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MIRACOLI ARBËRESHË

MIRACOLI ARBËRESHË

Posted on 11 dicembre 2017 by admin

Roberto vertaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – All’indomani della pubblicazione, in gazzetta ufficiale, della legge 482 del 1999, giovani cattedratici, associarono, senza elementi riconducibili di esclusiva arbëreshë, il vicinato indigeno, alla Gjitonia; gli esecutori del enunciato, copiarono frammenti di un’analisi,  eseguita nel dopoguerra per dare senso ad in  progetto di delocalizzazione.

L’irresponsabile gesto di copia/incolla ha innescato un“processo degenerativo senza eguali” e tutt’oggi dopo quasi due decenni, non smette di far “germogliare avena fatua” nel seminato storico della minoranza, più numerosa in Italiano.

Che la Gjitonia sia un modello sociale è innegabile; tuttavia ritenere di poterlo riassumere, in quattro o cinque porte che affacciano sullo sheshi o sulla strada, la pone alla stregua di un moderno abuso edilizio da sanare, per tale motivo  sminuisce a dismidura il valore della consuetudine e il lessico della Regione storica Arbëreshë.

In questi untimi tempi, una lezione su cui meditare ci giunge via etere dalle trasmissioni multimediali di Radio Antenna Duemila; nata per dare parola ad amministratori, addetti locali e operatori del settore folcloristico, e porre all’attenzione delle istituzioni oltre alle proposte, anche le innumerevoli necessità locali, è diventato un nuovo modo di sentirsi “Gjitoni arbëreshë”.

Ogni sera, si illustrano soluzione per rendere solido il senso della minoranza che vede sempre più lontana la rotta  per una ripresa che dia linfa all’antica caratterizzazione minoritaria.

Tuttavia a giudicare dagli ascolti e di quanto succede in questo piccolo Catojo, nel brego di Serra di Leo, ogni sera dopo le 21, 30 supera lei confini entro i quali la trasmissione aveva deciso addentrarsi.

Un piccolo spazio, non più grande di un profferlo, dove per incanto si armonizzano “i cinque sensi” e raccolgono adesioni e interesse da tutto il mondo; un’ora intera, di sana e semplice arbëria.

Senza volerlo attraverso le telecamere di questa emittente, si  riaccendono i riflettori, per la prima volta nella storia, sulla “Gjitonia del nuovo millennio”; e tutti assieme ci ritroviamo a parlare di legami, di luoghi, di religione, di paesi, di progetti e di apparentamenti da consolidare.

Questo fenomeno si attua grazie alla consuetudine radicata in ogni arbëreshë, in quanto quel luogo verticale, ci accomuna, ci avvicina, ci legava, e risveglia quell’antico senso di mutua convivenza, così come faceva con i nostri avi; quando, riuniti davanti al camino in inverno, sotto il sole nascente a primavera, all’ombra delle acacie in estate o protetti dai vitigni e dagli ulivi in autunno, tutti assieme, tesseva i legami parentali per continuare a seguire quella rotta fatta di consuetudine, idioma, canto e religione.

Qui, nel Catojo di Serra di Leo, hanno cantato, discusso, ballato, giudicato, condannato e aiutato nella piena consapevolezza di continuare a sentirsi orgogliosamente arbëreshë, indirizzati dal grande cuore e con la passione che ci accomuna, abbiamo magicamente risvegliato in ognuno di noi il concerto dei cinque sensi.

Ebbene, in queste sere in radio antenna duemila non è stato fatto altro che utilizzare la magia ricetta arbëreshë, denominata “GJITONIA”.

Se questo miracolo è stato possibile nello stretto di un Catojo, perché non amplificarlo e renderlo possibile anche all’interno dei Comuni, delle Associazioni o di ambiti multimediali meglio organizzati?

Sicuramente, grazie alla opportunità offerta dal nuovo modello comunicativo, possiamo trasformare la gjitonia multimediale in uno strumento per avvicinare e rendere più solida tutta l’arberia.

Appare evidente che aver ben chiaro, cosa sia la gjitonia, è un valore indispensabile per il futuro degli albanesi; un emblema ideale su cui ricostruire quei legami e quegli affetti che sino ad oggi non potevano in alcun modo essere concertati per renderli possibili.

Occorre dare avvio alla stagione dei CONVEGNI STORICI, che pongano le basi per una nuova politica di tutela e custodia, una solida piattaforma che parta dall’inno degli antichi del settecento e dell’ottocento d’arberia “la storia degli arbëreshë unica e indivisibile” al fine di restituire il giusto garbo a tutta la Regione minoritaria.

Occorrono progetti condivisi, che abbiano come unico fine la tutela del tangibile e dell’intangibile a tutti i costi, senza protagonismi, campanili o egocentrismi.

La Regione storica Arbëreshë è tutta bella, tutta interessante, e tutti hanno contribuito nel bene e nel male a renderla magica; ciò nonostante nessuno dei protagonisti, ha mai rinunciato all’idioma, alla consuetudine, alla metrica del canto e alla religione, greca bizantina, nel aver assunto un qualsivoglia ruolo nella storia.

Avviare la stagione dei congressi è indispensabile, ( inutile andare a cercare nel luogo dove avvenne la divisione, perché, ormai tutto è cambiato), le domande e le risposte vanno fatte e cercate all’interno della R.s.A., solo in questo modo, chi riferisce, potrà essere individuato da quanti millantano e tutti finalmente possiamo sollevare quel velo pietoso d’inesattezze, che hanno manomesso  le solide fondamenta d’arbëria.

Amministratori, cattedratici e tutti i cultori che si occupano delle vicende che vedono protagonista la R.s.A., devono fornire le certezze e curare adeguatamente le radici  del buon senso, storico/culturali, sofferenti da troppi decenni.

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IL LESSICO CROMATICO DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

IL LESSICO CROMATICO DELLA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 03 dicembre 2017 by admin

il lessico dei coloriNAPOLI ( di Atanasio Pizzi)  –

Premessa

Nell’antichità, la scoperta di sostanze tintorie era strettamente legata alla ricerca di piante officinali e materie dotate di poteri curativi o presunti tali.

I pigmenti, per questo, assumevano agli occhi del popolo anche la funzione di potere magico, diventando il fulcro di grandi superstizioni, in alcuni casi, persino medicali.

Non stupisce che per i Greci i pigmenti fossero ritenuti farmaci (pharmaka) e le sostanze di base, sapientemente miscelate, consentivano di ottenere un numero rilevante di tonalità e colori che spaziavano dal giallo, passando per il rosso, sfociando al viola.

È largamente noto, che per ottenere questa gamma di colori, si utilizzassero quattro prodotti fondamentali:

Il primo – la murexo Purpura haemastoma, cioè una chiocciola marina di particolare specie da cui si poteva ottenere la porpora (i Fenici la diffusero in tutto il Mediterraneo);

Il secondo – il chermes, un minuscolo insetto parassita del leccio, importato dalla Libia;

Il terzo – la garanza, la radice di una pianticella chiamata robbia;

Il quarto – lo zafferano;

Le sfumature del blu o del verde più intenso erano complicate da ottenere, motivo per il quale si ricorreva alle sostanze fornite da altri popoli, ricavate dall’indaco, dai lapislazzuli e dal guado.

I primi colori verso cui l’uomo fu attratto furono gli scenari che lo circondavano; certamente il bianco e il nero cui seguirono:

il rosso, associato al sangue delle ferite;

il giallo, associato al sole;

il verde, associato alla vegetazione;

il blu, associato alla notte e al mare.

il marrone, associato alla terra

Tuttavia, non esiste una civiltà umana che non sia stata attratta o abbia fatto uso del colore, quale protagonista o complemento, essenziale, della creazione artistica e distintiva della società.

Il colore si può affermare, senza commettere errore, fosse associato all’idea stessa di bellezza, forza, se non addirittura magia.

Il Corano, in tal senso riporta questo passo: “I colori che la terra stende ai nostri occhi sono segni manifesti per coloro che pensano”.

Goethe, associava ai colori delle vere e proprie affinità quali ad esempio; verde, essenza dell’equilibrio; blu, la contraddizione, composta di eccitazione e di pace’; giallo, l’identificazione della luce; viola, la funzione d’integrazione degli opposti e delle ambivalenze; marrone, l’espressività della terra oltre che al carattere ancestrale femminile e materno; grigio, la mescolanza fra bianco e nero, che poi erano la negazione di entrambi.

Kandinsky, definiva il rosso come colore, inquieto, simbolo di energia vitale; il verde, come immobile, soddisfatto di sé; il grigio, immobilità desolata; il nero come un rogo combusto, qualcosa inerte e insensibile a tutto ciò che gli accade intorno; il bianco è l’uguaglianza o l’equilibrio, in quanto non contiene alcuna dominanza di colorazione; simbolo della purezza, quindi dell’innocenza e della castità, silenzio non morto, ricco di possibilità.

Jung, studiò i tipi psicologici, dagli atteggiamenti, d’introversione o di estroversione, soffermandosi a quattro funzioni dominanti: l’azzurro, colore del cielo, è associato al pensiero, il rosso, il colore del sangue e della passione; il giallo, colore della luce, dell’oro, all’intuizione; il verde il colore della natura e della crescita alla sensazione.

