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LA STORIA DELLA REGIONE DIFFUSA ARBËRESHË

LA STORIA DELLA REGIONE DIFFUSA ARBËRESHË

Posted on 18 giugno 2019 by admin

LA STORIA DELLA REGIONE DIFFUSA ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Come sanciva nel suo discorso sugli Albanesi, impropriamente attribuito ad altra inquietante figura, il Baffi riteneva che per lo studio della storia di un popolo, non si deve andare altre una certa misura, altrimenti si perde il senso della ricerca.

In conformità a questo principio, inizio ad analizzare cosa e quanto ha prodotto il miracolo linguistico tramandato oralmente nelle regioni dell’antico regno di Napoli o delle due Sicilie.

A tal proposto  il limite del confine dell’infinito di ricerca parte ai tempi quando venne diviso in themati l’impero romano unificato, la conseguente traccia di ricerca condotta, pone ad indagine l’intreccio tra uomini,  rapporti sociali, rapporti economici, luoghi e tradizioni da tutelare.

S’inizia con l’affermare che nel VI secolo D.C. dopo  aver allocato la capitale dell’impero di Oriente ed Occidente a Costantinopoli, venne diviso il territorio unificato, in themati e le disposizioni del nuovo modello convogliava le disposizioni civili e militari, nell’elemento perno dell’Impero, ovvero, i soldati contadini (gli Stradioti).

Fare un parallelismo delle consuetudini, della famiglia stradiota e quella arbëreshë descritta nel protocollo Kanuniano, è facile, anzi oserei definirli i prodotti sociali di una sola radice.

Questo ha caratterizzato in maniera particolare genti che vivevano le terre che ebbero come scenario gli scontro tra gli eserciti musulmani da quelli cristiani

Tra questi un ruolo fondamentale lo ebbero i territori dei governarati arbër e quelli a esso appena confinanti, avendo come scontro storico la battaglia della Piana dei Merli combattuta il 15 giugno del 1389.

Essa rappresenta una pietra miliare, della via perseguita dai turchi, per conquistare Roma e l’intero occidente.

I territorio che accomunavano con simili ideali i governarati arbër, divennero il luogo ultimo per frenare il bellicoso progetto mussulmano.

Le battaglie che in queste spianate, anfratti e gole ebbero luogo, diedero lustro alle capacità innate del popolo arbër, per la difesa dei territori di pertinenza o linee da difendere, al punto tale che furono attuati accordi di mutuo soccorso,  tra la nobiltà locale Balcani e in seguito con quelle oltre Adriatico.

Ebbe così inizio un scambio di difesa in forze di uomini mezzi e armi, che da un lato garantiva una linea bel lontana dalle coste occidentali dell’adriatico e dall’altra  aiuti fondamentali per non soccombere all’invadenza turca.

Intanto nelle terre del regno di Napoli, le trame francofone, e le preoccupazioni relative d’invasione resero indispensabile predisporre nel 1448 le opportune linee di difesa in Sicilia, Calabria e Puglia, insediando gli arbër che nel contempo rassodavano e mettevano a coltura terre incolte o dismesse per la insalubrità diffusa.

Quando nel 1460 le politiche del papato e quelle francofone, resero incontrollabili gli atteggiamenti dei baroni verso il re di Napoli, fu lo stesso Giorgio Castriota (che dalla fine del 1443 aveva fatto comprendere ai turchi, il senso della famiglia Kanuniana) a gestire la situazione nella famosa battaglia di “terra strutta” e poi predisporre i presidi idonei a frenare ogni tipo di ribellione.

Nel 1468, anno della morte del valoroso condottiero, secondo gli accordi dell’Ordine già in atto; fu l’anno prima della morte del condottiero che Giorgio ebbe  in affido la figlia di Vlad III Principe di Valacchia, Donica Comneno raggiunge Napoli ospite a corte con la “bambina” e i due figli “Giovanni e Vojsava”.

