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SOTTOSCRITTO IL MEMORANDUM D’INTESA SULLA COOPERAZIONE COMUNALE INTERNAZIONALE CON DUE CITTÀ DEL KOSOVO

SOTTOSCRITTO IL MEMORANDUM D’INTESA SULLA COOPERAZIONE COMUNALE INTERNAZIONALE CON DUE CITTÀ DEL KOSOVO

Posted on 17 febbraio 2019 by admin

CivitaCIVITA (CS) Alessandro Tocci 

 

 

 

 

Comune di Civita

Provincia di Cosenza

Comunicato Stampa

 

Sottoscritto il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione comunale internazionale con due città del Kosovo.

Il sindaco  Tocci: “Con questo accordo apriamo a nuovi scenari di cooperazione e di scambi con  Paesi a noi vicini.

Cosa che facciamo da anni con l’Albania. 

 

Civita – Sottoscritto il Memorandum d’Intesa sulla cooperazione comunale internazionale tra i comuni di Civita e Frascineto con i comuni di Fushe Kossovo e Lipjan in Kosovo. Questa mattina, in occasione dell’anniversario d’indipendenza del Kosovo, con una cerimonia istituzionale ufficiale tenutasi presso la sede del Ministero dell’Amministrazione del governo locale del  Kosoro, il sindaco di Civita, Alessandro Tocci,  accompagnato dal capogruppo di maggioranza, Andrea Ponzo, e dal consigliere comunale delegato allo Sport, Vincenzo Oliveto, e i   sindaco del comune di Frascineto, Angelo Catapano , di Fushe Kosovo, Burim Berisha, di Lipjan in Kosovo, Imri Ahmeti, e del  segretario generale del Ministero, Rozafa Ukimeraj, hanno sottoscritto il Memorandum d’intesa sulla cooperazione comunale internazionale. L’obiettivo del Memorandum, che si applicherà sulla base della reciprocità e beneficio reciproco, è quello dello “sviluppo e della promozione della cooperazione per la realizzazione di attività culturali e ricreative comuni, per lo scambio delle esperienze delle istituzioni scolastiche e delle associazioni culturali e artistiche, per lo scambio  delle esperienze nel campo dell’arte, della cultura e delle altre attività educativi – accademici e per lo scambio delle esperienze nel campo dello sviluppo locale”. Per il primo cittadino di Civita, Alessandro Tocci, “l’obiettivo della sottoscrizione di questo accordo di cooperazione è quello di far convergere i punti di forza delle esperienze maturate nel campo dello sviluppo locale e, soprattutto, nel campo delle attività culturali e ricreative stabilendo rapporti di cooperazione e scambi culturali al fine di inaugurare una nuova era di cooperazione internazionale che punti sulla valorizzazione reciproca delle realtà aderenti.   Questo accordo sulla cooperazione comunale internazionale – ha sottolineato il sindaco Tocci – è lo strumento per intraprendere nuovi rapporti di cooperazione e di scambi commerciali e culturali con nuove realtà  e far conoscere  il nostro territorio e, soprattutto, le nostre potenzialità e la nostra identità. Cosa che Civita fa già qualche anno con l’Albania. La sottoscrizione di questo Memorandum d’Intesa offre, quindi,  nuove possibilità per la valorizzazione del territorio e delle tradizioni enogastronomiche civitesi che già riscuotono apprezzamenti non solo nel Bel Paese, ma in gran parte del  Mondo”.

 

 

Civita, 17 febbraio 2019

 

Ufficio Comunicazione.

                                                                                                                           Comune di Civita

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DA PATUNDË A KATUNDË

DA PATUNDË A KATUNDË

Posted on 16 febbraio 2019 by admin

DA PATUNDË A KATUNDË

NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Nella lingua arbëreshë, mi riferisco a quella parlata all’interno delle macro aree che sommano la regione storica, la parola Katundë indica il Villaggio, dico villaggio e nessun altro modello di aggregato urbano.

Katundë è la sommatoria Ka+Tundë, il suffisso Ka indica un luogo; il verbo Tundë, indica il gesto di più individui come spostamento di cose o persone, muovere in armonica cooperazione condivisa.

Preciso villaggio, in quanto, non possono essere classificati in alcun altro modo, né paese, né borgo o altro elemento di spazio di più abitazioni; tuttavia se dalla crusca vi dovessero riferire il contrario, come incoscientemente si è abituata a fare, mandateli thë bisht, giacché, siamo nati prima di loro.

I Katundë sono agglomerati, elevati alla fine del basso medio evo, ripopolando ambiti abbandonati in cui l’unico elemento innalzato in muratura era una chiesa un convento o altro presidio religioso, nei cui pressi insistevano pagliai o anfratti naturali completati con rami foglie e fango, abbandonati e per la loro manifattura non riconducibili all’era medioevale.

Per meglio comprendere il suo significato è bene sapere che esso rappresenta un centro abitato di modesta entità, destinato soprattutto a residenza di una popolazione che ha nelle vicinanze il luogo del proprio lavoro.

Etimo riferisce di logo residenziale prevalentemente plurifamiliare con abitazioni distinte per ogni famiglia ma il complesso con unica grande residenza; alle singole cellule abitative si aggiungono altre strutture, quali i granai raggruppati talvolta in uno spiazzo comune, luoghi e costruzioni rituali per gli atti di culto domestici e comunitarî, recinti per gli animali domestici.

L’intero villaggio è normalmente protetto da siepi o palizzate contro eventuali assalti nemici o di animali predatori, il villaggio generalmente si articola secondo due tipologie di aggregazione edilizia definite: lineari e articolate esse in effetti in origine erano abitazioni a pianta per lo più rettangolare, con tetto a falda unica verso l’ingresso.

In urbanistica, rappresenta un gruppo di abitazioni progettate unitariamente in modo da costituire un complesso edilizio studiato organicamente come l’insieme di più rioni e rispondere ai bisogni o ai desiderî di una data categoria di abitanti in questo caso arbëreshë con il loro codice culturale da far germogliare.

Le migrazioni che subirono i centri di origine arbëreshë nel secolo diciannovesimo, verso le Americhe, prima, poi verso il nord e l’Europa, assieme ai progetti di scolarizzazione, si auspicava proiettassero i paesi verso orizzonti più floridi  e valorizzare quando andava degenerandosi; purtroppo non fu così, infatti la scarsa formazione tecnica da un lato e il forte radicamento alle proprie origini  produsse una graduale deriva verso il basso, degenerando violentemente, ambiti costruiti il tangibile.

Solo una frangia culturale dopo il secondo conflitto mondiale, produsse un risveglio che fece da bilanciere per quanto riguarda la tutela e la riproposizione del’intangibile.

Due processi che invece di incontrarsi e fare gruppo, in maniera coscienziosamente distratta, perseguivano traguardi diversi, da una parte si riproponeva “la primavera italo-albanese” e dall’altra, faccendieri economici, distruggevano gli ambiti costruiti nel tempo.

