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KATUNDI YNË (4 gennaio 1970 - 4 gennaio 2020)

KATUNDI YNË (4 gennaio 1970 – 4 gennaio 2020)

Posted on 08 dicembre 2019 by admin

Katundi YnëNAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – G. Schirò fu citato da E. Fortino negli anni sessanta del secolo scorso, durante un congresso che aveva come tema la storia degli arbëreshë l’occasione segnò il tempo in quanto fu sancito che: ogni volta che due o più arbëreshë si ritrovano e iniziano a conversare è la dimostrazione che la minoranza è ancora viva.

Civita e il professor Demetrio Emanuele rappresentano da due quarti di secolo, “un approdo culturale sicuro”, un punto di accoglienza dove rifocillarsi per tutta la Regione storica Arbëreshë.

Esiste un legame diretto, una capacità tenace che porta a distinguere il vero, il giusto, in altre parole il buon arbëreshë; si chiama promessa ed è questo che portano avanti quanti tengono la rotte dei principi del circolo Gennaro Placco; origine della parola data; la dignità del vivere per lo scopo di mantenerla; la volontà di rispettarla e preservarla.

Attraverso questi dettami antichi, trova il suo fulcro, la memoria, il confronto e la diffusione, senza soluzione di continuità della storia degli ultimi cinquanta anni per gli arbëreshë, ma non solo, infatti con l’avvento dei media moderni, inizia ad amplificarsi secondo arche per tutto il meridione italiano e non solo.

Il professore Demetrio Emanuele e i suoi collaboratori si possono identificare ad oggi, come il caposaldo della “Regione storica Arbëreshë moderna”, un porto sicuro dove approdare e trovare accoglienza culturale attraverso i suoi prodotti editoriali, ma non solo giacché il calore umano non smette mai di essere alimentato secondo la rarissima metrica arbëreshë.

Grazie di vero cuore, per tutte le cose che avete difeso per consentire alle nuove generazioni, di ereditarle cose sicure del nostro patrimonio materiale ed immateriale.

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ZUTË SE DUALI I LÀVURË BENITI?

ZUTË SE DUALI I LÀVURË BENITI?

Posted on 05 dicembre 2019 by admin

AVENDO AVUTO UN INVITO AD ASCOLTARE PER INTERVENIRE, VI INVIO QUANTO

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Mi giungono continuamente notizie tra le più disparate dalla regione storica arbëreshë e devo dire che questa, a titolo, trattando di una delle memorie storiche più pure del modello consuetudinario linguistico, canoro e religioso, oltretutto considerato da me, come il fratello che non ho mai avuto, mi ha particolarmente stupito; ho subito alzato il telefono per avere notizie.

Dall’altro capo, dopo pochi squilli, mi rispondono, ed era proprio lui, Benito G. e per evitare di dargli dispiacere, senza chiedere della sua salute ho iniziato la solita conversazione in arbëreshë.

La voce era poco affaticata ma data l’ora pomeridiana è la sua età di memoria storica, mi sembrava tutto entro i parametri della ragionevolezza più limpida.

Conosco bene le voci di Katundë, queste, quando vanno “lente” perdono il senso della matrice originaria, ragion per la quale ho iniziato una sorta d’indagine e verificare la “velocità” delle sue risposte.

Ho chiesto se per lui la gjitonia avesse nome o se era come un quartiere o addirittura un rione; mi ha risposto che la gjitonia è il luogo dei cinque sensi o luogo della verifica dell’originario ceppo familiare,poi ha aggiunto: non ha nome e non ha confini identificabili o tracciabili.

Del quartiere, mi ha risposto, che non trovava alcuna attinenza con le genti arbëreshë, specie se coltivatori preti e artigiani; del rione stava iniziando a parlare ma ho preferito interromperlo perché il disquisito molto articolato avrebbe richiesto tempi e luoghi più idonei di una semplice conversazione telefonica.

A questo punto mi ha domandato se in giro vagavano demoni senza memoria e continuano a enunciare teoremi senza senso, aggiungendo, se il numero era contenuto, ancora, entro i limiti di tutela; con mio sommi dispiacere ho dovuto rispondere con una bugia per non farlo preoccupare.

dopo una grande e liberatoria risata, sono passato a fare un’altra domanda, chiedendo se conosceva i rioni storici del paese e se questi erano riconducibili alle famiglie che vissero in passato; ha risposto che le famiglie a Santa Sofia erano predisposte secondo accomunamenti ben precisi, ma non certo superavano la notorietà della toponomastica storica, in quanto, essa disegna indelebilmente lo sviluppo urbano del paese secondo direttrici nord sud per indicare la parte vecchia, del centro antico, dalla parte più nuova, diversamente la direttrice est ovest indica l’originaria fontana da quella più recente.

 E i rioni storici sono la chiesa vecchia, Scigata, Trapesa, Limti lëtirve, Ka Prati, Ka kangeli, Karincareletë, Scesci Ka arvuem, Uda Kasanes, Stangoi, Moroiti, Udamade, in specie queste due ultime, coperte da avena fatua culturale.

Alla luce di queste risposte, ho iniziato ad avere il sospetto che la notizia che mi era giunta era di tipo lento e la roccia del vecchio saggio era intatta.

Tuttavia la conferma che a impazzire non era lui, ma erano gli altri, ovvero, gli stessi che senza età senza cuore, senza mente e senza titoli si menano quotidianamente a cibarsi nei pascolo del sapere, bighellonando nei pascoli dell’avena fatua.

La conferma che si trattasse di una notizia lenta è stata quando ho chiesto se per le processioni, sia opportuno seguire la via della condivisione popolare, o itinerari privati; lui ha risposto: “Shanà: na jemi arbëreshë e atà janë litirëth”.

