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PONTE-FICE E DIAVOLO A CONFRONTO TERRENO TRA CREDENZA E SIMBOLISMO e bhëri papa e shëjolljartj dialshj curë shëcoj motj

Posted on 02 aprile 2026 by admin

ponteNAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Nell’antica Roma, il pontifex da cui nasce la funzione di pontefice, rappresentava una delle più alte autorità religiose, incaricata di mantenere l’ordine tra il terreno e il divino.

Il termine, Pontefice rappresenta e interpreta il gestore terreno per la “costruttore di ponti” e, assumeva un significato simbolico, il ponte univa gli uomini agli dei o i luoghi dell’impero con le terre conquistate, in tal senso la figura centrale di questo sistema era il Pontifex Maximus, o Pontefice, ruolo ricoperto anche da personalità come Giulio Cesare, incarnando il massimo garante dell’equilibrio sacro e delle tradizioni religiose romane.

Il Ponte del Diavolo di Civita, è una delle opere più affascinanti e misteriose dei territori del Pollino che oggi riecheggia in arbëreşë.

La sua struttura ardita, sospesa sulle profonde gole del torrente Raganello, ha da sempre colpito l’immaginazione di viaggiatori, studiosi e comunità locali, dando origine a narrazioni leggendarie e interpretazioni storiche che si intrecciano fino ai nostri giorni.

A tali letture continua a sfuggire il significato su citato del termine pontefice, inteso come figura di riferimento terrena cui simbolicamente si attribuisce la realizzazione e la custodia di queste opere ardite, pronte a resistere nel tempo sia alle trasformazioni naturali sia all’azione dell’uomo.

Secondo la tradizione popolare, la costruzione del ponte fu così rapida e straordinaria da sembrare impossibile per l’ingegno umano e per questo la si associa a una figura superiore.

Si racconta che gli abitanti del luogo, incapaci di superare le pericolose gole del Raganello, si rivolsero al diavolo, stringendo con lui un patto, ed egli avrebbe costruito il ponte in una sola notte, pretendendo in cambio l’anima del primo essere vivente che lo avrebbe attraversato.

Una volta completata l’opera, però, gli uomini riuscirono a ingannare il diavolo credulone, facendo passare per primo un animale.

Furioso per l’inganno, il demonio scomparve, lasciando però il ponte come segno della sua opera e, da qui il nome “Ponte del Diavolo”, in tutto una storia che accumuna numerose strutture in Europa e, tutte accomunate da una difficoltà, l’inganno verso il diavolo compilatore e per questo assumere il valore apparentemente sovrumana.

Questa leggenda, pur priva di fondamento storico, riflette lo stupore e il timore che un’opera così audace suscitava nelle popolazioni di quelle ere, per le quali l’eccezionalità tecnica veniva spesso accolta come soprannaturale.

Accanto alla leggenda, esiste però una spiegazione molto più concreta e coerente con la storia del territorio, secondo cui il ponte abbia origini romane, o comunque sorga sul tracciato viario successivamente rielaborato nel Medioevo.

Per i Romani, infatti, la viabilità aveva un valore strategico fondamentale, sia dal punto di vista militare sia economico e, in quest’area della Calabria settentrionale era essenziale collegare la nascente Via Herculea con la Via Popilia, due importanti assi di comunicazione che permettevano di unire la costa ionica l’interno e l’Adriatico, in tutto il sud e il nord dell’impero.

E siccome attraversare la piana di Sibari comportava diversi rischi, derivanti dai territori paludosi, difficili da controllare e potenzialmente esposti agli attacchi dei nemici e, per questo non scelta strategica da utilizzare, preferendo seguire un percorso più interno, stretto e protetto, che consentisse il passaggio delle truppe, dei rifornimenti e dei materiali fondamentali senza esporsi inutilmente.

Il tracciato che da Policoro conduceva verso Castrovillari, passando attraverso le gole del Raganello e i camminamenti pertinenti di Civita, rispondevano perfettamente a queste esigenze e, il ponte rappresentava quindi un punto di collegamento cruciale, capace di superare un ostacolo naturale altrimenti invalicabile, oltre a garantire continuità ai movimenti militari e commerciali.

La posizione del ponte non è casuale, infatti esso si inserisce in una logica di controllo del territorio, tipica dell’ingegneria romana, la quale privilegiava soluzioni funzionali, durature e strategicamente vantaggiose, senza essere esposti alle prospettive di lunga mira.