Rousseau, considerava i colori come una forma di linguaggio dell’anima universale, come una chiave in grado di aprire la porta di misteri antichi, il mezzo che può condurre alla comprensione dell’universo.

I colori

La PORPORA, nella tonalità ha assunto un “ruolo”, caratterizzandosi come simbolo di potere e rango sociale. Il senso metaforico attribuito a tale pigmento, scoperto dalla popolazione fenicia, richiedeva, infatti, un procedimento lungo e complesso di estrazione derivata da un mollusco la cui secrezione ghiandolare, di colore violaceo, permetteva la tintura delle fibre tessili, donandogli una colorazione intensa e duratura.

Il rosso, I Kuqh è il primo colore dell’arcobaleno e si ritiene sia il primo a cui tutti i popoli hanno dato un nome, in latino “rubens” (rosso) è sinonimo di colorato.

Il rosso è il colore del cuore e dell’amore, il colore del fuoco, del sangue, degli slanci vitali e dell’azione.

Il blu  i Jerisderi è il colore della contemplazione e della spiritualità, il colore del mare e del cielo, induce alla quiete, alla placida e profonda soddisfazione, adattamento e armonia.

Il blu riflette anche il significato di pulizia perché è il colore dell’acqua, quindi è immediato il suo riferimento al cielo e al mare, nella percezione visiva offre sicurezza e solidità.

Il verde  i gjelbër è il colore della vegetazione, della rinascita primaverile, della vita, della natura specie se associato al blu e al marrone.

Il colore rappresenta, forza, equilibrio, stabilità, solidità, perseveranza, costanza di comportamento

Il verde è associato a Venere, dea dell’amore e della fertilità, è anche associato ad una simbologia negativa; è anche associato alla putrefazione, del veleno e dell’invidia.

L’AZZURRO ( i kaltër) è il colore del cielo terso, rappresenta la giornata buona e quindi poter lavorare i campi senza patimento.

Il giallo ( Verdhë) è il colore del sole, dell’oro e del grano, dell’allegria, della felicità e della fantasia.

Il viola, nasce dalla mescolanza del rosso e del blu, rappresenta la metamorfosi, della transizione, la mistica, indica l’unione degli opposti, la suggestionabilità, l’occulto, il magico e l’arcano.

Il marrone è la mescolanza tra il rosso e il verde, è il colore della terra, del tronco degli alberi, della sicurezza, dell’amore per le proprie origini, della prudenza, della pazienza e tenacia.

Il grigio è il colore della perfetta neutralità, mescolanza tra nero e bianco, terra di nessuno priva di vita; rappresenta la nebbia, l’ombra il crepuscolo, è sinonimo di eleganza e distinzione.

Il nero (e zezë) rappresenta la negazione assoluta, il “no” radicale, è la tinta dell’opposizione dietro la quale può esprimersi una rivendicazione di potere.

Il BIANCO (I bardhë) è il colore della purezza e dell’innocenza per le donne e la castità per gli uomini, simbolo delle discipline umanistiche.

Il Lessico Cromatico

Gli Arbëreshë, storicamente noti per non avere forme o pratiche scrittografiche, associarono il messaggio dei colori, alla consuetudine e al rito; il lessico dei colori che ancora vivo nelle parlate locali è riconducibile al bianco (i barëdh), il nero (i zij), il rosso, (i kuq), il giallo (i verdë), il verde (i kielbur), l’azzurro ( kaltër); questi i più noti in tutta la R.s.A. e saldamente consolidati, a cui va associato il ventagli di tonalità del marrone (Associato alla terra), il blu (i Associato al mare) e una miriade di colori (Associati a dinamiche naturali); tuttavia ogni colore nel consuetudinario lessicale arbër viene sub associate a (pàk i sbardur)* poco chiaro o (shumë i nxìjtur) molto scuro.

il lessico cromatico in arbëreshë, si può riassumere nelle seguenti basi cromatiche: bianco, nero, rosso, giallo, verde e azzurro, i cui termini lessicali diffusi in tutta la R.s.A. sono i seguenti:

 barëdh, = bianco (indica la neve, l’acqua, la purezza)

i  zezë    = nero (indica più che altro sfumature di grigio e la negatività assoluta)

 i kuq       = rosso (indica il colore del sangue, del rame, del vino o del nettare)

 klemez = rosso acceso (il colore del porporato)

 i vetdhë  = giallo (indica il colore dei germogli, del miele, della sabbia).

 i kaltër = l’azzurro (indica il colore del cielo terso, l’ottimismo)

i ‘ gjelbër = il verde (il colore del corpo malato, la malattia)

 i jerisderi = il blu (il colore del mare, delle solidità sociali)

il lessico comunque mette in evidenza, nei fatti, la propria penuria di termini rispetto ad altre lingue.

L’affinamento dei colori, per gli arbëreshë è comunque legato al corpo umano e alle attività lavorative dei prodotti naturali, così come lo è per la lingua nella forma più arcaica, motivo per il quale il bianco, il nero, sono identificati con una parola propria, assieme al rosso; tutti gli altri colori, erano la raffigurazione di un evento legato alla consuetudine.

Un valore aggiunto, il lessico dei colori, l’ha ottenuto alla fine del settecento quando è stato ripristinato, la memoria del costume, mescolandola con la manualità sartoriali dalle capitale del regno.

Nascono cosi le note “Stoli” che hanno assunto il ruolo di messaggeri identificativo della macroare e grazie all’accostamento dei colori, diffondono il messaggi antico della consuetudine arbëreshë.

La cura con cui vennero affiancati i colori rappresenta, “il codice” e “il costume arbëreshë”, il valore dei minoritari anche nelle forme artistiche sartoriali, divenendo, la prima vera creazione artistica materiale, che senza soluzione di continuità, invia messaggi ogni qual volta è esposto, quale bandiera della regione storica.

Gli arbëreshë, non avevano necessità di identificare il colore in maniera specifica, escluso i fondamentali che sono legati alla luce, alla notte, al sangue, alle malattie e al cielo; ciò denota anche, che non avessero una particolare predilezione per le arti se non per le attività legate alla salute, al sostentamento e al credo religioso.                                                                                   

I lessico cromatico rappresentano messaggio di una condizione sociale, e tutti assieme a secondo degli accostamenti identificano una precisa macroarea di appartenenza.

È per questo che alla fine del settecento che il costume assume il ruolo di identità territoriale e sociale circoscritta, conferendo alla donna il ruolo che essa aveva all’interno del gruppo familiare.

Il costume arbëreshë per questo diventa la prima rappresentazione artistica, di un popolo che non ha avuto mai bisogno di forme identificative al di fuori del consuetudinario familiare se non attraverso l’esclusiva orale.

L’abito, per questo entra a far parte, della consuetudine e rappresenta la prima forma di arte figurativa arbëreshë, attraverso la quale gli indigeni Italiani, iniziarono a identificarli anche grazie alla raffinatissima arte sartoriale.

Se per l’uomo il bianco prevale, rispetto alle rifiniture e le fasce con filamenti in rosso e nero, ma comunque resta un prodotto di sintesi; per la donna il vestire diventa un segno identificativo all’interno dell’ambito locale, per esse, il vestito e un messaggio inviato attraverso forme opportunamente pigmentate e lavorate a coste con rifiniture di merletti e tessiture in oro.

Le pigmentazioni, ottenute con processi naturali, più ricorrenti, sono il verde, il rosso, il bianco, il viola, l’azzurro e il blu, diversamente le tessiture e filamenti in oro, rifiniscono e caratterizzano i bordi del vestito, la parte superiore dell’indossatrice è valorizzata dalla giacca, anch’essa rifinita con bordi in oro e simboli caratteristici sulla schiena e lungo le maniche.

Le spalle, la schiena e il collo sono valorizzati, dal merletto di cotone, che funge anche da ombrello protettivo per il vestito.

Conclusioni

Identificare il significato dei pigmenti nella storia è fondamentale, se poi si tratta proprio dei colori  che caratterizzano e rendono armonioso il costume Arbëreshë è fondamentale per coloro che vogliono fissare indelebilmente gli aspetti che sino ad oggi sono stati considerati complementari.

Il simbolismo del colore, varia secondo le epoche e la storia; se durante il periodo rinascimentale e medievale, i pigmenti hanno molto in comune con il simbolismo, oggi, differisce a secondo delle varie culture e specifiche d’area.

Erano i colori più costosi, come il rosso e il viola a distinguere le classi sociali, civili e religiose; comunque si possono trarre conclusioni specifiche secondo aree ben circoscritte, avendo ben chiara  sia la particolare regione e sia lo specifico intervallo storico.

