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TROVATA LA CHIAVE DELLA SCUOLA IN TERRA DI SOFIA ORA RICOMINCIA LA STORIA thë shiurbiaritë me crundie the mirë pà mielë

TROVATA LA CHIAVE DELLA SCUOLA IN TERRA DI SOFIA ORA RICOMINCIA LA STORIA thë shiurbiaritë me crundie the mirë pà mielë

Posted on 07 agosto 2025 by admin

NAPOLI (Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Le Terre di Sofia storicamente famose per le scuole che qui formavano i più solidi cultori arbëreşë di Calabria citeriore, secondo pensieri avveniristici e di formazione, greca, latina in solido progetto sociale e paritario.

Un centro del sapere unico e indivisibile, capace di formare figure secondo parlato, ascolto, religione, società e identità in tessitura educativa, profonda e duratura, che ebbero il loro risultato con le generazioni in grado di segnare indelebilmente la storia.

Ma dal 1799, e poi nel successivo decennio francese, si persero le chiavi di questa scuola e, la sua fiamma, iniziò ad affievolirsi, intraprendendo una lenta china e, da allora, solo un ristretto numero di figure hanno saputo distinguersi con dignità e nobiltà, avendo modo di tenere alta una tradizione meritava ben altra sorte.

Si giunge così al 1994, anno in cui la pena si fa ancor più pregnante e, la gestione di ciò che restava fu affidata ai meno adatti, ispirati dal vento e le movenze Albanistiche, le stesse prive di memoria e consapevolezza del ruolo affidatole.

Senza radici né visione, ogni legame autentico con la cultura arbëreşë venne dissipato, lasciando dietro di sé un vuoto difficile da colmare.

Una china che ha ridotto la memoria a ridicole attività, svuotate di senso, che non trovano agio né in casa né sulla strada e, sin anche nella chiesa, dove le processioni, un tempo sacre, si sono trasformate in manifestazioni a dir poco egocentriche, lontane da ogni spirito di credenza.

Il dato più allarmante è che tutto ciò denota una profonda mancanza di formazione, in ogni genere di conduzione: scolastica, culturale, religiosa, ma soprattutto civile, che denota non solo la esile competenza, ma anche la perdita del senso del rispetto verso la collettività.

Gli appuntamenti storici, oggi, esaltano i vili e dimenticano i pionieri, celebrando chi resta e fa “restanza”, ignorando ed ostacolando chi prova a fare formazione, chi costruisce o semina arando la terra buona per il futuro.

Eppure la prospettiva che fa intravedere un barlume di luce potrebbe far nascere un’inversione di rotta, quella capace di dare senso alla consuetudine, alla credenza, al parlato e alla cultura, perché ogni identità, se non opportunamente studiata termina per essere esclusivamente caricatura.

In questi Katundë dove il sole batte su pietre antiche e lingue spezzate, si celebra l’effimero,
come fosse verità scolpita.

Si vestono giorni di maschere nuove, di riti copiati, svuotati, inventati, mentre la memoria vera, quella dei padri, muore si accantona dopo pur se grida le memorie diventa e trasforma tutto in silenzio.

Chi tiene le chiavi della cultura non ascolta le voci dei nonni, ma costruisce castelli d’aria, con parole estranee al sangue.

Tradizioni ridotte a spettacolo, costumi indossati senza storia, nomi cambiati, usanze ricreate da chi non sa, ma comanda.

E la regione storica si sfalda, come un tessuto lasciato al vento, perché chi dovrebbe custodirla la riscrive senza conoscerla.

Ma c’è chi ancora, nel cuore, ricorda canti mai scritti, gesti antichi come la terra, e li serba, lontano dal clamore.

Ogni estate, nei paesi è un mercato d’ombre colorate, di suoni finti, di danze scollegate dalla linfa che un tempo le nutriva.

È una festa per chi passa e non resta, per il turista della breve sosta, per il viandante distratto che applaude, ma non capisce.

Non è più rito, è spettacolo da locandina, la cultura svenduta a buon prezzo perché l’applauso vale più della verità.

Le parole non trovano palco né microfono, mentre chi dirige la “tradizione” ne conosce solo la superficie.

Tutto questo per fare solo vetrina, di un’eco lontana truccata per fare scena, mentre chi ricorda davvero, viene zittito, o peggio: ignorato e lasciato in un angolo mentre riceve abbracci materni da madre cultura.

E onde evitare il continuo ripetersi lo stato di fatto è opportuno precisare che la memoria non si compra, non si ricama su un abito nuovo, e tanto memo si può assegnare a nome e per conto di improvvisate associazioni di faccendieri culturali senza alcun titolo o merito di studio che si nutrono di falsa cultura travestita per nascondere la verità e quando tutto appare evidente palesano tutte le nudità di vergogna.

Per conto e per nome della cultura, parla chi non ha mai ascoltato, dirige chi non è maestro, racconta la storia chi non sa nemmeno dove inizia e scrivono con l’inchiostro del sudore altrui.

Si riempiono i palchi di finzioni travestite da tradizione, mentre i sapienti tacciono, tenuti fuori, esclusi, dimenticati e tenuti fuori dall’agro della cultura sin anche con gli abbai dei cani randagi loro amici.

Ogni cosa è fatta da chi meno dovrebbe farla, e intanto si spengono le fioche luci del passato, perché non serve sapere, basta apparire, non serve custodire, basta vendere basta onorare gli ultimi per avere voti e preferenza al tempo delle elezioni.

Altra pena infinita è l’allestire musei del costume e biblioteche a opera di figure che non sanno tessere cucire o riconoscere colori, gli stessi che non conoscono il postulato dell’ascolto del parlato e non sanno sin anche leggere gli scritti in italiano corrente.

Soggetti privi di competenze specifiche si improvvisano esperti, continuando a fare danni alla cultura locale, pur non conoscendo né pratiche tradizionali né lingua né storia.

È urgente fermare questa tendenza e restituire valore alla competenza autentica, al sapere tramandato e a chi davvero custodisce l’eredità arbëreşë.

Questa è una prassi fortemente diffusa per la quale si moltiplicano musei del costume e biblioteche allestiti da chi non sa tessere, non sa leggere e, soprattutto, non conosce la tradizione che pretende di rappresentare.
Così facendo, si diffondono concetti inopportuni, ricostruzioni inventate e fatti mai avvenuti, snaturando il senso autentico della cultura della regione storica diffusa e sostenuta dai suoi abitanti formati.

Il costume femminile, di sovente, viene ridotto a un modello scenografico, un abito che appare all’improvviso davanti all’altare per il matrimonio, e il tempo che verrà, come se fino ad allora fosse stato sotto sale sia la stoffa e sia la figura che lo indossa di genere femminile, stella appena caduta dal cielo, perché chiamata dal divino a fare matrimonio sull’altare.

Una visione folkloristica e fuorviante che cancella il vissuto quotidiano e la crescita paritari dei generai, sino ad allora inesistenti e, il significato dei simboli, e il valore profondo che questi elementi avevano nella vita reale delle comunità.

È necessario difendere la memoria vera, ascoltare chi conosce davvero, e impedire che l’arbitrio e l’improvvisazione si sostituiscano alla storia e alla competenza.

A tal proposito è bene sottolineare che non è sufficiente recarsi in archivi e biblioteche per acquisire quella tessitura solida che dà sostanza alla storia.

Il lavoro dello storico non si esaurisce nella raccolta diligente di documenti o nella consultazione di fonti, giacché, queste sono condizioni necessarie, ma non ancora sufficienti.

Fare storia significa saper interrogare criticamente le tracce del passato, riconoscere ciò che le fonti dicono e, soprattutto, ciò che tacciono e, questo significa connettere indizi dispersi, contestualizzare, interpretare, e talvolta contraddire la voce stessa dei documenti.

Solo attraverso questa operazione intellettuale, che richiede metodo, sensibilità e capacità di sintesi, si costruisce quella trama complessa che trasforma i dati in conoscenza storica.

Senza questo passaggio fondamentale, la ricerca rischia di ridursi a un accumulo di informazioni, priva di respiro e di senso.

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                          Napoli 2024-08-07

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NEMO PROPHETA IN PATRIA nà u mbiodë zotë

NEMO PROPHETA IN PATRIA nà u mbiodë zotë

Posted on 06 agosto 2025 by admin

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Napoli (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – E va bene, tutti lo sappiamo e lo conosciamo, ma quando la patria si ostina a ignorare il proprio profeta, il danno non ricade solo su di lui: è la patria stessa a condannarsi.

Una nazione che rifiuta la voce fuori dal coro, che emargina chi vede oltre, si condanna a vivere nella miseria culturale e, con essa, tutti i suoi addetti, servi fedeli di un sistema cieco, si nutrono di vuoto e mediocrità, così, mentre il profeta cade nel silenzio, il declino diventa destino.

E se poi il profeta è cieco in un occhio, la patria che da decenni non lo riconosce è cieca in entrambi.

Perché chi vede anche solo a metà, vede comunque più lontano di chi si ostina a non guardare e, la patria, che lo ignora, non fa che scavarsi la fossa con le proprie mani, confondendo la voce lucida del dissenso con rumore da zittire. Ma è proprio quel rumore che le manca: il suono della coscienza che ha smesso di parlare.

Infatti, una patria che vive grazie a chi non ha il coraggio di partire, e resta dentro i suoi confini senza mai formarsi altrove, cade nell’ignoranza più buia.

Un buio che è già stato visto e, vissuto da chi è partito, ma quando chi è partito torna, portando con sé la luce lunga della formazione, trova porte chiuse, sguardi spenti, o peggio, indifferenti e così, la sua presenza diventa inutile.

Perché in una patria che non accetta la luce, anche la verità più limpida viene rigettata e, chi resta, resta cieco, per scelta.

E quando il rifiuto non viene solo dal popolo, ma da chi ne assume la guida civile o religiosa, allora la pena si fa duplice e, profonda.

Perché chi ha il compito di indicare la via, se sceglie deliberatamente il buio, condanna l’intera comunità a inciampare.

Non c’è ignoranza più pericolosa di quella benedetta dall’autorità e, così, chi è partito, chi ha visto e appreso, tornando trova non solo ostilità, ma un sistema che si è fatto sordo per scelta, cieco per potere. Una patria che rifiuta i suoi profeti, soprattutto se uno di loro ha anche solo un occhio aperto, si condanna alla sterilità del pensiero. E alla miseria dell’anima.

Lui è tornato, non per nostalgia, né per gloria, ma per una promessa data, decenni addietro a un saggio del paese, uno degli ultimi a vedere lontano, chiedendogli di tornare un giorno e, portare conoscenza, per rendere noto il valore delle pietre, dei vuoti, delle ferite e dei silenzi del centro antico.

Le pietre non parlano da sole, aveva detto il saggio, servono occhi che le abbiano viste da fuori per ridare loro voce e valore.

E lui, quella promessa, l’ha tenuta viva per anni, ha studiato, osservato, custodito ciò che qui era stato dimenticato, ora vorrebbe condividerlo, restituire senso a ciò che è sempre stato sotto gli occhi di tutti ma mai veramente visto per essere con cura e saggezza valorizzato.

Ma la patria, come allora, tace e, chi la guidato dall’istituto civile e il sacro, volta lo sguardo, perché preferiscono il rumore del consenso alla voce del ritorno.

Così, ancora una volta, il profeta rischia di restare solo, ma questa volta non per andarsene, ma per restare. Nonostante tutto, lui parla piano, non per timidezza, ma per rispetto.

Ha imparato a farlo da piccolo, quando camminava accanto a un vecchio saggio del paese, un uomo che non alzava mai la voce, ma che pesava ogni parola come fosse pietra da fondazione.

I saggi di terra parlano piano, gli diceva e, chi strilla viene da altrove, da quel paese là, dove veleggia l’ignoranza più infernale.

E lui il piccolo profeta, ancora in patria ascoltava, assorbiva, cresceva nel silenzio fertile del sapere, lui aveva capito che non aveva bisogno di farsi sentire per forza.

Perché sapeva vedere. E ciò che vedeva lo portava lontano; ma ora è tornato, con uno sguardo pieno e una voce ancora bassa, ma densa di anni di studio, esperienza, visioni, è pronto per diffondere ciò che le pietre del centro antico, gli hanno detto in silenzio, e che il saggio gli aveva insegnato a tradurre.

Ma qui il paese è cambiato poco, anzi, forse non è cambiato affatto e, chi urla ancora e non sa cantare dirige orchestra, comanda, di contro chi ascolta ancora tace ed è felice.

E chi vede davvero viene tenuto ai margini, perché il sapere vero fa paura, fa luce e, la luce acceca chi ha vissuto troppo a lungo al buio la ritiene fastidiosa.

Lui non parla per comandare, non alza la voce per spaventare, parla piano, con garbo silenzioso, come fa la terra, quando accoglie il seme buono.

