Archive | febbraio, 2018

AI SINDACI ARBËRESHË DELLA R.s.A.

AI SINDACI ARBËRESHË DELLA R.s.A.

Posted on 09 febbraio 2018 by admin

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –

Oggetto: Convegno; Un esempio di accoglienza e integrazione nel meridione Italiano dal 1468 al 2018;

La Minoranza Storica Arbëreshë”.

 

sono l’arch. Atanasio Pizzi, nativo del comune arbëreshe di S. Sofia d’Epiro in provincia di Cosenza, ricercatore, studioso e sostenitore degli ambiti materiali ed immateriale della minoranza in oggetto.

Mi permetto di evidenziare l’opportunità, che offre la ricorrenza dei cinque secoli e mezzo della presenza arbëreshe nel meridione italiano e l’approssimarsi dei riti di Pasqua.

Ritengo sia doveroso rendere riconoscimento e memoria con dovizia di particolari, alle persone, i luoghi (in uno della cultura) alla parte, consistente e ancora viva della Regione storica Arbëreshë, che in maniera corale si appresta a vivere secondo il consuetudinario ortodosso il periodo che segue il ricordo dei defunti.

A tale fine, si vuole suggerire un evento/convegno, che riferiscano e illustrino quanto è avvenuto, in circa sei secoli di storia, con protagonisti luoghi, uomini e avvenimenti, (il genius loci Arbëreshë) in aderenza con la e genti indigene ospitanti, dando luogo al modello d’integrazione della Regione Storica Arbëreshë, divenuta parte indispensabile della Nazione Italiana.

Gli Arbëreshë pur vivendo in perfetta sintonia con le popolazioni locali, hanno mantenuto alto il valore storico della consuetudine, la metrica del canto, l’idioma e la religione; in altre parole “il patrimonio storico dalla terra di origine”.

Viste le dinamiche sociali odierne innescate dai processi della globalizzazione, che tende ad appiattire ogni cosa, è opportuno illustrare, rendere pubbliche, dinamiche sociali, culturali della collettività Arbëreshë, al fine di avvicinare con interesse e cognizione storica le nuove generazioni, sempre più assenti.

Realizzare un “momento d’incontro pubblico”, tracciare la storia e non solo il ricordo, per il giusto riconoscimento, verso quanti hanno reso vitale la popolazione Arbëreshë sino ai giorni odierni; tuttavia la manifestazione non vuole ne deve essere solo un momento di rievocazione di leggende, ma assegnare una funzione dignitosa per ogni macro area e  valorizzare l’economica locale .

In attesa di un gradito riscontro

Distinti Saluti

Atanasio Arch. Pizzi                                                                                                     Napoli 2018-02-09

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ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSE

ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSE

Posted on 01 febbraio 2018 by admin

ALIENAZIONE ARBËRESHË NELLA CINTA SANSEVERINENSENAPOLI (di Atanasio Pizzi) – La Calabria cosentina arbëreshë, nel pentagono descritto dai comuni di Santa Sofia d’Epiro, Acquaformosa, San Basile, Civita e San Giorgio Albanese, conserva le essenze più raffinate dell’ortodossa vestizione nuziale.

Un insula la cui posizione geografica gli consentì di essere scelta quale purpignera del processo religioso e identificativo sin dalla metà del XVII secolo.

Non a caso, all’interno di questo macro sistema sociale di origine Arbëreshë, a tutt’oggi rimane come caratteristica indelebile, sia le tracce ortodosse che quelle dell’arte sartoriale, mentre tutte le altre comunità, di simili radici, seguono da molto tempo la via della sintesi.

Gli aspetti caratteristici forgiati nel tempo resistono solo grazie alla caparbietà e agli aiuti, che eccellenze di arberia, munite di grande conoscenza del consuetudinario storico, nel pieno rispetto, hanno con garbo e raffinatezza frenato la piena del latinismo.

