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ATTIVITÀ CONGRESSUALI EVENTO SCONOSCIUTO DELL’ARBERIA

Protetto: ATTIVITÀ CONGRESSUALI EVENTO SCONOSCIUTO DELL’ARBERIA

Posted on 16 agosto 2017 by admin

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MUSEI DEL COSTUME O RACCOLTA DIFFERENZIATA?

MUSEI DEL COSTUME O RACCOLTA DIFFERENZIATA?

Posted on 08 agosto 2017 by admin

Musei o discariche

NAPOLI ( di Atanasio Pizzi) – Si definisce museo l’Ambiente o complesso di ambienti adibiti alla raccolta e all’esposizione al pubblico di opere d’arte o di oggetti rari e di importanza storica, culturale, scientifica, al servizio della società, in quanto, emblema del suo sviluppo e delle testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente.

L’istituzione Museo le acquisisce, le cataloga, le conserva, le consegna alle generazioni future, giacché, elementi di studio irripetibili dell’identità culturale d’area.

Con la nota su citata si vuole rilevare quanto sia stata avventata, “l’idea”, di raccogliere e concentrare tanta storia in quelle strutture inadatte; operazione inopportuna cui bisogna porre al più presto rimedio, e parlo di quegli immobili che accolgono le arti minoritarie e impropriamente sono appellati museo (?).

La struttura museo in conformità con le esigenze conservative dei manufatti che deve accogliere, rappresenta un opportunità unica in quanto gli elementi da tutelare appartengono alle generazioni future.

Non è la quantità delle cose contenute che fa un ottimo museo, in quanto, è la capacita di conservare, proteggere dal tempo le opere, questo rende una buona struttura degna di questo appellativo, ogni altra cosa è solo Raccolta Differenziata destinata al macero.

Confondere il concetto di museo con la mera raccolta di oggetti e prodotti sartoriali della stessa essenza, è molto grave, specialmente quanto il luogo di accumulo non ha alcuna caratteristica per proteggere elementi così irripetibili.

Un museo è il luogo dove si tutela, si rispetta e si garantisce longevità all’elemento, che persone in buona fede affidano, all’istituto o istituzione innalzata, per essere tutelate ed esposte.

Raggirare la buona fede, con la velleità che più si accumula e più si sale la classifica museale è una menzogna, in quanto, senza cognizione di causa, si diventa distruttori certificati dell’unica forma d’arte presente negli ambiti della minoritaria.

È in atto lo sterminio più esteso all’interno della minoranza, quando si avrà consapevolezza di ciò, sarà troppo tardi, tra due o tre anni quando inizieranno a degenerare stoffe, pigmentazioni e gli intrecci dei tessuti si sfalderanno, dovrete dare conto alla storia per il danno prodotto oltre a rispondere del gran numero di elementi finiti, che avrete scientemente fatto scomparire.

 

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UN CONTRIBUTO PER L’ARBËRIA.

UN CONTRIBUTO PER L’ARBËRIA.

Posted on 06 agosto 2017 by admin

quadri Chimisso2BOLOGNA ( di Giuseppe Chimisso) – Almeno cento piccole ‘opere’ apparentemente simili, ma certamente diverse l’una dall’altra perché prodotte singolarmente e non in serie (gli ‘addetti ai lavori’ le definirebbero prodotte con tecnica mista), vengono donate e messe a disposizione per coloro che si attivano per iniziative fattive a favore dell’Arbëria; per principiare, verso coloro che favoriscono i lavori del Comitato di Scopo per l’elaborazione  di una nuova proposta di Legge Regionale per la minoranze linguistiche della Calabria.

Ogni raffigurazione fa leva sia sulla dimensione concettuale e simbolica, tanto su quella emotiva che viene suscitata da quest’ultima. Il costante dualismo è al tempo stesso arcaico e moderno, è anonimo ed al tempo stesso carico di aspetti che definiscono e rendono unico ogni piccololavoro.

Concetti ermetici, simboli, emozioni e passione che si ritrovano nel dibattito all’interno dell’Arbëria e per l’Arbëria, sono raffigurate e fanno ’bella’ mostra di sé nei colori classici della Cultura albanofona: il rosso ed il nero; assieme a questi, ma non in tutte le rappresentazioni, compare l’oro per definire l’aquila bicefala e la parola Arbëria.  La parola, l’acronimo R.s.A. (Regione storica Arbëreshë) ed il simbolo bicefalo compaiono su un campo di coloriprestampati che si uniscono ortogonalmente e che di base vanno dal celeste al blu scuro, dalle sfumatura del rosa al rosso cupo passando per l’arancio, con un nota ondivaga spesso verde.

Un’avvertenza: le persone che riceveranno la singola piccola ‘opera’, incorniciata e sotto vetro, sono chiamate ad impegnarsi fattivamente ed unitariamente per l’Arbëria che rischia di perdere le proprie caratteristiche essenziali, in poche parole di sparire, come spariranno, nel tempo, i colori simbolo della stessa, applicati sulle stampe; colori che potranno divenire evanescenti come l’Arbëria e sparire assieme a questa se i suoi tanti cultori, continueranno a ‘parlare’ per creare fossati e non per colmare quelli esistenti. Le diversità esistenti, caratteristica precisa che arricchisce la cultura arbëreshë, ma che non deve divenire elemento di paralisi per la stessa, diversità, dicevo, di visioni, di riti, di organizzazioni e quant’altro presente nel suo seno, devono puntare ad obiettivi comuni per la sopravvivenza della nostra cultura, attraverso un lavoro comune di base per la costituzione di un Progetto Politico di ampio respiro che dia una speranza nel futuro per tutte le popolazioni dell’Arbëria.

