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IL GENIO DELL’UOMO CHE ASSEMBLA LE COSE CHE PONE IN ESSERE LA NATURA GianVicèu me drugnëtë nënghë bënej ziarrjnë i nëdrekënej satë bjne nghjsijn drekë guìdòntë

Posted on 02 aprile 2026 by admin

SAMSUNG CAMERA PICTURESNAPOLI (di Atanasio Pizzi Basile) – L’architettura vernacolare, diffusa negli scenari naturali di tutti i continenti, rappresenta l’insieme di pratiche costruttive sviluppatesi spontaneamente nel corso dei secoli, senza il contributo o l’ausilio di architetti, scuole progettuali o formalizzazione.

Essa nasce dall’esperienza, dall’adattamento a specifici contesti e risponde ai bisogni primari delle comunità insediate.

Il termine “Vernacolare” indica infatti, un’architettura locale, strettamente legata al territorio, ai materiali disponibili, alle esigenze quotidiane delle comunità che le innalzano, perché essenziali in luoghi specifici.

Quando si parla di “architettura del bisogno”, si fa riferimento a un modo di costruire essenziale, guidato principalmente dalla necessità del luogo vissuto, piuttosto che da criteri estetici o teorici.

In questo contesto, gli edifici non sono pensati come oggetti simbolici o rappresentativi, ma come risposte concrete a bisogni primari dell’abitare, per proteggersi dal clima, conservare risorse, svolgere attività lavorative e, vivendo in armonia in continuo progredire con la natura circostante.

Diffusamente queste tipologie abitative si sviluppano in stretta relazione con gli ambiti naturali e sociali, dove l’uso della pietra o delle materie compatte locali, erano assemblate realizzando elevati di spessori sufficienti a isolare i fruitori, dagli agenti atmosferici esterni, calmierando, temperature che non avevano picchi sia verso l’alto o verso il basso e, le piccole aperture, travi non spingenti,  soppalchi e  profferli, sono le soluzioni nate dall’esperienza e dalla trasmissione di saperi pratici e consuetudinari.

Si tratta quindi di un’architettura priva di “emblemi tipici delle scuole di arche in senso generale”, ovvero senza riferimenti a stili codificati, linguaggi accademici o intenzioni rappresentative.

Questa assenza non rappresenta un limite, ma piuttosto un valore aggiunto che fa distingue per autenticità l’architettura del bisogno di un luogo specifico che non è mai simile quando si analizzano i materiali utilizzati e, nel contempo consente l’adattamento, sostenibilità e risposte al bisogno di un luogo, esprimendo l’ideale rapporto tra uomo, natura e necessità.

A questa lettura si può affiancare un ulteriore livello di analisi, dei moduli razionali dove appaiono subito evidenti i parallelismi con la struttura geologica dei luoghi in cui sorgono.

Le scelte costruttive, infatti, non derivano solo da esigenze funzionali immediate, ma sono profondamente condizionate dalla natura del suolo, la disponibilità dei materiali e il genio dell’uomo sollecitato dal bisogno delle sostenitrici della casa.

Per questo, pietra calcarea, ferrosa, tufo, argilla, basalto, calce, arena, argilla e intrecci legnosi non sono semplici elementi compositivi, ma diventano il tramite attraverso cui il territorio si traduce direttamente in forma e architettura del bisogno.

In questo senso, la lettura dei manufatti vernacolari, può essere efficacemente affiancata da un’analisi comparata con le planimetrie geologiche delle regioni di studio del meridione italiano e, la distribuzione dei materiali, le tecniche murarie e persino le tipologie insediative, trovano riscontro nelle caratteristiche fisiche e i germogli naturali del territorio.

L’architettura vernacolare si configura così come una sorta “di mappa costruita”, in cui le condizioni geologiche diventano struttura, linguaggio e forma, rafforzando il legame inscindibile tra ambiente naturale e azione antropica.

Si evidenzia, inoltre, il ricorso a materiali naturali tipici dei contesti collinari, dove sono perfettamente integrate con le pigmentazioni, diversamente da quelle di costa che appaiono di coloriture facilmente identificabili a distanza marina, in stretta correlazione con le specificità geomorfologiche e le tradizioni di operosità di luogo.

