Archive | aprile, 2024

GJITONIA – VALLJE – SHEŞI - BORGHI E ILLISTRI NON HANNO PREGHIRE DI PERDONO DAGLI ARBËREŞË (gjitonia, valletë sheşi e llëtiretë arbëreşë me mbëcatë i sotë pàkùnghìmë)

GJITONIA – VALLJE – SHEŞI – BORGHI E ILLISTRI NON HANNO PREGHIRE DI PERDONO DAGLI ARBËREŞË (gjitonia, valletë sheşi e llëtiretë arbëreşë me mbëcatë i sotë pàkùnghìmë)

Posted on 28 aprile 2024 by admin

005b-NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Se oggi si dovessero tirare le somme di come siano state condotte valorizzate o indirizzate, le diplomatiche di tutela delle cose che rendono gli arbëreşë il modello di integrazione più solido e duraturo del mediterraneo, si dovrebbero allestire capienti confessionali dove impartire preghiere di penitenza per i peccatori.

Una deriva culturale senza precedenti, a giudicare dagli editi e i divulgati, non di comuni viandanti, ma per gli statici dogati senza formazione culturale in tema.

Si potrebbe qui allestire una enciclopedia consistente o di almeno pari volumi di quante si dice siano le migrazioni senza alcun senso storico sempre vantato.

Ma qui è il caso di sottolineare quali sono le cose storiche e veritiere, onde evitare l’allargarsi della deriva culturale, lasciate pericolosamente a invadere cose intime e identificative della Regione storica diffusa sostenuta in Arbëreşë.

A tal fine la memoria va al tempo in cui era difesa d’ufficio, nel corso della delocalizzazione di Cavallerizzo, frazione di Cerzeto per il rilascio della Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.), nel mentre si cercava confronto condiviso, con quanti dovevano essere gli anziani e formati al pari dell’Architetto Federiciano e Olivetaro i parà Krunde.

Due docenti, invece di tendere la mano, non avendo consapevolezza, a quei tempi, di me si condividesse una Mail, inviavano anche a all’Architetto Federiciano e Olivetaro di prima linea, le critiche senza senso e di incosciente radice.

La di cui corrispondenza critica era compilata con frasi del tipo; E chist’atru chi va cercannu ……………, e tutto questo solo perché erano stati invitati a confrontarsi, per i concetti qui di seguito a titolo come; Gjitonia, Sheshi, Rioni e crescita del centro antico di primo insediamento.

Tuttavia e senza soffermarsi anche su questi due Don Chisciotte e Sancio Panza, le cose più infantili che si ripetono e che si fa gran uso improprio è nell’identificare i centri antichi di radice arbëreşë, meramente Borghi, organizzati in quartieri sotto prodotte da Gjitonia, con piazzette dove affacciano porte e si canta e si balla a primavera la memoria di battaglie vinte dall’eroe albanese, deposto a memoria che giarda in tutte le direzioni men che meno verso la sua casa di kroje.

Va in oltre precisato che nonostante la minoranza abbia un proprio appellativo identificativo dei centri abitati, ovvero “Katundë”, che identifica un luogo di confronto, movimento o insieme di Iunctura sociale e familiare, in forma di città aperta rinascimentale, priva di classi onorifiche o economiche e, non certo medioevale chiusa, murata e di forma economica piramidale.

Quando nel 1999 ascoltai per la prima volta il teorema di “Gjitonia come il Vicinato indigeno” rimasi a dir poco basito e confrontai quel principio con ogni figura di spicco, i quali rimanevano tutti a dir poco perplessi anche se con sorrisi ironici de condividevano radice e contenuti sociali.

Iniziò così un ‘indagine molto articolata, fatta attraverso figure di eccellenza che a quei tempi erano riferimento storico, antropologico e psichiatrico in diversi dipartimenti universitari del meridione e, nel breve di pochi anni trovai la tessitura anomala di quelle esternazioni a dir poco infantili, anzi direi copiatura storica di un loco di pena e di vergogna.

In tutto, la Gjitonia è il luogo dei cinque sensi, non ha confini materiali e, rappresenta il luogo di formazione diretto dal governo delle donne, confuso genericamente, come traduzione semplice ed elementare come il loco “dove vedo e dove sento” che non è solo sentire a vedere, ma concerto armonico dei cinque sensi, gli stessi che fanno sentire il genere umano sempre a casa con i propri cari.