 

(*) Dedicato a coloro che hanno dato alle stampe “Dizionari dall’ Arbëreshë all’Italiano”

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QUANDO IL MESTIERE LO FANNO COLORO CHE HANNO L’ARTE NELL’ANIMA

QUANDO IL MESTIERE LO FANNO COLORO CHE HANNO L’ARTE NELL’ANIMA

Posted on 21 novembre 2017 by admin

ArganNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Giulio Carlo Argan, già settantenne il 9 agosto 1976, fu eletto sindaco di Roma alla prima votazione, la preparazione storica e il rispetto che aveva verso il suo mandato lo indirizzò verso il traguardo della valorizzazione culturale della città; non aveva un’idea elitaria della cultura, giacché, riteneva, come ebbe una volta a dichiarare, che “nel mio pensiero la città è cultura, niente altro che cultura”:

 Giulio Carlo Argan per cultura, intendeva la salvaguardia dei monumenti, l’ampliamento dei musei, la salvaguardia del centro storico, ma prima di ogni altra cosa la liberta di vivere e usufruire ogni ambito della città capitolina, nel pieno rispetto degli elementi sociali e culturali che l’avevano da secoli caratterizzata.

La “cultura” per Argan rappresentò l’avvio a soluzione per i problema della città, su base “progettuale” che tenesse conto di ogni esigenza interlacciata con quelle sociali dell’epoca nel pieno rimpetto della storia .

Il vecchio Saggio, di fronte ad una città che, in quegli anni segnati dalla violenza e dall’emergere del terrorismo, tendeva, impaurita, a rinchiudersi sempre di più in se stessa, ebbe il coraggio di inventare attività che diede fiducia ai cittadini per riappropriarsi di quanto avevano smesso di usufruire.

Fu così che si predispose la stagione culturale che ha segnato profondamente la città, e che, ancora oggi ne scandisce la vita, non solo di Roma, ma di tutti i centri urbani italiani.

I piccoli accenni riportati, della grande mole che investe, il sindaco Argan, vogliono essere uno stimolo  per dagli amministratori dei centri urbani della Regione storica Arbëreshe, in quanto, ritengo che oggi i gli ambiti minoritari abbiano smarrito la retta via, come lo è stato per la città capitolina negli anni settanta.

La forza di Giulio Carlo Argan, sicuramente era racchiusa nella sua preparazione storica e la grande forza nel dare risposte certe senza apparire irrispettoso degli ambiti trai più antichi del vecchio continente:

Uomo di grande intelletto e spirito d’intuizione, come quando diede fiducia al giovane Assessore Renato Nicolini perché inventasse qualcosa che potesse ridare fiducia alla città e voglia di uscire di casa in piena sicurezza, avviando una stagione culturale e sociale irripetibile.

Sicuramente il professore era un grande uomo e stagioni che forniscono uomini simili non fioriranno più, tuttavia il suo esempio può servire da guida ai tanti amministratori, che invece di adoperarsi e fornire progetti fotocopia, potrebbero adoperare lo stesso tempo, recandosi al cospetto di chi conosce ed è già formato della indispensabile disciplina e chiedere umilmente udienza.

“Il gesto di pura umiltà culturale”, fornirebbe la linfa indispensabile che da troppo tempo manca alla R.s.A. e per questo relegata ai margini della politica e dei circuiti turistici che contano; sperare,  dopo quasi due decenni, che le risorse della 482/99 possano cambiare la rotta dell’inesorabile destino è pura utopia, in quanto servono progetti.

Il mio auspicio vuole che quanto prima si costituisca un tavolo di trattative in cui escano progetti e la stagione della rinascita culturale degli arbëreshë trovi il seme giusto per rifiorire; secondo la logica che ogni paesi, borgo e frazione abbiano la giusta collocazione storica e  si ponga fine, alla mescolanza di due culture differenti, nate per scelte remote che non possono e non devono essere violentate.

Non si possono ignorare, “sei secoli di storia”, per una bevuta di birra o per una passeggiata sulle povere e nude strade del paese di fronte, strimpellare un inno che ormai non ci appartiene, oltretutto a ritmo di tarantelle Calabresi o addirittura vendere l’Arbëreshë per Skipë per costruire una pericolosa deriva.

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UNO STUDIO MULTIDISCIPLINARE ESEGUITO A RIDOSSO DEGLI ANNI CINQUANTA

UNO STUDIO MULTIDISCIPLINARE ESEGUITO A RIDOSSO DEGLI ANNI CINQUANTA

Posted on 18 novembre 2017 by admin

SAMSUNG CAMERA PICTURES NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il testo che vi apprestate a leggere, per renderlo tipicamente Arbëreshë basta sostituire “Gjitonia” alla parola “Vicinato”, a questo punto avrete titolo per essere antropologi o addirittura storici; che si parli, poi,  di altre persone, altri ambiti e altre culture o il prodotto di analisi sia il frutto di indagini eseguite per emergenze abitative che si riteneva terminare nel primo dopo guerra è poca cosa; tanto il traguardo che si vuole perseguire nel caso degli studiosi del nuovo millennio è di fornire  elementi utili  per entrare trionfalmente  e con titolo nei benefici della legge 482 del 1999.

Questa è la prova, che gli studi delle pertinenze della Regione storica Arbëreshë , sino ad oggi sono state cavalcate da guerrieri senza lode ne cavallo,  rubando la scena ai legittimi protagonisti  d’ambito, che conservano imperterriti  le caratteristiche di minoranza.

La trattazione qui riportata è il codice errato da cui letterati e ogni sorta di cultore ha copiato ripetutamente e senza riguardo ciò che non è il tangibile e l’intangibile Arbër.

Il Vicinato

“‘Vicinato’ è chiamato ai (…..) quel gruppo di famiglie le cui case sono disposte in modo da affacciare su una delimitata area comune.

I vicinati più facilmente riconoscibili sono quelli costituiti da abitazioni affacciantisi sui cortili a pozzo o sui recinti.

Dei vicinati si sono però costituiti anche lungo le strade diritte, del resto assai rare ai (…..)”. Questa la descrizione in termini fisici e spaziali fatta da (…..); ad essa segue e si lega la descrizione in termini sociali: “funzioni principali del vicinato erano quelle di associazione, di mutuo aiuto (…) o di controllo sociale.

La vita familiare era in stretta relazione con la vita del vicinato, l’integrazione vicinato-famiglia aveva notevole importanza, soprattutto per la donna… ”.

Il vicinato assume un “valore quasi istituzionale” e la sua insorgenza, dovuta alla densità abitativa, riveste una “funzione psico-sociale, di solidarietà morale e materiale, di controllo, di influenza per la formazione di atteggiamenti e la modificazione di opinioni”.

In tal modo il vicinato, “mezzo di trasmissione della cultura e quindi di educazione sociale” ha “un indiscutibile vantaggio di precedenza sulla scuola”.

E’ importante rilevare come il vicinato ha una sua “fisionomia precisa” dal punto di vista topografico, dato dal “gruppo di case disposte intorno ad una piazzetta o cortile nel quale si svolge quasi in comune gran parte della vita dei bimbi, delle donne e, in misura minore, degli uomini”.

Tutto ciò “ha messo in luce una grande carica di tensioni negative tra le famiglie dei vicinati studiati, e pochissima coesione nel gruppo”; pertanto, benché esistano ancora prodotti positivi frutto di questo vivere in comune, “è raro il caso” di una famiglia che, “pensando all’eventualità di cambiare abitazione, mostri il desiderio di avere ancora i vicini che ha attualmente”.

Oggi quasi tutti i ragazzi vanno a scuola, molte famiglie hanno la radio, giornali ed opuscoli circolano ovunque, ed al cinema si va con una certa frequenza: sarebbe assurdo pensare che il vicinato potesse (sic) serbare intatta la sua funzione. Nuove forme di vita si vanno inserendo rapidamente sul vecchio sistema di valori, il che è inevitabile e certamente benefico per molti aspetti, ma ha creato un forte squilibrio tra vecchia e nuova generazione”. Nonostante queste valutazioni, chiare e poco opinabili, “forse uno dei mezzi per ricostituire più solidamente ed in un’atmosfera rinnovata e democratica la vecchia trama sociale del mondo contadino è quello di non lasciar naufragare il vicinato, di valorizzarlo e potenziarlo invece come gruppo sociale per meglio agire attraverso esso”.

Questo scrivevano alla fine degli anno quaranta del secolo scorso, sociologi e antropologi incaricati di analizzare i problemi abitativi del dopoguerra e portare la classe operaia verso orizzonti che ad oggi non sono stati ancora raggiunti.

Il progetto per modalità di esecuzione e finalizzazione assomiglia alla vicenda che oggi vive una piccola parte dell’arbëria moderna.

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MESI DELL’ANNO PER LA REGIONE STORICA ARBËRESHË

MESI DELL’ANNO PER LA REGIONE STORICA ARBËRESHË

Posted on 13 novembre 2017 by admin

Calendario Arbereshe1NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’enunciazione, all’interno della Regione storica Arbëreshë, dei mesi del calendario non è concepibile che si possa fermare a maggio  menomata di ben sei mesi.

A tal proposito è bene precisare che il calendario arbëreshë segue, le fasi lunari a cui sono legate le attività terrene; un,attività inscindibile tra consuetudine, credo religioso,  luoghi e attività agresti.

