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L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNI

LA SALITA DELLA SAPIENZA (PERLA – I° – GIORGIO KASTRIOTA DI GIOVANNI)

Posted on 05 ottobre 2019 by admin

L’ARBËRESHË GIORGIO CASTRIOTA DI GIOVANNINAPOLI (di Atanasio Pizzi) – 

(Introduzione)

Quando penso alla vostra “Arbëria”; immagino una strada antica, piena di buche, cui le persone che vi abitano prospicienti, si ostinano a riempire (senza titolo in campo di manutenzione stradale) il discontinuo della lamia di scorrimento, innalzandosi ai preposti operatori.

Il fenomeno anomalo nasce per una volontà di apparente altruismo, tuttavia le disarticolate opere di rifacimento, rendono pericolosa la strada che non risponde più allo scopo per cui venne realizzata, oltretutto le mere aggiunte, divengono una trappola, per quanti ignari adoperano la via sicuri che conduca lungo i trascorsi della “Regione Storica Arbëreshë”.

(Perla – I°) 

Correva l’anno 1413, quando uno dei principi d’Albania superiore o del Nord, Giovanni  Castriota uomo forte, prudente e di cristiana fede, dovette capitolare in favore dei turchi, per tutelare il suo regno con capitale Krujë, la vita di sua moglie Voisava Tripalda e dei suoi figli; Reposio, Stanista, Maria, Costantino, Giorgio, Yiela, Angelina, Mamizia e Vlaica.

Le regole cui si attenevano i turchi in questi frangenti di conquista, richiedevano come pegno della vittoria i figli maschi, i prossimi discendenti di quel governariato, rispettivamente: Re­posio, Stanista, Costantino, Giorgio.

Il patto di sottomissione evitava lo sterminio e lasciava indenni quanti vivevano in quelle terre, cosi facendo avrebbero continuato a progredire e valorizzarle, in attesa della discendenza, sottoposta a vigili regole  turche.

Quando ciò avvenne, Giorgio il figlio minore del principe Giovanni, aveva appena nove anni, pur essendo in più piccolo e ultimo nella discendenza, gli osservatori dell’epoca, facevano notare che per la sua stazza fisica ne dimostrasse almeno venti.

Giorgio, e i suoi fratelli appena consegnati, alle attenzioni dei Turchi, pur se avessero dato, questi ultimi, grandi rassicurazioni di libera Religiosa Cristiana, giunti nella corte, furono battezzati e circoncisi secondo i riti della credenza di  Maometto cambiandone sin anche il  nome.

Reposio fu lasciato libero di prendere la via ecclesiale, Stanista e Costantino preferirono la vita di corte, convertendosi al paradisi che offriva la corte turca e Giorgio, appellato Alessandro (Skender) , mostra ottime qualità come lottatore, combattente e stratega, diventando in meno di un decennio, beniamino del sultano, guadagnandosi l’appellativo “beg” (signore), che diventerà Scanderbeg.

Le sue attività per cui eccelleva lo vide protagonista incontrastato, contro i Cristiani, ora in Grecia, ora in Ungheria, comunque sempre ben distante dalle pertinenze di genti di lingua albanofona.

Nonostante l’amore, e il rispetto verso la Cristiana religione, depositato nel suo animo dai genitori, cosi come le consuetudini di radice arbër  suoi ideali, si oppone all’avanzata dei cristiani in oriente, emergendo nelle cronache di conquista dell’epoca.

Porta a buon fine, battaglie a vantaggio dei Turchi, sottomise molte  provincie, sino al compimento dei suoi primi quarant’anni epoca in cui pote tornare libero da quella imposta sottomissione.  

Le sue gesta in tale direzione giungono sino alla fine del 1443, quando si diffuse la notizia che il padre, Giovanni era passato a miglior vita, anche se si ipotizza che ciò fosse avvenuto sempre per cause naturali, all’incirca un anno prima e tenuto nascosto per prolungare l’avvento dei Turchi; tuttavia questi ultimi si presentarono nel maniero di Krujë a riscuotere la discendenza di quel governariato.

Come la consuetudine, della luna calante prevedeva, l’antico patto andava messo in atto e allo scopo fu inviato il Generale turco Sabelia, con un grosso corpo d’armata impossessandosi delle terre di Krujë, certo che l’impresa non avrebbe incontrato alcuna opposizione.

Così  avvenne, dato che trovandosi tutte le piazze sprovvedute di truppe e munizioni, i turchi si presentarono a riscuotere  per conto di  Reposio (Caragusio) la  paterna  Corona, anche se  questi era morto già da tempo, comunque con questo inganno unito al terrore delle loro armi, entrarono a  Krujë e presero la gestione delle Città,  affiliate al governariato di Giovanni Castriota.

Quest’atteggiamento, privo di un’idonea valutazione preventiva da parte dei turchi, diverrà pena ai vertici della luna calante, pagata a caro prezzo ben presto con protagonista Giorgio Castriota.

Ciò tuttavia, il sultano per allontanare ogni ripercussione sulle modalità di attribuzione del trono, provvide prima del ritorno di Giorgio a sopprimere i suoi fratelli e  avrebbero  sacrificato anche lui, se non fosse stato per il suo scaltro atteggiamento assunto nell’apprendere gli eventi accaduti .

Giorgio Castriota rimasto solo, ben consapevole a cosa sarebbe andato incontro, nonostante si mostrasse indifferente, preparava la sua “Besa” fingendo di preferire gli onori della Corte Turca.

Il suo modo di porsi compiacente verso il Sultano, anche quando questi spiegava di aver agito per la difesa del suo paterno patrimonio, perché mira dei principi limitrofi, specie durante la sua assenza; a questa tesi largamente diffusa, Giorgio con scaltro atteggiamento, tranquillizzava i turchi ritenendo giusto quanto attuato nel suo interesse.

Oltretutto, non mostrava alcuna perplessità al quadro prospettato dal sultano turco, preparando intanto con minuziosa e regola Kanuniana , “la Besa del sangue versato” in nome dei fratelli; in tutto, agiva con gli stessi mezzi adoperati dai turchi, per ricuperare la Corona e la guida del suo popolo che attendeva con ansia il rientro.

I turchi sino alla dipartita del padre per venticinque anni avevano fatto tutto secondo una metodica perfetta, sottovalutando un dato, ovvero, che pur se di nove anni Giorgio Castriota, (** volgarmente ricordato come Skanderbeg), il giorno della sua consegna per ricatto, all’invasore turco, aveva ben in mente le regole consuetudinarie della “Besa” inscindibilmente impressi nel suo D.N.A.

Il 2 di marzo 1444, nella cattedrale di San Nicola ad Alessio, il Principe Arbër Giorgio Castriota, il minore dei figli di Giovanni, fu proclamato all’unanimità, guida cristiana,   marchiato secondo le consuetudini turche, “Scanderbeg”.

I Principi convenuti in quel 2 Marzo del 1444 furono: la principessa Mamizza Castriota, la sorella di Scanderbeg; Arrianiti Signore della Provincia Canina, Calcondila e Rafaele Valoterano; Teodoro Corona Signore di Belgrado amico particolare di Giovanni Padre di Giorgio Castriota; Paolo Ducagini, il più considerato principe d’arbëria, in oltre erano presenti Nicolò Ducagini, Giorgio Arianiti, Andrea Topia, Pietro Pano, Giorgio Dufmano, Gjergj Balsha, Zaccaria Altisvevo, Stefano Zornovicchio, Scura/Scuro, Vrana Conte e altri di minor nome, quali Stefano Darenio, Paolo Stefio, oltre i deputati della repubblica di Venezia, osservatori e certificatori di quell’incontro.

Quando i convenuti furono dentro il sacro perimetro, Giorgio Castriota, prese la parola e fece un discorso come qui in seguito riportato nel collegamento allegato:

http://www.scescipasionatith.it/discorso-del-principe-giorgio-castriota-rivolto-ai-suoi-pari-cristiani-alessio-2-marzo-1444.

La nuova stagione con vesti cristiane vide il valoroso condottiero esprimersi brillantemente nella missione a difesa della cristianità e gli Arbëreshë, il suo popolo, divenendo riferimento per le regioni cristiane del mediterraneo.

Per continuare e rendere più chiaro questo breve capitolo, va precisato che Giorgio Castriota, Vlad III Tepes, più noto come Dracula, entrambi storicamente ricordati come eroi nazionali nelle rispettive terre d’origine, l’Albania e la Romania, per la difesa del cristianesimo e della patria; erano i discendenti diretti di quanti istituirono il 12 dicembre 1408, l’ Ordine del Drago.

Un apparato cavalleresco o lega di mutuo soccorso, nata per contrastare l’espansione dei Turchi, ad opera dall’imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo di Lussemburgo, da Alfonso d’Aragona re di Napoli, Giovanni Castriota e da VladII.

L’ordine del Drago aveva lo scopo di rafforzare la difesa della comunità cattolica dai attacchi dei turchi e comportava alcuni obblighi, incluso il mutuo soccorso e la difesa dei familiari degli affiliati.

Le vicende a cui Giorgio Castriota diede linfa cristiana, iniziarono bel prima la sua nascita e affondano le radici nei territori prospicienti, il bacino adriatico, la famosa battaglia della Piana dei Merli, combattuta il 15 giugno 1389 dall’esercito dell’alleanza balcanica contro l’ottomano, a seguito della pesante dipartita cristiana si convenne di realizzare una coalizione più forte e consistente di quella turca.

Giorgio Castriota prende parte a questa vicenda, in favore dei cristiani, dopo la proclamazione nella cattedrale di del nord d’Albania, rendendosi protagonista in numerose battaglie tra gli anfratti dei Balcani infliggendo numerose umiliazioni all’esercito della luna calante.

Intervenne favore degli Aragonesi contro le armate Angioine, nella battaglia di Troia (oggi provincia di Foggia) in località Terra Strutta, Alla vigilia dell’episodio, gli Orsini di Taranto si rivolgevano al Kastriota invitandolo a non partecipare a questa vicenda, considerato un fatto privato extra cristiano, chiaramente i nobili tarantini, ignari dell’Ordine del Drago che legava i Castriota, si sentirono rispondere che il legame con quel casato era radicato in valori paterni e non religiosi.