I due fenomeni, mai furono paralleli ma trasversali, hanno innescato i processi degenerativi più pericolosi nella storia della minoranza, per i quali l’intangibile della tradizione arbëreshë ha perso completamente i luoghi , il palcoscenico, storico costruito nel tempo, dove tutelare la propria identità consuetudinaria .

La deriva, trova il suo culmine alla fine degli anni novanta del secolo scorso ha iniziato a intaccare pericolosamente anche l’intangibile e oggi le scorie di tale degenerazione si manifestano nell’abbandono dei piccoli centri, non avendo gli amministratori ed i cultori elementi sufficienti a cui aggrapparsi.

La perdita di identità, oggi vive una deriva pericolosissima in quanto avendo perso ogni sorta di orientamento cercando conforto, nell’uso della lingua standard Albanese, invece di valorizzare la radice che gli arbëreshë conservano da sei secoli; tutelare gli ambiti costruiti e vissuti come identici a quelli indigeni; seguire riti per fornire elementi ad una crociata romana mai terminata, innestando iconografie e riti senza senso; in ultimo, ma non per importanza, piegare la storia degli uomini migliori, sia dal punto di vista sociale e della metrica, attribuendo alla minoranza nomi, eventi e frammenti che non gli appartengono, è confermato dal fatto che la prima fila non è stata lasciata nelle disposizione delle figure più sane.

Allo stato e prima di affrontare il tema di quale futuro attendere i Katundë della regione storica arbëreshë, bisogna rispondere ad alcune domande essenziali: come si vive in queste realtà la lontananza dalle opportunità offerte dalla metropoli e quali esempi sociali irripetibili  altrove sono in grado di garantire.

Un punto di partenza per l’analisi, per questo, diventano gli indicatori come: salute, istruzione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica/istituzioni, sicurezza, paesaggio/patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, oltre la qualità dei servizi.

Comparare realtà di simile origini pur appartenenti a macro aree differenti dunque porta a osservare che i Neet hanno la stessa diffusione, presumibilmente simili ai comuni capoluogo..

Volendo ora sintetizzare una prospettiva di sviluppo integrato sostenibile è opportuno ritornare alle possibili alternative per traguardare il benessere diffuso.

La via è quella detta degli “Smart villages” che tradotto in lingua arbëreshë si configura nel Katundë, avendo per questo il target dei centri urbani/aree rurali con meno di 10 mila abitanti.

Il concetto di Katundë, sta progressivamente prendendo forma nei processi di rilancio, non solo italiani ma anche, dell’Unione Europea si riferisce a quelle aree rurali e piccoli nuclei urbani nei quali l’elemento della tradizione è valorizzato/promosso mediante il supporto delle   tecnologie dell’informazione, della comunicazione e dell’innovazione digitale, al fine di creare nuovi prodotti, nuovi servizi, opportunità indirizzate alla popolazione residente.

A tal proposito, la Commissione europea ha lanciato lo scorso 11 aprile 2017 il documento

EU action for Smart Villages che mira a promuovere iniziative in materia di ricerca e innovazione dei trasporti sostenibili, energetici, attraverso politiche digitali, per mirare ad una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, di queste storiche realtà.

Il progetto, di fatto, consente di superare le principali barriere che limitano lo sviluppo socio-economico delle aree rurali: il digitale unisce dal lato delle infrastrutture immateriali, per superare le barriere della mobilità delle infrastrutture materiali.

I benefici che tali territori possono ricavare da questo nuovo approccio particolarmente ambizioso non possono essere sottovalutati.

Nella realtà attuale la velocità di connessione è fondamentale per uno sviluppo economico, in grado di garantire ai “Patundë” di rimettersi in gioco ed essere competitivi sul mercato globale in veste di “Katundë”.

Questo dato rappresenta la svolta, in quanto, qualsiasi cittadino può entrare a fare parte da una rete capillare ed efficiente e di  conseguenza usufruire di questi vantaggi che garantiscono la presenza in una società globale, avvantaggiandosi grazie le peculiarità locali che sono uniche ed irripetibili altrove.

La rete in poche parole rappresenta lo strumenti attraverso il quale si può essere presenti ed avere un ruolo attraverso il quale influenzare, entrandovi a far parte, nei diversi settori  dell’economia.

Mobilità, turismo, cultura, occupazione, scuola, rappresenta solo alcuni dei settori che possono trarre benefici rilevanti dallo sviluppo di questa rete.

Alla luce di quanto appena sostenuto, è possibile definire Katundë come un centro dotato di un elevato tasso di alfabetizzazione digitale; un buon accesso alla sanità digitale; un’economia circolare ben sviluppata; una  rete di promozione dei prodotti locali mediante l’uso delle tecnologie digitali.

Avendo come fine il turismo esperienziale, come fattori di sviluppo economico sostenibile connesso con una realtà metropolitana da un lato e dall’altro con i centri minori adiacenti.

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PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVA

PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVA

Posted on 14 febbraio 2019 by admin

PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVANAPOLI (Di Atanasio  Basile Pizzi) – Quando il buon pastore latino fu nominato frettolosamente greco, nel 1876, molti immaginavano potesse porre rimedio alla pericolosa deriva innescata sui territori Sanseverinensi e limitrofi.

I recinti dove si credeva, pascolassero pecore per addomesticare antiche terre, erano invece diventati teatro di prevaricazione latina o zona franca per intenti di una fratellanza impossibile.

Il saggio pastore doveva dare seguito al progetto antico che ostinatamente, mirava ad assoggettare l’oriente all’occidente, auspicando di coinvolgere i pastori ortodossi nella struttura piramidale latina.

Gli esuli pastori con i loro greggi, hanno tenuto testa ai turchi per non essere piegati in terra natia e poi quando la sopportazione aveva superato i limiti preferirono insediarsi in ambiti paralleli per allevare identiche radici; tuttavia e nonostante tutto dopo sei secoli, sono stati raggiunti da alias e messaggi subliminali turchi, in ultimo da alcuni decenni, non è stata una buona cosa veder scorrere al nostro fianco l’identica sopraffazione che li costrinse alle pene dell’esilio.

In Puglia, Campania, Basilicata e Calabria le vicende relative, all’identità divina e terrena, sono state sottoposte a simili vicende; prima lasciati ai loro riti; in seguito sottomessi a quelli latini ritenuti meno blasfemi, (vedi la storia dei paesi del Vulture, del Tarantini, del Beneventano/Avellinese e Cosentino sanmarchese, solo per citarne alcune; ma comunque mai lasciati liberi di esprimere i loro valori originari.

Tuttavia chi riesce a uscire indenne allo sterminio dei gregge è l’alta Calabria ionica, che per atti stipulati anticamente non si è potuto rimaneggiare al volere latino.

Ma come si sule dire, l’occasione non va combattuta ma utilizzata per i piropi fini, ed ecco che dal settecento un’annosa piaga fu utilizzata intelligentemente secondo i riti di una crociata mai dismessa; la chiamarono una porta aperta rivolta all’oriente ostinato.

La porta doveva servire ad allargare le basi della piramide per avvicinarsi  di più al cielo,omettendo di precisare che al vertice  avrebbe preso posto il sacro romano.