L’antico governo delle donne, ovvero madri sorelle, zie e nonne instancabili che preparavano le nuove generazioni, ripetendo quelle attività che ancora oggi non smettono di esistere e dare vita a ogni nuovo fiore di genere, che qui ha la fortuna di nasce e crescere, pensando prima e parlando dopo in Arbëreşë.

È stato lasciato al bando pubblico il teorema secondo cui uno Shëşë è uno spiazzo attorno al quale affacciano porte e finestre gemellate, nonostante la storiografia seria li riconosca come modello di Iunctura urbana, in tutto, un componimento urbano articolato, disposto in Fondaci (Kopshëtj), Botteghe (Putiga), Case (Shëpij), Vanelle (Vallë), Supportici (Supòrtë), Grotte (Varë), Vichi (Rrughà) e Archi (Redhë).

O cosa siano Costumi, Strade, Pietanze o quali sianole bevande tipiche ottenute con i distillati di prodotti mediterranei; non chiedere mai cosa e come erano innalzate Case, Chiese e Palazzi, o quali vestizioni tipiche usavano le donne e cosa rappresentassero in senso identitario, dove siano avvenute, nascite, soprusi o malefatte, perché avrete risposte a dir poco inesatte.

Non addimandate di essere accompagnati, per essere raccontata la storia delle case che parlano e raccontano storia di abusi, tanto nessuna di loro è così leale per farlo, ne tantomeno voi distratti viandanti, potrete cogliere la casa del diavolo che racconta una storia con protagonista esasperato il dio malefico, che li resta arrabbiato.

Altro argomento diffuso e promosso comunemente per i distratti e divertiti visitatori distratti dai midia, sono le incomprese e vituperate “Vallja”, presentate come ironia canora e di ballo, di stragi appena terminate e quindi memoria trionfale, di stragi contro Uomini, Donne, Bambini, Bambine, Asini c Cavalli.

A tal proposito è opportuno precisa re che le Vallje sono le antichissime Carmina Conviviali, feste di gruppi familiari ai tempi in cui non esisteva la scrittura, l’uomo che non conosce la scrittura vive nel mondo magico dell’orecchio e non in quello neutro della vista, in altre parole, per lui il senso più importante è l’udito, è questo infatti il senso privilegiato con cui viene in contatto con l’intero sapere della sua cultura.

In tutte le società a cultura orale le produzioni verbali sono centra­te, in genere, su dinamiche agonistiche, tali culture si ama scon­trarsi verbalmente attraverso lo sbeffeggia­mento, il vituperio verbale, ma anche talora ci si può esibire in lodi tremendamente esagerate ai nostri orecchi.

La stessa conoscenza non è mai astratta, ma è sempre vicina all’esperienza umana ed è, quindi, situata perennemente in un contesto di lotta, in queste culture, «i proverbi e gli indovinelli non vengono usati semplicemente per immagazzinare conoscenza, ma anche per impegnare gli altri in una battaglia intellettuale e verbale: pronunciare un proverbio o un indovinello significa sfidare gli ascoltatori a rispondere con un altro più appropriato, o con uno che lo contraddica.

Il vantarsi del pro­prio coraggio e/o il sarcasmo sul nemico sono atti che regolar­mente ricorrono nella narrativa orale, basti pensare a quanto accade ad esempio al piccolo esercito del Castriota che diede filo da torcere alle armate turche.

La cultura orale è conservatrice, tradizionale, in tutto, sono società magiche e tribali, in breve società chiuse, società fortemente conservatrici e tradizionali in cui la critica, il miglioramento o l’innovazione non vengono favorite, ma guarda­te con diffidenza e spesso osteggiate.

Infatti, «poiché in una cultura a oralità primaria la conoscen­za concettualizzata viene ripetuta ad alta voce altrimenti svanisce presto, le società, che su di essa si basano, devono investire molta energia nel ripetere più volte ciò che è stato faticosamente impa­rato nel corso dei secoli.

sono soliti ascoltare con la fioritura dei sensi e sono disposti a lasciarsi coinvolgere totalmente da colui che parla o che canta, in altre parole, l’uomo della cul­tura orale vive sotto la tirannia del presente.