Appare evidente che a questo punto caduta quella linea per la difesa dell’occidente, il limite deve arretrare e quali presupposti migliori per approfittarne della presenza della moglie e i figli di Giorgio Castriota a Napoli e accogliere famiglie arbër, al fine di predisporre un controllo serrato degli d antagonisti più efferati e disegnare aree specifiche dove far insediare gli arbëreshë, liberi per i primi cinque decenni di muoversi  nei territori del regno secondo un progetto strategico studiato a tavolino.

Nascono cosi, la linea dell’infinito calabrese,  il limitone pugliese  e la linea del fortore, a queste si aggiunsero per i principi più irriducibili, presidi  mirati, vere e proprie linee di controllo, come quella del tarantino contro gli Orsini che contavano oltre dieci agglomerati, la Sansaverinense con oltre venticinque agglomerati e quella del Sarmento altri dieci agglomerati, contro i Principi di Bisognano.

La definizione capillare delle linee di controllo, sarà trattata in uno specifico grafico che allo stato è in puntuale definizione; resta un dato inconfutabile, a ogni linea d’insediamento, corrispondono un numero considerevole di agglomerati arbëreshë, in funzione dell’ostilità dei principi verso il re .

Sta di fatto che dalla prima migrazione del 1448 sino agli albori del 1500 le disposizioni degli arbëreshë seguono una regola precisa, che non è mai casuale o lasciata al caso, perseguendo sempre  due fini complementari: il primo economico e mirava a mettere a regime territori incolti o comunque abbandonato; il secondo, creare una sorta di cortina per il controllo del territorio dei principi ribelli.

Questa disposizione delle genti arbëreshë nel territorio del regno di Napoli non viene mai dismessa, vero è che dopo la realizzazione degli atti di sottomissione e le vicende religiose mai dismesse dal papato, gli arbëreshë furono sempre tutelati nella valorizzazione del proprio patrimonio culturale, linguistico, consuetudinario e religioso, indispensabile per difendere le direttive reali a mai quelle locali.

Conferma di ciò sono le disposizioni di Carlo III, il quale una volta insediatosi a Napoli, per la sua difesa e del suo seguito istituisce il reggimento Real Macedone del Regno di Napoli, non affidandosi dell’esercito; il reggimento, la cui estrazione  di matrice arbëreshë preferiva esclusivamente elementi provenienti dalle terre balcaniche; persino il cappellano militare era di medesima discendenza, il Reverendo Giuseppe Bugliari, naturalmente arbëreshë ka Shën Sofia; ma questa è un’altra storia.

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LA PERCEZIONE PERFETTA

LA PERCEZIONE PERFETTA

Posted on 17 giugno 2019 by admin

LA PERCEZZIONE ERFETTANAPOLI di (Atanasio Pizzi) – L’intervento qui riportato, indaga l’humus culturale della regione storica e vuole definire il debito culturale accumulato verso i luoghi, i protagonisti e le attività utili a comporre il quadro della cultura storica e cosa ha attratto gli addetti a volgere l’interesse verso il tramonto della cultura.

Quando nell’estate del 2004 entrai nella sala consiliare del comune Sofiota ad ascoltare cosa era riferito in merito al tema “la gjitonia”; dire che rimasi stupefatto è puro eufemismo.

Appariva evidente un’impronta d’isolamento geografico e storico, lasciando il campo aperto a una storia dominata dall’approccio di una filosofia locale o attinta dalle fonti impermeabile all’esperienza dell’individualismo.

Notai da subito il profilo culturale degli oratori  e nessuno aveva consapevolezza di cosa diceva e cosa lì a pochi passi nello sheshi di “Zia Klentina Magazinitë” aveva avuto luogo non molto tempo prima a torto dei loro enunciati.

Ritenni che la mia percezione dello stato culturale fosse veritiera, oserei dire perfetta, in quanto, non vi era alcuna attinenza con la realtà, degli uomini, degli avvenimenti e delle persone; istintivamente mi sono apprestato ad uscire da quel buio culturale.

