NAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – La riflessione del Medico delle Giuste Parole, secondo cui “chi resta rischia di consumare e svuotare il senso dei luoghi nella ripetizione quotidiana, mentre chi parte conserva, rielabora e ritorna con uno sguardo capace di ricomporre significati”, offre una chiave interpretativa particolarmente efficace per analizzare la condizione contemporanea delle minoranze storiche italiane tutte.
In tale prospettiva, la tensione tra stanzialità e mobilità non è semplicemente un dato demografico, ma una dinamica culturale profonda che incide sulla trasmissione della memoria, sulla vitalità identitaria e sulla capacità di resilienza delle comunità.
Le minoranze storiche italiane, pur riconosciute formalmente, si trovano oggi immerse in un contesto segnato da trasformazioni strutturali che ne mettono in discussione la continuità.
Globalizzazione, omologazione linguistica, crisi economica delle aree interne e progressivo spopolamento agiscono congiuntamente producendo un indebolimento dei sistemi culturali locali.
In questo quadro, la tutela giuridica appare spesso insufficiente, in quanto non accompagnata da politiche efficaci di rigenerazione sociale ed economica.
La conservazione normativa, infatti, non garantisce di per sé la sopravvivenza culturale, soprattutto quando viene meno la trasmissione intergenerazionale dei saperi e delle pratiche.
Il caso delle comunità arbëreşë risulta emblematico e, gli insediate nel Mezzogiorno d’Italia tra il XV e il XVIII secolo, pur innalzando e sostenendo un’identità storicamente complessa, fondata sulla lingua, sul rito e su una memoria diasporica ritrovata in queste terre parallele oltre Adriatico sino allo Jonio.
Pur se per secoli, mantenendo integra questa identità si è riverberata attraverso un equilibrio dinamico tra conservazione e adattamento.
Tuttavia, nel presente, tale equilibrio appare compromesso e, la lingua, le consuetudini i costumi e gli adempimenti sociali dentro e fuori la soglia i casa, l’elemento cardine dell’identità, sono sempre meno utilizzate nelle pratiche quotidiane, soprattutto tra le giovani generazioni e, se la migrazione interrompe la continuità sociale; le tradizioni rischiano di essere cristallizzate in loco sotto forma di folklore, perdendo la loro funzione originaria di codici vivi indispensabili a affrontare e interpretare e tradurre le cose del mondo.
In questo scenario, il rischio non è soltanto la scomparsa fisica delle comunità, ma una più sottile e profonda dissoluzione simbolica e, la perdita della capacità di produrre significato solido e duraturo.
È proprio qui che la distinzione proposta dall’Olivetano Saggio assume valore critico verso la permanenza, che se privata dei minimali valori di consapevolezza, può trasformarsi in un consumo passivo della tradizione.
Diversamente o al contrario, la distanza, intesa come esperienza migratoria, studio, mirato e confronto costruttivo, può diventare uno strumento di riappropriazione culturale.
Il ritorno, reale o simbolico, non coincide quindi con un semplice rientro geografico, ma con un processo di riattivazione del senso di un luogo antico con tutti i suoi contenuti storici o riverberi del passato coperto da sonorità altre.
In tale prospettiva, la resilienza delle comunità che vive in questa Terra, non può essere intesa come mera resistenza alla perdita, bensì come capacità attiva di sostenere antichi valori e memorie di luogo.
Un esempio particolarmente efficace di resilienza può essere individuato nella Gioconda di Leonardo da Vinci, dove la relazione tra figura e sfondo assume una valenza simbolica complessa e stratificata.
La figura in primo piano, enigmatica e sospesa, non rappresenta soltanto un individuo, ma si configura come un dispositivo semantico capace di mediare tra dimensione umana e dimensione ambientale.
In questo senso, il paesaggio retrostante non svolge una funzione meramente decorativa, bensì diventa elemento attivo nella costruzione di significato, contribuendo a definire un’idea di luogo che si manifesta come resiliente e, dinamico.
Tale configurazione visiva richiama implicitamente la capacità del territorio di adattarsi e persistere nel tempo, nonostante le sollecitazioni e le trasformazioni.
Pertanto, la resilienza di luogo, così come evocata nella Gioconda, si configura come una qualità emergente dall’interazione tra elementi naturali e presenza umana, dove il paesaggio non è solo scenario, ma agente attivo di significazione.
Si tratta di una resilienza generativa, che implica la rielaborazione critica della tradizione e la sua proiezione nel presente.
Alcune esperienze recenti mostrano come questa traiettoria sia possibile e, l’esempio lampante la si può osservare nella difesa del “Katundë in frana di castagneto”, dove chi faceva restanza è rimasto immobile ad osservare e chi era partito ha dato una lezione storica alle istituzioni tutte, nel dipartimento della capitale.
Comunque la riattivazione dei valori di minoranza “deve attivarsi” attraverso contesti educativi e digitali seguita dalla costruzione di reti tra comunità locali senza dispetti o confino dei formati specifici; l’uso consapevole delle tecnologie per archiviare e diffondere la memoria; la promozione di forme di turismo culturale che non riducano l’identità a spettacolo, ma la restituiscano come esperienza autentica, partecipata e condivisa in forme multidisciplinari con essenziale presenza delle memorie storiche partite, per formarsi solidamente con le radici di quella memoria antica, incisa nel cuore e nella mente.
Questa è la soluzione fondamento della resilienza ormai spenta o ridotta a lumicino, come si usava fare per i defunti, della prima decade di febbraio.
Tuttavia, tali pratiche restano spesso isolate e fragili, se non sostenute da un quadro politico e istituzionale adeguatamente formato e non politicizzato.
Per questo la tutela delle minoranze storiche richiede un cambio di paradigma, che vada da una logica conservativa a una logica progettuale che non sia mero passeggiare in archivi musei e biblioteche.
Ciò implica politiche integrate che connettano cultura, economia e territorio, riconoscendo alle comunità un ruolo attivo nella definizione del proprio futuro.
La resilienza, infatti, non può essere delegata esclusivamente alla volontà dei singoli o delle associazioni locali restanti o di chi torna appena raggiunto un titolo senza averlo mai comprovato.
Perché solo quanti sanno sostenere e ricordare condizioni strutturali antiche, le stesse che oggi mancano per rendere possibile l’abitare i territori senza rinunciare alla propria identità, devono avere agio di essere accolti e non relegati all’esilio forzato, in quanto sono gli unici ad avere memori, titolo ottenuto e consolidato.
In conclusione, la condizione attuale delle minoranze evidenzia una soglia critica, in cui il rischio di scomparsa convive con possibilità di rigenerazione ma nel contempo tutto resta immobile.
Ed è per questo che accogliere la lezione del Medico delle Giuste Parole, significa riconoscere che la memoria non si conserva nella ripetizione, ma nella capacità di prendere distanza, reinterpretare e ritornare con uno sguardo nuovo.
Solo attraverso una resilienza attiva, intesa come pratica consapevole di ri-significazione culturale, i Katundë potranno sottrarsi alla marginalizzazione e, riaffermare il proprio ruolo nel mondo contemporaneo e non per non essere solamente attratti come si fa con il primo piano della Gioconda.
Arch. Atanasio Pizzi Basile – (Jatroi me Fiallijetë e Masurà).
Napoli 2026-03-22