Egli non ha nei confronti della «verità» storica la nostra stessa sensibilità, in quanto l’inte­grità del passato è sempre subordinata alle esigenze nel presen­te, anche se parte «scomode» o non più «attuali» e, immolate sull’altare della quo­tidianità. 

Le società a cultura orale, infatti, sono riuscite a risol­vere il problema connesso alla trasmissione del loro sapere grazie a una scoperta fondamentale: esse avevano imparato a co­struire contenitori verbali ritmici e formulaici, avevano scoperto la poesia e di essa avevano fatto uno strumento essen­zialmente funzionale alla conservazione delle conoscenze e alla trasmissione, da una generazione all’altra, dell’intero loro sapere.

In particolare, le società a cultura orale riuscirono a conservare una memoria sociale collettiva associando poesia, musica alle movenze di danza.

Nella civiltà moderna si verifica una situazione simile a quella presente nella cultura orale, nei meriti di testi invece che canzoni di successo, che finiscono con l’imprimersi nella mente del grande pubblico popolare grazie alla loro ossessiva e piacevole ri­petizione.

Di fatto, anche nella cultura orale la tecnica più comune per tra­smettere la tradizione era quella della ripetizione o delle rime di ironica partecipazione popolare.

Mentre la poesia epi­ca viene recitata da cantori professionisti, ma anche da adulti e anziani, da bambini e da adolescenti e ciò avveniva durante i ban­chetti, all’interno della famiglia, a teatro e sulla piazza del mer­cato.

Ovvero fare dimostranza attiva della propria storia, ricordando con canti e danze, le tappe della propria identità in diverse attività pubbliche nella stagione lunga; e poi nella stagione corta allevare le nuove generazioni davanti al camino, in forma riservata, e seguiti dal governo delle donne.

A questo punto è il caso di dire: chi è senza peccato di ironiche dicerie culturali scagli la prima pietra, anzi in primo blocco di Adobe per costruire le prime case degli arbëreşë, quelle denominate vernacolari o per necessità, ma qui entriamo in un campo dove solo i formati Federiciano e Olivetaro, hanno titolo per parlare e gli altri devono restare con la bocca chiusa e le orecchie aperte ad ascoltare, altrimenti si finirà per dire ancora per molto “la Gjitonia come il Vicinato indigeno” “le Vallje la battaglia vinta” “lo sheshi la piazzetta dove affacciano le porte e si balla per ricordare il Castriota” “la giornata del Temine si mangiano carne insaccata nelle tombe dei defunti”.

Commenti disabilitati su GJITONIA – VALLJE – SHEŞI – BORGHI E ILLISTRI NON HANNO PREGHIRE DI PERDONO DAGLI ARBËREŞË (gjitonia, valletë sheşi e llëtiretë arbëreşë me mbëcatë i sotë pàkùnghìmë)

Aprile 2

IL PENSIERO LIBERALE DI PASQUALE BAFFI E IL PARLATO PRIMO DEGLI ARBËREŞË (Motet i Ghiùhesh Tonë)

Posted on 25 aprile 2024 by admin

Aprile 2NAPOLI (Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Gli alfabetizzati non comprendono, cosa sia “la cultura orale prima”, ovvero, quella mancante di ogni sorta di scrittura, né immaginano sia possibile valorizzarla, per questo voi che sapete tutto, provate ad immaginare di non dover mai cercare una parola in un dizionario, avrete così consapevolezza che le parole, non hanno una presenza visiva ma un semplice suono di ri­chiamo.

Quando Pasquale Baffi, mi riferisco al primo, grande e unico letterario, nello studio di comparazione della lingua Arbëreşë pubblico, in Svezia, dal 1774 al 1776 perché unico paese europeo ad avere tutti i caratteri dell’alfabeto Greco e Latino per la stampa di Gutenberg.

Scrisse con genio diversi “discorsi” sulla storia della lingua Arbëreşë che vivevano a ridosso della via Egnazia, gli stessi che per sfuggire alla gogna di credenza mussulmana, si stanziarono allocandosi negli anfratti collinari del Regno di Napoli diffusamente, si limitò esclusivamente a comparare questo parlato, con quelle dei viandanti indo europei che li transitavano.