Chiaramente realizzare un’istituzione religiosa cosi distante da Roma era un rischio che doveva essere opportunamente arginato; ragion per cui, ad allevare e formare i nuovi pastori era l’istituzione corsina, ma la nomina era di pertinenza “terza” fuori le mura di quel complesso.

Il pastore verificatore doveva confermare la genuinità di matrice romana, vestita di ornamenti orientale; false vesti, pericolose bolle di un caseario romano.

Una parabola formativa che fu interrotta quando l’istituto, preso d’assalto dalle frange civili, venne indirizzato per formare e istruire il popolo citeriore secondo la visione  dell’unita italiana, per cui per oltre cinque decenni, invece di pastori di dubbia capacità per le stesse istituzioni che li formavano, si formarono brillanti menti, che resero quella regione modello di intelligenza..

Terminata la parabola politico culturale, riprese l’infinita crociata di avvicinamento dei pastori romani con quelli greci.

Per dare ancora più linfa al progetto fu incaricata un saggia del luogo, egli conosceva tutti i risvolti e le pieghe che avevano subito quelle mura di indirizzamento; il pastore latino/greco, dopo aver stilato due rapporti dettagliati, il primo per lo stato laico ed il secondo per quello clericale, forni gli elementi indispensabili, che studiati attentamente per oltre tre decenni, consentirono di realizzare la scissione in tre segmenti, dello storico monumento di formazione.

Il tempo intanto scorreva imperterrito, senza nessun miglioramento di indirizzamento pastorale degli ambiti sottoposti alla guida dei nuovi pastori, solo dopo cinque decenni, un papa accompagnato in pellegrinaggio da un saggio Ullanese diede un nuovo impulso alla parabola pastorale nel 1963.

E nel mentre nei territori citeriori, si produceva un vortice crescente che disorientava vecchie e nuove generazioni, l’Ullanese per la sua capacità di lettura  portava avanti un lavoro raffinato di tessitura che oggi viene considerato come l’unico  e solo manufatto in lana orientali ed occidentali portato a buon fine.

La stessa tela che qui nella Calabria Sanseverinense, non essendo stata compresa, è disfatta giorno per giorno; a questo punto è spontaneo chiedersi: è valsa la pena fare parte di quel gregge di esausti esuli, se i loro preziosi filamenti si vendono per poco più di trentatré danari e senza rispetto di chi detiene la la formula della materia prima.

pochi minuti prima che iniziasse 2019-02-14

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LA TUTELA DISARMATA DELLA CULTURA ARBËRESHË

LA TUTELA DISARMATA DELLA CULTURA ARBËRESHË

Posted on 10 febbraio 2019 by admin

LA TUTELA DISARMATANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Lo stato in cui versa la struttura della tutela storica minoritaria meridionale, denota quanto sia stata disarmata la difesa del modello gjitonia, forza di accoglienza pulsante, della regione storica arbëreshë.

Per dimostrare ciò è bene precisare che la distanza (“scarto“) misurata, elaborata e costruita, tra le tradizioni culturali arbëreshe e indigene, invece di articolarla all’interno di molteplici domini, quali: la morale, le logiche del senso, l’arte, le strategie vissute per guadagnare un diverso accesso e scoprire il carattere inedito e non scontato, ha seguito la ricostruzione linguistica germanica del 1871.

Tralasciando le proprie categorie di merito che avrebbero messo in luce la particolare piega, che le ha prodotte; per questo ad oggi rimangono ancora inesplorate le categorie decisive per l’orizzonte teoretico, pratico e politico contemporaneo, di cultura e identità.

In conformità alla premessa, aprire un cantiere di studio teorico/ grafico (Diplomatica) utile a definire lo ‘scarto’ dei pensieri arbëreshë e indigeni, segna quanto sia indispensabile porre l’attuazione sul giusto confronto e aprire tra i due pensieri, un comune campo parallelo conservativo delle due identità.

L’erroneamente appellata “aRBËRIA” che vuole individuare un luogo stabile, è vetusto, ma più di ogni altra cosa, privo di ogni genere di armatura, in quanto storicamente disarmato e disarmante, i cui elevati tangibili e intangibili, non trovano alcuna conformità strutturale.

Per questo essa diventa “appellativo assurdo” assolutamente da scartare, cosi come, lo è la teoria che l’albanese e l’arbëreshë sono la stessa cosa e che devono affidarsi a una misura standard.

Questo è un errore grave e denota molto bene lo “scarto” di quanti si sono prodigati verso temi a loro oscuri, in quanto, non è concepibile che genti con vissuti e momenti storici dissimili possano ritenersi addirittura identici, quando sarebbe bastato creare i presupposti per determinare il preciso scarto, l’esatta misura.

Quei pochi che hanno preso consapevolezza, e usano l’appellativo di “regione storica arbëreshë”, non stanno sollevando muri o creando barriere per ghettizzare, come avveniva nelle architetture medioevali, in quanto, i principi degli abitanti della regine storica, sono quelli della città diffusa o meglio città aperta, che si basa sui valori urbani del rione e non del quartiere, come spesso si ode per opera di eminenti oratori.

I Katundi Arbëreshë sono i luoghi dell’integrazione, qui l’accoglienza è un dovere, un proprio momento di confronto, l’ospite si siede a capotavola e viene udito e riverito; facendo diventare la Gjitonia il luogo sano, senza confini, per riverberare esperienze senza contrapporsi o sovrapporsi; un momento di condivisione, una rotta parallela costruttiva.

L’ospite nei paesi della “regione storica” è sacro, diventa parte della famiglia ospitante, “atto di accoglienza e confronto” in cui le uniche armature sono il rispetto delle proprie origini e dei propri ideali.

Nei paesi della regione storica, l’ospite entra a far parte della famiglia e i suoi valori sono rispettati, due vie parallele a confronto che convivono e si confrontano solidamente distanti tanto quanto serve per rilevare lo scarto tra la morale, le logiche del senso, l’arte, le strategie vissute per realizzare manufatti idonei, duraturi, che la scienza esatta riconosce nelle strutture armate, non in senso bellico, ma quelle necessario a sopportare ogni tipo di sollecitazione naturale o indotta dall’uomo.

Perché questi concetti non sono mai stati dibattuti e portati alla ribalta, perché si è preferito la via dell’ostinazione nel ritenere la gjitonia un suddito, un sotto prodotto del vicinato, senza mai invece porle sullo stesso piano, accostarle per scoprire le fondamenta?

Quale difesa hanno prodotto gli arbëreshe verso di essa in convegni, tavole rotonde, cattedre e momenti legislativi se si usava paragonarla come sotto prodotto del modello indigeno?

Dove stavano i cavalli, la destrezza, le capacità per la sagomatura del ferro, utile ad armare i monoliti (i pilastri) della regione storica arbëreshë?

Una risposta plausibile ci sarebbe, ovvero,  la responsabilità sta in tutti coloro, che con sorrisi ironici, hanno indossato le verti e la corona sul capo per addobbarsi da Dante Alighieri, spargendo versi e sonorità senza senso, magari pure raccolti nel paese di fonte.