Ha imparato che le parole vere non si impongono, si seminano e, si affidano al tempo, alle stagioni, al vento.
Proprio come fa la terra: non grida, ma accoglie e avvolge il chicco, lo custodisce nel buio fertile,
e lo lascia germogliare con pazienza, così è il suo parlare, un atto d’amore, non di potere, ma un dono, non un vanto.

E se oggi è tornato, non è per farsi ascoltare, ma per seminare ancora, anche se intorno regna il rumore, anche se pochi sanno vedere ciò che lui ha visto e continua.

Perché sa che un buon raccolto, non arriva mai per caso, ma nasce dal silenzio della terra e dalla fedeltà di chi semina senza pretendere.

Vera resta il dato che quando la negazione non resta isolata, quando si fa prassi condivisa, quando si allarga come nebbia su una provincia intera, su una curia, su una fratria, il problema si fa profondo, radicato e invisibile e per questo pericoloso per la comunità intera.

Non è più solo un rifiuto, è una scelta di non voler sapere, una comodità del non conoscere, una volontà passiva di restare immobili.

Perché conoscere vuol dire cambiare, e cambiare costa, impegno, coraggio e memoria, per avere una visione ampia.

Ma qui, spesso, si resta fermi, in un silenzio denso che non è rispetto, ma rinuncia, in tutto un silenzio che dice: Meglio non sapere chi siamo, meglio non ricordare da dove veniamo, meglio non chiederci dove vogliamo andare.

Lui conosce il senso delle parole perché da piccolo ha saputo ascoltarle prima ancora di pronunciarle e, faceva tanto ascolto, che ci fu un tempo in cui tutti lo credevano muto.

Non parlava mai, ma osservava tutti i gesti degli anziani, il fruscio delle foglie, le crepe nei muri, i silenzi tra le frasi.

Un giorno, un viandante si fermò in paese, lo guardò, seduto com’era in disparte, gli occhi attenti e la bocca chiusa.
Disse, con tono di commiserazione, povero figlio, questo è muto, il paese rise come si ride delle cose che non si capiscono.

Come si ride per coprire l’imbarazzo, perché quel silenzio faceva domande che nessuno voleva sentire.

Ma lui, anche quel giorno, non disse nulla, non per timidezza, ma per scelta, sapeva già allora che le parole devono maturare dentro prima di uscire.

E quando, col tempo, cominciò a parlare, le sue parole avevano radici, erano poche, ma pesavano e sapevano affrontare anche il vento.

Non urlava mai, ogni frase era come una pietra posata per costruire qualcosa è tornato tra quelle stesse pietre, di cui conosce il valore di ciò che dicono perché ha imparato il silenzio prima della voce, consapevole che quanti non hanno ascoltato, non potranno mai davvero parlare.

E così, i giorni passano, le pietre si consumano, le storie si perdono e, chi torna con un seme da innestare viene lasciato fuori dal campo.

E intanto si celebra la mediocrità come fosse saggezza, si chiama prudenza quella che è solo paura travestita.

Ma lui no, il profeta non arretra e, parla ancora piano, come il vento tra i rami antichi, sperando che almeno una foglia tremi, che almeno un orecchio si apra, che almeno una coscienza si desti, perché anche nel deserto più arido, una goccia può fare primavera.

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                                            Napoli 2025-08-06

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IUNCTURA IL SISTEMA CHE PULSA INVISIBILE NEI KATUNDË  Jiaku jonë su hharùa

IUNCTURA IL SISTEMA CHE PULSA INVISIBILE NEI KATUNDË Jiaku jonë su hharùa

Posted on 03 agosto 2025 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Iunctura è un’espressione che denota l’atto del congiungere, formata da due o più parole che, insieme, assumono un significato unitario, spesso diverso dalla somma dei significati delle singole parole.

Il termine era molto usato nell’antichità per esprimere concetti complessi con eleganza e precisione.

Nel cuore dei centri antichi, specie in ogni Katundë arbëreşë, lontano dalle piazze luminose e dalle strade carrabili, esiste questo sistema poco noto o quasi, invisibile agli occhi dei forestieri.

Esso rappresenta insiemi urbani articolati e diretti dalla iunctura, fatta di vicoli tortuosi, archi incrostati da secoli, vichi ciechi, che si piegano su sé stessi, come vene di un corpo dimenticato.

A tenerlo insieme questo ricamo irregolare, non è la logica geometrica dell’urbanistica moderna, ma una “iunctura familiare”, in tutto una rete di legami invisibili che unisce case, cortili, orti e destini di generi tutti uguali.

Ogni pietra di questi sistemi, paragonabile alle radici in terreno fertile, custodisce una storia muta e, ogni arco che unisce due muri porta il peso di generazioni che qui passavano sotto.

Non si tratta solo di costruzioni materiali, ma di architetture colme con ideali, in relazionali geometrie, di voci che si rincorrono tra lenzuola stese.

Nel sistema organico, lo spazio non è pubblico né privato, ma condiviso e, i cortili si aprono solo a chi ne conosce le consuetudini, la chiave o meglio il codice per aprire ogni porta; i vicoli sono custodi della memoria collettiva; e gli orti botanici, sono tessitura odorosa di basilico e terra umida, in tutto piccoli polmoni di una città che respira piano, in silenzio, per dare al tempo un modo per riposare.

Questo mondo non è costruito con mattoni ma con gesti ripetuti, sguardi discreti, rituali quotidiani e, qui le madri si parlano di porta in porta, le nonne raccontano storie che nessun libro contiene e, i bambini imparano a camminare su pietre vive, scivolose e colme di storia parlata.

Qui, la famiglia non è solo sangue ma prossimità fisica, interdipendenza, tempo condiviso, un mondo che si difende e cresce i figli senza preferenze.

L’accoglienza non è diretta, perché segue e si proteggersi dietro curve strette e silenzi antichi, qui l’estraneo può passare, ma non restare perché novità.

Questo è un sistema chiuso non per ostilità, ma per necessità, perché l’equilibrio interno è fragile, come quello di un orto segreto, in quanto troppa luce lo brucia e troppo rumore lo spezza.

Nel tempo dell’apertura, della connessione perpetua, del tutto visibile e disponibile, questo sistema chiuso appare anacronistico.

Ma forse è proprio lì che risiede la sua forza segreta di questo popolo, non moderno, non lineare, non espanso e, in una parola: resistente.

È ancora oggi l’antico centro abitato, pulsa energia sotto l’asfalto, le beole di livellamento moderne o gli intonaci e i tetti inopportuni, che non hanno forza di cancellare l’antico tessuto di pietra, linfa e relazioni.

Una iunctura, appunto, dove l’umano non è un individuo, ma un nodo, di una rete stretta come i suoi vicoli, che continuano a vivere.

Cosi come i microcosmi familiari all’interno delle architetture urbane, oggi diventate il cuore delle città storiche del Mediterraneo, dove si sviluppano sistemi urbani che sfuggono alle logiche moderne della pianificazione aperta, funzionale e trasparente.

Si tratta di strutture dense e, stratificate, in cui lo spazio urbano si intreccia indissolubilmente con i legami familiari, le pratiche quotidiane che batte moneta di memoria collettiva.

Questo breve, intende esplorare il concetto di iunctura, inteso come metafora di una connessione sociale e spaziale, che si manifesta in vicoli ciechi, archi, cortili e orti nascosti delle sedici macro aree premoderne prese in esame.

L’obiettivo è analizzare queste forme urbane come, microcosmi autosufficienti, in cui l’individuo è parte di un corpo più grande, relazionale e stratificato.

Gli agglomerati storici che dal Levante dell’antica Grecia, sino al Portogallo, tra il diciannovesimo e il quarantaduesimo parallelo, condividono tratti urbanistici comuni, con la presenza di vicoli stretti, passaggi coperti, cortili interni e una separazione fluida tra spazio privato e pubblico, una metrica nota come modello vernacolare del bisogno.

Lungi dall’essere un limite, perché questa chiusura morfologica costituisce una strategia di sopravvivenza climatica, sociale e simbolica.

Come osservano diversi autori, che studiarono questa macroarea simile ad un organismo vivente e, costruito “dal basso” dai suoi abitanti, e non progettato “dall’alto” con protagonisti tecnocrati o pianificatori verticali.

In questo contesto, l’architettura non è neutra, ma il riflesso di un sistema di relazioni che protegge, seleziona e regola l’accesso delle cose.

Qui l’architettura non parla non si mostra e, non fa rappresentanza di apparenza, perché partecipa all’insieme dove non è protagonista prima, ma elemento sostenuto e diretto dalla solidità petrografica dalla morale locale che parla canta e fa consuetudine senza emettere fumo dal camino.

Ogni curva, ogni arco, ogni chiusura è anche una forma di memoria collettiva e di difesa culturale e, il termine latino iunctura, che indica un’unione, una connessione stretta tra elementi distinti, è qui utilizzato per descrivere non solo la configurazione urbana, ma anche la struttura sociale di questi ambienti.

Le famiglie estese, spesso organizzate attorno a cortili comuni, formano reti dense di interdipendenza economica, affettiva, simbolica secondo un manuale di consuetudini trasmesso con gesta e parlato.

Questo tipo di coesione non si limita all’ambito domestico, infatti permea la configurazione stessa della città, dove il passaggio da un vico all’altro richiede conoscenza dei codici locali e accettazione sociale. L’infrastruttura è, in questo senso, anche infrastruttura morale e, chi non a parte della rete, passa automaticamente ai margini, fisici e simbolici.

I vicoli ciechi e gli orti botanici, sono i simboli di resistenza e cura, qui questi adempimenti popolari non sono un’anomalia, ma una forma di resilienza spaziale e speziale.

I vicoli ciechi non sono meri errori della viabilità urbana, ma spazi liminali dove si concentrano pratiche di cura, ritualità e controllo comunitario, che non possono sfuggire.

Essi permettono una sorveglianza dal basso, un filtro sociale e un senso di intimità che l’apertura moderna spesso dissolve.

Gli orti botanici, termine usato in senso evocativo per indicare piccoli giardini chiusi, spesso nascosti dietro mura domestiche, per essere metafore viventi della sopravvivenza culturale.

In essi si coltivano non solo piante, ma anche saperi, abitudini alimentari, e forme di relazione con il tempo e con la terra.

Sono spazi non mercificati, sottratti alla logica produttivista, che riflettono una etica della sussistenza e della memoria.

Il concetto di sistema chiuso può assumere una connotazione negativa, associata a chiusura identitaria, esclusione sociale o resistenza al cambiamento.

Tuttavia, in questo contesto, la chiusura non è difensiva ma protettiva e, diventa equilibrio interno di una comunità complessa, spesso marginalizzate dai processi moderni di gentrificazione e globalizzazione.

La chiusura è, in questo senso, una strategia adattiva e, consente di conservare risorse, memorie, forme di reciprocità che altrove si sono dissolte.

È anche uno spazio di negoziazione quotidiana, dove le relazioni sono regolate da norme implicite, più che da contratti o dispositivi tecnologici.

Tutto questo mira ad evidenziare che le forme urbane chiuse, dense e relazionali, qui ancora pulsanti e pronte a rigenerarsi, trovano agio nei centri storici arbëreşë del Mediterraneo, non sono residui del passato da cancellare o riqualificare, ma radice antica che fiorisce futuro per le società in fermento.

Perché, esse rappresentano modelli alternativi di coesistenza, basati su legami, memoria e prossimità e, la iunctura che li tiene insieme è fatta di pietra, affetti, ritualità, in memoria dove si stabilisce che l’urbano è prima di tutto una costruzione a misura dell’uomo.

In un’epoca in cui lo spazio tende a essere disgregato, connesso ma fragile, questi sistemi chiusi ci offrono un insegnamento prezioso sancito, che ricorda con forza la metafora dell’abitare che include anche l’appartenere a un luogo fisico e morale.

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                                            Napoli 2025-08-03

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PROMUOVERE I “BORGHI” NEL MERIDIONE ITALIANO È COME ESALTARE I “TARI” FALSI (Harràssù na sërèsenë lljtirë e jò katundarë)

PROMUOVERE I “BORGHI” NEL MERIDIONE ITALIANO È COME ESALTARE I “TARI” FALSI (Harràssù na sërèsenë lljtirë e jò katundarë)

Posted on 02 agosto 2025 by admin

TerraNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Un tempo ogni discussione o confronto culturale diretto e condotto nei luoghi più comuni, si chiudevano e terminava con il rito dei “tarallucci e vino”.

Era il segno di un’epoca che, tra mille contraddizioni, sapeva ancora trovare un terreno comune, per definire le cose del futuro, in che forma e solidità, si lascia al lettore la più poetica conclusione.

Oggi invece, sembra che ogni questione debba inevitabilmente passare per “il borgo” e, tutto mira a un’idea idealizzata di comunità, tradizione, identità locale smarrita.

