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SOGLIA DI MADRI E CASA CHE PARLANO SI MUOVONO E ASPETTANO IN ARBËREŞË dera shëpìvetë tonà ku ulljei e fijtë manà e zì Clementina

SOGLIA DI MADRI E CASA CHE PARLANO SI MUOVONO E ASPETTANO IN ARBËREŞË dera shëpìvetë tonà ku ulljei e fijtë manà e zì Clementina

Posted on 07 giugno 2026 by admin

kasaNAPOLI  di Atanasio Pizzi Arch. Basile – L’Adriatico rappresenta la soglia simbolica e materiale che sostiene, definisce e rifinisce tutte le identiche consuetudini delle case arbëreşe.

Questo mare, che funge e ha forma d’insieme continuo, costituisce il fondamento di una geografia culturale nella quale memoria, migrazione e appartenenza si intrecciano in modo indissolubile.

Nelle comunità diasporiche della regione storica ad ovest dell’Adriatico come nella terra di origine, la soglia domestica non è soltanto un limite architettonico, tra interno ed esterno, ma uno spazio di mediazione sociale e culturale o luogo attraversato quotidianamente da relazioni, racconti e pratiche di vita che parlano come fa l’acqua che scorre e parla.

Al ritmo delle onde dell’Adriatico, il mare parla, canta e narra azioni, delle madri custodi della continuità familiare e comunitaria.

Sono esse a dirigere simbolicamente il movimento delle onde familiari dentro e fuori quella anda di casa, preservando un patrimonio di memorie che collega le due sponde del Mediterraneo.

In questa prospettiva, l’Adriatico si configura come soglia estesa, uno spazio liminale che custodisce la leggenda storica della diaspora arbëreşë e, che continua a dare forma ai significati dell’abitare, dell’identità e della trasmissione culturale.

Dai modelli abitativi del bisogno vernacolare al profferlo e sino al palazzotto nobiliare, le case hanno sempre avuto una soglia o, in forma di altare, dove la solida e levigata pietra potesse rappresentare non un confine ma un dignitoso luogo di confronto dove il clero familiare, avrebbe potuto diffondere credenza prima e oltre quella pietra.

Dalle abitazioni degli indigeni sino ad essere Katundë e poi dignitari ingressi, di palazzi, la soglia ha rappresentato sempre assunto il ruolo di gradino poco più alto della strada comune, in forma o tratto oltre il quale la famiglia deponeva l’intimità domestica.

In tutte le culture la soglia non è stata mai lasciata senza sorveglianza simbolica e, dove era sempre presente una figura umana e, nel caso di studio una donna o madre di una famiglia, che ne garantisce il riconoscimento sociale di rappresentanza.

Seduta vicino all’ingresso o affacciata all’uscio, della mezza porta, osservava o la si vedeva operare della strada e, attendeva il ritorno dei figli, dei fratelli e dei vicini, salutava chi passava per rendeva evidente che quella casa aveva un volto, un nome e una storia da raccontare.

Nella Kalljva, come nei contesti evocati di Katonë, Spitë, Logetë, si ripropongono secondo l’antica apparire sulla soglia e, l’immaginario ripropone sempre a una donna che aspetta o con il suo nome indica un luogo specifico.

Il suo movimento semplice, di andare avanti e indietro, indietro e avanti, non chiude la strada per entrare in casa, non impediva il passaggio, ma la sua presenza agiva come una porta invisibile, oltre la quale vigeva il suo trono davanti al focolare.

Gli estranei di casa lo comprendevano immediatamente che quel luogo apparteneva a una regina di fuoco e di casa e, quando la donna era presente, la soglia appare viva; quando si allontana, il rispetto permaneva e la memoria ordinava rispetto.

Tutti sanno che quel confine possedeva una proprietaria, una memoria, relazioni e, nessuno sentiva il bisogno di violarlo se non prima di aver chiesto permesso per innalzarsi a valicarlo.

La forza della casa non risiede nei muri o nelle serrature, ma nel riconoscimento collettivo che lega a un sistema sociale che la inseriva nella comunità che la circonda.

In questo senso la soglia non era soltanto un elemento architettonico, ma rappresenta una istituzione sociale, un presidio quotidiano silenzioso che, attraverso la presenza di chi la abita, la rendeva spazio privato riconosciuto e rispettato da tutti.

Movimenti lenti, saggi e senza eccessi: così erano le nostre madri, che un tempo vivevano la soglia delle case e la Gjitonia, di quel luogo d’incontro e di appartenenza dove le vite si intrecciavano e la memoria passava di generazione in generazione.

Custodi di una conoscenza che non veniva soltanto scritta o recitata al ritmo del canto, ma vissuta ogni giorno e, infatti esse parlavano e si muovevano con naturale armonia, come se ogni gesto e ogni parola custodissero un insegnamento, per realizzare una immagine memonica da incidere.

Sedute sulla soglia o raccolte nella Gjitonia, nel corso della stagione lunga, sollecitavano le nostre giovani menti a comprendere il senso di ciò che ascoltavamo, a cogliere il valore nascosto di quelle parole e di quei gesti rivolti a noi.

Non insegnavano soltanto con la voce, ma con l’esempio, con la misura dei loro movimenti e con la saggezza dei loro silenzi.

Da loro abbiamo appreso che la conoscenza non è soltanto memoria, ma ascolto; non è soltanto studio, ma comprensione, specie quando nella stagione breve, si iniziavano a dare immagini mnemoniche davanti la luce scoppiettante del focolare domestico.

E ancora oggi, nel ricordo di quelle figure antiche, ritroviamo la forza e la serenità di un insegnamento che il tempo non ha cancellato, in tutto, quello che nasce sulla soglia di una casa, cresce nella Gjitonia e continua a vivere nel cuore di chi sa ricordare pur se diventato un partente.

Quelle madri che sulla soglia ci suggerivano sempre di partire, per migliorarci, raccomandandoci con garbo e gestualità, di non dimenticare quei luoghi di nascita e sviluppo identitario.

 

(Maestro acquafortista che da forma svelatura e continuità ai trascorsi arbëreşë).

Napoli 2026-06-04

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GLI ANGOLARI RESTANTI IGNORANO IL GENIO SACRIFICALE DEI PARTENTI ARBËREŞË Lindrunj thë spundunj mhbanë  kishës e jatroi thë bënuratë nërekjenë kushathhë

GLI ANGOLARI RESTANTI IGNORANO IL GENIO SACRIFICALE DEI PARTENTI ARBËREŞË Lindrunj thë spundunj mhbanë kishës e jatroi thë bënuratë nërekjenë kushathhë

Posted on 28 maggio 2026 by admin

 

LindrunjArch. Atanasio Pizzi Basile – Nei piccoli centri collinari della storica diaspora arbëreşe, sopravvivono senza soluzione di continuità due stirpi d’uomini: una immobile e l’altra di genio dinamico, due categorie di figure storiche, seminate e rigenerate dal medesimo tempo.

Lo stesso tempo che pone da una parte i “solitari partenti operosi” che lavorano in silenzio, trascinando la propria esistenza tra terra, fatica e partenze colma dio memoria e, dall’altra i “lindrunj inoperosi e reggi muri di spalle”, o eterni sedentari nello spigolo delle chiese e della piazza, uomini inchiodati all’ombra di un muro come se la vita avesse smesso di pretendere qualcosa da loro molti anni prima.

Essi vegetano dall’alba fino al tramonto appoggiati alla pietra consumata, con le mani intrecciate dietro la schiena o abbandonate sulle ginocchia, osservando ogni passaggio umano come giudici senza tribunale e senza responsabilità, dispensatori continui di sentenze non richieste, misuratori della vita altrui pur non avendo mai mosso un dito per costruirne una propria degna di memoria.

Lo spigolo della chiesa diventa il loro regno immobile, il loro osservatorio morale, il luogo da cui si smarrisce la memoria del centro storico, che non riconoscono, la loro tana protetta dal sole e dal dovere; e durante il giorno essi si spostano soltanto di pochi passi seguendo lentamente l’ombra che gira intorno alla pietra, quasi fossero antiche meridiane umane incapaci di separarsi dal muro che li sostiene.

Parlano poco ma giudicano tutto, mentre il giovane che parte, l’uomo che ritorna, la donna che attraversa la piazza, il commerciante che apre tardi, il contadino che lavora troppo, il forestiero che non saluta abbastanza profondamente, il ragazzo che sogna una vita diversa e per questo viene già considerato colpevole di superbia.

Essi non producono, non creano, non costruiscono, non rischiano, non ricordano ma amministrano il tribunale invisibile del paese, quel potere antico e sterile che consiste nel sorvegliare l’esistenza altrui per compensare il vuoto della propria.

Il loro cervello resta fermo come il corpo, incapace di ruotare verso un’idea nuova o verso una qualunque inquietudine creativa; eppure possiedono l’ostinazione di chi crede di custodire un ordine sacro soltanto perché è rimasto sempre nello stesso luogo.

Così trascorrono le stagioni, uguali una all’altra, mentre il vento cambia sulle colline dei paesi arbëreşë che lentamente si svuotano di giovani, di lavoro, di futuro.

I più forti emigrano, i più disperati resistono, ma loro restano lì, fedeli soltanto all’ombra dello spigolo che si allunga e si ritrae lungo la pietra della chiesa, spostandosi lentamente con essa come satelliti stanchi di un mondo ormai immobile.

A mezzogiorno rientrano a casa per mangiare ciò che altri hanno prodotto, ciò che il tempo, la famiglia o la fortuna hanno garantito loro senza sudore, e poi ritornano nuovamente al proprio posto, a occupare il vuoto del pomeriggio con il mestiere antico dell’osservazione sterile.

Nei loro occhi vive una calma arida, quasi monastica, ma priva di spiritualità, che si trasforma in una forma di stoicismo degenerato che non nasce dalla disciplina interiore bensì dall’abitudine all’inerzia.