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INSIEME SIAMO DI PIÙ

INSIEME SIAMO DI PIÙ

Posted on 02 agosto 2017 by admin

insieme siamo di piuNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando E. Fabbricatore agli albori degli anni settanta del secolo scorso, rileggendo le frasi storiche di cui ne faceva un vanto, suscito un certo interesse quando nel corso di una riunione con zoti G. Capparelli, brandi pubblicamente questa frase, con voce cupa tremolate; il suo modo tipico di esporsi.

Da allora il raffinato prelato, ne fece buon uso sino a renderla partecipata e condivisa da tutte le persone che hanno avuto modo di apprezzare e condividere molte delle sue scelte immateriali, (per quelle materiali avremo modo di discutere in altri termini).

Certamente essere di più facilità nel perseguire un traguardi, tuttavia, la solidità morale e fisica degli elementi che compongono l’insieme, legati da simili ideali, non garantisce l’omogeneità richiesta all’insieme, motivo per il quale lungo l’itinerario tutto deteriora e si disgrega.

Motivo per il quale non basta essere di più e avere un solido progetto da perseguire, perché se uno o più elementi dell’insieme risultano essere deteriorati, è la macchina che cambia direzione e produce danno.

Dal canto mio sono anni che analizzo studio e sottopongo a verifica l’insieme della Regione storica Arbëreshë, nonostante abbia cercato di individuare i sotto sistemi omogenei, manca sempre un elemento nella valorizzazione dei quattro pilastri portanti dell’arberia.

Esistono: regole ben chiare da seguire; uomini e donne di cultura con grandi capacità interpretative eccellenti; prelati integerrimi per la migliore lettura religiosa; sono questi che da secoli guidano e conducono l’arberia attraverso i secoli e con grande stupore va rilevato, che l’elemento mancante è quello istituzionale; “la politica!”.

Rileggendo gli eventi storici dagli anni sessanta a oggi, la caratterizzazione linguistica, canora, consuetudinaria e religiosa della R.s.A. è stata mantenuta viva dall’opera di cultori; uomini e donne, sia civili che religiose, nell’assenza totale delle istituzioni.

Queste ultime quando sono intervenute, l’hanno fatto in ritardo o quando i problemi erano già stati risolti da cultori o appassionati della propria identità.

Tutte le volte che sono state chiamate in causa, le istituzioni si sono presentate addobbate per prendersi i meriti di vicende e sacrifici che ancora oggi continuano a non comprendere.

Come non apprezzare gli studi e le partecipazioni per la caratterizzazione dei tanti E. Fabbricatore o le vicende che hanno dovuto affrontare gli instancabili Zoti Capparelli; al fine di lasciare segni tra i più raffinati della R.s.A.

Si potrebbe continuare a raccontare vicende e aneddoti all’infinito tuttavia sfido chiunque a riportare un episodio dove un politico abbia aggiunto un granello di sabbia che avesse coerenza con la storica consuetudine arbëreshë.

È vero che “ INSIEME SIAMO DI PIÙ” ma se sappiamo, dove andare, è meglio!

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LE MAGICHE SENSAZIONI DELLA VËLLAZËRIA DI KAZALLVEQI

LE MAGICHE SENSAZIONI DELLA VËLLAZËRIA DI KAZALLVEQI

Posted on 18 luglio 2017 by admin

LE MAGICHE SENSAZIONI DI FRATELLANZACASALVECCHIO DI PUGLIA  (KAZALLVEQI) – (di Atanasio Pizzi) – Ho accolto con entusiasmo l’invito Ing. Noè Andreani e l’Assessore, Arch. Nicola Orsogna, del Comune di Casalvecchio di Puglia (FG) (KAZALLVEQI), per fornire alla loro comunità elementi ulteriori del legame che il borgo del Subappennino Dauno ha con la Regione storica Arbëreshë.

Per tre giorni, dal quattordici al sedici di luglio, sono stato ospite, assieme a gruppi provenienti dall’Albania, dal Molise, dalla Calabria e dal Salento.

Arbëreshë divisi da oltre sei secoli di storia, rotte diverse che hanno avuto modo di intersecare e confrontarsi a Casalvecchio al fine di condividere Idioma, Metrica del canto, Consuetudine e Religione Greco Bizantina.

L’aver dialogato con rappresentanti istituzionali, ascoltato gruppi folk, provenienti da paesi del nord e dal sud d’Albania; incontrato i ragazzi e le ragazze che tutelano le eccellenze canore provenienti dalle macroaree del Pollino, del Limitone, del Biferno e della Sila Arbëreshë è stata la conferma che l’arberia non è stata assolutamente scalfita dal tempo.

Vero è che durante la passeggiata illustrativa all’interno dei rioni storici, riascoltare le Antichissime sonorità dei fratelli Albanesi; riverberate da quelle mantenute vive in terra italiana dalle comunità di Frascineto, Ururi e San Marzano, esaltate dalle coreografie delle ragazze e dai ragazzi di Santa Sofia, (i figli dei miei compagni d’infanzia) ha innescato i presupposti per risvegliare l’antico rituale di coesione sociale; la Gjitonia.

I Casalvecchiesi hanno contribuito indicando “la rotta” ai partecipanti e usufruire delle strade (Uhdat), delle strette vie (ruhat), delle piazzette (sheshet), delle similitudini toponomastiche, delle quinte degli elevati storici (Kaliva e Kisha); i rioni appellati secondo la consolidata consuetudine d’arberia, e per questo  hanno scosso gli animi dei partecipanti allargando la profondità degli orizzonti futuri e unire coralmente il vissuto di oggi con quello del passato.

Nel corso della manifestazione “ Vëllazëria Arbersesh”, percorrendo le vie del paese assieme a mia moglie, accompagnati dalle avversità metereologi simili a quelle di un anno solare; l’essere riconosciuti lungo le strade del centro antico dai suoi abitanti che si rivolgevano a noi in arbëreshë per salutarci e chiedere approfondimenti sulla loro storia, mi ha fatto rivivere sensazioni antiche identiche a quelle del mio paese; come quando prendevo la via serenamente per casa, perchè atteso dai miei genitori.