Quel pomeriggio dell’estate del 2004, fu calpestata gratuitamente, la memoria, la dignità e i trascorsi storici di tante persone di nobile morale.

Era palese che nessuno degli oratori si fosse mai guardato attorno o si era informato di cosa fosse quel luogo di incontro, ne tanto meno cimentato in studi a largo spettro o confrontato le vicende storiche che avevano visto protagonisti la Scuola Sofiota.

Si narravano episodi privati del luogo, del senso, dello spazio, del tempo e delle persone coinvolte, in poche parole si raccontavano frammenti sconnessi di un tempo mai vissuto o che trovava applicazione nei trascorsi storici esclusivamente arbëreshë.

Iniziò cosi un periodo di indagine per confrontare le mie ricerche con un numero considerevole di addetti di quelle rappresentazioni, così come di tante altre; lo specificare domande di epoca degli uomini e dell’edificato storico, nessuno erano in grado di rispondere e il più delle volte adduceva personali e campanilistiche spiegazioni, come ad esempi:

“Scuola Sofiota” era ritenuta come l’operato di un povero di prete (Gnë zop Zotë);

Il valore dello Sheshi dei “Bugliari di sopra” era associava alla cantina di Joscari;

Gjitonia la identificavano come simile al vicinato;

Bagliva e di Kaliva, non c’era alcun nesso;

Luigi Giura, Vincenzo Torelli, si ignorava chi fossero;

Rione e Quartiere erano tradotti come gjitonia;

Pagliashpitë; si ignorava persino il toponimo;

Valje, era associavano al ballo albanese di fratellanza;

primavera Italo-Albanese, il buco nero degli arbëreshë;

Cavallerizzo, un’operazione umanitaria;

Il Collegio Corsini, la perfetta operazione immobiliare;

Dare senso al ricordo di Giorgio Castriota senza doverlo appellare Scanderbeg, enigma fantozziano;

Gli insediamenti della Regione Storica arbëreshë , ignorava il concetto di regione;

Il confini dell’infinito, rimane un enigma;

Il sogno perseguito di un cultore arbëreshë: imitare i Fratelli Grimm;

Quando ho iniziato, negli anni settanta del secolo scorso, la mia esperienza sul campo del restauro e della valutazione delle consistenze architettoniche, per il migliore rilievo; un vecchio ed esperto architetto, mi diceva sempre di essere diffidente sempre dovunque e comunque, nei confronti di quanti nella loro esperienza curriculare presentavano la propria maturità sviluppata esclusivamente nel chiuso dei dipartimenti.

Il vecchio amico, riteneva e aveva ragione, che i curriculari abitualmente, non mettevano a confronto le nozioni del chiuso, con quanto ancora del costruito storico resta indelebile all’aperto, rimanendo per questo molto indietro con la conferma dei dati.

Queste ha subito per decenni, la storia con protagonisti gli arbëreshë, le cui esaustive diplomatiche, anno trovato collocazione e dovizia di particolari nel territorio.

A questo puto si ritiene indispensabile iniziare con le dovute cautele e realizzare lo studio perfetto, che non sia solo il frutto di percezione ma confronto tra scrittografia territorio e memoria.

Ogni addetto che si occupa e si sforza di approfondire per divulgare nozioni della regione e per la regione storica, deve essere citato per i titoli che possiede e non per quelli che si vorrebbero che non avesse, per apparire superiori o più titolati; chi fa il fotografo è fotografo chi fa l’architetto è architetto, chi fa degenerare presidi lo porta sulla coscienza e così via dicendo senza mai dimenticare i titoli che sul campo hanno meritato quanti hanno lavorato per il bene comune .

È tempo di non dire più messa, in italiano/latino; identificarci nel vicinato, appellandolo gjitonia; cantare valjie, dicendo che sono balli; appellare Giorgio Castriota, con il nome di quando era il nostro nemico.