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ANALISI PER SCEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË (shiesa)

ANALISI PER SCEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË (shiesa)

Posted on 31 gennaio 2019 by admin

ANALISI PER SCIEGLIERE LA MIGLIORE RADICE ARBËRESHË

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando alla fine degli anni sessanta, del secolo appena trascorso, a divulgare le eccellenze albanofone, erano figure di spessore, le ultime che hanno lasciato un segno indelebile condiviso all’itinerario  laico e clericale della minoranza storica arbëreshë.

Tra loro vigeva un patto di mutuo soccorso culturale non scritto, tuttavia ognuno di essi si riconosceva nella frase; due o più arbëreshë, se si incontrano in ogni dove e iniziano a conversare, fanno Arbëria; la citata frase, trovava la sua radice nella frase del lucano Vincenzo Torelli: gjàku i shprishur su hàrrùa.

I due enunciati mettono in luce la caparbietà linguistica, che ha avuto la gente, figlia della diaspora balcanica, nel condurre il processo di integrazione con le genti indigene e nel contempo rimanere tutori del codice, portato dai luoghi di origine, per depositarlo con naturalezza sulle terre che si insinuano nel bacino del mediterraneo.

Dalle storiche frasi di luogo generico, si può definire il concetto di regione storica e non si commette errore ritenere i luoghi dove il rituale si attua senza soluzione di continuità dal XIV secolo, oltremodo caratterizzato dal confronto con il territorio, motivo per il quale definire i luoghi di residenza delle genti giunte dai Balcani “Regione storica Arbëreshë” è un passaggio obbligato per la memoria della minoranza più numerosa d’Italia.

Essa s’identifica come un sistema diffuso in cui trovano la linfa parallela per, irrorare i rami di un albero, la cui essenza, unisce oltre cento katundi, la di cui radice profonda, non può non essere rintracciato, in quanto codice ereditato.

Ed è proprio la complessità degli elementi materiali e immateriali, di cui si è intrisi quando si nasce Arbëreshë, che consentite di leggere e comprendere limpidamente caratteristiche urbane, architettoniche, per associare il riferito dei parlanti, il modo di vestire, la base dei colori oltre i segni caratteristici del territorio, attivando coscienziosamente processi di difesa idonei a contrastare, divisioni, ideologie e temi alloctoni, che potrebbero finire di intralciare la rotta serena della minoranza.

Questa breve dissertazione vuole porre l’accento sull’uso del concetto di arbëria, in quanto, esso comunemente è associato a un sistema territoriale diffuso, quando invece, indica un avvenimento generale che può accadere univocamente (una sola volta) o diradato in ogni dove, diversamente dal luogo vissuto con il proprio patrimonio storico culturale che trova più coerenza con il concetto di Regione Storica.

Essa individua il territorio, dove in ristretto numero di persone, rispetto alla moltitudine indigene, vivono  lo stesso territorio avendo attenzione ad osservare e rispettare le regole del credo religioso, l’idioma, la relativa metrica in territori paralleli rispetto a quelli della terra di origine Balcanica.

Se poi a questo si associano i processi toponomastici, costruite non subito, ma in ordine di tempo come, Kishia, Bregu, Kaliveth, Katundi, Sheshi, vuol dire che nonostante le distanze, la memoria della radice originaria non è stata mai dimenticata.

Oggi, visto lo stato delle cose è il latente abbandono degli ambiti di regione storica, con alcune macroaree in evidente difficoltà per non aver avuto mai la forza di trovare idee e progetti finalizzati alla promozione delle eccellenze d’area, si ritiene indispensabile adoperarsi per rendere l’intera regione storica, un itinerario turistico da inserire nei canali che forniscono servizi nel medio termine e che non propongano episodi di mero passaggio.

Cosa fare; come farlo; con quali risorse e con chi farlo:

  • Chiaramente il modello che si vuole attuare per proporre non deve cadere nella banalità degli alberghi diffusi, in quanto l’indicazione è generica e se ha trovato collocazione e successo in altri ambiti, nella regione storica arbëreshë deve essere inteso come una parte dell’intero progetto di indotto turistico di caratterizzazione locale.

Per questo, bisogna puntare sulle dinamiche locali che non si possono cogliere nel tempo breve di un giorno o di una notte, come avviene negli ambiti illusori dell’albergo, ma nell’accoglienza finalizzata a un periodo medio breve in cui l’ospitalità è il biglietto da visita.

  • Come farlo è molto semplice e dipende dalle risorse che non devono terminare nell’inutile protagonismo di pochi, in quanto, un progetto di tale caratura richiederà un numero rilevante si addetti, di aziende e delle amministrazioni locali, che potranno finalmente trovare una nuova dimensione che di seguito si trasforma in economica diffusa; ciò sulla base del dato che le eccellenze sono li negli ambiti di regione storica ad attendere che siano idoneamente attivate, anzi oserei dire rispolverate.

Il progetto generale mira al recupero del patrimonio edilizio minore, ma non solo anche gli ambiti di tutto il territorio comunale saranno interessati, per accogliere gruppi a partecipare nelle vicende che caratterizzano da gennaio a dicembre i paesi arbëreshë.

Allo scopo è indispensabile attivarsi non, come purtroppo già avvenuto, affidandosi a imprese locali che autonomamente hanno deturpato l’irripetibile, patrimonio edilizio minore, trasformando le famosissime dimore locali in luogo dell’abuso edilizio, aggravato dal fatto che erano collocate all’interno dei centri antichi.

I cui principi di base miravano alla modellazione dei volumi, per aumentare con diversi espedienti quadratura e forma, trasformando gli articolati e irripetibili centri storici, in banalissime residenze moderne, senza alcuna caratterizzazione locale, e tutto ciò alla luce del sole ad opera dei privati, ma quello che più duole ad opera del pubblico, con risorse dello stato centrale.

Bisogna iniziare con il recupero delle Kalive, Katoj, Moticeglie, senza dimenticare le settecentesche abitazioni bifamiliari con profferlo, i palazzotti nobiliari (a questi ultimi assegnare ruoli di rappresentanza) oltre alle quinte degli sheshi delle rhughë e dei tipici anfratti esposti a est.

Un’accoglienza fatta, prima di tutto, in dimore storicamente recuperate, a cui sono continuamente affiancati, momenti di vita locale, in cui la realizzazione di una pietanza non viene solo raccontata nello sedersi a tavola, ma con lo ricerca degli ingredienti, le spezie oltre ai momenti della trasformazione e composizione, in tutto, la realizzazione di un messaggio da divulgare per mezzo degli ospiti paganti.

Tutto questo contornato da attimi di vita comune negli sheshi, la cui finalizzazione mira a creare i modelli che hanno fatto la forza di tutti i paesi, della regine storica, ovvero, l’armonica convivenza dei cinque sensi, affiancata al genius loci locale arbëreshë, la pura, unica essenza che si concretizza nel tangibile e dell’intangibile magia della Gjitonia.

Tutte le dimore e gli ambiti storici posti a disposizione, vanno ripristinate e recuperate a opera di esperti che sotto le regole delle Carte del Restauro e dello studio degli elementi tipici locali, riproposti secondo le tecnologie delle ultime generazioni che attingono proprio dal costruito di queste dimore ed oggi si appella architettura biologica.