Noè, Giovanni, Iolanda, Ulderiga, Nicola, Maria Giusy, Antonello, Graziella, Mario, Loris, Michele, Maria Grazia, i “Casalvecchiesi tutti” e gli ospiti partecipanti; a voi tutti rivolgo il mio personale (associato a quello di mia moglie Maria Palma) “GRAZIE DI CUORE” per avermi dato l’opportunità di rivivere l’armonia dei cinque sensi arbëreshe, (Gjitonia), associato all’amore e al rispetto, lo stesso che cerco di spiegare con le parole, a quanti si sentono arbëreshë e non hanno avuto la fortuna di incontrare i CasalVecchiesi di Puglia – Kazallveqi.

 

P.S.

Quando un’arbëreshë fiduciosa semina bene, ci vorrà del tempo ma il seme buono, alla fine darà i suoi frutti; chi avrà la fortuna di coglierli dovrà dire grazie alla sapienza di chi ha saputo scegliere il seme migliore.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         alla prof.  Filomena

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QUISISANA O DE LOCO SANO, LUOGO SANO, KA-SANA

QUISISANA O DE LOCO SANO, LUOGO SANO, KA-SANA

Posted on 04 luglio 2017 by admin

kasanaNapoli (di Atanasio Pizzi) – Nella toponomastica storica di Santa Sofia “Uhda Kasanesh” rappresenta un’altra delle incongruenze storiche cui non è stata data una coerente lettura; per questo essa ha assunto frettolosamente il ruolo di strada che conduce a Cassano dello Jonio, appellandola.

Essendo i Sofioti un popolo attento, preciso e determinato, oltre tutto la storia ci conferma che sono stati, gli unici a insediarsi all’interno del territorio più prossimo a Bisignano, ad essi sono riconosciuti, il senso della misura e i precisi obiettivi da perseguire, senza smarrire in alcun modo il senso dell’orientamento, tuttavia qualcuno ritiene che una strada che conduce ad Est, con il nome di un centro nevralgico come Cassano allo Jonio che si trova in direzione Nord abbia ragione di essere.

E chiaro che l’enigma va ricercato nella zona o la conca che la strada taglia perpendicolarmente e rappresenta il luogo più sano climaticamente di Santa Sofia, giacché area coltivabile a dimora ortofrutticola autoctona del piccolo centro.

Alla quale va affiancato un altro toponomi Sofiota di cui avremo modo di trattare in seguito

La conca aveva ed ha, nonostante le modificazioni avvenute dagli anni sessanta sino a oggi per opera dell’uomo; una conca a forma di ventaglio il cui vertice e la parte più alta, punta verso la località detta kiubica, mentre la base si adagia tra la località Chiesa Vecchia e il cozzo detto Mezzo-Naso. La conca essendo attraversata dai torrenti di Kroi Malit, Galatrella e Pedata Shën Mërish, lo rendono salubre sotto il punto di vista ambientale.

Le Correnti ascensionali rendono il luogo temperato per la sua forma particolare, che mantiene a regime costantemente un vortice di ventilazione ascensionale in direzione Nord, sud; in oltre la superficie a tre dorsali riesce a distribuire acque genuine e ricche di Sali minerali, che caratterizzano univocamente i suoi prodotti posti a dimora.

Quisisana o De loco Sano, Luogo Sano, sono generalmente appellate sin dall’antichità queste rarissime aree di salubrità, microclimi ideali dove le caratteristiche della natura trovano dimora per offrire l’armonia de eccellenza; da qui il toponimo: Ka-Sana; il resto della storia, la tratteremo più in la, quando Le Amministrazioni! faranno l’appropriato “mea culpa pubblico” per gli errori fatti a scapito del preziosissimo borgo dagli anni sessanta, senza soluzione di continuità, del secolo scorso a oggi.

Comunque rimango speranzoso nel ritenere che, alla fine, acquisiscano consapevolezza e chiedere scusa a chi si è stato chiamato a corte da Napoli senza avere poi ricevuto udienza.

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SËN SOFIA DIJE E SOTH (30 Luglio 1899 –  soth)

SËN SOFIA DIJE E SOTH (30 Luglio 1899 – soth)

Posted on 25 giugno 2017 by admin

SËN SOFIA DIJE E SOTH2NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Sino agli anni sessanta del secolo scorso tutto ha avuto un senso crescente per il piccolo borgo albanese della Sila greca, tuttavia, per ovvie ragioni, la parabola ascensionale da più di cinque decenni procede imperterrita alla spogliazione culturale del paese più rappresentativo di tutta la Regione storica Arbëreshë.

Il 30 Luglio 1899 la sala dove si era riunita la comunità sofiota per onorare il compianto letterato Pasquale Baffi risultava essere affollatissima; parteciparono il Sindaco sig. Vincenzo Bugliari con la Giunta ed il Consiglio, il Capitano Bugliari, il Deputalo provinciale sig. Vin­cenzo Fasanella, i professori G.C. Bugliari, Becci e Pizzi e le scuole elementari maschili e femminili con il rispettivo corpo docente.

Occasione in cui nessuna delle persone illustri e di cultura che facevano parte della comunità si astenne dal partecipare.

Aprì il discorso, un illustre oratore che con frase elegante e co­lorala, inizio a discorrere della vita del Baffi: descrive commosso i supremi momenti e finì con il raccomandare ai cittadini di avere sempre un culto verso la memoria del compianto Pasquale Baffi e della cultura arbëreshë in generale, applausi prolungati accol­sero le ultime parole dell’oratore.

