Pasquale Baffi e Mons. G Bugliari da Santa Sofia, L. Giura da Maschito, V. Torelli da Barile, P. Scura da Vaccarizzo, Mons. F. Bugliari da Santa Sofia e pochi altri che non superano la meta delle dita di una mano.

Essi pur rappresentando circa un secolo e mezzo di storia, sono stati capaci a dare senso alle vicende letterarie e politiche in maniera irripetibile, tuttavia non hanno potuto nulla contro la marea che di li a poco avrebbe soprafatto il codice arbëreshë dalle incongruenze e dalle incoerenze.

Nonostante l’opera delle brillanti menti arbereshe abbia fatto entrare, la regione storica, in tutti i salotti culturali d’Europa, essi sino a quando sono stati in vita non hanno mai smesso di pensare, sognare e interpretare le loro idee in arbëreshë.

Tutti e nelle diverse epoche in cui vissero, ogni volta che notizie malevoli, giungevano a Napoli con protagonista l’arbëria, si prodigavano a dare senso politico, culturale, scientifico, giuridico e intellettuale di altissima qualità.

Il prodigarsi di Baffi e F. Bugliari per elevare la qualità culturale nella provincia citeriore calabrese alla fine del settecento o le note negative che V. Torelli espresse quando, rimandando a casa l’ignaro scrittore, che utilizzava, lettere greche e latine, per dare forza culturale all’idioma arbëreshë hanno comunque lasciato un segno, a noi rimane il dovere di ricordarlo e mantenerlo vivo.

Questi uomini di grande rispetto per l’arberia, hanno provato a tracciare i confini politico culturali della regione storica; finito il tempo delle eccellenze, a frenare il linciaggio dell’arberia furono l’avvento delle guerre mondiali del secolo scorso e la ricostruzione della nazione, questi eventi nel bene o nel male congelarono il malevolo fenomeno editoriale.

Ma come avviene anche in meteorologia dopo la quiete, arriva la tempesta e con un crescendo devastante, dagli anni settanta con le ideologie sessantottine, la libera università e la legge 482/99 a tutela delle minoranze storiche italiane, hanno riavviato il fenomeno di faglia culturale e nuovi fenomeni tellurici hanno invaso tutta la regione storica.

Dal secolo appena iniziato a oggi, comincia un’altra storia di spogliatura della consuetudine, della metrica, strapazzando a dismisura il credo religioso e l’idioma, ma questa è un’altra storia che quanto prima racconteremo.

Oggi viviamo con la speranza che si ricompongano i pezzi sparsi su tutto il territorio della regione storica e le cose genuine opportunamente unite possano partorire la soluzione ideale per dare senso al quel patto fatto dai nostri avi a se stessi e per noi tutti.

 

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LIBERE INTERPRETAZIONI ASSOCIATE ALLA STORIA ARBËRESHË

LIBERE INTERPRETAZIONI ASSOCIATE ALLA STORIA ARBËRESHË

Posted on 05 gennaio 2018 by admin

LE DUE GAMBE DELL’ARBERIA2NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Nota di perplessità

Atanasio Pizzi –  egregi cultori della redazione di Geo; Irina Kastriota, sposò il principe Pietrantonio Sanseverino, il 1539, gli arbëreshë dimoravano nel principato citeriore di Calabria dal 1471; il vestito arbër, non lascia dieci centimetri dalla punta delle scarpe; il velo è dorato; i capelli non li sistema la parrucchiera ma la comare che copre il tutto con la Kesa. Sono uno studioso Arbëreshe e quella che avete illustrato non è l’arberia in cui mi riconosco!!!!

