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ESSERE DI PIÙ, SOLO PER FARE IL CARNEVALE DI PIETRANTONIO NON È DIGNITOSO.

Protetto: ESSERE DI PIÙ, SOLO PER FARE IL CARNEVALE DI PIETRANTONIO NON È DIGNITOSO.

Posted on 10 giugno 2018 by admin

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MISERIA E NOBILTA

Protetto: MISERIA E NOBILTA

Posted on 31 maggio 2018 by admin

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PER LA TERMINAZIONE DELLE LACRIME SI ATTENDE IL RISCATTO

PER LA TERMINAZIONE DELLE LACRIME SI ATTENDE IL RISCATTO

Posted on 27 maggio 2018 by admin

PER LE LACRIME DALLE MINIERE SI ATTENDE IL RISCATTO.NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Dopo quanto è avvenuto in questi vergognosi giorni di Maggio, si riterrebbe che i tempi dei congressi senza atti, l’accogliere figure istituzionali senza un protocollo, la conversione del folclore in arte dell’apparire, la cavalcata mascolina della sposa, le ballate con indosso la sintesi dell’antica vestizione, ironizzare verso gli sforzi storici delle giovani leve, le sonorità alloctone,  l’irriverenza di presentarsi davanti a Sant’Atanasio l’Alessandrino “in chiesa”  con il cappello in testa e non ultima apparire per riferire quanto poco si conosce il territorio; abbiano colmato la vetrina delle vergognose incongruenze di tutta la R.S.A.

Non è più concepibile lasciare il ruolo di tutori del codice identitario alla mercé di figure abituate ad immaginare che tutto sia una disputa monotematica, pluri archivistica o il giardino dove seminare avena fatua.

Purtroppo per questi elementi, oggi, esiste internet oltre a tutte le risorse dei canali multimediali e nascondersi dietro un dito o i meandri della gjitonia non è più sufficiente.

Nella tradizione della Grecia antica quando gli ateniesi volevano riferire dell’indole di una persona falsa e ipocrita, utilizzavano paragonarla al pianto degli abitanti di Megara con l’espressione: “lacrime megaresi”.

Per usare una frase demoniaca in Arbëreshë potremmo dire che se la Regione storica potesse partorire fecondata da lacrime di femmina, ogni goccia sarebbe un coccodrillo!

Chi conosce gli ambiti della “regione storica” ormai da troppo tempo, archivia immagini testi e video che trattano i momenti che dovrebbero essere di caratterizzazione del patrimonio storico, motivo per il quale cosa è vero e cosa è falso lo si può definire nel battito di un ciglio.

Questo deve servire da monito a quanti s’innalzano a intoccabili e dall’alto dei loro castelli di sabbia non si rende conto che i comandamenti arbëreshë, non gli appartengono perché non li hanno mai saputi leggere.

Purtroppo ogni puntata è una caduta di stile sempre peggiore e senza fare il conto economico di quanto si va sperperando, ma riferendo ai tasselli di storia che si calpestano.

A quanti si rendono protagonisti di ciò, devono prendere coscienza che quelle risorse potrebbero essere impegnate in ricerca multi disciplinare per dare solide conferme alla Regione storia Arbëreshë.

È terminato il tempo della vecchia maniera, per indicarla  le terre addomesticate, attraversate e vissute dagli uomini che vissero la diaspora utilizzando l’alias “arberia” è vetusto e inadatto, è giunto il tempo di parlare di genius loci, è tempo di capire cosa sia un costume femminile arbëreshë e cosa consente il rituale dopo la vestizione, onde evitare poi di versare lacrime di sale, per le irriverenze commesse.

Non è più concepibile divulgare che le “Valje sono balli”, gli arbëreshë, quelli del XV secolo non avevano nulla da ballare, perche la loro vita era fatta di duro lavoro condiviso; per questo l’unico modo di alleviare le sofferenze era attraverso “il canto”, tra gruppi di uomini e gruppi di donne intenti a lavorare (senza strumenti a mantice e tamburelli).