Allora ho salutato il fratello che non ho mai avuto, rincuorato, che a impazzire sarà stato un omonimo stampatore economico e il danno si quantificherà nella perdita di ulteriori tasselli al modello di integrazione più solido del Mediterraneo.

Benito sta bene è solo dispiaciuto che nessuno lo ascolta, per la difesa, tutela e divulgazione delle cose giuste, di tutta la regione storica.

 

P:S chi sa dire quale agglomerato urbano occupa il gradino più alto dell’omertà di tutto l’universo che conosciamo?

 

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GIORGIO CASTRIOTA E LE INESPLORATE ARCHE D’ORATE ARBËRESHË

GIORGIO CASTRIOTA E LE INESPLORATE ARCHE D’ORATE ARBËRESHË

Posted on 01 dicembre 2019 by admin

battle_on_kosovo1389NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Se nel 1940, D. Zangari, rilevava ancora la mancanza di un trattato univoco che indicasse la rotta secondo cui fu possibile  lo stazionamento degli Arbëreshë in Italia, oltretutto per le conoscenze dell’epoca, suggeriva tra l’altro, una metrica di ricerca a dir poco elementare, completamente priva di confronto tra documenti, territorio, elevati architettonici e abitanti.

Se a questa epoca, escludiamo le eccellenze nate e formatesi dignitosamente tra la metà del settecento e scomparse vigliaccamente nel breve tempo del tramontare del XVIII e il sorgere del secolo XIX, perché colmi di libero pensiero e cultura, il resto della storia che caratterizza luoghi uomini e cose con protagonisti gli arbëreshë, sono consuetudine e null’altro.

Per questo concepimento di ricerca paradossale, basato su fondamenta di ispirazione notarile, a distanza di otto decenni del 1940, si rimane ancorati ancora saldamente al palo, ripetendo arche indicibili da quanti leggono e ripetono avvenimenti inesistenti dei trascorsi della storica minoranza.

La paura dei narratori erranti, è così radicata nell’esposizione generale, in quanto, trattano gli argomenti per interposto documento, persona o memoria, non assumono alcuna paternità del risultato storico frutto di sottrazioni e addizioni di cose vere o di cose false.

Trattano della minoranza storica presentandosi come portatori dei discorsi di altre persone, mai trattano delle loro capacità di ricerca e dei traguardi raggiunti, a tal proposito va rilevato; quanti hanno una professione e un titolo per trattare di trascorsi storici?.

Il narratore tipico si nasconde dietro il Rodotà, lo Schirò, il Capitolo, la Platea il Catasto e narra di archivi e biblioteche rinomate, non si espone nel dire questo è il risultato della comparazione di una moltitudine di eventi, documenti, uomini, dati sociali, riscontrati negli eventi, attraverso la cartografia storica e gli elevati architettonici oltre i segni urbanistici presenti sul territorio.

Quando smetteranno, queste figure senza alcuna formazione multidisciplinare, di palesare che la Regione storica Arbëreshë, è un semplice componimento linguistico o di qualche atto notarile?

Eppure parlano, trattano, pubblicano e distribuiscono nozioni della storia di uno dei popoli più longevi del vecchio continente; lo stesso che senza andare oltre l’era cristiana, erano noti come stradioti (Soldati Contadino), abitarono gli antichi themati dell’Epiro Nova e dell’Epiro Vetus, oltre le aree ad esse limitrofe, emigrati dal XIII secolo nelle terre del regno di Napoli e ancora oggi presenti in circa cento paesi o meglio Katundë.

Un popolo che raggiunto il colmo dell’esasperazione, grazie all’intuito di Zoti Gjergj detto Scanderbeg si divide in Albanesi e Arbëreshë, due dinastie ben riconducibili alla radice originaria, ma con compiti e menzioni materiali i primi e immateriali i secondi ben distinte.

Quale utilità possa portare la trattazione di un numero irrilevante di paesi arbëreshë sotto la semplice visione documentale o il ritrovamento del brandello perfetto da sbandierare, non è dato a sapersi.

Certo è che una visione generale degli eventi e gli accadimenti in veste multidisciplinare, è preferita, al brandello locale che molte volte risulta falso o manomesso per una volontà locale che mira al protagonismo.

Basta, Basta e ancora Basta!!!! con le vicende della gjitonia, quando poi non si ha neanche consapevolezza di questo fenomeno socio culturale, perché scambiata per lo sheshi e le case ad esso adiacente; è tempo di far smettere quanti escono da brutte esperienze mono dipartimentali o perche si sono recati in pellegrinaggio presso chissà quale inesistente archivi o raccolta privata.

Oggi servono figure rappresentative multi disciplinari che parlo non per partito preso, o per innalzare uomini e gesta di inesistenti eroi, non si sente mai parlare di argomenti con meta la regione storica, il frutto di gruppi di lavoro multi disciplinari, non si preparano convegni dove Archeologi, Geologi, Antropologi, Sociologi, Psicologi, Urbanisti, Architetti  e Urbanisti si confrontano sul tema dei Katundë arbëreshë.

Sono anni che temi mono dipartimentali fanno da padrone e molte volte si cerca la risposta in argomenti che sono della nonna o di quanti hanno vissuto, la regione storica, ai margini delle attività culturali più intime, o avendo l’immagine, la platea o breve alchimia che possa contenere lo svolgimento della storia di un popolo che dura da oltre sei secoli, per parlare solo di quanto avvenuto nel regno di Napoli.

La “Regione storica Arbëreshë” non è l’Arbëria, giacché, quest’ultima nasce e muore nel tempo di un’incontro fortuito; diversamente dalla “ prima” che vuole essere il luogo dove si vive perché il luogo della propria identità dove hai la possibilità di progredire e proliferare nel tempo, senza soluzione di continuità.