  • Sulle risorse ritengo che tra privato, le amministrazioni, le leggi italiane ed europee, oltretutto impegnandosi con lo stesso vigore con cui sono state attinte le risorse elargite dalla legge 482/99, ritengo che non sia un problema insormontabile che può destare un minimo di preoccupazione.

 

  • Con chi fare e portare a termine il progetto una volta che le risorge sono messe a disposizione è u’altra storia, cui al momento si ritiene doveroso  sottolineare che quanti  sono abituati a realizzare prodotti editoriali, festeggiare, cantare con protagonisti grandi piccoli e magari coinvolgere pure le scuole dell’obbligo, per cercare di dare un  valore a quanto si pone in essere, non avranno voce alcuna in capitolo, non per altro, ma solo perché propensi a perdere di sovente la rotta che pone in primo piano la minoranza; dato che il progetto di rilanci mira nel breve termine a valorizzare le  eccellenze locali della Regione storica Arbëreshë, per dare domani espressione della radice esclusiva arbëreshë. “Simbolicamente” quale migliore strumento può racchiudere il senso delle cose meglio della radice e l’uso della pianta dell’erica (schiesesh) strumenti utilizzati storicamente per dare lustro agli spazi pubblici e privati della regione storica su citata.

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Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë” 	di Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë” di Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

Posted on 28 gennaio 2019 by admin

BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STOEICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERAeNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –                                                      

Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë”

di

               Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

                                                                                                                      

 

Oggetto: 2019 La Regione storica Arbëreshë, attuazione della mutua tutela sociale, storica, culturale e dell’idioma.

 

L’esigenza di dover tutelare urgentemente, la storia e sostenitore l’eccellenze della regione storica in oggetto mi porta a scrivere questa mia, avendo lucidamente chiaro quanto hanno lasciato d’indefinito le manifestazioni e gli incontri culturali che da tempo sono posti in essere, per la valorizzazione, la tutela e il rilancio della Regione storica Arbëreshë.

Ostinarsi a tutt’oggi nel consorziarsi per valorizzare riconosciuti e palesi errori storici, linguistici, consuetudinari e religiosi, non aiutano la vostro opera di Amministratori, che poi rappresenta un frammento che si aggiunge alla storia dei Katundi  e degli Arbëreshë

Volendo solo precisare l’errato appellativo ovvero, arberia, che non trova alcuna logica o  senso, urge una presa di posizione forte, ferma e decisa per evitare che il patrimonio storico culturale di cui sono ancora intrisi i vostri comuni (Kushetë), vada definitivamente perso.

L’anno appena trascorso ha visto protagonista Giorgio Castriota, il Grande condottiero e bandiera Albanese, manifestazioni genericamente di profilo discutibile e senza alcun senso storico, un dato valga per tutti, la poca conoscenza degli avvenimenti oltre agli aspetti caratteriali, sociali ed educativi del valoroso arbëreshë; segno indelebile che denotata la leggerezza con cui il famoso condottiero viene appellato con l’alias “Scanderbeg”  İskender Beğ  pronuncia  turco-ottomano del nome con cui fu battezzato, secondo il rito turco, all’età di sette anni dopo la rituale circoncisione.

Ebbene, noi che siamo arbëreshë e per colpa dei turchi abbiamo dovuto abbandonare le terre natie, dopo sei secoli di patimenti ricordare il valoroso condottiero, secondo i messaggi subliminali di essenza turca, mi sembra paradossale e fuori da ogni logica di rispetto e buon senso.

Se alla base dei prodotti editoriali, di ricerca, divulgazione e appuntamenti pubblici, passano questi messaggi in maniera gratuita, anzi, innalzati con le somme della legge 482 del 1999, immaginate nel sottobosco delle piccole figure locali, cosa possa scorrere senza regola, garbo e rispetto del patrimonio, oltre al rispetto per i dei patimenti dei nostri avi, gli uomini migliori della Regione storica Arbëreshë.

Alla luce dell’inesorabile deriva innescata per la scarsa professionalità e titolarità di ricerca (ui quanto negli ultimi tempi l’arte dell’apparire ha preso il sopravvento) vi esorto a riunirvi, Voi Sindaci in Consorzio Culturale, sotto la sigla (S.H.Ë.P.I.T.) “Sindaci HarbËr per la Promozione degli Itinerari Territoriali” e tenere alta l’attenzione verso il territorio e le genti arbëreshë che vi risiedono, in tutto valorizzare il Genius Loci; l’unica alternativa allo spopolamento diffuso, che vivono tutti i territori  meridione del pianeta.

Nell’attesa

Vi Saluto      

Napoli 2019-10-28

 

P.S.

Le procedure per le caratterizzazioni utili alla difesa della Regione Storica Arbëreshë saranno eventualmente discusse, a seguito di un gradito Incontro di Approfondimento.

Commenti disabilitati su Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë” di Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

“L’ARBËRESHË: UN IDIOMA INTIMO”

“L’ARBËRESHË: UN IDIOMA INTIMO”

Posted on 27 gennaio 2019 by admin

ARISTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Chiunque abbia immaginato che dare continuità storica, alla lingua di quanti vive la Regione storica più numerosa d’Italia, sarebbe bastato scriverla, ha commesso un grave errore e oggi deve salire sul cumulo di scorie contaminanti prodotte, allontanando preventivamente gli ignari che hanno intrapreso la stessa rotta.

L’idioma delle popolazioni balcaniche che dal XIV secolo cercarono riparo nel meridione italiano, storicamente ha la peculiarità di essersi tramandato oralmente, regolato, dalla metrica del canto.

Questo è un dato inconfutabile da cui non si può prescindere, nonostante la indubbia valenza storica dell’idioma legato sia alla metrica e sia alla consuetudine ambientale è stato inteso come un giardino di pertinenza delle sole discipline linguistiche e musicali.

L’inconsapevole atteggiamento ha innalzato alcuni addetti ad afferrare imprudentemente lo scettro della tutela, e nonostante gli innumerevoli avvisi, dei luminari del passato, gli addetti si sono ostinati a fornire alfabeti e grammatiche, che già nel 1912, secondo Norman Douglas superavano, notevolmente le tre decine, prevedendo per questo futuri a dir poco bui.

Tutto ciò avveniva nella totale inconsapevolezza storica che, l’arbëreshë è un idioma intimo, un codice, motivo per il quale, si sarebbe dovuto tramandare (confidare) a persone vicine di cui si ha e si deve avere la massima stima, fiducia e rispetto, in altre parole, i familiari o chi ben accolto negli ambiti della gjitonia.

Nonostante le innumerevoli notizie e nozioni che Gerhard Rohlfs “l’archeologo delle parole” ha lasciato relativamente alle tracce della lingua arbëreshë, delineando percorsi e insediamenti, spiegandone la natura queste notizie sono rimaste inascoltate e ne comprese.

Che senso ha avuto negli ambiti di tutela attingere le risorse della 482 per apporre la toponomastica bilingue, oltretutto non condivisa, se si esclude/ono, lo/gli scrivente/i locale/i, che l’hanno inventata e che non ha portato alcun benefici.