Gli arbëreshë usano appellare i mesi dell’anno come qui di seguito elencati; tuttavia alcuni  variano seconda la consuetudine di macroaree e i mesi, rappresentano sin anche le regole di vita Kanuniane, direttamente legate  “alla consuetudine e la religione”, rigorosamente riferite e pronunciate in Arbër.

  • GennaioJamari – Mese dedicato a Ianus (Giano), Dio bifronte, che segnava simbolicamente il passaggio dal vecchio al nuovo anno; in oltre Ianua in latino significa “porta.
  • Febbraio – Fjovarideriva da  februa  “purificazione”, il mese in cui si praticano le attività per la purificazionedei campi prima della semina.
  • Marzo – Marsi o Shën SepaMese dedicato a Marte, dio della guerra o il mese dell’Equinozio di Primavera cade generalmente il 20 Marzo a tal proposito è bene citare un antico detto: “S. Giuseppe riporta il candeliere in cielo che San Michele aveva portato in terra”.
  • Aprile – Prilj dall’etruscoApru, Afrodite dea greca e prima ancora, fenicia: essa rappresenta la dea della forza vitale, sotterranea, che induce le gemme a fiorire.
  • Maggio – Maji il mese di Maia, dea della fertilità, era in questo mese che nell’antichità si praticavano i rituali mirati alla fertilità dei campi e si apponevano amuleti per allontanare il malefico.
  • Giugno – Querishtua o Curishtuail mese dedicato alla dea Iuno, cioè Giunone; tuttavia è anche il mese delle ciliegie (quèrshi) e dalla mietitura (Cuermi), tagliare accorciare, raccogliere il grano.
  • Luglio – Lionarj – Dedicato a Gaius Iulius Caesar, Giulio Cesare,
  • Agosto – GushtiDedicato a Gaius Iulius Caesar Octavianus Augustus, l’imperatore Ottaviano Augusto.
  • Settembre – VjesgtSettimo mese dell’antico calendario di Romolo che vedeva settembre come settimo mese da marzo, e per alcune culture la numerazione si dilunga sino al dodicesimo mese dell’anno; tuttavia in questo mese cade l’Equinozio di Autunno (22 o 23 Settembre) nel quale il Sole sorge esattamente ad Est .
  • Ottobre – Shën Mitri o Vreshëtottavo mese dell’antico calendario di Romolo, gli arbëreshë attribuiscono a questo mese anche significati consuetudinari/religiosi legati alla raccolta delle uve, da qui Shën Mitri o Vreshët.
  • Novembre – Shën Mërtini o Vereth nono mese dell’antico calendario di Romolo gli arbëreshë attribuiscono a questo mese anche significati religiosi e legati alla maturazione del vino da qui Shën Mërtini o Vereth.
  • Dicembre – Shen Ndreu – decimo mese dell’antico calendario di Romolo esso rappresenta anche la fine del Solstizio d’Inverno che cade il 21 o il 22 Dicembre. In questi tre mesi ultimi mesi il Sole nel cielo è stato sempre più basso ed il suo percorso sarà sempre più breve.

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ACCADEVA LA SERA DEL 11 NOVEMBRE DEL 1799 NELLA NOTA PIZZA DI NAPOLI

ACCADEVA LA SERA DEL 11 NOVEMBRE DEL 1799 NELLA NOTA PIZZA DI NAPOLI

Posted on 11 novembre 2017 by admin

1799NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Parafrasando Alfonso M.; duecento, un decennio e otto anni sono passati: correva il novembre del 1799 e il carnefice non si dava ancora riposo. L’11,  era di lunedì e nel solito luogo del Mercato, veniva afforcato l’uomo colto e bibliotecario “D. Pasquale Baffi”.

A questa esecuzione si ag­giunge un orribile particolare, nel buttarlo giù, il carnefice, si rese conto che  la corda era sciolta e  senza darsi pena, scese dal patibolo e con un coltellaccio, cattivamente diede seguito al mandato.

Il terribile particolare narrato dai cronisti e osservatori dell’epoca, lasciò a dir poco perplessi gli osservatori, che scrivono: “Fu anche scannato per essere stato cattivamente afforcato”.

Quell’undici novembre alle 17 e 1/2, la compagnia composta da otto coppie di soldati accompagno Pasquale Baffi al Patibolo, il corteo, preceduto da un crocifero usci dal castello dove era rimasto per venti quattro ore a pregare, verso le ore 18 e dopo un breve percorso lungo la strada che collegava il castello giunse a piazza del mercato, dove le guardie consegnarono il detenuto a carnefice, che diede seguito alla terribile fine di Pasquale Baffi da Santa Sofia d’Epiro.

Il corpo dopo la macabra esecuzione, fu abbandonato ai piedi del patibolo sul selciato e solo l’amore della moglie Teresa, sostenuta da poche fidate, a tarda ora, quando la fioca luce delle icone votive che a quei tempi illuminavano la piazza, consentirono di non essere identificate nel contravvenire ad un ordine regio.

Con sommo rispetto delle povere reste, le avvolsero in un lenzuolo e dopo un breve tratto di strada raggiunsero la chiesa dedicata a Sant’Nonlomeritate; qui venne tumularlo in un loculo preparato per accoglierlo nel totale anonimato.

Pasquale Baffi finalmente poteva riposare e la moglie Teresa C. i suoi figli, Michele e Gabriella avevano un luogo per sentirsi per sempre vicini al loro caro estinto.

Nessuno seppe nulla di quel luogo, né Teresa confida ad alcuno dove il marito era stato tumulato, in quanto, le modalità dell’arresto e l’ostinazione a volerlo giustiziare nonostante una detenzione, colma di illusioni e umiliazioni, lasciavano presagire il tradimento da parte di consanguinei che in seguito rivestirono cariche giuridiche ed istituzionali.

Alcuni anni orsono in una mia intervista a G. Marotta, egli rispose a una mia precisa domanda, dicendo che: il Baffi non poteva essere scarcerato e lasciato libero, perche il suo crimine e quello di tutti i temerari del 1799 era stato l’atto del pensiero libero da ogni vincolo di potere economico e istituzionale; da allora gli uomini e gli intellettuali hanno pensato sempre sotto l’ombra di un potere occulto, per questo gli idealisti del ’99 andavano eliminate fisicamente assieme ai loro manoscritti e che il gesto fosse da monito, come in effetti avvenne per tutti gli afforcati del ’99, “ad esclusione di una parte degli scritti del Baffi che furono conservati e utilizzati impropriamente sino al 1821” e questo lo aggiunge lo scrivente!

Commenti disabilitati su ACCADEVA LA SERA DEL 11 NOVEMBRE DEL 1799 NELLA NOTA PIZZA DI NAPOLI

Contributo per la costruzione di un PROGETTO POLITICO - per L’AUTONOMIA dell’ARBȄRIA

Contributo per la costruzione di un PROGETTO POLITICO – per L’AUTONOMIA dell’ARBȄRIA

Posted on 06 novembre 2017 by admin

SecessioneBOLOGNA (di Giuseppe Chimisso) – L’Arbëria deve occupare il posto che merita nell’acceso dibattito politico in essere sulla rinascita dell’Europa delle piccole Patrie, dibattito che rappresenta una ferita aperta per l’establishment burocratico di Bruxelles il quale deve dare forzosamente il consenso istituzionale ai governi centrali degli Stati nazionali, ma si sente in difficoltà rispetto alle legittime richieste di autonomia da parte di numerose regioni e territori europei.

Scriviamo poche note per fare il punto non tanto sulla precaria situazione che vive l’Arbëria, argomento trattato in diversi momenti non solo dallo scrivente, non vogliamo quindi proseguire a praticare lo sport preferito da molti riguardante la lamentazione a josa fine a se stessa, ma piuttosto per esporre una serie di proposte che penso utili, non solo per riflettere, ma per acquisire la coscienza e la determinazione che porti all’organizzazione delle forze disponibili per cambiare lo stato di cose presenti in Arbëria. Ecco perché parlo di Europa: perché la richiesta dell’Autonomia Amministrativa per l’Arbëria è parte di quell’eterogeneo  ma vasto movimento che coinvolge il continente e vede decine di regioni e nazionalità richiedere a viva voce l’Autonomia per le proprie culture e genti. Questo per rammentare chel’Arbëria non è sola nel richiedere l’autonomia economica, ma è in buona compagnia assieme alle Isole Canarie, Andalusia, Galizia, Paesi Baschi, Aragona e la Catalogna in Spagna; al Nord Irlanda,  Cornovaglia, Galles e Scozia nella Gran Bretagna; alla estesa Occitania, Savoia, Alsazia, Bretagna e Corsica in Francia; alla Frisia, Vallonia e Fiandre nei Paesi Bassi e Belgio; alla Slesia e Moravia tra il sud Polonia e Repubblica Ceca; per non scrivere delle tante piccole comunità storiche sparse a pioggia in Italia e nel continente che hanno levato laloro voce, esempio per tutte le puntiformiIsole Aland nel Mare del Nord. Sulla presenza delle minoranze linguistiche  in Italia abbiamo scritto in passato, quindi non ci ripetiamo. Proprio perché crediamo ad una Europa di storie, linguaggi, luoghi, di “vaterland” ed “heimat”, memorie che devono essere valorizzate, tutelate e reciprocamente dialogare, al fine di creare mentalità moderne che sapranno proiettarsi nel futuro, a condizione di saper includere nella propria esperienza quella del passato che indubbiamente fa parte del presente, come questa dell’avvenire.  Quanto sopra al fine che in Italia ed in Europa non si parli solo di economia e di banche , idea d’Europa questa,  per altro foriera di tragiche negatività, molto distante da quella dei Padri Fondatori che preconizzavano  una Europa dei popoli, delle comunità e delle persone, degli stili di vita, delle culture e delle loro storie, del rispetto delle differenze soggettive, culturali, etniche e linguistiche; tutti questi elementi vitali ed imprescindibili dell’insieme.

