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VALLJA: IL SENSO SOLIDIFICATO DELLA PRIMAVERA ARBËREŞË èzë vale vale me thëtë moter

Posted on 21 marzo 2026 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – Nel quadro delle tradizioni orali delle comunità arbëreşë, si colloca una peculiare forma di espressione canora legata al lavoro agricolo, che studiosi quali Vincenzo Torelli hanno avuto modo di documentare e interpretare alla luce delle dinamiche socio-culturali proprie di tali contesti, perché titolati delle cose arbëreşë.

Secondo Torelli, durante il tempo per raggiungere i campi, nel tempo della fatica nei campi, e la sera al ritorno, verso casa, si sviluppava una pratica di canto dialogico che, lungi dall’essere mero intrattenimento, si configurava quale spazio simbolico di interazione canora tra generi regolata in arbëreşe.

L’avvio del canto era affidato agli uomini, i quali, attraverso modulazioni ironiche e tonalità allusive, formulavano dichiarazioni dal carattere volutamente eccedente e paradossale.

A tale iniziativa faceva seguito la risposta delle donne, improntata a un registro parimenti ironico, ma orientato al contenimento e al rifiuto, nel rispetto delle coordinate morali, temporali e spaziali che definivano l’orizzonte comunitario.

In questo scambio si dispiegava un codice condiviso, in cui l’apparente tensione tra proposta e diniego trovava la propria legittimazione nella dimensione rituale e collettiva dell’atto canoro finale.

La conclusione di tali canti, spesso affidata a una linea melodica comune, ristabiliva l’unità del gruppo attraverso una convergenza vocale priva di ambiguità, suggellando così una forma di convivenza sonora che trascendeva il contenuto dialogico per ricomporsi in armonia comunitaria.

Ne emerge, pertanto, un dispositivo culturale complesso, in cui lavoro, espressione estetica e regolazione sociale si intrecciano in modo inscindibile, offrendo una testimonianza significativa della capacità delle culture tradizionali di elaborare forme simboliche atte a mediare e ordinare le relazioni interpersonali.

Quando la primavera comincia appena a sciogliere l’aria e la terra tornano a respirare, nei paesi arbëreşë si avverte un fremito antico, come se le pietre stesse ricordassero.

Non è soltanto il cambio della stagione, ma un ritorno di memoria luoghi, gesti e parole tramandate sottovoce, in quella lingua che resiste al tempo e si fa canto.

Racconta nei suoi studi comparati o discorso Pasquale Baffi, secondo cui si osservasse questo legame profondo tra generi, secondo una fedeltà che non è solo memoria, ma pratica condivisa.

Gli uomini e le donne, senza distinzione, escono insieme, percorrono sentieri sempre riconosciuti, dove ogni passo è una scintilla di memoria.

Al sorgere della primavera si celebrano i luoghi ritrovati, quelli che hanno sostenuto, accolto e custodito e, gli abitanti si incontrano con chi vive accanto a loro e, che nel tempo sono diventati parte dello stesso racconto in quel giorno di camminare condiviso (Vallje) essa infatti non è memoria di separazione, ma una lenta e solida fusione, fatta di sguardi, mani, voci e generi.

Si canta per chi è venuto dopo, chi ha attraversato mari, monti e, ha costruito una casa dove prima c’era soltanto attesa senza semina deve essere ricordato.

Si onorano i nomi di chi si desidera, anche quelli che non si e mai conosciuti ma rimane la memoria delle loro gesta, ancora vivi in quegli scenari naturali condivisi.

È adesso che la stagione lunga ha inizio, viene prima la semina, poi la fioritura, e in fine il raccolto, ma adesso serve il gesto e la volontà di riconoscersi.

E in mezzo a tutto questo prende forma la “Vallja”, non come rito da spiegare, ma come esperienza da vivere.

Questo è il momento in cui la comunità si raccoglie e si apre insieme, custodendo la propria identità senza chiuderla a fini egocentrici.

Chi non conosce questa consuetudine può anche guardare, ma difficilmente comprende o traduce tutto quello che si canta e si danza con movenze garbate legate al cantato, perché qui non si tratta solo di mero apparire, ma di ascoltare il senso del canto, in arbëreşë.

Ascoltare la lingua che si eleva come acqua antica, ascoltare i passi che solcano il terreno, aspettare il silenzio tra una voce e l’altra mentre il tempo dipinge ombre di sole si fanno valljë prima che venga la luna.

È così che si fanno le Vallje e, solo così si può sfiorare il senso profondo di questa festa e, questi non sono gesti superficiali, non occasione qualunque, ma un incontro autentico con una storia viva, fatta di rispetto, memoria e appartenenza.

C’è chi guarda da lontano e crede di vedere soltanto un cerchio che si chiude, un moto ripetuto, quasi una ridda di riscatto senza memoria.

Sono gli stessi che cambiano il passo condiviso per un gioco antico svuotato di senso, o peggio per una contesa, un gesto di sfogo, una guerra vinta contro i deboli, una tensione trattenuta che cerca voce, ma tranquilli, o comuni viandanti non è così non è affatto così.