Le conseguenti repressioni della battaglia del 1389 diedero seguito al primo stanziamento di profughi albanesi in Italia meridionale attestata su una lapide nella chiesa di S. Caterina a Enna, dove è ricordato un Giacomo Matranga comandante arbër.

Analoghe ragioni indussero Alfonso d’Aragona re di Napoli, in lotta con Renato d’Angiò, a far passare in Italia Demetrio Reres e i figli Giorgio e Basilio e stabilirli in Sicilia.

A questi episodi vanno aggiunte le vicende che videro protagonista Giorgio Castriota in Italia, iniziate nell’agosto del 1460 e durarono circa due anni, anche se altri due viaggi a Napoli e a Roma nel 1464 e nel 1466, ebbero luogo.

La permanenza di Giorgio Castriota nelle terre del regno di Napoli consentì di descrivere “le Arché dell’infinito arbëreshë”, in altre parole, linee strategiche secondo le quali dovevano essere predisposti i Katundi in attesa delle eventuali azioni da intraprendere.

Di Giorgio Kastriota va ricordato il discorso fatto alle truppe preparate a partire per la crociata finanziata dal papa, mai portata a buon fine, per la dipartita misteriosa di quest’ultimo, una febbre anomala, proprio poche ore prima di benedire il condottiero albanese e il suo esercito in partenza da Monte sant’Angelo.

Dopo il 1468, anno della morte dell’eroe Arbanon, restano le gesta irripetibili, la fama e l’impegno di mutuo soccorso dell’Ordine del Drago, che ebbe luogo di essere attuato, accogliendo a Napoli, Andronica Arianiti Commeno, moglie di Giorgio Kastriota i suoi figli e alcuni anni dopo la figlia di Vlad III (il famigerato conte Dracula).

Questo episodio quando ebbero luogo, lasciò perplessi il Papato e i Venezia che non trovavano spiegazioni, sulla base di quali presupposti la capitale partenopea era preferita ad accoglienza la nobile donna, la sua discendenza, il suo seguito e perche alcuni anni dopo la figlia per seguire la figlia minorenne del condottiero rumeno, la Comneno, lascia la residenza reale per trasferirsi in un palazzo nobiliare nei pressi di Santa Chiara.

È grazie al mutuo soccorso dell’Ordine del Drago che un gran numero di famiglie Arbanon seguono la moglie di Giorgio Castriota e si sovra dispongono alle “ Arché dell’infinito arbëreshë”, secondo le strategie immaginate dal condottiero.

Una sostanziale differenza distingue l’accoglienza di queste famiglie di profughi:

 i primi segnano il territorio a favore del re per controllare i principi francofoni,

I secondi a seguito della venuta di Andronica Arianiti Comneno, rappresentano un’aretramento del fronte per la difesa della cristianità, le stesse armate che furono del condottiero, si trasferiscono in meridione come il fronte ultimo contro i turchi, che accolgono il messaggio e non osano mai metterlo alla prova.

Questo è confermato anche dall’atteggiamento che nei loro confronti hanno avuto le istituzioni civili e religiose per almeno un secolo, lasciando liberi di agire e predisporre consuetudini tipiche degli arbëreshë, che per diversi decenni sono state accusate di ogni tipo di esternazione.

Avere sul territori del Regno di Napoli oltre cento paesi di estrazione albanofona con le famiglie e le proprie discendenze, in effetti rappresentava una linea di difesa solo arretrata, ma solidamente legata alle antiche consuetudini e alla permeabilità linguistica.

Giorgio Castriota per gli arbëreshë rappresenta, un segmento storico di svolta, in quanto, ha dato modo di poter consolidare senza stravolgimenti particolari il valore che oggi sono proprie della Regione Storica Diffusa Arbëreshë.

Vero è che pur vivendo in periodo di confronto e scontro con le genti indigene gli arbëreshë sono stati lasciati coltivare le proprie consuetudini più intime, se si esclude il ravvedimento del Papa a seguito del Concilio di Trento 1673, che poi viene corretto e recuperato con l’istituzione del Collegio Corsini a San Benedetto Ullano, dando vita al scimmiottamento Latino, Ortodosso, Bizantino, Alessandrino.

Se oggi dovessimo stilare un resoconto di cosa è come le consuetudini linguistiche si riverberano similmente negli ambiti diffusi della regione storica, lo dobbiamo alla caparbietà e l’ostinazione dei regnanti che dal XIII al XIX secolo furono fermamente convinti di possedere oltre cento paesi abitati da famiglie arbëreshë .

I tutori, di una capacità di difesa del territorio, irripetibile, a conferma di ciò corre la storia; la difesa dei regnanti ai tempi di Masaniello; la scelta di istituire la Real Macedone quale difensori primi di Carlo III, gli stessi che sedarono definitivamente 13 Giugno del 1799 le illusorie aspirazioni dei liberi pensatori e l’estremo tentativo dei Borbone, nel 1805, per istituire un efferato esercito da contrapporre alle politiche di Napoleone.

Oggi in Maniera impropria senza alcun riferimento alla storia e i luoghi dove essa ha avuto inizio, vengono allestiti monumenti a ricordo di Giorgio Castriota (** volgarmente ricordato come Skanderbeg), anzi in alcuni casi appellandolo con l’alias di estrazione turca, ovvero con quel nome che gli venne dato per combattere la cristianità che non gli apparteneva.

Oggi in maniera a dir poco allegra, si usa incidere date di nascita e di morte senza alcuna radice di ricerca, tuttavia duole il dato che nessuno dei paesi che ha adottato questa scelta fuori luogo orienta il suo sguardo della statua raffigurante Giorgio Castriota, figlio di Giovanni da Krujë, verso la latitudine e la longitudine dove ha iniziato la Cristiana difesa per restituire la sonante lezione ai turchi, colpevoli di aver vigliaccamente eliminato i suoi fratelli e sottomettere quella regione del nord dell’odierna Albania i legittimi discendenti

Cosa dobbiamo fare oggi per continuare a rendere solida e duratura l’esperienza che poi si è trasformata nel modello di integrazione unica nel suo genere: basterebbe lavorare facendo il mestiere per il quale si è nati e si sa eccellere, e non emulare gli antagonisti dei romani, i quali per demeritarli, le chiamavano “strade” le loro opere, ma disprezzandole semplicemente“rotte”.

 

 

 

**  Giovanni da fiore nel Libro secondo della Calabria illustrata quando parla degli arbëreshë Inquadra Giorgio Castriota definendolo: volgarmente ricordato come Skanderbeg

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La Salita della Sapienza (PERLA - V° - LUIGI GIURA DA MASCHITO)

La Salita della Sapienza (PERLA – V° – LUIGI GIURA DA MASCHITO)

Posted on 28 settembre 2019 by admin

PERLA - V° - LUIGI GIURA DA MASCHITONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando il 7 Settembre del 1860 Garibaldi entrò trionfante a Napoli si prodigò, nell’immediato, a predisporre  un governo provvisorio per i necessari adempimenti al plebiscito del 21 ottobre 1860.

A tal fine, fu coadiuvato da uomini di elevato spessore morale e professionale,  esaurienti conoscitori delle emergenze che attanagliavano, il capitolato Regno Borbone.

I prescelti che rivestirono le cariche istituzionali di quel governo prodittatoriale furono: Il Prodittatore – Giorgio Pallavicino, Il Ministro dell’Interno e Polizia – Raffaele Conforti, Il Seg. di Stato degli affari Esteri – Francesco Crispi (Arberëreshë), Il Ministro di Grazia e Giustizia – Pasquale Scura (Arberëreshë), Il Ministro di Guerra e Marina – Amilcare Anguissola, Il Ministro dei Lavori Pubblici – Luigi Giura (Arberëreshë).

Riassumere il contributo che l’intera Regione storica Arbëreshë, in senso di uomini, di sapere oltre a confermare storicamente l’integrazione del popolo arbëreshë con quello italiano, richiede altri ambiti e tempi, ciò nonostante va sottolineato l’apporto dato dalle figure di Francesco Crispi, Luigi Giura e Pasquale Scura.

Tre solidi esempi, della comunità minoritaria tra le più operose della storia italiana dal XIV secolo.

Le epoche in cui vissero questi uomini, rappresentano la punta di un diadema molto più esteso, di quello che appare, la cui forza ha radici profonde; politico Francesco Crispi, magistrato Pasquale Scura, espressione della scienza esatta Luigi Giura; accomunati da uno spiccato valore morale le cui radici affondano nei valori delle famiglie arbëreshë.

In questo breve vorrei esporre le gesta dell’uomo esempio di scienza esatta: l’Ingegnere-Architetto L. Giura da Maschito, in Provincia di Potenza; poco noto, anzi direi sconosciuto sino a qualche anno addietro, anche da coloro che credono di possedere il sacro Graal della Regione storica Arbëreshë e Albanese, quest’ultima in specie rimane ancora oggi legata a personaggi e stereotipi, vetusti e impropri, emarginando le figure di pura estrazione culturale, per i quali ed attraverso i quali identificarsi.

Luigi Giura si distinse nei primi sei decenni dell’ottocento, restando imbrigliate le sue opere d’ingegneria, non al suo nome, ma a chi dominava il regno e per questo penalizzato in tutte le sue eccellenze sia come uomo e sia come luminare di scienza esatta.

Tutto ciò nonostante avesse avuto una chiara presa di posizione nei motti sino al 1848; tuttavia ancora oggi rievocare il suo spessore tecnico e artistico, mette in luce il periodo storico in cui visse e non il genio del professionista che anticipò i tempi di tutte le scuole europee, comprese la francese e l’inglese.

Spetta a noi albanofoni, e mi riferisco sia agli Arbëreshë e sia agli Albanesi dei Balcani, il compito di creare i presupposti idonei per liberare da una gabbia impropria la figura del grande luminare e anticipatore della moderna ingegneria.