Ma dietro questa nuova retorica, resta il dubbio, ovvero, stiamo davvero riscoprendo le radici o solo è un moderno fare per svolgere lo stesso copione, prima citato?

A tal proposito è bene precisare che “il borgo” è un tipo di insediamento abitativo, tipico del medioevo, si sviluppa con perno un emblema costruito che ne domina via, vita e luogo.

Si tratta di centri, fortificati, che non raggiungono le dimensioni l’ideale di città, ma si distinguono dai Villaggi, Paesi, Contrade, Katundë, Hora, Civitas, Castrum, Porti e Vichi.

Le forme operose di insieme abitativo, pre e post medioevale di radice non germanofona, proprio per la struttura urbana, di sostanza sociale aperta e solare, senza mura e la comunità non organizzata in forma piramidale, ma diffusamente piana e aperta all’accoglienza diffusa.

Diversamente dai Borghi che sono storicamente sistemi chiusi, abitati dal potere e non svolgono attività con l’ambiente circostante, se non quella del comando.

Altra cosa sono gli agglomerati appellati latini, greci o italiano che indicano il luogo, un centro aperto in comune convivenza dell’agro che li avvolge e, attraverso il quale trovano le vie del confronto, dei cunei agrari della produzione degli abitanti che li valorizzano.

Infatti il termine “borgo” ha origini germaniche e deriva dal latino “burgus”, poi rotacismo germanico “burg”, che indicava un luogo fortificato.

Essi storicamente nascono nel Medioevo e, separando i nobili, da quanti erano costretti a vivere fuori dalle mura cittadine, in agglomerati di case attorno al castello, come centri di scambio, artigianato e vita comunitaria, spesso in zone strategiche dove i residenti erano appellati “bovari”.

Tuttavia negli ultimi anni, “borgo” è diventato una parola simbolo, usata comunemente in chiave politica, mediatica, pubblicitaria per evocare un meridione “da svelare”, fatta di tradizioni, buon cibo, relazioni umane genuine.

Terminando nel diffondere più un’idea idealizzata che una realtà vissuta infatti, in specie il meridione che ha avuto varie epoche di pena diffusa non è certo nel medioevo ha avuto un rilancio progressivo e in particolar modo la Calabria.

A tal fine va precisato che le comunità calabresi affondano le radici in un tempo anteriore e ancora più floride dopo il buio del Medioevo.

Non a caso la Calabria fu uno dei cuori pulsanti della Magna Grecia, a partire dall’VIII secolo a.C., i Greci fondarono città e villaggi lungo la costa e nell’entroterra dell’appennino calabrese, portando con sé un modello urbano aperto, partecipativo e agricolo, legato alla “polis” e alla vita comunitaria.

In questo senso, la vita di comunità nei centri collinari o di pianura calabresi ha origini greche, non certo germaniche.

I Greci valorizzavano il territorio, coltivavano le pianure e fondavano insediamenti dove si poteva vivere e commerciare in armonia con l’ambiente e tra cittadini liberi, rimanendo così sempre all’interno delle logiche solari dell’epoca, ovviamente.

Quando arrivarono le popolazioni germaniche, prima i Goti, poi i Longobardi e via via altri, portarono con sé una visione più chiusa e gerarchica della società, come castelli, feudi, strutture piramidali, controllo militare fortificato e, i “borghi” medievali nascono proprio in questo contesto, ma spesso in opposizione o in sovrapposizione ai nuclei già esistenti.

Quando oggi si parla di “borgo” calabrese attribuendo l’appellativo a specifici centri antichi come se fosse una miniatura medievale in stile nordico, creando così una realtà storica distorta e priva di identità vera.

I nuclei abitati calabresi sono piuttosto l’esito di una stratificazione greco-bizantina e poi arbëreşë, non certo del modello germanico-feudale, che non certo contemplava lavoro e sudore nei campi.

In Calabria “borghi” non nascono tra le nebbie gotiche o nei castelli longobardi, ma sulle colline dove i il sole che passava prima dalla Grecia dialogava con la terra, dove i Bizantini costruivano chiese rupestri, e dove gli Arbëreşë hanno conservato riti e lingue che raccontano storie ben più complesse della favola buie medievale.

I paesi della Calabria nascono perché il luogo era parte viva e pulsante della Magna Grecia, in tutto una sorta di terra parallela e diretta dalla madre Ateniese.

Qui i centri abitati si formano come polis, costruite attorno alla terra, ai riti, alla parola condivisa e, con l’arrivo dei Bizantini, quella radice si rafforza spiritualmente e nasce la cristiana credenza colma di riti, che si diffonde nei villaggi, tra le montagne e i santuari rupestri.

Questa cultura bizantina, minacciata dai Longobardi, sopravvive proprio grazie all’isolamento geografico e alla resistenza delle popolazioni locali.

Poi, nel cuore del Medioevo, giungono i monaci operosi e pragmatici francofoni, che introducono nuove tecniche agricole come le grance, per l’uso del territorio, e in parte contribuiscono a dare forma a un tessuto economico più stabile.

Ma la vera ricchezza della Calabria arriva con le minoranze, grecaniche, francofone giunti al seguito degli angioini e soprattutto gli arbëreşë, che con la loro lingua, i loro riti e l’orgoglio della diaspora, ridanno vita a territori marginalizzati.

Così si compone il vero mosaico calabrese, che non è un sistema di borghi chiusi, ma una rete di comunità aperte, stratificate, resistenti e multietniche.

E in fondo, va detto con chiarezza che furono proprio coloro che vivevano in strutture aperte e diversificate o meglio contrarie al teorema del “borgo” struttura non di potere locale, che non lo sviluppo della Calabria, chiudendola in logiche feudali, che qui era fissato nel culto del l’uguaglianza e tutti erano liberi di crescere.

Oggi che tutto si appella al “borgo”, serve ricordare che la Calabria ha sempre prodotto cultura, accoglienza e visione, non nei centri fortificati, ma nei margini, nelle minoranze, nelle resistenze e nella continua evoluzione culturale.

In molte zone del Sud, il modello “borgo” non attecchì, proprio perché le popolazioni locali (greche, romanizzate, bizantine) avevano modelli comunitari diversi, spesso più orizzontali e legati a una gestione collettiva della terra.

Oggi, quando si parla di “borgo” anche in Calabria, si rischia di appiattire un’identità molto più antica e ricca su un cliché medievaleggiante, utile per il turismo o il marketing, ma storicamente parziale.

La rinascita di molti paesi calabresi, oggi definiti “borghi”, non è figlia del Medioevo, ma spesso di una riscoperta moderna delle radici greche, bizantine e contadine operose, di un senso di comunità che precede o segue di secoli il modello germanico, che qui non ha mai trovato agio e prosperità alcuna.

La Calabria non ha mai goduto di una rete viaria estesa o ben articolata e per secoli ha avuto una sola grande via di comunicazione, spesso faticosa, precaria, soggetta alle frane e ai dislivelli.

Eppure, sono sorte oltre quattrocento comunità, disseminate tra colline, altopiani, vallate e coste, queste non si sono sviluppate “lungo una strada”, come nei modelli urbani classici, ma attorno a risorse locali, culture specifiche, equilibri sociali interni fatto da uomini credenza e natura.

Non era il commercio a tenere unite queste realtà, ma l’accoglienza, la custodia del sapere, la forza dell’identità locale le risorse agro alimentari.

E ognuna di queste comunità era, ed è ancora, un mondo a sé, che non è mai rimasto isolato, ma interconnesso nella diversità.

Più che da un’infrastruttura, la Calabria è stata tenuta insieme dalla memoria, dalla lingua, dalla spiritualità, dai riti grazie all’operosità dell’uomo sostenuto dalla natura.

Ecco perché parlare di “borgo”, nel senso moderno e uniforme del termine, non basta, giacché ogni paese calabrese non è solo un “centro antico minore”, ma una costellazione autonoma di storia e cultura, nata non da una strada, ma da un paesaggio condiviso e da una necessità di resistere.

Paradossalmente, proprio chi viveva di “borgo” traeva forza da sistemi chiusi, feudali, gerarchici e autoreferenziali, è stato spesso tra i principali antagonisti dello sviluppo calabrese.

Mentre la regione cercava faticosamente di costruire ponti, reti, identità collettive, i borghi intesi come microcosmi autosufficienti spesso hanno coltivato isolamento, rendita e conservazione del potere.

Non è il borgo in sé il problema, ma la sua idealizzazione fuorviante, oggi viene dipinte e innalzata come emblema di comunità e accoglienza, ma in verità è stato strumento di controllo sociale, di immobilismo, di chiusura al cambiamento.

E così, mentre si continua a parlare di “borghi da salvare”, si dimentica che la vera Calabria da valorizzare è quella che ha sempre guardato oltre la sua unica strada, oltre la collina, oltre il confine del proprio campanile.

Se l’individuazione dei centri antichi si basa su nomi attribuiti o mal interpretati come borgo, allora ciò che sappiamo di quei luoghi rischia di essere una costruzione arbitraria.

Il nome, spesso assunto come chiave d’accesso alla memoria del territorio, può diventare un filtro che distorce la prospettiva storica.

In tal caso, ogni studio puntiforme che pretenda di svelare l’identità profonda di un sito, si fonda su un presupposto fragile, in quanto se si sbaglia il nome, come possiamo fidarci di ciò che crediamo di sapere dell’anima intima o del passato di quel luogo?

P.S.

I tari erano monete d’oro e d’argento utilizzate nel Regno di Sicilia e poi nel Regno di Napoli, a partire dall’Alto Medioevo fino all’età moderna.

Il nome “tari” deriva dall’arabo “ṭarī” che significa “fresco”, “nuovo”, ed era il nome dato a una moneta d’oro araba molto diffusa, chiamata dinaro.

Durante la dominazione islamica della Sicilia (IX-XI secolo), le autorità musulmane coniarono monete simili a quelle arabe.

Quando poi i Normanni conquistarono la Sicilia (XI secolo), continuarono a coniare monete d’oro con caratteristiche simili, mantenendo il nome tari.

 

 Atanasio Arch. Pizzi                                                                                          NAPOLI 2024-07-30

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CRITERI PER FARE UN MUSEO DEL COSTUME ARBËREŞË Trutë satë bëmi ghe Zògnàrtë i vèshjuratë arbëreşë

CRITERI PER FARE UN MUSEO DEL COSTUME ARBËREŞË Trutë satë bëmi ghe Zògnàrtë i vèshjuratë arbëreşë

Posted on 02 agosto 2025 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Un museo del costume, per essere solido, rilevante e culturalmente significativo, deve articolarsi secondo protocollo specifico.

Esso deve seguire un itinerario in grado di accumunare ogni elemento che è parte essenziale, secondo un percorso fatto di sezioni culturali, scientifiche, di trame statiche, esplicative e nel contempo comunicare l’interezza del messaggio che contiene.

Lo scopo prioritario a cui ambire, partono dalle radici storico-culturale, di uno specifico luogo, studiato e analizzato, attraverso la documentazione di una macro area secondo le epoche i bisogni e le necessità di appartenenza del tempo in cui vennero allestiti.

Il museo deve contenere gli elementi utili per tracciare il percorso evolutivo della vestizione, attraverso consuetudini in continuo parallelismo con la storia e le epoche, evidenziando il contesto, sociale, politico e culturale in cui la vestizione richiesta per rappresentanza di genere.

Un costume pensato per la vestizione della donna dovrebbe contenere, in sé, la memoria e la forma dei suoi passaggi essenziali: la ragazza prolifica, promessa di vita e possibilità, ancora inconsapevole del peso e della bellezza del tempo; la sposa, figura di transizione, che si consegna a un nuovo inizio portando con sé un abito di attese; poi la madre, corpo che genera e si offre, centro di legami invisibili ma tenaci. Seguono il lutto, presenza nera e silenziosa che avvolge, segna e trasforma, e infine il lutto incerto, sospeso tra l’assenza e l’attesa, tra ciò che è stato e ciò che non si può ancora nominare. In un solo costume, ogni strato dovrebbe potersi sovrapporre o svelare, come in un rito di passaggio continuo, dove il corpo della donna racconta, con la sua sola presenza, il ciclo della vita e della perdita.

Sulla base del dato che i costumi sono espressione delle identità di specifiche macro aree consolidate, il museo deve valorizzare le diversità di luogo in relazione alla storia, comprese le cose che legano classi etniche, sociali e genere.

In oltre deve contenere il fondamento scientifico e conservativo, secondo cui i manufatti devono essere rigidamente originali.

Tutto questo per estrarre certezze per quanti si applicheranno a studiarli dal punto di vista tessile, tecnico e stilistico, in aderenza con le consuetudini, per tracciare la sfera ideale dove contenere il messaggio completo.