Eppure il paese continua a riconoscerli come presenza inevitabile, come elementi del paesaggio stesso, in tutti i vecchi corvi umani appollaiati agli angoli sacri delle pietre, sentinelle inutili di un ordine che non salva nessuno e che lentamente consuma anche loro, mentre il sole gira, le ombre cambiano posizione e il tempo, senza far rumore, seppellisce ogni cosa sotto la polvere antica delle colline della preSila arbëreşe.

Esiste poi il mondo del partente, figura opposta e quasi nemica naturale di coloro che consumano la vita nell’ombra immobile degli spigoli.

Il partente nasce negli stessi vicoli, ascolta le stesse campane, respira la medesima polvere antica delle colline arbëreşë, ma porta dentro di sé un’inquietudine diversa, una forza che non gli permette di restare fermo a imputridire nel giudizio sterile del paese.

Fin da giovane gli viene consigliato di studiare, di addivenire architetto, di apprendere un mestiere capace di dare forma al pensiero e ordine allo spazio; e così egli parte, attraversando città e discipline, senza mai dimenticare però la lingua spezzata dei vecchi, le pietre della propria infanzia e il dolore silenzioso delle comunità da cui proviene.

Nello studio si specializza, diventa lettore instancabile e indagatore della storia dei grandi uomini, osservatore dei destini collettivi e delle rovine morali delle civiltà, apprendendo che ogni popolo si salva soltanto quando sa distinguere il valore autentico dalla vanità travestita da memoria.

Per questo, quando riversa il proprio ingegno negli ambiti arbëreşe, il suo cammino diviene facile e terribile insieme: facile perché egli conosce dall’interno i caratteri, i silenzi, le paure, le miserie e le nobiltà di quella terra; terribile perché proprio tale conoscenza gli impedisce di accettare l’inganno delle celebrazioni inutili e delle memorie costruite per vanità personale.

Egli sa discernere le cose buone da quelle inutili e, peggio ancora, da quelle vili; comprende immediatamente quando un gesto nasce dal desiderio sincero di custodire una civiltà e quando invece è soltanto il tentativo meschino di eternare piccoli uomini attraverso pietre, targhe o lapidi innalzate non alla memoria dei giusti ma dei traditori, degli opportunisti o di coloro che servirono soltanto se stessi.

E allora guarda con amarezza coloro che profanano i luoghi sacri della memoria arbëreshe apponendo nomi indegni, scavando nel terreno delle antiche appartenenze soltanto per imprimervi la propria ombra effimera, quasi che bastasse incidere un cognome sul marmo per appartenere davvero alla storia.

Egli sa invece che esistono terre che non necessitano di tali rumori, perché custodiscono già una sacralità più antica e profonda; e tra queste vi è la terra di Sofia, luogo che pochi ormai ricordano nella sua verità spirituale e storica, soffocata dall’ignoranza moderna e dalla teatralità di uomini piccoli.

La terra di Sofia non appartiene ai celebratori di sé stessi, né ai custodi dello spigolo, né ai trafficanti della memoria: appartiene soltanto a chi è capace di comprenderne il peso invisibile, la continuità storica, il sacrificio dei padri e la malinconia dei partenti.

Così il partente quando ritorna nei paesi dell’origine come un uomo straniero profondamente radicato, osserva con lucidità il lento consumo delle comunità, la dispersione e la ostinata applicazione di antichi vizi ed è così che lui diventa privilegio locale, che non teme giudizio degli immobili perché conosce loro e il mondo, ha studiato, e sa che la locale è idolatria del mediocre.

Per questo cerca, legge, interpreta e distingue, nella speranza che almeno una parte di quel mondo disperso possa ancora salvarsi non attraverso i lapidari lindrunj, ma mediante pensiero, conoscenza e dignità silenziosa del partente che non abbandonano mai la propria origine.

Ed ecco che dopo quaranta anni avviene il miracolo, che lo accoglie nella intimità storica di quella terra rimasta sospesa, devastata e manomessa, lui ha misura di essere l’ultima cometa possibile da seguire, in quel contesto fatto di velature buoi e ombre senza futuro.

(Maestro acquafortista che da forma svelatura e soluzione ai trascorsi arbëreşë).

Napoli 2026-05-28

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COME PROGREDIRE, CRESCERE, PARLARE, E NON SMARRIRE I CINQUE SENSI ARBËREŞË  u rìtà me mëmenë tatenë thë dèrà jonë i thë nànëve

COME PROGREDIRE, CRESCERE, PARLARE, E NON SMARRIRE I CINQUE SENSI ARBËREŞË u rìtà me mëmenë tatenë thë dèrà jonë i thë nànëve

Posted on 05 maggio 2026 by admin

Santa soofiaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – A ben vedere il tempo generato dalla iunctura familiare nei rioni di Terra era fatto di, parlato, ascolto, simboli, consuetudini e vita comunitaria, secondo cui ogni cosa aveva una funzione profondamente formativa, orientando le generazioni in crescita, verso orizzonti luminosi.

Quelli erano i tempi in cui recarsi alla fonte significava non soltanto soddisfare un bisogno primario, ma anche rigenerarsi interiormente e, l’atto, rappresentava uno spazio di luce, di guida, di prova del senso di orientamento generale e, cosi erano anche gli atti devozionali rivolti ai santi, che assumevano ruolo fondamentale e spirituale; mentre la famiglia, i genitori tutti, con i vicini, incarnavano la prima e più significativa scuola per intraprendere le vie della vita.

Nella contemporaneità, tuttavia, tali significati appaiono in parte svuotati e, oggi i medesimi luoghi, un tempo colmi di riti hanno esaurito la dimensione originaria per assumere una nuova forma, talvolta contraddittorie, di azioni paradossali.

Oggi gli spazi pubblici sono diventati contesti di giudizio più che di condivisione e, quella che un tempo era la critica costruttiva oggi rappresentano le celle dove relegare in solitudine i non prescelti.

E cosi ha cambiato senso anche la partecipazione religiosa che ormai è diventata gesto formale, secondo cui le pratiche devozionali si intrecciano con aspettative individuali di beneficio immediato.

Parallelamente, anche l’istituzione familiare attraversa un processo di ridefinizione, in cui la costruzione dei legami appare sempre più mediata dal ricorso a supporti esterni, istituzionali per terminare in mero orientamento dipartimentale.

Questo mutamento epocale solleva interrogativi rilevanti sul rapporto di tradizione e modernità, nonché sul ruolo delle istituzioni ormai diventate simbolo di formazione dell’individuo che poi determina la complessità odierna di uno specifico luogo.

Nella fase contemporanea, la deriva culturale che si è progressivamente ampliata sembra aver inciso anche sulla coesione dei gruppi diasporici, favorendo forme di isolamento individuale a discapito della dimensione comunitaria dei prescelti restanti, statici, incantati e sempre vestiti a festa per fare balli e canti.

La produzione simbolica e comunicativa appare sempre più frammentata o resa fumosa,  moltiplicando immagini o rappresentazioni che, risultano prive di aderenza rispetto ai modelli originari, i quali pur essendo stati caratterizzati da rigore espressivo, misura formale e profondità di sentimento, sono ritenuti a misura di contro riforma.

In questo contesto, si assiste alla diffusione di contenuti che, pur richiamando radici culturali specifiche, si presentano talvolta in forme semplificate o banalizzate, come nel caso di traduzioni automatiche che finiscono per alterare il senso del messaggio, fornendo una immagine offuscata e irriconoscibile, come cita il poco noto per gli storici linguisti, Massimo B.

L’elaborazione estetica e linguistica se non idoneamente prodotta da competenze accademiche specifiche, perde la parte più solida della sua funzione, generando distanza tra pronuncia immagine e significato.

E la rappresentazione immagine, quando combina la dimensione visiva o narrativa palesando tratti oscuri e dissonanti, specie se si associa una “scrittura simbolica” carica di tensione, incapace d’innescare un senso di smarrimento del presente.

È in questa cornice che si può cogliere la percezione di un passaggio critico, quasi un affacciarsi collettivo su un limite, un “baratro”, e riprendere un evocativo, varrunë, che segna la necessità di una riflessione più profonda sulle forme della comunicazione, dell’identità di memoria culturale.

Infatti, a ben vedere più si rimaneva solidamente, vicini al modello familiare allargato tipico dei diasporici e più solida era la formazione con cui si acquisivano gli insegnamenti di radice linguistica consuetudinari di credenza.

Un elemento che caratterizzava questa fonte patrimoniale era il sistema di formazione che non aveva titoli o elementi formali da assegnare una forma cartacea per essere incorniciata, perché la formazione si palesa alla luce del sole con atti di parlato e movenze.

Quel ruolo che oggi la scuola si trova a svolgere in forma molto ampia, rispetto al passato e, mentre una volta l’educazione era distribuita tra famiglia, comunità e tradizioni condivise; oggi molte di queste strutture si sono indebolite, e la scuola istituzionale viene chiamata a colmare vuoti educativi enormi, non dal punto di vista grammaticale ma con momenti di coronamento, formali, con un titolo cartaceo terminale.

Camminare, parlare, bere, vestirsi, lavarsi, mangiare sono compiti materni al massino familiari che si estendono massimo sino alla soglia di casa e con la porta chiusa.

Questo significa che gli insegnanti di casa sono i primi istitutori e solo in eseguiti in condizioni più sostanziale, si completa la formazione con il supporto o la correzione sociale, che non a bisogno di promuovere l’allievo ma indirizzarlo ad affrontare il resto del mondo.

È vero però che esistevano criticità reali e, la formazione iniziale poteva apparire un tempo troppo teorica ma, il confronto intergenerazionale era costantemente presente e, non certo come avviene oggi con molti docenti giovani che siedono in cattedra con poca esperienza pratica e i vicini di casa assenti o distratti per altre cose.

Se poi a questo si aggiungono classi più eterogenee con troppi lljtirë, tecnologie nuove di apprendimento traduzione, che seguono le mode dei mutamenti in continuo mutare, la via scelta per elevarsi parlanti arbëreşë è sfida impari e senza traguardo.

D’altra parte, dire che i titoli siano “vuoti” o che ci sia solo un “vagare continuo” rischia di semplificare eccessivamente il problema.