Naturalmente senza azzardo di voler stravolgere con esperimenti alfabetari dirsi voglia, diversamente da come agirono dopo meno di un secolo, prelati e i loro figli copiatori; avviando così, da quei tempi e, ancora oggi con ostinazione, la lingua parlata Arbëreşë di noi e dei nostri a una china giullarescamente scritta, senza eguali.

Un dato rimane inconfutabile, ovvero, se il Baffi nella sua carriera di lettore primo e grande interprete di testi Latini e Greci, sin anche delle forme più arcaiche, oltre ad essere un parlante natio di lingua Arbëreşë, ha ritenuto solo comparare la lingua, senza mai esporsi a fare romanze o alfabetari; un progetto ancor oggi inarrivabile, da lui posto in essere, ritenendo che quel codice, di parole non doveva essere stravolto, dai copiatori seriali senza adeguata formazione.

Allora è spontaneo chiedersi se lui che era ai vertici della cultura, non ha mai posto in essere nulla che violasse la lingua parlata degli Arbëreşë, gli altri a cosa ambivano quando si recavano in chiesa, nei collegi e poi correvano a Napoli per stampare cose per una schiera di analfabeti?

E chi diceva che una prima versione degli scritti sugli Albanesi era stata distrutta per difformità dei caratteri a stampa di Gutenberg, cosa cercavano di nascondere quando diceva che erano stati distrutti quegli scritti errati?

Se a questo aggiungiamo il dato che avere un titolo di scolaretto e merito di chiedere interessi esagerati per grano imprestato, non tifa diventare eccellenza di storia e di cultura, specie se mandante di eccidi, davanti granai e poi perisci in solitudine con gli scritti delle tue vittime pubblicate dai tuoi parenti ignari.

Per millenni l’uomo ha trasmesso le proprie conoscenze con lo “strumento voce” e le informazioni passavano di bocca in bocca al ritmo della lena del pedone.

L’uomo che vive ambiti di cultura orale primaria, pone in essere la cultura che non conosce scrit­tura, non possiede documenti, ma solo memoria uditiva.

Da ciò si deduce che questo popolo conosce solo ciò che ricorda, e per farlo, ha bisogno di formule quale ausilio, da ciò, l’uomo siffatto, ha una relazione con le paro­le profondamente diverso dagli alfabetizzati, in quando fanno uso più dell’udito che del visivo.

Dei suoi sensi l’orecchio è considerato il più importante, specie in una cultura in cui non esistono testi scritti a mano o stampati, e il sapere si sostiene perché disposto in memoria.

In tali ambiti culturali, si ricorre articolare le conoscenze in pensieri memorabili, in altre parole, il pensiero nasce all’interno di moduli bilanciati con solidità di contenuto ritmico.

Esso per questo viene strutturato in ripeti­zioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in tutto, epiteti ed espres­sioni formulaiche, in temi standard, o proverbi costantemente uditi da tutti i partecipanti, in forma di rammentati facili, formu­lati per un semplice apprendimento di ricordo; ovvero, for­me di funzione mnemonica, intrecciata a sistemi determinati di sintesi.

Nella cultura orala primaria, dunque, i pensieri devono essere espressi in versi o in una prosa molto ritmica, con forme di ballo, in quanto, il ritmo aiuta la memoria anche dal punto di vista fisiologico.

A tal fine è noto il solido legame fra modelli ritmici orali, del pro­cesso respiratorio, in gesti e simmetria bilaterale del corpo uma­no e, sin dai tempi delle antiche parafrasi Aramaiche e Greche del Vecchio Testa­mento, sin anche dell’Ebraico Antico.

Tutte queste popolazioni, passava­no la vita «ruminando» in continuazione, brani della Scrittura, ma tale loro incredibile performance mnemonica (per i culturali parametri odierni) era resa possibile anche dal fatto che il testo sacro era stato trasmesso per secoli oralmente.

Tutto questo avveniva o posto in essere secondo un racconto ritmato, strutturato in modo da essere facilmen­te memorizzabile, ma purtroppo, queste caratteristiche di memoria, sin anche della Bibbia, sono andate disperse nelle traduzioni delle lingue moderne.