Tale osservazione risulta coerente con il fatto che i centri storici oggetto della presente analisi appartengono prevalentemente all’Italia meridionale e sono connotati dalla presenza storica di comunità arbëreşë, le cui pratiche insediative e costruttive hanno contribuito in modo significativo alla definizione dei caratteri tipologici e materici del costruito collinare.

L’applicazione del protocollo metodologico qui seguito per indagare contesti territoriali e, macro aree opportunamente e ben identificate, attraverso cui è stato possibile verificare la presenza di analoghe ricorrenze, nonché pervenire alla individuazione di principi condivisi e di una grammatica diffusa riconducibile ai diasporici arbëreşë.

L’indagine materica e distributiva del modulo condotta sul campo, con diversi rilievi dello stato dei luoghi e di materiali utilizzati ha consentito di pervenire alla formulazione di un dato, sostanzialmente incontrovertibile.

In particolare, si rileva come il modulo abitativo primario, tendeva a configurarsi secondo schemi morfologico-volumetrici ricorrenti, caratterizzati da una sostanziale uniformità sia nelle forme che nell’articolazione della distribuzione interna degli spazi.

Parallelamente, l’elemento di variabilità più significativo è rappresentato dalla natura e dalla tipologia delle essenze materiche impiegate, le quali risultano strettamente correlate alle specifiche condizioni geologiche, geomorfologiche e, più in generale, alle risorse disponibili all’interno della regione o della macroarea oggetto di analisi.

Nel corso di questo trattato seguiremo l’evoluzione del modulo abitativo, risalendo ai tempi del primo bisogno, quando genti diasporiche trovarono gli ambiti paralleli delle terre di origine per abitarvi e rigenerare antichi centri ormai abbandonati.

In quel contesto, il rapporto con le popolazioni indigene contribuì a ricostruire una nuova solidità sociale, capace di adattarsi ai mutamenti del progresso, sebbene talvolta rallentati dalla forza degli eventi naturali.

Col passare del tempo, tali forme insediative conobbero un progressivo affinamento, sia nella distribuzione degli spazi sia nelle soluzioni strutturali.

I modelli vernacolari si svilupparono lungo la direttrice dell’elevazione, dando vita a un tessuto urbano sempre più articolato, segnato dalla crescita del palazzato e da una ricerca crescente di stabilità e comfort.

Questo lungo processo trova il suo compimento nell’architettura borbonica, dove l’ideale di una vita agiata si traduce in forme ordinate e rappresentative, capaci di esprimere una rinnovata dignità nobiliare.

In essa si riflettono chiaramente gli influssi dell’Illuminismo, riconoscibili nell’equilibrio delle proporzioni, nella razionalità degli spazi e nella sobria eleganza degli elementi architettonici in pietra posti ad emblema.

Nel contesto vernacolare o del bisogno abitativo, il modulo primario si configura come risposta diretta ai bisogni essenziali dell’uomo, sviluppandosi in relazione alle necessità che emergono sia all’interno sia all’esterno del perimetro domestico.

Infatti nella fase iniziale, caratterizzata dall’impiego di materiali deperibili e tecniche costruttive elementari, l’organizzazione spaziale si struttura attorno al focolare, collocato in posizione baricentrica quale fulcro funzionale e simbolico dell’abitazione.

Il focolare assume un ruolo centrale non solo per le funzioni legate al riscaldamento e alla preparazione del cibo, ma anche come nodo attorno al quale si articolano le attività di sostentamento e le prime pratiche di trasformazione e conservazione dei prodotti, riconducibili a forme proto-industriali.

Parallelamente, le funzioni legate al riposo e alla sfera privata vengono progressivamente disposte lungo il perimetro dell’involucro edilizio, che erano a distanza misurata dal fuoco non per riscaldare ma evitare che le pareti potessero subire danno e prendere fuoco, ed è in questa fase che si definisce una prima gerarchia spaziale tra centro e margine dell’abitare.