Aggiungere per ricordare a quanti, non più di un decennio addietro, enunciavano: “quale scuola di Santa Sofia se avete avuto nella storia solo un povero prete democristiano” il casale Santa Sofia Terra, quello di essenza arbëreshë, è stato il primo ad aver avuto un ruolo di osservazione assegnato direttamente da Giorgio Castriota, e nel corso della storia, non ha avuto ruolo di sezione partitica specie con la falce e il martello, ma di piramide culturale di pensiero liberale noto in tutta Europa nel XVIII secolo.

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LA CULTURA È L’UNICO BENE CHE NE FRATELLI E NE GJITONI POTRANNO MAI PORTARCI VIA (Haretë e thë zënërveth jian thë ngruiturath cë ne vëlezerë e ne Gjitonërat nënghë mën na maren te gjiela cë jame scomi)

LA CULTURA È L’UNICO BENE CHE NE FRATELLI E NE GJITONI POTRANNO MAI PORTARCI VIA (Haretë e thë zënërveth jian thë ngruiturath cë ne vëlezerë e ne Gjitonërat nënghë mën na maren te gjiela cë jame scomi)

Posted on 08 novembre 2019 by admin

(AP Photo/Joe Rosenthal)                                                             Questi in figura hanno alzato la bandiera, si sono meritati un monumento e voi che l’avete stesa?

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Uno dei principi indelebili che sostengono i valori della Regione storica minoritaria è racchiuso nella cultura, da non confonde con allegorie di sperimentazione   locale senza senso alcuno, anche se attuate da  katundarë,  Gjitoni, fratelli, gijirij vicini, a media distanza o lontani.  

La cultura è un dono, nasce innestato nell’animo e nella mente di chi la possiede,  le uniche titolate ad apparire per segnare  indelebilmente il territorio e le persone che da secoli hanno fatto la storia di ben identificate macro aree.

Una figura di cultura non inventa, perché il fine di apparire, ma studia intrecci e divulga nozioni ed eventi in armonia con la storia degli uomini e del territorio.

La cultura è prima di ogni cosa studio, poi confronto  multidisciplinari tra uomo, territorio ed epoche; semplicemente la valorizzazione del genio locale.

Chi la possiede conosce il senso delle cose, come presentarle al cospetto degli altri indossando sempre l’abito giusto, specie se si tratta dei colori caratteristici di una ben identificata minoranza, che per la loro consuetudine si rigenerano senza perdere  la rotta  della propria identità.

Addentrarsi in questi campi disciplinari  o si è nati con il dono di comprendere la minima inflessione consuetudinaria e linguistica  o si produce danno per se e per la comunità intera.

Una bandiera ha il suo valore quando, sventola perché rappresenta la vita, il vigore dei rappresentati e per questo si erige sulla vetta di un pennone per segnare uomini e il territorio.

Essa non deve mai cadere a terra o rimanere stesa in nessun suolo; la bandiere stesa a terra rappresenta la capitolazione, la resa, la morte e quanti ne fanno un uso  in tal senso, sicuramente non sono figli di quelle antiche terre, ma nemici infiltrati.

Tanti sono i valorosi che per raccogliere, la bandiere caduta in terra, durante la battagli hanno danno la vita per innalzarla come segno di continuità di appartenenza  cultura o di specie .

La bandiere stesa a terra, accerchiata da figure femminili, nel consuetudinario minoritario, è la rappresentazione teatrale del funerale e le donne poste ad arco indicano la via da seguire al defunto che non tornerà più invita.

Queste rappresentazioni poco attente e prive di senso, se poi vengono sommate ad argomenti elementari, restituiscono la misura della poca cultura che aleggia, tra le fila di quanti la dovrebbero tutela specie se  si erigono a rappresentati locali; ma questa è un’altra storia, troppo complicata e difficile da comprendere, per mancanza del senso della bandiera o addirittura di baluardi più personali quali gli stendardi  locali.

Allo stato delle cose non rimane altro che dissociarsi da questo imperterrito movimento franoso, che macina e amalgama radici fusti e piante, anche se i nostri padri  saggi avevano lasciato segni toponomastici precisi dei luoghi e delle cose da evitare per innalzare i luoghi della vita e li appellarono prudentemente castagneti.

Se una precisa e circoscritta comunità allocata dei fianchi di Sila Greca, non si accorge delle ilarità, personali messe a regime, preferendo tecnici romani più vicini di quelli partenopei, rende l’idea dell’orientamento culturale oltre al senso geografico delle scelte poste in essere.

Questo è il quadro nel quale si traggono le idee culturali  attraverso le quali escono  allo sbaraglio  eminenti e  titolate figure, le quali osano confrontarsi persino a  con quanti possiedono cultura da vendere , non avendo alcun rispetto e per questo certificato con il silenzio, temi minori  come la Kaliva, il Balivo, o la toponomastica locale, ritenendo inconcepibile le trattazione; per certi versi incutono profonda tristezza,  perché  misurano chi ha in affido il protocollo identitario per consegnarlo alle generazioni future.

Addirittura rilevano le trattazioni di Kaliva e Baliaggio come una caduta di attendibilità; “questi“ sono poi gli  “Diogene di Skip”  che dal 1973 vagano imperterrito affermando che la “Gjitonia è come il Vicinato”, confondendo un modello sociale mediterraneo con le consuetudini (leggi mai scritte) degli Arbanon, oltre a tutto ciò confondono clamorosamente Valije  che sono canti, ritenendoli addirittura i balli nati all’indomani di una inesistente vittoria dell’eroe nazionale Albanese “ comunemente denominato Scanderberg”.