Sor­se poi a parlare il sig. Vincenzo Fasanella, i professori Giusep­pe Becci e G. C. Bugliari, seguirono l’esattore sig. Giuseppe Becci e il giovane Domenico Bellizzi, chiuse con tre sonetti di squisita fattura, il prof. Vincenzo Pizzi.

La cerimonia si chiuse con calorosi applausi, dopo di che il Sindaco ringra­ziò gli interventi promettendo che l’un­dici novembre prossimo, ricorrendo il centenario della decapitazione del Baffi, il Municipio darà maggiore solennità alla festa patriottica con dedicare all’illustre estinto una lapide che verrà collocata sulla facciata del Municipio.

Questo è quanto organizzava l’Amministrazione Comunale, un secolo addietro per ricordare l’unico intellettuale di tutta l’arberia, grazie al quale, la comunità sofiota assunse il ruolo di capitale della R.s.A.

L’intellettuale P. B., l’unico arbëreshë ad aver compreso il valore dell’idioma non scritto, per queste non si adoperò mai per scriverlo; lo stesso rituale che sino agli inizi degli anni sessanta con Bugliari, Capparelli e Miracco, ancora risultava essere intatto.

Negli ultimi cinque decenni tuttavia è stato deturpato a dismisura, in quanto, posto nelle disposizioni di letirë privi di ogni forma di cultura e garbo idoneo a tutelare “il rarissimo cerimoniale arbëreshë”.

La manchevolezza ha trasformato le ricorrenze, gli appuntamenti e qualsiasi sorta di occasione istituzionale, che con orgoglio si sarebbero potuti depositare negli annali della storia sofiota, in allegorie senza alcun valore.

I vigili urbani nelle manifestazioni istituzionali sono stati sempre presento e le immagini storiche confermano quanto detto; Gennaro Pizzi, poi in seguito rispettivamente, Giuseppe Marchiano, Cesare Cardamone e il figlio di quest’ultimo Francesca, non disertarono mai assieme a sindaco e assessori una manifestazione in cui il buon nome del paese doveva apparire; mai le istituzioni civili religiosi e militari, del paese si sono presentate in momenti istituzionali privi del gonfalone, la bandiera.

Le istituzioni tutte erano sempre in prima linea e seguivano gli emblemi, poi venivano appresso, le persone che credevano in quel momento di rappresentanza cittadina.

I partecipanti poteva essere tutta la popolazione, pochi o nessuno, tuttavia a mancare non erano mai e poi mai le vesti e le figure istituzionali del “ rarissimo cerimoniale arbëreshë”., co vigili urbani, bandiera italiana è gonfalone, senza di esse diventava una mera festa di carnevale, senza senso.

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LA VIA DEI POLITICI, DEI VIANDANTI E DEI SAGGI SALTIMBANCHI

LA VIA DEI POLITICI, DEI VIANDANTI E DEI SAGGI SALTIMBANCHI

Posted on 17 giugno 2017 by admin

Lavia dei politici dei viandanti e dei saggi saltimbanchiNapoli (di Atanasio Pizzi) – L’inseguimento della Verità è senza dubbio la più affascinante avventura di cui la coscienza umana possa accorgersi.

E chi vuole annullare la Verità dandole il senso di ultimo termine, commette l’errore tipico del materialista: scambia la vita con la morte; prende per morto quel che vive e narra eventi che producono dolore a chi si vorrebbe vedere rassegnato e sconfitto; morto.

Esempi in tal senso sono i narratori di pietre, muri, case, chiese, alberi, materialisti incalliti che con misere gesta speculano sulle lacrime e il sangue di persone che non si rassegnano alla morte della loro identità culturale.

Certamente chi ha garbo e un briciolo di sensibilità non descrive allegorie, utilizzando il luogo del calvario statisticamente noto come: l’urlo più muto del secolo appena iniziato; progetto demenziale attuato, per nome e per conto di tanta brava gente, che non ha avuto alcun diritto di parola, se non l’obbligo di firma.

Chiudere un paese è come risvegliarsi in mare aperto solo e senza niente all’orizzonte; in quanto la cattiveria, prima ha sfibrato il fascio della coesione sociale e poi spezzato uno a uno i domani di ogni singola persona, cattiveria gratuita partorita dalla dea della viltà e dell’ignoranza.

La memoria dei luoghi e la storia, non è, né un teatro né una leggenda! Solo chi è stolto si assume la responsabilità morale, di filosofeggiare allegramente, accompagnato dal suono di una tarantella alternato a una canzone mal interpretata.

Bisogna essere attenti, anzi direi sensibilmente istruiti, quando si gioca con le pietre degli altri, giacché se da una parte; si ambisce a fare arte senza avere ne educazione e ne consapevolezza; dall’altra, osservatori inermi, avvertono il dolore che sale lungo le ferite dell’anima e riaccende il fuoco del “drago”, che ti brucia identicamente, come se il tempo non sia mai trascorso.

Quelle pietre quei resti sono il ricordo di fughe indotte e ritorni vietati; rievocano paura, dolore, solitudine e il dramma di chi ha sbagliato tutti i domani, a partire, da quell’infausta notte.

È inimmaginabile portare alla ribalta così gratuitamente luoghi senza avere consapevolezza di risvegliare quel dolore antico vissuto dai vivi, che solo la morte potrà terminare.

Purtroppo chi ha vissuto gli attimi dell’esodo inseguendo alternative trasversali fuori da ogni logica di buon senso, afferma che bisogna rinnovarsi, in quanto, nulla rimane inalterato; questo non è vero! Perché tutte le persone di cultura, riconoscono il dato che si migliora avendo come meta, la propria identità e le proprie origini, al fine di traghettare verso modelli condivisi da tutti, senza esclusi e tantomeno discriminando chi si batte per i domani arbëreshë.