Ci sono anche molti insegnanti motivati, con la volontà di innovare, cercando di costruire proprio quel senso di guida che diffusamente manca, ma non possono sostituirsi alla prima fase di vita di casa sino alla soglia, perché essi pur avendola vissuta ne hanno smarrito la memoria.

Forse il punto centrale del discorso è questo, giacché manca un equilibrio tra formazione tecnica e formazione umana, tra scuola e comunità coscienziosa e lucidamente consapevole del problema.

E questa è la ragione dell’enigma che si vuole affrontare, perché senza alleanza tra famiglia, società e la scuola a fare da contorno, è difficile creare un percorso solido per le nuove generazioni, che vogliono crescere sulla soglia di casa dove primeggia la lingua della madre arbëreşë.

Per avere davvero misura del patrimonio incamerato negli ambiti natali e fino alla giovinezza, mi sono trovato nella necessità di allontanarmi, non tanto per rifiuto quanto per esigenza di chiarezza, come se la prossimità, che pure aveva nutrito ogni mia percezione, finisse per rendere indistinti i contorni di ciò che invece meritava di essere osservato con precisione da una prospettiva lontana.

Solo prendendo distanza ed essere un “Partente”, ho avuto agio, misura e prospettiva idonea per iniziare a distinguere ciò che prima mi appariva come un fondo unico e compatto.

Secondo cui gesti, parole, silenzi, abitudini sedimentati nel tempo, è stato possibile distinguerli dai componenti di un patrimonio che non era semplicemente materiale, ma soprattutto emotivo e culturale, costruito giorno dopo giorno nell’ascolto e nel rispetto familiare.

In quel contesto originario ogni cosa sembrava naturale, quasi inevitabile e, proprio per questo difficilmente interrogabile, in quanto tutto era acquisito come vivere o essere immersi in una lingua con le gestualità che parlano senza mai chiedersi da dove provenga o quali regole la governino.

L’allontanamento, invece, ha introdotto una distanza capace di restituire profondità a ciò che prima era superficie, fornendo gli elementi indispensabili a riconoscere il valore di ciò che avevo interiorizzato in due decenni senza mai nominarlo davvero.

Ho compreso allora che il patrimonio non si limita a ciò che si eredita in forma tangibile, ma include una trama più sottile fatta di sguardi, di attenzioni, di modalità di relazione che si imprimono lentamente e che solo in seguito rivelano la loro forza strutturante.

Guardare da lontano non ha significato tradire o rinnegare, ma al contrario rendere giustizia a quella eredità, sottraendola all’automatismo e restituendola alla consapevolezza.

In questa nuova prospettiva, ciò che prima era dato si è trasformato in scelta, e ciò che era implicito ha iniziato a emergere come principio attivo di una specifica identità, che consente di ricomporre il passato non più come semplice accumulo, ma come un sistema coerente di significati che continuano a orientare il presente.

Tutto questo per avallare la teoria secondo cui chi resta fa “restanza” e perde la memoria e si trova a vagare per cortei e processioni altrui con l’emblema che segue i musici santificati, diversamente da chi diventa un “partente” che cementifica la memoria avendone continua e cosciente solidità con echi del ricorso ripetuto e innescati dalla distanza dal luogo del cuore che non smette mai di battere colmo di gesta in arbëreşe.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma alle sponde dell’Adriatico).

Napoli 2026-05-05

 

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MILOT ALLA BIENNALE DI VENEZIA 2026 “no more keys”

MILOT ALLA BIENNALE DI VENEZIA 2026 “no more keys”

Posted on 04 maggio 2026 by admin

photo_2026-05-03_19-20-01NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Alla sessantunesima mostra biennale internazionale di Venezia, dal titolo “In Minor Keys” organizzata da Koyo Kouoh, espone a Palazzo Donà delle Rose, l’artista Albanese Alfred Mirashi, in arte MILOT.

L’ artista di grande caratura morale e professionale, con l’opera intitolata “Senza Chiave”, dispone una installazione con 30 piatti, che rappresentano le superfici dove sono depositate, le reliquie che segnano il possesso, delimitato e controllato da chi vi può accedere, un equilibrio silenzioso di un gesto quotidiano ma che porta la memoria a riti di manualità e rispetto antico.

Le chiavi distorte, colorate, allineate, ripetute, ordinate, sembrano non aver più la funzione primigenia e, non aprono più, non chiudono più nessuna serratura, ma semplicemente esistono per ricordare memoria di luoghi arte e patti antichi in attesa di fiorire in memoria.

Il colore tratto distintivo, che definisce, delimita e fa campo d’azione, trasformando aggiungendo alla materia un significato che diventa messaggio di memoria dove l’oggetto trova accoglienza e cittadinanza, non per qualcosa che si può toccare, ma perché riverbera significato profondo secondo una precisa funzione che lo rende visibile e ineludibile di un destino, che non teme le ire del tempo e, secondo cui possederlo per osservandolo ti consente di immaginare un luogo vero solido e reale.

Nel Trecento l’Adriatico era una soglia più che un mare, che definiva una linea viva di traffici, sguardi e partenze, le due estremità, Brindisi e Durrës, funzionavano come porte aperte per chi doveva navigare in adriatico e, le navi della Repubblica di Venezia, facevano spola, portando merci, saperi e uomini dalla porta dell’Adriatico alla città più estrema di questo golfo profondo.

In questo flusso costante si inserisce una memoria stratificata nei secoli, fatta di giovani d’Albania, attratti e ben accolti nelle botteghe veneziane e, non erano soltanto manodopera, giacche erano preferiti come apprendisti, discepoli di arti e mestieri che Venezia custodiva con cura quasi ossessiva, finalizzata alla lavorazione del legno, del vetro, della pietra, del ferro, le tecniche di costruzione navale e decorativa.

Il patto era semplice e rigoroso, anni di apprendistato condiviso, spesso cinque, talvolta sette, sotto la guida di un maestro.

Un accordo che non era solo lavorativo, ma formativo e disciplinare ed entrare in una bottega significava entrare in una continuità, secondo cui imparare un’arte per poi trasmetterla, senza interrompere il filo della tradizione.

A Venezia questa presenza ha lasciato tracce toponomastiche e simboliche e, tra queste, Calle degli Albanesi, una strada che ancora oggi richiama quella comunità di giovani arrivati dal mare e assorbiti nel tessuto urbano della città, perché disciplinati ed attenti.

La calle degli Albanesi non descrive o ricorda solo un luogo, ma un passaggio storico e, l’approdo, l’iniziazione, l’inserimento in un sistema di saperi che poi ha dato continuità strica all’artigianato veneziano.

Nel tempo, quella circolazione di competenze ha contribuito a costruire la straordinaria continuità artigianale, dove l’arte non era separata dalla tecnica, e la tecnica non era separata dalla vita civile della città che non ha mai dimenticato quel patto.

Se oggi la Biennale di Venezia torna a dare spazio di confronto globale sull’arte contemporanea, lo fa anche su questa eredità invisibile e, l’idea che la città sia sempre stata un laboratorio aperto, costruito da incontri, migrazioni, apprendimento e scambio.

In questa chiave, il ricordo dei giovani apprendisti dell’Adriatico non è soltanto storia, ma è una forma chiusa, in tutto un patto antico che, vive nonostante lo scorrere del tempo e, continua a parlare nel presente, nelle mani che lavorano, nelle tecniche che resistono, nei luoghi che conservano nomi come se fossero eco di una bottega condivisa.

In questa rievocazione storica come non ricordare di Gjergo Kastriota, ricordato come “Atleta di Cristo”, protagonista della resistenza contro l’espansione dell’Impero Ottomano.

La memoria veneziana conserva tracce non solo nei documenti, ma anche nelle narrazioni di arrivi solenni, ambascerie, passaggi strategici condivisi, dove il mare diventava terreno di mediazione politica oltre che commerciale.

Oggi, quando un maestro proveniente dalle stesse regioni dei giovani apprendisti e dell’eroe Albanese, arriva a Venezia per depositare emblemi di un patto solidale, il gesto va interpretato come un’eco lontana di quella lunga relazione di arte e cooperazione.

Un filo che attraversa secoli diversi ma non si interrompe e, dalle botteghe alle diplomazie medievali, continua sino alle pratiche artistiche contemporanee che fanno memoria.

In questo senso la Biennale di Venezia diventa il luogo simbolico in cui queste stratificazioni riaffiorano, non come ricostruzione storica rigida, ma come un archivio aperto dove l’Adriatico non è più confine, ma memoria in movimento e, lo stesso mare ancora oggi, ancora una volta, avvicina Venezia e l’Albania grazie al maestro Milot.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi dei Balcani).

Napoli 2026-05-03

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IL MODERNO BRADISISMA MEDIATICO CHE STRAVOLGE LE RADICI DIASPORICHE surdalurà, vàftë nëdë fundj dèjtjtë e u pixëtë

IL MODERNO BRADISISMA MEDIATICO CHE STRAVOLGE LE RADICI DIASPORICHE surdalurà, vàftë nëdë fundj dèjtjtë e u pixëtë

Posted on 30 aprile 2026 by admin

Santa soofiaNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Il fenomeno a cui siamo invitati a osservare prima della messa domenicale non è soltanto una benedizione culturale, ma un segnale più profondo di frammentazione sociale e istituzionale, in tutto un bradisisma infernal-culturale senza precedenti.

Quando si parla di settorialismo e, ancor più se chiuso e ristretto chiuso, autoreferenziale e classista, si mette in luce una tendenza a rinchiudersi in forme rigide identitarie, incapaci di dialogare per evolversi.

E quando si approda senza alcuna mira di preservare tradizione di memoria si, finisce nell’atto di ridurla a gesto privo ogni senso diasporico come fecero i nostri avi.

In questo contesto, ciò che dovrebbe essere patrimonio condiviso da difendere, diventa un mero atto dispersivo, o di profonda esclusione di fatti, consuetudini dei luoghi dove si va a vagare con braccia conserte e capelli sciolti al vento del lavinaio.