Quel messaggio che ogni volta che viene indossato dentro la casa, fuori la soglia e sino alla chiesa, traccia un percorso di funzione specifica di tutela e consuetudine locale.

Ragion per la quale ogni elemento che qui viene esposto deve prevedere una specifica conservazione preventiva, affinché non smarrisca alcuna piega, forma o pinto di unione specifica.

I tessuti sono materiali delicati, per questo è necessario avere spazi climatizzati, tecniche di conservazione avanzate e un piano per la gestione del deterioramento, ma soprattutto, l’intero volume specie della parte espositiva, deve essere in pressione, con l’immissione di aria filtrata, un sistema di finestre e porte a tenuta stagna e di emergenza direzionata.

Il fine rende indispensabile separare dove ogni ambiente, controllato da telecamere e sensori di pressione o fuoco eventuale.

Il fine mira a rendere durevoli le cose esposte e, non sottoposte alle variazioni termiche, alla luce solare oltre alle polveri all’interno del volume, queste ultime non devono e non possono volatilizzarsi per depositarsi e fare danno.

In oltre ogni elemento deve essere catalogato con rigore e inventariato con dati precisi: datazione, provenienza, materiale, tecnica di realizzazione, stato di conservazione, ecc.

Gli elementi che fanno vestizione e decoro contengono tutti un messaggio chiare e indissolubile, da ciò chi le indossa deve avere consapevolezza dei gesti e delle posture che assume, per questo l’esposizione museale fatta da titolati e con criterio, deve essere in grado di rendere chiari i valori di esposizione in essi contenuti, tuttavia di sovente anzi molte volte e quasi sempre, sono scambiati per mero folclore che vela la vergogna.

Va comunque applicato un protocollo di fondamento museologico, che segua criteri di esposizione in linea con un progetto curatoriale coerente, che può essere cronologico, tematico, geografico o stilistico.

L’accesso e l’inclusività deve dare agio ai contenuti resi essere accessibili a tutto il pubblico compresi anche i non specialisti, con strumenti idonei per persone con disabilità e materiali multilingua.

L’insieme deve prevedere spazi funzionali in forma espositiva, laboratori, depositi adeguati, archivi, biblioteca, e una sezione didattica.

Il tutto per avere e promuovere un fondamento educativo e comunicativo; il ruolo primario di un museo deve avere il fine di raccontare le storie dei costumi e delle persone che li indossavano.

Il tutto deve essere un luogo di riverbero da cui delineare attività didattiche come: laboratori per scuole, workshop di sartoria, conferenze su moda e società, eventi tematici tipicamente locali.

Oggi con l’Uso della tecnologia, la realtà cognitiva aumentata, ricostruzioni 3D, visite virtuali e supporti multimediali possono arricchire l’esperienza del visitatore.

Da ciò non da meno resta il fondamento etico e partecipativo, avendo come fine l’esporre con garbo e dedizione i costumi di popolazioni indigene, specie di minoranze, dove è importante evitare esotismi o stereotipi.

Attraverso il presidio a cui affidare come primario obiettivo la sua inaugurazione e subito dopo il successivo riconoscimento documentale, serve a stabilire una solida collaborazione con le comunità li presenti, seguendo il fine inclusivo, coinvolgendo artisti, storici locali, portatori di memoria orale e sartorie tradizionali.

Onde evitare acquisizioni inopportune e prive di alcuna etica, specialmente nel caso di costumi cerimoniali o sacri, la certificazione e il catalogo delle provenienze è d’obbligo e improrogabile.

Un Museo del Costume Arbëreşë, deve erigersi con il fine di tutelare, documentare e valorizzare la ricchissima tradizione della vestizione femminile da giovane ragazza sino alla vedovanza certa o incerta e fine vita.

Ogni sezione non deve essere conseguenza e non intreccio libero, specie sei si coinvolgono adolescenti in forma di bambole o manichini viventi, addobbandoli impropriamente sin anche con apparati inopportuni e vergognosi, immaginando che quelle vesti e gli apparati di decoro, siano solo ed esclusivamente folclore da esibire, mostrare inconsapevoli del gesto improprio.

Il museo per avere senso e dare valore alla vestizione si sviluppa o meglio si articola secondo un duplice percorso che non è mera esposizione ma anche secondo una forma didattica che intreccia arte tessile, identità culturale e memoria collettiva, di tutte le consuetudini che riferiscono del percorso che unisce, le attività domestiche della casa e l’altare della chiesa.

La collezione oltre al percorso permanente, deve includere abiti originali e, sin anche riproduzioni, queste ultime capaci di riferire della perdita del valore nel tempo, oltre gli allestiti in oggetti di rifinitura, accessori e oggetti tessili e orafi.

L’insieme delle cose usate nelle varie fasi della vita della donna, dalla giovane età al matrimonio, fino alla maturità e la sua estinzione.

Le sezioni di Adolescente, Donna, Sposa, Madre, Regina della Casa, Vedova Incerta e Vedova, in cui ogni sezione sarà accompagnata da schede esplicative che non intreccino le figure in funzione del tempo, fotografie o ritratti d’epoca, videointerviste alle donne delle comunità e postazioni interattive per la comprensione del significato simbolico della vestizione e del loro uso.

Onde evitare distrazioni visive, al loro fianco non deve essere apposto alcun manifesto o elemento esplicativo se non dei calibrati QR-Code, dove saranno apposte attraverso specifico itinerario multimediale tutti i resoconti storici e del significato del componimento di vestizione

Ogni costume deve essere indossato dalla categoria di vita femminile, e per tutte vale la regola fortemente vietata, di travestire chi è minorenne e, se proprio la misura serve per avere una visione minuta da intercettare meglio è di obbligo allestire bambole o manichini di modeste dimensioni.

Il museo inoltre dovrà prevedere una sezione di ricerca, aperto alla collaborazione con studiosi, etnografi e stilisti, e ospiterà laboratori didattici rivolti a scuole e visitatori per tramandare saperi artigianali come il ricamo, la tessitura e la composizione dell’abito tradizionale.

Un luogo vivo dove l’identità arbëreşë potrà avere continua e raccontarsi attraverso i fili, i colori e le forme di una cultura antica ma ancora viva.

Il Percorso museale, inizia con la vestizione di ragazza come simbolo potenziale e, ancora libera, di una comunità che la forma attraverso usi, consuetudini e credenza.

Questa sezione si articola con l’esposizione di abiti curati, secondo specifici o solidi disciplinari di un idealistico bianco candore.

In questa sezione saranno contenuti ed esposti anche i gioielli della giovinezza, come anche oggetti educativi e domestici e, a memoria di canti e poesie o atti di comportamento sino all’età in cui si diventa donna genitrice.

Poi segue la sezione di spasa con l’abito del matrimonio, celebrazione e sacrificio, a cui si affianca l’essenziale e fondamentale componimento di ori e ricami, simbolo dell’ingresso in un nuovo ruolo.

La donna pilastro della famiglia diventa così anche la regina del focolare domestico, il cuore della casa.

A lei appartiene il focolare, la trasmissione della lingua, la conservazione delle ricette, dei gesti, della memoria da tramandare alle generazioni in crescita.

Secondo questa regola gli Abiti del dignitoso quotidiano, diventano fondamentali oggetti come: per cucinare, telai, cesti, rosari e tradizione del parlato e, mantenere vivo costantemente il “fuoco domestico” come spazio o luogo sacro.

Altro emblema caratteristico sono le vesti che ufficializzano la perdita del marito, la donna entra in uno stato rituale e sociale dove il lutto è visibile, e porta con sé una nuova autorevolezza.

E nel caso del marito scomparso di cui non si ha traccia rientra nel protocollo della Vedova incerta, in perenne attesa senza risposta

Questa figura nasce nel tempo delle guerre, quando molti uomini partivano senza tornare, e le donne rimanevano in un limbo: né mogli, né vedove ufficiali, una condizione esistenziale dolorosa e sospesa, di silenzio e di speranza interrotta.

Il percorso si può concludere con una riflessione, dove ad emergere è la forza delle donne arbëreşë che non è solo racchiuso nella vestizione, ma nella loro resilienza di fronte a ruoli imposti, eventi tragici e silenzi lunghi che durano e vanno oltre il tempo di una vita.

Atanasio Arch, Pizzi                                                                                                            Napoli 2025-08-02

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LA CALABRIA IL LUOGO DEI BORGHI MA SONO SOLO MONETE DI TARI FALSE (Harràssù na sërèsenë lljtirë e jò katundarë)

Posted on 30 luglio 2025 by admin

DSC_1139NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Un tempo, ogni discussione o confronto storico culturale diretto e condotto nei luoghi più comuni, si chiudevano terminavano con il rito dei “tarallucci e vino”.

Era il segno di un’epoca che, tra mille contraddizioni, sapeva ancora trovare un terreno comune, per definire le cose del futuro, in che forma e solidità si lascia al lettore la più poetica conclusione.

Oggi invece, sembra che ogni questione debba inevitabilmente passare per “il borgo” e, tutto mira a un’idea idealizzata di comunità, tradizione e identità perduta.

Ma dietro questa nuova retorica, resta il dubbio, ovvero, stiamo davvero riscoprendo le radici o solo è un moderno fare per svolgere lo stesso copione?

A tal proposito è bene precisare che “il borgo” è un tipo di insediamento abitativo, tipico del medioevo, si sviluppa con perno un emblema costruito che ne domina la via e il luogo.

Si tratta di centri, fortificati, che non raggiungono le dimensioni di una città ma che si distinguono dai Villaggi, Paesi, Contrade, Katundë, Hora, Civitas, Castrum, Porti e Vichi comunque forme di insieme abitativo di epoca post medioevale di radice non germanofona per la loro struttura urbana, comunque di sostanza sociale aperta e solare, senza mura e con la comunità non organizzata in forma piramidale ma diffusamente piana.

Diversamente dai Borghi che sono  sistemi chiusi abitati dal potere e non svolgono attività con l’ambiente circostante, se non quella del comando, diversamente sono gli appellativi, latini greci o italiano che indicano il luogo, un centro aperto in comune convivenza dell’agro che li avvolge e attraverso il quale trovano le vie del confronto e i cunei agrari della produzione degli abitanti qui residenti che li valorizzano.

Infatti il termine “borgo” ha origini germaniche e deriva dal latino burgus, a sua volta dal germanico burg, che indicava un luogo fortificato.

Essi nascono storicamente nel Medioevo e, spesso fuori dalle mura cittadine, come agglomerati di case sorte attorno castelli, come centri di scambio, artigianato e vita comunitaria, spesso in zone strategiche e se fuori dalle mura erano dove i residenti erano i bovari.

Tuttavia negli ultimi anni, “borgo” è diventato una parola simbolo, usata comunemente in chiave politica, mediatica, pubblicitaria per evocare un meridione “da svelare”, fatta di tradizioni, buon cibo, relazioni umane genuine.

Terminando nel diffondere più un’idea idealizzata che una realtà vissuta infatti, in specie il meridione che ha avuto varie epoche di pena diffusa non è certo nel medioevo ha avuto un rilancio progressivo e in particolar modo la Calabria.

A tal fine va precisato che le comunità calabresi affondano le radici in un tempo anteriore e ancora più floride dopo il buio del Medioevo.

Non a caso la Calabria fu uno dei cuori pulsanti della Magna Grecia, a partire dall’VIII secolo a.C., i Greci fondarono città e villaggi lungo la costa e nell’entroterra dell’appennino calabrese, portando con sé un modello urbano aperto, partecipativo e agricolo, legato alla “polis” e alla vita comunitaria.

In questo senso, la vita di comunità nei centri collinari o di pianura calabresi ha origini greche, non certo germaniche.

I Greci valorizzavano il territorio, coltivavano le pianure e fondavano insediamenti dove si poteva vivere e commerciare in armonia con l’ambiente e tra cittadini liberi, rimanendo così sempre all’interno delle logiche solari dell’epoca, ovviamente.

Quando arrivarono le popolazioni germaniche, prima i Goti, poi i Longobardi e via via altri, portarono con sé una visione più chiusa e gerarchica della società, come castelli, feudi, strutture piramidali, controllo militare fortificato e, i “borghi” medievali nascono proprio in questo contesto, ma spesso in opposizione o in sovrapposizione ai nuclei già esistenti.

Quando oggi si parla di “borgo” calabrese attribuendo l’appellativo a specifici centri antichi come se fosse una miniatura medievale in stile nordico, creando così una realtà storica distorta e priva di identità vera.

I nuclei abitati calabresi sono piuttosto l’esito di una stratificazione greco-bizantina e poi arbëreşë, non certo del modello germanico-feudale, che non certo contemplava lavoro e sudore nei campi.