Risposta

Geo – Gentile dottor Atanasio Pizzi, le diamo atto della incongruenza cronologica relativa al matrimonio tra Erina Castriota e Pietrantonio Sanseverino. Purtroppo, è una “vulgata” molto diffusa e nel caso specifico si è evidentemente trattato di un lapsus del nostro ospite, tradito forse da una certa emozione. È innegabile però che quel matrimoni abbia comunque portato significativi vantaggi agli Arbëreshë.Riguardo al costume arbëresh, come saprà, esso varia significativamente per foggia, colori, particolari da una zona all’altra dell’Arbëria, non solo calabrese. Restando nel Cosentino, ad esempio, il costume delle comunità del versante sinistro della Valle del Crati è parecchio diverso da quello della Presila Arbëreshe, e questo da quello delle comunità del Pollino, a sua volta distinguibile in due aree. All’interno di una stessa area, poi, vi sono differenze minori che identificano singole comunità. Così, limitandoci agli elementi da lei evidenziati, nelle comunità del versante sinistro della Valle del Crati, la lunghezza della gonna è decisamente sopra la caviglia, come sopra la caviglia (ma un po’ meno) è anche a Frascineto ed Ejanina (zona Pollino).La cosa è ancora più complicata dall’altezza di chi lo indossa se parliamo di costumi antichi indossati da ragazze dei nostri giorni, decisamente più alte delle loro ave. Allo stesso modo, il velo è (prevalentemente) in trina d’oro e rettangolare nelle comunità della Presila, ma è sempre in tulle bianco ricamato in bianco o in oro (in relazione alle disponibilità economiche della famiglia) nelle altre zone e addirittura ha forma triangolare nelle comunità del versante sinistro della Valle del Crati.

Circa l’acconciatura, prima ancora della comare, la condicio sine qua non per la realizzazione di quella tradizionale (kshetët) è che la persona che indossa il costume abbia i capelli di lunghezza sufficiente a consentire di intrecciarli nella maniera prescritta e poi formare lo chignon sul quale fissare la keza. Difficile oggi trovare ragazze che soddisfino questo requisito.

Semplicemente perché ognuno vive nel proprio tempo e il nostro tempo è questo.

Di donne e ragazze che, in occasione di feste e ricorrenze, indossano con orgoglio l’abito tradizionale pur sfoggiando acconciature moderne se ne vedono ormai tante da tempo! 

E del resto, per la stessa ragione, ormai anche nei paesi il/la parrucchiere/a ha da tempo sostituito le comari di una volta. 

Nulla rimane fisso nel tempo, ogni realtà si evolve.

In questo senso, il problema degli Arbëreshë non è la lunghezza della gonna o l’acconciatura. È piuttosto la loro sopravvivenza linguistica e culturale in realtà globalizzata che li sta sopraffacendo e in un contesto in cui, a causa della sua applicazione fortemente lacunosa, anche la tutela “debole” derivante dalla legge 482/1999 resta di fatto inefficace.

Chiarimenti e note storiche

Spett.le Geo,  Erina Castriota, sposa di Pietrantonio Sanseverino, purtroppo, in quel di Cassano allo Jonio aveva ben altri patimenti familiari da risolvere, che concentrarsi sulle pene degli arbëreshë.

Riguardo al costume arbëreshë, mia madre è stata una delle ultime sarte storiche di questa bandiera albanofona e quando parlo di costume, so bene quale è il senso, conosco il significato dei colori, le proporzioni e chi e come deve indossarlo; sia essa della macroarea del pollino, delle miniere, della mula e di tutte le sedici che compongono la Regione storica Arbëreshë.

Le ragazze Arbëreshë sono note per la loro bellezza, e il costume femminile è l’espressione per valorizzare ognuna di loro, se poi vogliamo fare spettacolo, non stiamo parlando e ne trattando della consuetudine minoritaria più antica del mediterraneo, facciamo altra cosa! 

Parlare della bandiera di ogni macroare ed esporla sotto forma di sintesi, ritengo, che non vada nella direzione che difende il codice, specie se fa parte di un programma televisivo di spessore e di grande bacino di utenza come il vostro.

Il problema degli Arbëreshë è la tutela del suo codice ha bisogno di messaggi precisi e certi, onde evitare confusione negli animi e nelle menti delle generazioni che devono ereditare l’identità storica, tuttavia le leggi di tutela sono fatte dagli uomini e purtroppo non sono gli stessi Arbëreshë che difendono lingua , consuetudine, metrica e religione con caparbietà dal XV secolo .