Ed è proprio qui che emerge la dimensione più penosa, irriverente e indegna per un genere specifico e, che non solo mina la difesa delle radici, quanto la loro trasformazione in barriere di vanto smarrito.

Quando una comunità, qualunque essa sia, smette di interrogarsi, informarsi e confrontarsi, limitandosi a elevarsi sul baratro senza fondo immaginandolo teatro, reiterando se stesso, entra in una fase che potremmo definire terminale, non perché destinata a scomparire, ma perché sceglie di rimanere in equilibrio in quel non teatro che è un baratro di termine.

A rendere ancora più evidente questa crisi è il ruolo delle istituzioni e dei midia in generale e, questi, in particolar modo, invece di rappresentare un argine critico o un luogo di elaborazione, controllo, saggistica e collettivo, si limitano a riflettere e amplificare tale impoverimento egocentrico.

La conseguenza è una sorta di processione simbolica e, ogni attore o attrice istituzionale dirsi voglia, con quei gesti e con quel apparire disinvolto, compie il proprio gesto incauto colmo del distratto camminare, formalmente e sostanzialmente svuotato di morale, partecipando a una rappresentazione che ha perso il senso del sacro, della responsabilità e del valore del genere che fa quello spettacolo, specie se di un genere che un di sarà madre.

Non si tratta dunque di condannare una comunità o una tradizione in sé, ma denunciare una dinamica più ampia, la stessa per la quale un’identità e istituzioni, anziché farsi strumenti di apertura e crescita, si irrigidiscono e si consumano nella loro stessa ripetizione di gesti e atti impuri.

E finché questa logica non verrà messa in discussione, o i responsabili non avranno consapevolezza del violato, ogni tentativo di rinnovamento resterà superficiale, incapace di incidere davvero sulla conoscenza del pubblico pagante, visto che le riprese diventano sempre più alte, velate e poco chiare o focalizzate.

Serve allora uno scarto, una presa di coscienza che rompa il circolo dell’autoreferenzialità e solo così ciò che oggi appare come una processione di una casa svuotata potrà tornare a essere un percorso condiviso, vivo, e soprattutto significativo dell’essere diasporici.

Non è concepibile che chi va per illustrare non chieda cose, ma le impone e le descriva a suo piacimento, perché giusto sarebbe, entrare e chiedere lumi ai vecchi saggi e non accalappiare infanti per soggiogarli al volere dell’apparire dell’ignaro o della ignara viandante.

Se per fare Gjitonia si ha bisogno di sottotitoli e l’evidente controsenso che non fai parte del governo delle donne, ne hai titolo per esse un componente del senato degli uomini, perché loro storicamente sono famosi in quanto se parlano sanno come farsi ascoltare e capire con parole, gesti e garbo.

Nessuno di questi generi che cammina tra le strette vie del centro antico, non saluta porte e soglie di casa senza guardare le finestre e pur se vuote chiedere come state cosa fate e se tutto va per il meglio, perché i sotto titolati non sanno che solo così riceveranno risposte e accoglienza, materna.

Ma forse il mio è solo un sogno di saggio studioso preoccupato di aver lasciato i più discoli/e davanti al fuoco domestico, una paura inconscia lo perseguita, tuttavia al risveglio prende atto che per gli insegnamenti divulgati non credo sia mai possibile posano germogliare tanta infedeltà e non rispetto dei luoghi natii, da parte di nessuno.

Si questo dei media è solo un sogno un brutto sogno si questo è l’inferno che non sarà mai possibile se non nel mondo dei sogni che fa della Gjitonia luogo di perversione impossibile.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi degli arbëreşë).

Napoli 2026-04-08

 

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IL POZZO RIVERSO SENZA FONDO DOVE L’IGNARO DI TURNO CERCA LA ZETA SMARRITA Mosë ruei kialinë pësea atà cë je kërkonë hëshët nën këmbëvetë

IL POZZO RIVERSO SENZA FONDO DOVE L’IGNARO DI TURNO CERCA LA ZETA SMARRITA Mosë ruei kialinë pësea atà cë je kërkonë hëshët nën këmbëvetë

Posted on 29 aprile 2026 by admin

PozzoNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Il pozzo senza fondo in cui l’ignaro di turno si ostina a cercare una lettera mancante, nel nostro caso una “zeta” che non si lascia afferrare, non è soltanto una metafora efficace, ma la figura stessa di una ricerca che, nel campo della storia linguistica dei diasporici, si è spesso consumata senza approdare a una forma compiuta.

In questo spazio oscuro e stratificato si colloca anche la tensione intellettuale di chi è cresciuto diasporico ed è vissuto a formarsi in Napoli e, pur se nella capitale, muovendosi tra le lingue storiche indoeuropee, tentò un confronto che rimase inevitabilmente sospeso, non per mancanza di acutezza, ma per l’assenza di un terreno stabile su cui fissare la lingua stessa.

E quella dei diasporici del XIV secolo, che nei fatti del parlato, si presentava come una realtà eminentemente orale, disseminata in comunità diasporiche e priva, per troppo tempo, di una codificazione condivisa che ne permettesse la piena trascrizione.

Il limite non risiedeva tanto negli strumenti materiali della scrittura che pure se rilevanti in un’epoca in cui la tipografia seguiva standard rigidi, quanto nella natura frammentaria di una lingua che viveva nella memoria più che nella pagina.

La comparazione, allora, si trasformava in un esercizio incompiuto e, cercare corrispondenze senza poter stabilire un sistema, per questo oggi evocare affinità senza poterle consolidare in una norma solida, unitaria e condivisa.

In questo senso, il “pozzo senza fondo riverso” diventa il simbolo di una discontinuità strutturale, in cui la profondità della tradizione non si traduce in stratificazione scritta, ma resta dispersione, in forma di eco, per la sopravvivenza perché quella lettera sta nei piedi di chi guarda in alto nel pozzo riverso o contrario.

A ciò si aggiunge la complessità storica delle comunità tra meridione e Belcantistica, che segnano le dominazioni, gli adattamenti e le scelte dettate più dalla necessità riverenziale, che da un progetto culturale unitario.

L’esperienza Ottomano, contribuì a ridefinire equilibri, accentuando quella frattura tra continuità orale e istituzione scritta che ancora oggi aleggia in forma di percezione.

Così, la ricerca di una lettera perduta si rivela, in ultima analisi, la ricerca di una forma che la storia non ha mai completamente concesso: un tentativo di colmare un vuoto che non è soltanto grafico, ma profondamente storico e culturale.

Vi è una particolare figura, tanto ricorrente quanto poco confessata, che abita la tradizione degli studi umanistici e, il letterato che guarda nella direzione sbagliata.

Non si tratta di semplice distrazione, né di ingenuità metodologica, ma di un vero e proprio orientamento esistenziale che potremmo definire, con una certa indulgenza ironica, o errore verticale.

Tale errore si manifesta emblematicamente nella metafora del pozzo rovesciato senza fondo, immagine che consente di descrivere con precisione quasi topografica il paradosso della ricerca intellettuale quando essa si emancipa dalla realtà fino a perderla di vista.

Il pozzo, per sua natura, è struttura discendente e, si scava verso il basso per attingere a ciò che è nascosto ma essenziale, l’acqua.

Nel suo rovesciamento simbolico, esso diviene invece un condotto ascendente, oscuro e senza fine, una verticalità invertita che promette profondità ma concede soltanto altezza indefinita senza in punto luminoso e, il letterato, collocato ai piedi di questa struttura, inclina con lo sguardo verso l’alto, cerca la verità come se dovesse venire o essere cercata in una lontananza sempre più alta, in un punto che siccome si sottrae si ritiene sia elevato a oggetto di tensione assoluta o miracolo atteso.

L’ironia della situazione, tuttavia, risiede in un dato che sfugge al protagonista di questo esercizio contemplativo: ciò che egli cerca con tanta ostinazione è già presente, sedimentato ai suoi piedi.

Il sedimento, lungi dall’essere un residuo inerte, rappresenta qui la forma più concreta e stabile del senso; è ciò che resta dopo il passaggio del tempo, ciò che si deposita e, proprio per questo, si rende disponibile. La sua prossimità non lo rende meno significativo, ma semmai più esigente e, richiede uno sguardo capace di rinunciare all’enfasi dell’ascesa per accettare la modestia della constatazione.

Si potrebbe obiettare che la tensione verso l’alto costituisca una componente nobile dell’attività intellettuale, e ciò è indubbiamente vero.

Tuttavia, nel caso del nostro letterato, essa si trasforma in una forma di miopia selettiva, perché egli vede soltanto ciò che è lontano, e proprio per questo finisce per non vedere nulla.

Il pozzo rovesciato diviene allora non tanto uno strumento di conoscenza quanto un dispositivo di autoillusione, un’architettura simbolica che legittima l’incessante differimento della risposta.

In questo contesto si inserisce l’enigmatica “Z” che chiude il suo disperato e annaspante studio e, l’ultima lettera dell’alfabeto, può essere letta come figura della conclusione, ma anche come segno di esaurimento: non il coronamento di un percorso, bensì il suo arresto.

La “Z” non si trova in cima al pozzo, come il letterato sembrerebbe supporre, ma giace a terra, tra i sedimenti che egli ignora e calpesta e, rappresenta così una fine già disponibile, una chiusura che non richiede conquista ma riconoscimento.

Il carattere ironico della metafora emerge dunque nella sproporzione tra lo sforzo e l’oggetto e, quanto più il letterato si protende verso l’alto, tanto più si allontana da ciò che è immediatamente accessibile.

Il suo studio si fa “disperato e annaspante” non per la difficoltà intrinseca del problema, ma per l’ostinazione con cui egli rifiuta la soluzione più ovvia.

In tal senso, il pozzo rovesciato non è soltanto un’immagine della ricerca fallita, ma anche una critica implicita a una certa idea di profondità, che confonde la distanza con il valore e l’oscurità con la verità.

In conclusione, la metafora invita a una revisione del gesto conoscitivo, non ogni elevazione è progresso, non ogni lontananza è significato.