In Calabria “borghi” non nascono tra le nebbie gotiche o nei castelli longobardi, ma sulle colline dove i il sole che passava prima dalla Grecia dialogava con la terra, dove i Bizantini costruivano chiese rupestri, e dove gli Arbëreşë hanno conservato riti e lingue che raccontano storie ben più complesse della favola buie medievale.

I paesi della Calabria nascono perché il luogo era parte viva e pulsante della Magna Grecia, in tutto una sorta di terra parallela e diretta dalla madre Ateniese.

Qui i centri abitati si formano come polis, costruite attorno alla terra, ai riti, alla parola condivisa e, con l’arrivo dei Bizantini, quella radice si rafforza spiritualmente e nasce la cristiana credenza colma di riti, che si diffonde nei villaggi, tra le montagne e i santuari rupestri.

Questa cultura bizantina, minacciata dai Longobardi, sopravvive proprio grazie all’isolamento geografico e alla resistenza delle popolazioni locali.

Poi, nel cuore del Medioevo, giungono i monaci operosi e pragmatici francofoni, che introducono nuove tecniche agricole come le grance, per l’uso del territorio, e in parte contribuiscono a dare forma a un tessuto economico più stabile.

Ma la vera ricchezza della Calabria arriva con le minoranze, grecaniche, francofone giunti al seguito degli angioini e soprattutto gli arbëreşë, che con la loro lingua, i loro riti e l’orgoglio della diaspora, ridanno vita a territori marginalizzati.

Così si compone il vero mosaico calabrese, che non è un sistema di borghi chiusi, ma una rete di comunità aperte, stratificate, resistenti e multietniche.

E in fondo, va detto con chiarezza che furono proprio coloro che vivevano in strutture aperte e diversificate o meglio contrarie al teorema del “borgo” struttura non di potere locale, che non  lo sviluppo della Calabria, chiudendola in logiche feudali, che qui era fissato nel culto del l’uguaglianza e tutti erano liberi di crescere.

Oggi che tutto si appella al “borgo”, serve ricordare che la Calabria ha sempre prodotto cultura, accoglienza e visione, non nei centri fortificati, ma nei margini, nelle minoranze, nelle resistenze e nella continua evoluzione culturale.

In molte zone del Sud, il modello “borgo” non attecchì, proprio perché le popolazioni locali (greche, romanizzate, bizantine) avevano modelli comunitari diversi, spesso più orizzontali e legati a una gestione collettiva della terra.

Oggi, quando si parla di “borgo” anche in Calabria, si rischia di appiattire un’identità molto più antica e ricca su un cliché medievaleggiante, utile per il turismo o il marketing, ma storicamente parziale.

La rinascita di molti paesi calabresi, oggi definiti “borghi”, non è figlia del Medioevo, ma spesso di una riscoperta moderna delle radici greche, bizantine e contadine operose, di un senso di comunità che precede o segue di secoli il modello germanico, che qui non ha mai trovato agio e prosperità alcuna.

La Calabria non ha mai goduto di una rete viaria estesa o ben articolata e per secoli ha avuto una sola grande via di comunicazione, spesso faticosa, precaria, soggetta alle frane e ai dislivelli.

Eppure, sono sorte oltre quattrocento comunità, disseminate tra colline, altopiani, vallate e coste, queste non si sono sviluppate “lungo una strada”, come nei modelli urbani classici, ma attorno a risorse locali, culture specifiche, equilibri sociali interni fatto da uomini credenza e natura.

Non era il commercio a tenere unite queste realtà, ma l’accoglienza, la custodia del sapere, la forza dell’identità locale le risorse agro alimentari.

E ognuna di queste comunità era, ed è ancora, un mondo a sé, che non è mai rimasto isolato, ma interconnesso nella diversità.

Più che da un’infrastruttura, la Calabria è stata tenuta insieme dalla memoria, dalla lingua, dalla spiritualità, dai riti grazie all’operosità dell’uomo sostenuto dalla natura.

Ecco perché parlare di “borgo”, nel senso moderno e uniforme del termine, non basta, giacché ogni paese calabrese non è solo un “centro antico minore”, ma una costellazione autonoma di storia e cultura, nata non da una strada, ma da un paesaggio condiviso e da una necessità di resistere.

Paradossalmente, proprio chi viveva di “borgo” traeva forza da sistemi chiusi, feudali, gerarchici e autoreferenziali, è stato spesso tra i principali antagonisti dello sviluppo calabrese.

Mentre la regione cercava faticosamente di costruire ponti, reti, identità collettive, i borghi intesi come microcosmi autosufficienti spesso hanno coltivato isolamento, rendita e conservazione del potere.

Non è il borgo in sé il problema, ma la sua idealizzazione fuorviante, oggi viene dipinte e innalzata come emblema di comunità e accoglienza, ma in verità è stato strumento di controllo sociale, di immobilismo, di chiusura al cambiamento.

E così, mentre si continua a parlare di “borghi da salvare”, si dimentica che la vera Calabria da valorizzare è quella che ha sempre guardato oltre la sua unica strada, oltre la collina, oltre il confine del proprio campanile.

Se l’individuazione dei centri antichi si basa su nomi attribuiti o mal interpretati come borgo, allora ciò che sappiamo di quei luoghi rischia di essere una costruzione arbitraria.

Il nome, spesso assunto come chiave d’accesso alla memoria del territorio, può diventare un filtro che distorce la prospettiva storica.

In tal caso, ogni studio puntiforme che pretenda di svelare l’identità profonda di un sito, si fonda su un presupposto fragile, in quanto se si sbaglia il nome, come possiamo fidarci di ciò che crediamo di sapere dell’anima intima o del passato di quel luogo?

P.S. a margine e per chiarezza di titolo:

I tari erano monete d’oro e d’argento utilizzate nel Regno di Sicilia e poi nel Regno di Napoli, a partire dall’Alto Medioevo fino all’età moderna.

Il nome “tari” deriva dall’arabo “ṭarī”  che significa “fresco”, “nuovo”, ed era il nome dato a una moneta d’oro araba molto diffusa, chiamata dinaro.

Durante la dominazione islamica della Sicilia (IX-XI secolo), le autorità musulmane coniarono monete simili a quelle arabe.

Quando poi i Normanni conquistarono la Sicilia (XI secolo), continuarono a coniare monete d’oro con caratteristiche simili, mantenendo il nome tari.

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                           NAPOLI 2024-07-30

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IL LAGRIMOSO CAMMINO DEGLI ARBËREŞË VERSO LA TERRA PROMESSA  Si u lljeva si sotë nenghë thë pèe

IL LAGRIMOSO CAMMINO DEGLI ARBËREŞË VERSO LA TERRA PROMESSA Si u lljeva si sotë nenghë thë pèe

Posted on 29 luglio 2025 by admin

Giorgio Castrita L'arbëreshë 2

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Nel corso del XIV secolo, gli Arbëreşë seguirono il percorso per raggiungere la terra promessa dal principe Giorgio, che non porta emblemi di tradimento né sul capo e né sul cuore.

L’eroe diffuse e rese pubbliche le direttive par raggiungere queste terre, come un profeta fa, nel predisporre ogni cosa per l’indispensabile accoglienza, e come fare quando sarebbe giunto il momento di incamminarsi per lasciare, le antiche terre con il cuore e la mente colmi di principi di credenza a fraterna solidarietà.

Una vera e propria” terra promessa” che doveva essere  una nuova patria, su cui elevare i principi di credenza senza compromettere gli altrui o dare l’idea di essere invasori.

Il confine solido e facile da individuare era, il mare Adriatico dove solidamente indica la via di giorno al sole e all’imbrunire anche alla luna buona entrambi che vano verso il sud dell’Italia.

Per loro, questa regione buona divenne “terra promessa”, come lo fu per i popoli che segnarono e segnano la storia tutti alla ricerca di, un rifugio dove poter vivere in pace, mantenendo viva l’identità della terra di origine parallela colmi di ambiti collinari, qui ritrovati.

Ancora oggi, i loro discendenti custodiscono con orgoglio quella memoria di coraggio e speranza di cui ricordano e tramandano gesta credenza e consuetudini.

Una volta individuati i luoghi più adatti nelle regioni del Meridione, in particolare in Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Sicilia, Abruzzo e Molise, gli Arbëreshë si distinsero per la loro laboriosa arte nel bonificare terre e renderle parte attiva della dieta mediterranea, vino, olio, cereali e pastorizia.

Riuscirono a rendere produttive terre abbandonate e a riportare in vita numerosi centri rurali ormai spopolati o in decadenza.

Fondarono villaggi, costruirono chiese, coltivarono i campi e contribuirono attivamente alla rinascita economica e culturale di quelle aree, intrecciando il loro destino con quello delle comunità locali, pur rimanendo fieri custodi della loro identità.

Con il loro lavoro, la loro fede e la capacità di integrarsi senza perdere le proprie radici, crearono uno dei modelli più solidi e duraturi di integrazione mediterranea, senza soluzione di continuità tra cultura ospitante e tradizione arbëreşë.

Tutto questo fu possibile grazie al loro codice linguistico orale, mai formalizzato in scrittura, che tramandava storie, valori e memorie. Le loro gesta rimasero così un fatto intimo, custodito nella memoria collettiva ma ignorato dalla grande storia, e tutt’oggi assente negli archivi e nelle biblioteche.

Oggi, variegate istituzioni religiose, politiche e culturali cercano inutilmente di attribuire a loro uno scritto ufficiale, tuttavia il penoso ardire non è stato mai coerente con la loro natura, che sistematicamente riconsegnano agli illustri mittenti.

Per questo motivo viene caparbiamente e giustamente rifiutata, perché non può essere compresa lo sforzo fatto da chi lavora, da quanti siedono e osservano il tempo che scorre lento e, segna profondamente il radicato di un popolo operoso.

Quando gli Arbëreshë giunsero nel Sud Italia, trovarono villaggi abitati da poche anime, comunità isolate e terre quasi abbandonate, convertendo da subito questi stati di fatto con fraternità ritrovata, costruendo ponti e strade e dando meta a un nuovo modo di abitare ed accogliere.

Con spirito solidale e profondo senso del territorio, si affiancarono fraternamente agli abitanti locali, portando nuova forza e vitalità. Insieme resero quei luoghi nuovamente vivi, coltivando la terra, ricostruendo legami e rafforzando l’identità delle comunità.

La loro presenza non fu invasiva, ma rigeneratrice: un incontro silenzioso che cambiò il destino di interi territori.

Tuttavia, dovettero affrontare ogni sorta di avversità, con determinazione e sacrificio, riuscendo ad averne ragione, innestando radici e custodire la loro identità.

Ma, dalla loro terra d’origine, gli echi della sottomissione non hanno mai cessato di farsi sentire, arrivando fino a qui come un richiamo un ronzio silenzioso in memoria di quella fuga che per i dominatori doveva essere un giorno portata a buon fine.

Gli Arbëreshë, approdati oltre l’Adriatico in cerca di libertà, affrontarono ogni genere di avversità. Nemmeno nella “terra promessa” fu loro concesso di pregare liberamente: la fede, che li aveva sostenuti nell’esilio, venne ostacolata. Eppure, nonostante tutto, divennero protagonisti di unione e custodi di una cultura viva, resistendo al tempo e alle imposizioni. Ma dalla loro terra natia, gli echi della sottomissione continuano a riverberare, giungendo fino a noi come monito e memoria.

La fuga degli Arbëreshë dalle loro terre storiche, alla ricerca di una terra di credenza e libertà, non è mai stata davvero perdonata. Né dai dominatori che li videro partire, né da coloro che li accolsero con diffidenza. Profughi e custodi di una fede antica, affrontarono il peso dell’esilio e il silenzio dell’incomprensione. Eppure resistettero, costruendo ponti tra memoria e identità, tra radici spezzate e nuovi orizzonti.

Se all’inizio fu la diffidenza ad accogliere gli Arbëreshë, ma poi sottoscritti i patti seguirono la forma di credenza a cui si scelsero i patti bizantini, poi formalmente garantita dagli atti dell’Unità.

Ma dal XIX secolo in poi cominciò ispirati dal ventennio Italiano inizia una nuova fase, con cui si e dato avvia allo sminuire e il parlato, sulla scorta del principio che voleva legare la terra promessa e l’antica terra di pena con il filo nero dell’inchiostro.

Ha cosi inizio la progressiva perdita della lingua parlata, e con essa la smitizzazione della figura di Giorgio Castriota volgarizzandolo come uno Scanderbeg.

Un’azione lenta e silenziosa, che oggi transita indisturbata attraverso letterati e governi, senza consapevolezza né memoria alcuna, nel comprendere quanto male si faccia a questo popolo da oltre un millennio.

Così, ciò che era stato rifugio e resistenza rischia di dissolversi nell’indifferenza del presente, a giudicare dai viandanti che qui giungono come turisti della breve sosta.