Nelle culture orali primarie il sapere finisce con l’essere trasmes­so attraverso formule, frasi fatte, proverbi, massime, in breve fi­nisce con l’essere un sapere veicolato in espressioni verbali es­senziali o, per meglio dire, quintessenziali.

In tutto resi, proverbi e mas­sime come ad esempio: Rosso di sera bel tempo si spera; Divide et im­pera; Sbagliare è umano perdonare è divino; Il lupo perde il pelo, ma non il vizio; Buona è la mestizia più del riso, perché un triste aspetto fa buono il cuore.

A tal fine esistono diverse frasi brevi, secondo le quali le giovani generazioni Arbëreşë erano allevati, come ad esempio; Kicchiricchi këndonë Ghielli e Sofia te Kangelli; kushë kianë, kianë pulari e Sofia thë kamizari; gnë gherë jshë gnë mij, ghiri thë ghë shëpië………

Tuttavia nelle culture orali esse non sono espressioni occasionali, perché formano la sostanza stessa del pensiero e, senza di loro è impossibile un pensiero che abbia una qualche durata, poiché esse lo costituiscono.

Nelle culture orali primarie, la memoria occupa un ruo­lo centrale tra i poteri della mente e le persone più sapienti che posseggono una memoria di ferro.

La memoria è la custode dell’intero sapere che è sempre espresso in massime formulaiche, del resto, in una cultura orale pensare in termini non formulaici, non mnemonici, se anche fosse possibile, sarebbe una perdita di tempo, poiché il pensiero, una volta formulato, non potrebbe più essere ricordato se non con l’aiuto della scrittura e, per quanto raffinata non sarebbe perciò conoscenza duratura, ma solo pensiero fuggevole.

Una cultura orale possiede caratteristiche particolarissime che appaiono decisamente insolite a chi si è formato nella galassia Gu­tenberg o vive nel mondo della parola elettronica.

L’uomo del­l’oralità primaria ha con la dimensione storica e del sacro, con gli altri e con sé stesso, con il linguaggio e con la poesia rapporti diversi da quelli che hanno gli uomini della parola scrit­ta.

L’uomo che non conosce la scrittura vive nel mondo magico dell’orecchio e non in quello neutro della vista, in altre parole, per lui il senso più importante è l’udito, è questo infatti il senso privilegiato con cui viene in contatto con l’intero sapere della sua cultura.

Ma il mondo dell’orecchio è «un mondo caldo e iperestetico mentre il mondo dell’oc­chio è relativamente freddo e neutro.

L’uomo biblico, ad esempio, è per antonomasia l’uomo dell’a­scolto, infatti, nell’Antico Testamento il verbo ascoltare ricorre da cin­que a sei volte più frequentemente del verbo vedere.

In tutte le società a cultura orale le produzioni verbali sono centra­te, in genere, su dinamiche agonistiche, tali culture si ama scon­trarsi verbalmente attraverso l’insulto reciproco, lo sbeffeggia­mento, il vituperio verbale, ma anche talora ci si può esibire in lodi che suonano tremendamente esagerate ai nostri orecchi.

Del resto, in una cultura orale, la stessa conoscenza non è mai astratta, ma è sempre vicina all’esperienza umana ed è, quindi, situata perennemente in un contesto di lotta.

In queste culture, «i proverbi e gli indovinelli non vengono usati semplicemente per immagazzinare conoscenza, ma anche per impegnare gli altri in una battaglia intellettuale e verbale: pronunciare un proverbio o un indovinello significa sfidare gli ascoltatori a rispondere con un altro più appropriato, o con uno che lo contraddica.

Il vantarsi del pro­prio coraggio e/o il sarcasmo sul nemico sono atti che regolar­mente ricorrono nella narrativa orale, basti pensare a quanto accade ad esempio fra Davide e Golia.

La cultura orale è conservatrice, tradizionale, in tutto, sono società magiche e tribali, in breve società chiuse, società fortemente conservatrici e tradizionali in cui la critica, il miglioramento o l’innovazione non vengono favorite, ma guarda­te con diffidenza e spesso osteggiate.