Tale configurazione evidenzia una chiara distinzione funzionale degli spazi, in cui il centro assume una valenza collettiva e operativa, mentre il perimetro accoglie attività più intime e individuali.

Il modulo del bisogno abitativo, ad iniziare dalla prima decade del XIV secolo si evolve e mira ad una configurazione di maggior grado di solidità, a seguito della sottoscrizione delle capitolazioni dal 1535.

E l’impiego di materiali naturali, tipici e reperibili localmente, non solo condizionano gli aspetti costruttivi, ma contribuisce in maniera determinante alla definizione morfologica dell’organismo edilizio e alla riorganizzazione della sua distribuzione interna.

Ed è qui che il focolare assume una funzione ordinatrice primaria, collocandosi non più come fulcro centrale ma su uno dei lati longitudinali del modulo, contro cui assicurare l’espulsione dei fumi, configurandosi come fulcro spaziale e funzionale.

La distribuzione delle attività così facendo, segue un chiaro gradiente di pubblico/privato e, le funzioni a maggiore esposizione relazionale si dispongono lungo l’asse compreso tra il camino e l’ingresso, mentre gli ambiti a carattere più intimo e riservato sono relegati nella porzione più profonda dell’unità abitativa,

 va in oltre rilevato che in questo modello le galline e il gatto avevano riparo tra il camino e la porta d’ingresso, quest’ultima opportunamente fornita di un accesso per essi, che di giorno aveva funzione di riciclo dell’aria interna. Che di notte era ben sigillato

In posizione baricentrica rispetto al sistema distributivo, l’area antistante il camino si configura come spazio polifunzionale destinato allo svolgimento delle principali attività domestiche, nonché di pratiche proto-industriali legate alla trasformazione, conservazione e produzione alimentare.

La configurazione insediativa in oggetto si definisce quale esito di un progressivo e dinamico sviluppo del modello di congiuntura familiare, il quale innesca processi reiterativi del modulo abitativo secondo schemi articolati.

Tali processi generano una morfologia urbana complessa, caratterizzata da una fitta rete di vicoli, articolazioni cieche, sistemi voltati e dalla presenza di orti botanici, elementi funzionali che si configurano come dispositivi essenziali nell’evoluzione del tessuto urbano in risposta alle esigenze socio-funzionali della comunità.

A partire dal 1635, il sistema subisce ulteriori trasformazioni in seguito a ricorrenti fenomeni di natura tellurica, i quali contribuiscono al consolidamento e al perfezionamento del modulo insediativo.

In particolare, si assiste a una riorganizzazione delle strutture di copertura, con una più rigorosa e consapevole disposizione delle travature secondo criteri proto-scientifici.

Tale evoluzione determina un sensibile miglioramento delle prestazioni statiche e una più efficiente gestione della volumetria, riducendo le criticità strutturali precedentemente riscontrate.

Le trasformazioni strutturali apportate al modulo abitativo rispondono all’emergere di nuove esigenze all’interno del gruppo familiare, che si configurano progressivamente come fattori regolativi dell’organizzazione spaziale.

L’aumento della superficie calpestabile si rende pertanto necessario per consentire una differenziazione funzionale degli ambiti dedicati al riposo, in relazione alla crescita e alla diversificazione dei membri del nucleo.

In questo quadro si colloca l’introduzione dei çardaki, soppalchi o solai piani interni che ridefiniscono la distribuzione verticale dello spazio domestico.

Essi ospitano i figli in una disposizione parallela, segnando il passaggio da una condizione di co-presenza fisica con i genitori a una forma di separazione controllata, mediata da una prossimità percettiva fondata sull’ascolto.

Dopo la pandemia del 1600, terminata la lunga stagione di isolamento dei centri storici, durante la quale le uscite erano limitate all’esclusivo perimetro abitativo e solo in casi eccezionali sino all’agro, fece seguito una nuova fase edificatoria, relativa alla costruzione delle cosiddette “case del bisogno” dei meno agiati.

In questo periodo si diffuse l’aggiunta di un primo livello sopra l’originario piano terra, con l’obiettivo di differenziare l’utilizzo dei due livelli.