Il costume tipico arbëreshë è il simbolo del matrimonio, tuttavia oggi riveste anche il ruolo di testimone indispensabile per la prosecuzione della specie tra le vecchie e nuove generazioni.

Le ultime portatrici sane, dell’antichissimo emblema, non lo indossavano frettolosamente o sinteticamente, in quanto conoscevano il ruolo e il messaggio di ogni sua parte, metrica non scritta da tramandare.

Gli elementi e il modo di indossare il costume devono essere interpretati come un rito, pura rievocazione di valori identitari da non esporre secondo, modelli alieni o di sintesi.

All’interno del pentagono su citato, chi voglia o debba esporre in manifestazioni ufficiali, che non siano relegate alla mera funzione dell’apparire, deve portare rispetto è avere cognizione di quale responsabilità assume, in quando in quegli attimi rappresenta la massima “espressione dell’ortodossia minoritaria”.

L’atto è un rito, evento irripetibile, appuntamento con la storia; tradurlo come sintesi dell’apparire o evoluzioni alloctone, non fa altro che deturparlo e sottoporlo all’atto del sacrilegio;

Oggi Purtroppo e con grande rammarico va constatato che la deriva della vestizione, è colma, essa  tende alla estinzione del manufatto sartoriale e del suo significato; tutti noi che sappiamo e conosciamo il valore dobbiamo opporci a tale china.

Miletë, Coha e Xhipùni, e ogni accessorio ha un solo senso, la misura e calibratura sono la cornice indispensabile; tuttavia se poste nelle disponibilità di aliene/i o inadatte/i figure/sagome, quei preziosi, diventano altra cosa ed è inutile autoproclamarsi stilisti e detentori dell’antico costume, utilizzando il paraventi di tempo e di luogo senza senso.

Essendo diventata oggi regola la non regola è bene correre ai ripari e ricordare quali siano quelle linee fondamentali che il costume deve rispettare e di cui non si possa fare a meno, per rientrare nel seminato dell’ortodossia arbëreshë.

Il trattato del complesso costume, richiede tempi, modi che nell’arco e nello spazio di un articolo non possono essere disquisite, tuttavia iniziare per grandi linee e istruire quanti utilizzano  libere interpretazioni che si vanno seminando per monti, valli e boschi è già un buon segno di saggezza condivisa.

Ogni cosa va prima indossata, poi calibrata e in fine fissata, con raffinata perizia, manualità e dedizione; il costume richiede regole precise, per questo indossate le vestizioni intime e la linjë si continua con sutàninin, poi sutàna me rasë e in fine còha.

Al fine di raggiungere la vestizione le linee di riassuntive devono entrare in sintonia; sul davanti è lineare da sotto il seno fino all’estremità inferiore della coha; sui fianchi e il di dietro, deve descrivere un arco di cerchio per poi allinearsi subito con andamento lineare; il contorno inferiore, Galuni deve risultare perfettamente livellato e il davanti sfiorare la punta delle scarpe, la cui regola si ottiene variando lo spessore del tacco.

La parte superiore dalla base del collo sino al seno si deve descrivere un piano inclinato che poi s’innesta con la linea curva della prominenza del seno, sulla linea verticale su citata.

Lo xhipùni, deve aderire perfettamente sulle spalle e allinearsi alle rotondità del seno cui deve rimanere aderente persino nei piccoli movimenti delle braccia che sono coperte sino al polso.

A seguito di tutto ciò e dopo continue verifiche si aggiunge Vandèra e gli ultimi rintocchi rivolti alla vestizione degli ori (orecchini e collana con diadema) e l’apposizione della kesa che copre këshèt; il tocco finale avviene con l’apposizione sul capo o piegata ordinatamente sul braccio del velo dorato.

In fine con l’atto dell’apparire si assume la responsabilità di esporre secoli di storia, racchiusi in quei preziosi filamenti di porpora e oro; tuttavia muoversi con garbo, segue i passi che hanno condotto il popolo, arbëreshë alle mete dell’integrazione.

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