Per quanti hanno deciso di festeggiare il quinto giubileo e mezzo della morte di Zotin Gjergji (il Signor Giorgio) è opportuno ricordare che non è proprio lecito appellarlo con l’alias imposto dai turchi (e di proposito non si ripete, per indicare tutto il disprezzo verso questo appellativo).

È bene precisare che Giorgio eall’età di nove anni secondo la costumanza di quella gente gli venne cambiato il nome appellandolo “Signore Alessandro”; particolare storico che non è sfuggito alla Scuola di Santa Sofia, infatti il centro è l’unico di tutta la R.s.A. ad avere Via Castriota e basta.

Per grandi linee, quanto Giovanni Castriota di Kroje nel 1413 subiva dai turchi, è ciò che sta avvenendo oggi con gli arbëreshë d’Italia; tuttavia allo stato non rimane che esortare a leggere con attenzione la storia e se non si ha modo di farlo è opportuno “rendersi disponibili per essere illuminati” prima di intraprendere incautamente navigazioni e patimenti che conducono a commettere gesti inconsulti tra le quinte naturali del paese di fronte.

La regione storica è ancora in tempo per estraniarsi da tutto ciò, affidandosi a un gruppo multidisciplinare che possegga un immenso spirito di appartenenza, non abbia velleità di protagonismo e sia munito di tanta pazienza per ricostruire quei costumi arbëreshë, continuamente e perennemente sporcati.

Per terminare ma non perché meno importante, pregare di astenersi in futuro, quanti si sono resi protagonisti nell’avvicinarsi alla statua di sant’Atanasio l’Alessandrino protettore di Santa Sofia d’Epiro, e dentro il perimetro religioso, senza togliersi il cappello dalla testa, cantando lodi d’amore inappropriate per un Santo.

Le gesta e gli avvenimenti che hanno visto nel tempo protagonista la regione storica è scritta sui libri, tracciata sui territori e conservata all’interno delle piccole abitazioni che imperterrite resistono all’incoscienza e alla sintesi di quanti fanno il mestiere dell’antiquario; è tempo di  intraprendere la rotta smarrita e ciò, non deve essere condotto da quanti sino ad oggi l’anno riversata in questa assurda deriva.

P.S

Per terminare questo scritto coerentemente con studi e certezze, è bene ribadire che non tutti i paesi della regione storica sono stati accompagnati dai presupposti storico culturali ed artistici tali per produrre un costume che si possa ritenere di matrice arbëreshë.

Questo per affermare, che i paesi che realmente hanno inserito, tra le pieghe i valori del codice nel “costume arbëreshë” sono meno di dieci e più di cinque, il resto e pura è semplice invenzione locale, associata agli indigeni.

 

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L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI (Kruja, il 6 maggio 1405 - Alessio, 17 gennaio 1468)

L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI (Kruja, il 6 maggio 1405 – Alessio, 17 gennaio 1468)

Posted on 16 maggio 2018 by admin

L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quanti hanno studiato le vicende storiche che accompagnano le genti che vissero i territori dell’odierna Albania sino al XVI secolo, usavano riferire che: ogni volta che due o più arbër si riuniscono e parlano in lingua di quei tempi, nasce una piccola arbëria.

A questo principio generico non di luogo, se associamo il concetto di Regione Storica, inquadriamo anche i territori paralleli ove il codice consuetudinario tipico Arbëreshë, ha trovato l’ambiente ideale per fiorire come in terra madre.

La regione storica è lo stato, il luogo o ambito naturale parallelo in grado di unire tutti i paesi di simili radici, conseguenze della diaspora avviata dal XV secolo nei Balcani; da essa nasce la scissione della popolazione secondo due dinastie diametralmente opposte:

  • La prima visse il proprio territorio e accolse le angherie linguistiche religiose oltre che consuetudinarie degli invasori e per questo furono appellate Skipëtarë;
  • La seconda abbandonare quei territori e cercare fortuna oltre Adriatico, ove la ricerca dei territori paralleli ritrovati fece germogliare il rigidissimo codice, fatto d’idioma, sostenuto dalla metrica del canto, la consuetudine, la religione ortodossa e furono appellati Arbër o Arbëreshë.