Le sue opere rappresentano il vanto e i traguardi cui giunse il meridionale nel periodo che va dal 1827 al 1864, anno in cui venne a mancare, non prima di aver riservatamente anticipato, ciò che gli storici moderni fanno finta di non comprendere  di quella unione di popoli.

Le parole con cui Paolo Emilio Imbriani, Presidente del Consiglio Provinciale Napoletano, sottolineò sabato primo giorno di ottobre  del 1864, la scomparsa del nobile ingegnere, racchiudono la figura del Giura: uomo di Scienza Onesta da associare al principio più dominante della Scienza Esatta.

Era di Mercoledì quel il 14 ottobre 1795, a Maschito, piccolo centro minoritario di etnia Arbëreshë allocato nell’area del Vulture, e nessuno immaginava che iniziava una parentesi storica, che tutta l’Europa le avrebbe invidiato; Vittoria Pascale, metteva alla luce Luigi, figlio legittimo di Francesco Saverio Giura.

Le prime nozioni scolastiche il giovane maschitese le acquisisce presso i Padri del­le Scuole Pie, in quella stessa provincia lucana.

Terminato brillantemente questo primo ciclo di studi, fu affidato, allo zio materno Vincenzo a Napoli, che lo indirizzò verso le discipline scientifiche dopo aver misurato le sue attitudini, specie in scienza, matematica, meccanica e idraulica.

Il giovane arbëreshë seguiva, per sua scelta, anche i corsi di disegno e composizione nell’Accademia napoletana di Belle Arti, allocato a quel tempo nel complesso delle Mortella, completando  la sua formazione, anche in campo architettonico.

Il 4 marzo 1811 sostenuto l’esame d’idoneità nella nascente Scuola Annessa al Corpo di Ponti e Strade, fu primo all’esito finale della prova, pur partecipando come allievo esterno.

Conseguito il titolo d’ingegnere e architetto nel 1814, venne scelto a coadiuvare il Cav. Bartolomeo Grasso, ingegnere del dipartimento, che si occupava delle aree e di lagni in Terra di Lavoro della Campania settentrionale.

L’Europa in questo periodo è in fermento per l’acquisizione di nuovi sistemi tecnologici, di produzione, scambio e trasporti; anche il Regno di Napoli per non rimanere arretrato ed essere fagocitato da altre potenze, rispose con l’istituzione del Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade e l’annessa Scuola di Specializzazione, quest’ultima con il compito di fornire il naturale ricambio generazionale al corpo,

Tuttavia l’istituzione non ebbe molti consensi nel meridione, poiché, essendo gestite liberamente le terre dai principi e signori locali, non accettavano di buon grado le regole con cui gli ingegneri pianificavano gli equilibri geologici, non  riconoscendo alcuna utilità alle bonifiche, miglioramento e salvaguardia dei territori sino ad allora fuori da ogni minimale regola.

La questione non fu di semplice risoluzione e si trascinò per molti anni, furono innumerevoli gli episodi che misero in dubbio il futuro del Corpo, che, intorno al 1817 rischiò persino il fallimento, alla luce del gran numero di giudizi cui era continuamente costretto a rispondere.

La svolta avvenne quando nel 1824, la direzione fu affidata all’ufficiale Carlo Afan de Rivera, quest’ultimo oltre ad aver avuto una brillante carriera militare, aveva collaborato per molti anni nelle officine cartografiche del regno, quindi lucido ed esperto conoscitore del territorio, completata da una grande formazione nel campo della botanica.

Il militare come prima attività di rinnovamento de corpo degli ingegneri, fece proprio dell’istituto lo statuto che regolava il Corpo istituito e collaudato già in Francia.

In oltre profondamente convinto dell’utilità di confronto, con altre realtà che operavano nello stesso campo, con un budget di circa seimila ducati inviò Luigi Giura accompagnato da tre gio­vani ingegneri: Agostino Della Rocca, Federico Bausan e Michele Zecchetelli, , in Francia, in Inghilterra e nelle città degli allora stati Italiani, per confrontarsi con gruppi di lavoro e acquisire metodiche nel campo dell’industria e dell’indotto.

Giura e il suo gruppo partì da Napoli il 18 luglio 1826 per ritornarvi il 27 luglio 1827, il programma di viaggio fece capo a una moltitudine di siti, dei quali i più degno di nota sono quelli di Parigini e Londinesi.

L’ingegnere arbëreshë può ritenersi il restauratore dell’antica Scuola di applicazione di ponti e strade e l’annessi istituto  di formazione; la prima Speciale che l’Italia possa vantare e che lascio un segni indelebili nell’Europa in crescita.

Nel 1828 ebbe l’incarico dal Governo napoletano di costruire un ponte sospeso a catene di ferro sul Garigliano, l’antico confine tra regno di napoli e la chiesa romana.

Fu in Italia la prima opera di questo nuovo sistema, che evitava di realizzare paramenti murari nel letto del fiume, con il conseguente cospicuo risparmio di tempo e danaro; la novità di questo ponte è rappresentata del conge­gno del pendolo per il quale Giura salì agli onori dei progettisti europei.

Il doppio pendolo posizionato in cima al pilastro di sospensione, era una macchina capace di accogliere più forze e trasformarle da dinamiche in statiche, distribuendole esclusivamente al pilastro cui scaricava solo ed esclusivamente quello di sforzo normale mentre alle catene di ritenuta, le forze risultanti inclinate, la spartizione avveniva con qualsiasi carico applicato al tavolato di calpestio del ponte.

Ma non solo questa fu l’innovazione che consentì al Giura di riuscire in questa e impresa, infatti, egli assieme ai proprietari delle fonderia di Mongiana in Calabria mise a punto una lega che permise di realizzare le catenarie di sospensione, realizzando maglie con il metodo della trafilature, metodica ancora sconosciuta nei regni che in quei tempi descrivevano la odierna Italia.

Grazie al suo ingegno, in breve preparò la macchina per trafilare i metalli e quella indispensabile per le prove di carico dell’innovato prodotto siderurgico.

Una macchina tanto utile ma così invasiva, che durante le prove, provocava dei piccoli terremoti nella zona dei mulini, Via Cesare Rosaroll, dove era allocata, per cui, si dovette nel breve provvedere a trasferirla nella periferia della città partenopea.

Il ponte del Garigliano rappresenta il riassunto delle capacità progettuali ingegneristiche e architettoniche di Luigi Giura, un genio arbëreshë.

Dopo questa brillante impresa gli fu affidato di realizzare il ponte sul fiume Calore, sempre su catenarie, impiegando una spesa minore del previsto; altri due, poni gli furono commissionati uno a Pescara e l’altro a Eboli sul fiume Sele, in località Barritto, questi due ultimi pur se progettati nelle versione preliminare non furono mai realizzati per lungaggini  burocratiche che in quel periodo aveva preso piede e rallentavano il buon lavoro del corpo degli ingegneri Partenopei.    

L’altra grande opera realizzata da Giura fu la bonifica dell’emissario del Fucino, un condotto, realizzato da Claudio Imperatore per portare le acque del lago carsico nel fiume Liri, attraverso un cunicolo sotterraneo di circa sei chilometri.

Le opere per tenere in efficienza il condotto videro come protagonisti sin anche Traiano, Adriano, e poi Federico II di Svevia seguito da Alfonso I, ma nessuno di loro riuscì nel tentativo di realizzare un idoneo apparato che sostenesse in modo durevole le sezioni del condotto.

La realizzazione di un opera cosi antica venne sottoposta allo studio e alla genialità di Luigi Giura nel 1835, coadiuvato da valenti ingegneri del corpo di ponti e strade, attraverso una serie di rilievi e studi mirati alla conoscenza delle caratteristiche geologiche e meccaniche di quel tratto di montagna, riuscì a sostenere gli incerti terreni, fino a raggiungere l’intero sgombero del celebre traforo del monte Salviano.

Luigi Giura fornì un progetto completo, atto ad ampliare e restaurare l’emissa­rio, con tutte le particolari opere indispensabili a prosciugare il lago, anche se ciò per le vicende di burocrazia di malaffare fu possibile solamente dopo la sua morte.

E sulla base di tutti i suoi elaborati fu possibile realizzare l’opera che sino ad allora si riteneva irrealizzabile.

Nel 1839 fu promosso ispettore generale nel Corpo degli Ingegneri delle Acque e Strade e nella duplice funzione d’Ispettore e di membro del supremo Consiglio d’Arte del Corpo, prese parte in tutte le opere pubbliche di maggior rilievo, risolvendo annose pendenze con imprese e amministratori locali.

Nei motti del 1848, Luigi Giura riveste il ruolo di ministro dei lavori pubblici, per queste, sedata la rivolta da parte dei Borbone, fu arrestato e condannato alla pena capitale, l’intercessione del direttore del corpo di ponti e strade Carlo Afan de Rivera, che si rivolse al re, invitandolo a liberarlo in quanto la sua dipartita avrebbe compromesso totalmente il buon lavoro che tutto il corpo realizzava, Giura venne liberato, il fratello Rosario ebbe modo di esiliare, mentre la pena inflitta all’ingegnere, fu quella che non pote mai ambire alla guida del  leggendario Corpo di Ponti e Strade, pur avendo numeri e meriti.

Rilevante è l’episodio del 1853, quando il progetto della foce dei Regi Lagni in terra di lavoro, pubblicato negli annali della facoltà d’ingegneria, questo spinse i tecnici Francesi a recarsi nella biblioteca nazionale della città partenopea, per consultare quei volumi, alla ricerca della innovazione messe in atto dal Giura; in specie, un sistema di palificate a mare che produceva dei vortici  e consentivano alla foce del canale naturale di non arenarsi. 

Non vi fu luogo del regno, dove non si recò a esaminare strade, ponti, opere di regimentazione, bonifica, porti, non sottraendosi mai a fornire utili consigli finalizzati al buon esito e al compimento delle opere.

E al Giura che si deve la bonifica della zona detta di Fossi a Napoli e la realizzazione del primo piano regolatore, in quella stessa area, da cui partiva la ferrovia Napoli – Portici – Castellammare, oltre a progettare la stazione terminale Stabiese.