Questo è l’orizzonte ideale al quale fare riferimento nella nostra battaglia politica non-violenta per la richiesta dell’Autonomia Amministrativa dell’Arbëria calabrese ed italiana.

Penso sia opportuno fare il punto per la difesa della storia e del futuro dell’Arbëria e riassumere tutta una serie di posizioni espresse e maturate nel tempo.

Le comunità arbëreshë per secoli, dopo il loro insediamento, erano rette da “capitoli” e regolamenti e, seppure assoggettate a pesanti corvée da parte dei feudatari locali, possedevano sovente piena autonomia amministrativa e religiosa che permise loro di rimanere isole socio-culturali nel tempo e preservare anche la lingua, le proprie costumanze e l’ organizzazione urbana.

Purtroppo nell’ultimo secolo e mezzo con il mutare delle condizioni politiche e socio-economiche e con la perdita dell’autonomia giuridico-amministrativa tradizionale, numerose decine di comunità italo-albanesi hanno perso le loro caratteristiche etno-linguistiche, quelle esistenti vivono un forte travaglio e sono in serio pericolo, sul loro futuro si profila la lenta ma inesorabile estinzione. La mancata tutela, il sottosviluppo delle aree ove sono insediate, le conseguenti migrazioni economiche, rappresentano, assieme allo sviluppo abnorme dei mass-media e della scolarizzazione monoculturale nella lingua egemone,due ganasce della tenaglia che stritolano sempre più tutte le minoranze linguistiche. Da queste scarne e sintetiche considerazioni ne discende la necessità di richiedere il ripristino dell’autonomia giuridica tradizionale dell’Arbëria, la formazione quindi della Regione storica Arbëreshë (R.s.A.) come condizione  irrinunciabile per la salvezza della minoranza italo-albanese e porre termine all’etnocidio culturale silente in corso. Solo l’autonomia dell’arcipelago arbëresh, formato dalle miriadi di isole culturali alloglotte, le famose “oasi” di M. Ҁamaj, rappresenta una valida prospettiva per lo sviluppo economico, quindi culturale dell’Arbëria; prospettiva che affonda le proprie radici nel passato e che deve essere richiesta con forza alle istituzioni ed essere argomento di confronto, di dibattito e di mobilitazione da parte di tutta la popolazione arbëreshë con azioni politiche e mediatiche anche eclatanti e certamente non violente.

L’Arbëria rappresenta un bacino geo-culturale di approvigionamento emancipatorio che va oltre i propri confini ed il suo sviluppo economico potrà fare da volano per interi territori regionali.  Il concetto di R.s.A si pone appieno nell’attuale  dibattito politico in Europa e contribuisce a tentare di sanare la ferita odierna della realtà europea lontana dal sentimento comune e dall’Europa dell’Utopia preconizzata dai Padri Fondatori. Questa è la battaglia civile ed assieme culturale e politica che ci attende a difesa della nostra cultura e nel contempo di una nuova Europa .

Si scriveva in altre occasioni del lavoro da compiersi per la costituzione degli Stati Generali dell’Arbëria, che dovrebbe rappresentare un alto momento mediatico-politicocon la partecipazione di massadei cultori e partigiani dell’Arbëria  ed aperto a rappresentanti di altre minoranze e di Stati albanofoni, per aprire un dibattito pubblico che superi i confini nazionali, abbia risonanza mediterranea e sia propositivo sulle tematiche a noi care perché vitali per la salvaguardia della nostra lingua e cultura. Stati Generali in cui richiedere tra l’altro l’Autonomia amministrativa dell’Arbëria (R.s.A.); la richiesta di un Consigliere Regionale Permanenteche rappresenti tutte le minoranze esistenti e da queste espresso. Solo nell’ambito della Regione storica Arbëreshë sarà possibile la pari dignità sociale della lingua materna e di quella italiana con l’insegnamento dell’arbërisht  nelle scuole, lo sviluppo della cultura, della stampa cartacea ed on-line in lingua arbërisht ed il conseguente aiuto finanziario per realizzare quanto detto. Con l’autonomia dell’Arbëria finalmente si potranno costruire progetti attuativi per le singole macroaree territoriali e tra queste creare una rete che consenta di superare l’insularità presente per la difesa dei beni tangibili ed intangibili classici della nostra cultura e puntare a ben conservare  i centri urbani ed i territori rurali valorizzandone le eccellenze e le aree naturalistiche, a ridefinire itinerari di sviluppo architettonico ed urbanistico d’ambito e far rispettare i canoni dei modelli consuetudinari albanofoni che rappresentano le vere fonti della nostra cultura. Impegnandoci per la R.s.A. non solo diamo solide basi ai giovani ed al loro futuro nell’ambito della nostra cultura, ma salviamo la nostra specificità e nel contempo diamo un solido contributo alla Democrazia Politica del Bel Paese perché la Democrazia Linguistica, mai attuata in Italia, ma prevista da Padri Costituenti non è un aspetto secondario della Democrazia, ma uno degli elementi fondanti di questa.Proprio per questo dobbiamo chiedere con forza la piena applicazione dell’Art. 6 della Costituzione – Le popolazioni arbëreshë dopo aver dato un alto contributo di sangue, di energie e di intelligenze per la costituzione dell’Italia unita, in questo caso darebbero un altro grande e storico contributo per rafforzare la Democrazia italiana, attualmente monca, oltre che malata. Solo con la costruzione di una Regione autonoma (R.s.A) sarà possibile una rinascita dei nostri territori (Nuova Rilindja Arbëreshë),sarà possibile organizzare e finanziare progetti di sostenibilità e gestione dei musei, biblioteche ed edifici religiosi con la costituzione di banche-dati comuni, al fine di permettere la fruibilità a tutti i visitatori e di costruire una sana politica turistica non invasiva ma rispettosa delle comunità e delle popolazioni, ne discende la formazione di corsi specifici per ‘operatori culturali’ affinché i nostri giovanisi possano costruire la loro professione in risposta alle esigenze del territorio e non saranno più costretti a contribuire allo sviluppo di regioni lontane, a piegare le spalle e la testa per sostenere l’economia del nord-Italia o di altri Stati. Solo così si potranno organizzare nuovi processi di alfabetizzazione culturale ed identitario per rafforzare e sviluppare la consapevolezza e quindi l’orgoglio arbëresh, e, perché no, costituire un ampio movimento di studio per analizzare le diverse parlate arbëreshë e giungere alla codifica di una lingua arbrisht comune per tutta l’Arbëria, con proprio vocabolario ufficiale; effettuare, in poche parole, un percorso parallelo a quello fatto per la codifica ufficiale della lingua shqip (in quel caso dal ghego e dal tosco), oltre l’Adriatico. La Regione storica Arbëreshë – R.s.A. – con la sua autonomia amministrativa potrà anche ‘de Jure’  finalmente contribuire a dare alla nostra cultura minoritaria il senso della propria specificità ed unicità: oggi la lingua la si difende solo difendendo la cultura che ne è l’indispensabile supporto, e, quest’ultima vive se affonda le proprie radici su una economia di base solida che permette ai propri figli di lavorare e vivere in loco. Dobbiamo chiedere ed arrivare ad imporre soluzioni che garantiscano il sostegno finanziario della tutela del territorio arbëresh rurale ed urbano per incentivare e favorire associazioni di piccole imprese giovani impegnate sul piano economico e produttivo, nei beni culturali, nel turismo, nel commercioe nei servizi socio-culturali. Il corretto sviluppo economico dell’Arbëria, quindi, deve essere il nostro obiettivo.Cosa vuole dire Autonomia Amministrativa ? Certo vuole dire anche autogovernodella Regione storica Arbëreshë, ma non solo. Per finanziare la R.s.A. dobbiamo pensare all’istituzione di una ZONA FRANCA; questa ha una lunga storia che trova le sue radici nei Padri Costituenti ed agli ART. 116 e 117 della Costituzione, per passare al trattato di Roma del 1957, senza tralasciare le Direttive Comunitarie n° 69/75/CEE e n° 69/74/CEE .L’ART. 12 della Legge Costituzionale n° 3/1948 tratta sulla sua normativa e il successivo D.Lgs. 75/78 entra nel merito specifico. Questo per quanto riguarda la cornice legale occorrente. In poche parole l’istituzione di una ZONA FRANCA Integrale(per l’Arbëria) come recitail D.Lgs. 43/73 che codifica il diritto di ritenersi o istituire zone franche per la caratterizzazione geografica di lontananza, di isolamento ovvero di natura demografica (un tempo la città di Trieste, oggi la Valle D’Aosta e dal 4 luglio ’17 -cosa nota a pochi- la Corte Costituzionale ha deliberato che la Sardegna da decenni doveva essere considerata Zona Franca in base alle Direttive Comunitarie quindi i residenti dal 2010 dovrebbero ricevere rimborsi o sgravi doganali….). Entriamo nel merito di quelle compensazioni fiscali che competono ai residenti di un territorio extra-doganale detto ZONA FRANCA: abolizione  di tutte le imposte fiscali (Iva-Irpef-Irpeg) le accise sui beni di consumo quali alcolici e carburanti e cosi a seguire si potrebbe estendere il regime fiscale anche ai Tiket sanitari ed a spese sanitarie private……….