Se siamo arbëreshë un motivo storico ci deve essere, dobbiamo solo studiare e ricercare i riscontri nel territorio; non serve copiarlo nelle pieghe dei Sassi di Matera; per apparire più credibili; gli arbëreshë lo sono di natura!

Chi lo fa ed è nativo di un luogo che non trova collocazione in nessun contesto, se non risvegliare armonicamente i cinque sensi arbëreshë, può fare altro e ricercare altre cose.

Solo i prescelti sono in grado di avvenire con il cuore e con la mente, la percezione perfetta, quella unica e sola trasportata, dalle terre natie sei secoli ormai sono.

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L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORI

L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORI

Posted on 10 giugno 2019 by admin

L’INFINITO ACCANIMENTO DEI VINCITORINapoli (di Atanasio Pizzi) – La storia la scrivono i vincitori, il tempo poi lentamente consuma le spigolature e rende la visione dei fatti chiara e priva di ombre.

Gli scritti storici, tendono a giustificare i vincitori, arricchendo con dovizia di particolari gli scontri, la sopraffazione e le pene inflitte ai vinti che non terminano mai di essere oggetto di giudizio dei vincitori e i loro sottoposti.

I vinti, oltre a soccombere materialmente, sono obbligati a rinunciare ai propri principi morali, senza che alcuno produca una nota sui motivi per i quali  è stata scelta la via dello scontro.

Quanto qui di seguito viene esposto racconta di un antico e caparbio popolo, gli arbëri, i quali  facendo leva sulla solidità identitaria, certi di innestare la propria radice culturale su nuove terre parallele, sopravvalutarono, purtroppo, quanti avrebbero dovuto produrre i nuovi recinti per la difesa dell’immateriale in loro possesso.

I vinti arbëreshë dal XIV secolo, (dopo la morte del loro condottiero Giorgio Castriota, secondo quanto afferma Giovanni  Fiore da Cropani, “volgarmente denominato Scanderbeg”), furono accolti nei territori dal Re di Napoli, per rifiorirli e nel contempo controllare Roma e i baroni ribelli.

I profughi diedero avvio al loro illusorio percorso di tutela, prima abbandonando quanto di materiale possedevano, attraversarono mari e poi risalirono le chine delle colline meridionali, alla ricerca degli ambiti paralleli alla terra di origine, portando le cose immateriali più intime, compreso l’alias della medaglia a due teste, di matrice turca Scanderbeg.

Questo fu il primo grave errore subliminale sottovalutato, che ha dato la misura dell’ingenuità dei profughi, i quali, scappavano dalle loro terre per non essere sopraffatti, inneggiando al nome turcofono del condottiero da seguire.

Forti di quanto era rimasto impresso nella loro mente, s’illusero che sarebbe stato sufficiente attraversare nuovi territori e una volta bonificati quelli per vive, sarebbe iniziata la loro  parabola di pace e prosperità.

Purtroppo non è stato così, infatti, dopo un’intervallo di confronto con le genti indigene, gli antichi abitanti della odierna Albania, (gli arbërë) immaginarono che la disfatta in terra madre, ad opera dell’invasore turco, fosse terminata e la via verso la libertà di culto e di pensiero, secondo gli antichi dettami, non avrebbe più avuto chine da superare.

A ben vedere e con il seno di poi, così purtroppo non è mai stato e neanche per un battito di ciglio, in quanto, prima la deriva religiosa imposta dai latini, poi, l’ostinazione di imporre una scrittura, in seguito, l’imposizione di svuotare la metrica del canto e riempirla di poesia, hanno portato  le genti della regione storica arbëreshë, a compiere un “cerchio di tutela culturale” che li ha riportati nello stesso risultato da cui si erano illusi di sfuggire sei secoli, ormai sono.

Una vicenda paradossale che se analizzata con dovizia di particolari storici, senza alcuna forma, politica o clericale di parte, si potrebbe definire la beffa storica.