Sempre al Giura fu affidato il collaudo della stessa ferrovia Napoli – Portici, che pur essendo stata completata da tempo no si riusciva a trovare un tecnico capace di certificare che tutto fosse stato realizzato secondo i canoni progettuali, incarico che assunse e portò a buon fine in breve tempo.

A lui si deve l’opera dello zuccherificio di Sarno, interamente meccanizzato a trazione idrica, oggi ancora si conserva il condotto che muoveva la grande ruota a pale e una parte degli alberi che garantivano il movimenti dei macchinari.

La notorietà di Giura non va solo annoverata nelle sua figura di uomo di scienza, ma soprattutto come precisava Paolo Emilio Imbriani: uomo di Scienza Onesta, tal proposito va sottolineata l’amicizia che lo legava a Giacomo Leopardi a cui fu persona di riferimento.

Luigi Giura conobbe il Leopardi, la notte che  arrivò a Napoli accompagnato dal suo fedele amico Ranieri, ad ospitarli quella notte e per alcuni giorni non fu il genitore del Ranieri, che non li fece neanche entrare, lamentando al figlio sull’uscio della porta di casa, di quale anima nera che voleva portare in casa, fu Giura ad accoglierli e ospitarli sino a quando non trovo sistemazione nei quartieri Spagnoli durante il primo periodo di permanenza.

Da quella sera Luigi Giura, appellato persino in un famoso film come “il greco”, fu sempre disponibile a risolvere esigenze di ogni genere, la conferma viene anche dal luogo in cui il Leopardi viene ricordato a Napoli.

La residenza di via del Pero 2, dove il sommo poeta notoriamente viene ricordato con una lapide sula via di Capodimonte  appena dopo il museo, era una proprietà del Giura, quando la cagionevole salute non gli consenti più di salire due rampe di scale, è sempre L.G a interferire verso sua cugina F. Giura, spostando un sua inquilino a piano terra per offrire la possibilità a Leopardi di avere accessibilità agevolata al rientro a casa.

E qui che il poeta il 14 giugno 1837 venne a mancare con medici amici partenopei, che come Luigi Giura nel silenzio e nell’anonimato più assoluto gli furono sinceri amici.

Quando nel 1860, Garibaldi assunse la dittatura delle province meridionali, la capitale partenopea era molto scettica nel sostenere il voto plebiscitario, allo scopo e onde evitare sorprese, che potessero macchiare il valore di quel plebiscito, fu indicato dall’aristocrazia partenopea la figura limpida di Luigi Giura, nominato prima direttore generale dei Ponti e Strade e poi elevato a Ministro dei Lavori Pubblici.

Abituato a vivere con le opere da innalzare. non ritenne idoneo quell’incarico di Ministro che doveva tenere conto di esaminare esclusivamente burocratico, cui lui era più incline, decise di tornare a Napoli.

In seguito con evidenti problemi fisici, oltre all’età preferì ritirarsi a vita privata, non prima di essere insignito del titolo di “Ufficiale del Real Ordine Mauriziano”.

Nella capitale partenopea, tuttavia, rivestì l’incarico di architetto commissario del municipio napoletano, già sostenuto per anni; in verità prima della malattia la scelta di rientrare, aveva un significato molto forte, in quanto si era reso conto nel  periodo vissuto a Torino, che le opere e le risorse del sud migravano in altri luoghi e ogni struttura che lui considerava proprie creature venivano smantellate per migrare altrove.

Una febbre misteriosa nel giro di un mese, nonostante tutte le opportune cure mediche di allora, Luigi Giura muore, all’età di sessantanove anni.

Fu tumulato nel Cimitero Monumentale di Napoli con una solenne funzione seguita da tutta la Napoli culturale, durante la quale, dopo numerosi discorsi, furono apposte le steli realizzate dalla provincia di Potenza, in suo ricordo e di suo fratello Rosario morto esule a Nizza, ma questa è un’altra storia di eccellenza arbëreshë.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - XIX° - Approssimazione per Saggezza).

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – XIX° – Approssimazione per Saggezza).

Posted on 24 settembre 2019 by admin

discorso - XIX° - Approssimazione per SaggezzaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  La frase Carmina non dant panem, tradotta letteralmente, significa “le poesie non danno pane”, identico concetto viene espresso con l’enunciato: Litterae non dant panem (“le lettere non danno pane”).

Entrambe, evidenziano la difficoltà di trovare spazio economico per quanti si dedicano a professioni artistiche o, in senso più ampio, intellettuale secondo un progetto.

I due enunciati avvantaggiano quanti privi di formazione, escludendo chi invece lo sono, sin anche dai trappèsi delle mense arcivescovili che dovrebbero accogliere tutti.

La premessa vuole evidenziare la metrica di poesie e lettere, per intercettate le fondamenta che hanno consentito di addentrarsi nella ricerca, della storia del costruito arbëreshë, senza margine di errore.

Con il discorso si vuole porre l’accento sulla semina con cui è stata studiata la minoranza arbëreshë, scientemente ignorando il GENIUS LOCI, nonostante, la storia sin dai tempi dei romani, con Servio, ricordava che “ nessun luogo è senza un genio ” (nullus locus sine genio).

Tutto ciò è avvenuto senza riguardi, lasciando al libero arbitrio oratori /cultori per una volontà politica che ancora al giorno d’oggi non ha preso consapevolezza di quanto sia stato disperso.

Lo stato di fatto ha visto impoverire di giorno in giorno la platea, allevata spregiudicatamente, senza formazione, riferendo anomale nozioni frammentariamente riportate e prive dei minimali supporti di ricerca d’analisi per una giusta continuità storica.

Il fenomeno ha radici antiche, esse s’insinua tra le infinite pieghe delle piccole rhùga, ignorandone il significato e la mitigazione eolica e solare, che fornisce la linfa per la crescita e il progredire della “Regioe storica Arbëreshë”.

La minoranza, non avendo avuto esigenza di una forma scritta e tutta la storiografia che conta lo conferma, si è sempre sostenuta alla sola forma orale, gli addetti hanno commesso due errori:

il primo realizzare una improbabile forma sciatta;

la seconda ignorare i luoghi vissuti e costruiti, i contenitori fisici da oltre cinque secoli, della consuetudinario avanzare.

Un errore storico realizzato con metodiche a dir poco bizzarre, se si considera il fatto che lo studio è stato allestito affidandosi e avendo come riferimento improbabili allestimenti mono dipartimenti.

In definitiva non si è composta una commissione di studio sulla minoranza, per poi riferire i themi,  come si è proceduto per altri fenomeni culturali e dai quali si poteva trarre vantaggio.

Analizzando come esempi, il modus operandi attuato da A. Olivetti, per la lettura e i comportamenti sociali degli abitanti, che ancora dopo la seconda guerra mondiale in pieno sviluppo economico, viveva regolarmente negli ambiti dell’architettura estrattiva dei Sassi di Matera come qui di seguito elencato;

  • Thema sull’ambiente geografico e geologico;
  • Thema del genio locale;
  • Thema etnologico;
  • Thema demografico;
  • Thema psicologico;
  • Thema economico;
  • Thema della struttura urbana;
  • Thema religioso;
  • Thema sociale;

Solo in seguito e alla luce di questi aspetti di studio radicate nel territorio, si sarebbe dovuto procedere, senza sminuire il valore del noto modello d’integrazione, tra i più solidi, del mediterraneo.

Tuttavia e nonostante ciò, tanti, anzi direi troppi addetti, privi di frammenti di “lettere e poesia” sciupano senza soluzione di continuità il patrimonio “linguistico, la  metrica del canto e la consuetudine” del trittico sociale più solido del vecchio continente.

É inutile abbarbicarsi dietro la favola del rotacismo, secondo cui tutto si modifica e muta nel tempo ogni cosa, perché questo non è vero!!!! La storia si ripete; ragione per la quale, come può trovare conferma, l’enunciato, se sono violati gli ingredienti di luogo, di cose e di elementi?

La storia delle popolazioni Arbanon, mi riferisco a quelle genti che vissero le terre ai tempi dei themati, nelle regioni identificate come: Epirus Nova e Epirus Vetus, un periodo cotanto esteso, che abbraccia una parentesi di oltre 1519 anni e non si possono riassume nelle mere capitolazioni o nella lettura di catasti o di singoli addetti che nella storia hanno saputo esporre rapporti mirati; meri episodi che non sono in grado di fornire alcuna continuità storica all’indagine esplorativa.

Mi riferisco agli Shirò, Peta, Geronimo, Sartori, Redotà e tanti altri che come loro vanno letti interpretati, circoscritti e collocati nell’ambiente secondo temi culturali per i quali vissero e divulgarono episodi locali.

Lo steso Giorgio Kastriota, osannato da arbëreshë e albanesi, come Scanderbeg è un errore storico storico di rilievo se si rievoca l’alias attribuitogli dai turchi, l’unico a rendersi conto fu Giovanni da Fiore nel libro secondo, della Calabria Illustrata, dove lo annota come Giorgio Kastriota, volgarmente denominato Scanderbeg.

Non si può essere esperti della storia solo perché ti capita tra le mani un’apprezzo che altri ti traducono e pubblicano o ti capita per caso una vecchia immagine e credi di sapere di arte sartoriale.

Lo storico è una persona saggia, che sa leggere per discernere le cose buone dalle libere interpretazioni.

Le dissertazioni di favore, hanno origine dalla storia dei romani, che per la loro indole di primeggiare, furono maestri a diffondere notizie false, per lasciare segni indelebili; le note che poi gli storici “ quelli veri” hanno saputo discernere da quelle false, ciò tuttavia, il seme era stato impiantato e da allora sia per volontà, sia per ignoranza, ha germogliato le dissertazioni che oggi leggiamo, e che superano  la verità.

Tracciare un percorso dritto e senza, parallelismi convergenti è difficile, perché non basta recarsi nell’Archivio di Napoli a raccattare documenti o recarvi nelle biblioteche a richiedere fotocopie, queste poi vanno ordinate lette e confrontate, non nel chiuso del proprio sapere, ma con esperti del settore e confrontati con le memorie della storia, ancora vive sul territorio, secondo cui “La saggezza non si riceve in dono da nessuno, bisogna scoprirla da sé dopo un percorso che nessuno può fare per noi, né può risparmiarci, perché è un modo di vedere le cose.”

