NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La ricostruzione della presenza delle popolazioni balcaniche nell’Italia meridionale costituisce uno dei temi più complessi e, al tempo stesso, maggiormente soggetti a semplificazioni della storiografia mediterranea.
Nel corso dei secoli, numerosi sono stati gli studiosi cimentatisi senza specifica competenza sulle dinamiche migratorie dell’area adriatica, frequentemente associando in forma di elenco numerato, fenomeni storicamente distinti, confondendo la diaspora delle comunità balcaniche con la presenza degli stradioti, i bottegai veneziani, i contingenti mercenari e le milizie reclutate dalle monarchie angioine, aragonesi, impegnate nel controllo politico e militare del Mezzogiorno.
Una simile sovrapposizione interpretativa ha finito per oscurare la natura profondamente diversa dei processi in esame.
Assoggettando tutto a una sorta di cambio automobilistico di nove marce in avanti più una retromarcia in atto, nel tempo moderno-
Da un lato si collocano i movimenti militari, temporanei e funzionali alle strategie delle élite di governo; dall’altro emerge il fenomeno della diaspora, intesa come trasferimento stabile di popolazioni provenienti dall’intero spazio balcanico e greco, determinato da trasformazioni geopolitiche, crisi istituzionali, pressioni militari e profonde esigenze di conservazione delle identità culturali, linguistiche e religiose.
Il presente studio muove dalla necessità di ristabilire una distinzione metodologica tra queste distinte realtà storiche, evidenziando come la diaspora non possa essere interpretata esclusivamente attraverso le categorie della storia militare, il mantenimento delle arti veneziane e la colonizzazione feudale.
Perché essa rappresenta, piuttosto, un fenomeno di lunga durata, articolato e stratificato, che interessa le relazioni tra le due sponde dell’Adriatico ben oltre le vicende che vanno dal del XV e XVI secolo.
In tale prospettiva, alcune interpretazioni hanno ipotizzato l’esistenza di reti politico-culturali e aristocratiche che avrebbero favorito la continuità e la protezione delle comunità in fuga dai Balcani.
Tra queste rientrano anche le teorie che attribuiscono un ruolo all’Ordine del Drago, la cui funzione nel favorire o organizzare processi diasporici rimane tuttavia oggetto di dibattito e non trova, allo stato attuale della conoscenza storica, un consenso consolidato nella storiografia internazionale, secondo la quale vennero progettate le arche di insediamento, che oggi fanno la regione storica diffusa e sostenuta dagli arbëreşë.
L’analisi richiede pertanto un rigoroso confronto con le fonti diplomatiche, ecclesiastiche e archivistiche, distinguendo accuratamente i dati documentati dalle interpretazioni storiografiche, riferendo di quelle solide unitarie e senza riverberi di sorta.
Solo attraverso questa distinzione sarà possibile comprendere la reale portata storica delle migrazioni balcaniche verso il Mezzogiorno d’Italia e restituire alla diaspora il suo autentico significato quale fenomeno demografico, culturale e politico, evitando le generalizzazioni che per lungo tempo ne hanno limitato la corretta interpretazione.
Né possono essere trascurati i numerosi interventi militari che interessarono il Regno di Napoli nel corso dell’età aragonese e vicereale.
Tali operazioni non furono finalizzate esclusivamente alla difesa del territorio, ma costituirono anche strumenti di consolidamento dell’autorità sovrana nei confronti delle grandi casate feudali e dei proprietari terrieri che, in diverse circostanze, manifestarono resistenze alle politiche della Corona.
L’impiego di contingenti militari, compresi quelli reclutati nelle regioni balcaniche, si inseriva pertanto in una più ampia strategia di controllo politico, di repressione delle autonomie locali e di riaffermazione del potere centrale sul territorio del Regno.
In questo contesto, la presenza di reparti militari stranieri non deve essere confusa con il fenomeno della diaspora.