Meglio hanno fatto alcuni paesi grecanici del reggino, rifiutandosi di apporre la doppia toponomastica rimandando al mittente le risorse, in quanto, i temi moderni non trovavano alcuna collocazione storico linguistica con l’antico idioma greco di quelle comunità.

Casa si è inteso per tutela nei paesi arbëreshë non è dato a sapersi e ne pare comprensibile, quale beneficiò culturale si  è raggiunto nel tradurre, Via Garibaldi, Via Mazzini, Via Roma o addirittura apporre “assemblaggi alfabetari” senza neanche avere cognizione della storia di quella strada, di quella piazza o di quel luogo, se la scrittura non ha mai segnato la lingua arbëreshë.

Tuttavia volendo essere magnanimi nei confronti di tali ostinate figure, per il latte ripetutamente versato, è spontaneo chiedersi, nei giorni nostri, quale emergenza ha il codice intimo della lingua arbëreshë per essere scritto, giacche le comunicazioni di massa e le nuove tecnologia di archiviazione e divulgazione, ci consentono di fare a meno della forma scritta, anche perché a guadagnarci sarebbe la fonetica d’ambito, si proprio quella mai  identicamente tutelata.

Quale beneficio può dare la forma scritta, per una lingua antica come l’arbëreshë, che oltre alla scrittura è caratterizzata dal suono, che notoriamente non trova alcun riscontro in un qualsiasi alfabeto?

Quale idioma più dell’arbëreshë, oggi diventa moderno e paradossalmente salta in prima fila nelle moderne telecomunicazioni, in quanto, codice, idioma intimo.

Oggi si scrive meno e si comunica attraverso la parola, le parlate passano incontaminate per i telefoni e le vie di comunicazione di tutti i componenti della regione storica, le parlate locali in arbëreshë non si fermano nei perimetri delle proprie abitazioni, come avveniva nel passato, oggi le isole linguistiche si sono avvicinate grazie all’informatica e i mezzi di comunicazione.

Quale migliore occasione, o meglio mezzo per comunicare può correre in aiuto dell’arbëreshë, quale esigenza abbiamo di renderla standard e appiattirla, con un alfabeto skipetaro, che preventivamente abbiamo evitato di subire emigrando dalle terre natie già dal XIV secolo.

Evitiamo di commettere lo stesso scempio prodotto negli anni ottanta, quando nel mentre, tutte le città e i grossi centri, realizzavano le isole pedonali e allontanavano il traffico cittadino dai centri antichi, nei paesi arbëreshë, in contro tendenza, per accedere a risorse statali, si spicconavano palazzi, anfratti e si distruggevano i luoghi della memoria, per la demenziale esigenza di parcheggiare la propria autovettura sotto casa.

Oggi a distanza di quattro decenni, ci s’interroga chi siano stati gli artefice di quelle violenze urbanistiche ed architettoniche senza senso e quali benefici abbiano portato alla comunità alla loro storia e all’economia dei centri antichi, detti minori.

Nei giorni nostri succede la stessa cosa, quale esigenza ci sia nel voler ostinatamente scrivere una lingua parlata di cui non si ha alcuna memoria grammaticale condivisa, perché costruita sul concetto del tema bizantino,

La tecnologia ci consente di conservare, tutelarla e divulgare i temi linguistici così come ereditati con la stessa metrica, con cui i nostri genitori nell’intimità li hanno consegnati; tutti noi abbiamo il dovere di tramandarli alle nuove generazioni, attraverso i sistemi di comunicazione e di conservazione digitale, in casa propria ed eventualmente attraverso quella filmica, negli spazi pulsanti condivisi riconosciuti come il luogo dei cinque sensi “la gjitonia”, senza mai dimenticare che stiamo ricevendo e e nello stesso tempo tramandando, un eredità un codice.

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IL GENIUS LOCI ARBËRESHË, ANALISI E RICOLLOCAZIONE ECONOMICA/CULTURALE

IL GENIUS LOCI ARBËRESHË, ANALISI E RICOLLOCAZIONE ECONOMICA/CULTURALE

Posted on 25 gennaio 2019 by admin

IL GENIUS LOCI ARBËRESHË, ANALISI E RICOLLOCAZIONENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Le lingue di minoranza sono parte integrante del quadro Unitario Europeo, che con i suoi Stati membri, 3 alfabeti e 23 lingue ufficiali e circa 60 parlate, rappresenta una delle comunità linguisticamente più complessa del pianeta.

L’impegno politico dell’Unione, per questo, esprime e descrive con la Carta Europea entrata in vigore nel 1998, come gli Stati devono contribuire a promuovere l’uso quotidiano delle lingue minoritarie in tutti i settori della vita come: scuole, uffici pubblici, midia, ambiti culturale/sociale, economica e nell’ambito della cooperazione con altre culture.

Il plurilinguismo che comprende tutta la gamma di varianti, che ciascuno di noi è parte integrante, mira a raggiungere il traguardo di almeno due lingue comunitarie oltre alla materna, per comunicare e per prendere parte a interazioni interculturali ed esperienze multiculturali.

L’incentivazione delle competenze linguistiche si muove di pari passo con la promozione, della formazione degli insegnanti di lingua, utilizzando materiali didattici adeguati alle aree comunali e sub comunali.

La raccomandazione europea è volta ad inserire negli obiettivi pedagogici le competenze di comunicazione interculturale sin dall’età precoce,  tradotta in molti stati membri nell’inserimento dello studio di una lingua minoritaria coufficiale o straniera.

La nostra Legge – n. 482 del 15 dicembre del 1999 – sulla tutela delle lingue minoritarie ha anticipato la raccomandazione europea, in quanto, si rivolge alle scuole dell’infanzia e del primo ciclo.

Tuttavia pur avendo demandato in Italia alla legge n. 482 del 15 dicembre 1999 la valorizzazione delle lingue e delle culture di minoranza, come cita L’art. 2, di detta legge, in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione, in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, tutela la lingua e la cultura delle popolazioni “albanesi”, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo.

Attenzione!!, in questo articolo di Legge, l’errore è palese, in quanto, si confonde l’Arbëreshë, la lingua che si parla nell’intero della regione storica meridionale, con l’Albanese, la lingua giovane utilizzata in Albania; una lingua completamente diversa, un errore tanto piccolo quanto , poi in questo ventennio è apparso devastante per la minoranza intera, giacche, modellata sui principi per i quali la popolazione arbëreshë preferì l’esilio .

Gli idiomi di minoranza in Italia rappresentano un panorama composito e diversificato ed al di là del forte valore che esse esprimono di coesione sociale e culturale, la loro “forza” è strettamente collegata al loro radicamento sul territorio, al forte legame che si è instaurato tra uomini e luogo.

L’esodo che dal quattrocento sino alla fine del cinquecento, costrinse molti arbër all’esilio, definisce due distinti gruppo parlanti, caratterizzati da oltre sei secoli di avvenimenti sociali, economici e culturali, affrontati dagli arbëreshë da una parte  e gli Albanesi, con metriche dissimili, dall’altra.