 

 

P.S.

Se vi recate veramente nel Grande Archivio di Napoli, nella sala di accoglienza posta a piano terra entrando a mano destra in fondo, c’è il manifesto del progetto, il plastico e alcuni elaborati grafici esposti, abbiate la compiacenza di leggere chi sono i progettisti e da oggi in poi, prima di indicarlo come paradiso del sapere siate consapevoli che; le persone comuni gli archivi li frequentano, gli altri, li fanno.

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UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATI STORICI DI UNO DEI KATUNDË ARBËRESHË DELLA CAMPANIA

Posted on 23 settembre 2019 by admin

UNA GIORNATA TRA GLI ELEVATINAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Era il 6 giugno del 2015 e l’Abstract inviato per la fase preliminare del convegno organizzato da ReUSO a Valenzia, con titolo:” Patrimonio della Regione storica Arbëreshë, Centri minori per la cultura dell’integrazione” era stato approvato e dovevo redigere la relazione finale.

Tra tutti i paesi ricadenti all’interno della Regione Storica Arbëreshë avevo scelto un Katundë di quelli campani ricadenti nei pressi del vicus romano Aequum Tuticum sulla via Traiana a cui si intrecciavano i tratturi e il camminamento della via Francigena sulla Valle del Bovino.

Non avendo riferimenti locali in quella macro area, telefonai al comune e mi fu data l’opportunità di incontrare una delle memorie storiche di quel paese, il Professor Morena M. A.

Quella mattina come un orologio, o meglio come un professore di altri tempi, si fece trovare in piazza in perfetto orario e dopo una breve conversazione preliminare, iniziammo a conversare in arbëreshë su aspetti generali della storia e le consuetudini locali ancora presenti nella memoria.

Mi ero recato all’interno di quelle trame edilizie per verificare le caratteristiche che legano tutti i paesi arbëreshë della regione storica,  al fine di estrapolare anche in quegli ambiti il modulo abitativo primario, “la Kaljva”, di cui si conservano esempi interessantissimi, anche se fortemente modificati, con aggiunta di numerose superfetazioni.

La conversazione con il professore, prima su aspetti generali divenne subito più approfondita verso le vicende e fatti più particolari della storia degli arbëreshë di quella ben identificata area strategica,l’unica dove con molta probabilità il condottiero Giorgio Kastriota vi soggiornò.

Il professore da voce storica locale, molto attento e preciso, mi prese per mano accompagnandomi per le vie del paese, nel breve, il discorso divenne, un esame di indagine locale, a cui la lucida memoria rispondeva con entusiasmo a tutte le domande, rimanendo il professore sempre più stupito delle conclusioni da me esternate.

A un certo punto, si interruppe la conversazione e con fare molto serio il professore esclamò: Architetto di chi sei parente a Greci; a che famiglia appartengono i tuoi genitori qui da noi?

Rimasi senza parole alla sua domanda e aggiunsi, professore io sono di Santa Sofia d’Epiro e conduco una personale ricerca/battaglia a Napoli, Greci per me è uno degli otre cento paesi arbëreshë che studio, anzi le confesso che è solo la seconda volta che lo visito.

Non voleva crederci, in quanto diceva che le domande e le considerazioni che traevo alle sue nozioni consuetudinarie calzavano a pennello, nessuno poteva conoscere se non un figlio di una memoria storica locale.

Spiegai che parlavo secondo la consuetudine che legava tutti i paesi arbëreshë che avevano avuto la stressa radice innestata nelle terre del meridione, secondo parallelismi territoriali antichi, importati dalle terre di origine dalle famiglie allargate Kanuniane.

A quel punto decise con forte determinazione che io dovessi urgentemente incontrare gli amministratori locali e quelle precisazioni storico locali, che avevo a lui riferito, dovevano essere note anche a loro.

Non avendo alcuna necessità in tal senso mi chiesi come mai questa sua volotà, o meglio questa urgenza impellente, ma lui senza dare spiegazioni tornava a dire che era fondamentale che anche le “voci altre” mi ascoltassero.

Lo segui in comune poi in un cantiere, ma nessuno gli diede ascolto, a quel punto decisi di partire, perché l’ora era tarda e nessuno avrebbe dato udienza al professore e tanto meno a me.

Fortemente convinto nel dover essere ascoltato, a quel punto, per intrattenermi mi condusse a casa sua e iniziò a riempirmi di doni per darmi pur d’intrattenermi, foto, libri e iniziò un racconto locale di una festa antica ormai dismessa da decenni e serie di eventi locali in disuso.

Mi resi conto che “ndë Katundë”, era in atto un progetto di valorizzazione locale portato avanti da “voci altre ” e non volendo assolutamente, in alcun modo,  intaccare il lavoro accademico delle“voci altre” salutai il professore ringraziandolo dell’accoglienza e delle notizie fondamentali che mi aveva fornito.

Era  rimasto male, non per la mia decisione di andare via, ma per non essere stato ascoltato dai locali; continuai a seguire nello specchietto retrovisore della mia autovettura, quella persona delusa in mezzo alla strada, che per la prospettiva diventava sempre più piccolo, fino ad una piega della strada, che lo fece sparire dalla mia visuale.

Dopo pochi mesi seguenti a quell’incontro, il professore Morena passo a miglior vita, ogni volta che penso a Greci mi chiedo, cosa sarebbe cambiato se quel giorno le “voci altre” gli avrebbero dato ascolto?

Sicuramente le pale eoliche, le “voci altre” e una serie di esperimenti canori che parlano di treni in arrivo dalla Germania, non avrebbero fatto parte dell’ambiente, della consuetudine storica e della metrica del canto arbëreshë, ma questa è un’altra storia; quello che più mi preme sottolineare è la pena di quella figura storica locale, che in mezzo ad una strada, diventava un’ulteriore voce arbëreshë, sempre più piccola e inascoltata, sino a sparire.

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Comunicato Stampa -  Associazione Skanderbeg di BOLOGNA

Comunicato Stampa – Associazione Skanderbeg di BOLOGNA

Posted on 02 settembre 2019 by admin

GJITHË GJINDIA T’ GJEGJENBOLOGNA (di Giuseppe Chimisso) – La pluridecennale cultura del dono, caratteristica intrinseca e distintiva dell’Associazione Skanderbeg di Bologna, ha una nuova occasione per manifestarsi in Santa Sofia d’Epiro, Katund dalla antica e nobile storia, della Regione storica Arbëreshë calabrese. Al Museo del Costume Arbëreshë di S. Sofia saranno donate la reception, cinque sedute ed una piccola libreria per arredare l’ingresso, attualmente vuoto, così da poter accogliere nel modo più conveniente e dignitoso i visitatori. L’iniziativa sarà posta in essere dalla dott.ssa Annalisa Marchianò, sofiota di nascita e residente in Bologna, che ha contattato personalmente il nuovo giovane Sindaco del Comune, Avv. Daniele Sisca, il quale in luglio aveva prodotto apposita delibera dalla Giunta Comunale per l’accettazione della donazione. Questa iniziativa vuole essere da viatico ad uno scambio relazionale che va oltre le cose donate e ricevute. Per dirla a chiare lettere, pensiamo infatti sia importante la diffusione di una conoscenza, seppure epidermica, degli elementi importanti per la gestione corretta del patrimonio materiale tessile della nostra cultura, ed in specie del Museo di S. Sofia, ma non solo di questo; il nostro messaggio è rivolto in primis agli amministratori pubblici, che sono rappresentanti e responsabili delle politiche dei territori nei quali sorgono ambiti museali. Ai più sensibili tra questi amministratori che orienteranno le loro politiche di tutela e conservazione del patrimonio culturale in questa direzione al fine di organizzare articolati progetti di studio, indagini diagnostiche ed interventi conservativi per preservare il patrimonio tessile, a questi amministratori diciamo che la nostra collaborazione sarà sempre aperta e disponibile. Il nostro messaggio vuole essere anche elemento di stimolo e diffusione di indispensabili conoscenze di base, tra le numerose associazioni e gruppi che animano il mondo arbëreshë ed i possessori, anche privati, di preziosi costumi da festa, semi-festivi e giornalieri che caratterizzano la minoranza italo-albanese e che metaforicamente, rappresentano visivamente la propria bandiera identitaria nel bacino del Mediterraneo.

Il dono al Museo di Santa Sofia d’Epiro vuole rappresentare quindi il segno concreto di una grammatica relazionale da costruirsi al fine di preservare, manutenere e diffondere conoscenze di base per la tutela del nostro patrimonio culturale, in questo caso tessile, nella sua specificità tridimensionale del costume.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - X° - Integrazione e Inclusione).

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – X° – Integrazione e Inclusione).

Posted on 31 agosto 2019 by admin

X- Integrazione e InclusioneNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Ho visto la roccia contro la quale impattano, da diversi secoli, quanti cercano di scrivere, raccontare, cantare e ballare, deturpando scientemente  il consuetudinario storico che senza soluzione di continuità tiene uniti gli arbëreshë, dai tempi della capitale Costantinopoli.

Nonostante ciò, a essere riconosciuti quali guide sicure delle rotte arbëreshë, non sono quanti navigano in quest’oceano colmo d’insidie, seguendo le costellazioni, ma il gregge di naviganti inconsapevoli dell’imminente bagliore d’impatto.

È giunto il tempo e non esistono proroghe o domani, bisogna al più presto realizzare un progetto d’indagine storica, il cui tema siano le politiche di conquista e dell’economia perseguite da Principi, Cavalieri, Armatori, Dogi, Sultani, Papi e Re.

L’azione deve tenere alto l’interesse verso il periodo dell’integrazione tra gli emigranti e le genti indigene, le frizioni che sono state ignorate per secoli dai regnanti, sino alla fase dell’inclusione iniziata con i liberi pensatori del 1799.