Mentre i primi rispondevano a esigenze contingenti di natura politico-militare e amministrativa, le comunità diasporiche si stabilirono nel Mezzogiorno con l’intento di ricostruire un tessuto sociale stabile, preservando la propria identità religiosa, linguistica e culturale. La distinzione tra queste due realtà costituisce un presupposto metodologico essenziale per una corretta interpretazione delle migrazioni balcaniche verso l’Italia meridionale.
Né può essere trascurato il ruolo svolto dai reparti militari di provenienza balcanica e macedone al servizio della monarchia borbonica, il cui impiego testimonia la complessità delle strategie di sicurezza adottate dalla Corona nei momenti di maggiore instabilità politica.
Durante gli eventi del 1799, culminati con la caduta della Repubblica Napoletana, il potere monarchico ricorse a forze ritenute particolarmente affidabili per ristabilire l’ordine e reprimere il movimento rivoluzionario.
Tale circostanza assume un particolare rilievo se confrontata con il contributo offerto da numerosi intellettuali e patrioti arbëreşë alla diffusione delle idee illuministiche e repubblicane nel Mezzogiorno.
Ne emerge un quadro storico nel quale le popolazioni provenienti dai Balcani non costituivano un insieme omogeneo, ma erano portatrici di esperienze, interessi e finalità profondamente differenti.
Accanto alle comunità diasporiche, che avevano lasciato la propria terra per preservare la fede, la lingua e la propria identità culturale, si contrapposero, infatti, militari e contingenti reclutati per finalità strettamente politico-militari, chiamati a garantire la stabilità del potere costituito.
La loro presenza rispondeva alle esigenze della Corona e non può essere assimilata al fenomeno della diaspora, che ebbe origini, motivazioni e sviluppi storici del tutto distinti.
Confondere queste diverse realtà significa compromettere la corretta interpretazione delle migrazioni balcaniche e del contributo delle comunità arbëreshe alla storia del Mezzogiorno d’Italia.
A tale scopo è necessario ribadire la distinzione tra fenomeni che la storiografia ha spesso impropriamente accomunato.
Gli stradioti costituirono una risorsa militare di primaria importanza per l’impero romano, essi furono impiegati come cavalleria leggera al servizio anche della Repubblica di Venezia, svolgendo funzioni di difesa dei confini, di ricognizione e di controllo del territorio.
La loro presenza rispondeva a precise esigenze politico-militari e non rappresentava un fenomeno migratorio assimilabile alla diaspora.
Analoga distinzione deve essere operata nei confronti dei giovani provenienti da Valona e da altri centri dell’altra sponda adriatica che raggiungevano Venezia per apprendere un mestiere presso le corporazioni cittadine.
Essi erano accolti come apprendisti nelle botteghe dei maestri artigiani, dove prestavano la loro opera per anni ricevendo in cambio formazione professionale, vitto e alloggio secondo le consuetudini dell’apprendistato dell’epoca.
Anche questo fenomeno rispondeva a logiche economiche e formative e non può essere confuso con i movimenti diasporici.
Di natura profondamente diversa fu invece la diaspora delle popolazioni balcaniche, determinata dall’abbandono della patria in seguito alle trasformazioni politiche e militari che interessarono i Balcani tra il XV e il XVI secolo.
Le comunità che attraversarono l’Adriatico non erano animate da finalità mercenarie né da prospettive di formazione professionale, bensì dalla volontà di preservare la propria fede, le proprie tradizioni, la lingua e il senso di appartenenza comunitaria.
La loro migrazione diede origine a insediamenti stabili, destinati a perpetuare nei secoli un patrimonio culturale che ancora oggi caratterizza numerose comunità arbëreşë dell’Italia meridionale.
Solo distinguendo con precisione le migrazioni diasporiche dai movimenti militari e dai flussi di apprendistato è possibile restituire una corretta interpretazione storica delle relazioni tra le due sponde dell’Adriatico e comprendere la specificità dell’esperienza delle comunità arbëreşe nel contesto del Mediterraneo nel tempo dell’illuminismo.
(Maestro acquafortista che da memoria e forma alle terre Adriatiche).
Napoli 2026-07-30