I motivi e le tappe che descrivono questa parabola illusoria, in quanto gli Arbëri miravano a quanto qui si seguito elencato:

  1. Non soccombere alla pressione di una religione dissimile dalla greco ortodossa;
  2. Non  assumere consuetudini ignote fuori dalle regole degli stradioti riassunte nel Kanun;
  3. Non parlare attingendo  in modelli scritto grafici;
  4. Seguire esclusivamente la propria metrica canora;
  5. Tutelare  i propri usi e costumi;
  6. Tutelare ambiti del costruito storico;

Non serve molta conoscenza della storia arbëreshë, per rendersi conto che questa è la realtà che non dovevamo vivere e nonostante tutto viviamo a dispetto di ogni principio per il quale fu scelto  l’esilio; ed è per questo che risulta facile segnare il punto a chiusura  dell’ironico cerchio, che poi è lo stesso punto dei calori sociali da dove eravamo partiti, a conferma di ciò si riassume  ogni cosa nelle note seguenti:

  • I profughi arbëri una volta stabilitisi nelle terre a loro assegnate, secondo uno schema ben ideato dai re Aragonesi, furono subito al centro dell’attenzione della chiesa, che per la perdita di risorse economiche, faceva leva sui riti dissimili a quelli latini e nel tempo di pochi decenni fece volgere le preghiere non più verso oriente; già alla meta del XVI secolo, di cento comunità arbëreshë, se poco più di venti sono state parzialmente graziate lo devono all’infinita crociata che Roma attende ancora di architettare.
  • Dopo questa prima fase nasce il plesso per la modellazione di prelati, per imporre lettere prima greche, poi latine, poi il mix di alfabeti che hanno fatto sorridere tutta l’Europa culturale e la grande massa degli arbëreshë che miravano al progetto di fuga, preferirono mantenere le distanze da questa blasfemia culturale.
  • Intanto le vicende culturali poste in essere spezzano molte tradizioni storiche, anche se le masse in maniera palese non avvertono materialmente nessuna ferita che si può ritenere tale; così si protrae sino a dopo la seconda guerra mondiale, quando la tendenza di caratterizzare gli ambiti costruiti, a seguito del boom economico, avvia a una deriva che nel corso di pochi decenni fa ritornare le genti della regione storica nelle stesse condizioni, cui sei secoli or sono cercarono di divincolarsi.
  • Nei fatti analizzando gli elementi materiali ed immateriali su cui oggi si regge la storica regione, si nota facilmente che sono mutate tutte le consuetudini laiche e clericali, secondo disciplinari alloctoni e non trovano ragione di essere in nessuna delle consuetudini arbëreshë.
  • La lingua imposta e proposta, mira a quella skiph di radice e metrica turca, oltretutto irrispettosa del fatto che noi arbëreshë siamo gli unici detentori della radice originaria.
  • L’inesperienza di caratterizzare gli edificati e gli ambiti urbani ha impresso  una deriva folcloristica paradossale, facendo apparire come il luogo di costumi e costumanze tipiche o riferibili alla radice turca, se poi a questo associamo le feste, le sagre, le danzate del ventre in costume, associata a sventolio di fazzoletti, il ritratto dell’harem è completo; asi vuole ribadire il concetto di “ritratto”, giacche, se si volesse riprodurre una rappresentazione filmica, la tragedia per gli arbëreshë sarebbe completa, in quanto le sonorità di tamburi, clarinetti e vocalità sono la conferma che pur essendo fuggiti e allocati lontano dalle regioni di matrice imposta, gli emissari culturali inviati dai mandamenti turchi, hanno saputo fare un ottimo lavoro di piegatura all’interno dei nostri katundë, quella piegatura culturale, consuetudinaria, metrica e religiosa da cui pensavamo di essere sfuggiti.

Complimenti ai turchi e in particolar modo a tutti gli “emissari” che pur di apparire, hanno venduto l’anima e il “buon cuore” della loro memoria.