Questa che delineo rappresenta una strada possibile, perché legale, costituzionale, quindi praticabile che certamente darebbe l’impulso vitale alla rinascita economica dei nostri territori e non solo. Certo uno Stato che sino a d‘ora non ha rispettato la propria Costituzione, merita poca fiducia, ma le popolazioni arbëreshë che si sentono parte fondante del processo di costituzione unitaria dello Stato Italiano ed hanno un corposo e lungo “cahier de doleance” da rivendicare in quanto gruppo etno-linguistico mai tutelato, debbono fare uno sforzo ulteriore per salvare la propria cultura, malgrado e contro i burocrati romani, affinché si applichino le leggi. Perché la ZONAFRANCA? Perché gli automatismi distributivi del passato non possono più essere dati per scontati. Spesso questi automatismi, in specie nel Meridione d’Italia, hanno finito di riprodurre nel tempo la sindrome del sottosviluppo; i casi della Germania e della Spagna dimostrano invece che i divari regionali non sono una condanna biblica, ma possono attenuarsi grazie ad incentivi intelligenti (Zona Franca) ed i seguenti investimenti capaci di attivare dinamiche endogene di crescita. Basta con l’assistenzialismo che crea dipendenza ed attendismo, si allo sviluppo all’interno di una Autonomia Amministrativa, nel quadro di un agonismo sinergico con lo Stato nazionale.

La richiesta di dare ‘battaglia politica’ per la formazione della R.s.A.,non mi sembra assolutamente una proposta incostituzionale visto che in Italia si continuano a fare e disfare Province e Regioni (!) spesso e volentieri solo per motivi clientelari ed elettorali.

Ci rendiamo conto che molte persone e personaggi arbëresh trattano da anni le diverse argomentazioni riportate in questo scritto in maniera più esaustiva e completa, da veri professionisti, proprio per questo sono invitate ad intervenire, integrare e modificare quanto viene espresso da alcuni anni; solo così possiamo costruire un progetto di alto valore politico per l’Arbëria e definire il suo futuro: è ora che tutte le forze sane presenti sul territorio, a cominciare dagli amministratori più sensibili ed avveduti si muovano, pena essere schiacciati da avvenimenti ormai incombenti……; in passato si è scritto anche della possibilità della costituzione di un ‘Governo Ombra’, inteso come strumento propositivo e di propaganda mediatica, lo stesso dicasi per lo strumento del Referendum (vedi la Catalogna, la Lombardia ed il Veneto), che aprono prospettive nuove in Italia ed Europa. Certo tutte opzioni possibili e da non escludere a priori, ma tutte abbisognano di lavoro di sensibilizzazione, di precisa informazione e di azioni mediaticamente eclatanti, che, come si dice in gergo giornalistico,  ‘bucano’, facciano notizia. Stessa cosa dicasi per la problematica dei mass-media e delle TV Regionali che debbono inserire nel loro palinsesto trasmissioni nelle lingue minoritarie presenti nella regione; l’obiettivo dei mass media, infatti, non è quello di informare e tanto meno di formare, ma quello di uniformare le menti ed i comportamenti per imporre il pensiero culturale ‘lëtir‘già dominante. Stessa cosa dicasi, per tutelare la nostra esistenza culturale, che dobbiamo attivarci affinché i rapporti di amicizia tra l’Arbëria e gli Stati albanofoni (Albania, Kosova, Macedonia e perché no, Montenegro) si trasformino da puri rapporti di cortesia ed amicizia, caratterizzate da vicendevoli visite reciproche di uomini politici, di artisti, gruppi canori, a metà tra il rapporto culturale e la vacanza spesata, quali sono quelli attuali, si trasformino, si diceva,inrelazioni nelle quali esercitare una chiara ‘pressione’ politica al fine che detti Stati pongano nel calendario dei loro rapporti con l’Italia la questione della tutela della minoranza italo-albanese ancora presente nel centro-sud della penisola.

Questovolutamente piccolo contributo, senza rischiare diavventurarci nello scrivere quelli che potrebbero divenire i menù delle osterie dell’avvenire, punta a sviluppare un dibattito, il più ampio possibile, che rappresenti un crogiuolo nel quale tutti possano portare contributi per forgiare gli strumenti dell’azione futura per la salvezza della cultura Arbër, nostro unico obiettivo. A questo proposito non ci sentiamo di escludere la possibilità o la necessità della formazione di un movimento politico arbëresh trasversale ai partiti, alle associazioni, ai ceti sociali, alle ideologie ed ai riti, che si faccia propositore di iniziative nei confronti delle autorità locali, regionali e nazionali, per raggiungere le proprie mete; un movimento che sia aperto a gruppi e singoli cultori e partigiani dell’Arbëria, intellettuali ed artisti, amministratori, insegnanti, rappresentanti di categorie e giovani. La possibilità di costruire un movimento persistente, creativo e non-violento che appoggiandosi e mettendo le proprie radici nel substrato culturale e nelle numerose strutture di resistenza esistenti all’interno e fuori delle nostre comunità, abbia la capacità di divenire primo attore “politico” per la Rinascita dell’Arbëria.

Non pensiamo che le varie considerazioni esposte rappresentino l’unica soluzione proponibile, l’unica strada per la salvezza della nostra lingua e cultura attraverso lo sviluppo economico che si potrà avere con la conquista e l’istituzione della Regione storica Arbëreshë(R.s.A.), caratterizzata dalla Zona Franca e quanto precedentemente esposto. Da quanto si proponesi sottintendonoe si esprimono chiaramente gli obiettivi da raggiungere – Autonomia Amministrativa dell’ Arbëria e suo Autogoverno – Il confronto determinerà modi, prassi e tempi per percorrere questa strada perché la democrazia, per parafrasare Vaclav Havel,  ‘ non è una griglia di parole crociate in cui vi è una sola soluzione corretta’, ma qualche cosa di più complesso, dove non bastano le risposte tecnocratiche, ma queste vanno raggiunte considerando  lo stato dei fatti (!), le priorità, i possibili attori in campo e le proprie qualità, le opportunità , gli strumenti ed i progetti per raggiungere gliobiettivi prefissati.

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IL RODITORE ASCOLTA E STA RINTANATO IN SOFFITTA CON I TARLI “Miu gijegjien e ri i shegur te canicari me Kopizenh!”

IL RODITORE ASCOLTA E STA RINTANATO IN SOFFITTA CON I TARLI “Miu gijegjien e ri i shegur te canicari me Kopizenh!”

Posted on 04 novembre 2017 by admin

IL RODITORE ASCOLTA E STA RINTANATO IN SOFFITTA CON I TARLINapoli (di Atanasio Pizzi) – In questo breve trattato seguiremo la rotta che dall’Albania condusse gli arbër in Italia, un itinerario alla ricerca delle cinque insule diffuse che attraverso la stessa radice uniscono sotto gli stessi ideali, la popolazione della Regione Storica Arbëreshë.

Un itinerario che si snoda attraverso le terre del meridione, lo stesso, che ha consentito d’individuare i luoghi ideali da addomesticare per poi elevare i modelli paralleli arbëreshë del XV secolo.

Gli esuli per adempiere alla promessa data, si avventurarsi attraverso itinerari impervi, seguirono corsi fluviali inesplorati, mari in tempesta e in fine salirono la faticosa china di quelle che in lontananza apparivano come le insule ideali dove depositare e difendere ciò che non doveva essere dismesso.

È chiaro che raggiunta la meta, solo i presupposti territoriali ritrovati non bastavano, giacché, occorreva innestare i valori storici, sociali e religiosi, con quelli delle terre ritrovate per consentire la migliore crescita, nel rispetto delle consuetudini indigene.

Intanto appare evidente che l’Albania di allora non fu completamente abbandonata, in quanto, “molti altri che abitavamo il paese di fronte”, preferirono rimanere in quelle terra, con il fine di difenderlo dagli invasori ormai alle porte.

L’esodo cinquecentesco, segna la linea di confine di due distinte società, che oggi pur avendo la stessa radice sono lontane tra loro, da oltre sei secoli di avvenimenti sociali, economici e culturali.

I due diversi atteggiamenti oggi ci restituiscono una popolazione che ha seguito rotte diverse, una che ha difeso il territorio e l’altra che ha tutelalo l’identità; “il codice”.