I motivi di questa propen­sione alla difesa della tradizione sono molteplici, ma tra i princi­pali va posto quello inerente ai processi comunicativi propri di tale cultura.

Infatti, «poiché in una cultura a oralità primaria una conoscen­za concettualizzata che non venga ripetuta ad alta voce svanisce presto, le società che su di essa si basano devono investire molta energia nel ripetere più volte ciò che è stato faticosamente impa­rato nel corso dei secoli.

Gli uomini della cul­tura orale, pertanto, sono un pubblico più caldo e rumoroso del pubblico della cultura tipografica.

Essi sono soliti ascoltare con la piena fioritura dei sensi e sono disposti a lasciarsi coinvolgere totalmente da colui che parla o che canta.

In altre parole, l’uomo della cul­tura orale vive sotto la tirannia del presente, ricorda solo ciò che è utile per la sua esperienza quotidiana. Egli non ha nei confronti della «verità» storica la nostra stessa sensibilità, in quanto l’inte­grità del passato è sempre subordinata alle esigenze nel presen­te. Ecco perché parti «scomode» o non più «attuali» del passato vengono ben presto dimenticate, immolate sull’altare della quo­tidianità.

A livello linguistico, tutto ciò comporta che in quelle culture so­pravvivano solo le parole che sono di uso quotidiano e che termi­ni arcaici possano rimanere in circolazione solo se entrano a far parte del vocabolario specializzato dei poeti. Ma anche in questo caso esse rimangono in vita sin quando vengono quasi quotidia­namente usate, altrimenti anch’esse sono destinate a svanire.

 

Le società a cultura orale, infatti, erano riuscite a risol­vere il problema connesso alla trasmissione del loro sapere grazie a una scoperta fondamentale: esse avevano imparato a co­struire contenitori verbali ritmici e formulaici.

In breve, avevano scoperto la poesia e di essa avevano fatto uno strumento essen­zialmente funzionale alla conservazione delle conoscenze e alla trasmissione, da una generazione all’altra, dell’intero loro sapere.

In particolare, le società a cultura orale riuscirono a conservare una memoria sociale collettiva associando la poesia alla musica e alla danza.

Nella civiltà moderna si verifica una situazione simile a quella presente nella cultura orale, nei meriti di testi invece che canzoni di successo, che finiscono con l’imprimersi nella mente del grande pubblico popolare grazie alla loro ossessiva e piacevole ri­petizione.

Di fatto, anche nella cultura orale la tecnica più comune per tra­smettere la tradizione era quella della ripetizione o delle rime di ironica partecipazione popolare.

Mentre la poesia epi­ca viene recitata da cantori professionisti, ma anche da adulti e anziani, da bambini e da adolescenti e ciò avveniva durante i ban­chetti, all’interno della famiglia, a teatro e sulla piazza del mer­cato.

Ovvero fare dimostranza attiva della propria storia, ricordando con canti e danze, le tappe della propria identità in diverse attività pubbliche nella stagione lunga; e poi nella stagione corta allevare le nuove generazioni davanti al camino, in forma riservata, e seguiti dal governo delle donne,

Per mantenere viva la tradizione, la memoria doveva essere esercitata continuamente e consolidata in ogni avanzare delle attività sociali.

Il cantore epico trasmetteva, in modo piacevole, ai suoi ascoltatori l’intero sapere giuridico, storico, religioso e tecnolo­gico del proprio tempo.

Resta un dato fondamentale, ovvero se l’intellettuale primo della cultura Arbëreşë tracciata da una figura che ha vissuto le sue stagioni colme di principi morali, perché oggi non è ricordato come esempio della minoranza; allora un problema di fondo ci deve esser stato, in favore di quanti oggi vanno per la maggiore sul palcoscenico da cui si rivolgono alla platea incosciente, dichiarandosi in colpevoli del danno prodotto per aver voluto promuovere Monastir e non il genio del parlato delle Terre di Sofia.