Anche se l’aspetto attuale è il risultato di rifacimenti successivi, il luogo e l’impostazione generale suggerisce una conoscenza avanzata delle tecniche costruttive in chiara finalità strategica e pratica di genio militare.

In questo senso, il Ponte del Diavolo non è il frutto di un patto oscuro, ma il risultato di scelte razionali, legate alla necessità di dominare uno spazio complesso e di garantire sicurezza e continuità ai collegamenti.

Il fascino del Ponte del Diavolo di Civita nasce proprio dall’incontro tra mito e storia, in quanto la leggenda racconta l’emozione, la paura e la meraviglia degli uomini di fronte a un’opera straordinaria.

E la storia, restituisce l’immagine di un territorio attraversato, organizzato e difeso grazie all’ingegno umano.

Ancora oggi, osservando il ponte sospeso sulle gole del Raganello, è facile comprendere perché per secoli si sia creduto che solo il diavolo potesse averlo costruito.

Ma è altrettanto evidente che la sua vera forza risiede nella capacità dell’uomo di adattarsi alla natura e di trasformarla in via di comunicazione, scambio e civiltà fondamentale nell’epoca in cui venne realizzato.

È stato storicamente fondamentale il camminamento che da Sibari attraverso il pollino conduceva nelle vie dell’impero in contino movimento e, segna anche il nome dell’antico centro abitato di Civita, dal latino Civitas che significa “città” o “cittadinanza”, a sua volta derivato da civis (cittadino) denotando la radice romano di questo centro antico e, anche qui non a caso si ricorda, perché vive un ponte che riporta la memoria all’antico impero, tra storia e, non essendoci “solida memoria”, si innescano racconti di quanto la memoria smarrita propone.

Tuttavia parliamo di un modello fortemente utilizzato e diffuso che si compone ad arcata unica o sella d’asino, oltremodo esposta alle ire delle stagioni, per questo, tipologia diffusa, in età romana e tardo medievale, il tutto si sviluppa in un solo grande arco che sorregge un piano di calpestio rialzato in un corridoio centrale del suo sviluppo arcuato, onde evitare carichi decentrati.

Questa forma permetteva una migliore distribuzione delle forze verso le spalle e quindi nel terreno, aumentando la stabilità della struttura ordita in muratura locale.

Il profilo del camminamento elevato al centro dell’arco, consente inoltre un più efficace deflusso delle acque piovane sul calpestio nel tempo delle precipitazioni piovose, riducendo il rischio di compromettere, la struttura, una soluzione semplice che rispondeva perfettamente al traffico pedonale e animale dell’epoca.

Proprio per questo l’anonimato, collettivo e silenzioso operare, giunge nell’assegnare l’opera a un terzo idolo estremo, sorprendente e difficilmente spiegabile secondo una logica individuale certamente non terrena, in questi luoghi dove i romani erano passati solo per fare via breve e collegare la sibaritide, con la via Popilia a Castrovillari.

Ed è in questi ambiti oscuri della gola del Raganello che nasceva la credenza popolare secondo cui tale opere fossero eseguite con la regia terzo invisibile e insostituibile del costruttore “diavolo”, non di genio conosciuto diffusamente in terra, perché intesa come opera sovrumana atta a suggerire ciò che l’uomo singolo, in queste aride ed estremizzate zone di conoscenza. non poteva concepire, costruire o avere competenza e in breve tempo realizzare opere cosi elevate.

Notoriamente questo terzo e fondamentale partecipante non era la conoscenza dell’uomo ma il diavolo che, pretendeva ricompensa di anime per garantire la riuscita nel breve periodo, oltremodo vigilando nel tempo per la durata dell’opera stessa.

Le notizie che, pur frammentarie, di perlato e ascolto sono comunque giunte fino a noi e, vengono qui riportate di seguito, al fine di chiarire come un’opera concepita in preghiera, rivolta a Nostro Signore o ai suoi figli consacrati, “monaci”, ma nel tragitto sino alla terra finiva nella narrazione popolare, per essere ascoltata e attribuita all’ opera del “diavolo” il quale pretendeva un patto di anime da allevare.

Questo passaggio che qui a breve tratteremo non nasce per generare contraddizione di fede, ma da una incapacità umana di spiegare razionalmente il risultato finale, ottenuto per opere cosi avanzate e concettualmente inspiegabili, vista la partecipazione di più competenze.