Talvolta, la vera difficoltà consiste nel piegare lo sguardo verso il basso, nel riconoscere che ciò che si cerca non si trova al termine di un’ascesa infinita, ma nella paziente evidenza di ciò che già si possiede.

Il letterato del pozzo rovesciato, se mai vorrà uscire dal proprio equivoco, dovrà imparare non a guardare più lontano, ma a guardare più vicino. operazione che, come ogni autentica svolta teorica, si rivela sorprendentemente ardua.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da senso e forma alle cose Diasporiche).

Napoli 2026-04-29

 

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LA TERRA CHE HA DIMENTICATO COME ABBRACCCIARE IL PARTENTE ARBËREŞË  Katundi imë u bë pisà lljtirëvetë

LA TERRA CHE HA DIMENTICATO COME ABBRACCCIARE IL PARTENTE ARBËREŞË Katundi imë u bë pisà lljtirëvetë

Posted on 25 aprile 2026 by admin

la chiesa che perde la faccia

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – C’è oggi un fervore nuovo, un pullulare di idee che, per ambizione o esaltazione indigena si ostina e mira a escludere quanti meriterebbero abbracci pubblici sul palco della vigilia del Santo Patrono, prima che si dia inizio alla fiaccolata.

Allora accade che in questo luogo di storico sapere, oggi si va avanti in precario equilibrio e senza tutela, dei valori identitari che si esaltano senza fondamento, giacché affidati a ignari e malevoli generi o, meglio, indegni condottieri/e che mirano a demolire la sostanza degli ambiti e delle cose per fare gioco con la pallina e i tre bicchieri scuri su cui puntare la dignità altrui.

Tutto questo naturalmente si concretizza in paradossi diffusi del nostro tempo o deriva alluvionale, secondo cui, le grandi e suggestive occasioni, sono consegnate sempre con raggiro a incompetenti sempre più fragili o fannulloni statici e pronti a cancellare il senso delle pieghe storiche che dovrebbero vitalizzare e sostenere.

È come se un infermo, pur consapevole della propria malattia e della possibilità di cura, si rivolgesse non al medico ma al ciabattino, confidando che basti la buona volontà a sostituire la conoscenza.

Così, le idee si deformano, si banalizzano, o peggio diventano strumenti nelle mani di faccendieri moderni, abili nel tessere trame ma incapaci di intrecciare un arazzo identitario e duraturo.

Anche in contesti culturalmente ricchi e stratificati, come quelli della diaspora, cresce con troppa enfasi un fiume in piena, dove figure cattedratiche più legate al prestigio formale che alla responsabilità intellettuale veritiera, sono preferiti ai “partenti con titoli di merito alti” che possiedono radici pronte a germogliare.

I Partenti, i veri e solidi custodi della preziosa memoria, oggi sottoposta al rischio della dimenticanza dei restanti, favoriti dall’ardire di accogliere figure che vivono nel sonno di nenia malefica dell’ischitano lljtirë.

Il vero nodo, allora, non è la mancanza di idee, ma la distanza tra chi potrebbe realizzarle perché a suo tempo ha saputo ascoltare il parlato arbëreşë e chi non sa oggi fare, penitente sosta davanti la soglia degli anziani che attendono di essere ascoltati.

E finché questa frattura persiste e avanza lenta, continueremo ad assistere a progetti incompiuti, potenziando dispersioni e raccogliendo attrezzi senza memoria del mostro faticoso e storico passato.

Perché le visioni, per essere realtà, esigono non solo passione mirata al mero guadagno, ma disciplina, studio e responsabilità, tutte le qualità che non si possono improvvisare e ne delegare agli inculturati di passaggio epocale.

Quando la deriva del tempo smarrisce il senso delle cose, accade che anche i luoghi più sacri vengano travolti da un rumore che non appartiene all’eco delle funzioni ecclesiali.

E se il manifesto che dovrebbe annunziare il natalizio, si limita a raccontare fiera senza gli emblemi di luce divina o terrena, palesando così il tempo che le istituzioni dovrebbero trovare riparo per continuare a svolgere ruolo e doveri di ufficio e non di libero arbitrio.

Non è soltanto il mutamento delle abitudini o il naturale scorrere delle epoche, ma è qualcosa di più profondo, infatti si tratta di una trasformazione che svuota i simboli, li sostituisce con apparenze fragili, spesso incoerenti e, talvolta persino irriverenti o blasfeme.

Così, davanti alle chiese, un tempo custode di silenzio, raccoglimento, mistero e devozione, sorgono mercati di dubbia operosità, che finiscono per coprire, annullare, cancellare ciò che la facciata stessa intendeva raccontare, quando era rappresentata a diffondere luce e accogliere tutti i fedeli danti all’altare.

Gli emblemi scolpiti nella pietra, le storie sacre affidate alle forme e ai segni, vengono cancellati o appiattiti se non addirittura rimossi per dare valore a disegni dissacranti, bancarelle e voci che nulla hanno a che vedere con il significato originario di questo luogo di memoria antica penosamente raffigurata senza una idonea prospettiva.

Il tempo prima e dopo del natalizio, avrebbe dovuto richiamare alla contemplazione, alla misura, a una gioia composta, ma si trasforma in frastuono disordinato, esaltazioni a rappresentare l’inferno, dove belati, richiami, abbuffate, un continuo vociare dei “nipoti stornati scambiati per nonni” richiamano più il consumo di vino nelle antiche cantine, che il raccoglimento di luogo sacro.

I canti sacri, che un tempo risuonavano come un filo invisibile capace di unire le persone in uno stesso sentimento, vengono coperti da suoni confusi e dissonanti, perdendo la loro funzione elevare per unire.

In questo scenario, anche ciò che dovrebbe custodire e indirizzare il senso del luogo, sembra talvolta smarrirsi sin anche, nelle figure di genere clericale, che dovrebbero essere esempio di sobrietà, custodia e guida, ma si dispongono e fanno di tutto per trascinare in contesti in cui non distingue più cosa è sacro e cosa significa profano, tra celebrazione e spettacolo perché tutti sono costretti a seguire i musici di genere tarantati e militarizzati.

Non si tratta di rifiutare il presente o di opporsi al cambiamento per principio, ma piuttosto, il rammarico nasce dalla perdita di un equilibrio, dalla sensazione che qualcosa di essenziale sia stato dimenticato, o continuamente violentato.

Quando ogni spazio diventa indistinto e vacuo, quando ogni momento è ridotto a occasione di consumo o intrattenimento, allora anche il valore dei luoghi si dissolve e, la chiesa non è più percepita come casa di silenzio e di incontro con il divino, ma come semplice scenario, contenitore come tanti, da riempire e scuotere della sua identità più profonda quando passa il carro dei rifiuti.

E come se la messa di pasqua sia stati il momento della truffa del diavolo, che invece di lasciare spazio al Gesù risorto, si è nascosto sotto i banchi e appena tutti sono tornati a casa, quel luogo è diventato un circolo infernale del fuoco governato da diavolo che prende le anime e lascia il corpo libero di fare quello che vuole.

È in questo smarrimento che nasce il desiderio di un ritorno all’ordine, non imposto, ma compreso, non rigido ma consapevole.

Un “miracolo”, forse, non nel senso straordinario del termine, ma come risveglio collettivo, secondo cui la capacità di riconoscere nuovamente ciò che merita rispetto, ciò che richiede misura, ciò che non può essere ridotto a semplice contorno.

Il “saggio partente” di cui si avverte la mancanza non è soltanto una figura, ma un principio, un nuovo inizio e, egli rappresenta la saggezza divina come quella che sa distinguere, rimette ogni cosa al proprio posto e, restituisce a ogni luogo il suo significato.

Quando la vergognosa deriva apparisce a realizza musei di operosità incerta, mercati davanti la chiesa che coprono, annullano o cancellano gli emblemi di facciata della chiesa, attenuando così sin anche il senso dei canti sacri, oltre il significato di quel natalizio con belati, abbuffate e cantinieri dei luoghi più blasfemi del genere umano e, se a tutto questo poi si aggiunge la irriverenza verso il santo da parte dei clerici e dei generi che segue i musicanti stonati di generi mal vestiti.

Questo dà la misura che è il tempo di chiedere un miracolo e sperare che il saggio partente ritorni a rimettere ordine a questo luogo ormai diventato la casa del diavolo e non la chiesa di Gesù cristo.

 

 

Senza questa consapevolezza, il rischio è che tutto diventi intercambiabile, che anche ciò che dovrebbe elevarci venga trascinato verso il basso, fino a perdere ogni differenza.

E allora sì, il rammarico si fa più profondo e greve, perché non riguarda soltanto l’estetica o l’ordine esteriore, ma il senso stesso del vivere insieme.

Ritrovare quel senso, restituire dignità ai luoghi e alle occasioni, significa anche restituire dignità a noi stessi, alla nostra capacità di riconoscere il valore delle cose oltre il loro uso immediato.

Forse non serve davvero attendere un miracolo, ma piuttosto coltivare uno sguardo diverso, uno sguardo capace di vedere, sotto il rumore e la confusione, ciò che ancora resiste e può essere salvato.

Da lì, con pazienza e responsabilità, può nascere un nuovo ordine, non imposto dall’alto, ma costruito nel rispetto e nella memoria di ciò che quei luoghi sono stati, e che, nonostante tutto, possono ancora tornare a essere vivi se diretti e proposti dal “Saggio Partente” diversamente apostrofato.

Lui per questo rappresenta un gesto di azione, anche se si è sentito dite lascia stare ormai l’inferno e stato costruito, vediamo sin dove arriva e quanti giri è profondo, poi ci adopereremo, magari benedicendolo perché e giusto che anche esso esista.

Ma il “Saggio Partente” neanche tutto questo approva e per questo compila questa diplomatica con la speranza del miracolo del richiamo abbia luogo, in questa terra che un dì era dolce e ora splende l’amaro.

 

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da senso e forma alle cose arbëreşë).