Si potrebbero fare esempi, offrire certezze, indicare fonti. Ma chissà quanti oggi hanno davvero gli strumenti per comprendere. La verità è che la conquista ottomana, e con essa la repressione delle credenze degli Arbëreshë, non ha mai smesso di esercitare la sua ombra. Anche dopo l’esilio, anche dopo l’approdo oltre l’Adriatico, quella sottomissione si è perpetuata — prima nella diffidenza, poi nella concessione formale, infine nell’oblio. Oggi, tra istituzioni distratte e memorie spezzate, la loro identità continua a resistere, ma senza il riconoscimento che meriterebbe. La storia degli Arbëreshë non è solo una storia passata: è una domanda ancora aperta sul presente.

Difficilmente ci sarà mai spazio per un confronto pubblico autentico, perché i cosiddetti “prescelti” nella nostra terra, pur consapevoli del gioco perverso che si consuma, non hanno né la forza culturale né la conoscenza storica per misurarsi con chi, come i primi Olivetani di Napoli, portavano sulle spalle secoli di pensiero e e credenza da diffondere a chi ignorava sin anche credenza.

La rappresentanza ad oggi è diventata vuota, sterile, e incapace di affrontare le vere domande e, nel silenzio perpetuo che non nasce dall’ignoranza del popolo, ma dalla rinuncia colpevole di chi avrebbe il dovere e l’opportunità di parlare con lealtà verità e competenza.

E tutto si cela dietro i libri, i manuali, i tentativi di formalizzare l’alfabeto arbëreshë, che, in verità, non è mai esistito davvero, o non ha mai avuto un’alba piena, nonostante viene evocato come segno di dignità linguistica, ma è spesso solo una vetrina vuota, costruita per rassicurare coscienze istituzionali, non per custodire davvero una voce viva, sicura e pronta ad essere ascoltata.

L’identità, quella autentica, non sta nei caratteri tipografici, ma nei suoni che resistono nel parlato e il cantare degli anziani, nelle preghiere sussurrate, nei silenzi non tradotti e, finché si continuerà a nascondere la realtà dietro simulacri cartacei, nessuna rinascita sarà possibile.

Quello che resta sono i fatti che dimostrano che essi divennero esempio di ingegno e lungimiranza e, costruirono ponti e strade, divulgarono temi moderati per unire religioni e culturali e, divennero portatori di conoscenza tra le masse prive di istruzione.

La loro presenza contribuì a trasformare territori marginali in centri di sviluppo e, oggi sono un modello di integrazione e progresso.

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                                                Napoli 2025-07-29

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IL GENIO DEL BISOGNO ARBËREŞË A CONFRONTO CON L’IRA DELLE ARCHE VERTICALI  Kalljva e mallj i shëtrëmburë

IL GENIO DEL BISOGNO ARBËREŞË A CONFRONTO CON L’IRA DELLE ARCHE VERTICALI Kalljva e mallj i shëtrëmburë

Posted on 28 luglio 2025 by admin

Bosco arberesheNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Il genio Vernacolare arbëreşë nasce perché radicato nel territorio, opera del bisogno, a misura del clima, fatto con materiali locali in sudore quotidiano operoso.

Tutto questo per realizzare un’architettura umile, sostenibile, necessaria e, capace di espandersi nell’ambiente del quale rifletteva e riflette l’identità collettiva, per quanti e di quanti avevano necessità di risiedere, in confronto con l’ambiente naturale e dare vita al luogo parallelo ritrovato.

Ad oggi si contrappongono a questa storica metodica opere in elevato di cunei multiformi appellati “Boschivi Verticali”, dove l’arte dell’apparire, adombra ambiente, natura e genio dell’uomo.

Pur ispirandosi alla natura, essi trovano agio nell’apparire verticale come un tempo facevano i cunei che spaccavano la legna del bosco o le pietre dei monti e, oggi si vogliono sovvertire ruoli, forma e sostanza.

In tutto sono una metrica di sostenibilità esclusivamente estetizzata, pensata per stupire, in quanto simbolo di una nuova ecologia di facciata, dove il verde è puro, semplice travestimento di immagine privo di utile sostanza.

E mentre un tempo l’architettura vernacolare univa, perché linguaggio comune, tessendo filamenti di paesaggio, nature e vita, il verticalismo edilizio dei cunei divide i componimenti naturali unitari.

Nei trascorsi dell’architettura del bisogno non c’era utopia di necessità, ma convivenza, equilibrio tra uomo e territorio, con i suoi ritmi nella stagione lunga fuori la porta di casa e, nella stagione corta, all’interno del volume misurato di necessità per gli uomini.

Ogni casa era un frammento di paesaggio, ogni Katundë un’estensione del bosco di collina, che forniva acqua limpida, che scorreva silenzioso.

Il Bosco Verticale, è utopia senza domani, un’immagine potente, sospesa nel vuoto più estremo e per questo in grado di dialogare solo con il vento.

Non è più un abitare, ma una vetrina, dove il verde apparisce abbarbicato lungo lo scorrere del cemento e, diventa solo il componente di una quinta innaturale, perché il monte che è verticale, non è mai verde ma colmo di grigiore.

Nonostante tutti sanno che, i boschi non sono in verticale, ma sono gli alberi a crescere e, le foreste vere non si arrampicano sulle montuosità granitiche, dove regna solo il gelo e la neve.

Perché i Boschi nascono e si estendono lungo le colline, dove le radici, si allargano e vivono nel tempo, abbracciati dal sole e, mai lo fanno nelle rocce montuose sempre pronte a disgregarsi per il gelo.

Questi edifici non uniscono ma dividono, in quanto sono cunei, identici simili o equipollenti a quelli che un tempo si usavano per spaccare il legno o dividere il marmo, essi si elevano nei luoghi di confronto e  movimento (Katundë) per dividere e formare due fronti fraterni, chi può abitarli o chi li osserva dal basso, tra natura e realtà, avverte subito che esse sono prodotto di una natura impossibile.

Non siamo più nel regno dell’abitare, ma in quello della rappresentazione da palcoscenico, infatti, pur essendo rivestiti di piante, questi giganti verticali, in attesa di essere fumosi, non saranno mai un ponte, ma solo ed esclusivamente cunei, notoriamente strumenti che nell’immaginario collettivo dividono solidi frammenti unitari.

Come un tempo si usavano per spaccare i tronchi nei boschi, oggi si infilano nello spazio urbano, marcando distanza tra abitanti e natura, in tutto una vita sospesa non più con i piedi per terra.

Questi boschi innaturali, non sono gesto d’unione, ma frattura, tra l’idea di abitare, desiderio di apparire, diversamente all’architettura vernacolare che tesseva relazione, di radice.

Notoriamente al giorno d’oggi queste canne al vento, che simulano una perenne primavera, si ergono come simboli di esclusione, scollegati dal contesto che li circonda, a cui viene vietato di espandersi perché devono solo apparire nella prospettiva innaturale creata ad arte.

Diversamente dall’architettura vernacolare che nasceva per espandersi come organismo vivo, capace di crescere assieme alla comunità per, adattarsi a tempo e stagioni.

Ampliandosi come fa un centro antico o un bosco vero, lentamente, facendo crescere le sue radici orizzontali, nella terra sempre uguale.

Il Bosco Verticale, invece, nasce già compiuto, senza possibilità di evoluzione, è già alto, ma non lascia passare il vento e non consente al alcun che, neanche il pascolare tra ombra e luce, ponendosi più come un cancello e non certo come via luminosa e libera.

È rappresenta un oggetto, una figura e sin anche una cassaforte chiusa, che non cresce, non si espande, non dialoga, ma natura imprigionata in un perimetro, una verticalità che non appartiene al bosco, ma alla visione dell’apparire.

In natura, i boschi crescono sulle colline, si diffondono in orizzontale, erano accarezzati dal sole, dalla luna che indicava la via all’acqua e al vento.

Nessun bosco nasce in verticale, le radici non si arrampicano, cercano profondità, la narrazione del Bosco Verticale è una illusione prospettica, una scena che si esaurisce nello sguardo, senza un futuro di reale trasformazione.

L’architettura vernacolare era fatta con ciò che il luogo offriva, pietra, legno, terra, paglia, divenendo emblema o espressione spontanea di un equilibrio tra uomo, natura e ambiente.

Non emulava la natura, ma ne faceva parte e, cresceva come un organismo collettivo, lentamente, seguendo le esigenze delle stagioni, i limiti del territorio e dell’uomo.

Il Bosco Verticale, al contrario, porta il bosco dove esso non può vivere e tutto si trasforma in un gesto estetico potente, ma innaturale anzi oserei dire devastante.

Vero restano gli atti e i fatti, perché, inserire un frammento di foresta dentro un quartiere urbano è come sradicare un animale dal suo habitat, lo si toglie dal suo recinto per trasformarlo in simbolo per abbellire il centrotavola, o il pappagallo che ripete cose inconsulte.

Un bosco non nasce tra vetro e acciaio, non vive appeso ad altezze di cime tempestose e, non cresce in luoghi innaturali respirando, traffico e seminando cemento.

Il bisogno dell’uomo è fatto di terra, di umidità, sole, e vento silenzioso, qui invece, ogni cosa risulta essere isolata, contenuta, ingabbiata, non più come fa la natura e, la rappresentazione o meglio la sceneggiata vuole salire di prepotenza sul palco della natura.

Il vernacolare univa, perché parlava la lingua del luogo, diversamente da questo verde urbano, che invece, non parla con ciò che lo circonda, rimanendo solitaria immagine sradicata, una principessa che ha perso la via maestra e qu diventa estranea, inutile, terminando nel bacino dell’estetica che una storia che non gli appartiene.

I Katundë che vivono alla giornata, non cercano simboli, ma sono alla ricerca di sé stessi e, restano imbibiti di senso e garbo, non hanno bisogno di sfoghi fumosi e verticali, ma di spazi che li rappresentano, e fanno ascolto, in tutto un bisogno di architetture che parli la loro lingua, non di icone e simboli privi di credo.

Il Bosco Verticale è un’immagine potente, ma effimera, infatti apparisce, stupisce e violenta l’immaginario. Non crea legami, non espande radice, perché è solo in camino che non funziona, ma emana e riempie di fumo il vernacolare abitato, lo si guarda, lo si fotografa, lo si celebra e, poi svanisce nella routine della città, senza lasciare alcuna traccia nell’anima del luogo, se non la fumigine, che ci costa imbiancare nel corso della stagione lunga.

L’architettura vernacolare, invece, non aveva e non ha bisogno di stupire, perché fuoco vivo nel tempo e nello spazio, si costruiva per avvicinare generi, ed era fatta per essere usata, trasformata, tramandata in quanto gesto collettivo, non mero spettacolo.

Oggi più che mai, serve tornare a un’architettura che non isoli, che non si elevi per separare, ma che si radichi per unire.

Un’architettura che non venga ammirata e poi essere dimenticata, o segnare fastidiosamente l’immaginario collettivo senza essere mai potuta abitata, riconosciuta o vissuta.

Nei Katundë, le prospettive sono libere, non si impedisce di guardare il sole né la luna, qui si alza lo sguardo per contemplare simboli di credenza reali.

L’orizzonte resta aperto, perché abitare è anche poter vedere lontano, condividere la luce, il vento, il tempo.

Là dove l’architettura diventa monumento o fine a sé stessa, lo spazio si chiude, le prospettive imposte diventano teatrali, pittoriche, da rivista e distraggono lo stare insieme.

Ci si perde nell’immagine, si dimentica la relazione, non fanno il bene del vivere comune, ma del mercato senza uno scopo per il bene della comunità ma del singolo o dichi lo rappresenta.

I Katundë non hanno bisogno di stupire, ma bisogno di durare e continuare a vivere per dare agio sociale all’uomo e alla natura, offrendo spazi semplici, ma profondi, dove la bellezza è nella misura, nel ritmo, nel dialogo con ciò che è intorno e, l’abitare non è consumo, ma condivisione.

L’architettura vernacolare nasceva per unire, fatta con ciò che il luogo offriva: pietra, legno, terra, essa cresceva lentamente, come i Katundë, e tutti gli insediamenti umani radicati nella terra, nella collettività, nel ritmo delle stagioni.

Ogni casa era parte del paesaggio, mai sua negazione. Non imitava la natura: ne faceva parte.

Il vernacolare era espansione, adattamento, linguaggio vivo, si costruiva con il tempo e con la gente, senza utopie, senza spettacoli.

Nascevano per svilupparsi e crescere, per essere tramandato e, senza apparire, ma appartenere a chi doveva conservare memoria.

Oggi invece si alzano totem. Il Bosco Verticale, per quanto ricco di suggestione, non unisce, ma divide. È un’immagine potente, ma isolata. Un bosco appeso al cielo, che non nasce dalla terra, che non può espandersi né trasformarsi. Non ha prospettiva di futuro, solo quella dell’apparizione, è utopia senza domani.