Quando un’opera collettiva, necessaria alla comunità supera i limiti del sapere individuale, essa viene percepita come oltre l’umano immaginario operare.

Ciò che non ha un autore riconoscibile, e che appare ardito, perché non archiviato, viene allora collocato nel regno del soprannaturale, del fantastico e del non umano.

La tradizione popolare, incapace di accettare che una tale complessità potesse nascere dalla somma di piccoli gesti umili, trasforma così la preghiera in leggenda, e l’opera devota il patto simbolico: non più dono di un Dio, ma intervento del Nemico, che per agire pretende sempre un accordo simbolico.

In questo modo l’architettura del bisogno, nata dalla fede e dalla necessità, viene reinterpretata come opera del Diavolo, non per empietà, ma per timore reverenziale verso ciò che supera l’intelletto o la preghiera del comune immaginario.

Le intercessioni del Diavolo nella storia degli uomini, sono numerose e, sempre diverse, perché ogni epoca offriva una nuova fessura attraverso cui tentare di superare l’immaginario terreno dell’uomo comune.

E lui, il Diavolo, non chiedeva mai la stessa cosa due volte, perché ogni richiesta finiva per avvolgersi su sé stessa, trasformandosi in un raggiro infinito e continuato per l’eternità.

In quel cerchio senza uscita stava il limite più grande, fatto da una mente astuta, ma povera di vera cultura, incapace di generare un’idea che sapesse concludersi in umana opera.

Così il diavolo restava prigioniero dell’eternità, non come sovrano, ma condannato a garantire la beffa terrena che non gli avrebbe dato l’agio di dominare anima nell’inferno da lui imperato.

La leggenda tramandata da secoli e con diverse versioni, ma qui citeremo la più attinente secondo gli scenari di svolgimento di cui la più nota ricorda che era stato commissionato un ponte ad un capo muratore, il quale dopo aver accettato l’incarico per eseguire l’opera, si presentava molto preoccupato per i tempi di consegna.

E siccome la richiesta si presentava ardita e non semplice, da realizzare, cadde in disperazione al punto tale di doversi rivolgere al Diavolo, il quale nella tradizione popolare è sempre pronto ad approfittare delle debolezze umane, proponendo aiuto al capomastro, per completare il ponte.

Ma in cambio, esigeva le anime del primo genere che vi fosse transitata in ogni direzione e, stretto il patto, in una notte il ponte fu completato come richiesto, ma il muratore si sentì talmente in colpa per aver accettato quel patto, da correre a confessarsi dal prete locale, il quale gli suggerì di far attraversare il ponte a due animali per primi e, si dice sia stato un maiale da una parte e poi dall’altra un cane.

Rassicurando il capomastro che il diavolo non aveva chiesto un solo genere animale di cui pretendere anima a vita natural durante.

Fatto sta che così furono, due animali ad attraversare il ponte per primi e, il Diavolo si dovette prendere le loro anime.

Beffato, si adirò così tanto da gettarsi nelle acque del fiume scomparendo per sempre, anche se in realtà esiste un’altra storia più terrena, secondo cui quel Ponte del Diavolo è una volontà dalla principessa Irina Castriota moglie di Pietro Antonio che serviva a dare, agio alla popolazione locale di raggiungere l’agro circostante e fu lei che si rivolse al monaco per chiedere protezione divina e di credenza nel confessionale.

Infatti il luogo dove venne edificato, non si discosta molto da quel luogo strategico ed essenziale, che resta ancora oggi immutato di interesse quel luogo edificandovi nei pressi il magazzino del grano.

E la collocazione di quel ponte è legata anche a quel strategico ponte che lo collegava strategicamente ei gradi depositi della sibaritide e, la locazione di entrambi non dovesse convincere cultori e generi, che vivono di archivi e biblioteche, sappiano che la strategia di quel luogo non è mai variata cosi come il Raganello e le sue dirimpettaie montuosità.

Tornando invece alla citazione del Diavolo e, qui purtroppo il suo genio, in epoca moderna venne sottovalutato e gli uomini, convinti di conoscerne ogni trucco, abbassarono la guardia, certi che nulla di nuovo potesse nascere da una creatura tanto prevedibile.

Ma i tempi poi cambiarono, e con essi i tempi e le cose di richiesta e, non fu più una forma di pretesa ideale ma ad essere avanzata, emerse una domanda di ragione, semplice e diretta, che non cercava scambio né promessa e, per la prima volta il diavolo non trovò un riflesso in cui nascondersi, né un labirinto verbale in cui perdersi.