Gli storici fanno risalire l’origine di questa dolorosa vicenda al tempo che vide protagonista Giovanni Castriota Principe di Croja e i suoi quattro figli Reposio, Stanista, Costantino e Giorgio.

Questi ultimi consegnati ai turchi a seguito del ricatto per evitare la capitolazione di Croja, furono allevati nella corte ottomana con nomi regole e abitudini dissimili dal codice Kanuniano Arbër.

Giorgio ed i suoi fratelli appena en­trati nella corte turca, non mantenendo la parola, vennero circoncisi secondo il rito della leg­ge di Maometto e secondo la costumanza di quella gente per l’occasione quella di cambiar il nome e Giorgio fu nominato Scander-begh: nome composto di due vocaboli Turcheschi; il primo !Scander”, che vuol dire “Alessandro” e il secondo “begh”,  che vuol dire “Signore”.

Che questa fosse opera del caso o un presagio per il suo futuro nessuno lo può dire, certamente nome più idoneo non poteva essere scelto dai regnanti turchi.

La richiesta di riscatto dei figli appartiene a un modus operandi che i turchi utilizzavano e mirava a ottenere piena proprietà del principato o “regione” senza spargimenti di sangue a lungo termine.

Quando Giovanni Castriota dovette consegnare i suoi figli ai turchi, correva l’anno 1413 e Giorgio aveva poco meno di nove anni; dopo essere stato circonciso e avviato alle regole e all’apprendimento delle consuetudini turche, seguì la sua ascesa nell’arte della guerra, conducendolo già nel 1421 a rivestire la carica di “Sangiacco”.

Da lì in poi le sue gesta si annoverano negli annali delle dispute che ebbero come protagonista le velleità di conquista dei turchi, al punto tale che, le tante battaglie e scontri diretti, lo portarono l’alias di  Scander-begh ain auge.

Chiaramente questa essendo stata un’incoronazione turca, sancisce la definitiva appartenenza al popolo di adozione; confermata addirittura persino dagli stessi Albanesi, i quali ormai soggiogati dalle sue gesta continuarono a utilizzare, ancora oggi lo fanno, in maniera poco attenta ripetono quell’alias.

Esso così come deciso dai turchi ogni volta che è pronunziata “conferma l’ideale occupazione, delle terre Albanesi e i luoghi dove viene ripetuto, da parte del popolo ottomano”; Tuttavia tornando alle vicende del grande condottiero Giorgio Castriota; la svolta si ebbe quando nel 1443 la morte raggiunse Giovanni Castriota principe di Croje (il Padre) e i turchi per nome e per conto del figlio Reposio (per i turchi Caragusio) per acquisire i possedimenti del principato.

A quei tempi Giorgio C. era tenuto impegnato dal pascià, in battaglie lontano da quei luoghi, sicuro che la manovra di acquisizione, non sarebbe scaturita in alcuna reazione nel ormai forgiato condottiero.

La realtà fu ben diversa, rispetto a quanto previsto, infatti, al ritorno dalla missione, la notizia della perdita del padre aggiunta a quella della dipartita dei suoi fratelli per avvelenamento, risvegliò in lui gli antichi dettami, sconosciuto ai turchi, che affonda le sua radici nel concetto di famiglia Kanuniana; vero è che nel 1444  videro tornare protagonista Giorgio a Croja e sedere sul trono del principato paterno e porsi alla testa dei gruppi territoriali albanesi. Fu da allora che ebbero inizio le attività contro l’usurpatore e da quella data, avranno modo di assaporare i dolori provocati da una macchina da guerra, sino allora, ritenuta nelle loro disposizioni.

Le doti di condottiero avranno modo di essere protagoniste nelle dispute tra Angioni e Aragonesi e in quella che è ricordata come la guerra dei baroni, sulla base di accordi di capitoli che ponevano diversi governarati in terra d’Albania alle dipendenze degli Aragonesi.

Non si astengono dall’amicizia di Giorgio Castriota, il Papa e i Dogi veneziani, che aprono dialoghi e trattative atte a rispolverare antichi ideali fatte di domini e crociate.