È urgente attivarsi a produrre un progetto culturale di ricerca, realizzato all’interno della regione storica, con la piena consapevolezza dell’inclusione, comunicando, scambiando e ponendo sul tavolo informazioni comuni, dove a prevalere sia intersoggettività tra gli addetti e non lo sterile personalismo idiomatico, noto per i danni prodotti, nonostante tante eccellenze del settecento e dell’ottocento lo avessero deliberatamente ignorato.

Quando si attuano iniziative sulla base dell’inclusione, ovvero, fare le cose assieme, fornendo diffusamente e senza preconcetti gli strumenti idonei a partecipare alle attività, senza creare barriere, limiti o confini culturali di genere, il fine mira a dare certezze forti, condivise e senza prevaricazioni.

La parola d’ordine è “inclusione”, piuttosto che “discriminazione o esclusione”, soprattutto, verso quanti portano argomenti nuovi, avendo avuto grande educazione personale e professionale, per il lascito alle nuove generazioni, le stesse a cui urge fornire certezze della storica minoranza.

Tutto ciò per confermare che le tappe storiche della regione diffusa, non appartengono a nessun dipartimento, scrittore, amministratore, strimpellatore o genere di autore, che “a torto”, ritiene più opportuno impedire che i legittimi prosecutori minoritari, abbiano idonei strumenti per proseguire  senza errori e armonia con le proprie radici.

Oggi ciò che appare sono cose senza senso, prive di applicazione in nessun anfratto territoriale di tutta la regione storica e quanti portano avanti simile esperimenti, ritenendole “genuine prelibatezze sotto olio” non avendo consapevolezza che l’olio protegge per breve tempo e poi degenera, quindi o sono in mala fede o fanno finta di vendere prodotti ritenendo che tutti noi siamo abituati a cubarci culturalmente di trapesati.

Non è più sopportabile a oggi parlare raccontare disquisire e illuminare inutilmente un paradiso terrestre dove solo poeti scrittori cavalieri e ogni sorta di giullare ha fatto solo la cosa giusta senza peccare, credetemi non è cosi!

Egregi professori, ricercatori, sindaci, presidenti, amministratori tutti, laici e clericali, è giunto il tempo di confrontarsi, non per una mera polemica disfattista, ma costruire la storia degli arbëreshë, secondo quel l’enunciato unitario: la storia una e indivisibile.

La regione minoritaria diffusa oggi si mantiene su piccoli esperimenti, come le sagre estive, in cui i partecipanti si recano per vivere un momento di confusione, giacche gli inquieti riferimenti storici divulgati non trovano nessuna dimora, per la quale l’ospite trova giovamento ed eccellenza per ritornare.

La meta da perseguire deve mirare all’ordine storico l’unica e sola strada che conduce alla caratterizzazione, sotto ogni punto di vista sia laico e sia clericali, solo in questo modo potrà terminare la deriva intrapresa che deteriora e sciupa ogni cosa.

Non è concepibile andare avanti indagando i centri storici con mere edizioni, di personaggi, di onciari, di astronomia, di capitoli, di prodotti locali, mai riferibile e certificati nel territorio, oltre a ciò, non bisogna dimenticare i sciagurati prodotti editoriali, di una scrittura mai esistita, questa in specie persegue i principi di una crociata mai terminata e immaginata dopo la prima metà del XV secolo, scrivendo e transgenderando in shëkipë costantinopolitano.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - III° - Gjitonia: il luogo dei cinque sensi arbëreshë)

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – III° – Gjitonia: il luogo dei cinque sensi arbëreshë)

Posted on 17 agosto 2019 by admin

GJITONIANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’argomento qui di seguito trattato esige una premessa forte definitiva e chiara, per evitare il proliferare di continui e futuri equivoci, utili solo a sminuire l’identità di quanti vivono dal XV secolo la Regione Storica Arbëreshë.

Per questo è opportuno precisare, ripetere, affermare e diffondere che: la Gjitonia non è come il Vicinato; la Gjitonia non è un Quartiere; la Gjitonia non è un Rione; la Gjitonia non ha confini; la Gjitonia non ha nomi di persone luoghi e cose; la Gjitonia non è il vico o la strada (ruhà o hudà); la Gjitonia non è il prestito; la Gjitonia non sono tre, quattro, cinque, sei o addirittura sette porte, che affacciano in una piazzetta o una dritta via!

Gli enunciati, a dir poco banali, in precedenza elencati sono l’indicatore culturale che denota quale attenzione sia stata rivolta dalle istituzioni “tutte”, per l’analisi, la tutela, la valorizzare degli elementi caratteristici materiali e immateriali dei Katundë, in tutto, della regione storica minoritaria.

La matrice dei suddetti postulati catalogabili in: elementari, grotteschi, replicanti e gratuiti, esprime anche la qualità degli strumenti e dei titoli in possesso, adottati per la ricerca; a tal proposito è bene ricordare a questi mittenti che i temi dei modelli sociali del mediterraneo “ del nocciolo duro arbëreshë” hanno, caratteristiche più profonde, diverse e caratterizzanti.

Quando si cerca o si vorrebbe esprimere pareri con argomento Gjitonia è bene precisare cosa rappresenta per gli arbëreshë, quale ruolo ha assunto nel passato, nel presente e come recuperare gli elementi per il futuro sostenibile attingendo dalla linea di antiche prospettive; per tutto questo è opportuno avere piena consapevolezza di dover trattare dei territori attraversati, bonificati, urbanizzati e difesi per essere vissuti dagli arbër.

Molte volte, anzi direi sempre, dagli anni sessanta del secolo scorso a oggi, con la meta rivolto al parallelismo indigeno del modello sociale, sono state innestate una serie di costole anonime e prive di fondamento, da quanti notoriamente vivevano ai margini dei perimetri dei Katundë e secondo i quali: il Gijtonë è preferito al Parente.

A tal proposito e per cancellare ogni ombra di dubbio, anche in questo caso, si commette un errore grossolano, perché sfugge un dato fondamentale, il principio storico su cui si basa il modello Gjitonia Arbëreshë, da considerarsi come il laboratorio di ricerca dell’antico ceppo dinastico.

Il Parente è conferma certa dell’appartenenza, per questo ha priorità su tutto e ogni altro legame; il Gjitonë, rappresenta il laboratorio; è analisi, ricerca dell’antico ceppo parentale, motivo per il quale, quando a casa di una famiglia arbëreshë arriva uno o più parenti, le maglie sociali si restringono a dismisura, la porta di casa, sempre aperta, si chiude e diventa il luogo della famiglia allargata come lo era stato sino al XVI secolo.

Il perimetro casalingo diventa inviolabile, il vociferare ridente sfumava lentamente, la casa diventa l’intimità e il rito delle strategie, materiali e immateriali della famiglia allargata prendevano corpo e anima.

Di sovente e con molta libertà culturale si affianca la Gjitonia al Vicinato riferendo che sono la stessa cosa, questo enunciato come gli altri, nascono tutti perché quanti si sono cimentati nello studiare il tangibile e l’intangibile della regione storica arbëreshë, a ben vedere, riteneva di esaminare le trame urbane e i valori immateriali in essi contenuti senza i minimali requisiti, in base di una lingua antica priva di forma scritta.

Valgano di esempio il gran numero di conversazioni telefoniche fatte al professor Franco F.; tuttavia dopo un medio periodo di dialogo telefonico, il professore, riferì un’affermazione di una anziana signora arbëreshë, la quale definiva la gjitonia dove arriva la vista e la voce, frase pronunciata in arbëreshë naturalmente, e secondo i professore indicava il luogo dove è lunga la vista e arriva la voce, non avendo, il professore, padronanza linguistica che diversamente indicava:  dove germogliano i cinque sensi.

La non conoscenza della lingua e sue inflessioni più intime, ha tratto in errore e collocata la gjitonia tra i modelli generici mediterranei, compendio di sintesi speculari, priva dell’animo arbëreshë, tralasciando i requisiti in senso di latitudini originarie e i conseguenti parallelismi territoriali ritrovati.

Questi dati fondamentali e indispensabili hanno sopra valicato sminuendo la consuetudine degli uomini appiattendo ogni cosa, ritenendo simili le vicende locali che appartengono al genius loci, come ad esempio, l‘architettura estrattiva dei pozzi, i quartieri estrattivi verticali, gli ambiti di elevato indigeno e alti, tutti questi catalogabili secondo valori sociali dissimili, anzi oserei direi addirittura trasversali se non contrari.

Gjitonië è composto di due parole: Gjit che indica le genti o insieme di persone e tonië le vibrazioni, le tonalità prodotte da figure della stessa etnia in armonia dei cinque sensi; solo chi ha capacità linguistica e il senso di appartenenza alla consuetudine riesce a innescare valori materiali e immateriali di quest’unico sentimento.

Le esigenze di mutuo soccorso su cui si basano tutti i modelli mediterranei per la convivenza sono la parte espressamente materiale e non contemplano elementi immateriali specie identitari, che rappresemtano la differenza sostanziale tra la gjitonia e gli altri modelli di unione.

Il vicinato indigeno rappresenta il modello proto industriale, attraverso cui si creavano i presupposti di sostenibilità economica e poi solo in seguito, per consolidare il gruppo, si creavano legami matrimoniali e di commarato.

Gli arbëreshë quando trovarono dimora nelle colline del regno di Napoli arrivarono organizzati in gruppi familiari ben consolidati, il sistema proto industriale era formato da una famiglia allargata di un numero di elementi, maschi e femmine, compresi dalla dozzina alla doppia decina, questo intervallo numerico rappresentava il momento della separazione e della formazione di un nuovo gruppo familiare allargato.

Una volta che i gruppi, familiari allargati arbëreshë, giunsero nei territori come indicato dal Papa e dal Re, s’insediarono ed ebbe inizio l’intervallo del nomadismo per individuare la posizione ideale e mettere a dimora, nelle terre parallele ritrovate, il proprio codice identitario.

Nei pressi di chiese conventi o comunque presidii religiosi, ogni famiglia disegnò, circoscrivendo con elementi naturali, il proprio spazio pertinenziale, innalzando o astraendo la propria dimora.