In alcuni casi, questa nuova disposizione permetteva ai genitori di rimanere al piano terra, mentre i/la figlia/figlio coniugato occupava il primo livello, creando così una prima forma di autonomia domestica all’interno dello stesso gruppo familiare.

Tuttavia, questa soluzione non era uniforme e, più di sovente, il primo livello diveniva la residenza principale della famiglia, dotando la casa di copertura climatizzata dal sottotetto, mentre l’antico “katojo” al piano terra perdeva la funzione abitativa, trasformandosi in magazzino, deposito o stalla.

Così, le case del bisogno non solo si elevarono fisicamente, ma mutarono profondamente nella loro funzione e nella loro organizzazione interna, riflettendo i nuovi bisogni della vita post-pandemica e il delicato equilibrio tra continuità familiare e autonomia dei discendenti.

Nel quadro delle dinamiche storico-antropologiche che regolano il rapporto tra comunità e ambiente, il “vernacolare del bisogno” può essere inteso come l’insieme delle pratiche locali attraverso cui le società elaborano risposte concrete alla necessità primaria della sussistenza.

Lungi dall’essere riducibile a una dimensione meramente tecnica o economica, esso si configura come un dispositivo culturale complesso, capace di strutturare nel tempo forme stabili di organizzazione dello spazio, della produzione e della vita collettiva.

E quando tali pratiche si consolidano e si trasmettono, non solo garantiscono la sopravvivenza, ma contribuiscono alla formazione di un “centro antico”, inteso come nucleo materiale e simbolico in cui si sedimentano saperi, consuetudini e infrastrutture.

All’interno di questa prospettiva, l’orto botanico e l’orto alimentare assumono un ruolo centrale e complementare nello stesso spazio di esistenza.

Il primo, lungi dall’essere esclusivamente un luogo di classificazione scientifica, si configura come spazio di osservazione, selezione e conservazione delle specie vegetali utili; il secondo rappresenta invece il luogo della produzione diretta, in cui tali conoscenze vengono tradotte in pratiche quotidiane di coltivazione e sostentamento.

La loro contiguità non è casuale, ma riflette una continuità epistemica, materiale e, il sapere botanico si innesta nella produzione alimentare, garantendo adattamento e resilienza rispetto alle condizioni ambientali.

In questo senso, l’orto non è soltanto uno spazio agricolo, ma un archivio vivente di conoscenze stratificate, continuamente aggiornate attraverso l’esperienza.

Accanto a questo sistema produttivo e cognitivo, la presenza di una struttura fortificata, evocata come la fortezza della porcilaia (Zinbunj), introduce una dimensione ulteriore, legato al sostentamento delle cose botaniche e alla regolazione produttiva del territorio orto botanico.

La fortezza (Zinbunj),  può essere interpretata come un presidio che assicura la continuità delle pratiche agricole e alimentari, difendendo le risorse e garantendo un perimetro alimentare sicuro come una fortezza alimentare, entro cui il vernacolare del bisogno può svilupparsi.

Essa non si limita a una funzione solo alimentare e di rigenerazione del terreno, ma si integra nel sistema complessivo come infrastruttura di sostegno, contribuendo a definire un ordine alimentare.

In tal modo, la difesa alimentare si intreccia con la gestione delle risorse, dando luogo a una forma di organizzazione in cui produzione e protezione risultano indissolubilmente connesse.

La cultura alimentare rappresenta un ulteriore elemento chiave di questo sistema e, il ricorso a insaccati, prosciutti e grasso colato testimonia l’elaborazione di strategie di conservazione e di concentrazione energetica funzionali alle esigenze del lavoro agricolo.

Si tratta di alimenti che rispondono a criteri di durabilità, trasportabilità e alto valore calorico, rendendoli particolarmente adatti a sostenere attività fisiche intense e prolungate.

In questo contesto, l’alimentazione non è un aspetto secondario, ma un elemento strutturale del ciclo produttivo e, il corpo del lavoratore viene sostenuto attraverso pratiche alimentari che riflettono una profonda conoscenza delle risorse disponibili e delle necessità operative.