Quegli uomini che segnarono una strada indelebile antichissima, attraverso le terre del meridione e grazie al quale, si è giunti all’individuazione dei luoghi paralleli poter creare ambiti e proteggere la storica consuetudine linguistica arbëreshë.

È doveroso precisare che gli esuli, per adempiere la promessa data in terra madre, si avventurarono attraverso percorsi impervi, corsi fluviali inesplorati, mari in tempesta e in fine salirono la faticosa china dove apparivano le insule ideali e difendere quanto non andava dismesso.

“La promessa data, (Besa); è stata utile per dare continuità a un’identità antichissima è per noi Arbër del secolo appena iniziato, è un dovere dare seguito al patto fatto per noi dai noi nostri avi”.

Esso ha radici antichissime che dal quattrocento traccia una linea di confine di due distinte società, le stesse che oggi ritroviamo dalla parte arbër, con molta più determinazione rispetto al popolo che vive in Albania e ci riconosce questo merito/primato.

I due diversi atteggiamenti, restituiscono una popolazione che ha difeso il territorio e l’altra che ha tutelalo l’identità; il codice.

Entrambe hanno sacrificato una parte di se stessi, per cui chi ha difeso la terra ha associato al suo unicum una sintesi della vecchia radice culturale; diversamente, chi ha deciso di difendere la radice ha preferito la sintesi territoriale.

Da un po’ di tempo a questa parte ha avuto inizio la stagione dei campanili, dei minareti e del protagonismo a tutti i costi, “una nuova diaspora moderna”, la quale assume aspetti preoccupanti e paradossali, giacché, non va nella direzione di caratterizzare la R.S.A. ma crea un calderone con gli ingredienti delle colonne portanti con eventi alloctoni, questo errore di sintesi ha prodotto l’arberia dei” litìrh,”.

P.S.

Mi rendo conto che i concetti sono molteplici e di grande attenzione per quanti vivono l’arberia e i tempi di un “mesaggino” multimediale non possono sostenere sei secoli di storia e parliamo solo di quella moderna!!

 

Atanasio arch. Pizzi                                                                                

Napoli 2018-01-05

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GLI ARBERESHE QUALE LUCE DIVINA

GLI ARBERESHE QUALE LUCE DIVINA

Posted on 31 dicembre 2017 by admin

GLI ARBERESHE QUALE LUCE DIVINANapoli (di Atanasio Pizzi) – In una “Indiavolata” conversazione di un poco di tempo addietro, mi è all’improvviso apparsa la strada per una nuova ricerca sulla verità storica Arbëreshë.

Essa si basa su un principio fondamentale, che aveva bisogno solo di esse interlacciata con altre mie conoscenze; tuttavia il rispetto e l’educazione che ho avuto dai miei genitori (a confronto di altri che sono cresciuti nei mercati e solo di domenica) mi distraeva nel collegare i principi di un teorema molto semplice.

Una delle mie prime letture per avvicinarmi al mondo della ricerca della storia Arbëreshë è stato il Kanun nelle sue varie spigolature dei gruppi che formavano l’allora Arbëria.

Bene questo è un esercizio che tutti voi potete fare in autonomia e confrontare i principi su cui si basa il Kanun e la religione Ortodossa o greco Ortodossa, troverete similitudini strabilianti che fanno meditare su quale sia l’ideale religioso più affine agli arbëreshë.

Se a ciò associate che gli esuli non hanno mai superato i confini dell’infinito, per la ricerca dei territori paralleli nel regno di Napoli, avrete un quadro completo per domandarvi chi a detto che gli arbëreshë sono di religione greco bizantina?

A chi fa comodo che noi arbëreshë dobbiamo essere associati a una religione che con il nostro consuetudinario non ha nulla a che fare, ed essere utilizzati come una semplice finestra o nel migliore dii casi come balcone?

Siamo proprio certi che il Rodotà con il papa nell’istituire il Collegio Corsini avesse a cuore le nostre anime e il nostro credo religioso, o gli interessi erano molto diversi?

Perché gli arbëreshë non varcarono mai le soglie dell’infinito, se non per approdare e allontanarsi subito dopo?