In questo mio breve, ciò che vorrei mettere in risalto è il comportamento del Castriota che non è dissimile da quello delle migliaia di arbëreshë, che partirono dalla terra di origine per imposizione turca dopo la sua morte.

Così come il Castriota non mise mai da parte il senso e il rispetto delle proprie radici, ritengo che a pieno titolo pongano Giorgio Castriota figlio di Giovanni a essere il primo arbëreshë esule forzato d’Albania.

Questa breve riflessione deve far meditare gli studiosi e quanti si prodigano per valorizzare con senso e garbo la lingua, la metrica del canto, la consuetudine e la religione ortodossa di quanti vivono la regione storica.

Lui pur se forzatamente esiliato in terre alloctone non ha mai dimenticato o messo da parte il codice antico e quando ha dovuto prendere la migliore decisione a preferito, le sue origini, la sua gente che lo riconosceva per il suo nome, per il suo cognome e non per l’alias assegnatogli dai turchi.

Per terminare affermo che: Gli abitanti della terra dei Balcani, della regione storica e di ogni dove si ripete il miracolo arbëreshë, devono ricordare che ogni volta che appella Giorgio Castriota con l’alias Scander-begh assegnano lo Stato, la regione e il luogo ai turchi e nel contempo dissipano un frammento del codice arbëreshë.

Volendo stilare una lista storica degli arbëreshë, il numero uno di diritto deve essere assegnato a Giorgio Castriota di Giovanni, nato a Kruja, il 6 maggio 1405  e deceduto ad Alessio, 17 gennaio 1468; gli altri che seguono sono tutti illuminati dalla sua luce e hanno seguito la stessa rotta adoperando quei principi contenuti in quel codice identitario che solo chi vedere e sente l’arberia, da sei secoli a questa parte, riesce ad avvertire.

 

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IL PONTE SU CATENARIE DEL GARIGLIANO È UN OPERA ARBËRESHË

Protetto: IL PONTE SU CATENARIE DEL GARIGLIANO È UN OPERA ARBËRESHË

Posted on 10 maggio 2018 by admin

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PRIMAVERA ITALO-ALBANESE  (jaku i sprischiur su harrua)

Protetto: PRIMAVERA ITALO-ALBANESE (jaku i sprischiur su harrua)

Posted on 06 maggio 2018 by admin

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UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIO

UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIO

Posted on 01 maggio 2018 by admin

UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Raccontava spesso, nelle gelide serate senza luce elettrica riuniti davanti al camino, il suo sofferto ritorno a casa a seguito del disarmo dell’esercito Italiano alla fine della seconda guerra mondiale: dopo aver parcheggiare il camion officina nel cortile della caserma a Riva di Trento, gli venne ordinato di recarsi nella camerata, ritirare il tascapane e gli effetti personali, poi un ufficiale gli fece consegnare il percussore del fucile, la baionetta, in fine di tornare a casa, perché i servigi verso la patria erano terminati.

All’inizio una grande gioia e subito dopo si rese conto che casa distava oltre mille chilometri dalla parte opposta dell’Italia e non nella comoda direzione Est-Ovest; ma secondo quella più impervia e colma di pericoli, Nord-Sud e sarebbe dovuto tornare a piedi.

Un percorso intriso di pericoli, in quanto, andare controcorrente alle truppe tedesche che ripiegavano devastando ogni cosa e imprigionando ogni persona che non avesse effigi germaniche non sarebbe stata cosa semplice.

Fine marzo, in quella verde vallata dove erano terminati i patimenti di soldato, rimaneva un solo ed unico alleato il Santo Patrono Sant’Atanasio il Grande; e fu così che fece voto di rientrare in paese entro il due di maggio per onorare il santo e abbracciare mia moglie e figlia.

La primavera stava per sbocciare dopo un lungo inverno durato anni e dopo un attimo di sbandamento quel voto al santo protettore apparve l’unico fine da perseguire con tutte le forze,

Dopo aver salutato i miei commilitoni, per non apparire ancora come gruppi antagonisti alle truppe tedesche, ci disperdemmo e ognuno di noi prese la via di casa.