Un tempo si usavano i cunei per spaccare il legno dei boschi e, oggi, questi grattacieli verdi sono cunei urbani: si insinuano nella città non per tessere relazioni, ma per tagliare, per separare. Tra chi abita e chi guarda. Tra natura e imitazione. Tra reale e simbolico.

Il bosco, quello vero, cresce sulle colline, orizzontale, espanso, radicato e, non vive sospeso e mirando verso il vuoto, in vetro e acciaio, non è balcone irrigato da fontane e, sradicarlo dal suo ambiente per allestirlo in verticale privandolo della sua anima naturale.

I Katundë di oggi hanno bisogno di essere ascoltati, non coperti da icone, senza storia o credenza, ma abbisognano di spazi che lascino vedere il sole e la luna, che non impongano prospettive pittoriche o narrazioni di un mercato che non consente confronto.

Il buon abitare non si costruisce sull’immagine, ma sulla relazione, che non distragga, ma accompagni, che non celebri sé stessa, ma custodisca il vivere comune.

Il vernacolare era presenza silenziosa e necessaria, diversamente, dalle canne fumarie travestite di oggi, per quanto verdi, appaiono per essere subito dimenticati e fanno paura per il fumo che quanto prima spargeranno nell’aria.

È tempo di tornare a costruire per durare, non per stupire, per radicare storia, non per cancellare un modo antico dell’abitare, che non è solo apparire ma memoria e rispetto del passato.

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                            Napoli 2025-07-27

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KATUNDË PER CHI NASCE ASCOLTA CRESCE E PARLA ARBËREŞË

KATUNDË PER CHI NASCE ASCOLTA CRESCE E PARLA ARBËREŞË

Posted on 25 luglio 2025 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Ad iniziare dalla metà del secolo scorso e in tutto quello ad oggi trascorso, si snodano Katundë arbëreşë dove si usa disgregare in misura progressiva, il valore demografico, culturale oltre i valori paralleli innestati così come importati dalla terra di origine.

L’abbandono dei centri antichi in generale e le pertinenze storiche in particolare, estese sin anche all’agro ormai non più produttive, sono nelle disponibilità e in favore di politiche che non hanno alcun riguardo del patrimonio storico qui depositato.

Vera resta il dato che, gli addetti preposti, trovano più idonee erodere senza impegno o rispetto le storiche località, sulla scorta del dato che essendo scarsamente formati, violentano con arroganza e pressapochismo, lo svolgersi di questa pena ogni stagione e, qui in questo breve si vogliono evidenziare le ragioni riferire ai Katundë arbëreşë.

Il processo penoso fortemente sostenuto e in atto, mette a rischio non solo la sopravvivenza di intere comunità, ma anche la ricchezza dell’insieme culturale che, rappresentano nel cosmatesco mosaico di tradizioni e storia delle colline d’Italia.

In specie le minoranze storiche studiate e indagate in numerosissimi dipartimenti non per l’edilizia tradizionale del bisogno, non per le consuetudini storiche notoriamente mai trascritte, ma per fare esperimenti variopinti senza fonte specifica del pigmento.

Il tutto si concretizza nel dato che non si propone o si predispone alcuna formazione, in favore delle nuove generazioni prima che esse partano, per raggiungere le università più eccellenti d’Europa.

Questa mancanza si traduce nel dato che, una volta formati, non scelgono di tornare, né tantomeno sono mai invitati a partecipare, nonostante i titoli e curricula acquisiti, che potrebbero essere fondamentali per il futuro di questi luoghi di memoria .

Ne si organizzano dibattiti, confronti o seminari formativi, utili per i liberi pensatori restanti locali, che  si presentano sul palcoscenico come unica forza interpretativa e culturale per leggere e valorizzare il patrimonio materiale e immateriale, qui ancora resiliente.

Il tutto si traduce in una diaspora che si rinnova ciclicamente in ogni stagione, impoverendo ulteriormente il tessuto sociale e culturale delle comunità, di ben oltre cento Katundë del meridionale e, questo dato è attribuibile solo agli arbëreşë.

Il protocollo di preparazione locale, connesso che le attività di formazione dipartimentale, potrebbero essere un laboratorio per architetti, antropologi, sociologi, psichiatri, legislatori, urbanisti titolati di storia, visti gli echi qui ancora abbarbicati, in precario riverbero.

Tuttavia si preferisce esaltare il genio degli ultimi o, chi non ha formazione curriculare, competenza e genio locale, esaltando pubblicamente e istituzionalmente l’incompetenza, che ignora il canto muto dei vicoli brevi, intrisi di contenuti in memoria antica.

E solo chi ha titoli e forza per conservare memoria o, vedere, ascoltare, luce di queste fiammelle ondeggianti lungo i cunicoli di vita sociale potrà avvertire quel vento soffice che li sfiora maternamente.

Gli stessi vicoli che se opportunamente osservati e ascoltati, potrebbero fornire spunto per temi di sviluppo, in forma di concorso per giovani titolati, al fine di far rivivere senza soluzione di continuità, quell’antico parlato di operosa arte del bisogno.

Il valore dell’architettura vernacolare ad oggi, è incastonato identicamente, in attesa di essere il punto di forza da cui trarre ispirazione, per annaffiare quella radice stesa al sole, che va dal centro antico, sino ai cunei dell’agro di confine.

Il tutto dovrebbe essere finalizzato a risvegliare il senso di appartenenza, lo stesso dove si nasce e si cresce in solidità familiare, che con caparbietà attende di essere rigenerato, perché identità di luogo, poco nota alle nuove generazioni, ai canali turistici e dei media, che vanno alla spasmodica ricerca delle origini dell’uomo.

Tuttavia questo non deve sfociare nel produrre enormi flussi di rifugiati culturali, affamati di notizie per fare tenerezza, moda per quanti qui approdano in cerca di un palco, non avendone avuto agio nei loro luoghi natii, deturpando la filiera storica di confronto in radice Greca, Bizantina, Longobarda, Cistercense, Arbëreşë, Francofona, Ispanica e molto altro ancora.

Naturalmente gli addetti preposti devono essere molto cauti e non terminare nella ‘turbinosa-manomissione edilizia’, ovvero un’architettura post-vernacolare, in cui si ignorano le tessiture della storia fatte da filamenti di politica, identità, cultura e territorio.

A tal fine è bene precisare che ‘turbinoso’ è di per sé un termine violento per definizione e, questo crea situazioni che non implica una qualità che garantisce tutela, ma potrebbe devastante ciò che esiste già in dormienza secolare.

Se poi il protocollo si applica anche ‘in forma turbinosa all’architettura’ ogni cosa si piega, si torce, si vela e si denuda, disgregando ogni possibile espressione del costruito legato al tempo, perdendo la diritta via che unisce ogni forma indispensabile.

Lo sviluppo dell’architettura dei Katundë, deve essere intesa come un’esperienza virtuosa o a dir poco originale, specie quando si cerca con pennelli inopportuni ‘cromatismi’ di vestire in costume inopportuno luoghi e cose del passato, sin anche dove sono riconosciuti ruoli di memoria storica immateriale, la stessa che purtroppo rimane poco noto a quanti trovano palco per apparire.

Dopo il caos edilizio, dovuto alle risorse qui riversate dagli emigranti, e del bum economico, ha avuto inizio un processo di regolazione urbanistica voluta dal bisogno di imitare tutti le metropoli.

Da allora in questi ambiti vennero riversati e realizzare spazi, per aprire nuove vie veicolari, compromettendo, sin anche i toni di luce genuina smarriti.

Tuttavia anche se il passato poteva sembrare o apparire dittatoriale o intoccabile, esso si riflette nel dato che si voleva mutare le cose, ma quella che ancora prevale è la povertà culturale da palcoscenico, perché si continua ad essere incapaci di valorizzare alcun che, del patrimonio cittadino e, sin anche quello che fa parte dello storico confronto tra generi e natura.

Dalle pietre delle murature, ai selciati, sono tutti sottoposti a cementificazione terminando con l’avere, strade ed edifici trasformati a misura di una passeggiata multicolore, per soddisfare una richiesta assurda e inventata senza alcuna ragione storica.

Ridisegnando così una sorta di nuovo centro antico, camuffando e dando pena alle forme che in questi vicoli hanno riverberato storia e ascolto.

Vale lo stesso principio per la memoria della toponomastica storica, uno degli strumenti fondamentali per la conservazione dell’identità linguistica di uno specifico punto in ogni Katundë.

E quando questa viene trascurata o sostituita da nomi moderni, generici o “italianizzati”, si compromette un patrimonio immateriale che raccontava pene e ricorda momenti, cose, figure e famiglie di una migrazione storica per il bisogno di tutelare la propria identita.

In assenza di un riconoscimento toponomastico ufficiale, già ad oggi compromessi dal rotacismo linguistico, rimane solo la memoria di singoli o prescelti.

Ad oggi, non resta che ridare spazio e scena agli specifici tratti di storia, gli stessi che giorno dopo giorno diventano più difficili da interpretare, tutelare e promuovere in azioni di salvaguardia coerente.

Il rischio è la graduale scomparsa delle tracce visibili e non, della presenza arbëreşë, rendendo più vulnerabili le tradizioni linguistiche, di credenza e architettura che hanno caratterizzato questi luoghi.

Un’efficace politica di tutela dovrebbe, quindi includere il recupero e la valorizzazione della toponomastica storica, come segno tangibile di continuità identitaria e come strumento di riconoscimento giuridico e culturale delle minoranze storiche.

Non solo per rendere la giusta memoria ai suoi abitanti, ma per tracciare e disegnare le linee principali secondo cui il centro storico ha preso forma e consistenza, nel corso di almeno sei secoli.

Ogni Katundë è diventato oggi il palcoscenico da cui offendere, manomettere o affondare la memoria con emblema il formalismo, fatto di intonaci coloriture e informali adempimenti, che ne violano continuamente le prospettive sin anche dall’alto.

Accanto a questo tipo di “Urbanismo Bulico”, sono sorti edificati in sostanza di muri e finestre con vetrate senza senso, sicuramente al contrario della misura discreta come era un tempo fare.

La rinascita evidente a tutti, resta sospesa tra modernità e tradizione, tra caos e disordine, tra colore e monocromia sempre più sfuggente.

Una sintesi del paesaggio urbano, che va dalla qualificata vernacolare del bisogno alla più recente dell’apparire dei boschi verticali, disegnati in progetti dove manca la volontà diffusa di costruire per i cittadini e, renderli indistintamente partecipi al processo di falsa memoria.

O meglio attirarli nel percorso di queste nuove ‘scalfitture’ urbane affasciate con tecnologie che vivono del protocollo del profitto a ogni costo, per generare illusorie gesta instabili e comunque volti soprattutto a illudere quanti si apprestano ad animare Katundjnë.

Tutto questo trova anche conferma con le attività poste in essere dal dopoguerra, segnalando un punto di svolta non solo sul piano politico ed economico, ma anche in ambito culturale e spirituale.

Con la ricostruzione e la progressiva secolarizzazione delle società, le chiese, intese sia come edifici fisici sia come luoghi simbolici del sacro, sono spesso divenute oggetto di, riconversione e, in alcuni casi, di vera e propria manomissione.

La crescente industrializzazione e urbanizzazione ha comportato, in molte aree, la distruzione o lo snaturamento di edifici religiosi per far posto a nuove infrastrutture senza orientamento di credenza.

In lungo e in largo in ogni Katundë, molte chiese sono state modificate radicalmente per ragioni “funzionali”, spesso senza il rispetto del valore storico, artistico e spirituale che esse racchiudevano e, con esse anche i luoghi di sepoltura storica.

A seguito del Concilio Vaticano II, si assiste inoltre a una trasformazione interna alla Chiesa e, molte liturgie cambiarono, gli interni vengono manomessi del loro antico valore e le opere d’arte vengono rimosse, accantonate per essere sostituite.

Questo fenomeno, giustificato come aggiornamento pastorale, ha però spesso portato a una “spoliazione” delle chiese, svuotandole di elementi che ne raccontavano la storia e l’identità.

E la questione assume toni più duri in luoghi di culto, profanati senza alcuna attenzione consapevole di memoria, non quella più antica che e complicata da interpretare, ma almeno delle vicende de tardo secolo scorso.

Qui la manomissione è solo fisica ma ideologica, parte di un più ampio tentativo di cancellare la credenza dalla vita pubblica, per una più moderna e imbiancata.

Negli ultimi decenni del Novecento, l’emergere di una nuova sensibilità per la conservazione del patrimonio culturale ha portato, almeno in parte, a un rinnovamento di questi luoghi.

Tuttavia, l’abbandono spirituale da parte delle comunità, rimane un segno tangibile della chiesa che non è stata solo un luogo sacro, ma anche un centro identitario e comunitario, da ciò la spogliazione, in molti casi, ha significato lo sradicamento di memorie collettive e radici profonde estrapolate per lasciare spazio a piantumati ad uliveto.