Quali furono i veri motivi che spinsero il Baffi e il Bugliari a portare la struttura a Sant’Adriano e formare un gran numero di laici?

Sono queste le domande che mi sono balenate, a cui ho dato una risposta

P.S.

Augurando a tutti un Felice 2018, non lasciatevi incantare mai e ricordate che la Cultura e l’educazione non abitano nei fastosi saloni del potere, in quanto, preferisce i dignitosi Katoj degli artigiani!

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IL NATALE COME NASCITA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

IL NATALE COME NASCITA DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 14 dicembre 2017 by admin

Natale 2017NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Per la religione cristiana, il Natale simboleggia la nascita del bambinello Gesù, ossia il nostro Messia, atteso fin dai tempi remoti.

Il giorno corrisponde al 25 Dicembre per le chiese, greche ortodosse secondo il calendario liturgico, mentre per quelle orientali cade il 6 Gennaio secondo il calendario Giuliano.

Il termine “Natale” deriva dal latino, e significa: GIORNO DI NASCITA.

Si dice che il giorno di Santa Lucia, il 13 dicembre, inizia la sintesi dei mesi dell’anno che seguirà, in fatti, il dodicesimo giorno corrisponde proprio al 25 dicembre, il giorno della nascita.

L’augurio che faccio a voi tutti è quello di meditare dal 14 al 25 dicembre, o dal 26 al 6 gennaio (secondo il vostro credo) per una nascita di tutta la Regione storica Arbëreshë, al fine di non tessere più, all’ombra dei campanili, dei minareti turchi e degli inutili protagonismi, quel pietoso velo che avvolge e non mette in mostra le bellezze dell’arberia .

Il mio auspicio mira a sentimenti antichi che non vanno nella direzione del profitto a scapito di coloro chi partono per difendere i propri ideali, unici e irripetibili.

Arbëreshë di buon senso, solo a voi Auguro un Felice Natale e un 2018 colmo di ribalte, sino a oggi negate, per illuminare con garbo il “codice sociale più solido del mediterraneo”.

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MIRACOLI ARBËRESHË

MIRACOLI ARBËRESHË

Posted on 11 dicembre 2017 by admin

Roberto vertaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – All’indomani della pubblicazione, in gazzetta ufficiale, della legge 482 del 1999, giovani cattedratici, associarono, senza elementi riconducibili di esclusiva arbëreshë, il vicinato indigeno, alla Gjitonia; gli esecutori del enunciato, copiarono frammenti di un’analisi,  eseguita nel dopoguerra per dare senso ad in  progetto di delocalizzazione.

L’irresponsabile gesto di copia/incolla ha innescato un“processo degenerativo senza eguali” e tutt’oggi dopo quasi due decenni, non smette di far “germogliare avena fatua” nel seminato storico della minoranza, più numerosa in Italiano.

Che la Gjitonia sia un modello sociale è innegabile; tuttavia ritenere di poterlo riassumere, in quattro o cinque porte che affacciano sullo sheshi o sulla strada, la pone alla stregua di un moderno abuso edilizio da sanare, per tale motivo  sminuisce a dismidura il valore della consuetudine e il lessico della Regione storica Arbëreshë.

In questi untimi tempi, una lezione su cui meditare ci giunge via etere dalle trasmissioni multimediali di Radio Antenna Duemila; nata per dare parola ad amministratori, addetti locali e operatori del settore folcloristico, e porre all’attenzione delle istituzioni oltre alle proposte, anche le innumerevoli necessità locali, è diventato un nuovo modo di sentirsi “Gjitoni arbëreshë”.

Ogni sera, si illustrano soluzione per rendere solido il senso della minoranza che vede sempre più lontana la rotta  per una ripresa che dia linfa all’antica caratterizzazione minoritaria.

Tuttavia a giudicare dagli ascolti e di quanto succede in questo piccolo Catojo, nel brego di Serra di Leo, ogni sera dopo le 21, 30 supera lei confini entro i quali la trasmissione aveva deciso addentrarsi.