In quell’istante il ponte, costruito nei secoli tra l’inganno e il desiderio umano, che faceva passare sempre prima gli animali, cedette e crollò senza fragore, come se non fosse mai esistito davvero e solo il gioco distratto di alcuni bambini ne colsero il momento terminale.

Ciò che restò non fu una vittoria né una sconfitta, uno spazio vuoto, finalmente libero dal raggiro, ed è in quello spazio, per la prima volta, l’eternità non apparteneva più al diavolo.

In tutto, rimaneva una reverenza ambigua, mai sincera, che si fondava sul racconto secondo cui, una volta ricevuta la ricompensa pattuita, con l’inganno e raggiro perpetuo resa volutamente senza termine e, il diavolo, non avendo più alcun potere né interesse nel rendere pericolosa l’opera, da lui compiuta, per l’anima di due prescelti che li avrebbe dovuto transitare.

La via sospesa in quel dirupo, proprio perché compiuta e sottratta al suo dominio, rimane sicura e praticabile e, in questa narrazione, il diavolo non è tanto distruttore quanto garante involontario e, il suo nome serve a spiegare l’audacia dell’opera, ma il suo intervento si esaurisce nel racconto stesso.

La struttura, una volta terminata, non viene più toccata, poiché essa assolve a una funzione vitale e, collega un Katundë con il suo agro fondamentale, superando così una frattura storica, orografica e simbolica.

Il mito, dunque, non serviva a demonizzare l’opera, ma a proteggerla e, attribuendola al Nemico significa sottrarla all’arbitrio umano, fissarla in una dimensione sacra e intoccabile, dove nessuno osa modificarla o distruggerla, perché sarebbe come sfidare il Diavolo.

Per secoli quest’opera venne identificata come opera del diavolo, anche se i 37 metri di altezza, secondo la cabala napoletana, rimanderebbero al monaco.

Ma il monaco, da solo, non possiede la forza simbolica del diavolo, una forza che incute timore e che, proprio attraverso la paura, allontana ogni vicenda capace di compromettere l’equilibrio di quell’opera.

Il diavolo, nella tradizione popolare, non è figura atta a distruggere, ma il fiero custode involontario e, il suo nome funziona come deterrente, per ciò che gli viene attribuito che non deve essere manomesso e, non si tocca, non si altera, non si mette in discussione.

Il monaco di contro rappresenta la singola preghiera, la misura fatta di sapienza; il diavolo rappresenta invece la potenza che protegge attraverso il timore, rendendo stabile ciò che l’uomo, da solo, non saprebbe difendere nel tempo.

Così, tra cabala e leggenda, l’altezza dell’opera rimane sospesa tra due forze opposte ma complementari:
la sapienza silenziosa del monaco locale e la paura ordinatrice del diavolo, entrambe necessarie a preservare l’equilibrio di quel passaggio nel corso dei secoli.

Il nome è stato accostato a vari manufatti in diverse località; che di sovente furono così definiti poiché le loro strutture erano ritenute talmente complesse e ardite che la loro realizzazione fosse stata resa possibile solamente per mezzo di un artificio del diavolo, dando così adito a numerose leggende.

Altri ritengono che la conoscenza per costruire questo tipo di ponte, sia dovuta ad un dono da parte del diavolo, per via di un patto tra esso e chi chiedeva grazia, in cambio di anime.

La maggior parte di questi ponti ad arco sono stati realizzati in pietra o in muratura, segnano un traguardo significativo nell’architettura antica, per l’equilibro estetico stravagante e strambo, il componimento poi era oggetto di moltissime storie nell’epoca classica e medioevale e, tutte variano a seconda del luogo e delle credenze.

Ma poi arrivano le cose moderne, ed è a queste che viene attribuito valore primario, secondo rinnovate visioni che richiedono, controllo, misurazione, e impongono, in tutto un nuovo modo di governare luoghi e terre.

Gli eserciti si dispongono nello spazio, tra ciò che trova equilibrio tra la terra e sotto il cielo, e per questo le simulazioni diventano fondamentali, occorre provare, testare e prevedere.

E quale teatro potrebbe essere migliore di un luogo dove, secondo la leggenda, il diavolo ha costruito un ponte, che rimaneva imperterrito allo scorrere dell’acqua e del tempo, lì dove si scorge il sole sorgere e poi nascondersi tra le pietre e i monti per non dover stabilire patto con il diavolo.