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LATIFONDISTI CULTURALI DELL’ARBERIA; (Gli agricoltori disciplinati attendono lo spazio di competenza nella regione storica arbëreshë)

Protetto: LATIFONDISTI CULTURALI DELL’ARBERIA; (Gli agricoltori disciplinati attendono lo spazio di competenza nella regione storica arbëreshë)

Posted on 03 giugno 2019 by admin

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RISPETTO DEL TERRITORIO

Protetto: RISPETTO DEL TERRITORIO

Posted on 31 maggio 2019 by admin

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GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi  dy€)211054

Protetto: GJITHË GJINDIA T’ GJEGJEN (Thë katundet arbëreshë: një shëpi një €, e tre shëpi dy€)211054

Posted on 25 maggio 2019 by admin

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ARBËRESHË!!! CË JAME PËSOMI

ARBËRESHË!!! CË JAME PËSOMI

Posted on 23 maggio 2019 by admin

ARBËRESHË!!! CË JAME PËSOMINapoli (di Atanasio Pizzi) – A un buon osservatore non sfugge, all’arrivo della stagione estiva, cosa patiscono per colpa del barbaro quanti hanno avuto la fortuna di crescere all’interno dei “luoghi formativi dette gjitonie”.

A tal proposito è opportuno fare una premessa sul concetto di «barbaro» come altro, come «alterità» radicale; esso ha origine dai tempi delle guerre che i greci attuarono contro le popolazioni antagoniste.

Tuttavia, il concetto di «alterità» (otherness) non deve essere confuso con «razzismo» e di «razzista», in quanto, la cautela è d’obbligo, allo scopo è opportuno utilizzare termini come «etnocentrismo» per designare il mondo arbëreshë e quello non arbëreshë, a partire dal XV secolo.

Il senso non vuole innalzare muri o barriere per dividere gli individui, giacche il tema, intende sviluppare i modello secondo il quale si producono, gruppi minoritari capaci ad essere solidali per vivere rispettando il tangibile e l’intangibile di cui sono attorniati.

Esso ha una forte connotazione storica, di natura ideologica nella parallela polarizzazione che ebbe inizio tra l’ideale democratico dell’ateniese e il regime tirannico degli stati barbari.

I Greci giunsero a conoscere e valutare i gruppi etnici estranei alla propria civiltà, facendo ricadere la responsabilità della barriera a Persiani, Indiani e, a fortiori (geograficamente), i Cinesi, escludendo in questa disanima l’Egitto.

Ricostruire, da un lato, l’atteggiamento dei Greci nel loro incontro con quattro particolari civiltà (i Celti, gli Ebrei, i Romani, gli Iranici) proprio nel periodo della loro decadenza politica, e, dall’altro, le conseguenti acquisizioni culturali che si generarono sotto l’influenza della potenza romana, erede della «sapienza greca» dopo averla inizialmente combattuta.

Roma fece propri questi presupposti con delle peculiarità e secondo un processo evolutivo di adattamento di cui si deve tener conto; i Greci distinguevano se stessi dai barbari in termini di una barriera delineata in modo netto e difficile da superare; i Romani concepivano una sorta di spazio continuo lungo il quale era relativamente più semplice avanzare.

Tornando alle manifestazioni d’inizio estate che vedono sopprimere l’intangibile e il tangibile arbëreshë, sono paragonabili al concetto di «barbaro»; esse si potrebbero paragonare alla regola di Plinio, il quale le connotava tutte le cose negative al brusio sgradevole delle vespe, detto «disuguale» come tra i barbari o (fetus ipse inaequalis ut barbaris); oppure di un tipo di albero della mirra, detto quod aspectu aridior est, sordidaque ac barbara.

Gli individui non etnocentrici, nati e allevati fuori dai “recinti formativi ideali delle gjitonie” acquisiscono delle caratterizzazioni specifiche in relazione al loro apparire nell’orbita Arbëri.

Essi nascono e vivono secondo i disciplinari dei villaggi sprovvisti di fortificazioni culturali, privi di qualsiasi ideale di tutela stabile e affidabile.