Entrambe hanno sacrificato una parte del loro antico patrimonio; tuttavia pur avendo gli Albanesi tutelato i confini territoriali, rimanendo legati alla terra madre, hanno intriso il loro territorio con prodotti di sintesi alloctoni al senso della vecchia radice linguistica, culturale e consuetudinaria.

Diversamente, gli Arbëreshë, hanno difeso, l’antico e originario codice orale linguistico, elevandosi per questo a tutori incontrastati della vecchia radice, accontentandosi della sintesi territoriale, denominata, parallela.

Gli avvenimenti hanno generato due distinte e ben identificabili etnie:

– la prima denominata Arbër, (Har + Bër, significa terra bianca o nuova) “i tutori del codice”, da cui prende il nome la regione storica; è identifica le figure che si prese carico della difesa dei protocolli identitari, li difese a costo di doversi allontanare dalle terre natie, con il compito di non inquinarle da consuetudini, civili e religiose che non avessero coerenza con la sua radice originaria vissuta sino al XV secolo;

– la seconda denominata, Skipë “i detentori del territorio” la popolazione che ha continuato a vivere in Albania, continuando a calpestare il territorio e i suoi ambiti, subendo nel frattempo un radicale rinnovamento relativamente alle essenze della radice linguistica, sociale e consuetudinaria.

È indispensabile prendere consapevolezza che una lingua, per sopravvivere, deve essere “visibile”, deve essere usata in ogni occasione della vita quotidiana e non soltanto nella sfera privata, o modificando il senso e la metrica; essa deve essere coltivata sino a diventare identità che segna il territorio, senza interporre barriere materiali.

Una lingua parlata solo nell’intimità della casa, nel privato, è destinate a morire discreta e senza gloria: cessa semplicemente di far parlare di sé, il silenzio la sostituisce, ne copre il ricordo, i suoni, i colori e la sua metrica.

Una lingua minoritaria può sopravvivere unicamente se è utilizzata in ambiti diversi, divulgata, esposta, curata senza doverla rendere protagonista; urge per questo non chiudersi in se stessi come di sovente avviene, immaginando che diventare protagonisti su un palco possa fare bene alla regione storica.

Occorre aprire nuovi stati di fatto in collaborazione con quanti hanno è posseggono titoli e capacità per rendere l’itinerario storico della regione minoritaria del meridione, nota a tutti specie nelle diplomatiche che la rendono omogenea, nonostante lo stato fisico diffuso.

Essa con il suo suono deve diventare identità, suoni che segnano il territorio , lo promuovono e lo pongono come alternativa alla globalizzazione.

Dopo due decenni dalla Legge 482 del 15 dicembre 1999 è palese la necessità di conoscere quanti e quali siano gli adempimenti da realizzare sul territorio quanti si devono adoperare per la tutela di questo patrimonio unico ed irripetibile.

La definizione del genius loci di ogni macroarea della regione storica è il traguardo da perseguire, indagare per definire quali siano stati i modelli edilizi di tutela, gli stessi, che per un errore di interpretazione hanno confuso, vicinato con gjitonia.

Non è concepibile immaginare ancora oggi che l’idioma più solido del mondo moderno abbia avuto una tale longevità nella sola forma orale solamente per un caso fortuito, se una lingua antica ancora oggi si parla all’interno delle macroaree della regione storica con la stessa metrica, vuol dire che la culla che i nostri avi hanno costruito è stata ispirata dal genio locale secondo le consuetudini importate dalla terra di origine.

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UNA MATITA ROSSO BLU PER DELINEARE LA REGIONE E CORREGGERE

UNA MATITA ROSSO BLU PER DELINEARE LA REGIONE E CORREGGERE

Posted on 19 gennaio 2019 by admin

matita1NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La storia è piena di errori e di sviste clamorose, per questo un noto principio di ricerca enuncia quanto segue: “il vero storico è chi sa correggere i propri errori”.

Alla luce di ciò, leggendo e confrontando i prodotti editoriali, di quanti si sono innalzati a detentori linguistici, metrici, religiosi ed esperti del Sacro Graal della Regione Storica, nasce spontaneo un dubbio, conoscono questi antiquari la matita rosso/blu?

Andiamo per gradi, per quanto attiene gli aspetti idiomatici di un popolo, essa ha ragione duratura, se i suoi detentori hanno armi e un buon governo.

Solo questa frase racchiude la parabola che gli abitanti della regione storica vivono dal XV secolo, seguendo i ritmi religiosi di una latenza terminale.

La destrezza delle armi è indubbia, quella del governo presenta molte perplessità e anomalie, se si escludono i patti dell’ordine del Drago, una lega di mutuo soccorso nata per contrastare l’espansione dei Turchi e governare i territori contesi, purtroppo questo avveniva prima degli insediamenti della regione storica.

Nel settecento una ventata culturale che voleva realizzare il governo della regione storica è stato avviato da Pasquale Baffi e Mons. Francesco Bugliari, ma la massoneria avversa britannica, ha avuto ragione degli abitanti locali, trasformato il plesso nel luogo per la contesa di confini dei terreni da coltivare.

Negli anni settanta del secolo scorso a seguito dei processi di alfabetizzazione, le popolazioni che vivevano all’interno della regione storica, per dimostrare di appartenere ad una classe di livello superiore, si adottarono pubblicamente la lingua Italiano Standard, disdegnando la lingua locale; tuttavia solo dopo alcuni decenni ci si resi conto che si abbandonava non un modo di esprimersi ma la propria identità.

Oggi le statistiche rilevano che solo il cinque percento della popolazione parla la lingua locale nelle vicende sociali /pubbliche, comunque il dato diventa più confortante quando alla domanda: quale dialetto o lingua usi negli ambiti stretti o familiari; il dati rileva che 1/3 della popolazione parla il proprio idioma locale.

Dopo questi brevi accenni appare evidente che aver imposto lo studio della lingua standard albanese, in tutta la regione storica, senza aver preso consapevolezza di quando professato da Gerhard Rohlfs “l’archeologo linguista”, è stato un errore madornale e dimostra quanta leggerezza ha avvolto gli arbëreshë che si erigevano a cultore della storica regione.

Nonostante tutti i ricercatori della storia, riconoscano che la madre di tutte le lingue giace dove i popoli sono emigrati, nel caso arbëreshë si è voluto  caparbiamente fare il contrario; chi ci ripagherà di questo danno? chi risponderà di questo sperpero culturale gratuito senza precedenti? Perché non escono pubblicamente e chiedono perdono? almeno abbiano il buon senso di mettersi da parte!!!!

Dobbiamo essere grati alla memoria di quanti vivono fuori dalla regine storica e caparbiamente non credono, a quanti non si sono mai allontanati dagli ambiti della gjitonia,  che per fini personali vanno dicendo: nënghë kinroj fare ghë.

Queste inquietanti figure ingorde, non si rendono conto di esprimersi con cadenza linguistica, metrica e consuetudine tra le più antiche arbëreshë è questo vuol dire che negano se stessi.