Per questo passargli vicino senza pagare dazio di anima, diventa una prova, non più solo fisica ma simbolica: un passaggio che misura la capacità della modernità di dominare ciò che un tempo era affidato al mito.

Quando la modernità passa, però, fa rumore, un rumore nuovo, che non è più quello dei suini e dei bovini del respiro degli animali stanchi, ma un fragore che fa vibrare l’anima, il cuore, le pietre, le montagne e la terra stessa.

È in quel momento che il diavolo, si dissocia da ciò che non riconosce e non ha un ‘anima, perde il suo ruolo o impegno di custode e, l’opera, fino ad allora protetta dal timore e dalla leggenda, deve quindi essere rinnovata.

Per secoli era stata attraversata in silenzio, da uomini, pecore, asini e vacche e ogni genere di essere vivente che il diavolo, secondo il racconto, come prezzo o sacrificio simbolico.

Ora, invece, il passaggio rumoroso della modernità rompe l’equilibrio antico e impone una nuova responsabilità tutta umana.

Sono quelle macchine rumorose a risvegliare l’interesse del diavolo, che ne reclama una in pagamento, ma esse fanno troppo rumore, e nessuno ascolta la richiesta, perché non hanno anima, sono macchine volanti.

Così il patto antico resta senza risposta, ed ecco allora che il ponte invecchia e rovina, non verso la terra, ma su quell’acqua che scorre lenta, e che non ha mai avuto timore di nulla.

L’acqua non teme il diavolo né la modernità e, accoglie ciò che cade e continua il suo corso, indifferente alle promesse non mantenute e alle prove non comprese.

Il crollo non è punizione, ma ritorno all’equilibrio, là dove il silenzio proteggeva l’opera, il rumore l’ha resa vulnerabile; e ciò che per secoli era rimasto sospeso tra cielo e terra trova infine pace nel movimento eterno dell’acqua.

Il Ponte del Diavolo non è solo un passaggio, ma una frontiera, una porta, o forse un imbuto che regola l’uscita dal Katundë e ne misurava il ritorno in entrata.

La sua forma essenziale non si esauriva nell’attraversamento, ma si allungava prima e dopo, fino a diventare un luogo intero, che correva tra memoria e pietra.

In quel luogo, il diavolo aveva misura e sapeva, nel tempo, cosa chiedere in cambio per ristabilire i nuovi equilibri venuti a instaurarsi.

Era il 28 marzo 1998, quando il ponte crollò senza creare panico se non l’interesse dei bambini di una scuola che ne furono elementari spettatori.

Non ci furono vittime di ogni genere animale e specie le pecore che sentivano ancora l’anima in corpo avvisavano i pastori non più belando quando attraversavano quel ponte segnalando cosi il pericolo  perché, l’antico patto era stato reciso cosi come avevano fatto gli interventi moderni che ne cagionarono la forza che il diavolo in quel tratto sospeso impegnava

Si dovette attendere il 25 gennaio 2005, a seguito della mobilitazione di tutte le istituzioni civili e religiose, per ricostruire il ponte a sua immagine e somiglianza, ma con materiali strutturali moderni e, il ponte fu innalzato secondo l’originario apparire.

E oggi ancora rimane viva l’immagine uguale del ponte per accompagnare le greggi e le stagioni, che sugellano quel patto antico fatto da l’uomo sole e l’ombra inferno, che non smettono mai di appellare il manufatto “del Diavolo”.

Ma quando il patto tra storia e leggenda viene manomesso dai meno agili, si compromette e, si scalfiscono le esigenze volatili terrene, ed è allora che le fondamenta della memoria cominciarono a cedere, ma non cade solo il ponte, ma crolla il confine stesso tra ciò che può restare e ciò che è destinato a sparire.

Da quella rovinosa caduta del ponte, senza alcun vivente, si aprì una nuova via per il mare, e con essa il mondo nuovo poté iniziare a correre verso ciò che non poteva essere sostenuto, dalle case del diavolo ora anche del diavolo che imperterrite sorridono, in silenzio e favellano ai bambini.

 

Arch. Atanasio P.  Basile (Attento Ricercatore Napoletano Arbëreşë Tenace) A.R.N.A.T.

NAPOLI 2026-04-02

 

 

 

 

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