Napoli 2026-04-25

 

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SILENTE INTEGRAZIONE NEL REGNO DI NAPOLI CON ARBËREŞË PROTAGONISTI

SILENTE INTEGRAZIONE NEL REGNO DI NAPOLI CON ARBËREŞË PROTAGONISTI

Posted on 13 aprile 2026 by admin

CatturaàààNAPOLI (di Atanasio Arch. Pizzi) – Il golfo occhieggiante di vele, la citta adagiata lungo i fianchi e sulle vette dei sette colli, disposti ad accogliere chi cercava una patria nuova e, calmierare le volontà negate offrendo a sostegno un porto, dove sbarcare per fare vita serena sotto la luce dal sole.

Napoli così era anche in tutte le sue province, sin dai tempi dei suoi fondatori, sia per le caratteristiche climatiche, ambientali e territoriali sia per gli innumerevoli abbracci naturali che si disponevano luogo le spiagge fatte di terra e colline, dove da subito si avvertiva il valore di convivialità di luogo.

Tra tutte le popolazioni prima citate, resistono imperterrite, allo scorrere del tempo, le popolazioni diasporiche qui richieste, approdate e inseritesi perché nella loro terra madre tra Balcani e Grecia, non trovavano modello di vita conviviale.

Il centro antico di Neapolis, per la sua posizione baricentrica nello stivale mediterraneo, facilitò l’approdo e il passaggio di Romani, Greci, Longobardi, Arabi, Bizantini, Normanni, Francesi, Spagnoli, Austriaci e tante altre popolazioni e dinastie di rilievo.

Tutti questi popoli, depositarono temi indissolubili, i cui lasciti sono diventati forza comune della città e, tra questi a partire dal XII sino al XVII secolo, vanno ricordati gli antichi abitanti che vivevano in pena, tra i Balcani e la Grecia.

Le prospettive naturali, le strade, le piazze, gli edifici e gli elevati di culto; dal cuore ordinato e poi via, via, secondo un apparente disordine, raccontano attraverso le Carmina Convivalia l’identità dei residenti, di cui si nutrono i viandanti dalla breve esperienza turistica odierna.

La città metropolitana di oggi, il centro storico e quello antico di ieri, assieme ai numerosi centri vitali del regno, rappresentano i solchi, dove furono seminati i germogli dell’integrazione mediterranea, racchiusa ancora oggi nel silenzio, tra i plateai e gli stenopoi del centro antico, sotto la vigile prospettiva delle aquile bicipiti della porta di Castel Sant’Elmo, sino a Castel Capuano.

Gli episodi di convivenza e cooperazione, che caratterizzano il centro antico, corrono a monte della via Furcillense secondo processi di tutela cristallizzati e notoriamente diffusi; diversamente accade nell’edificato che dalla Furcillense (oggi Spaccanapoli) a scendere va verso il mare e, ad oggi non ricordati, pur avendo avuto ruolo cruciale di tessitura fatta di sudore sangue e gloria smarrita.

Va in oltre precisato che il Regno di Napoli fu sotto gli Angioini dal 1266, quando Carlo I d’Angiò conquistò il potere.

Nel 1442 passò agli Aragonesi perché l’ultima regina, Giovanna II d’Angiò, morì senza eredi e ci furono lotte per la successione, di cui ebbe agio Alfonso V d’Aragona, che conquistò il regno e, fu uno dei sovrani più potenti del XVI secolo.

Un immenso impero che comprendeva territori in Europa e nelle Americhe e, per questo si diceva che nel suo dominio “il sole non tramontava mai”, perché in qualche parte dei suoi territori era sempre giorno e il suo emblema rappresentativo che vi appose anche nella Porta Capuana era per l’appunto l’aquila bicipite.

Dal regno di Carlo V (fino al 1556), passò al figlio Filippo II di Spagna, rimanendo, governata da viceré per circa due secoli.

Dopo la Guerra di successione spagnola, nel 1707 il Regno di Napoli passò agli Asburgo d’Austria, sotto Carlo VI d’Asburgo.

Infine, nel 1734, durante la Guerra di successione polacca, Carlo di Borbone conquistò Napoli e con Carlo III sotto la regia della madre Farnese inizio una nuova era per il regno.

Nella citazione di governo viene posto in rilievo il passaggio di testimone imperiale tra la dinastia Angioina e quella Aragonese, avvenuto a seguito della battaglia di Terra Strutta, combattuta al confine tra Campania e Puglia, nei territori dei comuni di Greci (AV) e Troia (FG), nell’agosto del 1462, grazie anche alla fedele partecipazione di Giorgio Castriota e dei suoi inarrivabili atleti combattenti e, gli ispanici riuscirono a insediarsi sul trono di Napoli.

Di tale evento restano le fusioni bronzee della Porta del Maschio Angioino e l’attuazione dei principi dell’Ordine del Drago, che dal 1469 accolsero la vedova del condottiero a Napoli e gli eredi diasporici delle terre d’oltre Adriatico, che vivevano in terra natia, un contesto di memoria, credenza e repressione.

Questo insieme di eventi compreso l’insediamento di Carlo III segnano, i momenti cruciali attraverso cui Napoli assume una nuova veste politica e culturale.

La città fu influenzata sia dalle correnti ispaniche sia dalla volontà di re Carlo III e della madre dei Farnese emiliane istituendo così una guardia personale, da cui nasce la Real Macedone: un corpo di atleti combattenti di origine Balcana di grande stazza, insediati a Napoli e, con le rispettive famiglie in un contesto di sicurezza organizzata, secondo insediamento appositamente realizzato in Abruzzo e ispirato ai modelli delle comunità arbëreşë, già diffusi nel Regno.

Il concilio di Trento e lo Scisma d’Oriente, tra la Chiesa d’Occidente (latina) e quella d’Oriente (bizantina) rimasero divise, sviluppando tradizioni teologiche e liturgiche proprie.

Nel XV secolo, i Concilio se da una parte liberarono i vescovati dall’altra innescarono una riunificazione, con relativo successo a causa delle resistenze nel mondo ortodosso.

Il “papa dei Farnese” era Papa Paolo III (nome di nascita Alessandro Farnese) e, fu papa dal 1534 al 1549 ed è uno dei pontefici più importanti del Rinascimento.

Nei secoli successivi, famiglie influenti come i Farnese, apparentati con i Rodotà ebbero un ruolo importante nella Chiesa cattolica, ma non furono protagoniste di un reale processo di unione con l’Oriente cristiano.

Della famiglia Farnese, l’ultimo duca fu Antonio Farnese, morto nel 1731 senza eredi e, i loro territori (come Parma e Piacenza) passarono ai Borbone.

Di conseguenza, il rapporto tra le due Chiese seguì un percorso continuo di integrazione, caratterizzato da tentativi isolati di dialogo e svelature storiche ai tempi di Carlo III o subito dopo.

Una lettura attenta di Napoli, dalla sua eredità culturale fino alla visione illuminata che si potrebbe associare simbolicamente alla guida di un sovrano come Carlo III, invita a considerare alcune distanze non solo fisiche ma anche ideali.

Dal museo, antica sede della cultura e della memoria, si misura un miglio napoletano verso l’Albergo dei Poveri, in un percorso che segue il sorgere del sole, quasi a indicare una tensione verso il rinnovamento e la dignità umana. Un altro miglio, tracciato perpendicolarmente, conduce invece verso la sede reale, luogo del potere e dell’ordine, che sembra orientarsi verso un abbraccio spirituale, sempre seguendo il sole di San Francesco, simbolo di umiltà, compassione e abbraccio ideale esteso davanti al sagrato delle chiesa alui dedicata.

In questo incrocio di direzioni si disegna un ideale equilibrio tra sapere, giustizia e carità, dove la città diventa misura armonica tra terra e aspirazione.

L’attività culturale avviata a Napoli in età borbonica innescò anche per questo, importanti processi formativi che si diffusero in tutto il Regno.

Con il ritorno di Carlo III alla guida della monarchia ispanica, i Borbone sostennero una più strutturata politica di rigore economico, il cui punto di svolta fu la Rivoluzione del 1799.

Gli effetti di tali fermenti si riflessero nel Decennio francese, nei moti del 1821 e nella rivoluzione del 1848, fino al processo che portò all’Unità d’Italia, prima con Torino e poi con Roma capitale.

In questo lungo partenopeo di sviluppo culturale, le comunità diasporiche arbëreşë diedero un contributo significativo alle vicende culturali e scientifiche, partecipando attivamente alla crescita del sapere e all’affermazione dell’Italia come riferimento europeo di innovamento.

In un successivo approfondimento si potranno evidenziare figure, conquiste e processi sviluppo scientifico, culturale e di credenza, che indirizzarono studiosi da tutta Europa verso Napoli, dove figure prime di origine arbëreşe risultavano essere fulcro di questo turismo culturale, lo stesso che poi era riversato nei salotti culturali di Europa.

 

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                                               Napoli 20206-04-14

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deradas

SFORTUNATA È LA TERRA CHE HA BISOGNO DI UN SOLO EROE spàturnatë hëshëtë kushë nënghë ka gjitonij

Posted on 12 aprile 2026 by admin

deradasNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – L’assunto secondo cui “la terra che ha bisogno di un eroe è una terra sfortunata” appartiene a una tradizione di pensiero filosofico che, nel suo nucleo originario, intende esaltare le condizioni di fragilità strutturale di una comunità che delega la propria continuità storica a una sola figura ritenendola eccezionale.

Immaginare che chi è restato dove i diasporici preferirono la via della ragione e non l’ostinazione di restanti con l’idea che la luna prima o poi li avrebbe illuminati da la misura di chi sono “i partenti arbëreşë” e “i restanti albanesi”.

Una società giusta non dovrebbe aver bisogno di figure straordinarie per funzionare e vivere di sola gloria illusoria, viste le gesta storiche del vecchio continente passate e recenti, tantomeno di un solo eroe.