Quelli erano i segni dei futuri rioni e avrebbero dato luogo alla toponomastica storica denominata Bregu, Kishia, Sheshi e Krojetë, le fondamenta caratterizzanti di tutti i paesi arbëreshë.

Per quanto riguarda la gjitonia perché ambito immateriale della famiglia allargata, va rilevato che i gruppi dalla fine del XV secolo sino ai primi decenni del XVI secolo rimangono coesi e legati al rigidissimo proprio sistema consuetudinario .

Ma le conseguenze della guerra dei baroni e il sistema di affidamento delle terre non consentirono più agli arbëreshë di rimanere solidamente legati a quel modello familiare allargato e cede a modelli più locali realizzando l’edilizia aggregativa in cui la prole vive rimanendo legata al modello allargato, anche se il gruppo familiare va assumendo una connotazione più di tipo urbano.

Questo processo non ha luogo nel breve termine, ma comunque disperde, negli ambiti locali il senso della famiglia allargata, ed è in questa parentesi di tempo che l’antico perimetro delineato all’indomani dell’insediarsi, viene in seguito occupato dalle successive abitazioni dei facente parte l’antico ceppo, avviando così la dispersione delle discendenze ed ecco che la ricerca del ceppo originario e il ricordo di quella perimetrazione di cui si perdono i riferimenti, diventa la gjitonia.

Il bisogno di intercettare la propria piramide dinastica inizia quindi lì dove la famiglia allargata si riunì la prima volta, quanto giunse in terra parallela ritrovata, il fuoco, che oggi trova la sua collocazione più urbana nel camino, assume il ruolo di luogo originario da dove un tempo iniziò lo sfaldamento della famiglia allargata; oggi diviene il laboratorio dove si è consapevoli di poter vivere e ritrovare quelle sensazioni antiche che identicamente si possono riverberare negli spazi senza confini.

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”  (discorso - XIV° - Rispetto)

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – XIV° – Rispetto)

Posted on 13 agosto 2019 by admin

RispettoNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Gli uomini più illustri non sono ritenuti tali perché fratelli, amici, parenti e Gjitoni usano divulgare il loro sapere, giacché, le gesta del loro lume è irradiato come la luce del sole quando segue la notte che vorrebbe negare i domani.

I fatti non cessano di esistere solo perché in troppi li ignorano, piuttosto, sopravvivono nella memoria silenziosa degli studiosi e quanto prima si presentano alla rimozione dell’immaginario collettivo, d’improvviso, chiedendo ragione dell’accaduto e del perché si è scelto di ignorarli.

Tracciare un itinerario coerente con oggetto gli uomini, i luoghi e gli eventi che hanno come protagonisti i minoritari della diaspora, è un’attività laboriosa e richiede esperienze multidisciplinari non comuni, tuttavia, ciò che più duole sono le energie che bisogna impegnare per divulgare le nozioni all’interno dei canali divulgativi locali, le cui giunte sono composte da: ndrikule, famulë e shigniagnërà.

Come oltrepassare questa cortina e stendere alla luce del sole il proprio lavoro, non è semplice, in quanto, occorre avere pazienza e attendere che si alzi il vento e demolisca i castelli di carta.

Gli stessi che da troppo tempo innalzano illustri cattedratici, pensionati e ogni sorta di provetto alchimista, tutti questi dall’alto delle proprie isole ecologiche di riciclaggio, preferiscono sotto false vesti, risalenti al 1955, riproporre come hanno fatto alla vigilia del 1999, enunciati altrui , come quelli della psicoanalista e antropologa, “la vera madre di questa ricerca”  che qui di seguito si riporta il frammento più saliente.

Vicinato: Nella complessa strutturazione urbanistica è quasi sempre  ben  delineato  nei  suoi  confini topografici, comprendendo il gruppo di case disposte intorno ad una piazzetta o cortile nel quale si svolge quasi in comune gran parte della vita dei bimbi, delle donne e,  in misura minore, degli uomini. Gli abitanti di queste case sono legati a un’infinità di piccole regole di vita comune, si aiutano a vicenda, si controllano, sanno tutto di ciascuno degli altri ed hanno in genere rapporti molto familiari e di carattere diverso da quelli che esistono tra famiglie amiche o legate da vincoli di comparaggio, parentela.”

A ben vedere tornano familiari i sostantivi, porta, affaccio, piazzetta, cortile, parentado, vicino e così via dicendo, eppure la dottoressa nel 1955 parlava di altre realtà culturali e quello che più conta non ha mai scritto, accennato e trattato gli arbëreshë in questo suo lavoro di ricerca.

Tuttavia, come per incanto, se alla parola Vicinato, nel frammento su riportato, cosi come nell’intero trattato, si sostituisce la parola Gjitonia il gioco è fatto e il discorso diventa argomento per gli arbëreshë, facile da pubblicare e diffondere ai quattro venti della loro “Nazione Arbëria”.

Lo stesso principio si può adoperare con le gesta dell’Eroe Nazionale Albanese, importato in regione storica, riverito e innalzato agli onori della storia con il volgare appellativo imposto dai turchi e sotto le armature  del Pascià  a quei tempi, toglieva le vite ai cristiani e quindi anche agli arbëreshë.

La storia, quando la si racconta deve seguire identicamente lo svolgersi degli avvenimenti, con dovizia di particolari, secondo l’ordine originario, avendo cura di leggerla senza interpretazioni a uso e consumo dei tempi che corrono o le preferenze locali.

Non si può realizzare frammenti di storia, tanto meno basta recarsi in pellegrinaggio dal “cappellaio matto” e ramazzare documenti, per ritenersi storici al fianco di mugnai e banditori.

Motivo per il quale è bene sottolineare alcune nozioni fondamentali; a nove anni Giorgio Kastriota, fu sottratto per ricatto all’affetto dei suoi genitori, i quali per non soccombere assieme alla popolazione rintanatasi nella fortezza, preferirono cedere per ricatto la discendenza ereditaria maschile, dei quali Giorgio era il più giovane, anche se all’età di soli nove anni aveva un fisico possente e secondo gli osservatori dell’epoca ne dimostrava almeno venti.

Alla morte del padre, nel 1443, per una serie di vigliacche sciagure indotte, dal pascià, tipiche dei turchi, i tre fratelli più adulti perirono, lasciando la discendenza, a Giorgio; quest’ultimo anche se per soli nove anni era cresciuto secondo le rigide regole del Kanun, non  facendosi mai  soggiogare, iniziò così come sancito in quel codice che i turchi ignoravano, perché ancora non scritto, la strada per onorare la sua famiglia. 

Altro dato interessante che viene  diffusamente ignorato dagli storici, sono le vicende guerresche che accomunano Giorgio Castriota a Vlad III di Valacchia, più noto come “Conte Dracula”, anche quest’ultimo subì le stesse angherie e appena libero divenne un acerrimo nemico dei turchi.

I due condottieri erano legati dai patti di mutuo soccorso familiare dell’ordine del Drago, vero è che Vlad III, in punto di morte affido la di lui figlia alle cure della moglie di Giorgio Castriota che viveva a Napoli, questa per onorare quel patto, fece da madre alla piccola sino all’età di maritarsi.

La scuola Sofiota l’unica ad aver avuto coerenza degli eventi storici, per tutta la regione storica diffusa, ha seminato semi di rara bellezza segnando, diversamente dai cultori delle sintesi, il periodo arbëreshë del valoroso condottiero con “Via Castriota” e nessun aggiunta volgare di estrazione turca.

Purtroppo, l’allontanamento dalle attività a stretto contatto con la terra, seguendo una illusoria meteora di benessere sociale, ha fatto si che il mestiere di contadino, sia stato accantonato, motivo per il quale, oggi distinguere quali siano i semi originari da quelli geneticamente modificati è un’arte molto difficile a cui solo un numero ristretto di addetti sanno dare risposte certe.

Tutto non è perduto, giacché il buon senso non ha smesso di scorrere nel corpo e nelle menti de “figli buoni arbëreshë” e quanto prima potremmo vedere nei campi diffusi della regione storica, i prodotti dell’antico consuetudinario, che non è avena Albanese, proposta da giullari, economisti e trebbiatrici con le rotelle sgranate, ostinandosi, dal lontano 68 del secolo scorso, a far germogliare in grano. 

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“LA SALITA DELLA SAPIENZA”  ( discorso VIII° - triade mediterranea vite, cereali e ulivo)

“LA SALITA DELLA SAPIENZA” ( discorso VIII° – triade mediterranea vite, cereali e ulivo)

Posted on 05 agosto 2019 by admin

Vino olio e legumiNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – I gruppi familiari allargati che rivitalizzarono i casali abbandonati del regno di Napoli prima durante e dopo la morte di Giorgio Castriota, avviarono la stagione degli insediamenti diffusi arbëreshë, con l’intento di assicurarsi tre fattori fondamentali: l’acqua, la sicurezza e la viabilità territoriale in armonia con la triade mediterranea.

Scelto il sito, condizionato dalla vicinanza dell’acqua (torrenti o sorgenti), si alzavano steccati per circoscrivere, l’area pertinenziale occupata dal gruppo familiare da quella di comini intenti limitrofi, iniziava cosi quel segno che avrebbe unito per sempre il territorio tipico degli arbëreshë.

L’armonia di comini intenti fra i gruppi familiari del sistema urbano diffuso, era assimilata così a quella esistente in natura fra il tutto e le sue singole parti.

In virtù di una tale corrispondenza gli arbëreshë erano portati a sentirsi organicamente inserito negli ambiti ritrovati, riconoscendosi attraverso i dettami territoriali simili a quella di origine.

Ognuno partecipa alla vita collettiva e nel consolidare il bene di ogni gruppo, poi amplificato a quelli attigui della stessa radice culturale, con la quale discute, crea attriti interni e ricomporsi fedelmente quando la propria identità era messa in discussione o in pericolo.

I Katundë in origine organizzato in piccole comunità autosufficienti, una sorta di stato indipendente, l’uno dall’altro, esso nasceva circoscrivendo porzioni di territorio allocati nei pressi di una chiesa o un presidio religioso, disponendo sistematicamente i gruppi secondo la conformazione orografica del territorio identificando i vari rioni in Kisha, Bregù, Shëshi e Shëpia.