Entrambe hanno sacrificato una parte di se stessi, per cui chi ha difeso la terra ha associato al suo unicum una sintesi della vecchia radice culturale; chi ha deciso di difendere la radice il codice, si è accontentato della la sintesi territoriale; i due processi scaturiti dalle diverse scelte hanno generato due distinte etnie:

– il primi denominati Arbër, “i tutori del codice”, sono i membri dell’antico governariato a cui prende il nome la regione storica; essa, vuole indicare quella popolazione che si prese carico della difesa dei protocolli identitari, li difese a costo di doversi allontanare dalle terre natie, con il compito di non inquinarle da consuetudini, civili e religiose che non avessero coerenza con la sua radice originaria e vissuto sino al XVI secolo;

– il secondo denominato, Skipë “i detentori del territorio” e sono la popolazione che ha continuato a vivere in Albania, prediligendo il territorio e i suoi ambiti, alla radice identitaria che ha subito un radicale rinnovamento sin anche nelle essenze fonetiche;

Oggi purtroppo si è dato avvio a una nuova diaspora, la quale, assume aspetti preoccupanti, paradossali e degenerativi, in quanto, per cercare di dare una impronta caratterizzante alla R.S.A. si sta, incautamente, mescolando le due colonne idiomatiche, senza aver preventivamente posto in essere ricerche o indagini che possano garantire la caratterizzazione dei due ceppi storici, consuetudinari, metrici, idiomatici e delle architetture.

Questo errore fondamentale ha prodotto una nuova deriva epocale, ”i litìrh e gli skipetari”.

Essi non parlano l’arbër, ma per un perverso gioco dipartimentale parlano il Kalabrese e l’Albanese di radice ignota, dettano regole fuori da ogni metrica che penalizza pesantemente chi vuole detenere la vecchia radice e “crescere arbër, nel secolo appena iniziato”.

E’  di questa mescolanza incontrollata che si vuole porre l’accento; essa rappresenta una spiaggia pericolosissima, giacché, l’antico codice che non è costituito, di costumi dorati, di libri rari, o altri apparati solidi, è storicamente nota che basa la sua solidità nei semplici principi della scuola di Licurgo.

L’auspicio  tende a illuminare il vero nocciolo della cultura arbër, analizzando gli ambiti attraversati ricostruiti e vissuti, per garantire la necessaria linfa vitale a tutti gli arbër che intendono continuare a tutelare l’antico codice.

Si vuole, in poche parole, evidenziare come, la consuetudine identitaria Arbëreshë, traslocata dall’Albania al meridione italiano, non abbia subito alcuna violenza, giacché, trasportate attraverso la memoria, senza alcun materialismo di sorta, motivo per il quale ogni profugo che intraprese la via di esodo, ognuno di noi che sente nel cuore e nell’anima di essere arbëreshë, diventa una “frase” di un racconto antico ancora non scritto, che solo l’unita (della R. s. A.) potrà comporre, per consegnarlo alle nuove generazioni.

Prima facevo riferimento a una deriva pericolosa che oggi viene frequentata inconsapevolmente; essa rappresentata la mescolanza incontrollata di manifestazioni tra Albanesi e Arbëreshë in cui, non sono agli Albanesi a raccontare il territorio e gli Arbëreshë a raccontare del codice, ma per un gioco delle parti gli Skipë parlano di lingua e di canzoni e gli arbër con i loro costumi improvvisano balli e cantano una lingua ignota.

Certo che un modo meno adatto per incontrarsi e scambiare ciò che i due gruppi di figli d’Albania avevano difeso non potevano certo scegliere.

Va in oltre affermato, che le nuove generazioni arbër, vivono un momento di stallo culturale, in quanto quelle che li hanno preceduti, non sono stati idoneamente formati, giacché, figli di una legge debole e che non trovava idonea applicazione, in quanto lasciava al libero arbitrio alla valorizzazione d’ambito, per questo si è prodotto un rigetto generazionale dell’essere arbëreshë che ha lasciato campo libero a manifestazioni di interesse senza senso e garbo.

La legge ha reso per questo diverse generazioni orfane del codice, unendo l’essere arbër con metriche alloctone, e arti figurative non propri; oggi cosa si predilige fare per recuperare il tempo perduto? Si corre nelle terre della madrepatria Albania per chiedere del codice ai fratelli che scelsero di difendere la terra e non il codice; non avendo neanche l’educazione di guardare all’interno della R.s.A. la stessa che per i suoi trascorsi la detiene depositata e va solamente rispolverata per essere assimilata, così come i nostri avi avrebbero voluto.

Un altro elemento devastante che oggi invade l’arberia è l’ostinazione di voler mettere in luce gli ambiti dell’arberia in chiave turistica; il possesso del “patentino di paese minoritario” consente a numerosi elementi di avere agevolazioni e risorse per ottenere ogni cosa; questa al momento è il dato più pericoloso, in quanto, chi si pone alla testa di massa rinnovatrice, non ha alcuna conoscenza della storia e del consuetudinario arbëreshë, nonostante si faccia scudo dell’ideale minoritario per manifestazioni di interesse, adir poco devastanti e senza riguardo per tutti gli arbër che nel XV secolo affrontarono ogni tipo di avversità pur di garantire a noi figli di un’identità tra le più antiche del mediterraneo; la stessa che inconsapevoli  stanno svendendo al mercato del baratto e dell’usato, perché non sanno cosa sia.

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TURISMO DI MASSA; QUALI CERTEZZE DIVULGHIAMO?

TURISMO DI MASSA; QUALI CERTEZZE DIVULGHIAMO?

Posted on 31 ottobre 2017 by admin

TURISMO DI MASSA; QUALI CERTEZZE DIVULGHIAMONapoli (di Atanasio Pizzi) – Il patrimonio culturale, ambientale, paesaggistico e religioso della Regione storica Arbëreshë ha assunto e riveste un ruolo innegabile, in tutti i territori del meridione, dove gli esuli arbër s’insediarono, per questo, caratterizzarono i settori produttivi e sociali anche degli ambiti con cui si rapportarono.

Un territorio i cui confini linguistici hanno definito le regioni e non  quelli geografici, storicamente noti, per essere stati ridefiniti nel corso dei secoli per le storie di popoli diversi.

Se a questo si associa la caratterizzazione di religione greco bizantino con un consistente numero di elevati conventuali e di presidi di preghiera, un parallelismo territoriale più idoneo gli arbër non potevano farselo sfuggire, quando gli fu proposto di risollevare l’economia di queste aree in forte difficoltà economico/sociale.

È chiaro che l’opportunità di innestare la propria identità in un territorio più idoneo e riconfermare la consuetudine, la memoria metrica del canto per il popolo arbër non poteva essere persa.

La storia degli esuli arbër assume, per quanto, su citato, un ruolo fondamentale nelle formazioni dei giovani, della Regione storica Arbëreshë e deve diventare una coscienza diffusa, condivisa per concorrere alla formazione dell’identità locale delle nuove generazioni.

Il patrimonio culturale della R.s.A., costituisce un “bene comune”, come l’aria, l’acqua e tutti i beni di prima necessità; per gli addetti deve essere un dovere di partecipazione attiva per la conservazione, la tutela e la valorizzazione di questo patrimonio irripetibile e/o inestimabile.

È verso le nuove generazioni che bisogna puntare e restituire significato all’identità, analizzando prima di tutto quali atteggiamenti si sono assunti e si prevedono nei confronti del patrimonio storico/culturale.

Ciò deve avvenire senza tralasciare l’apporto che le mutazioni tecnologiche nei processi della documentazione, della conoscenza e della narrazione creativa possono fornire al su citato patrimonio; un progetto possibile tra antico è moderno in cui i giovani – nativi digitali arbër – propongano alle generazioni future una versione più solida del proprio patrimonio culturale/identitario.

Può apparire una contraddizione valorizzare il patrimonio culturale mediante i ritrovati digitali moderni, ma non è così, in quando, opportunamente utilizzate la storia antica, è quella moderna, avranno ruoli inscindibili per il trapasso generazionale, dove la linea tra moderno e antico non potrà essere confusa per altra cosa, in quanto, la cultura è il soggetto e il supposto tecnologico, il mezzo di trasporto nelle sue forme originarie.

La gestione del patrimonio culturale dei borghi, gli abitanti, il territorio e la caratterizzazione locale, assume il ruolo di piattaforma culturale in cui sono delegati,  i dipartimenti universitari, le istituzioni d’area esperti d’ambito, ad assumere l’onere di raccolta e catalogazione di dati immagini;  impronte territoriali uniche direttamente connesse alla definiszione dei confini linguistici.

Istituzioni pubbliche, scuole, associazioni che da anni si sono affannate per sviluppare progetti identitari, restituendo un  nulla  concreto, (se non al depauperamento dell’identità locale arbër) dopo il tempo di un’ampia riflessione, su come applicare il nuovo modello identificativo,  potranno recuperare attraverso immagini e registrazioni, le identità poste pericolosamente sul baratro.