Tuttavia, quando tale formula viene applicata in modo meccanico arbitrario e ostinato nel campo delle culture, e in particolare alla tradizione letteraria e intellettuale Albanese si rischia di rendersi strumento stonato o semplificazione del proprio intelletto e di quelli che lo potrebbero accogliere,

Nel caso degli studi e delle pratiche discorsive che hanno costruito la figura dell’unico arrampicatore culturale eletto a emblema centrale indissolubile della produzione culturale, è necessario distinguere tra due livelli interpretativi e, se da un lato la dinamica interna alla cultura letteraria, seleziona, canonizza e rende paradigmatiche l’opera divulgativa di chi scrive solamente a condensare figura eccellente un “eroe culturale”.

L’operazione di canonizzazione del prescelto non è di per sé indicativa di una “sfortuna operativa e sociale”, ma endemia o pandemia culturale della regione storica diffusa, bensì di un processo tipico delle culture letterarie vuote, di cui vive chi deve costruire genealogie, punti e nodi simbolici attorno ai quali organizzare gli “acculturati o letterati della Z perduta”.

In questo senso, l’eroe culturale non è necessariamente il segno di una mancanza strutturale, ma piuttosto l’effetto di una strategia di visibilità e sopravvivenza simbolica all’interno di contesti periferici rispetto ai centri di produzione culturali che hanno le capitali dove questi errorucci culturali si dileguavano quando sentivano l’eco delle rivolte.

L’errore interpretativo consiste nel sovrapporre il piano della rappresentazione a quello della condizione reale e, dire che una cultura è “sfortunata” perché necessita di figure eroiche significa assumere che le culture egemoni non producano tali figure o non ne abbiano bisogno, quando invece ogni tradizione linguistica costruisce propri dispositivi eroicizzanti, che la storia del vecchio continente ricorda in forma di masse diasporiche.

L’eroe unico, dunque, è indice di debolezza, ma struttura ricorrente di legittimazione culturale e con “uno” si segnala la povertà culturale e la tensione costante della marginalità storica.

Le comunità diasporiche, disperse e per questo minoritarie, hanno sviluppato forme di resistenza culturale che si esprimono proprio attraverso la letteratura, la poesia, il canto, la filologia, la scienza esatta, l’editoria e, in tale prospettiva, l’eroizzazione degli intellettuali non è un sintomo patologico, ma una modalità di conservazione e trasmissione della memoria.

È tuttavia legittimo interrogarsi criticamente sul modo in cui gli ambienti accademici contemporanei costruiscono tali figure e perché si ostinano a valorizzarne solo una.

Quando una tradizione viene ridotta a un singolo nome, si produce un effetto di semplificazione che può oscurare la pluralità interna della cultura e di tutte le materie che la compongono, dove l’insieme di autori contribuirebbe alla continuità della tradizione.

In questo senso, la “sfortuna” non appartiene alla cultura in sé, ma al rischio epistemologico della sua riduzione interpretativa, degli eletti accademici che vivono secondo il protocollo della continua ricerca di una Z perduta.

Ne deriva che il cosiddetto “teorema dell’eroe” non può essere assunto come criterio diagnostico della vitalità di una cultura forte e solidamente sostenuta.

Mentre con l’eroe solitario si storicizza una forma di pensiero che riflette una singolare visione modernista della storia, centrata sull’eccezionalità individuale.

Applicarlo rigidamente alle culture diasporiche significa riprodurre, involontariamente, una gerarchia implicita tra culture “complete” e culture “dipendenti dall’eroe”, e questo palesa una gerarchia che non trova fondamento né sul piano storico né su quello antropologico.

In conclusione, la figura del mugnaio matto e la sua esaltazione da parte di intellettuali e accademici non sono il segno di una “terra sfortunata”, ma piuttosto l’indicatore di un processo di costruzione identitaria che, come in ogni tradizione culturale, alterna pluralità diffusa e focalizzazione simbolica.

L’analisi critica deve dunque spostarsi dalla presunta cultura alla comprensione dei meccanismi inclusivi, in grado di allestire centri di gravità narrativi senza alcuna forma di inferiorità o di destino unitario.

Alla luce delle considerazioni citate, emerge con chiarezza l’esigenza di ripensare i rapporti tra le diverse tradizioni disciplinari che, nel corso dei secoli, hanno contribuito alla formazione del sapere linguistico, filologico, scientifico ed editoriale.

Non si tratta di stabilire gerarchie tra saperi, né di contrapporre in modo semplicistico le discipline tra loro, quanto piuttosto di riconoscere la natura stratificata e interdipendente di queste competenze.

In particolare, appare necessario sottolineare come alcuni settori della linguistica contemporanea, soprattutto laddove si siano progressivamente chiusi ed egocentrici, corrano il rischino di perdere il contatto con la più ampia storia delle pratiche testuali, editoriali e pedagogiche, che hanno costituito il fondamento stesso delle discipline umanistiche occidentali.

La tradizione degli studi del greco e del latino, così come le pratiche della trasmissione manoscritta, dell’edizione critica e della formazione scolastica classica, rappresentano infatti un patrimonio metodologico e concettuale che non può essere ridotto a semplice antecedente storico.

Parallelamente, la storia dell’editoria e delle tecniche di trasmissione del sapere mostra come la costruzione del testo, la sua stabilizzazione e la sua diffusione siano processi complessi, nei quali confluiscono competenze filologiche, pedagogiche e storiche.

Ignorare tale intreccio significa rinunciare a una comprensione piena delle modalità attraverso cui il sapere si è consolidato e trasformato nel tempo.

In questo quadro, il dialogo tra discipline assume un valore decisivo e, l’isolamento accademico, quando conduce a una visione parziale o autosufficiente del proprio oggetto di studio, limita la possibilità di cogliere la complessità dei fenomeni culturali.

Al contrario, una prospettiva realmente interdisciplinare, consente di mettere in relazione la linguistica teorica con la filologia, la storia dell’educazione, la storia del libro e delle istituzioni culturali, restituendo profondità storica e ampiezza interpretativa all’analisi.

Non meno rilevante è il ruolo delle tradizioni intellettuali che, in forme diverse e talvolta tra loro distanti, hanno contribuito alla conservazione e alla trasmissione del sapere antico in continuo progredire con i bisogni moderni.

Anche quando mediate da istituzioni ecclesiastiche o da figure legate alla cultura religiosa, tali tradizioni hanno svolto una funzione storicamente determinante nella preservazione dei testi e nella loro rielaborazione critica.

Una lettura equilibrata di questi processi richiede il superare, tanto le semplificazioni celebrative quanto le riduzioni polemiche.

In conclusione, ciò che emerge è la necessità di una visione integrata delle discipline tutte e, capace di riconoscere la continuità storica dei saperi, al tempo stesso, la specificità dei diversi approcci metodologici.

Solo attraverso un simile sguardo complessivo è possibile evitare frammentazioni eccessive e restituire al lavoro scientifico e, alla cultura ampia la sua piena complessità culturale, che non ha bisogno di un eroe, ma di molte epoche illuminate.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi degli arbëreşë).

Napoli 2026-04-08

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DA ATANASIO È MUTO AL PROF CHE NON PARLA COME NONNA PASSA MEZZO SECOLO Shanasi hështë munghë i jatrio nhdë scolë nënghë fietë si nana scògnenë dj shët viet e nëndë

DA ATANASIO È MUTO AL PROF CHE NON PARLA COME NONNA PASSA MEZZO SECOLO Shanasi hështë munghë i jatrio nhdë scolë nënghë fietë si nana scògnenë dj shët viet e nëndë

Posted on 10 aprile 2026 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La regione storica diffusa e sostenuta in arbëreşë vive oggi una deriva accentuata, dal ruolo assunto delle istituzioni tutte.

Se da un lato si parla con speranza di un rilancio degli studi di albanistici e dell’arbëreshità, con editi a dir poco paradossali e scritti senza regole, dall’altro emerge una lingua albanese standard che spesso non trova reale riscontro nella complessa realtà linguistica arbëreşe.

Ma è ben nota agli studiosi del settore assieme ai ricercatori storici che lo parlano perfettamente senza inflessione alcuna perché un progetto fatto in casa dalla propria madre il proprio padre e tutti i parenti connessi.

Negli ultimi anni si assiste a una crescente proliferazione di convegni, incontri e iniziative dedicate alla valorizzazione dell’arbëreşë e, più in generale, definiti in prospettiva Albanistica con editi a dir poco strani.

In questi contesti emerge spesso una posizione o necessità di trasmettere alle nuove generazioni la lingua arbëreşe attraverso la scuola dell’obbligo, i percorsi universitari o le organizzazioni civili e clericali di luogo, specie quando inizia la stagione corta.

Questa prospettiva viene presentata come una risposta alla progressiva perdita linguistica e culturale che interessa le comunità.

Tuttavia, di fronte a questo entusiasmo istituzionale e accademico di stagione invernale, si impone un interrogativo di natura storica e culturale che non può essere ignorato, ovvero; se l’arbëreşë, nella sua forma autentica e viva, non è mai stato una lingua scolastica di alcuna radice dal XIV secolo ad oggi e, la sua trasmissione è sempre avvenuta all’interno della famiglia, nel contesto domestico e comunitario, attraverso un processo naturale, spontaneo e quotidiano, perché oggi non si dà agio a questo protocollo.

È proprio questa modalità di trasmissione che ne ha garantito la sopravvivenza per secoli, preservandone il legame profondo con l’identità culturale.

Alla luce di ciò, appare legittimo chiedersi se l’attuale modello di “rilancio” non rischi di essere, almeno in parte, fuorviante e, insegnare l’arbëreşë come una lingua codificata, spesso filtrata attraverso l’albanese standard, può produrre una distanza tra la lingua insegnata e quella realmente parlata che urge, perché ormai in via di scomparsa, nelle comunità.

Inoltre, non si può ignorare il fatto che molti studiosi di Albanistica, pur dotati di solide competenze teoriche, non possiedono, conoscenza, e quello che più conta, ovvero: non esiste titolo o titoli specifici in arbëreşe.

Da qui nasce una riflessione critica, secondo cui è davvero possibile “salvare” una lingua trasferendone la responsabilità quasi esclusivamente alle istituzioni.