Altra manomissione storica inconsapevole è stato il rifacimento dei palazzi realizzati dopo il terremoto del 1783 che devastò la Calabria e la Sicilia orientale, il Regno di Napoli promosse un’imponente opera di ricostruzione nel corso del decennio francese.

I nuovi palazzi, edifici pubblici e abitazioni vennero progettati secondo precise regole regie antisismiche, un raro esempio di prevenzione pensata nel Settecento e realizzato nei primi decenni dell’ottocento.

Le norme imponevano fondazioni su terreni solidi, strutture in muratura con incroci di legno la cosiddetta tecnica del “baraccato”, proporzioni geometriche ben studiate e altezze contenute.

Molti dei centri storici dell’area arbëreşë furono ricostruiti seguendo queste direttive, dando vita a insediamenti armoniosi, funzionali e soprattutto sicuri, con un cuore antico che lì, al centro dell’edificato pulsa senza tregua.

Tuttavia, nei secoli successivi queste architetture furono progressivamente manomesse e non furono più emblema solido della memoria delle famiglie che hanno fatto la storia, ma utilizzate a fini razionali di edilizia popolare.

L’aggiunta di sopraelevazioni, la sostituzione di materiali originari, la manomissione di cortili, il rifacimento delle facciate e l’uso di cemento armato per i numerosi interventi impropri, hanno compromesso l’integrità sismica e quella storica degli edifici.

Le logiche speculative a fini abitativi, unite a un diffuso disinteresse per la memoria costruttiva, hanno cancellato o nascosto gran parte di quell’ingegnoso equilibrio tra forma e sicurezza.

Oggi, molti di questi edifici sono in parte, svuotati del valore di genio costruttivo, in cui furono innestate tutte le conoscenze dell’epoca, ragion per la quale, se idoneamente analizzati, potrebbero fornire elementi fondamentali dello sviluppo e la conoscenza di ogni epoca, da quando vennero realizzati e, tutte le volte che sono stati espansi o arricchiti di superfetazioni.

Essi sono memoria di regole regie antisismiche, in tutto manufatti all’avanguardia, resi visibili solo dove il tempo, la cura e il caso hanno preservato l’autenticità delle strutture.

Oggi non resta altro che ricordare, per fare riferimento alla toponomastica storica l’unica forza in grado di tramandare memoria.

I nomi delle piazze, delle vie, dei vicoli, delle porte di case e le contrade, raccontano ancora oggi, silenziosamente, la visione urbanistica di quei tempi e, riconoscerli per poterli custodire diventa un atto di rispetto verso il passato che si deve imparentare con il futuro.

Diventa un dovere per quanti conoscono e hanno consapevolezza della storia, tramandare concetti, atti di memoria, spece a quanti prendono titoli secondari e si apprestano a formarsi fuori dagli ambiti locali, avendo cosi, un patrimonio storico come base da cui elevare le nuove cognizioni colturali e, costruire una solida diplomatica del luogo natio, a impronta dell’Olivetano, che detiene la memoria storica di Terre di Sofia e del suo agro.

Teoremi che hanno consentito di dare misura storica al protocollo del delocalizzare in età moderna, con cui le istituzioni di potere dal 2014, hanno smesso di adombrare luoghi adagiando nel cassetto più basso del comò il protocollo per smarrire poi la memoria.

Questa è una certezza che nasce dai consigli e i dibattiti solitari dell’Olivetano con le istituzioni del tempo, invitando sin anche chi ascoltava dal camino di Milano, di evitare violenza gratuita in futuro, per chi si trova a confrontarsi con le cose della natura, interpretate male e allestite peggio, in tutto scenari desertici del mediterraneo, scambiati per colline del meridione Italiano.

Storicamente chi per eventi naturali, vive la tragedia di essere delocalizzato, viene per così dire avviato, con promessa da condividere e, per un Katundë arbëreşë quale vale più ne sentire di dover abitare Gjitonia, che al giorno d’oggi equivale a promettere miracoli, ma non quelli buoni che fanno i santi, ma gli intrugli realizzati sotto il noce dai Iannari di ponente.

Atanasio arch. Pizzi                                                                                                              Napoli 2025-07-24

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MODULOR DEL PARLATO IN VESTE FEMMINILE (ghjuga me dulùrëi thë crjatë tona)

Posted on 22 luglio 2025 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – il Modulor è un sistema di proporzioni armoniche basato sull’altezza media del genere umano in forma aurea, ideato negli anni quaranta del secolo orso, in radice del Partenone, La Gioconda, e in epoca più moderna spunto delle architetture razionali.

Esso si sviluppa e nasce con lo scopo di creare uno standard universale per progettare spazi architettonici che fossero misura, funzionali ed estetica di equilibrio.

Il tutto mira a combinare matematica, antropometria e arte, al fine di guidare il progetto con proporzioni “naturali” e armoniche.

Utilizzato in molte opere di architettura razionale, il Modulor, parte dalle proporzioni del corpo (altezza, proporzioni, movimenti) come base per organizzare lo spazio di vita in modo armonico.

E siccome la lingua arbëreşë, secondo dati storici linguistici estetici e antropologici, usa nomi e radici che derivano da parti del corpo o azioni umane fondamentali per costruire significato formale (Leggi i Fratelli Grimm e le loro favole).

Così anche il Modulor usa creare una scala di proporzioni universali, che poi sono la radice della lingua albanese, dove si utilizzano concetti come “dorë” (mano) “sy” (occhio) “veshë” (orecchio) o “ghjughë” (lingua) come base metaforica o etimologica per costruire altri significati, dando al corpo umano un ruolo strutturale, come il Modulor, lo dà all’architettura razionale.

La visione abbraccia una concezione antropocentrica, dove l’essere umano si ritiene sia il concetto fondamentale e misura della realtà, sia nella costruzione dello spazio architettonico, nella costruzione del linguaggio e le cose di vestizione arbëreşë.

È lecito chiedersi perché, pur avendo una lingua come l’arbëreşë con radici profondamente legate al corpo umano e, quindi a un sistema universale, non si sia sfruttato questo legame per consolidare una lingua che storicamente nasce come un codice essenziale e coeso.

Nonostante questa base antropocentrica potesse offrire un fondamento comune e naturale, l’arbëreşë si è frammentato nel tempo in numerosi dialetti locali, come il riferito degli esperti che la legano alle tipiche parlate di oltre cento Katundë, allo stato delle cose palesate oggi, in competizione tra loro.

Le cause sono storiche e politiche e, l’assenza di una istituzione solida e unitaria mancata a tutt’oggi e per secoli, ha consentito, mentre gli intellettuali si ostinavano a scriverla, la dominazione o le infiltrazioni straniere, hanno sortito alle divisioni geografiche che impediscono lo sviluppo di una norma linguistica unificante basata su principi “organici” come quelli che il corpo umano, con il Modulor, rappresentano.

Tutto questo avviene nonostante l’arbëreşë avesse in sé tutte le forze del luogo natio e di quello parallelo ritrovato per dare linfa buona a una lingua unitaria fondata sul corpo umano, quindi sul comune denominatore dell’esperienza o del bisogno di fratellanza che conferma il valore di appartenenza, concetto che non ha trovato è colto l’occasione di usarli come strumento di standardizzazione.

 Il risultato è una lingua ricca, ma ancora segnata da profonde fratture dialettali almeno a detta dei poco attenti e che non hanno una base colturale come quella dell’architetto che in maniera razionale e precisa, garantisce case a misura per il bisogno locativo.

Se si parte dal teorema secondo cui l’arbëreşë rappresenta la radice storica e linguistica del moderno albanese, come il latino e il greco lo sono per l’italiano, allora è legittimo interrogarsi sul perché molti teoretici albanesi sembrano negare o sminuire questo legame.

Nonostante gli arbëreşë conservino tratti linguistici, arcaici  puri, anteriori alle trasformazioni sociopolitiche avvenute nei Balcani, di sovente vengono relegati a una posizione marginale nel discorso ufficiale sull’identità linguistica albanese.

Questo può derivare da un approccio ideologico, costruire una lingua standard “nazionale” finalizzata a privilegiare forme moderne, più legate al sud di quelle terre oltre adriatico, considerate le più nobili dal punto divista linguistico alle esigenze moderno dello Stato Albanese, piuttosto che riconoscere la continuità storica, custodita nella diaspora arbëreşë.

In breve, se l’arbëreşë è l’antico tronco da cui si è evoluto l’albanese moderno, allora l’attuale negazione accademica di questo legame, si potrebbe paragonare ad ignorare il latino nella storia dell’italiano e, il tutto si trasforma in una rimozione culturale, più che una scelta scientifica.

Il Congresso di Monastir, tenutosi nel novembre 1908, fu un momento cruciale per la definizione dell’alfabeto unificato della lingua albanese, e più in generale per l’identità linguistica e culturale della futura nazione.

Tuttavia, un dato spesso trascurato è racchiuso nel dato che nessuna figura intellettuale arbëreşë, venne invitata, coinvolta o ben accolta nei lavori del congresso, nonostante gli arbëreşë avessero avuto per secoli un ruolo fondamentale nella conservazione e nella trasmissione della lingua, della cultura e dell’identità fuori dai Balcani.

Gli intellettuali arbëreshë dell’Ottocento, dai tempi di Giuseppe Schirò a quelli più fondamentali e di confronto di Pasquale Baffi, tra i primi intellettuali con specifica formazione in grado di studiare, scrivere e codificare l’arbëreşë, molto prima della rinascita nazionale nei territori dell’attuale Albania.

Eppure, al momento di decidere l’orientamento linguistico ufficiale, la loro esperienza fu ignorata escludendo in toto la parlata storica, forse per ragioni politiche e ideologiche, che miravano a costruire una lingua che riflettesse le esigenze immediate di uno Stato moderno nei Balcani, lasciando ai margini la fondamentale diaspora storica, considerata troppo distante o legata a forme linguistiche “antiquate” e, cosi sfuggendo al principio della radice linguistica, che è alla base di ogni parlato solido.

In sintesi, l’assenza di intellettuali arbëreşë o la lettura dei loro postulati al Congresso di Monastir non fu una semplice dimenticanza, ma una scelta storica e politica, che mirava a fondare la lingua moderna senza riconoscere chi e cosa, per secoli l’aveva tenuta viva lontano dalla compromessa e dominata terra dalle altrui patrie.

Esistono poi anche Spazi domestici e specifico femminile, che seguono le tracce di “Zognë i Modulor, rivolto e messo a punto dal governo delle donne in relazione a come vive lo spazio domestico della propria abitazione del vestire.

Questo si traduce in uno strumento per adeguare lo spazio e le cose di un progetto in relazione alle dimensioni delle esigenze tradotte e sostenute al femminile.

Sebbene concepito come riferimenti più a misura, questo schema si potrebbe ipotizzare che trae le sue radici e, influenza anche la moda o la vestizione delle donne arbëreşë.

Qui, le sue proporzioni diventano un codice silenzioso, un protocollo non scritto ma rappresentato, che guida il modo di cucire e allestire abito e vestizione della donna, negli intervalli della vita, con proporzione rispettosa delle consuetudini che fanno il genere femminile, adolescente, sposa, regina della casa, vedova, e vedova incerta, con i giusti colori, per ogni luogo e stagione.

Infatti, ogni parte del corpo coperto tende ad armonizzarsi e rendersi silenziose proporzioni di quella figura disegnata dalla natura con discepolo l’uomo, come se il corpo stesso cercasse una corrispondenza ideale tra misura, colori e bellezza.

In tutto proporzioni del corpo umano che fanno la vestizione regale delle donne senza produrre valenze predominanti, ma atto in cui il corpo umano diventa rappresentanza e orgoglio di appartenenza incontaminata.

Per questo esso diventa non più solo misura dell’uomo, ma misura del mondo attraverso il corpo della donna.
Il Modulor al femminile non riduce, non impone, ma ascolta la curva, l’asimmetria, la vita e, proporzione che accoglie, ritmo che si fa pelle, geometria che non comanda ma danza con garbo regale.

Nel corpo femminile, la verticalità si piega in carezza, la sezione aurea si apre come fiore, e la misura diventa linguaggio d’appartenenza e non dominio.

Non è gerarchia, standard, ma simbolo di vestizione, che non costringe, ma riconosce, definisce, con il Modulor al femminile, il corpo sovrano, non come potere, ma come presenza materna.

Esso diventa orgoglio di forma intatta, rappresentanza di un’essenza libera, incontaminata dal calcolo che esclude, perché ogni spazio generato da questo sguardo non sarà mai solo costruito, ma nato per essere abbraccio dalla sua matrice.

 

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                              Napoli 2025-07-22

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