Come se non bastasse, confondono, rioni con quartieri e addirittura non conoscono la “festa di primavera” che è una consuetudine di quanti abitarono gli antichi, themati dell’Epiro Nova e dell’Epiro Vetus, perché uniti dallo stesso credo Greco Bizantino.

Sono le stesse persone che può avendo avuto titoli e meriti non hanno ricucito nessuno dei tanti e irreparabili strappi (Skip) dell’idioma, della metrica canora, della consuetudine e per non parlare dell’infinita crociata, che non da pace neanche a quanti vivono nell’aldilà.

Tutto questo avviene perché non è stato trovato un modo per rubare la cultura a chi la possiede, ed ecco che la perversione prende il sopravvento, quello che non può essere sottratto neanche con ‘inganno, va debellato e bandito ad ogni costo, preferendo: cantanti che fanno lezioni di storia; alchimisti che fan da ballerini e da sarti; muratori che organizzano eventi;  non parlanti, imporre lezioni di radice idiomatici, per non parlare del genio locale, dell’urbanistica e delle architetture che qui evito, l’ulteriore slegamento dei capelli per piangere.

Se questi semplici fatti storici fanno piangere immaginate  se poi il discorso si dovesse riferire alle architetture sottrattive del periodo di scontro o di quelle additive del tempo del confronto e integrazione,  allo scopo si ritiene che debbano passare ancora altri domani per aprire questi temi fondamentali di lettura del costruito storico minoritario; intanto accontentiamoci di alzare le mani e per incanto metterci a ballare, un ignoto e demenziale ballo tondo(????).

Una piccola parentesi la vorrei aprire sull’argomento strade, ricordando che un buon uomo generalmente, le rimette in sesto appena scadono o vengono giù dalla montagna, non dopo oltre “un decennio di paura indotta”, nonostante la vegetazione e gli alberi cresciuti sulla frana, vengono su, dritti e rigogliosi; lasciando i non fruitori a vive un disagio che per essere lavato senza pena, deve durare ancora per altri due decenni.

 

Un dato è certo Shkoj, mot për mot, e sot, Napul, është e shpikset gjaku arbëresh i harruer.

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LA SALITA DELLA SAPIENZA (discorso - II° - Senso agli Uomini e alle Cose)

Protetto: LA SALITA DELLA SAPIENZA (discorso – II° – Senso agli Uomini e alle Cose)

Posted on 20 ottobre 2019 by admin

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L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI

Protetto: LA SALITA DELLA SAPIENZA (PERLA – I° – GIORGIO KASTRIOTA DI GIOVANNI)

Posted on 05 ottobre 2019 by admin

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La Salita della Sapienza (PERLA - V° - LUIGI GIURA DA MASCHITO)

La Salita della Sapienza (PERLA – V° – LUIGI GIURA DA MASCHITO)

Posted on 28 settembre 2019 by admin

PERLA - V° - LUIGI GIURA DA MASCHITONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando il 7 Settembre del 1860 Garibaldi entrò trionfante a Napoli si prodigò, nell’immediato, a predisporre  un governo provvisorio per i necessari adempimenti al plebiscito del 21 ottobre 1860.

A tal fine, fu coadiuvato da uomini di elevato spessore morale e professionale,  esaurienti conoscitori delle emergenze che attanagliavano, il capitolato Regno Borbone.

I prescelti che rivestirono le cariche istituzionali di quel governo prodittatoriale furono: Il Prodittatore – Giorgio Pallavicino, Il Ministro dell’Interno e Polizia – Raffaele Conforti, Il Seg. di Stato degli affari Esteri – Francesco Crispi (Arberëreshë), Il Ministro di Grazia e Giustizia – Pasquale Scura (Arberëreshë), Il Ministro di Guerra e Marina – Amilcare Anguissola, Il Ministro dei Lavori Pubblici – Luigi Giura (Arberëreshë).

Riassumere il contributo che l’intera Regione storica Arbëreshë, in senso di uomini, di sapere oltre a confermare storicamente l’integrazione del popolo arbëreshë con quello italiano, richiede altri ambiti e tempi, ciò nonostante va sottolineato l’apporto dato dalle figure di Francesco Crispi, Luigi Giura e Pasquale Scura.

Tre solidi esempi, della comunità minoritaria tra le più operose della storia italiana dal XIV secolo.

Le epoche in cui vissero questi uomini, rappresentano la punta di un diadema molto più esteso, di quello che appare, la cui forza ha radici profonde; politico Francesco Crispi, magistrato Pasquale Scura, espressione della scienza esatta Luigi Giura; accomunati da uno spiccato valore morale le cui radici affondano nei valori delle famiglie arbëreshë.

In questo breve vorrei esporre le gesta dell’uomo esempio di scienza esatta: l’Ingegnere-Architetto L. Giura da Maschito, in Provincia di Potenza; poco noto, anzi direi sconosciuto sino a qualche anno addietro, anche da coloro che credono di possedere il sacro Graal della Regione storica Arbëreshë e Albanese, quest’ultima in specie rimane ancora oggi legata a personaggi e stereotipi, vetusti e impropri, emarginando le figure di pura estrazione culturale, per i quali ed attraverso i quali identificarsi.

Luigi Giura si distinse nei primi sei decenni dell’ottocento, restando imbrigliate le sue opere d’ingegneria, non al suo nome, ma a chi dominava il regno e per questo penalizzato in tutte le sue eccellenze sia come uomo e sia come luminare di scienza esatta.

Tutto ciò nonostante avesse avuto una chiara presa di posizione nei motti sino al 1848; tuttavia ancora oggi rievocare il suo spessore tecnico e artistico, mette in luce il periodo storico in cui visse e non il genio del professionista che anticipò i tempi di tutte le scuole europee, comprese la francese e l’inglese.