La trasformazione della carne in insaccati e la raccolta del grasso non sono dunque semplici tecniche culinarie, ma forme di gestione razionale e simbolica del nutrimento in forma di risparmio delle risorse dei derivanti dal trittico alimentare noto in tutto il mediterraneo.

L’interazione tra orti, pratiche alimentari produce nel tempo una configurazione stabile, in cui il bisogno si trasforma in principio organizzatore, ed è in questo processo che si forma il centro antico, uno spazio in cui le risposte alla necessità si sedimentano in strutture durevoli, dando luogo a un equilibrio dinamico tra ambiente, cultura e società.

Il centro strico per questo non è soltanto un luogo fisico, ma un dispositivo di memoria collettiva, in cui si conservano e si trasmettono le condizioni di possibilità della vita comunitaria.

Esso rappresenta, in ultima analisi, l’esito di una lunga elaborazione storica, in cui il vernacolare del bisogno si eleva a forma culturale, rendendo visibile la profonda interdipendenza tra pratiche materiali e costruzioni simboliche.

Nel quadro delle profonde trasformazioni che investirono il Mezzogiorno tardo-settecentesco, il terremoto della Calabria del 1783 rappresentò un momento di frattura radicale non soltanto sul piano materiale, ma anche su quello istituzionale e socio-economico.

La devastazione diffusa rese infatti necessario un intervento straordinario da parte dello Stato borbonico, concretizzatosi nell’istituzione della Cassa Sacra, strumento volto alla confisca e redistribuzione dei patrimoni ecclesiastici al fine di sostenere la ricostruzione e riequilibrare, almeno formalmente, le condizioni di accesso alla proprietà fondiaria.

In tale contesto, le province della Calabria Ulteriore e della Calabria Citeriore furono teatro di un processo di ridefinizione territoriale che coinvolse tanto i centri urbani quanto i sistemi insediativi minori, incluse le comunità Arbëreshë.

L’azione combinata della distruzione sismica e delle politiche redistributive produsse infatti una riorganizzazione degli equilibri locali, favorendo l’emergere di nuovi attori sociali e il consolidamento di élite già radicate, spesso legate ai circuiti del potere feudale e amministrativo.

Le famiglie riconducibili ai principati locali, beneficiarie dirette o indirette dei processi di alienazione dei beni ecclesiastici, promossero interventi edilizi che si tradussero nella costruzione delle cosiddette “palazziate”: organismi architettonici che, pur mantenendo nel cuore del fabbricato l’antico o originario presidio, si configurano come segni tangibili di autorappresentazione e legittimazione sociale.

Tali edifici recepivano modelli compositivi aggiornati, in cui si intrecciavano istanze tardo-barocche e primi orientamenti proto-neoclassici, secondo linee di rinnovamento che preludevano ai codici formali destinati a consolidarsi nel secolo successivo.

In opposizione dialettica, ma anche in rapporto di emulazione simbolica, le classi subalterne svilupparono strategie di appropriazione selettiva dei linguaggi architettonici dominanti.

Pur nella limitatezza delle risorse disponibili, esse tendevano a riprodurre elementi distintivi, quali portali monumentali, cornici modanate o articolazioni di facciata con finestre quadrangolari fortificate, allo scopo di inscriversi, almeno visivamente, entro un orizzonte di riconoscibilità sociale associato alla nobiltà e al decoro urbano.

Tale fenomeno rivela non soltanto una tensione imitativa, ma anche una più profonda dinamica di negoziazione identitaria, in cui lo spazio costruito diviene veicolo di aspirazioni e di ridefinizione del proprio ruolo all’interno della gerarchia comunitaria.

Si delinea così un paesaggio insediativo stratificato, in cui la ricostruzione post-sismica non si limita a rispondere a esigenze funzionali, ma si configura come dispositivo complesso di riorganizzazione sociale, simbolica e politica.

In esso si leggono, in filigrana, le contraddizioni di un sistema ancora segnato da permanenze feudali, ma già attraversato da istanze di trasformazione che troveranno piena espressione nel secolo successivo.

 

Arch. Atanasio Pizzi Basile – Il Medico delle Giuste Parole (Jatroi me Fiallijetë e Masurà).

Napoli 2026-04-01

 

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