Solo in questo modo si possono evitare innesti malevoli e senza senso, piante infette che sono sfuggite al controllo delle istituzioni, le stesse che oggi si ostinano far fiorire nel mediterraneo, piante grasse dei deserti sahariani.

Questa è una vicenda che non ha, vinti né vincitori, tutti hanno perso, solo perche è stato lasciato campo aperto a persone dispettose, viziate e infantili, “sfortunati sociali” che non hanno avuto modo di confrontarsi con i valori familiari e per questo ignari del “ luogo dei cinque sensi: la Gjitonia!”

Un paese fatto di gjitonia, si vuole bene, si rispetta, si riconosce in ogni ricorrenza, prega nello stesso Santuario, condivide gioie, condivide dolori è vivono gli stessi ambiti; se ciò deve morire, basta togliere all’improvviso i luoghi fisici per discriminarli, scientemente relegandoli a non avere nessun diritto di riunirsi sotto gli stessi edifici pubblici e privati, perché il luogo della vita è ritenuto “solo per essi, ma non per gli altri” pericoloso perché lo dice il drago.

Avere l’immagine, impressa nella mente, di quei cancelli come il confine della loro esistenza è come paragonarli ai varchi dello sterminio, ed è per questo che ferisce, offende e calpesta la dignità dei poveri esodati.

Chi ritiene morto un paese sapendo che è vivo è in malafede; specialmente se il luminare che ne dovrebbe certificare la salute guarda esclusivamente le ferite di ponente.

Mentre dal lato di levante a piacimento possono diventare luogo di svago e di diletto, mettendo a rischio, inconsapevoli giovinetti che incautamente violentano senza “ragione” le intimità altrui.

Adoperare modelli educativi per giocare con Chiese, Strade, Vicoli e Piazze o innalzare emblemi alloctoni e senza arte, offende la memoria di Ines, Almira, Giovanna, Anita, Angelo, Filomena, Teresa, Marino, Rosario, Maria, Adelina, Gennaro e tanti altri anziani che hanno preferito lasciarsi morire, prima di essere estromessi dagli ambiti vissuti “del loro mondo terreno”.

Frequento e conosco gli abitanti, so che del loro paese, delle loro case e del loro mondo, conservano frammenti per loro preziosissimi, perché sono l’unico che li conduce ai domani che, diminuiranno di giorno in giorno e rimangono l’unico modo per tornare idealmente nelle loro case, luce flebile che proietta figure parallele non più ritrovate.

Cosa mi colpisce in ognuno di loro è la fede che hanno verso il Santo Patrono, solo lui, da forza per sperare nel ravvedimento, di quanti in maniera leggera, poca attenta e senza mai conoscerli, li ha ritenuti al pari di un insieme numerico di mera statistica d’archivio.

Li ho visti e sentiti pieni di orgoglio ogni volta che si parla delle loro case negate, ma purtroppo una macchina invisibile che sta sospeso verso il cielo dice che non possono tornare perché il drago viene solo ed esclusivamente di notte. (avranno scoperto che di giorno dorme, allora shhhhhhhhh, non fate gridare le scolaresche!)

Li ho visti volgere lo sguardo all’insù e cercare la macchina che sa tutto, con grande dignità, increduli di quando gli è accaduto, ben consapevoli che la trascuratezza istituzionale sia l’unico colpevole, in quanto, hanno lasciato che il drago fosse libero e lui di notte, quando tutti erano tranquilli ha trascinato a valle alcune case.

Li ho visti piangere e chiedere se la decisione dell’esodo, in quei terribili frangenti era veramente il frutto di analisi eseguite con criteri scientifici e di comparazione territoriale o frutto dall’ignoranza che mirava a malevoli interessi.

Mi dice nonna Alma, una vecchietta seduta sull’uscio di casa per non perdere il suo diritto: prego Dio tutti i giorni, perché si rievochi la leggenda del drago e il cavaliere possa prevalere sul drago che dorme sul giglio, tanto lui, non fuma dalle narici, ma sbuffa fumo dalle malsane orecchie!

Gli ho detto che quella è una leggenda, purtroppo la realtà, ancor prima dell’inizio di questa vicenda è stata orfana del “Buon Senso”, “semplice, puro, sano, buonsenso; null’altro”.

Se i protagonisti che hanno condotto questa vicenda, avessero adoperato il Buonsenso, invece della “sciabola dittatoriale/culturale”, oggi non avremmo avuto bisogni di inviare abbracci ovunque vivono, ovunque si sentono in esilio, ovunque sperano che il cavaliere prevalga su questo essere informe che appiattisce, distrugge e calpesta persino la storia dei valorosi guerrieri arbëreshë.

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" Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni "

” Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni “

Posted on 08 giugno 2017 by admin

bandieraarberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Dr. Anila Bitri Lani  Ambasadore e Republikës së  Shqipërisë në Republikën Italiane

 

Oggetto: ” Tutela e sostenibilità degli ambiti tangibili e intangibili Albanofoni “.

 

Cortese Dr. Anila Bitri Lani, ho ricevuto notizia della sua disponibilità ad accogliere positivamente l’invito di esponenti locali della Regione storica Arbëreshë, in appuntamenti culturali finalizzati alla tutela delle arti e dell’idioma di tradizione arbëreshë.

Sulla base, di quanto, da lei auspicato nell’intervenire nei relativi dibattiti, esortandi i presenti ad attivarsi per delineare e porre in essere nuove strategie di tutela della tradizione minoritaria arbër; a tal proposito la vorrei informare che a Roma in data l’11 novembre 2015 è stato stipulato un “PROTOCOLLO DI ACCORDO”, tra Il Ministero dello Sviluppo Urbano d’Albania, L’Associazione degli Architetti Albanesi e Il Consiglio Nazionale degli Architetti Italiani.