Spetta a noi albanofoni, e mi riferisco sia agli Arbëreshë e sia agli Albanesi dei Balcani, il compito di creare i presupposti idonei per liberare da una gabbia impropria la figura del grande luminare e anticipatore della moderna ingegneria.

Le sue opere rappresentano il vanto e i traguardi cui giunse il meridionale nel periodo che va dal 1827 al 1864, anno in cui venne a mancare, non prima di aver riservatamente anticipato, ciò che gli storici moderni fanno finta di non comprendere  di quella unione di popoli.

Le parole con cui Paolo Emilio Imbriani, Presidente del Consiglio Provinciale Napoletano, sottolineò sabato primo giorno di ottobre  del 1864, la scomparsa del nobile ingegnere, racchiudono la figura del Giura: uomo di Scienza Onesta da associare al principio più dominante della Scienza Esatta.

Era di Mercoledì quel il 14 ottobre 1795, a Maschito, piccolo centro minoritario di etnia Arbëreshë allocato nell’area del Vulture, e nessuno immaginava che iniziava una parentesi storica, che tutta l’Europa le avrebbe invidiato; Vittoria Pascale, metteva alla luce Luigi, figlio legittimo di Francesco Saverio Giura.

Le prime nozioni scolastiche il giovane maschitese le acquisisce presso i Padri del­le Scuole Pie, in quella stessa provincia lucana.

Terminato brillantemente questo primo ciclo di studi, fu affidato, allo zio materno Vincenzo a Napoli, che lo indirizzò verso le discipline scientifiche dopo aver misurato le sue attitudini, specie in scienza, matematica, meccanica e idraulica.

Il giovane arbëreshë seguiva, per sua scelta, anche i corsi di disegno e composizione nell’Accademia napoletana di Belle Arti, allocato a quel tempo nel complesso delle Mortella, completando  la sua formazione, anche in campo architettonico.

Il 4 marzo 1811 sostenuto l’esame d’idoneità nella nascente Scuola Annessa al Corpo di Ponti e Strade, fu primo all’esito finale della prova, pur partecipando come allievo esterno.

Conseguito il titolo d’ingegnere e architetto nel 1814, venne scelto a coadiuvare il Cav. Bartolomeo Grasso, ingegnere del dipartimento, che si occupava delle aree e di lagni in Terra di Lavoro della Campania settentrionale.

L’Europa in questo periodo è in fermento per l’acquisizione di nuovi sistemi tecnologici, di produzione, scambio e trasporti; anche il Regno di Napoli per non rimanere arretrato ed essere fagocitato da altre potenze, rispose con l’istituzione del Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade e l’annessa Scuola di Specializzazione, quest’ultima con il compito di fornire il naturale ricambio generazionale al corpo,

Tuttavia l’istituzione non ebbe molti consensi nel meridione, poiché, essendo gestite liberamente le terre dai principi e signori locali, non accettavano di buon grado le regole con cui gli ingegneri pianificavano gli equilibri geologici, non  riconoscendo alcuna utilità alle bonifiche, miglioramento e salvaguardia dei territori sino ad allora fuori da ogni minimale regola.

La questione non fu di semplice risoluzione e si trascinò per molti anni, furono innumerevoli gli episodi che misero in dubbio il futuro del Corpo, che, intorno al 1817 rischiò persino il fallimento, alla luce del gran numero di giudizi cui era continuamente costretto a rispondere.

La svolta avvenne quando nel 1824, la direzione fu affidata all’ufficiale Carlo Afan de Rivera, quest’ultimo oltre ad aver avuto una brillante carriera militare, aveva collaborato per molti anni nelle officine cartografiche del regno, quindi lucido ed esperto conoscitore del territorio, completata da una grande formazione nel campo della botanica.

Il militare come prima attività di rinnovamento de corpo degli ingegneri, fece proprio dell’istituto lo statuto che regolava il Corpo istituito e collaudato già in Francia.

In oltre profondamente convinto dell’utilità di confronto, con altre realtà che operavano nello stesso campo, con un budget di circa seimila ducati inviò Luigi Giura accompagnato da tre gio­vani ingegneri: Agostino Della Rocca, Federico Bausan e Michele Zecchetelli, , in Francia, in Inghilterra e nelle città degli allora stati Italiani, per confrontarsi con gruppi di lavoro e acquisire metodiche nel campo dell’industria e dell’indotto.

Giura e il suo gruppo partì da Napoli il 18 luglio 1826 per ritornarvi il 27 luglio 1827, il programma di viaggio fece capo a una moltitudine di siti, dei quali i più degno di nota sono quelli di Parigini e Londinesi.

L’ingegnere arbëreshë può ritenersi il restauratore dell’antica Scuola di applicazione di ponti e strade e l’annessi istituto  di formazione; la prima Speciale che l’Italia possa vantare e che lascio un segni indelebili nell’Europa in crescita.

Nel 1828 ebbe l’incarico dal Governo napoletano di costruire un ponte sospeso a catene di ferro sul Garigliano, l’antico confine tra regno di napoli e la chiesa romana.

Fu in Italia la prima opera di questo nuovo sistema, che evitava di realizzare paramenti murari nel letto del fiume, con il conseguente cospicuo risparmio di tempo e danaro; la novità di questo ponte è rappresentata del conge­gno del pendolo per il quale Giura salì agli onori dei progettisti europei.

Il doppio pendolo posizionato in cima al pilastro di sospensione, era una macchina capace di accogliere più forze e trasformarle da dinamiche in statiche, distribuendole esclusivamente al pilastro cui scaricava solo ed esclusivamente quello di sforzo normale mentre alle catene di ritenuta, le forze risultanti inclinate, la spartizione avveniva con qualsiasi carico applicato al tavolato di calpestio del ponte.