Un piccolo spazio, non più grande di un profferlo, dove per incanto si armonizzano “i cinque sensi” e raccolgono adesioni e interesse da tutto il mondo; un’ora intera, di sana e semplice arbëria.

Senza volerlo attraverso le telecamere di questa emittente, si  riaccendono i riflettori, per la prima volta nella storia, sulla “Gjitonia del nuovo millennio”; e tutti assieme ci ritroviamo a parlare di legami, di luoghi, di religione, di paesi, di progetti e di apparentamenti da consolidare.

Questo fenomeno si attua grazie alla consuetudine radicata in ogni arbëreshë, in quanto quel luogo verticale, ci accomuna, ci avvicina, ci legava, e risveglia quell’antico senso di mutua convivenza, così come faceva con i nostri avi; quando, riuniti davanti al camino in inverno, sotto il sole nascente a primavera, all’ombra delle acacie in estate o protetti dai vitigni e dagli ulivi in autunno, tutti assieme, tesseva i legami parentali per continuare a seguire quella rotta fatta di consuetudine, idioma, canto e religione.

Qui, nel Catojo di Serra di Leo, hanno cantato, discusso, ballato, giudicato, condannato e aiutato nella piena consapevolezza di continuare a sentirsi orgogliosamente arbëreshë, indirizzati dal grande cuore e con la passione che ci accomuna, abbiamo magicamente risvegliato in ognuno di noi il concerto dei cinque sensi.

Ebbene, in queste sere in radio antenna duemila non è stato fatto altro che utilizzare la magia ricetta arbëreshë, denominata “GJITONIA”.

Se questo miracolo è stato possibile nello stretto di un Catojo, perché non amplificarlo e renderlo possibile anche all’interno dei Comuni, delle Associazioni o di ambiti multimediali meglio organizzati?

Sicuramente, grazie alla opportunità offerta dal nuovo modello comunicativo, possiamo trasformare la gjitonia multimediale in uno strumento per avvicinare e rendere più solida tutta l’arberia.

Appare evidente che aver ben chiaro, cosa sia la gjitonia, è un valore indispensabile per il futuro degli albanesi; un emblema ideale su cui ricostruire quei legami e quegli affetti che sino ad oggi non potevano in alcun modo essere concertati per renderli possibili.

Occorre dare avvio alla stagione dei CONVEGNI STORICI, che pongano le basi per una nuova politica di tutela e custodia, una solida piattaforma che parta dall’inno degli antichi del settecento e dell’ottocento d’arberia “la storia degli arbëreshë unica e indivisibile” al fine di restituire il giusto garbo a tutta la Regione minoritaria.

Occorrono progetti condivisi, che abbiano come unico fine la tutela del tangibile e dell’intangibile a tutti i costi, senza protagonismi, campanili o egocentrismi.

La Regione storica Arbëreshë è tutta bella, tutta interessante, e tutti hanno contribuito nel bene e nel male a renderla magica; ciò nonostante nessuno dei protagonisti, ha mai rinunciato all’idioma, alla consuetudine, alla metrica del canto e alla religione, greca bizantina, nel aver assunto un qualsivoglia ruolo nella storia.

Avviare la stagione dei congressi è indispensabile, ( inutile andare a cercare nel luogo dove avvenne la divisione, perché, ormai tutto è cambiato), le domande e le risposte vanno fatte e cercate all’interno della R.s.A., solo in questo modo, chi riferisce, potrà essere individuato da quanti millantano e tutti finalmente possiamo sollevare quel velo pietoso d’inesattezze, che hanno manomesso  le solide fondamenta d’arbëria.

Amministratori, cattedratici e tutti i cultori che si occupano delle vicende che vedono protagonista la R.s.A., devono fornire le certezze e curare adeguatamente le radici  del buon senso, storico/culturali, sofferenti da troppi decenni.

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IL LESSICO CROMATICO DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

IL LESSICO CROMATICO DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 03 dicembre 2017 by admin

il lessico dei coloriNAPOLI ( di Atanasio Pizzi)  –

Premessa

Nell’antichità, la scoperta di sostanze tintorie era strettamente legata alla ricerca di piante officinali e materie dotate di poteri curativi o presunti tali.