L’accordo mira a incoraggiare relazioni culturali tra Italia e Albania, “di know-how”, training; scambio di esperienze professionali migliorando le rispettive eccellenze attraverso progetti congiunti.

Il sottoscritto arch. Atanasio PIZZI in stretta cooperazione con il presidente dell’ordine degli architetti di Benevento, arch. Michele ORSILLO e l’arch. Albanese Shender LUZATI, preso spunto da questa stipula ha elaborato il documento qui di seguito allegato nelle sue linee generali.

Il fine che si vuole perseguire, da noi “ tecnici ricercatori”, è di illustrare e comprovare quali siano gli aspetti tangibili e intangibili arbëreshë che hanno caratterizzato i territori, attraversati addomesticati e vissuti dagli arbëreshë; essi rappresentano il nocciolo duro dell’unico modello d’integrazione tra popoli all’interno nel Mediterraneo e ha visto quali protagonisti edificatori Albanesi e Italiani.

Essendo il suo mandato istituzionale, la cerniera di unione tra le due nazioni, ritengo che lei debba assumere il ruolo di super visore di tale accordo e far emergere la genuinità dell’unico esempio d’integrazione Europeo.

Cortese Dr. Anila Bitri Lani, sarei lieto di illustrarle personalmente e più dettagliatamente il progetto, per concertare eventi di rilancio multidisciplinari che diano lustro alla minoranza considerata la più numerose d’Italia meridionale, che affonda le sue solide radici in Albania!

 

In attesa di una Vostra gradito riscontro

Le Invio i miei più Distinti Saluti.

 

Atanasio arch. Pizzi                                                                                                                                                                                                                         Napoli 2017 – 06 – 07

 

 

 

                                                         

 

                                                                                                                                      

“PROGETTO PER LA VALORIZZAZIONE, TUTELA E SOSTENIBILITÀ DEGLI AMBITI D’ARBËRIA”

 

I TERRITORIA ATTRAVERSATI, ADDOMESTICATI, COSTRUITI E VISSUTI

DAGLI ALBANOFONI TRA XV° E IL XXI° SECOLO

(Llaketë të Shkelur, të Butëruar, te Stisur e të Gjelluer Arbëreshë ka XV° njera te XXI° sekull )

 

A cura dell’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento,

con il supporto scientifico-architettonico :

Del Presidente O.A.P.C.B., arch. Michele ORSILLO

dell’arch. Arbëreshë Atanasio PIZZI 

e

dell’arch. Albanese Shender LUZATI

 

 

Premesso:

–               che in data l’11 novembre 2015 è stato Redatto, in Roma (Italia), un PROTOCOLLO DI ACCORDO (MEMORANDUM OF UNDERSTANDING) tra Il Ministero dello Sviluppo Urbano d’Albania, L’Associazione degli Architetti Albanesi, Il Consiglio Nazionale degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti Conservatori Italiani, L’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento su “Cooperazione per lo sviluppo degli scambi culturali e di attività professionali congiunte”. Il Vice Ministro dello Sviluppo Urbano, nell’interesse degli scambi internazionali del suo Paese, dotato dei poteri conferitigli dal suo mandato. Il Presidente dell’Associazione degli Architetti Albanesi, nell’interesse degli scambi internazionali del suo Paese, dotato dei poteri conferitigli dal suo mandato. Il Presidente dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Benevento e il Presidente del Dipartimento Europa ed Esteri ed Internazionalizzazione del Consiglio Nazionale degli Architetti P.P.C, italiani con sede in Roma (Italia) Via Santa Maria dell’Anima 10, nell’interesse degli scambi internazionali della sua istituzione, dotati dei poteri conferitigli dai loro mandati;

–              che in base all’Art.1 di tale accordo di Introduzione, si conviene che le parti, in cooperazione, m a sviluppare congiuntamente collaborazioni bilaterali con il fine di scambiare esperienze cultura, utili alla formazione professionale d’ambito di nuove figure che possano instituire un gruppo di lavoro che tuteli gli ambiti Arbëreshë e Albanesi secondo un disciplinare unitario;

–              che in base all’Art.2 dello stesso accordo, le Parti coopereranno congiuntamente nei seguenti settori:

  1. Definire e implementare progetti comuni sia in Albania e in Italia per valorizzare la cooperazione e i risultati di accrescimento congiunto che ne derivino;
  2. Organizzazione di eventi congiunti quali: fiere, mostre, tavole rotonde in entrambi i Paesi;
  3. Organizzazione di corsi e seminari di formazione e specializzazione;   –   che la Legge del 15 Dicembre 1999, n. 482, Art. 2. Comma 1, in attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, sancisce che la Repubblica tutela tra le altre la lingua anche la cultura delle popolazioni Arbëreshë:  –              che Ogni macroarea, della R.S.A., ha avuto un ruolo specifico nel territorio meridionale, in relazione, sia all’epoca dell’esodo, e sia alla funzione assegnatagli, assumendo per questo: ruoli militari/strategici, sociali/economici e salubrità/demografico, con finalità di difesa, produttività e ripopolamento di vaste aree del regno di Napoli.-            che la Regione storica Arbëreshë (R.s.A) con le sue sedici macroaree, rappresenta un patrimonio non replicabile, –             che l’arbëreshë inteso come modello sociale rimane vivo identicamente sul territorio delle macroaree come nel passato, secondo consuetudini legate alla lingua e il rito religioso, rispettoso di quello nazionale e per questo solidamente integrati con gli ambiti indigeni;-            che le caratteristiche storiche della minoranza Arbëreshë (Albanesi d’Italia) non ha avuto un’adeguata stesura di studio e di ricerca multidisciplinare, comparato con quello della terra d’origine Albanese;-              che a oggi, non sono stati raggiunti gli adempimenti idonei per garantirne parametri di tutela sostenibile;     –   che nonostante si cerchi di aprire nuovi stati di fatto si preferiscono le misure monotematiche, tralasciando discipline per lo studio dell’ambiente naturale, del costruito storico, dell’urbanistica, delle architetture e delle arti, delle sedici macroaree dal punto di vista sia tangibile e sia intangibile; –     che La Regione Storica Arbëreshë, o (Regione storica dei Cinque Sensi) citata in precedenza, per ragioni di studio e per meglio focalizzare le caratteristiche oltre i ricorsi storici territoriali è suddivisa secondo le seguenti Macroaree, che uniscono storicamente circa centoventi Comuni del meridione italiano, coinvolgendo le regioni di: Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia:  –      c he l’intento delle Norme su citate non deve essere inteso come di mero divieto, “alla non discriminazione” ma, bensì, di “sollecito a porre in atto atteggiamenti e misure positive” per il prodursi di tali salvaguardie; –           che le regioni su citate concorrono in armonia con i principi generali di rispetto e tutela stabiliti dagli organismi Italiani, Europei e Internazionali, attuando misure legislative a salvaguardia, della lingua, del patrimonio letterario, storico ed archivistico, del rito religioso, del canto, la musica e la danza popolare, il teatro, le arti figurative e l’arte sacra, le peculiarità urbanistiche, architettoniche oltre a quelle monumentali, gli insediamenti abitativi antichi, le istituzioni educative, formative e religiose storiche, le tradizioni popolari, la cultura materiale, il costume popolare, l’artigianato tipico e artistico, la tipizzazione dei prodotti agro-alimentari, la gastronomia tipica, e qualsiasi altro aspetto della cultura e del sociale; –           che lingua Albanese in Italia l’Arbëreshë è a tutt’oggi parlata in oltre sessanta comuni sparsi nell’Italia meridionale e insulare, anche se la misura originaria era di ben oltre cento comunità e per questo considerati punti di interesse per le regioni di: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, e Sicilia;-              che l’articolo 9 della costituzione della Repubblica Italiana promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica; tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.” –              che la Convenzione-Quadro per la protezione delle minoranze nazionali approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa 10 novembre 1994; –              che la Carta Europea, Strasburgo 5 novembre 1992, tutela le lingue regionali o minoritarie;

Considerato:

      –    che l’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento in accordo con gli architetti Shender Luzati e Atanasio Pizzi, ha stilato un progetto di studio concernente gli    ambiti albanofoni in Italia e in terra madre Albanese;

      –      che vista la disponibilità dei Sindaci dei Comune di Greci, in provincia di Avellino, (arch. Donatella MARTINO); di Ginestra degli Schiavoni, in provincia di Benevento (Avv. Spina Zaccaria); di San Demetrio Corone in provincia di Cosenza, (ing. Salvatore LAMIRATA); di San Benedetto Ullano in provincia di Cosenza, (Avv. Rosaria Amalia CAPPARELLI); di San Basile in Provincia di Cosenza (dott. Vincenzo TAMBURI); di Civita in Provincia di Cosenza (dott. Alessandro TOCCI), di San Costantino Albanese in Provincia di Potenza (Avv. Rosamaria BUSICCHIO); Barile in Provincia di Potenza (V. S. Michelangelo VOLPE); a rendersi disponibili per consentire gli accessi, recuperare elementi e dati durante la fase di analisi/studio;

      –      che vista la disponibilità dell’Associazione Cavallerizzo Vive – Kajverici Rron – a riferire l’esperienza e i termini dissociatici moderni della migrazione forzata, il loro antico centro é unico paese delocalizzato, che vive una vicenda paradossale dal 2005;

       –        che l’architetto Atanasio Pizzi, svolge l’attività di ricerca su tali temi insediativi arbëreshë, sin dagli anni settanta del secolo scorso;

       –       che l’architetto Shender Luzati da oltre quattro decenni svolge attività nell’ambito dello sviluppo urbanistico -architettonico delle città Albanese e pubblicando numerosi articoli, delle albume, all’esposizione e lo studio monografico per la città di Scutari;

        –       che gli ambiti di studio aprono nuovi stati di fatto per approfondire le caratteristiche materiali e immateriali della minoranza; si ritiene fondamentale evidenziare i parallelismi territoriali del Nord, del Centro e del Sud dell’Albania, con le esperienze arbëreshë nel sud dell’Italia, peninsulare e insulare, dal XV sino ai giorni nostri.

        –      che l’Ordine degli Architetti Pianificatori e Paesaggisti della Provincia di Benevento nella figura del presidente Arch. Michele Orsillo in accordo con gli architetti: Atanasio Pizzi e Shender Luzati, si sono resi indispensabili a realizzare corsi e seminari formativi per la tutela, la ricollocazione dei manufatti e gli ambiti storici, in quanto luoghi nati secondo l’antico auspicio della “promessa” (Besa) , i cui capisaldi fondamentali che sostengono oltre sei secoli di storia sono, l’idioma, la consuetudine e la religione, caratteristiche fondamentali del popolo Arbëreshë unico nel continente a tramandare la storia attraverso dialoghi e collaborazioni in sola forma orale;

Per quanto premesso: si vogliono porre in essere il progetti e le iniziative qui di seguito elencate:

  1. Produzione scrittografica, concernente i temi della storia, il tangibile e l’intangibile arbëreshë;
  2. Mostra itinerante “Aquila Bicipite: la Rotta Arbëreshë”;
  3. Vocabolario Unitario Tecnico delle parlate di macroarea;
  4. Sistema integrato della R. s. A. ; sostenibilità e gestione di musei, biblioteche ed edifici di culto;
  5. Analisi tecnologica per la migliore tutela dei musei d’arberia
  6. Creazuine dell’Archivio figurativo, fotografico e cinematografico; comparazione di macroarea;
  7. Dibattiti e convegni nei centri di macroarea, divulgazione degli elementi finiti;
  8. Divulgazione delle opere cinematografiche d’arberia;
  9. Conferenze e tavole rotonde in favore della popolazione scolastica e docente;
  10. Incontri nei locali delle biblioteche comunali con la popolazione locale;
  11. Conferenze, tavole rotonde, nei plessi Universitari Albanesi e Italiani;
  12. Corsi di Formazione rivolti agli Uffici Tecnici Comunali e gli Sportelli Linguistici d’area;
  13. Progetti per la sostenibilità degli elementi costruiti pubblici e privati;
  14. Progetti di realtà aumentata negli ambiti storici locali;
  15. Progetti fuochi pirotecnici di luce negli anfratti attraversati vissuti e costruiti dagli arbereshe;
  16. La primavera Itali Albanese; storia, rievocazione e significato sociale;

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LA STORIA  NON È LA FAVOLA DI CORONE O LE VALJE

LA STORIA NON È LA FAVOLA DI CORONE O LE VALJE

Posted on 18 maggio 2017 by admin

LA STORIA ARBËRESHË NON È LA FAVOLA DI CORONENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’appuntamento elettorale degli anni ottanta e senza soluzione di continuità finanche l’ultimo di tre anni orsono, si distinguono perche nulla è mutata a proposito della caratterizzazione storico/minoritaria indispensabile per il rilancio della R.s.A..

Poco più di mezzora negli anni ottanta, il tempo di una tarantella; come tre anni orsono, il tempo di due telefonate; per avere consapevolezza che la piramide the Kushevet, era rimasta identica e nulla sarebbe cambiato.

Egocentrismo diffuso e la latitanza di formazione storica caratterizza la campagna di rinnovamento da molti anni e cosi questa ultima occasione si è rivelata ben presto come l’ennesima delusione di tutti coloro che preparavano l’esposizione delle “coperte ricamate” (Palacàt) nelle balconate e sui davanzali delle finestre.

Come negli anni ottanta anche gli interlocutori di tre anni orsono, hanno quale denominatore comune, il non essere arbëreshë D.O.C e non avere alcuna conoscenza della storia.

Una sorta di maledizione che avvolge la realtà di questo piccolo centro e gli impedisce di assumere il ruolo per il quale è stato innalzato nel XV secolo; ovvero essere capitale e non rimanere relegata al ruolo di cenerentola davanti al camino che per rifocillarsi consuma di giorno in giorno pezzi irripetibili della sua identità.

Uno stato di fatto che ho rilevato osservando il miracolo generazionale che ha fatto nascere un esercito di Antiquari.

A tal proposito volevo rilevare che non abbiamo bisogno di eccellenze alloctone che vengano a raccontare il nostro passato e la nostra storia, abbiamo risorse uomini e mezzi capaci di seminare tanta storia capace di dare lustro a tutta l’intera R.s.A.

Purtroppo gli stessi ambiti che avrebbero dovuto tutelare, valorizzare, innalzare collocando nella giusta casella una delle realtà territoriali minoritarie tra le più ricche di tutta la Regione storica Arbëreshë è diventata il territorio ideale per far divulgare inesattezze e ilarità.

L’intervallo storico che riferisco e identifico come “migrazione delle professioni per ambire al titolo di antiquari di minoranza” è stato il più penoso dal 1740 a oggi.

Nozioni e personaggi volatili che si scambiano i ruoli balzando dallo storico, al linguistico, al consuetudinario, all’antropologico senza regola o decenza.

Favole scambiate per storia, uomini utilizzati secondo le proprie necessità locali; un esercito di garibaldini che secondo una statistica supera il milione di giubbe rosse; cuochi che fanno gli storici, muratori che diventano architetti, giullari che diventano re, antiquari che si credono letterati, raccoglitori di spazzatura storica che si credono guide ed esperti di una realtà che ignorano, in quanto non hanno ne titoli e ne capacità o spessore culturale.

Un quadro che non ha ne colori né logica di pensiero, un mondo oscuro dove prevale l’egocentrismo e la velleità che tutti gli interlocutori, posseggono gli stesi itinerari di studio di chi ha permesso tutto questo; un progetto fatto in malafede con il fine di coprire le inesattezze diffuse; nozioni errate senza alcuna cognizione che possa essere comparata ad alcun che.

Per questo capita che in quella che dovrebbe essere la capitale della regione storica si confondano: la primavera con i balli, i Santi con le figurine, i banchetti con le processioni, i canti con le tarantelle, il costume con il vestito di carnevale, la chiesa con il teatro e ogni sorta di appuntamento storico di consueto è attribuita a una fantomatica vittoria di Alessandro il Grande; peccato che il più delle volte la data brandita e diffusa, persino attraverso i media, corrisponde a periodi in cui il grande condottiero risultava già deceduto.

Non c’è da stupirsi se poi nell’appuntamento più antico della storia minoritaria, sul palco si rilevi il dato che in pochi parli l’antico idioma e si da inizio a danze e balli di estrazione tipicamente calabrese.

La consuetudine di cui vorrei raccontare e parlare, ha il suo fulcro nel concetto stretto della famiglia tipica minoritaria, la stessa che ha come luogo materiale la casa, il giardino e il cortile; espansione dell’immateriale denominata Gjitonia; ambito senza confini tridimensionali, rappresentativo dei cinque sensi.

Se nella regione storica non si da priorità a questi due punti per iniziare a interpretare idioma, consuetudine, religione architettura, antropologia, e ogni disciplina del tangibile e dell’intangibile; viene da chiedersi ma che balliamo a fare le valje, che oltretutto esistevano, molto tempo prima che nascesse Giorgio Castriota Scanderbeg?

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