Ma non solo questa fu l’innovazione che consentì al Giura di riuscire in questa e impresa, infatti, egli assieme ai proprietari delle fonderia di Mongiana in Calabria mise a punto una lega che permise di realizzare le catenarie di sospensione, realizzando maglie con il metodo della trafilature, metodica ancora sconosciuta nei regni che in quei tempi descrivevano la odierna Italia.

Grazie al suo ingegno, in breve preparò la macchina per trafilare i metalli e quella indispensabile per le prove di carico dell’innovato prodotto siderurgico.

Una macchina tanto utile ma così invasiva, che durante le prove, provocava dei piccoli terremoti nella zona dei mulini, Via Cesare Rosaroll, dove era allocata, per cui, si dovette nel breve provvedere a trasferirla nella periferia della città partenopea.

Il ponte del Garigliano rappresenta il riassunto delle capacità progettuali ingegneristiche e architettoniche di Luigi Giura, un genio arbëreshë.

Dopo questa brillante impresa gli fu affidato di realizzare il ponte sul fiume Calore, sempre su catenarie, impiegando una spesa minore del previsto; altri due, poni gli furono commissionati uno a Pescara e l’altro a Eboli sul fiume Sele, in località Barritto, questi due ultimi pur se progettati nelle versione preliminare non furono mai realizzati per lungaggini  burocratiche che in quel periodo aveva preso piede e rallentavano il buon lavoro del corpo degli ingegneri Partenopei.    

L’altra grande opera realizzata da Giura fu la bonifica dell’emissario del Fucino, un condotto, realizzato da Claudio Imperatore per portare le acque del lago carsico nel fiume Liri, attraverso un cunicolo sotterraneo di circa sei chilometri.

Le opere per tenere in efficienza il condotto videro come protagonisti sin anche Traiano, Adriano, e poi Federico II di Svevia seguito da Alfonso I, ma nessuno di loro riuscì nel tentativo di realizzare un idoneo apparato che sostenesse in modo durevole le sezioni del condotto.

La realizzazione di un opera cosi antica venne sottoposta allo studio e alla genialità di Luigi Giura nel 1835, coadiuvato da valenti ingegneri del corpo di ponti e strade, attraverso una serie di rilievi e studi mirati alla conoscenza delle caratteristiche geologiche e meccaniche di quel tratto di montagna, riuscì a sostenere gli incerti terreni, fino a raggiungere l’intero sgombero del celebre traforo del monte Salviano.

Luigi Giura fornì un progetto completo, atto ad ampliare e restaurare l’emissa­rio, con tutte le particolari opere indispensabili a prosciugare il lago, anche se ciò per le vicende di burocrazia di malaffare fu possibile solamente dopo la sua morte.

E sulla base di tutti i suoi elaborati fu possibile realizzare l’opera che sino ad allora si riteneva irrealizzabile.

Nel 1839 fu promosso ispettore generale nel Corpo degli Ingegneri delle Acque e Strade e nella duplice funzione d’Ispettore e di membro del supremo Consiglio d’Arte del Corpo, prese parte in tutte le opere pubbliche di maggior rilievo, risolvendo annose pendenze con imprese e amministratori locali.

Nei motti del 1848, Luigi Giura riveste il ruolo di ministro dei lavori pubblici, per queste, sedata la rivolta da parte dei Borbone, fu arrestato e condannato alla pena capitale, l’intercessione del direttore del corpo di ponti e strade Carlo Afan de Rivera, che si rivolse al re, invitandolo a liberarlo in quanto la sua dipartita avrebbe compromesso totalmente il buon lavoro che tutto il corpo realizzava, Giura venne liberato, il fratello Rosario ebbe modo di esiliare, mentre la pena inflitta all’ingegnere, fu quella che non pote mai ambire alla guida del  leggendario Corpo di Ponti e Strade, pur avendo numeri e meriti.

Rilevante è l’episodio del 1853, quando il progetto della foce dei Regi Lagni in terra di lavoro, pubblicato negli annali della facoltà d’ingegneria, questo spinse i tecnici Francesi a recarsi nella biblioteca nazionale della città partenopea, per consultare quei volumi, alla ricerca della innovazione messe in atto dal Giura; in specie, un sistema di palificate a mare che produceva dei vortici  e consentivano alla foce del canale naturale di non arenarsi. 

Non vi fu luogo del regno, dove non si recò a esaminare strade, ponti, opere di regimentazione, bonifica, porti, non sottraendosi mai a fornire utili consigli finalizzati al buon esito e al compimento delle opere.

E al Giura che si deve la bonifica della zona detta di Fossi a Napoli e la realizzazione del primo piano regolatore, in quella stessa area, da cui partiva la ferrovia Napoli – Portici – Castellammare, oltre a progettare la stazione terminale Stabiese.

Sempre al Giura fu affidato il collaudo della stessa ferrovia Napoli – Portici, che pur essendo stata completata da tempo no si riusciva a trovare un tecnico capace di certificare che tutto fosse stato realizzato secondo i canoni progettuali, incarico che assunse e portò a buon fine in breve tempo.

A lui si deve l’opera dello zuccherificio di Sarno, interamente meccanizzato a trazione idrica, oggi ancora si conserva il condotto che muoveva la grande ruota a pale e una parte degli alberi che garantivano il movimenti dei macchinari.

La notorietà di Giura non va solo annoverata nelle sua figura di uomo di scienza, ma soprattutto come precisava Paolo Emilio Imbriani: uomo di Scienza Onesta, tal proposito va sottolineata l’amicizia che lo legava a Giacomo Leopardi a cui fu persona di riferimento.