I pigmenti, per questo, assumevano agli occhi del popolo anche la funzione di potere magico, diventando il fulcro di grandi superstizioni, in alcuni casi, persino medicali.

Non stupisce che per i Greci i pigmenti fossero ritenuti farmaci (pharmaka) e le sostanze di base, sapientemente miscelate, consentivano di ottenere un numero rilevante di tonalità e colori che spaziavano dal giallo, passando per il rosso, sfociando al viola.

È largamente noto, che per ottenere questa gamma di colori, si utilizzassero quattro prodotti fondamentali:

Il primo – la murexo Purpura haemastoma, cioè una chiocciola marina di particolare specie da cui si poteva ottenere la porpora (i Fenici la diffusero in tutto il Mediterraneo);

Il secondo – il chermes, un minuscolo insetto parassita del leccio, importato dalla Libia;

Il terzo – la garanza, la radice di una pianticella chiamata robbia;

Il quarto – lo zafferano;

Le sfumature del blu o del verde più intenso erano complicate da ottenere, motivo per il quale si ricorreva alle sostanze fornite da altri popoli, ricavate dall’indaco, dai lapislazzuli e dal guado.

I primi colori verso cui l’uomo fu attratto furono gli scenari che lo circondavano:

Il bianco, associato alla luce alla purezza;

Il nero, associato alla negazione assoluta, al notte, il buio;

il rosso, associato al sangue delle ferite;

il giallo, associato al sole;

il verde, associato alla vegetazione;

il blu, associato alla notte e al mare.

il marrone, associato alla terra

Tuttavia, non esiste una civiltà umana che non sia stata attratta o abbia fatto uso del colore, quale protagonista o complemento, essenziale, della creazione artistica e distintiva della società.

Il colore si può affermare, senza commettere errore, fosse associato all’idea stessa di bellezza, forza, se non addirittura magia.

Il Corano, in tal senso riporta questo passo: “I colori che la terra stende ai nostri occhi sono segni manifesti per coloro che pensano”.

Goethe, associava ai colori delle vere e proprie affinità quali ad esempio; verde, essenza dell’equilibrio; blu, la contraddizione, composta di eccitazione e di pace’; giallo, l’identificazione della luce; viola, la funzione d’integrazione degli opposti e delle ambivalenze; marrone, l’espressività della terra oltre che al carattere ancestrale femminile e materno; grigio, la mescolanza fra bianco e nero, che poi erano la negazione di entrambi.

Kandinsky, definiva il rosso come colore, inquieto, simbolo di energia vitale; il verde, come immobile, soddisfatto di sé; il grigio, immobilità desolata; il nero come un rogo combusto, qualcosa inerte e insensibile a tutto ciò che gli accade intorno; il bianco è l’uguaglianza o l’equilibrio, in quanto non contiene alcuna dominanza di colorazione; simbolo della purezza, quindi dell’innocenza e della castità, silenzio non morto, ricco di possibilità.

Jung, studiò i tipi psicologici, dagli atteggiamenti, d’introversione o di estroversione, soffermandosi a quattro funzioni dominanti: l’azzurro, colore del cielo, è associato al pensiero, il rosso, il colore del sangue e della passione; il giallo, colore della luce, dell’oro, all’intuizione; il verde il colore della natura e della crescita alla sensazione.

Rousseau, considerava i colori come una forma di linguaggio dell’anima universale, come una chiave in grado di aprire la porta di misteri antichi, il mezzo che può condurre alla comprensione dell’universo.

I colori

La PORPORA, nella tonalità ha assunto un “ruolo”, caratterizzandosi come simbolo di potere e rango sociale. Il senso metaforico attribuito a tale pigmento, scoperto dalla popolazione fenicia, richiedeva, infatti, un procedimento lungo e complesso di estrazione derivata da un mollusco la cui secrezione ghiandolare, di colore violaceo, permetteva la tintura delle fibre tessili, donandogli una colorazione intensa e duratura.