Chi pensa che sia un mero ballo tondo, o un’eco confusa di popoli lontani e mal conoscono questi luoghi, non ha mai davvero sostato ad ascoltato gli arbëreşë e, per questo non ha colto la lenta misura di quei movimenti, né il peso gentile delle mani che si cercano con un fazzoletto, non per legare, ma per aiutarsi a camminare con dignità di genere.

Non è battaglia, né vendetta, non è onore da esibire o da vendere, perché il concetto è qualcosa di più sottile e più solido e impresso nella memoria e, si trasforma in un patto silenzioso si rinnova, stagione dopo stagione, tra chi resta e chi ritorna, tra chi ricorda e chi impara a ricordare ascoltando e ragionando in lingua arbëreşe.

E soprattutto vanno tacciati quanti non percepiscono lo sguardo e le gesta di vestizione delle donne, che non si vestono da di nero, né di attesa sospesa.

Esse non sono vedove di un tempo interrotto, né figure incerte in cerca di un ritorno che le definisca, ma al contrario, si presentano come spose e madri, custodi di una continuità che non si spezza e, nei loro abiti vive il segno della casa, del fuoco acceso, della vita che si rinnova e non si arrende alle ire altrui.

Sono loro a tenere il centro invisibile del rito, non per dominio ma per cura e in quel gesto, di grande abbraccio, con cui avvolgono il loro camminare, il modo in cui attraversano le fasi della festa, emerge un saggio sapere antico, che non vuole celebra violenza, ma la permanenza e accoglienza matura.

Così ciò che appare a chi guarda distrattamente come un semplice intreccio di passi, si rivela invece per ciò che è, in tutto una forma di memoria viva, un linguaggio del corpo e della comunità, dove ogni movimento custodisce una storia e ogni presenza afferma un’appartenenza.

E il loro avanzare è sempre rivolto in un luogo di memoria, che non viene dimenticato ma con quel gesto lasciato ai posteri si trasforma in memoria

E chi sa davvero vedere, o almeno tacesse quando si fanno le Vallje cosi almeno fa ascoltare chi gli sta accanto, e vuole imparare, comprende che in quel ballo di generi non si consuma nulla, ma si fanno i solchi per dare germoglio alla storia.

Ne deriva che ogni tentativo di ridurre eventi storicamente rilevanti a semplici esiti pragmatici o a narrazioni concilianti rischia di neutralizzarne la portata di questo appuntamento di primavera.

Ed è proprio nella persistenza della memoria, si fonda la possibilità di una continuità culturale autentica, si colloca l’interpretazione, in forma simbolica e quasi sapienziale, da Angelo, Temisto, Pierino e Giovanni, i quali, nel riflettere sulla “primavera arbëreşe” come categoria storico-culturale, ne hanno restituito una lettura non come rinascita effimera, bensì come riemersione di ciò che non può essere dimenticato.

La loro formulazione, secondo cui “il sangue sparso non si dimentica”, ereditata dal saluto di Torelli, si configura come un dispositivo ermeneutico volto a sottrarre la storia alla banalizzazione e all’oblio.

Il sangue, in questa chiave, non è soltanto traccia del trauma ma rappresenta le figure diasporiche sparse nel meridione, le quali quando si incontrano e parlano diventano un’ampolla, una continuità identitaria che si trasmette oltre le cesure temporali.

Tale concezione si oppone radicalmente a una visione desacralizzata dello spazio e della storia, efficacemente evocata dalla metafora dei luoghi “dove passavano le pecore cui il diavolo prendeva pegno di anima”.

In questa immagine, densa di implicazioni antropologiche, le pecore rappresentano una dimensione di transito inconsapevole, una collettività priva di agio e storia, mentre il diavolo incarna il principio dissolutivo che sottrae, memoria ai luoghi e al costruito dell’uomo.

Si tratta, dunque, di spazi non abitati simbolicamente, attraversati ma non vissuti, incapaci di produrre identità o di custodire memoria.

Per contrasto, la “cultura arbëreşë” emerge come uno spazio altro e, non semplicemente un territorio geografico, ma un orizzonte simbolico densamente stratificato, in cui la memoria del passato e in particolare il sacrificio, continua a operare inutilmente nel presente.

In tale contesto, la memoria non è un elemento accessorio, bensì il principio strutturante dell’identità collettiva, ne deriva che ogni tentativo di ridurre un evento storicamente rilevante a un esito positivo contingente equivale, in ultima analisi, a un atto di svuotamento simbolico.

Solo riconoscendo la persistenza del trauma e la sua trasformazione in memoria condivisa è possibile comprendere pienamente la profondità della tradizione arbëreşë.

In questo senso, la storia non si configura come una sequenza di eventi superati, ma come un campo di forze in cui ciò che è stato continua a esercitare la propria influenza, opponendosi a ogni forma di oblio e di neutralizzazione diffusa.

Arch. Atanasio Pizzi Basile – Medico delle Giuste Parole (Jatroi me Fiallijetë e Masurà).

Napoli 2026-03-21

 

 

 

 

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