Luigi Giura conobbe il Leopardi, la notte che  arrivò a Napoli accompagnato dal suo fedele amico Ranieri, ad ospitarli quella notte e per alcuni giorni non fu il genitore del Ranieri, che non li fece neanche entrare, lamentando al figlio sull’uscio della porta di casa, di quale anima nera che voleva portare in casa, fu Giura ad accoglierli e ospitarli sino a quando non trovo sistemazione nei quartieri Spagnoli durante il primo periodo di permanenza.

Da quella sera Luigi Giura, appellato persino in un famoso film come “il greco”, fu sempre disponibile a risolvere esigenze di ogni genere, la conferma viene anche dal luogo in cui il Leopardi viene ricordato a Napoli.

La residenza di via del Pero 2, dove il sommo poeta notoriamente viene ricordato con una lapide sula via di Capodimonte  appena dopo il museo, era una proprietà del Giura, quando la cagionevole salute non gli consenti più di salire due rampe di scale, è sempre L.G a interferire verso sua cugina F. Giura, spostando un sua inquilino a piano terra per offrire la possibilità a Leopardi di avere accessibilità agevolata al rientro a casa.

E qui che il poeta il 14 giugno 1837 venne a mancare con medici amici partenopei, che come Luigi Giura nel silenzio e nell’anonimato più assoluto gli furono sinceri amici.

Quando nel 1860, Garibaldi assunse la dittatura delle province meridionali, la capitale partenopea era molto scettica nel sostenere il voto plebiscitario, allo scopo e onde evitare sorprese, che potessero macchiare il valore di quel plebiscito, fu indicato dall’aristocrazia partenopea la figura limpida di Luigi Giura, nominato prima direttore generale dei Ponti e Strade e poi elevato a Ministro dei Lavori Pubblici.

Abituato a vivere con le opere da innalzare. non ritenne idoneo quell’incarico di Ministro che doveva tenere conto di esaminare esclusivamente burocratico, cui lui era più incline, decise di tornare a Napoli.

In seguito con evidenti problemi fisici, oltre all’età preferì ritirarsi a vita privata, non prima di essere insignito del titolo di “Ufficiale del Real Ordine Mauriziano”.

Nella capitale partenopea, tuttavia, rivestì l’incarico di architetto commissario del municipio napoletano, già sostenuto per anni; in verità prima della malattia la scelta di rientrare, aveva un significato molto forte, in quanto si era reso conto nel  periodo vissuto a Torino, che le opere e le risorse del sud migravano in altri luoghi e ogni struttura che lui considerava proprie creature venivano smantellate per migrare altrove.

Una febbre misteriosa nel giro di un mese, nonostante tutte le opportune cure mediche di allora, Luigi Giura muore, all’età di sessantanove anni.

Fu tumulato nel Cimitero Monumentale di Napoli con una solenne funzione seguita da tutta la Napoli culturale, durante la quale, dopo numerosi discorsi, furono apposte le steli realizzate dalla provincia di Potenza, in suo ricordo e di suo fratello Rosario morto esule a Nizza, ma questa è un’altra storia di eccellenza arbëreshë.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - XIX° - Approssimazione per Saggezza).

Protetto: “LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – XIX° – Approssimazione per Saggezza).

Posted on 24 settembre 2019 by admin

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UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

Posted on 23 settembre 2019 by admin

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATINAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Era il 6 giugno del 2015 e l’Abstract inviato per la fase preliminare del convegno organizzato da ReUSO a Valenzia, con titolo:” Patrimonio della Regione storica Arbëreshë, Centri minori per la cultura dell’integrazione” era stato approvato e dovevo redigere la relazione finale.

Tra tutti i paesi ricadenti all’interno della Regione Storica Arbëreshë avevo scelto un Katundë di quelli campani ricadenti nei pressi del vicus romano Aequum Tuticum sulla via Traiana a cui si intrecciavano i tratturi e il camminamento della via Francigena sulla Valle del Bovino.

Non avendo riferimenti locali in quella macro area, telefonai al comune e mi fu data l’opportunità di incontrare una delle memorie storiche di quel paese, il Professor Morena M. A.

Quella mattina come un orologio, o meglio come un professore di altri tempi, si fece trovare in piazza in perfetto orario e dopo una breve conversazione preliminare, iniziammo a conversare in arbëreshë su aspetti generali della storia e le consuetudini locali ancora presenti nella memoria.

Mi ero recato all’interno di quelle trame edilizie per verificare le caratteristiche che legano tutti i paesi arbëreshë della regione storica,  al fine di estrapolare anche in quegli ambiti il modulo abitativo primario, “la Kaljva”, di cui si conservano esempi interessantissimi, anche se fortemente modificati, con aggiunta di numerose superfetazioni.

La conversazione con il professore, prima su aspetti generali divenne subito più approfondita verso le vicende e fatti più particolari della storia degli arbëreshë di quella ben identificata area strategica,l’unica dove con molta probabilità il condottiero Giorgio Kastriota vi soggiornò.

Il professore da voce storica locale, molto attento e preciso, mi prese per mano accompagnandomi per le vie del paese, nel breve, il discorso divenne, un esame di indagine locale, a cui la lucida memoria rispondeva con entusiasmo a tutte le domande, rimanendo il professore sempre più stupito delle conclusioni da me esternate.

A un certo punto, si interruppe la conversazione e con fare molto serio il professore esclamò: Architetto di chi sei parente a Greci; a che famiglia appartengono i tuoi genitori qui da noi?

Rimasi senza parole alla sua domanda e aggiunsi, professore io sono di Santa Sofia d’Epiro e conduco una personale ricerca/battaglia a Napoli, Greci per me è uno degli otre cento paesi arbëreshë che studio, anzi le confesso che è solo la seconda volta che lo visito.