Gli obiettivi di una metodologia operativa pedagogica in tal direzione, possono essere sintetizzate nei seguenti punti:

  • riconoscere cosa appartiene al patrimonio culturale e paesaggistico, quale bene comune, tangibile e intangibile, in quanto, eredità ricevuta e da trasmettere;
  • educare alla conoscenza della storia e all’uso consapevole del patrimonio culturale linguistico, consuetudinario, metrico e religioso per l’apprendimento del reale e dell’identità locale o di macroarea;
  • accrescere il senso di appartenenza, elaborando progetti di “avvicinamento emozionale e di apaesamento Gjitoniale” che, attraverso l’esame del territorio e dei suoi elementi costruiti e costitutivi, possano risvegliare istintivamente (grazie al contatto visivo ed emotivo) il cittadino con l’eredità del passato e sollecitino proposte per un futuro sostenibile;
  • dare luogo a reti digitali tra privati, scuola, amministrazioni, istituzioni culturali e territorio, in cui quali ciascuno fornisce le sue eccellenze, all’interno di un progetto di una R.s.A. digitale;
  • elaborare “percorsi” di riflessione ed esperienza per la conoscenza e comprensione del territorio come “bene culturale diffuso e condiviso”, in modo che i (giovani) cittadini interagiscano con le istituzioni, i soggetti produttivi e quelli culturali per l’individuazione di azioni conoscitive e formative che seguano un itinerario unico, fornito da esperti d’ambito con titoli e meriti guadagnati sul campo;

La scelta di tema e l’esame delle “opere” in campo dell’arte sartoriale, delle tecniche costruttive, dell’uso del territorio, della metrica, la necessità di avvalersi di diverse competenze e contribuire da un lato alla conoscenza della storia, dell’arte, dell’architettura, del paesaggio del proprio territorio e alla formazione – soprattutto nei giovani – del senso di appartenenza e di responsabilità verso un patrimonio culturale visto troppo spesso come estraneo alla propria esperienza quotidiana;

Tutti questi elementi, se idoneamente esposti o messi nelle disposizioni delle nuove generazioni, possono diventare elementi di orientamento alla professione e al proseguimento degli studi delle nuove generazioni;

Sicuramente fare educazione al patrimonio culturale in un territorio disastrato dovrebbe essere l’interesse principale anche dei beni culturali rispetto alle attese dei giovani per il futuro, e non si possono attendere le critiche dei componenti, delle visite guidate per avere consapevolezza che tutto è stato cancellato non dal tempo e dall’incuria ma esclusivamente dal’inconsapevolezza di quello che si possiede.

Il patrimonio culturale non va considerato come un’opportunità formativa per la costruzione delle competenze chiave del curricolo o per salire su un palco e strimpellare senza senso frasi, racconti storici a ritmo di tarante e suoni che diventano gelide ventate di levante.

Quando si avrà consapevolezza che il patrimonio culturale non è un affare in denaro, ma un fattore d’identità e d’intercultura, sicuramente gli ambiti della R.s.A. avranno la giusta sistemazione negli scenari della politica e della società, che decide i domani di tutti noi.

Oggi non rimane che la comunicazione didattica del tangibile e intangibile degli arbër, l’ambiente storico e territoriale del bene, la sua lettura, le osservazioni fatte o che possono essere fatte, il commento critico costruttivo condiviso, la ricerca sul territorio come occasione di attività tecnico-pratiche:

Consolidare tutto ciò attraverso le conoscenze e di verifica, la consultazione delle fonti (musei, archivi) innanzitutto diretta e quindi analisi e comparazione con gli ambiti costruiti e non del territorio, educano le nuove generazioni allo studio di cose che sentono e non avevano gli elementi o gli strumenti idonei per metterli in luce; un percorso esperienziale: non può “accontentarsi” dello studio teorico, più o meno ben fatto o meramente illustrato ma esso necessita di una conferma sul territorio:

  • del contattato diretto con il bene culturale o paesaggistico, supportato da una narrazione esperta;
  • di essere replicata, anche riesaminando uno steso bene o paesaggio, per procedere all’individuazione di nuovi stati di fatto inesplorati o non intercettati per una comprensione, più approfondite ma anche interiorizzata;
  • rielaborazione di gruppo, per coglierne appunto la dimensione di bene “comune” nelle sue parti più intime e recondite;
  • di valutazione, cioè di assegnare e/o riconoscere il valore (non economico) del bene culturale ma quello che esso rappresenta all’interno della comunità o degli eredi dell’antica Gjitonia;
  • di analizzare le tappe della storia attraverso la consistenza degli apparati murari, per riscontrare la “fatica e i patimenti” per riconoscere le capacità e competenze implicite nella produzione del bene;

Dopo quanto esposto, ritengo che urge sedersi attorno a un fuoco avendo bene in mente che non basta esprimersi con l’antico idioma del codice, in quanto, quelle parole e quelle scelte faranno la differenza per la vita di uomini, donne, e bambini, che attendono il loro momento per tutelare un’identità culturale, che purtroppo negli ultimi tempi è stata messa nelle disponibilità degli elementi che non hanno né cuore, ne testa, né braccia per sostenerlo, senza dimenticare il dato inconfutabile, ovvero, non hanno mezzi per camminare sulla strada che tracciarono sei secoli or sono gli irriducibili arbër del codice.

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I DEVOTI SILENZIOSI DELLE PROCESSIONI

I DEVOTI SILENZIOSI DELLE PROCESSIONI

Posted on 11 ottobre 2017 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’arberia relativamente agli aspetti sociali e religiosi si sostiene  attraverso i valori identitari, riportati oralmente, essi mirano al rispetto degli elementi che caratterizzano la vita di tutti gli addetti della Regione storica Arbëreshë.

Molto sentite per gli arbër, sono le ricorrenze religiose, queste,  raggiungono il massimo del coinvolgimento dei fedeli, che condividono il credo religioso, nel tempo dello snodarsi delle processioni; tuttavia da un po’ di tempo, l’atto del pellegrinaggio d’ambito, pur coinvolgendo un gran numero dei persone credenti e no,  mirara verso  una  deriva pericolosa e degenerativa.

Nonostante sia il momento più sentito e condiviso, in quando, lega la credenza popolare, luogo e Santo, molti addetti, durante l’articolarsi del percorso smarriscono per fame e per sete, il senso della ragione di questo atto di penitenza, seguendo itinerari a dir poco irriverenti.

Il pellegrinare con il santo in spalla per le vie del borgo o verso luoghi ameni, non fanno altro che ricordare le tappe salienti della storia del borgo, giacché, la credenza popolare associa avvenimenti e leggende a quei luoghi, oltre l’atto di dolore manifesto.

Questi percorsi di preghiera, tortuosi, che impegnano fisicamente tutti i partecipanti hanno avuto e detengono a tutt’oggi seguiti rilevanti, cui in silenzio e senza troppo apparire si accodano i devoti che chiedono o hanno ricevuto grazia; una richiesta di devozione, il cui gesto si configura come omaggio attraverso atti che chiedono un sacrificio fisico, per chi non ha altro da offrire, durante il tempo dell’uscita e lell’entrata del santo dalla chiesa.

Le devozione rivolete a Santi Protettori/ci, sono molteplici e il più delle volte, spaziano in manifestazioni che possono spaziano dal raccogliersi in preghiera, camminare scalzi, digiunare, camminare per chi ha problemi di deambulazione con stampelle o sedia a rotelle, per tutta la durata della processione.

Questi, chiaramente gli atti più evidenti, cui quasi tutti fanno caso, in quando per i manifesti atteggiamenti pongono in evidenza “la sacra promessa”, intimamente stretta con il Santo,

Va rilevato, che esiste una categoria detti “silenziosi”, anime in pena che portano in processione al cospetto del santo, non con atteggiamenti materiali, ma esclusivamente, con il credo religioso fatto di cuore e di testa, perché “intima”, comunque sono anime in pena che in quel momento vivono una un atto di dolore che supera le naturali tappe di questo mondo terreno.

Sono queste persone, cui bisognerebbe volgere il pensiero, quando si scavalcano le staccionate della rotta sacra, è in quel momento che rito della processione, diventa un’altra cosa che offende i patti sacri portai in processione, che non anno ne taralli o damigiane di vino da spartire con il Santo.

Chi ha l’onere di vigilare e riportare il gregge dentro la rotta del sacrificio storico, deve porre fine a questa irriverente e degenerativa allegoria; urge per questo inviare una “Circolare Pastorale” che impedisca di banchettare, brindare e lo strimpellare in quei momenti sacri, che per i “Silenziosi” sono una speranza di luce e di vita.

Sono le figure Ecclesiali, i Comitati, le Istituzioni tutte cui mi rivolgo per invitarle a difendere e rispettare il piccolo drappello di silenziosi, “con voto da assolvere”, mescolati tra i fedeli fortunati.

Il mio pensiero è rivolto a loro ed è auspicabile che tutti si ricordino, senza mai dimenticarlo, che in quei momenti solo loro vivono un dolore intimo, che non grida, non fa rumore e non vuole ascoltare, vedere e odorare, allegorie senza senso, in quanto, vivono probabilmente l’ultima processione di questa vita terrena.

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