Il rosso, I Kuqh è il primo colore dell’arcobaleno e si ritiene sia il primo a cui tutti i popoli hanno dato un nome, in latino “rubens” (rosso)  è il colore del cuore e dell’amore, il colore del fuoco, del sangue, degli slanci vitali e dell’azioni
Il blu (i Jerisderi9 è il colore della contemplazione e della spiritualità, il colore del mare e del cielo, induce alla quiete, alla placida e profonda soddisfazione, adattamento e armonia.

Il blu riflette anche il significato di pulizia perché è il colore dell’acqua, quindi è immediato il suo riferimento al cielo e al mare, nella percezione visiva offre sicurezza e solidità.

Il verde (i gjelbër) è il colore della vegetazione, della rinascita primaverile, della vita, della natura specie se associato al blu e al marrone.

Il colore rappresenta, forza, equilibrio, stabilità, solidità, perseveranza, costanza di comportamento

Il verde è associato a Venere, dea dell’amore e della fertilità, è anche associato ad una simbologia negativa; è anche associato alla putrefazione, del veleno e dell’invidia.

L’AZZURRO (i kaltër) è il colore del cielo terso, rappresenta la giornata buona e quindi poter lavorare i campi senza patimento.

Il giallo (i Verdhë) è il colore del sole, dell’oro e del grano, dell’allegria, della felicità e della fantasia.

Il viola, nasce dalla mescolanza del rosso e del blu, rappresenta la metamorfosi, della transizione, la mistica, indica l’unione degli opposti, la suggestionabilità, l’occulto, il magico e l’arcano.

Il marrone (i Verdhë si both)è la mescolanza tra il rosso e il verde, è il colore della terra, del tronco degli alberi, della sicurezza, dell’amore per le proprie origini, della prudenza, della pazienza e tenacia.

Il grigio è il colore della perfetta neutralità, mescolanza tra nero e bianco, terra di nessuno priva di vita; rappresenta la nebbia, l’ombra il crepuscolo, è sinonimo di eleganza e distinzione.

Il nero (i zezë) rappresenta la negazione assoluta, il “no” radicale, è la tinta dell’opposizione dietro la quale può esprimersi una rivendicazione di potere.

Il BIANCO (i bardhë) è il colore della purezza e dell’innocenza per le donne e la castità per gli uomini, simbolo delle discipline umanistiche.

Il Lessico Cromatico

Gli Arbëreshë, storicamente noti per non avere forme o pratiche scrittografiche, associarono il messaggio dei colori, alla consuetudine e al rito; il lessico dei colori che ancora vivo nelle parlate locali è riconducibile al bianco (i barëdh), il nero (i zij), il rosso, (i kuq), il giallo (i verdë), il verde (i kielbur), l’azzurro (i kaltër); questi i più noti in tutta la R.s.A., saldamente consolidati, a cui va associato il ventagli di tonalità del marrone (Associato alla terra), del blu (i Associato al mare) e una miriade di colori (Associati a dinamiche del tempo e della naturala); tuttavia ogni colore nel consuetudinario lessicale arbër viene sub associate a (pàk i sbardur)* poco chiaro o (shumë i nxìjtur) molto scuro.

Ragion per cui il lessico cromatico in arbëreshë, si può riassumere nelle seguenti basi cromatiche: bianco, nero, rosso, giallo, verde e azzurro, i cui termini lessicali diffusi in tutta la R.s.A. sono i seguenti:

i barëdh        = bianco (indica la neve, l’acqua, la purezza)

i zezë            = nero (indica più che altro sfumature di grigio e la negatività assoluta)

i kuq         = rosso (indica il colore del sangue, del rame, del vino o del nettare)

i klemez    = rosso acceso (il colore del porporato)

i vetdhë      = giallo (indica il colore dei germogli, del miele, della sabbia).

i kaltër        = l’azzurro (indica il colore del cielo terso, l’ottimismo)

i gjelbër      = il verde (il colore del corpo malato, la malattia)

i jerisderi    = il blu (il colore del mare, delle solidità sociali)

il lessico comunque mette in evidenza, nei fatti, la propria penuria di termini rispetto ad altre lingue.