Non voleva crederci, in quanto diceva che le domande e le considerazioni che traevo alle sue nozioni consuetudinarie calzavano a pennello, nessuno poteva conoscere se non un figlio di una memoria storica locale.

Spiegai che parlavo secondo la consuetudine che legava tutti i paesi arbëreshë che avevano avuto la stressa radice innestata nelle terre del meridione, secondo parallelismi territoriali antichi, importati dalle terre di origine dalle famiglie allargate Kanuniane.

A quel punto decise con forte determinazione che io dovessi urgentemente incontrare gli amministratori locali e quelle precisazioni storico locali, che avevo a lui riferito, dovevano essere note anche a loro.

Non avendo alcuna necessità in tal senso mi chiesi come mai questa sua volotà, o meglio questa urgenza impellente, ma lui senza dare spiegazioni tornava a dire che era fondamentale che anche le “voci altre” mi ascoltassero.

Lo segui in comune poi in un cantiere, ma nessuno gli diede ascolto, a quel punto decisi di partire, perché l’ora era tarda e nessuno avrebbe dato udienza al professore e tanto meno a me.

Fortemente convinto nel dover essere ascoltato, a quel punto, per intrattenermi mi condusse a casa sua e iniziò a riempirmi di doni per darmi pur d’intrattenermi, foto, libri e iniziò un racconto locale di una festa antica ormai dismessa da decenni e serie di eventi locali in disuso.

Mi resi conto che “ndë Katundë”, era in atto un progetto di valorizzazione locale portato avanti da “voci altre ” e non volendo assolutamente, in alcun modo,  intaccare il lavoro accademico delle“voci altre” salutai il professore ringraziandolo dell’accoglienza e delle notizie fondamentali che mi aveva fornito.

Era  rimasto male, non per la mia decisione di andare via, ma per non essere stato ascoltato dai locali; continuai a seguire nello specchietto retrovisore della mia autovettura, quella persona delusa in mezzo alla strada, che per la prospettiva diventava sempre più piccolo, fino ad una piega della strada, che lo fece sparire dalla mia visuale.

Dopo pochi mesi seguenti a quell’incontro, il professore Morena passo a miglior vita, ogni volta che penso a Greci mi chiedo, cosa sarebbe cambiato se quel giorno le “voci altre” gli avrebbero dato ascolto?

Sicuramente le pale eoliche, le “voci altre” e una serie di esperimenti canori che parlano di treni in arrivo dalla Germania, non avrebbero fatto parte dell’ambiente, della consuetudine storica e della metrica del canto arbëreshë, ma questa è un’altra storia; quello che più mi preme sottolineare è la pena di quella figura storica locale, che in mezzo ad una strada, diventava un’ulteriore voce arbëreshë, sempre più piccola e inascoltata, sino a sparire.

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Comunicato Stampa -  Associazione Skanderbeg di BOLOGNA

Comunicato Stampa – Associazione Skanderbeg di BOLOGNA

Posted on 02 settembre 2019 by admin

GJITHË GJINDIA T’ GJEGJENBOLOGNA (di Giuseppe Chimisso) – La pluridecennale cultura del dono, caratteristica intrinseca e distintiva dell’Associazione Skanderbeg di Bologna, ha una nuova occasione per manifestarsi in Santa Sofia d’Epiro, Katund dalla antica e nobile storia, della Regione storica Arbëreshë calabrese. Al Museo del Costume Arbëreshë di S. Sofia saranno donate la reception, cinque sedute ed una piccola libreria per arredare l’ingresso, attualmente vuoto, così da poter accogliere nel modo più conveniente e dignitoso i visitatori. L’iniziativa sarà posta in essere dalla dott.ssa Annalisa Marchianò, sofiota di nascita e residente in Bologna, che ha contattato personalmente il nuovo giovane Sindaco del Comune, Avv. Daniele Sisca, il quale in luglio aveva prodotto apposita delibera dalla Giunta Comunale per l’accettazione della donazione. Questa iniziativa vuole essere da viatico ad uno scambio relazionale che va oltre le cose donate e ricevute. Per dirla a chiare lettere, pensiamo infatti sia importante la diffusione di una conoscenza, seppure epidermica, degli elementi importanti per la gestione corretta del patrimonio materiale tessile della nostra cultura, ed in specie del Museo di S. Sofia, ma non solo di questo; il nostro messaggio è rivolto in primis agli amministratori pubblici, che sono rappresentanti e responsabili delle politiche dei territori nei quali sorgono ambiti museali. Ai più sensibili tra questi amministratori che orienteranno le loro politiche di tutela e conservazione del patrimonio culturale in questa direzione al fine di organizzare articolati progetti di studio, indagini diagnostiche ed interventi conservativi per preservare il patrimonio tessile, a questi amministratori diciamo che la nostra collaborazione sarà sempre aperta e disponibile. Il nostro messaggio vuole essere anche elemento di stimolo e diffusione di indispensabili conoscenze di base, tra le numerose associazioni e gruppi che animano il mondo arbëreshë ed i possessori, anche privati, di preziosi costumi da festa, semi-festivi e giornalieri che caratterizzano la minoranza italo-albanese e che metaforicamente, rappresentano visivamente la propria bandiera identitaria nel bacino del Mediterraneo.

Il dono al Museo di Santa Sofia d’Epiro vuole rappresentare quindi il segno concreto di una grammatica relazionale da costruirsi al fine di preservare, manutenere e diffondere conoscenze di base per la tutela del nostro patrimonio culturale, in questo caso tessile, nella sua specificità tridimensionale del costume.

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