Sapeva di non dover seguire strade carrabili, spiagge e ferrovie, in quanto, la campagna, i boschi e i corsi fluviali erano gli unici alleati; quante chine e quante discese dovute percorrere, poi torrenti e campi senza semina.

Si cibava di prodotti naturali e poche cose che ogni tanto gli donavano i contadini che cercavano di rigenerare gli scenari di una guerra che avevano voluto altri.

Pastori, contadini, mugnai e manovali che svolgevano attività, dividevano volentieri con lui le poche cose del pranzo e lui per ricambiare, avevo solo il racconto della sua storia e la meta a cui ambiva, non ricordava a quanti aveva detto di essere un Sofiota e quali ideali lo sostenevano; poi giungeva il momento di riprendere l’orizzonte ancora soleggiato.

I primi di aprile attraversa la campagna toscana e quanti incontrava, gli dicevano che non avrebbe mai potuto portare a termine l’audace impegno.

Cosa lo spingesse ad andare avanti era il sagrato di quella chiesa la famiglia e i visi fiduciosi di quanti incontra, che come in una gara podistica facevano il tifo per lui, no avendo altro da offrirgli se non le poche cose per cibarsi, la sua infondo era una gara contro un invasore che contro corrente, avrebbe potuto portarlo con se in ogni momento.

Tutte le persone che incrociava ritenevano che la distanza fosse eccessiva e trovare un passaggio era pericoloso, in quanto avrebbe potuto mettere fine al voto, quindi, ogni volta gambe in spalla fino che la luce del sole lo accompagnava.

Lungo la strada immaginava di risalire via Pasquale Baffi e arrivare in piazza, nel momento in cui le campane a festa annunciavano l’uscita del Santo; poi gli amici, i parenti come lo avrebbero accolto, chissà se nella processione ci sarebbero state la moglie e la figlia Francesca o come gli aveva promesso, rimaste a casa ad attendere il suo ritorno.

Questo e tanti altri erano i pensieri che lo accompagnavano, e intanto chilometro dopo chilometro la meta era sempre più vicina.

Era il ventiquattro e iniziavano le novene, quando si trovò nei pressi di Salerno, se le forze lo avessero sostenuto così come, nelle settimane passate l’impresa sarebbe stata possibile e gambe in spalla continuando a cibarsi di ogni cosa che la primavera offriva.

Nei pressi di Battipaglia evitò il centro abitato, così come fece a Eboli, poi verso le gole di Campagna su per frazione quasi deserte, giunse nei pressi delle grotte di Pertosa.

Da qui per Lagonegro, Laino e Campotenese, scelse di seguire percorsi impervi per evitare di incontrare le retroguardie tedesche.

E finalmente la mattina del trenta di aprile, vicino al centro di Castrovillari, ebbe modo di concedersi una pausa di riposo per rendersi presentabile al raggiungimento della meta.

Attraversato il Crati vicino il cimitero di Tarsia e raggiunti, i luoghi della giovinezza, dove portava le pecore a pascolare, la china che avevo percorso tante volte, lo fece sentire a casa perché ormai conoscevo ogni zolla e ogni anfratto di quella meta che per oltre un mese aveva sognato.

Quell’anno il due del mese di maggio cadeva di mercoledì e quando in vico III° Epiro, Adelina si senti Chiamare da suo zio Giuseppe, mentre iniziarono i primi rintocchi delle campane a festa: Adollì, ec mbë quishë se u mbiosh Janari!

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LETTERA AD UN AMICO

Protetto: LETTERA AD UN AMICO

Posted on 16 aprile 2018 by admin

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IL CODICE DEI CREDENTI ARBËRESHË

Protetto: IL CODICE DEI CREDENTI ARBËRESHË

Posted on 18 marzo 2018 by admin

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UNA STORIA DI RINASCITA CULTURALE E DI CAPARBIE CROCIATE.

Protetto: UNA STORIA DI RINASCITA CULTURALE E DI CAPARBIE CROCIATE.

Posted on 24 febbraio 2018 by admin

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