Dopo essersi assicurato un rifugio dove vivere e dormire era indispensabile realizzare, in loco, i presupposti per il sostentamento, nonostante l’impervia orografia prevalentemente allocate all’interno di macroaree collinari, non rendeva semplice l’impresa.

La realtà cittadina si organizzava attraverso il raggruppamento di diverse unità minori, i villaggi (Katundi) che non avevano un solo centro decisionale giacché, l’autonomia di più famiglie, mirava più a un sistema policentrico.

L’assemblea cittadina, formata dalle persone più carismatiche di ogni gruppo familiare allargato, le cui decisioni partivano dal focolare del gruppo familiare e miravano all’armonia del mutuo soccorso tra i gruppi.

Oltre al centro di residenza, esistevano i territori (Haretë), la campagna, dove risiedeva periodicamente una parte rilevante della popolazione.

Trova per questo una sua validità, il termine “Kushëth”, che includere Katundë, (il paese, villaggio o casale), e il territorio, consolidando il solido rapporto tra nucleo urbano e campagna.

Dal tempo delle prime migrazioni e poi sempre in modo più pregnate, vide svilupparsi una massiccia espansione dell’agricoltura a danno dell’allevamento attraverso la realizzazione di bonifiche, liberando porzioni di terreno, dalle acque stagnate, disboscando e mettendo a coltura consistenti appezzamenti collinari, scelti preventivamente a debita distanza da quelle di pianura penalizzate dalla malaria.

I territori messi a cultura erano utilizzati in modo stabile e intensivo per lo più da contadini, con una metodologia di lavoro caparbia ma intelligente, attraverso l’utilizzo di attrezzature, integrando l’allevamento di bovini e caprini per migliorare l’efficienza produttiva dei terreni posti a coltura.

I gruppi familiari allargati erano in grado di mantenersi attraverso il consumo diretto e lo scambio dei beni prodotti, accumulando sin anche risparmi.

Haretë non erano tutte uguale, infatti, quelle prevalentemente pianeggianti o adagiate su crinali distesi erano ritenute di qualità superiore a quelle collinari più impervie; tuttavia la terra era sfruttata in modo razionale attraverso l’integrazione della “triade mediterranea” (cereali, ulivo, vite) con altre colture leguminose, allo scopo di contrastare le crisi legate al clima.

Il modello mediterraneo “cereali, ulivo e vite” rappresenta una risorsa da cui non si poteva prescindere e serviva a produrre da un lato e nello stesso momento a rinvigorire i terreni, una sorta di moto perpetuo naturale, in cui l’uomo con la sua azione consentiva alla terra di attivare quei processi naturali e garantire per secoli il parallelismo di convivenza tra uomo e natura sostenibile.

 

 

 

(Bilë e Arbëreshëvet!! gjiegjëni me veshët tuej e diovasni letir, veth këstù zeni kushë Jini;

mos jiejni the chiarturat e qenvet, cë vran Jergjin, se janë skip!)

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“LA SALITA DALLA SAPIENZA”   (discorso - V° - Inculturazione)

“LA SALITA DALLA SAPIENZA” (discorso – V° – Inculturazione)

Posted on 04 agosto 2019 by admin

 

 UN VOTO ANTICO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – IL termine Inculturazione nell’antropologia culturale, tratta i processi di trasmissione della tradizione fra generazioni.

Il termine rileva i processi del passaggio della cultura da una generazione all’altra, concentrandosi sugli aspetti di socializzazione dell’individuo, attraverso l’apprendimento della lingua, l’educazione in ambito familiare, mitizzando le figure degli adulti e le regole di comportamento in ambito educativo.

L’insieme si completa con le competizioni tra quartiere, la partecipazione ai giochi, le danze tipiche, i canti, le cerimonie, oltre a memorizzare i racconti degli anziani, associati a gruppi di età, queste ultime poi rappresentano la matrice che in alcuni casi è legata associazioni occulte, di culto e iniziazione.

Alcune categorie di persone ricevono un’educazione particolare, finalizzato al ruolo poi assunto all’interno del gruppo sociale, come ad esempio gli operatori religiosi (preti, guaritori, magarë, stregoni), gli agricoltori, gli artigiani, gli artisti, tutti rispettosi dei riti e consuetudini del tramandato storico.

Questo in linea generale è anche il modus operandi seguito dalla popolazione della regione storica arbëreshë e in ognuna delle sedici macroaree di cui si compone, nonostante il disciplinare adottato non contempla alcuna forma scritta.

Alla luce di ciò sino a quando i processi scritto grafici, sono stati materialmente dedicati a cerchie di ricercatori fuori lo spazio ideale denominato Gjitonia, gli elementi linguistici, sociali, metrici e religiosi che regolavano lo scorrere d’inverni e primavere arbëreshë si sono articolate secondo processi sostenibili e in grado di mantenere unito il percorso identitario.

Quando nel corso del secolo appena trascorso, con l’accorciarsi delle distanze, l’economia in ascesa, la totale assenza nei programmi di alfabetizzazione per gli alloglotti, le reti sociali in continua evoluzione, la legge 482/99, in cui sfugge la differenza storica tra lingua Albanese tutelata e Arbëreshë discriminata, hanno minato pesantemente il disciplinare tramandato oralmente.

Questi sono solo gli elementi più evidenti a non è stata posta particolare attenzione, prevedendo che quanto prima avrebbero intaccato la sostenibilità dei passaggi di consegne identitarie tra generazioni all’interno della regione storica.

Causa fondamenta della perdita di sostenibilità culturale e identitaria è stata la mancanza di progetti specifici, atti a valorizzare all’interno della regione storica il patrimonio materiale ed immateriale evitando di demandare i principi di crescita delle nuove generazioni alla sola alfabetizzazione, sorvolando sui temi dell’antico ceppo.

Se negli anni sessanta del secolo scorso lo scorrere della vita, nelle macroarre etniche di estrazione arbëreshë, manteneva livelli d’inculturazione sostenibile, dal punto di vista linguistico, ambientale, architettonico sociale sia laico sia clericale, negli anni settanta ha inizio la deriva degenerativa che non ha mai cambiato rotta.

Il fenomeno ha prodotto una serie di manifestazioni senza alcuna formazione storico culturale faccendo apparire gli ambiti di minoranza esclusiva residenza di costumi, canti e parlate “altre”, allontanando i principi dall’ Inculturazione fra generazioni.

Oggi ai vertici della valorizzazione, tutela e divulgazione culturale non siedono le eccellenze come la tradizione indicava, ma soggetti attuatori senza identità e tanto meno parlanti l’antico idioma arbëreshë.

Queste figure “altre” divulgano appuntamenti attraverso appellativi fuori da ogni ragionevole diplomatica del vivere all’interno dei katundë di estrazione arbër.

Tuttavia ciò che penalizza e appiattisce uniformando a modelli globalizzati il senso della regione storica sono le numerosissime attività di promozione che da primavera e nel corso di tutto l’anno, innalzano vessilli territoriali mai appartenute a nessuna delle sedici macro aree.

Se immaginiamo che tutto ciò che è stato sapientemente difeso e valorizzato dai tempi dei regnanti partenopei sino al 1806, il salto degenerativo perpetrato sino giungere alle vicende odierne, per quanti della minoranza analizzano, studiano e appuntano con dovizia di particolari ogni frammento della storia;  diventato un pena indescrivibile  la continua perdita di valori e a nulla valgono le grida di dolore, che anche se fossero mute, almeno chi vive di riti bizantini dovrebbe avere gli strumenti divini per ascoltare e curare.

A tal fine volendo accennare solo le più famose manchevolezze senza scendere nei particolari, valgano di esempio queste note interrogative: Sagre di prodotti tipico(?), Gjitonia e vicinato(?), abusi edilizi per abitazioni storiche(?), Scanderbeg l’eroe Arbëreshe(???????), Valje e balli tondi della liberazione(?), quartieri / Gjitonie(?), caricature filmiche(?), abbellimento dei centri antichi(????), biblioteca delle riviste(?), musei del costume(?), la vestizione nuziale con le grazie al vento(?), l’eliminazione dei comitati di festa (?), questi accennati esempi si possono configurare come una grande frana indotta per aver estirpato troppe radici storiche, architettoniche, sociale, urbanistiche, psicologiche, geologiche, artistiche, antropologiche e cosi via discorrendo, ma comunque e nonostante tutto pur avendo consapevolezza di cosa potrebbe avvenire, non si innalza alcun presidio idoneo a rallentare l’inevitabile.

L’immaginario che ogni buon arbëreshë si auspica, è volto al ricambio generazionale composto da figure in grado di impedire che ruoli dipartimentali, istituzionali e per la promozione del territorio, siano posto nelle disponibilità di quanti sanno come fermare questa marea economica/culturale legalizzata; allontanando dai canali divulgativi e della valorizzazione ogni sorta di litirë privo di elementari titoli  di formazione locale, che in troppi casi casi millanta di conoscere storia, lingua, metrica canora, le diplomatiche della vestizione e ogni sorta di attività del consuetudinario storico delle sedici macro aree.

Allo stato urge fermare energicamente le dilaganti nozioni serrate, senza luogo, senza tempo e senza patria, appellare “Arberia” una “Regione storica” è sbagliato!!! in quanto il sostantivo è sinonimo di nazione e nessuno ha mai riconosciuto e mai avrà modo di prendere corpo, perché noi arbëreshë siamo Minoranza storica Italiana e basta.

In questi giorni recandomi nei luoghi natii ho rinvenuto dei semi di buon auspicio, alcuni chicchi di grano, conservati in un cassetto e che i miei genitori, in vita, non hanno avuto modo di utilizzare, per questo m’impegno a loro memoria di farli germogliare, sperando che diano un numero considerevole di semi in grado di emanare gli antichi sapore della tavola familiare, la stessa di tante famiglie e rappresenti l’inizio di una nuova stagione di solidi valori arbëreshë.

 

 

(Bilë e Arbëreshëvet!! gjiegjëni me veshët tuej e diovasni letir, veth këstù zeni kushë Jini;

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