Commenti disabilitati su IL PENSIERO LIBERALE DI PASQUALE BAFFI E IL PARLATO PRIMO DEGLI ARBËREŞË (Motet i Ghiùhesh Tonë)

RITI E TERMINI RIVOLTI FUORI DAI MODELLI DI MEMORIA E CREDENZA POPOLARE (Na cèlljimë cocelljenë me thë şcruituratë e Bulljervetë)

RITI E TERMINI RIVOLTI FUORI DAI MODELLI DI MEMORIA E CREDENZA POPOLARE (Na cèlljimë cocelljenë me thë şcruituratë e Bulljervetë)

Posted on 02 aprile 2024 by admin

Senza titolo

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Tutti i popoli hanno un percorso evolutivo unico, sostenuto da uomini, fatti, cose e luoghi; nasce a seguito di questo principio, circa sessanta anni orsono, la mia passione per comprendere e capire la storia degli Arbëreşë.

Chiaramente non come quella interpretata da prelati, guerrieri, artigiani, contadini, naviganti, i quali, per le succulente storie locali poste in essere, non trovarono alcun giovamento, per il continuo atto di riversare cose e fare storia.

Alla luce di questi minimali principi posti in essere e, non avendo giusta consapevolezza della mancanza di contenuti nel definire la leg.482/99, che doveva risolvere ogni cosa, avendo come principio la Gjitonia come il Vicinato dove si prestano cose, lo stato in cui si trovano i paesi su citati non lascia liberi certamente orizzonti di tutela mirata.

Ha avuto inizio, per queste e altre cose che qui si preferisce non citare, il pellegrinaggio attraversò i cento e nove Katundë, più la capitale Napoli Greco Bizantina e di Iunctura Alessandrina, con il raccogliere, verificare, incrociare e confrontare in loco, documenti, materiali, consuetudini, genio e credenze Arbëreşë.

Una ricerca nuova che al solo pensiero che possa essere resa pubblica fa tremare quanti da secoli ripetono e diffondono comuni cose senza ragione e senza avvertire, quanto e come offendere chi si è prodigato riversando studi e principi di altre eccellenze.

 La memoria popolare per questo, pone in essere e ripropone eventi o appuntamenti annuali, seguendo lo scorrere del tempo, dando forza alle memorie locali con riti, processioni ed eventi, che dal giorno del termine a febbraio e, senza soluzione di continuità accompagnano e mantengono vive le consuetudini della propria identità locale.

Tuttavia queste fanno come l’acqua, non seguono il tempo che scorre imperterrito e non si ferma mai, ma cambia destinazione e va per vie diverse al mare, che accoglie sempre ogni cosa che li si reca.

I riti di cui qui si vogliono trattare o discutere per comprenderli e valorizzarli meglio sono quelli che interessano la Regione Etnica Diffusa Accolta e Sostenuta Kanuniana dagli Arbëreşë.

E’ ormai da ben oltre cinque decenni che i riti e le rievocazioni, religiose e di credenza popolare anno perso ogni radice storica e per questo presentate più come momento folcloristico per il turista distratto e poco interessato all’evento e, non accumunano e riportano le genti residenti locali a una rievocazione che dia senso e agio alla propria identità che di anno in anno degenera e diventa sempre più flebile.

Gli appuntamenti di memoria culturale sono molteplici ad iniziare dal Matrimonio, le feste di credenza, il giorno dei morti, le feste patronali, il giorno dell’insediamento, l’inizio della stagione lunga (l’Estate), la fine di questa e l’inizio della stagione corta (l’Inverno) e cosi a ripetere.

Momenti di condivisione che rispettavano, rigidi protocolli dentro il perimetro di credenza e nelle sue prossimità, per poi via via essere espressione laica, ma sempre rimanendo entro un protocollo permissivo che non deve essere mai degenere o miscredente.

Tuttavia e purtroppo, il senso degenere in specie quello pubblico, da diversi decenni va per tangenti e diventa sempre più allegoria o meglio spettacolo da stadio.

Seminando così fatuo e ilarità a dir poco indecenti, e si immaginano sempre di più, a cose che non hanno nulla da spartire o vedere con la storia locale di quel preciso evento, quando si va fuori dal perimetro religioso.

Le libere interpretazioni civili, negli ultimi decenni, sono alimentate sempre meno di protocolli locali e lasciati al libero arbitrio di gesti e cose inconsulte e senza attinenza, da un vero e proprio vortice di copia inconsulto, sempre più scellerato, per fini privati o per emergere protagonisti, con l’arroganza che sia giusto riportare all’interno di un percorso intimo locale, le cose che attraggono il viandante organizzato.