Dormono sulle lodi di foglie e paglia estranea, divorando ogni tipo di carne durante le sagre, interessati soltanto alla guerra per primeggiare, senza interesse a produrre secondo l’agricoltura consuetudinaria ereditata dai propri avi, in definitiva, una vita buia, trasversale e senza aver alcuna nozione di scienza, di cultura e di arte arbëreshë.

Questo esercito di percussori, cresciuta e allevata barbara una volta formata non ha alcuna capacita per distinguere quali siano le eccellenze o disturbatori, del passato e del presente, in definitiva va formandosi un esercizio di spontaneità pura, che non trova alcuna collocazione nelle fila del disciplinare storico/consuetudinario da tutelare.

Scambiare i propri limiti artistici o i lievi solchi formativi per il seminato della regione storica è un danno che viene prodotto verso se stessi e alle generazioni che verranno, questi ultimi saranno per questo spogliati di ogni baluardo identitario a cui credere e vivranno per colpa dei barbari una vita piatta e senza orizzonti.

È lo stesso figli di Pasquale Baffi, Michele, il quale, in un suo trattato sulle diplomatiche, ammonisce a non seguire gli esempi dei romani, i quali pur di primeggiare piegavano a loro piacimento i naturali trascorsi storici, lasciando così in eredita fatti mai accaduti che comunque rimangono fissati nei corsi storici e divennero realtà.          

Questo atteggiamento, nonostante le radici storiche, ha attecchito in molti narratori arbëreshë, minando le vicende storiche della minoranza, quest’ultima per la sua solidità consuetudinaria per certi versi ha attutito gli effetti, ritenuti sopportabile sino alla fine degli anni sessanta.

Da allora in avanti, l’acculturarsi diffuso della comunità per i processi di alfabetizzazione preposti dal legislatore, ha innescato una deriva di valori riferibili alla minoranza a dir poco dannosa, se non deleteria.

Infatti, l’acquisizione di titoli accademici ha reso la regione storica, il campo in cui seminare la propria capacità di lettura e interpretazione (sotto la vigile supervisione delle nonne analfabete) tralasciando il dato di verifica e confronti, tra lettura,territorio, tempi e le emergenze ancora presenti sul territorio, ma badando solo all’ego scrittografico e i suoi futuri profitti.

Oggi è giunto il tempo di terminare, anche alla luce delle nuove risorse elargite dalla comunità europea e dallo stato italiano, queste ultime risorse, diversamente da quelle della 482/99 che minarono l’intangibile delle minoranze storiche, puntano direttamente sugli elementi tangibili, che sino ad oggi pur subendo una serie di manomissioni conservavano l’antico senso.

Per senso si vuole intendere custodire il senso dei lioghi e far identicamente riecheggiare una favela antica, oltre il fruscio di quelle meravigliose stolje, incautamente imprigionate, violentando così le aspettative delle nostre madri.

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BANALE È FACILE (Shëpia sà nà sosenë, harë e dëra gnera cu shoghenë)

Protetto: BANALE È FACILE (Shëpia sà nà sosenë, harë e dëra gnera cu shoghenë)

Posted on 13 maggio 2019 by admin

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GIORGIO CASTRIOTA I PRIMI 614 ANNI (06 maggio 1405 – 06 maggio 2019)

Protetto: GIORGIO CASTRIOTA I PRIMI 614 ANNI (06 maggio 1405 – 06 maggio 2019)

Posted on 07 maggio 2019 by admin

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VALJE (espressioni canore condivise, tra generi arbëreshë)

VALJE (espressioni canore condivise, tra generi arbëreshë)

Posted on 26 aprile 2019 by admin

ValjeNapoli (di Atanasio Pizzi) – Gli arbëreshë non avendo, nel corso della storia, utilizzato alcuna forma scritta legavano la solidità del loro idioma e del percosso esistenziale alla metrica del canto.