Oppure sarebbe necessario ripensare le strategie, restituendo un ruolo centrale alla famiglia e alla comunità come luoghi primari della trasmissione linguistica.

Forse il primo passo non è quello di introdurre l’arbëreşë nelle aule, ma di ricreare le condizioni del passato, affinché esse possa tornare a parlato nelle case, tra genitori e figli, nelle relazioni quotidiane con i vicini di casa o di condominio moderno, perché solo una lingua vissuta può essere realmente appresa e interiorizzata; una lingua insegnata, se priva di contesto vitale, rischia di ridursi a esercizio inutile e forviante.

Ciò non significa escludere il ruolo della scuola o dell’università, ma piuttosto ridefinirlo e, non come sostituto della trasmissione familiare, bensì come supporto, come spazio di riflessione, documentazione e valorizzazione di una realtà linguistica già esistente.

Senza questa base, ogni tentativo di rilancio rischia di restare un’operazione teorica, lontana dalla realtà concreta delle comunità.

Questa riflessione o, meglio, questo progetto non nasce da una presa di posizione meramente professionale, ma al contrario, si fonda su una duplice esperienza, ovvero: quella del rilevatore storico, del progettista e parlante che pensa e immagina in arbëreşe.

È proprio a partire da questa consapevolezza saggia che si può affermare, senza timore di errore, che la il pensiero il parlato e l’ascolto arbëreşë non è soltanto una filiera per comunicare, ma un progetto glottologico essenziale, capace di definire il rapporto tra l’essere umano, la natura e l’ambiente in cui vive.

In questa prospettiva, la lingua non è un semplice codice, ma un sistema di visione del mondo, secondo una prospettiva o linea di pensiero che richiama, per certi aspetti, le intuizioni dei Fratelli Grimm, con la lingua germanica e, si potrebbe immaginare l’avvio di un progetto fondato sull’ascolto e sul parlato, più che sulla codificazione astratta.

In cui la radice si conserva negli elementi che fanno il corpo umano e dei suoi generi associato all’ambiente nature e le cose che lo fanno vivere fraternamente alla natura.

Un progetto che privilegi la lingua viva, quella trasmessa oralmente, radicata nei gesti quotidiani e nelle relazioni di eventi naturali di memoria e parlato della famiglia, oltre i luoghi di confronto locale.

Un simile approccio eviterebbe anche un altro rischio, che si evidenzia quando si cambia la mira e l’attenzione esclusivamente verso le terre di origine, da cui le comunità arbëreşë partirono, fuggendo per sottrarsi a sistemi di credenze e consuetudini percepite come oppressive o non più condivisibili.

La memoria di quella fuga è certamente parte dell’identità arbëreşe, ma oggi e paradossale che sia l’unica via di riferimento per sostenerla.

Al contrario, il progetto dovrebbe concentrarsi sulla realtà attuale delle comunità, sul loro patrimonio linguistico così come è vissuto oggi, senza forzature né idealizzazioni, all’interno delle proprie famiglie spece quando i genitori sono portatori sani di alloglottologia.

Solo attraverso un lavoro di ascolto autentico e di restituzione del parlato si può pensare a una trasmissione “definitiva”, cioè radicata, concreta e duratura secondo la radice originaria.

In questo senso, la lingua arbëreşe non va ricostruita a tavolino o disegnata con sottotitoli ignoti, ma riconosciuta nella sua esistenza viva.

E proprio da questa visione che bisogna ripartire, se si vuole evitare che ogni tentativo di valorizzazione resti un esercizio teorico, lontano dalla realtà.

Il presente lavoro mira ad analizzare la lingua arbëreşë e i suoi problemi di continuità generazionale, non soltanto come codice linguistico, ma come espressione complessa di un sistema culturale radicato nella vita comunitaria delle popolazioni diasporica in Italia meridionale.

In questa prospettiva, l’arbëreşe emerge come elemento identitario che non può essere separato dalle strutture sociali che ne hanno garantito storicamente la trasmissione, nello specifico la famiglia e la Gjitonia, intese entrambi come forma di organizzazione comunitaria e spazio educativo unico solidale ed indivisibile.

Dall’analisi svolta è emerso come la progressiva riduzione dell’uso intergenerazionale della lingua rappresenti uno dei principali fattori di vulnerabilità del patrimonio linguistico arbëreşe.

Tale processo non è riconducibile a una semplice sostituzione linguistica, bensì a una trasformazione più ampia dei modelli di socializzazione, che ha inciso profondamente sulle modalità tradizionali di trasmissione culturale.

In questo contesto, la famiglia ha progressivamente perso la sua funzione di primo ambiente di acquisizione linguistica, mentre la Gjitonia, un tempo nucleo vitale di coesione sociale e riproduzione culturale, ha subito un processo di velatura e cancellazione.

Rappresentando la Gjitonia, non una dimensione spaziale di prossimità, ma un vero e proprio sistema relazionale fondato sulla condivisione quotidiana di pratiche, valori e saperi e, costituendo un ambiente in cui la lingua non veniva semplicemente insegnata, ma vissuta come parte integrante dell’esperienza comunitaria.

In tale sistema, le donne ricoprivano spesso un ruolo centrale nella trasmissione linguistica e culturale, contribuendo alla continuità generazionale attraverso pratiche orali, rituali domestici e forme di socializzazione quotidiana.

La dissoluzione progressiva di tale struttura ha determinato una frammentazione dei canali informali di trasmissione, con conseguenze dirette sulla vitalità dell’arbëreşe.

Nonostante ciò, le politiche di tutela delle minoranze linguistiche e l’introduzione dell’insegnamento nelle istituzioni scolastiche dell’obbligo all’indomani della posa in essere della legge 482/99, hanno rappresentato un passaggio fondamentale per il riconoscimento formale della lingua, infatti quanti vivevano tale esperienza riferivano che gli insegnati non parlassero come facevano le madri o le nonne e gli alunni preferivano uscire dall’aula e giocare a pallone.

Certamente, il passaggio dalla legge degli alloglotti della fine degli anni Cinquanta del secolo scorso ai primi anni del nuovo millennio non è qualcosa che si possa ascoltare o raccontare con leggerezza.

Quella legge nasceva con un intento preciso e, mirava ad evitare che gli insegnanti delle scuole elementari scambiassero per muti quegli alunni che semplicemente non parlavano italiano, ma la lingua della loro casa, della madre, della nonna, dei parenti.

Era un’Italia diversa, attraversata da, identità radicate nei territori e, i bambini arrivavano a scuola portando con sé un mondo linguistico ricco, ma spesso incomprensibile per chi insegnava, cercando, almeno nelle intenzioni, di colmare quella distanza, di impedire che il silenzio fosse scambiato per incapacità.

Eppure, entrando nel nuovo secolo, intorno al 2003, il racconto che emerge è tutt’altro che rassicurante.

Gli allievi iniziano a dire qualcosa di diverso, quasi paradossale e, non erano più loro a non parlare la lingua della scuola, ma sembrava che fosse il corpo insegnante a non parlare quella di casa e quindi non più solo una distanza linguistica, ma una distanza umana, culturale, relazionale.

E non erano pochi quelli che preferivano scegliere di giocare a pallone invece di ascoltare il professore che non parlava come le mamme e le nonne degli allievi.

Il problema non era più il dialetto o la lingua d’origine, ma era come se si fosse instaurato un nuovo tipo di silenzio, che si concretizzava nell’indifferenza e, gli studenti raccontano di non riconoscere negli insegnanti una voce familiare, una presenza capace di entrare in relazione con il loro mondo.

Non si trattava più di tradurre parole, ma di comprendere esperienze, contesti, vissuti e, ciò che più colpisce è che tutto questo sembra essere avvenuto senza particolare scandalo, senza vergogna collettiva, come se, nel tempo, ci si fosse abituati a una scuola che parla, ma non ascolta davvero; che insegna, ma non sempre comunica.

Così, il confronto tra quei due momenti storici mette in luce un cambiamento profondo, secondo cui il ieri cercava di dare voce a chi non veniva capito; oggi, invece, si rischia di non accorgersi più di chi, pur parlando, non viene ascoltato.

Tuttavia, la sola istituzionalizzazione non appare sufficiente a garantire la piena continuità linguistica, poiché essa non riesce a sostituire la dimensione affettiva, quotidiana e relazionale che caratterizzava la trasmissione originaria.

La scuola, in questo senso, può costituire un importante presidio di conservazione e valorizzazione, ma necessita di essere integrata con pratiche comunitarie e familiari che restituiscano alla lingua la sua funzione sociale originaria.

Alla luce di queste considerazioni, la prospettiva di rigenerazione dell’arbëreşe non può limitarsi a un approccio conservativo, ma deve orientarsi verso la ricostruzione di spazi sociali in cui la lingua possa tornare a essere praticata.

In tale direzione, la riattivazione contemporanea della Gjitonia, intesa non come replica nostalgica del passato, ma come rielaborazione attuale di forme di prossimità comunitaria, può rappresentare un elemento strategico fondamentale.

Parallelamente, il rafforzamento del ruolo della famiglia come luogo primario di trasmissione linguistica e la promozione di pratiche intergenerazionali possono contribuire a ricostruire un tessuto sociale favorevole alla vitalità dell’arbëreşe.

In conclusione, la sopravvivenza della lingua arbëreşe dipende in larga misura dalla capacità delle comunità di ricostruire e mantenere attivi i propri dispositivi sociali di trasmissione culturale.

La lingua non può essere considerata un semplice oggetto di conservazione museale, ma deve essere compresa come un organismo vivente, la cui continuità è strettamente legata alla densità delle relazioni umane che la sostengono.

In questa prospettiva, la famiglia e la Gjitonia non rappresentano soltanto eredità del passato, ma una potenziali architettura del futuro e, solo un progetto multidisciplinare sarà in grado di restituire all’arbëreşe la sua funzione originaria di lingua vissuta, condivisa e quotidianamente parlata ascoltata e praticata.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Maestro acquafortista che da forma ai trascorsi degli arbëreşë).

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