L’affinamento dei colori, per gli arbëreshë è comunque legato al corpo umano e alle attività lavorative dei prodotti naturali, così come lo è per la lingua nella forma più arcaica, motivo per il quale il bianco, il nero, sono identificati con una parola propria, assieme al rosso; tutti gli altri colori, rappresentano la raffigurazione di un evento tipico della consuetudine.

Un valore aggiunto, il lessico dei colori, l’ha ottenuto alla fine del settecento quando è stato ripristinato, la memoria del costume, mescolandola con la manualità sartoriali dalle capitale del regno.

Nascono cosi le note “Stoli”, abiti nuziali, che hanno assunto il ruolo di messaggeri identificativo della macroare e grazie all’accostamento dei colori, diffondono il messaggi antico della consuetudine arbëreshë.

La cura con cui furono affiancati i colori rappresenta, “il codice” e “il costume arbëreshë”, il valore dei minoritari nell’unica forma artistica, ovvero, l’attività sartoriale; la prima vera creazione artistica materiale, che senza soluzione di continuità, invia messaggi ogni qual volta viene esposto, quale bandiera della regione storica.

Gli arbëreshë, non avevano necessità di identificare il colore in maniera specifica, escluso i fondamentali che sono legati alla luce, alla notte, al sangue, alle malattie e al cielo; ciò denota anche, che non avessero una particolare predilezione per le arti se non per le attività legate alla salute, al sostentamento e al credo religioso.                                                                                    

I lessico cromatico rappresentano messaggio di una condizione sociale, e tutti assieme a secondo degli accostamenti identificano una precisa macroarea di appartenenza.

È per questo, alla fine del settecento, il costume assume il ruolo d’identità territoriale e sociale circoscritta, conferendo alla donna il ruolo che essa aveva all’interno del gruppo familiare.

Il costume arbëreshë, diventa la prima rappresentazione artistica, di un popolo che non ha avuto mai bisogno di forme identificative al di fuori del consuetudinario familiare se non attraverso l’esclusiva forma orale.

L’abito, entra a far parte, della consuetudine e rappresenta l’arte figurativa arbëreshë, attraverso la quale gli indigeni Italiani, iniziarono a leggere i messaggi, grazie alla raffinatissima arte sartoriale.

Se per l’uomo il bianco prevale, rispetto alle rifiniture e le fasce con filamenti in rosso e nero, ma comunque resta un prodotto di sintesi con poche connotazioni; per la donna il vestire diventa un segno identificativo all’interno dell’ambito locale, per esse, il vestito e un messaggio inviato attraverso forme opportunamente pigmentate e lavorate a coste con rifiniture di merletti e tessiture in oro.

Le pigmentazioni, ottenute con processi naturali, più ricorrenti, sono il verde, il rosso, il bianco, il viola, l’azzurro e il blu, diversamente le tessiture e filamenti in oro, rifiniscono e caratterizzano i bordi del vestito, la parte superiore dell’abito è valorizzata dalla giacca, anch’essa rifinita con bordi in oro e simboli caratteristici sulla schiena e lungo le maniche.

Le spalle, la schiena e il collo sono valorizzati, dal merletto di cotone, che funge anche da ombrello protettivo per il vestito.

Conclusioni

Identificare il significato dei pigmenti nella storia è fondamentale in particolare quelli che caratterizzano e rendono armonioso il costume Arbëreshë.

Il simbolismo del colore, varia secondo le epoche e la storia; se durante il periodo rinascimentale e medievale, i pigmenti ha molto in comune con il simbolismo, oggi, differisce a secondo delle varie culture e specifiche aree.

Spesso erano i colori più costosi, come il rosso e il viola a definire le classi sociali e dirigenziali, civili e religiose; comunque si possono trarre conclusioni specifiche se la ricerca è mirata ad aree circoscritte, a questo punto diventa prioritario focalizzare l’attenzione sia su una particolare regione e sia, su uno specifico intervallo storico.

 

(*) Provocatoriamente dedicato a chi ha dato alle stampe “Dizionari dall’ Arbëreshë all’Italiano”

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