Per questo  affidarono la prosecuzione della loro lingua, il racconto delle proprie gesta storiche e di vita quotidiana al cantare condiviso, i cui componenti non superavano mai la  dozzina, lo stesso numero che aveva la tipica famiglia allargata

Le Valje rappresentano, la conferma del legame familiare, il racconto degli avvenimenti del gruppo allargato, riverberata nella storia dinastia.

L’esecuzione del programma canoro, avveniva predisponendo due distinti gruppi, uno di donne e uno di uomini, un numero complessivo non superiore alla dozzina.

Uno dei due gruppi, iniziava a intonare i primi versi, lasciando al secondo, spiragli di risposta; seguivano a questi una serie d’inviti e risposte che raggiungevano il culmine, in un intreccio melodico senza eguali.

Non esiste arbëreshë che non abbia cantato nel corso della sua vita almeno una volta in una valje, il  cantare in gruppi di donne e uomini, sono trattati in diversi capitoli della storia moderna degli arbëreshë, segnando pensiono la carriera dell’editore V. Torelli, che nel suo giornale musicale, stampato a Napoli, aveva creato una sorta di battaglia ideale tra musica e canto, in cui a trionfare secondo lui, arbëreshë, era il canto.

Questi leggendari racconti, settimanalmente posti in stampa, raccoglievano nei locali (che oggi non esistono più, a ridosso del porto di Napoli) numerosi esponenti della cultura canora e musicale di Europa, in vigorose discussioni per far prevalere uno dei due fondamenti della teatralità d’epoca.

La Valje racconta, la nascita, la morte , l’operosità in tutte le sue forme, le dispute perla tutela della specie e ogni momento di vita che ha visto protagonisti gli arbëreshë, in tutto, rappresenta la memoria del passato, e cercare di valorizzarla con strumenti musicali o cantando quelle melodie in forma esclusivamente femminili o maschile, non si fa altro che disperdere frammenti irripetibili della nostra storia.

Delle Valje, nel corso della storia moderna, ne fanno lunghe trattazioni, numerosi eccelsi della regione storica senza mai mettere in dubbio la radice canora condivisa tra generi arbëreshë.

Essi rappresentano l’inno della regione storica e della stessa Albania,  esclusivamente all’esperimento canoro; scriveva Pasquale Scura, canto puro, privo di un qualsiasi strumento musicale, semplice vibrazione della radice umana.

Il numero degli elementi canori della valje, è funzione del gruppo familiare Kannuniano, infatti, un numero superiore alla dozzina creerebbe confusione e non sarebbe stata gestibile, il oltre, l’originaria esigenza canora nasceva nelle lunghe giornate di duro lavoro nei campi, per alleviare il lavoro e far sentire meno soli gli elementi delle varie attività.

Le valje sono espressione, mai scritta, della storia arbëreshë, attraverso di esse si segnano i tempi; si descrivono gli ambiti attraversati, bonificati e vissuti; si ricordano amori; valorosi e leggendari condottieri; favole e leggende surreali; che poi sono un modo di rendere la vita meno dura e descrive i domani secondo i sogni che ognuno di noi ancora porta nel cuore.

Tuttavia, nei giorni nostri, la confusione ha preso il sopravvento e la deriva canora  vuole assegnare al canto degli arbëreshë una funzione diversa, confondendo ogni cosa che si pone tra la la storia e il canto.

Una cosa è il carnevale, altra cosa è la festa dell’integrazione di primavera e altra cosa è il canto, confondere e non avere consapevolezza di questi tre pietre miliari della regione storica, è grave.

Il ballo tondo per gli arbëreshë non è mai esistito, confonderlo con la festa dell’accoglienza con due ali di folla che accolgono gli indigeni che si recano a onorare i morti li dove in epoche più remote vennero sepolti si fa torto alla memoria di quella discendenza.

Gli arbëreshë non hanno mai ballato, perché l’unico momento di condivisione era quello canoro, sempre dedicato all’operosità o alle vicende che rendevano possibile la prosecuzione della specie in sintonia con le vicende materiali e immateriali dell’integrazione pacifica, nei territori paralleli ritrovati.

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