Certamente urge una metrica di tutela unitaria che rilanci adeguatamente tutta la regione storica, certamente non risiede nelle capacita di politici sessantottini, chi si vergognavano di parlare arbëreshë pubblicamente, principi, eredi, i famigerati antiquari, addetti dipartimentali e quanti sino ad oggi hanno ballato e cantato irrispettosi di qualsiasi parametro di buon senso.

Secondo il compianto professore, Aldo di Biasio, non si può leggere e comprendere gli avvenimenti della storia moderna, senza avere avuto pino riscontro negli apprezzi di una ben identificata area, in quanto, capitoli e catasti sono episodi conseguenti, che trovano spiegazione solo se il bagaglio capitolare è stato bene compreso.

La regione storica a questo punto si deve augurare che sia dato lo spazio idoneo ai suoi figli migliori, formati nella capitale del regno, gli unici capaci ad aprire una nuova e limpida stagione culturale, come avvenne tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento, con i Rodotà, il Baffi, i Giura, i Torelli, i Bugliari, lo Scura i Ferriolo e tanti altri che si formarono nelle capitali.

Dopo questi brevi accenni è spontaneo chiedere ai locali oratori di terminare di parlare pubblicamente, in miseri appuntamenti che chiamate di tutela, dove non avete neanche un bicchiere di acqua, per schiarirvi almeno la gola.

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LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHË

LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHË

Posted on 18 gennaio 2019 by admin

LA PARABOLA DEGLI ARBËRESHËNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sino a quando all’interno della regione storica sono stati rispettati e utilizzati secondo il codice i valori consuetudinari, linguistici, sociali, metrici e religiosi, i minoritari hanno vissuto coerentemente la propria identità in armonia con lo scorrere del tempo, nonostante le articolate vicende clericali ne abbiano più volte minato il senso.

Tuttavia per la solida caparbietà di quanti hanno dovuto subire tale calvario spirituale il danno è rimasto molto al di sotto dei livelli di guardia.

Questa particolare incrinatura ha origine nella innaturale volontà di voler attribuire una forma scritta arbëreshë (oltretutto mai appartenuta al codice di tutela) “al bizantinismo clericale”, con segni greci e latini.

Va in oltre rilevato che sino all’unificazione d’Italia, i regnanti sia laici e sia clericali del regno di Napoli prima e delle due Sicilie dopo, avevano interessi strategici a preservare intatte le sacche alloglotte provenienti dai Balcani, in quanto, spacciata come risorsa bellica in attesa.

Tuttavia quello che avviene dall’unità d’Italia è paradossale e non trova alcuna spiegazione logica, se non quella che, la parabola arbëreshë, nel meridione italiano aveva terminato la sua funzione.

Ad oggi avere un quadro generale di cosa stia avvenendo è fondamentale ed eseguire l’indagine adoperando le caratteristiche intrinseche ed estrinseche prive di protagonismo si ottengono con molta facilità, i parametri per ricostruire le trame del ruolo svolto dagli arbëreshë nello scenario strategico, sociale e religioso del meridione Italiano.

A noi cultori spetta il compito di non far sparire, nella piena convinzione che ciò non avvenga prima di averle lette, le nozioni identicamente proporzionate, similmente ad una antica formula alchemica, la stessa per cui gli arbëreshë vennero scelti per dare continuità alle scelte politiche, di quanti avevano interessi, nel bacino del mediterraneo.

La vicenda della diaspora che ha dato luogo alla Regione storica, non è altro che il risultato di una volontà di pochi che dovevano prevalere sui molti, salvaguardando gli equilibri economici e sociali in continua evoluzione.

Una minoranza storica come quella, arbëreshë, che conserva il suo modello consuetudinario attraverso valori tramandati oralmente, presuppone prima di tutto che gli elementi che compongono la minoranza, sottolineano un forte attaccamento a un codice non scritto e che li fa rimanere legati attraverso un patto che ognuno di essi riceve in eredità.

Una popolazione che vive di poche leggi a impronta di Licurgo, in cui il sotterfugio legale non è contemplato ne immaginata, quale migliore garanzia potevano avere i clericali e i regnanti laici del meridione italiano, per ripopolare idealmente il loro territorio, specie gli esuli vivevano la disperata ricerca di territori da bonificare per sostenere la propria continuità dinastica.

Una garanzia che gli arbëreshë offrirono sino all’unità d’Italia, quest’ultima infatti, ebbe inizio quando l’intera provincia citeriore, dette garanzie di essersi schierata con gli apparenti unificatori buoni.

Tornando ai tempo dell’insediamento nel meridione degli arbëreshë è opportuno sottolineare che definite le aree e i luoghi di insediamento, da parte delle istituzioni dell’epoca e mi riferisco a quelle più forti, solo in un caso, ovvero, i principi Sanseverino di Bisignano riuscirono a realizzare una contro risposta.

Solo in seguito alla determinazione di questo disegno di difesa, gli arbëreshe furono lasciarli lavorare senza reprimere alcun valore identificativo, infatti, solo i clericali, preoccupati di insediare sacche alloctone provenienti dagli ideali dell’est, hanno dato avvio a una lenta rivoluzione che si è poi concretizzato nel bizantinismo diocesano, calabro/siculo.

Questo è l’unico elemento che dal quattordicesimo secolo hanno subito, senza soluzione di continuità, gli oltre cento paesi della regione storica, piegando secondo il volere romano, i tre quarti dei katundi arbëreshë durante il tempo di un secolo o poco più.

Una crociata che ancora continua e vuole latinizzare la rimanente parte, facendo apparire li’antica costumanza romana come una candela consumata, innescando processi che allontanano sempre di più i fedeli dalla chiesa arbëreshë.

Oggi si festeggia il giorno della nascita di Sant’Atanasio l’Alessandrino patrono di Firmo, San Giacomo di Cerzeto e Santa Sofia d’Epiro, storicamente in quest’ultimo katundë è la giornata di “Sant’Atanasio il Piccolo, inteso non per la grandezza del Santo, ma per la durata del festeggiamento, in quanto, si ricorda la nascita del santo, “ShënThanasi i vikerë”, tutto inizia e finisce, nel corso di una solenne funzione religiosa (messa) e per questo la popolazione intera partecipava; le donne vestite in abito da festa, perfettamente allineate sul lato sinistro della navata e gli uomini sulla destra, il lato dell’accesso secondario a questi consentito.

Poco più di un’ora intensa, in cui tutta la comunità si ritrovava con comuni intenti, lasciando fuori dal sagrato ogni genere di avversità.

Non so se i clericali odierni conoscano la nostra lingua, anche se rientrano negli adempimenti dell’ordine del Drago, tuttavia speriamo che sappiano interpretare il significato di questa ricorrenza.

Essa nel ricordare il giorno in cui nacque il Santo, vuole essere il punto di partenza per un anno migliore e mettere a dimora principi e ideali che a primavera inoltrata dovrebbero condurre a traguardi condivisi, per riportare la nostra comunità ai vertici  culturali, sociali ed economici della Regione storica Arbëreshë e non solo, oltre ad innalzare quei valori che in questa latitudine citeriore, mancano da troppo tempo.

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