Gli avvenimenti e le cose riportate, anche se hanno luogo in diverse macroaree e per altri avvenimenti, si applicano nell’inconsapevolezza, che sono altra cosa o rappresentazione, senza avere accortezza che non centrano nulla di locale cosi come riportato, perché copiato in altro luogo.

Ormai le cose sono poste, tutte in essere, non avendo come lume l’originario senso di quella ben identificata ricorrenza, ma secondo un principio moderno locale segue “discorsi nuovi” finalizzato a stravolgere la tradizione.

Tutto questo secondo una diplomatica che accomuna viandanti distratti a esecutori incoscienti locali, i quali si spera partecipi senza cuore o ragione, fanno tutto per la goffaggine esponendosi ignori del componimento e, fanno lacrimare sangue al cuore di chi conosce quell’evento locale.

È chiaro che richiamarli o redarguirli dalla platea, è un atto vano, giacché, viene inteso come consenso, acclamazione o lagna di un protagonista mancato, assumendo per questo gli attori del palco, la funzione sin anche di cattedratici o istitutori di un nulla che per loro si basa sul teorema che nessuno sa e, quindi posso essere o fare senza vergogna sempre cose più degeneri.

Cosa riassume questo stato di cose oggi stese alla luce del solo fu il cantautore Francesco Guccini, un anno prima che io iniziassi, ovvero nel 1976 a prevedere tutto quello che sarebbe accaduto e qui riporto il testo a mia misura;

Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni;

Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni (Nuova Storia);

Va beh, lo ammetto e mi son sbagliato e accetto il “crucifige” e così sia

Chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato;

Mio padre in fondo aveva anche ragione a dir che la pensione è davvero importante;

Mia madre non aveva poi sbagliato a dir: “Un laureato conta più d’un cantante”;

Giovane e ingenuo ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo;

E un cazzo in culo e accuse d’arrivismo, dubbi di qualunquismo, son quello che mi resta;

Voi critici, o voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a vossìa;

Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia;

Io canto quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi;

Vendere o no non passa fra i miei rischi, non avrete mai i miei “dischi” e sputatemi addosso;

Secondo voi ma a me cosa mi frega di assumermi la bega di star quassù a “cantare”;

Godo molto di più nell’ubriacarmi oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare;

Se son d’ umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie;

Di solito ho da far cose più serie, costruir su macerie o mantenermi vivo;

Io tutto, io niente, io stronzo, io ubriacone, io poeta, io buffone, io anarchico, “io architetto” io fascista;

Io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista;

Io frocio, io perché canto so imbarcare, io falso, io vero, io genio, io cretino;

Io solo qui alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare;

Secondo voi ma chi me lo fa fare di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento?

Ovvio, il medico dice “sei depresso”, nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento;

Ed io che ho sempre detto che era un gioco sapere usare o no di un qualche metro;

Compagni il gioco si fa peso e tetro, comprate il mio didietro, io lo vendo per poco;

Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni;

Voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni;

Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete;

Un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate;

Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso;

Mi piace far “canzoni” e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso;

E quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare;

Ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto;

Questa santa previsione, ebbi modo di ascoltarla e comprenderla subito perché il Nipote di Celestino “detto Gelèu” e dicevano a quel tempo, che avessi pure la tessa voce, e qui aggiungo solamente: Grazie Guccini, di aver previsto tutto questo; io il tuo disco lo comprai, lo diffusi, grazie il primo stereo che portai in paese nel 1976, in quella Trapeso, dove si diceva andassero i poveri di ogni cosa, a raccogliere gli scarti della mensa Arcivescovile e, nonostante ciò a nulla è servita la tua “avvelenata e il mio impegno profuso”.

Commenti disabilitati su RITI E TERMINI RIVOLTI FUORI DAI MODELLI DI MEMORIA E CREDENZA POPOLARE (Na cèlljimë cocelljenë me thë şcruituratë e Bulljervetë)

Advertise Here
Advertise Here

NOI ARBËRESHË




ARBËRESHË E FACEBOOK




ARBËRESHË




error: Content is protected !!